Provenienza sconosciuta Faience Altezza 24 cm Museo Egizio di Torino
La produzione di massa di opere d’arte si diffuse durante il primo millennio a. C.
In questo caso si tratta di piccole figure, destinate a fare le veci del defunto se questi fosse stato chiamato a svolgere qualche mansione nel regno dei morti.
Queste statuine vengono chiamate ushabty che significa ” Colui che risponde”.
Il defunto poteva avere uno o centinaia di ushabty, la varietà di forme, materiale e colore era molto ampia, ma mancava qualunque tentativo di rendere l’aspetto l’aspetto degli ushabty individuale.
Molti esemplari dell’ Epoca Tarda erano in faience realizzati a stampo e incisi a mano prima della cottura.
Il rifiuto egizio della ripetitività totale è evidente nelle variazioni, anche piccole, della scelta e disposizione dei geroglifici.
Questo ushabty ricorda una mummia e stringe tra le mani attrezzi agricoli.
Fonte: Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon
Saqqara, Serapeo Bronzo, Altezza cm 27,2 Museo Egizio del Cairo – CG 39134
La statua riproduce Hathor nelle sembianze di dea vaccina.
Secondo la maniera egiziana di rappresentare la divinità, metà umana e metà ferina, Hathor si mostra in tutto il suo mistero di animale celeste, dea madre del cielo che nutre e allatta i suoi figli.
Il nome Hathor, che significa ” Casa di Horo”, sottolinea l’aspetto celeste della dea che, in quanto madre divina, si trova assimilato alla dea Iside, anch’essa rappresentata come vacca.
Hathor si rivela inoltre titolare dell’amore e di conseguenza del canto della danza, dell’ebrezza.
L’aspetto benevolente di Hathor nei confronti degli uomini e trasposto anche nella sfera funeraria, in cui è descritta come benigna per i defunti; il suo nome si ritrova infatti legato al monte tebano, la necropoli, e all’area di Deir El-Bahari,, dove sorgeva un suo santuario prima ancora che la regina Hatshepsut vi costruisse il suo tempio funerario.
Molti sono i luoghi di culto hathorici, anche in terre lontane quali il Sinai e la Nubia.
Questa statua propone e la dea in posizione incedente con la gamba sinistra avanzata, secondo. I canoni egizi.
Il braccio sinistro è proteso e il destro è disteso lungo il fianco, mancano lo scettro – was e il simbolo ankh, che la dea stringeva nelle mani sinistra e destra rispettivamente.
Il capo vaccino è incorniciato da una parrucca ripartita strinata e dalla barba posticcia, tipico attributo divino dal quale procede la “collana larga” che orna la veste.
Tra le corna, due piume di struzzo e il disco solare con ureo, elementi costitutivi del “copricapo hathorico”, associato ad altre divinità femminili assimilate ad Hathor.
Fonte e fotografie
I Tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo del Cairo – Alessia Amenda – Fotografie Araldo De Luca – National Geographic – Edizioni White Star.
Il Faraone accoglie i visitatori nella sezione del British Museum dedicata all’Antico Egitto. Con la giusta illuminazione si distinguono nettamente i due colori del granito in cui è scolpita la statua.
Si tratta della parte superiore di una statua colossale di Ramses II inizialmente posta, insieme alla sua gemella, davanti al Ramesseum. La parte inferiore della statua è rimasta in Egitto.
La base del “Giovane Memnone” ancora davanti al Ramesseum e una ricostruzione digitale della statua originale
Fu chiamato “il giovane Memnone” in onore del mitico re di persia e dell’Etiopia, figlio di Titone e di Eos, ucciso da Achille durante la guerra di Troia e che secondo Omero nell’Odissea fu “il più bello tra tutti i guerrieri che presero parte alla guerra di Troia”.
Fu quindi, in pratica, la prima opera egizia considerata “artistica” dagli inglesi, tanto da accostarla all’arte greca.
I visitatori del British Museum al cospetto di sua maestà
Ha la caratteristica di essere in granito di due tonalità (grigio e rosa); lo scultore ha sfruttato questa peculiarità scolpendo il viso nella parte più rosata per esaltarlo maggiormente.
