Nel corso della nostra rubrica, abbiamo visto che alle volte i falsari si fanno prendere la mano, come nel caso di Shaun Greenhalgh della Principessa di Bolton (uscita No. 2).
Oggi vi parlerò di una truffa pensata veramente in grande, tanto da essere esilarante.
Statue false? Rilievi ricreati ad hoc? Sarcofagi fasulli? Bazzecole!
A febbraio 2023, a Beni Suef in Egitto, si è scoperta infatti un’intera tomba sotterranea totalmente contraffatta, piena di reperti in gesso. La tomba sarebbe stata costruita per truffare i turisti che avrebbero pagato un biglietto d’accesso. Gli oggetti sarebbero stati venduti a degli antiquari compiacenti per truffare degli incauti acquirenti.
Le foto mostrano un’intera tomba con pareti dipinte, statuine e sarcofagi. C’erano addirittura dei lingotti in gesso placcati oro, ma la cosa più esilarante è che molti reperti erano stati acquistati a Khan al-Khalili, noto mercato per turisti del Cairo.
Il ministero delle Antichità ha rilasciato una dichiarazione confermando l’origine moderna della tomba (costruita probabilmente l’anno precedente) e dei manufatti trovati, anche se le foto mostrano oggetti così grossolani che potrebbero ingannare solo dei clienti piuttosto sprovveduti.
Capo degli amministratori della Divina Adoratrice di Amon Ankhnesneferibra
El-Assasif
Periodo Tardo (Psammetico II)
all’interno dei grandi piloni in muratura, nei pressi di Deir el-Bahari
Biografia
Genitori di Padineith furono Psammethek e Tadedubaste[5].
La tomba
TT197 presenta una planimetria complessa: da un cortile si accede, per il tramite di un breve corridoio (1 in planimetria[6]) sulle cui pareti sono riportati i titoli del defunto e inni agli dei, ad una area ovest con un’anticamera con soffitto sorretto da pilastri (I) su cui sono rilevabili resti di testo così come nell’adiacente camera (II) in cui (2) esiste una rappresentazione dell’uccello Benu e della barca di Ra-Horakhti.
Dal cortile, un secondo corridoio, sulle cui pareti (3) il defunto è dinanzi a Osiride e recita un inno a Ra-Horakhti, immette nell’area nord che si apre con una sala con otto pilastri.
Sulle pareti: il defunto e portatori di offerte (4) dinanzi ad Anubi e Hathor; poco oltre (5-6) scene mitologiche e portatori di offerte dinanzi al defunto e (7) il defunto, e altre figure non identificabili, dinanzi a Osiride e Iside assisi. Sulla parete opposta (8-9), in cinque scene, il defunto dinanzi a divinità sedute con Harsiesi dinanzi a Osiride e Iside, e il defunto che adora Osiride. Sulla parete di fondo della sala (10) un uomo adora Osiride e la Dea dell’Occidente (Mertseger) e (11) raffigurazione di Osiride e Iside.
Un breve corridoio (13), sulle cui pareti sono riportati testi, dà accesso a una cappella laterale con (14-15) brani del Libro di Aker, scene mitologiche (16) con Osiride inginocchiato sulla prua di una barca divina mentre (17) il defunto lo adora. Al centro della parete di fondo (12) un corridoio immette nella camera sepolcrale[7].
Uno dei coni funerari di Padineith, ora al Met Museum di New York (acc. number 97.4.4)
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 34
Porter e Moss 1927, p. 302.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
Gardiner e Weigall 1913, p. 35
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5] Porter e Moss 1927, p. 302, confermata in edizione del 1970.
[6] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 296.
Planimetria dell’area in cui insistono le tombe TT189, TT190, TT191, TT192, TT193, TT194-TT195-TT196-TT364-TT406
Biografia
Ibi, Primo amministratore dei possedimenti della Divina Adoratrice del Dio e titolare della TT36 fu suo padre; Shepenernute fu sua madre. Pedepeneferenirtef è il nome di un fratello, ricavabile dalla tomba paterna, così come un altro fratello di cui resta solo il teoforo […]monthu[5].
