Il reperto che ci interessa è una stele funeraria di un certo Khabauptah che fu un Sovrintendente della Grande Casa durante il periodo in cui governò la V dinastia. Siamo perciò nella seconda metà dell’Antico Regno.
Khabauptah servì prima Sahura, poi Neferirkara e quindi Niuserra. Lo ritroviamo anche come sacerdote di Ra e di Hathor nel tempio solare di Neferirkara.
La stele funeraria che lui commissionò lo vede raffigurato all’estrema sinistra seduto su di un trono arcaico con lo schienale basso. Il funzionario tiene con la mano destra uno scettro del tipo sekhem che connota la sua autorità. Con la mano sinistra regge un lungo bastone, anche questo simbolo del suo rango e del suo potere.
I dettagli del suo abito sono poco visibili poiché la lastra era sicuramente stata dipinta, ma i colori sono attualmente scomparsi.
La stele era ubicata nella sua tomba che è situata nella necropoli di Saqqara. Fu scoperta ed esplorata da Mariette nel 1877.
Il testo della stele è ovviamente celebrativo degli incarichi del defunto. Egli, in questo modo, evidenzia la fiducia che godeva da parte del re e ci dimostra contemporaneamente le sue capacità organizzative e professionali.
La stele si trova esposta presso la collezione egizia dell’Oriental Institute the University of Chicago che svolge importantissime attività di scavo in Egitto da moltissimo tempo.
Come al solito ho aggiunto la pronuncia secondo i codici IPA per coloro che non sanno (ancora!) leggere i geroglifici.
versante nord, dietro, e accessibile dal magazzino dell’American House
Biografia
Kemawen fu il nome del padre, e Nebuy la madre[5].
La tomba
Il pellegrinaggio ad Abydos. Rilievo di N De Garis Davies
Planimetria non nota; in basso, sul muro d’entrata, scene del pellegrinaggio ad Abydos e resti di un fregio con il defunto adorante e brani dal Libro delle Porte[6].
Dettagli del pellegrinaggio ad Abydos, Rilievo di N De Garis Davies
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 34
Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
Gardiner e Weigall 1913, p. 35
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
TT206, molto danneggiata, si presenta planimetricamente con la forma a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo; Un corridoio, sulle cui pareti è rappresentato il defunto in adorazione, immette nella sala trasversale; sulle pareti un re (non identificabile) sotto un padiglione; il sole dell’orizzonte adorato dal defunto seguito dal ba. Nella sala longitudinale, non ultimata, Osiride, Isidee Nephtys, il defunto in adorazione di Anubi come sciacallo e Hathor[6]
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 34
Gardiner e Weigall 1913, p. 34
Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
Gardiner e Weigall 1913, p. 35
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Come abbiamo detto parlando di Dario I, dopo la sconfitta di Maratona, il re preparò una terza spedizione contro la Grecia ma nel frattempo in Egitto si ebbero numerose rivolte, tutto il Delta del Nilo si ribellò. Secondo l’egittologo statunitense Eugene David Cruz-Uribe le rivolte furono organizzate principalmente da un governatore locale che si proclamò sovrano con il nome di Psammetico IV, probabilmente riferendosi all’ultimo sovrano della XXVI dinastia, Psammetico III. In realtà pare che a guidare la rivolta fosse il satrapo persiano della zona.
Dario pensò prima a sopprimere la rivolta in Egitto ma doveva rispettare la legge persiana, che prevedeva che prima di partire per spedizioni pericolose il sovrano nominasse un successore. A questo punto, vista la sua salute precaria, Dario si fece preparare la tomba nelle pareti rocciose di Naqsh-e Rostam, quindi nominò suo successore il figlio avuto dalla sposa Atossa.