Il sovrano indossa il classico nemes; l’ureo che adornava la fronte è andato perduto quasi del tutto. Da notare che gli ampi occhi a mandorla, in contrasto con l’iconografia classica egizia, sono leggermente inclinati verso il basso, come il Faraone divinizzato guardasse dall’alto i semplici mortali.
Lo sguardo benevolo del Faraone si posa sui suoi sudditi. Secondo Belzoni, quando vide il busto per la prima volta “aveva il viso rivolto verso il cielo, e s’avrebbe detto che egli mi sorrideva all’idea di essere trasportato in Inghilterra”
Il sorriso di Ramses finemente intagliato nel granito
L’iscrizione verticale sul retro del busto riporta i nomi ed i titoli del Faraone ed una parte della dedica ad Amon-Ra.
Anche la visione dal retro con l’iscrizione di dedica ad Amon Ra evidenzia la doppia colorazione della statua
Le dimensioni sono impressionanti: è alto 2,66 metri e supera di poco i due metri in larghezza all’altezza delle spalle. Il suo peso supera le sette tonnellate e, come abbiamo visto, la sua difficoltà di trasporto si trasformò per Belzoni nell’opportunità della sua vita. Il foro nella spalla destra della statua, infatti, sarebbe frutto del tentativo fallito da parte dei francesi di rimuovere la statua prima di Belzoni.
La testa della statua gemella ancora al Ramesseum
Tra le leggende metropolitane che accompagnano questa statua, sarebbe stata la fonte di ispirazione del poeta inglese Shelley per scrivere il sonetto “Ozymandias”:
«Incontrai un viandante di una terra dell’antichità, Che diceva: “Due enormi gambe di pietra stroncate Stanno imponenti nel deserto… Nella sabbia, non lungi di là, Mezzo viso sprofondato e sfranto, e la sua fronte, E le rugose labbra, e il sogghigno di fredda autorità, Tramandano che lo scultore di ben conoscere quelle passioni rivelava, Che ancor sopravvivono, stampate senza vita su queste pietre, Alla mano che le plasmava, e al sentimento che le alimentava: E sul piedistallo, queste parole cesellate: «Il mio nome è Ozymandias, re di tutti i re. Ammirate, Voi Potenti, la mia opera e disperate!» Null’altro rimane. Intorno alle rovine Di quel rudere colossale, spoglie e sterminate, Le piatte sabbie solitarie si estendono oltre confine»
Percy Bysshe Shelley (1792-1822). Fu anche il marito di Mary Shelley, quella di Frankenstein per intenderci
Riferimenti
Webster D, Giovanni Belzoni: Strongman Archaeologist, 1990
Belzoni GB, Narrative of the recent discoveries in Egypt and Nubia, 1835
De Andrade-Eggers, Discovering Ancient Egypt In Modernity: The Contribution Of An Antiquarian, Giovanni Belzoni. Herodoto, 2016
Zatterin M. Il gigante del Nilo, 2002
Sevadio G, L’italiano più famoso del mondo, Bompiani 2018
TT198 presenta una semplice planimetria a “T” capovolta, tipica del periodo, con un ingresso, una sala trasversale e una sala perpendicolare alla precedente. Nella sala trasversale, scene dello sciacallo Anubi, nella perpendicolare solo alcune giare superstiti da scene distrutte[6].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 34
Porter e Moss 1927, p. 303.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
Gardiner e Weigall 1913, p. 35
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5] Porter e Moss 1927, p. 303, confermata in edizione del 1970.
La XXVI dinastia egizia finisce così, miseramente con Psammetico III, con lui se ne vanno per sempre i faraoni egizi. Manetone prosegue chiamandole “dinastie” anche se a tutti gli effetti nulla hanno a che vedere con le vere dinastie egizie.
Ad inaugurare la XXVII dinastia fu Cambise II, che successe al padre Ciro il grande nel 529 a.C.. Fu re di Persia, della dinastia Achemenide, e fin da subito continuò l’opera del padre di consolidare l’impero conquistando l’Egitto.