La tomba
L’ingresso a TT196 si apre nell’angolo sud-est del vasto cortile su cui insistono altre tombe (vedi planimetria d’insieme[6]) e, più esattamente, a sud del lungo corridoio su cui pure si aprono gli accessi alle tombe TT194 e TT189[7]
Alla sepoltura si accedeva dalla TT189; planimetricamente, si presenta alquanto articolata con l’ingresso originale che si apriva nel lato est e che immetteva in una sala oblunga con quattro camere laterali in due delle quali si aprono pozzi per accedere alle camere sepolcrali sottostanti riservate al titolare e ai familiari; da questa un secondo corridoio dà accesso a un’altra camera rettangolare con camera laterale, a sud.
Un corridoio ad angolo retto, sulla parete nord, adduce ad una terza camera funeraria in cui si apre un passaggio che mette in comunicazione TT196 con la TT195[8]. A partire dal 1999 la TT196 è stata oggetto di campagne di scavo a cura del Comité des Fouilles Belges en Egypte (PCFB)[9] che hanno portato allo scavo completo, al consolidamento e parziale restauro degli interni e della sovrastruttura. Sono stati repertati oltre 500 oggetti, tra cui oltre 180 vasi, ushabti, vasi canopi e i resti di un sarcofago in legno, relativi a più periodi storici sino all’epoca romana. Al di sotto di una rampa di scale è stata inoltre scoperta una sepoltura più antica contenente un sarcofago in legno dorato e un modello di barca. All’interno dei locali completamente scavati, sono stati rinvenuti dipinti e rilievi parietali ben conservati tra cui l’edizione completa del Libro dei Morti e brani dei Testi delle Piramidi; i soffitti sono, in parte, decorati con motivi geometrici. Oltre una mummia femminile, risalente alla XXII dinastia, sottoposta a Tomografia Assiale Computerizzata (TAC) nel 2000, sono stati rinvenuti gli ingressi di due tombe risalenti al Medio Regno[10].
Fonti
Porter e Moss 1927, p. 302.
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 34
Porter e Moss 1927, p. 301.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
Gardiner e Weigall 1913, p. 35
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5] Porter e Moss 1927, p. 301, confermata in edizione del 1970.
[6] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 296.
[7] Poiché sull’area insistono tre differenti tombe (TT195 e TT407), i riferimenti sono stati riportati in differente colore. Per la TT196 seguire la numerazione rossa.
[8] Porter e Moss 1927, confermata nell’edizione del 1970, p. 302.
[9] Comitato degli scavi belgi in Egitto, che fa parte della Fondation égyptologique Reine Elisabeth, con sede a Bruxelles.
Come abbiamo detto in precedenza, il re persiano Cambise II, dopo aver conquistato le città costiere fenice per utilizzarle come basi navali scagliò l’attacco finale contro l’Egitto. Il faraone Amasis era morto da poco, al trono gli successe Psammetico III, figlio del faraone e di una delle sue mogli, la regina Takheta. Lo aspettava un trono ormai traballante le cui sorti erano già segnate.
Il suo regno durò meno di un anno, Sesto Africano, che lo chiama Psammecherites, parla di sei mesi mentre Eusebio di Cesarea non ne parla neppure. Su di una stele nel Serapeo di Saqqara è citato il primo anno di regno.
Cambise stava già per raggiungere il paese senza incontrare una grande resistenza, le uniche truppe di cui disponeva il faraone consistevano in un manipolo di mercenari greci ed alcune truppe locali. Cambise sbaragliò l’esercito egizio nella battaglia di Pelusio quindi pose l’assedio alle principali città che caddero una dopo l’altra; un po’ più a lungo resistette Menfi, dove si era rifugiato Psammetico III e che era difesa da mercenari greci, ma alla fine cadde anch’essa.