Dario però non si riprese e nell’ottobre del 486 a.C. morì. L’ascesa al trono di Serse non fu però così semplice, in linea di primogenitura il trono sarebbe spettato al suo fratellastro, Artabazane che era il più vecchio di tutti i figli di Dario. Alcuni studiosi sostengono che Dario designò a succedergli Serse in quanto figlio di Atossa, figlia di Ciro il Grande a dimostrazione della grande considerazione che aveva di Ciro e di sua figlia.
Artabazane era si il primogenito ma nato quando Dario era un semplice suddito e la madre era una persona qualunque. Salito al trono Serse represse in breve le rivolte in Egitto e Babilonia, dopo di che, secondo l’archeologo Roman Ghirshman, cessò di usare il titolo di “re di Babilonia” limitando il suo titolo a “re dei persiani e dei Medi”.
Pur dando per scontato che il giudizio dei greci sia inevitabilmente di parte, non si può negare che Serse, a differenza dei suoi predecessori, esercitò il potere spesso in modo eccessivamente violento. Nel reprimere la rivolta di Babilonia non ebbe riguardo del fatto che si trattava di una città sacra, ma distrusse le mura, i templi e le statue degli dèi.
Per quanto riguarda l’Egitto impiegò circa due anni per reprimere le rivolte scoppiate nella regione del Delta del Nilo con grande crudeltà lasciandosi alle spalle una scia di odio e rancore. Una volta riportato l’ordine nominò suo fratello Achemene satrapo dell’Egitto.
Scrive Erodoto che Serse: <<……….ridusse l’Egitto in una schiavitù assai più pesante di quella sofferta sotto il regno di Dario……….>>.
In ogni caso Serse, profittando della sua sovranità sull’Egitto, nel 480 a.C. affidò ad una flotta egizia, composta da circa 200 navi, al comando di Achemene, il compito di tentare una rivincita sui greci.
Per l’Egitto non fece nulla di buono, non costruì templi o palazzi e non utilizzò neppure funzionari egizi nell’amministrazione. Unico punto a favore fu che durante tutto il suo regno almeno l’Alto Egitto visse un periodo di relativa tranquillità.
Serse regnò una ventina di anni (trentasei secondo Sesto Africano ed Eusebio di Cesarea) trascurando l’Egitto considerato una turbolenta ed insicura provincia.
Dopo la sconfitta subita dai greci, Serse giunse a Sardi dove si innamorò della moglie di suo fratello Masiste facendo pressione per sottrargliela. Dopo aver dato in sposa al proprio figlio Dario la figlia di Masiste Artainte, s’invaghì di quest’ultima al punto da fargli dono di un mantello che sua moglie Amestris aveva tessuto per lui con le proprie mani. Scoperta la tresca, Amestris escogitò una vendetta terribile. Fece mutilare la moglie di Masiste, il quale fuggì coi figli nella sua satrapia di Battriana e cercò di sollevare una rivolta contro Serse il quale inviò un esercito che lo sconfisse ed uccise sia lui che i suoi figli.
Nel 465 a.C., il comandante della guardia del corpo reale, il potente funzionario Artabano, in virtù della grande popolarità di cui godeva negli affari religiosi e negli intrighi dell’harem, si rivoltò contro Serse e lo fece assassinare, poi assegnò ai suoi sette figli posizioni chiave così da spianarsi la strada per spodestare gli Achemenidi.
Dell’evento esistono due versioni contrastanti da parte di scrittori greci, secondo Ctesia di Cnido Artabano accusò dell’omicidio del sovrano il principe ereditario Dario convincendo il fratello Artaserse a vendicare il padre. Aristotele invece racconta che Artabano uccise prima Dario poi Serse; quando Artaserse venne a conoscenza del fatto fece giustiziare Artabano ed i suoi figli.
La dinastia Achemenide era salva anche grazie al fatto che il generale Megabizo, prima complice della congiura, in un secondo tempo passò dalla parte di Artaserse. Anche Serse sarebbe stato sepolto in una delle tombe di Naqsh-i-Rustam, conosciute localmente come le “croci persiane”, per la forma delle facciate delle tombe, nonostante il suo nome non compaia su nessuna.