Narra una leggenda che Cambise venne a sapere dai suoi oracoli che gli egiziani adoravano i gatti al punto da divinizzarli. Il re persiano ordinò quindi a seicento dei suoi guerrieri di legare gatti vivi ai loro scudi e li mandò davanti agli altri guerrieri. A questo punto gli egiziani smisero di attaccare i soldati per paura di uccidere i loro animali di culto venendo così travolti. Quando decise di scendere in Egitto per conquistarlo, nel timore di essere defraudato del regno durante la sua assenza, fece uccidere di nascosto il fratello Bardija (in greco Smerdi).
Con la XXVII dinastia l’Egitto diventa in realtà una satrapia dell’impero Achmenide dove Cambise II, re di Persia, dopo aver sconfitto e conquistato l’Egitto si fece incoronare faraone assumendo il nome egizio di Mesutira Kamebet e adottando la completa titolatura reale.
In realtà Cambise II non esercitò mai il potere di faraone in quanto egli considerava l’Egitto una satrapia persiana, infatti affidò il governo al satrapo Aryandes. Le mire di Cambise erano ben altre che limitarsi a governare l’Egitto, egli mirava alla conquista della Nubia, occupare le oasi occidentali fino a Siwa e conquistare Cartagine.
La spedizione in Nubia fallì a causa della malaria e della dissenteria che l’esercito contrasse tra Napata e Meroe e che decimò quasi completamente la sua armata mentre quella verso Siwa si risolse nella disastrosa scomparsa dell’armata (che descriveremo in seguito). La conquista di Cartagine invece non ebbe mai inizio poiché la flotta persiana, composta in massima parte da marinai fenici, si rifiutò di attaccare una città di origine fenicia.
Nonostante avesse fatto uccidere suo fratello Bardija, durante la sua assenza, in patria un sacerdote di nome Gaumata, grazie a una certa somiglianza con il fratello del re, favorito dall’impopolarità del dispotico Cambise, oltre alla sua lunga assenza de re dalla Persia, dovuta alla campagna di conquista dell’Egitto, ebbe relativa facilità ad assumere il potere. Non ebbe però modo di governare più di sette mesi quando, Dario, succeduto a Cambise lo mise a morte. Racconta Erodoto che, non essendo riuscito a raggiungere gli obiettivi che si era prefissato, a fronte di tutte queste sciagure Cambise II impazzì, commettendo atti disdicevoli e feroci, distrusse dei templi egizi, arrivando, in un momento di pazzia a commettere la sacrilega uccisione del toro sacro Api, per gli egizi l’incarnazione del dio Ptah.
Su di un testo ebraico, risalente al 407 a.C., è riportato che Cambise avrebbe ordinato “la distruzione di tutti i templi degli Egizi”. Gli studiosi sono scettici circa la veridicità del racconto che probabilmente risente dell’avversione dello storico greco nei confronti dei persiani come d’altra parte lo sarà sicuramente la fonte ebraica. Una smentita potrebbe derivare dal fatto che nel Serapeo di Saqqara si trova uno splendido sarcofago fatto costruire da Cambise per un toro Api morto durante il suo regno.
Nel 552 a.C. Cambise lasciò l’Egitto per correre a Susa dove il sacerdote Gaumata gli aveva usurpato il trono. Durante il viaggio però morì in circostanze misteriose.
Con la precedente XXVI dinastia l’Egitto era tornato un paese prospero al punto che, dopo la conquista persiana, sarebbe potuta diventare una “perla dell’Impero”, ma tra gli egizi autoctoni e gli occupanti persiani non corse mai buon sangue nonostante da parte persiana si cercò di stabilire una collaborazione pacifica che trovò però uno scarso entusiasmo da parte egizia.
Nonostante tutto vigeva una politica di distensione che si protrasse fino alla fine del regno di Dario I, ma si deteriorò in modo molto sentito quando i loro successori ed i satrapi iniziarono ad adottare misure odiose per gli egiziani. Tra le peggiori che vennero prese ci fu l’abolizione dello status regale per le “Divine Spose di Amon” e l’imposizione di tasse assai pesanti sulle rendite dei templi allo scopo di finanziare le guerre persiane. Iniziò quindi, fomentato dai collegi sacerdotali, un “nazionalismo egiziano esasperato e insofferente” che culminerà poi nel 404 a.C. con la cacciata dall’Egitto degli Achemenidi.