Non si sa che fine fece Psammetico III, secondo alcuni fu messo subito a morte, secondo altri venne catturato ma fu risparmiato e tradotto in catene a Susa. Cambise lo trattò in modo onorevole in un primo momento; a questo proposito si racconta un aneddoto su Psammetico e Cambise. Portato a Susa il sovrano della Persia lo volle umiliare con l’intento di metterlo alla prova. Lo fece condurre presso un pozzo nei sobborghi della città e sedere assieme ad altri prigionieri egiziani. Fece quindi sfilare davanti al faraone, vestite da schiave e costrette a recarsi ad attingere acqua, sua figlia e altre fanciulle di nobile famiglia. Mentre gli egiziani presenti si lamentano e piangono, Psammetico riesce a dominare il dolore, limitandosi a chinare la testa. Cambise fece allora una seconda prova, gli fece passare innanzi il figlio con altri duemila egiziani della stessa età, con una corda legata al collo e un morso in bocca. Venivano tratti a morte. Anche in questo caso, mentre gli egiziani presenti si lamentano e piangono, Psammetico rimane impassibile come aveva fatto quando passò sua figlia. Ad un tratto un uomo, piuttosto anziano, che un tempo era stato compagno di mensa del re, decaduto ora dalla fortuna e che nient’altro possedeva se non quanto possiede un mendico e chiedeva l’elemosina. Quando giunse accanto a Psammetico e lui lo vide, scoppiò in un pianto dirotto e, chiamando il vecchio compagno per nome, si batté con le mani sconsolato la testa. Cambise rimase stupito della sua condotta, per mezzo di un messo gli rivolse questa domanda: “O Psammetico, il tuo signore Cambise ti chiede perché mai al vedere la tua figliola oltraggiata e il tuo figlio che s’avviava alla morte non hai emesso né un grido né un gemito mentre hai concesso questo onore a un pezzente che con te, a quanto mi riferiscono, non ha legame alcuno”. Psammetico rispose: “O figlio di Ciro, le sventure della mia famiglia erano troppo gravi perché io le potessi compiangere; ma degna, bensì, di lacrime, era la disgrazia del mio compagno, che, caduto da una condizione di grande ricchezza, è precipitato nella miseria, ormai alle soglie della vecchiaia”. A queste parole piansero anche i persiani che assistevano e si dice che Cambise stesso fu preso da un senso di compassione. Ripeto quanto già detto a proposito di Erodoto: <<…….Presti fede ai racconti degli Egiziani chi ritiene credibili queste notizie……..>>.
4 – Rappresentazione dell’incontro tra Cambise II e Psammetico III di Adrien Guignet
In ogni caso passato un po di tempo Psammetico venne coinvolto in un tentativo di rivolta quindi venne giustiziato. Un’altra versione lo da come fuggitivo del quale si perdono le tracce. Con Psammetico III non se ne va solo l’ultimo faraone della XXVI dinastia ma se ne va l’ultimo sovrano di etnia egizia. Manetone racconta che Cambise, entrato da trionfatore in Egitto, si incoronò re e come tale lo considera il primo faraone della XXVII dinastia. L’Egitto diventa una satrapia dell’impero persiano e lo rimarrà per oltre un secolo.
Fonti e bibliografia:
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara 2000
Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Einaudi, Torino, 2012
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Giuseppe Zaccarino, “Le lacrime del faraone”, rebstein.wordpress.com, 2021
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Franco Mazzini, “I mattoni e le pietre”, Urbino, Argalia, 2000
Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
Il lato nord della piramide di Micerino, con ancora in loco i primi corsi del rivestimento in calcare bianco di Tura; sulla sinistra la scaletta che porta all’ingresso del monumento, proprio sotto la grande breccia aperta dagli ottomani.
La piramide di Micerino misura 103 m. di lato e 62 m. in altezza ed è quindi grande solo un decimo rispetto a quella di Cheope; nonostante ciò essa era un vero gioiello, in quanto fu costruita con blocchi di dimensioni maggiori ed era rivestita almeno per la parte inferiore di granito rosso di Assuan, una pietra pregiata, molto dura da lavorare e che veniva cavata a più di 850 Km dalla capitale. Oggi rimangono solo alcuni tra i corsi più bassi del rivestimento, il cui saccheggio cominciò già dal V secolo d. C. e continuò fino al XIX secolo, quando Mohammed Ali Pasha se ne servì per costruire l’arsenale di Alessandria (e dire che è considerato il padre dell’Egitto moderno!!!!).Sul lato nord i corsi rimasti sono in blocchi appena sbozzati di calcare bianco di Tura, la cui cava era molto più vicina a Giza; per questo si pensa che il sovrano sia morto prematuramente, costringendo il figlio Shepseskak, suo successore, a finire il monumento il più in fretta possibile, anche a scapito della qualità dell’opera, recuperando i materiali in una zona più comoda.
I blocchi del rivestimento rimasti non lisciati. Foto di Jon Bodsworth
Per questo, probabilmente, anche il tempio per il culto funerario del faraone defunto annesso alla piramide fu realizzato con mattoni a crudo che si deteriorarono velocemente tanto che oggi sopravvivono solo le fondamenta di pietra (per informazioni più dettagliate sulla piramide leggete l’articolo di Piero Cargnino a questo link: https://laciviltaegizia.org/2021/01/28/la-piramide-di-micerino/).