La fine di Serse fu tragica come la sua esistenza; le parole di Eschilo al suo riguardo suonano come una condanna eterna:
<<……….Zeus veglia e punisce la superbia, esige il conto, giudice severo………>>.
Fonti e bibliografia:
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara 2000
Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Einaudi, Torino, 2012
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Pierre Briant, “Storia dell’impero Persiano da Ciro ad Alessandro”, Fayard, Parigi, 1996
Franco Mazzini, “I mattoni e le pietre”, Urbino, Argalia, 2000
Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
Epoca Tolemaica Diorite, altezza cm 147 Bruxelles, Musée Royaux d’ Art et d’ Histoire Dono C. Dietrich – E 1839.
Il termine greco physkon vuol dire ” pancione” e tale soprannome venne dato a Tolomeo VII per la sua corpulenza.
Dalla corpulenza, nota attraverso i ritratti su monete, questa testa viene attribuita a Tolomeo VII Fiscone, ma non vi è certezza, dato che i sovrani dell’epoca ebbero tratti simili.
Fonte e fotografia
Antico Egitto, lo splendore dell’arte dei faraoni di Maurizio Damiano – Electra
TT205, molto danneggiata, si presenta planimetricamente con una sala trasversale al centro della quale si apre una profonda nicchia; su una delle pareti della sala trasversale è ancora leggibile il defunto, in qualità di prete, che adora una divinità (non identificabile) e si intuiscono i resti di un testo[6].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 34
Gardiner e Weigall 1913, p. 34
Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
Gardiner e Weigall 1913, p. 35
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Non nota la planimetria; è noto che sul soffitto dipinto si trovino resti del nome e dei titoli del defunto[7].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 34
Gardiner e Weigall 1913, p. 34
Porter e Moss 1927, p. 305.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
Gardiner e Weigall 1913, p. 35
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5] Dato ricavato da un cono funerario intestato a Nebanensu.
Di questa mummia in straordinario stato di conservazione avevo già parlato tempo fa, ma visto che ultimamente sta riapparendo su Facebook, approfittiamone per fare chiarezza. Non si tratta di un falso, in quanto la mummia è autentica, ma sono false le notizie sulla sua identità con cui viene presentata sui social.
Qualche tempo fa era apparsa su alcune testate e blog italiani la notizia che questa mummia molto ben conservata, con capelli e barba biondi/Rossi, apparterebbe nientepopodimeno al generale Sobek Um Shaf, comandante dell’esercito di Ramses II, probabilmente uno shardana, il misterioso “popolo del mare” che potrebbe avere origine sarde.
Su Facebook, anche recentemente, questa mummia viene anche presentata come quella del Generale Ossipumphnoferu, prodigioso militare vissuto sotto il regno di Thutmose III.
Vediamo cosa dicono i fatti.
– La mummia in questione è oggi conservata al Museum of Natural Sciences di Houston, probabilmente in prestito dal Michael C Carlos Museum Emory University. In passato si trovava al Niagara Falls Museum.
– La didascalia del museo dice che si tratta di un uomo, il cosiddetto “generale Ossipumphnoferu”. Secondo il museo, si tratta di una mummia di epoca romana, databile tra il 30 a.C. e il 330 d.C.