Fonti e bibliografia:
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara 2000
Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Einaudi, Torino, 2012
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Giuseppe Zaccarino, “Le lacrime del faraone”, rebstein.wordpress.com, 2021
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Pierre Briant, “Storia dell’impero Persiano da Ciro ad Alessandro”, Fayard, Parigi, 1996
Franco Mazzini, “I mattoni e le pietre”, Urbino, Argalia, 2000
Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997 Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
Nel corso della nostra rubrica, abbiamo visto che alle volte i falsari si fanno prendere la mano, come nel caso di Shaun Greenhalgh della Principessa di Bolton (uscita No. 2).
Oggi vi parlerò di una truffa pensata veramente in grande, tanto da essere esilarante.
Statue false? Rilievi ricreati ad hoc? Sarcofagi fasulli? Bazzecole!
A febbraio 2023, a Beni Suef in Egitto, si è scoperta infatti un’intera tomba sotterranea totalmente contraffatta, piena di reperti in gesso. La tomba sarebbe stata costruita per truffare i turisti che avrebbero pagato un biglietto d’accesso. Gli oggetti sarebbero stati venduti a degli antiquari compiacenti per truffare degli incauti acquirenti.
Le foto mostrano un’intera tomba con pareti dipinte, statuine e sarcofagi. C’erano addirittura dei lingotti in gesso placcati oro, ma la cosa più esilarante è che molti reperti erano stati acquistati a Khan al-Khalili, noto mercato per turisti del Cairo.
Il ministero delle Antichità ha rilasciato una dichiarazione confermando l’origine moderna della tomba (costruita probabilmente l’anno precedente) e dei manufatti trovati, anche se le foto mostrano oggetti così grossolani che potrebbero ingannare solo dei clienti piuttosto sprovveduti.
Capo degli amministratori della Divina Adoratrice di Amon Ankhnesneferibra
El-Assasif
Periodo Tardo (Psammetico II)
all’interno dei grandi piloni in muratura, nei pressi di Deir el-Bahari
Biografia
Genitori di Padineith furono Psammethek e Tadedubaste[5].
La tomba
TT197 presenta una planimetria complessa: da un cortile si accede, per il tramite di un breve corridoio (1 in planimetria[6]) sulle cui pareti sono riportati i titoli del defunto e inni agli dei, ad una area ovest con un’anticamera con soffitto sorretto da pilastri (I) su cui sono rilevabili resti di testo così come nell’adiacente camera (II) in cui (2) esiste una rappresentazione dell’uccello Benu e della barca di Ra-Horakhti.
Dal cortile, un secondo corridoio, sulle cui pareti (3) il defunto è dinanzi a Osiride e recita un inno a Ra-Horakhti, immette nell’area nord che si apre con una sala con otto pilastri.
Sulle pareti: il defunto e portatori di offerte (4) dinanzi ad Anubi e Hathor; poco oltre (5-6) scene mitologiche e portatori di offerte dinanzi al defunto e (7) il defunto, e altre figure non identificabili, dinanzi a Osiride e Iside assisi. Sulla parete opposta (8-9), in cinque scene, il defunto dinanzi a divinità sedute con Harsiesi dinanzi a Osiride e Iside, e il defunto che adora Osiride. Sulla parete di fondo della sala (10) un uomo adora Osiride e la Dea dell’Occidente (Mertseger) e (11) raffigurazione di Osiride e Iside.
Un breve corridoio (13), sulle cui pareti sono riportati testi, dà accesso a una cappella laterale con (14-15) brani del Libro di Aker, scene mitologiche (16) con Osiride inginocchiato sulla prua di una barca divina mentre (17) il defunto lo adora. Al centro della parete di fondo (12) un corridoio immette nella camera sepolcrale[7].
Uno dei coni funerari di Padineith, ora al Met Museum di New York (acc. number 97.4.4)
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 34
Porter e Moss 1927, p. 302.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
Gardiner e Weigall 1913, p. 35
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5] Porter e Moss 1927, p. 302, confermata in edizione del 1970.
[6] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 296.