Disegno delle camere interne della piramide.
L’ingresso originario della piramide, che è quello che ancora oggi si utilizza, venne scoperto il 29 luglio 1837 dall’ufficiale britannico Richard William Howard Vyse e dallo studioso John Sea Perring. I due non erano archeologi professionisti, e non andarono troppo per il sottile: entrarono nella breccia aperta nel 1196 da Uthman Ibn Yusuf, figlio del Saladino per cercare il leggendario tesoro del faraone e poi per tentare di recuperare i grandi blocchi da riutilizzare in altri edifici e da lì, continuando a farsi strada con l’esplosivo, trovarono il corridoio e l’entrata sul lato nord dell’edificio, a circa quattro metri dal suolo (per un bellissimo resoconto di tale impresa, si veda l’articolo al seguente link: https://analog-antiquarian.net/2019/04/26/chapter-8-menkaure-and-the-colonel/).
Il corridoio discendente che si incontra appena superato l’ingresso.
Oggi una scaletta moderna permette di immettersi nel basso corridoio discendente che conduce nel cuore della piramide: esso è rivestito di granito rosa, è lungo 32 metri, ha una pendenza di 26°, che costringe a camminare piegati o, ancora meglio, a percorrerlo come se si stesse scendendo una scala a pioli. Pochissimi turisti si spingono fin qui, ed ancora meno si avventurano all’interno della piramide: noi abbiamo avuto la fortuna di essere soli lungo il tragitto fino alla camera sepolcrale (nella grande piramide – ora chiusa per lavori – e in quella di Chefren ci sono file ininterrotte di persone in entrata ed in uscita) e di apprezzare l’atmosfera solenne del luogo. I riti funebri e la deposizione della mummia del sovrano nella tomba erano, come è logico, momenti di tristezza, ma nello stesso tempo segnavano la sua glorificazione definitiva, in quanto si riuniva agli dei e veniva assunto in cielo tra le imperiture Stelle Circumpolari, dove continuava a prendersi cura del suo popolo che continuava per secoli a mantenerne vivo il culto. Il corridoio discendente arriva fino al basamento di roccia dell’altopiano nel quale è stato scavato il resto della parte ipogea della piramide e poi prosegue fino ad un piccolo locale rettangolare, in origine chiuso da uno sbarramento costituito da tre saracinesche di granito a caduta, avente il fine di precludere la strada ai profanatori. Oggi sono ancora visibili gli alloggiamenti predisposti per le spesse lastre di pietra, a suo tempo frantumate dai ladri.
La zona delle saracinesche: sulla destra si nota una delle scanalature destinate ad ospitarle. Fotografie di Jon Bodsworth
Da qui il corridoio si allarga a m. 4 x 4, continua a scendere per 13 m. e sbuca in una stanza di m. 10,48 x 3,84 x 4 e poi in un vestibolo decorato con bassorilievi a “facciata di palazzo” ed in un successivo ampio corridoio quadrato.
La sala decorata “a facciata di palazzo”. Con questo termine si indica l’elemento architettonico e figurativo che rappresentava in maniera stilizzata la facciata del palazzo reale. Esso ha avuto origine in epoca protodinastica, quando veniva inserito nel serekht dei re (l'”antenato” del cartiglio) come simbolo del suo potere ed ancora oggi, a Saqqara, sono visibili, ampiamente restaurate, le mura del complesso piramidale che richiamano monumentali facciate con rientranze, nicchie e sporgenze. Analogo motivo si ritrova anche nelle false porte di uso funerario. Durante l’Antico Regno era utilizzato per la decorazione esterna dei sarcofagi reali, considerati la dimora eterna del Faraone, che avrebbe continuato così a “vivere” nell’interno del suo palazzo.
L’ingresso del corridoio che conduce alla falsa camera sepolcrale.
Proseguendo dritti si entra in quella che sembra una camera sepolcrale (oggi definita “anticamera”), in quanto presenta al centro una fossa rettangolare atta ad accogliere il sarcofago ed in una parete si apre un corridoio cieco che sembra condurre all’esterno della piramide. Forse questa stanza venne realizzata nella speranza di ingannare eventuali predatori, i quali, ritenendo di avere raggiunto la camera sepolcrale avrebbero potuto fermarsi: addirittura ho letto (ma non erano indicate fonti) che in queste false camere sepolcrali venivano collocati un modesto corredo funerario ed il cadavere di un poveraccio qualunque per salvaguardare l’integrità della mummia reale in caso di devastazioni. Gli antichi invece continuarono a scavare e realizzarono un ulteriore corridoio in granito lungo 9 m., il cui ingresso si trova sul pavimento della stanza mascherato con lastre di pietra (oggi rimosse), che inizia in discesa, diviene poi orizzontale e sbuca nella camera funeraria, che viene così a trovarsi orientata sull’asse nord-sud.