– Con ulteriori ricerche, scopriamo che la mummia in questione proveniva dal Niagara Falls Museum, dove veniva presentata come la mummia del Generale Ossipumphnoferu, prodigioso militare vissuto sotto il regno di Thutmose III (i grandi faraoni se lo contendevano evidentemente…). La presentazione in stile molto sensazionalistico e holliwoodiano del museo, che parla de “La curiosità più meravigliosa e preziosa del mondo”, è visibile qui
“GENERALE OSSIPUMPHNOFERU: ’[…] i primi direttori del Museo delle Cascate del Niagara fabbricarono i pedigree per molte delle loro mummie egiziane. Il più fantasioso fu realizzato per questa mummia maschile barbuta del periodo romano. Notevolmente ben conservata, ha una folta chioma e barba lunga colorata con L’henné, un colorante vegetale, ed è coperta con un mantello esterno di lino impreziosito da macchie dipinte e di linee a rete ad imitazione di bendaggi elaborati. Il museo aveva creato per lui una storia intricata, etichettando la mummia come “Generale Ossipumphnoferu, il generale in capo di Tuthmose III, il più abile sovrano dell’antico Egitto. Era un uomo di grande abilità militare, anche un famoso mago. Aveva 60 anni quando morì. La cicatrice sulla fronte fu causata da un elefante infuriato mentre difendeva il re dai suoi assalitori. Fu eretto un palazzo per il generale vicino a quello del re.!” Viene anche definito come “ la mummia meglio conservata di sempre.” Per molti anni è stato esposto nel sarcofago di Lawttayesheret, una donna della XXV Dinastia. Quello che avevamo era una mummia di un romano non identificato, nella bara di una donna vissuta 700 anni prima, con la pretesa di essere un famoso generale di altri 700 anni prima.” (New Life for the Dead. By: Lacovara, Peter, D’Auria, Sue, O’Gorman, Therese, Archeology, 00038113, Sep/Oct2001, Vol. 54, Issue 5.)
CONCLUSIONI:
La mummia è di età romana
La storia del generale di Thutmose III fu costruita ad hoc dal Niagara Falls Museum
La storia del generale di Ramses II è stata inventata di sana pianta da altri presunti egittologi
Ramses II non ha alcun legame con questa mummia …e di conseguenza neanche gli Shardana vi sono collegati
Veduta laterale dei resti della prima e seconda sala ipostila, precedute da quanto resta del duplice Cortile porticato
Kom Ombo, il cui nome deriva dal copto Umbo e all’antico Egiziano Nubit, era un grande villaggio situato al margine di un’ampia striscia di ricca terra agricola, all’imboccatura della via che conduceva alle miniere d’oro del deserto e delle carovaniere dirette alle oasi occidentali e al Sudan
Nel fiume, direttamente davanti al tempio, sono visibili numerose isolette e sbarramenti di sabbia che ospitavano un gran numero di coccodrilli : la città era connessa al dio Sobek.
Bassorilievo che decora le stanze situate dietro ai sacrari, nei quali è raffigurato il re che porta offerte a varie divinità
Sorto in Età Tolemaica tra i regni di Tolomeo VI è Tolomeo XIII, e ampliato in epoca romana, il tempio presenta un’insolita pianta a simmetria bilaterale : la parte destra è dedicata a Sobek, la sinistra a Horo il Vecchio, o Haroeri.
Il re compie offerte al dio Haroeri, Horo il Vecchio
Lo spostamento verso est del letto del Nilo negli ultimi mille cinquecento anni ha distrutto parte del primo pilone e del cortile anteriore.
Attualmente si accede al monumento dall’angolo sudorientale di un cortile esterno lastricato.
Porticato della prima sala ipostil
A destra, una piccola cappella dedicata alla dea Hathor, sul lato opposto del cortile nell’angolo sudiccidentale, si sorgono le vestigia di un mammisi, dove, nella parte superiore del muro di sinistra è scolpita una scena che raffigura il re a bordo di un’imbarcazione di giunchi in atto di cacciare volatili.
La facciata della ben conservata cappella di Hathor, eretta dall’imperatore Domiziano.
Poco rimane della copertura del tempio e la vivida luce illumina le pareti: il muro di schermo di sinistra della prima sala ipostila dove è raffigurato Tolomeo XIII che riceve un segno-ankh da Iside, e la parete sinistra raffigura il re con due dee al cospetto di Haroeri.
Due vestiboli seguono le sale ipostile e conducono ai sacrari degli dei, Haroeri a sinistra e Sobek a destra.