Planimetria dell’area in cui insistono le tombe TT189, TT190, TT191, TT192, TT193, TT194-TT195-TT196-TT364-TT406
Biografia
Ibi, Primo amministratore dei possedimenti della Divina Adoratrice del Dio e titolare della TT36 fu suo padre; Shepenernute fu sua madre. Pedepeneferenirtef è il nome di un fratello, ricavabile dalla tomba paterna, così come un altro fratello di cui resta solo il teoforo […]monthu[5].
La tomba
L’ingresso a TT196 si apre nell’angolo sud-est del vasto cortile su cui insistono altre tombe (vedi planimetria d’insieme[6]) e, più esattamente, a sud del lungo corridoio su cui pure si aprono gli accessi alle tombe TT194 e TT189[7]
Alla sepoltura si accedeva dalla TT189; planimetricamente, si presenta alquanto articolata con l’ingresso originale che si apriva nel lato est e che immetteva in una sala oblunga con quattro camere laterali in due delle quali si aprono pozzi per accedere alle camere sepolcrali sottostanti riservate al titolare e ai familiari; da questa un secondo corridoio dà accesso a un’altra camera rettangolare con camera laterale, a sud.
Un corridoio ad angolo retto, sulla parete nord, adduce ad una terza camera funeraria in cui si apre un passaggio che mette in comunicazione TT196 con la TT195[8]. A partire dal 1999 la TT196 è stata oggetto di campagne di scavo a cura del Comité des Fouilles Belges en Egypte (PCFB)[9] che hanno portato allo scavo completo, al consolidamento e parziale restauro degli interni e della sovrastruttura. Sono stati repertati oltre 500 oggetti, tra cui oltre 180 vasi, ushabti, vasi canopi e i resti di un sarcofago in legno, relativi a più periodi storici sino all’epoca romana. Al di sotto di una rampa di scale è stata inoltre scoperta una sepoltura più antica contenente un sarcofago in legno dorato e un modello di barca. All’interno dei locali completamente scavati, sono stati rinvenuti dipinti e rilievi parietali ben conservati tra cui l’edizione completa del Libro dei Morti e brani dei Testi delle Piramidi; i soffitti sono, in parte, decorati con motivi geometrici. Oltre una mummia femminile, risalente alla XXII dinastia, sottoposta a Tomografia Assiale Computerizzata (TAC) nel 2000, sono stati rinvenuti gli ingressi di due tombe risalenti al Medio Regno[10].
Fonti
Porter e Moss 1927, p. 302.
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 34
Porter e Moss 1927, p. 301.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
Gardiner e Weigall 1913, p. 35
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5] Porter e Moss 1927, p. 301, confermata in edizione del 1970.
[6] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 296.
[7] Poiché sull’area insistono tre differenti tombe (TT195 e TT407), i riferimenti sono stati riportati in differente colore. Per la TT196 seguire la numerazione rossa.
[8] Porter e Moss 1927, confermata nell’edizione del 1970, p. 302.
[9] Comitato degli scavi belgi in Egitto, che fa parte della Fondation égyptologique Reine Elisabeth, con sede a Bruxelles.
Come abbiamo detto in precedenza, il re persiano Cambise II, dopo aver conquistato le città costiere fenice per utilizzarle come basi navali scagliò l’attacco finale contro l’Egitto. Il faraone Amasis era morto da poco, al trono gli successe Psammetico III, figlio del faraone e di una delle sue mogli, la regina Takheta. Lo aspettava un trono ormai traballante le cui sorti erano già segnate.
Il suo regno durò meno di un anno, Sesto Africano, che lo chiama Psammecherites, parla di sei mesi mentre Eusebio di Cesarea non ne parla neppure. Su di una stele nel Serapeo di Saqqara è citato il primo anno di regno.
Cambise stava già per raggiungere il paese senza incontrare una grande resistenza, le uniche truppe di cui disponeva il faraone consistevano in un manipolo di mercenari greci ed alcune truppe locali. Cambise sbaragliò l’esercito egizio nella battaglia di Pelusio quindi pose l’assedio alle principali città che caddero una dopo l’altra; un po’ più a lungo resistette Menfi, dove si era rifugiato Psammetico III e che era difesa da mercenari greci, ma alla fine cadde anch’essa.