La seconda parte del corridoio discendente
Essa ha le dimensioni di m. 6,60 x 2,60 x 3,40, è rivestita di blocchi di granito connessi con estrema precisione ed ha un soffitto a doppia pendenza, la cui parte esterna a forma di tetto a doppia falda è visibile attraverso una grata posta nell’anticamera, e la cui parte interna è stata arrotondata in modo da farla sembrare una volta a botte.
L’anticamera. Sullo sfondo la grata tramite la quale è visibile la parte superiore del tetto della camera sepolcrale. Foto di Jamie Janover
Il sarcofago di Micerino, in basalto nero pesante due tonnellate e mezza e lungo 2,5 m., era posto al centro della camera ed era decorato con motivo a facciata di palazzo; esso è purtroppo andato perduto sul fondo del Mar Mediterraneo a causa del naufragio della nave che da Alessandria lo stava trasportando a Londra.
La camera sepolcrale vera e propria.
Nell’anticamera Vyse trovò pezzi di un sarcofago di legno (oggi esposto al British Museum di Londra), contenente i resti di uno scheletro avvolto in una stoffa di bassa qualità, che riportava la scritta in geroglifici: “Il Re dell’Alto e Basso Egitto, Menkhaura, che vive eternamente, partorito da Nut, erede di Geb, suo prediletto”, che permise di attribuire la piramide a Micerino.
I resti del sarcofago ligneo recante il cartiglio di Menkaure
Oggi si ritiene che il sarcofago risalga alla XXVI dinastia (periodo saitico) e che abbia sostituito l’originale andato distrutto, mentre le analisi e le datazioni al radiocarbonio C14 collocano le ossa ai primi secoli dopo Cristo, coincidenti con il periodo copto. Sulla destra del corridoio si apre una scala discendente composta da sei gradini che conduce ad un locale di dimensioni più modeste che comprende sei nicchie dall’utilizzo incerto; alcuni ritengono che quattro di esse potessero servire per custodire i vasi canopi del Faraone defunto.
La sala laterale dotata di nicchie dall’uso incerto. Foto trovata sul web – autore sconosciuto.
Saqqara, ritrovata nel 1877 Calcare dipinto, Altezza cm 35, Larghezza cm 25 Epoca Tolemaica (fine del III secolo a. C.) Museo Egizio del Cairo – CG 27537
Questa stele proviene da un complesso di edifici religiosi sorti nel tardo periodo dinastico presso le catacombe dei tori Api a Saqqara.
L’oggetto ritrovato nelle vicinanze delle costruzioni destinate all’accoglienza dei pellegrini; la forma di piccolo tempio greco era utilizzata comunemente per le stele funerarie, ma in questo caso l’iscrizione è la presenza di fori sul retro ne suggeriscono la funzione di insegna.
Il testo greco, tracciato in nero si 5 righe, riporta le parole di un cretese che afferma di interpretare i sogni.
Probabilmente questo indovino era a disposizione dei devoti che dormivano fra le mura del tempio in attesa dei sogni inviati dal dio.
Al di sotto della scritta è raffigurato il toro Api davanti a un altare posto su un basamento.
La struttura che incornicia l’insegna è realizzata in alto rilievo: la base è costituita da quattro gradini che sembrano condurre alla scena dipinta, i lati hanno la forma di due pilastri alla cui sommità sono inserite due figure femminili, nude, in posizione frontale con le braccia incrociate; il tetto triangolare, frontone , è ornato da motivi decorativi a palmetta sul vertice e agli estremi.
Fonte e fotografia
I Tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Daniela Comand – Fotografia Arnaldo De Luca – National Geographic – Edizioni White Star.
Planimetria dell’area in cui insistono le tombe TT189, TT190, TT191, TT192, TT193, TT194-TT195-TT196-TT364-TT406
Biografia
Unica nota biografica ricavabile il nome della moglie Wetnefert[5].