Rilievo con Haroeri, Hathor e Sobrek
Entrambi versano in gravi condizioni di degrado, una stretta cavità nel muro che li separa, è un accesso a un passaggio sotto il pavimento, che probabilmente percorso dai sacerdoti durante le celebrazioni.
Dietro ai sacrari e una serie di piccoli vani, due corridoi circondano l’intero tempio.
Dettaglio di rilievo con un leone prostrato di fianco ai piedi del sovrano
Sulla parete di fondo del deambulatorio interno sono allineate sei camere e una camera centrale
I rilievi di questi ambienti, incompiuti, consentono di osservare le tecniche impiegate dagli artigiani che li scolpirono e dipinsero.
Nel tempio di Kom Ombo esiste un famoso rilievo in cui sono raffigurati diversi strumenti che sembrerebbero chirurgici (vedi anche: CHIRURGIA EGIZIA)
Nel deambulatorio esterno, al centro della parete di fondo, un insieme di rilievi viene spesso interpretato come una raccolta di antichi strumenti chirurgici, tuttavia è più probabile che si tratti di strumenti rituali utilizzati nei vari momenti del culto.
All’esterno, nella grande spianata a sinistra si trova il bacino nel quale i sacerdoti allevavano i coccodrilli.
Bassorilievo che raffigura una donna che partorisce (vedi anche LA NASCITA)
Fonte e fotografie
I tesori di Luxor e della Valle dei Re – Kent R. Weeks – Edizioni White Star
I grandi viaggi di Archeo: Antico Egitto – Edizioni White Star
Dario I di Persia successe a Cambise II sul trono achemenide; appartenente alla famiglia di Ciro era figlio di un dignitario persiano di nome Istaspe. Al fine di garantirsi il potere sposò Atossa, figlia del re Ciro II, sorella di Cambise, e dalla loro unione nacque Serse I, suo successore. Per avvalorare ancor più il suo diritto al trono, durante il suo regno Dario I fece incidere una gigantesca iscrizione sulle rocce di Bisotun affinché servisse da testimonianza per i posteri.
Il suo nome in persiano antico era Darayavahus che significa “Colui che possiede il bene”; oltre ad essere re di Persia fu anche sovrano d’Egitto con il nome di Stutra.
Subito furono evidenti i progetti che presero vita durante il suo regno; dapprima avviò la costruzione della sua nuova capitale Persepoli, abbandonando la vecchia capitale Pasargade, che considerava troppo legata alla memoria della dinastia di Ciro il Grande e di Cambise II sottolineando così la volontà di volersi distinguere.
Fece della sua nuova capitale una stupenda città d’arte con giardini e palazzi ed amministrata con giustizia. Persepoli vantava mura alte 20 metri e larghe 11, Anche le varie province videro un’intensa attività edilizia rivolta soprattutto alla realizzazione di strade ed altre vie di traffico. La sua magnanimità traspare anche dal fatto che nel 515 a.C. permise agli ebrei di riedificare il tempio di Salomone a Gerusalemme distrutto da Nabucodonosor nel 586 a.C..
Di grande importanza il suo interesse per l’antica civiltà egizia caduta sotto il suo dominio, troviamo il suo nome nei templi che fece costruire a Menfi ed a Edfu; permise inoltre la riapertura della “Casa della vita” a Sais.
Nel terzo anno del suo regno inviò un ordine al satrapo d’Egitto affinché radunasse gli uomini più saggi del paese, sia militari che sacerdoti che scribi affinché compilassero una raccolta di tutte le leggi egizie dagli inizi fino all’anno 44 di Amasis, compito che impegnò i responsabili per ben sedici anni. Questo episodio ci è noto solo attraverso una copia assai più tarda scritta dietro ad un papiro in demotico. Alan Gardiner non ha dubbi sull’autenticità del papiro che sarebbe confermata anche da Diodoro Siculo che nella sua opera definisce Dario I come il più grande legislatore d’Egitto.