Non si sa che fine fece Psammetico III, secondo alcuni fu messo subito a morte, secondo altri venne catturato ma fu risparmiato e tradotto in catene a Susa. Cambise lo trattò in modo onorevole in un primo momento; a questo proposito si racconta un aneddoto su Psammetico e Cambise. Portato a Susa il sovrano della Persia lo volle umiliare con l’intento di metterlo alla prova. Lo fece condurre presso un pozzo nei sobborghi della città e sedere assieme ad altri prigionieri egiziani. Fece quindi sfilare davanti al faraone, vestite da schiave e costrette a recarsi ad attingere acqua, sua figlia e altre fanciulle di nobile famiglia. Mentre gli egiziani presenti si lamentano e piangono, Psammetico riesce a dominare il dolore, limitandosi a chinare la testa. Cambise fece allora una seconda prova, gli fece passare innanzi il figlio con altri duemila egiziani della stessa età, con una corda legata al collo e un morso in bocca. Venivano tratti a morte. Anche in questo caso, mentre gli egiziani presenti si lamentano e piangono, Psammetico rimane impassibile come aveva fatto quando passò sua figlia. Ad un tratto un uomo, piuttosto anziano, che un tempo era stato compagno di mensa del re, decaduto ora dalla fortuna e che nient’altro possedeva se non quanto possiede un mendico e chiedeva l’elemosina. Quando giunse accanto a Psammetico e lui lo vide, scoppiò in un pianto dirotto e, chiamando il vecchio compagno per nome, si batté con le mani sconsolato la testa. Cambise rimase stupito della sua condotta, per mezzo di un messo gli rivolse questa domanda: “O Psammetico, il tuo signore Cambise ti chiede perché mai al vedere la tua figliola oltraggiata e il tuo figlio che s’avviava alla morte non hai emesso né un grido né un gemito mentre hai concesso questo onore a un pezzente che con te, a quanto mi riferiscono, non ha legame alcuno”. Psammetico rispose: “O figlio di Ciro, le sventure della mia famiglia erano troppo gravi perché io le potessi compiangere; ma degna, bensì, di lacrime, era la disgrazia del mio compagno, che, caduto da una condizione di grande ricchezza, è precipitato nella miseria, ormai alle soglie della vecchiaia”. A queste parole piansero anche i persiani che assistevano e si dice che Cambise stesso fu preso da un senso di compassione. Ripeto quanto già detto a proposito di Erodoto: <<…….Presti fede ai racconti degli Egiziani chi ritiene credibili queste notizie……..>>.
4 – Rappresentazione dell’incontro tra Cambise II e Psammetico III di Adrien Guignet
In ogni caso passato un po di tempo Psammetico venne coinvolto in un tentativo di rivolta quindi venne giustiziato. Un’altra versione lo da come fuggitivo del quale si perdono le tracce. Con Psammetico III non se ne va solo l’ultimo faraone della XXVI dinastia ma se ne va l’ultimo sovrano di etnia egizia. Manetone racconta che Cambise, entrato da trionfatore in Egitto, si incoronò re e come tale lo considera il primo faraone della XXVII dinastia. L’Egitto diventa una satrapia dell’impero persiano e lo rimarrà per oltre un secolo.
Fonti e bibliografia:
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara 2000
Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Einaudi, Torino, 2012
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Giuseppe Zaccarino, “Le lacrime del faraone”, rebstein.wordpress.com, 2021
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Franco Mazzini, “I mattoni e le pietre”, Urbino, Argalia, 2000
Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
Il lato nord della piramide di Micerino, con ancora in loco i primi corsi del rivestimento in calcare bianco di Tura; sulla sinistra la scaletta che porta all’ingresso del monumento, proprio sotto la grande breccia aperta dagli ottomani.