La tomba
L’ingresso a TT195 si apre nell’angolo sud-est del vasto cortile su cui insistono altre tombe (vedi planimetria d’insieme[6]) e, più esattamente, a sud del lungo corridoio su cui pure si aprono gli accessi alle tombe TT194 e TT189[7].
TT195 è planimetricamente strutturata con un corridoio di accesso che immette in una sala rettangolare da cui un secondo corridoio dà accesso a una seconda sala rettangolare; da questa un cunicolo porta alla camera funeraria in cui si apre un accesso (non praticabile) verso la TT196. Nel corridoio di accesso (1/nero in planimetria), il defunto inginocchiato dinanzi a Ra-Horakhti e Osiride, nonché un inno a Ra e il defunto e la moglie seduti; nella stessa scena un prete in offertorio al defunto e alla moglie.
Sulle pareti della camera rettangolare: su tre registri sovrapposti (2) il defunto e la moglie dinanzi a Ptah-Sokar-Osiride e un prete in offertorio dinanzi ai coniugi; poco oltre si apre un cunicolo che, verosimilmente, doveva essere parte di un ampliamento, mai realizzato, della TT195; sulla parete (3) i resti di dipinti tra cui un’arpista e il defunto in offertorio a una dea.
Sulla stessa parete (4), su tre registri, il defunto in offertorio a Ra-Horakhti e Maat e il defunto e la moglie dinanzi a Osiride, Iside e Nephtys; proseguendo (7) i resti di una scena di offertorio del defunto e la moglie al dio Atum e poco oltre (6) il defunto inginocchiato dinanzi a Iside e ai quattro Figli di Horo; segue (5) scena del defunto con la Dea dell’Occidente (Mertseger).
Da questa sala si accede ad una seconda non rilevante ai fini delle immagini parietali; da qui un cunicolo con doppia curva conduce alla camera funeraria, anch’essa malridotta a priva di decorazioni parietali, in cui si apre un passaggio verso la limitrofa TT196[8].
Fonti
Porter e Moss 1927, p. 301.
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 34
Porter e Moss 1927, p. 301.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
Gardiner e Weigall 1913, p. 35
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5] Porter e Moss 1927, p. 301, confermata in edizione del 1970.
[6] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 296.
[7] Poichè sull’area insistono tre differenti tombe (TT196 e TT407), i riferimenti sono stati riportati in differente colore. Per la TT195 seguire la numerazione nera.
[8] Porter e Moss 1927, confermata nell’edizione del 1970, p. 301.
Belzoni come apparirà nel frontespizio del suo libro “Narrative of the Operations and Recent Discoveries Within the Pyramids, Temples, Tombs and Excavations in Egypt and Nubia” che pubblicherà nel 1820
Giambatta dal seminario al “giovane Memnone”
Quando Napoleone invade l’Italia nel 1796, un diciottenne padovano grande e grosso, probabilmente spaventato all’idea di essere arruolato nell’esercito napoleonico, decide di seguire il suo spirito avventuroso e inizia a viaggiare in Europa.
All’anagrafe padovana risulta Giambatta Antonio Bolzòn, è “un barbiere, figlio di barbieri”. È andato a Roma dove ha studiato idraulica, poi è entrato in seminario per diventare frate cappuccino forse a seguito di una delusione amorosa (tale Angelica Catelani diventata poi cantante lirica; ah, le donne…) e all’arrivo di Napoleone, scappa. Vive di espedienti, un po’ imbroglione ed un po’ imbonitore. Per motivi che non sappiamo, va proprio a Parigi dove per un periodo vende immagini sacre, pare ancora vestito da frate. Torna a Padova, poi va ad Amsterdam e in Germania incontra un gruppo di saltimbanchi dove si esibisce un uomo forzuto nel numero della piramide umana, quasi un destino. Il tragitto europeo di Giambatta appare un po’ strano, ma pare coincida stranamente con le esibizioni liriche di Angelina Catalani…
Il giovanotto rimane folgorato dalla vita del circo e si improvvisa a sua volta “uomo forzuto” – d’altra parte è alto quasi due metri e pesa un centinaio di chili – mettendo su con suo fratello un piccolo spettacolino itinerante. A Londra viene ingaggiato dal Sadler’s Wells Theatre come “Golia italiano” e poi “Sansone Patagonico” esibendosi a sua volta nel numero della piramide umana.