Narra Erodoto che una delle sue opere più grandiose fu il completamento del canale fra il Nilo ed il Mar Rosso, che il faraone Necao II fece iniziare abbandonando poi il progetto. Dario non solo fece riparare la parte esistente ma lo fece completare e ci fece passare ventiquattro navi cariche di tributi dirette in Persia.
Tra le tante iscrizioni che ci parlano di questo periodo una su tutte è la più completa biografia in geroglifico scritta da un alto funzionario egiziano vissuto tra la XXVI e la XXVII dinastia Wedjahorresnet, noto per aver cercato di promuovere le usanze egiziane ai primi invasori persiani. Scrisse la sua autobiografia su di una statua che lo ritrae conosciuta come il “Naoforo Vaticano”, in origine si trovava nel tempio di Neith a Sais, oggi è esposta nel Museo Gregoriano Egizio di Roma.
Wedjahorresnet racconta che fu lui a comporre il nome egizio di Cambise:
<<……..e io composi la serie dei suoi titoli nel nome di Mesutira, re dell’Alto e Basso Egitto……..>>.
Racconta inoltre, con enfasi, come gli presentò l’Egitto:
<<……..e gli feci conoscere la grandezza di Sais, sede di Neith la grande, la madre che diede la vita a Ra e che fu l’iniziatrice di nascite, quando niente era ancora nato…….>>.
Dario viene considerato come un sovrano illuminato, non un despota avido di potere, si interessava personalmente delle sorti del regno e non si limitava a lasciare che fossero solo i suoi satrapi a curare il benessere dei suoi domini. Le innovazioni portate da Dario I nella gestione del potere centrale portarono però i governanti delle province più esterne dell’impero a credere in una certa debolezza da parte del re, cosa che pensarono potesse agevolarli nel tentativo di riottenere la propria indipendenza.
Ci furono ribellioni in Babilonia, a Susa, Media e Margiana dove sorsero piccoli regni locali che si dotarono di grandi eserciti. Nonostante il suo modesto esercito composto da Persiani e Medi, ma guidati da esperti e fedeli generali, Dario I, nel giro di un anno, riuscì a sedare tutte le ribellioni e ristabilire la sua autorità su tutto l’impero.
Durante tutto il suo regno, Dario I visitò l’Egitto una sola volta, nel 517 a.C. pur senza disinteressarsene, come abbiamo detto sopra. Ora noi non seguiremo le sue ulteriori imprese in quanto esulano dalla storia dell’Egitto ma ci trasportiamo all’indomani della sconfitta persiana a Maratona, nel 490 a.C., ad opera degli ateniesi. Dario I riuscì a mantenere il suo impero ancora per poco: nel 486 a.C., venne distolto dalla preparazione della terza spedizione contro la Grecia da una ribellione in Egitto ma poco dopo Dario morì dopo trentasei anni di regno.
Venne sepolto nel sito di Naqsh-e Rustam, dodici chilometri a nord-ovest di Persepoli, in una delle quattro tombe rupestri dei re achemenidi scavate nella roccia ad una notevole altezza dal suolo. La sua tomba è distinguibile dalle altre in quanto contiene un’iscrizione che la identifica come tale.
Le altre tre, senza iscrizioni, potrebbero appartenere a Serse I, Artaserse I e Dario II; ne esiste una quinta, mai terminata, che potrebbe essere di Artaserse III o di Dario III. Le tombe vennero tutte saccheggiate durante la conquista della Persia ad opera di Alessandro Magno.
Fonti e bibliografia:
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara 2000
Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Einaudi, Torino, 2012
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Pierre Briant, “Storia dell’impero Persiano da Ciro ad Alessandro”, Fayard, Parigi, 1996
Franco Mazzini, “I mattoni e le pietre”, Urbino, Argalia, 2000
Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996)