La piramide di Micerino misura 103 m. di lato e 62 m. in altezza ed è quindi grande solo un decimo rispetto a quella di Cheope; nonostante ciò essa era un vero gioiello, in quanto fu costruita con blocchi di dimensioni maggiori ed era rivestita almeno per la parte inferiore di granito rosso di Assuan, una pietra pregiata, molto dura da lavorare e che veniva cavata a più di 850 Km dalla capitale. Oggi rimangono solo alcuni tra i corsi più bassi del rivestimento, il cui saccheggio cominciò già dal V secolo d. C. e continuò fino al XIX secolo, quando Mohammed Ali Pasha se ne servì per costruire l’arsenale di Alessandria (e dire che è considerato il padre dell’Egitto moderno!!!!).Sul lato nord i corsi rimasti sono in blocchi appena sbozzati di calcare bianco di Tura, la cui cava era molto più vicina a Giza; per questo si pensa che il sovrano sia morto prematuramente, costringendo il figlio Shepseskak, suo successore, a finire il monumento il più in fretta possibile, anche a scapito della qualità dell’opera, recuperando i materiali in una zona più comoda.
I blocchi del rivestimento rimasti non lisciati. Foto di Jon Bodsworth
Per questo, probabilmente, anche il tempio per il culto funerario del faraone defunto annesso alla piramide fu realizzato con mattoni a crudo che si deteriorarono velocemente tanto che oggi sopravvivono solo le fondamenta di pietra (per informazioni più dettagliate sulla piramide leggete l’articolo di Piero Cargnino a questo link: https://laciviltaegizia.org/2021/01/28/la-piramide-di-micerino/).
Disegno delle camere interne della piramide.
L’ingresso originario della piramide, che è quello che ancora oggi si utilizza, venne scoperto il 29 luglio 1837 dall’ufficiale britannico Richard William Howard Vyse e dallo studioso John Sea Perring. I due non erano archeologi professionisti, e non andarono troppo per il sottile: entrarono nella breccia aperta nel 1196 da Uthman Ibn Yusuf, figlio del Saladino per cercare il leggendario tesoro del faraone e poi per tentare di recuperare i grandi blocchi da riutilizzare in altri edifici e da lì, continuando a farsi strada con l’esplosivo, trovarono il corridoio e l’entrata sul lato nord dell’edificio, a circa quattro metri dal suolo (per un bellissimo resoconto di tale impresa, si veda l’articolo al seguente link: https://analog-antiquarian.net/2019/04/26/chapter-8-menkaure-and-the-colonel/).
Il corridoio discendente che si incontra appena superato l’ingresso.
Oggi una scaletta moderna permette di immettersi nel basso corridoio discendente che conduce nel cuore della piramide: esso è rivestito di granito rosa, è lungo 32 metri, ha una pendenza di 26°, che costringe a camminare piegati o, ancora meglio, a percorrerlo come se si stesse scendendo una scala a pioli. Pochissimi turisti si spingono fin qui, ed ancora meno si avventurano all’interno della piramide: noi abbiamo avuto la fortuna di essere soli lungo il tragitto fino alla camera sepolcrale (nella grande piramide – ora chiusa per lavori – e in quella di Chefren ci sono file ininterrotte di persone in entrata ed in uscita) e di apprezzare l’atmosfera solenne del luogo. I riti funebri e la deposizione della mummia del sovrano nella tomba erano, come è logico, momenti di tristezza, ma nello stesso tempo segnavano la sua glorificazione definitiva, in quanto si riuniva agli dei e veniva assunto in cielo tra le imperiture Stelle Circumpolari, dove continuava a prendersi cura del suo popolo che continuava per secoli a mantenerne vivo il culto. Il corridoio discendente arriva fino al basamento di roccia dell’altopiano nel quale è stato scavato il resto della parte ipogea della piramide e poi prosegue fino ad un piccolo locale rettangolare, in origine chiuso da uno sbarramento costituito da tre saracinesche di granito a caduta, avente il fine di precludere la strada ai profanatori. Oggi sono ancora visibili gli alloggiamenti predisposti per le spesse lastre di pietra, a suo tempo frantumate dai ladri.
La zona delle saracinesche: sulla destra si nota una delle scanalature destinate ad ospitarle. Fotografie di Jon Bodsworth
Da qui il corridoio si allarga a m. 4 x 4, continua a scendere per 13 m. e sbuca in una stanza di m. 10,48 x 3,84 x 4 e poi in un vestibolo decorato con bassorilievi a “facciata di palazzo” ed in un successivo ampio corridoio quadrato.