Il Sadler’s Wells Theater in una locandina del primo ‘800. Fu qui che il giovane Bolzon divenne famoso nella Londra dell’epoca. La cosa in qualche modo lo danneggiò al suo ritorno dall’Egitto perché molte persone con cui venne in contatto lo ricordavano come saltimbanco e non degno di fiducia.
In effetti, i rappresentanti del British Museum non erano propensi a dare eccessivo credito al “Golia Italiano”, alias “Sansone Patagonico” come qui illustrato…
La prima piramide di Belzoni fu…lui stesso, spesso con dei volontari che sceglieva dal pubblico, come vediamo in questa locandina.
Cambia il suo nome in Giovan Battista Belzoni perché suona più italiano ed esotico rispetto a Bolzòn, che a Londra viene sempre anglicizzato in “Bòlson”. Arrotonda vendendo giocattoli ad acqua di sua invenzione; nel frattempo conosce Sarah Bane o Bannes, una ragazza molto emancipata per i suoi tempi e che diventerà sua moglie. Con lei dopo qualche anno si sposta verso il Portogallo, poi a Malta ed infine, nel 1815, ad Alessandria d’Egitto.
E a Londra sposa Sarah Banne o Bannes (la grafia non è certa). Nei carteggi non appare esattamente un amore romantico, ma piuttosto un affetto con enorme rispetto reciproco
È riuscito a strappare l’invito a presentare al viceré Mohammad Ali un congegno idraulico per l’irrigazione (una “machina” di cui null’altro sappiamo) ma la dimostrazione davanti al viceré non è convincente. Naturalmente nelle sue memorie scrive che non è colpa sua, ma che “fui fornito di legno cattivo, e di ferro altrettanto cattivo”.
Il Cairo nel 1815, disegno originale di Henry Salt che, come abbiamo visto anche con la Sfinge, era un bravo disegnatore
Il giovanotto di Padova è sul lastrico, ma per una fortunata coincidenza incontra il console inglese Henry Salt (ricordate? Quello che finanzierà il primo disseppellimento della Sfinge) che affida all’uomo forzuto l’incarico di risalire il Nilo e recuperare a Tebe una testa in granito di Ramses II (all’epoca nota come “il Giovane Memnone”) del peso di sette tonnellate e di trasportarla al Cairo per spedirla in Inghilterra.
Henry Salt nel 1815, appena prima di trasferirsi in Egitto
E Giobatta, o meglio Giovan Battista Belzoni, da saltimbanco si trasforma nel primo archeologo importante nella storia delle scoperte egizie.
Con un sistema di rulli di legno, che lui stesso ci tramanda in un disegno, riesce nell’intento di trasportare il busto di Ramses fino ad Alessandria, da dove proseguirà per il British Museum (dove tuttora risiede). Il successo in questa impresa gli vale un importante contratto con Salt.
La prima impresa di Belzoni: il recupero del “Giovane Memnone” nel disegno dello stesso Belzoni. Magari involontariamente, ma ricorda in maniera impressionante le ricostruzioni del trasporto di blocchi, colossi ed obelischi all’epoca dei Faraoni
Il Giovane Memnone, alias Usermaatra Setepenre Ramses Meriamon, accoglie tuttora i visitatori della Sala Egizia del British Museum. Perenne memento di un’era di pionieri, magari non sempre “legali” ma che attraversavano un mondo allora sconosciuto
Dal 1816 al 1819 viaggia per tutto l’Egitto, finanziato dal console inglese in una sorta di “corsa” alle antichità egizie. È convinto da Salt di lavorare direttamente per la Corona Inglese, in realtà non è proprio così e lo imparerà a sue spese.
La sua carriera di archeologo non è proprio tranquilla, si racconta che assalito dai beduini ne abbia afferrato uno per le caviglie ed usato come clava per allontanare gli altri. È un periodo senza regole, in cui moltissimi reperti lasciano l’Egitto in modo più o meno legale, molto spesso senza che le autorità locali se ne interessino minimamente. In più si aggiunge una rivalità tra francesi ed inglesi che influenzerà la vita di tutti gli archeologi dell’epoca. I francesi hanno perso la guerra, e sono a stento tollerati sul Nilo, ma sono stati i primi ad affrontare scientificamente l’Egitto e credono di vantare una sorta di primogenitura. Gli inglesi hanno vinto, ma la loro supponenza ed il loro superiority complex li rende odiosi ed odiati dal mondo arabo, che non vede l’ora di spillare i loro soldi.