La sala decorata “a facciata di palazzo”. Con questo termine si indica l’elemento architettonico e figurativo che rappresentava in maniera stilizzata la facciata del palazzo reale. Esso ha avuto origine in epoca protodinastica, quando veniva inserito nel serekht dei re (l'”antenato” del cartiglio) come simbolo del suo potere ed ancora oggi, a Saqqara, sono visibili, ampiamente restaurate, le mura del complesso piramidale che richiamano monumentali facciate con rientranze, nicchie e sporgenze. Analogo motivo si ritrova anche nelle false porte di uso funerario. Durante l’Antico Regno era utilizzato per la decorazione esterna dei sarcofagi reali, considerati la dimora eterna del Faraone, che avrebbe continuato così a “vivere” nell’interno del suo palazzo.
L’ingresso del corridoio che conduce alla falsa camera sepolcrale.
Proseguendo dritti si entra in quella che sembra una camera sepolcrale (oggi definita “anticamera”), in quanto presenta al centro una fossa rettangolare atta ad accogliere il sarcofago ed in una parete si apre un corridoio cieco che sembra condurre all’esterno della piramide. Forse questa stanza venne realizzata nella speranza di ingannare eventuali predatori, i quali, ritenendo di avere raggiunto la camera sepolcrale avrebbero potuto fermarsi: addirittura ho letto (ma non erano indicate fonti) che in queste false camere sepolcrali venivano collocati un modesto corredo funerario ed il cadavere di un poveraccio qualunque per salvaguardare l’integrità della mummia reale in caso di devastazioni. Gli antichi invece continuarono a scavare e realizzarono un ulteriore corridoio in granito lungo 9 m., il cui ingresso si trova sul pavimento della stanza mascherato con lastre di pietra (oggi rimosse), che inizia in discesa, diviene poi orizzontale e sbuca nella camera funeraria, che viene così a trovarsi orientata sull’asse nord-sud.
La seconda parte del corridoio discendente
Essa ha le dimensioni di m. 6,60 x 2,60 x 3,40, è rivestita di blocchi di granito connessi con estrema precisione ed ha un soffitto a doppia pendenza, la cui parte esterna a forma di tetto a doppia falda è visibile attraverso una grata posta nell’anticamera, e la cui parte interna è stata arrotondata in modo da farla sembrare una volta a botte.
L’anticamera. Sullo sfondo la grata tramite la quale è visibile la parte superiore del tetto della camera sepolcrale. Foto di Jamie Janover
Il sarcofago di Micerino, in basalto nero pesante due tonnellate e mezza e lungo 2,5 m., era posto al centro della camera ed era decorato con motivo a facciata di palazzo; esso è purtroppo andato perduto sul fondo del Mar Mediterraneo a causa del naufragio della nave che da Alessandria lo stava trasportando a Londra.
La camera sepolcrale vera e propria.
Nell’anticamera Vyse trovò pezzi di un sarcofago di legno (oggi esposto al British Museum di Londra), contenente i resti di uno scheletro avvolto in una stoffa di bassa qualità, che riportava la scritta in geroglifici: “Il Re dell’Alto e Basso Egitto, Menkhaura, che vive eternamente, partorito da Nut, erede di Geb, suo prediletto”, che permise di attribuire la piramide a Micerino.
I resti del sarcofago ligneo recante il cartiglio di Menkaure
Oggi si ritiene che il sarcofago risalga alla XXVI dinastia (periodo saitico) e che abbia sostituito l’originale andato distrutto, mentre le analisi e le datazioni al radiocarbonio C14 collocano le ossa ai primi secoli dopo Cristo, coincidenti con il periodo copto. Sulla destra del corridoio si apre una scala discendente composta da sei gradini che conduce ad un locale di dimensioni più modeste che comprende sei nicchie dall’utilizzo incerto; alcuni ritengono che quattro di esse potessero servire per custodire i vasi canopi del Faraone defunto.
La sala laterale dotata di nicchie dall’uso incerto. Foto trovata sul web – autore sconosciuto.