Ed in mezzo ci finisce lui, Belzoni, e sarà la sua gioia e la sua croce.
Cosa se ne fa il tuo Re di una pietra?
Belzoni non è un francese, eppure utilizza sistemi simili per “registrare” ciò che fa. Non è un inglese, eppure lo appoggiano perché ottiene risultati. Forse non è neanche più italiano, ma la creatività rimane un suo tratto distintivo. E poi è un imbonitore nato, e gli verrà utilissimo. Capisce la mentalità dei nativi. Dove gli altri europei seguono le regole e la burocrazia, lui usa il “bakshish”, la piccola somma in regalo, per prendere scorciatoie. Noi oggi la considereremmo “corruzione”, all’epoca un’usanza imprescindibile.
A cominciare dal recupero del “Giovane Memnone” mette sempre in risalto il fatto che non cerca tesori, oro o gioielli, ma sculture “da mandare al Re, in Inghilterra”. Una cosa tanto strana da far dire al viceré Mohammad Ali: “Ma cosa se ne fa il tuo Re di una pietra?” sottintendendo una certa stupidità dei suoi interlocutori. Ma almeno Belzoni riesce a scivolare tra gli ostacoli.
Visita una prima volta la Valle dei Re (all’epoca “Valle delle Porte”) per “raccogliere” un regalo di Drovetti nella magnifica tomba di Ramses III (che vedremo separatamente) e si accorge che le guide assoldate sul posto gli hanno tenuta nascosta un’altra entrata alla tomba – lo scopre perdendosi dopo che un suo collaboratore è caduto in uno dei pozzi della tomba – da cui rafforzerà la sua diffidenza nei confronti degli arabi, che definisce con termini irripetibili nei suoi scritti.
Ma il suo “vero” progetto è un altro. Nel 1813 Johann Ludwig Burckhardt, un esploratore svizzero, mentre ammirava il Tempio Minore di Abu Simbel, quello dedicato a Nefertari e che era già accessibile, è praticamente inciampato nelle teste dei quattro colossi di Ramses II del Tempio Maggiore che emergono a fatica dalla sabbia. Burckhardt è attonito davanti alle dimensioni delle statue e di quello che ci può essere sotto la sabbia, ma è un’impresa troppo grande per lui.
Johann Ludwig Burckhardt. È famoso soprattutto per aver scoperto la città di Petra, la capitale dei Nabatei, in Giordania
Ci ha provato Costantino Drovetti a liberarle, ma è stato allegramente truffato dal capovillaggio locale e alleggerito di 300 piastre, una piccola fortuna per l’epoca. È una sfida irresistibile per Giambatta, che parte quindi per “Ybsambul”, dove arriva nel settembre 1816.
Abu Simbel è il capolavoro dell’imbonitore Belzoni. Prima inganna il capovillaggio locale dicendo che è “alla ricerca dei suoi lontani antenati, per capire se provenissero proprio da lì” per non destare sospetti di saccheggio (la barba e l’abbigliamento arabo lo aiutano), poi truffa clamorosamente i lavoranti sul valore della paga che gli sta offrendo. Si è infatti messo d’accordo con il capitano della nave che lo ha accompagnato, ormeggiata nei pressi, che garantisce ai locali un “cambio” piastre/mais molto favorevole. Peccato che salperà molto prima che l’inganno venga scoperto…
Abu Simbel, operai al lavoro per liberare l’ingresso del Tempio Maggiore
Non contento, promette di dividere a metà l’oro trovato sotto la sabbia, ma le “pietre” sarebbero state tutte per gli inglesi. In meno di due settimane libera le quattro statue colossali e ne “firma” una come testimonianza di dove è arrivato. Non sarà l’ultima volta.
La “firma” di Belzoni ad Abu Simbel. Guardiamola bene, ci “servirà” più avanti
La strada è aperta, ma servirà una seconda “missione” di Belzoni per penetrare finalmente nel Tempio Maggiore. Il 1° agosto 1817, dopo una sorta di sciopero degli operai e l’abbandono dei lavori per il ramadan, un piccolo manipolo di europei capitanati dal padovano entra nel tempio. Belzoni nota le scene di battaglia ritratte; sono riferite a Kadesh ma, non potendo leggere i geroglifici, Belzoni scambia gli Ittiti per Etiopi.
Forse Belzoni non sarà stato il miglior disegnatore mai stato in Egitto, però i suoi disegni sono evocativi di situazioni, emozioni, scoperte. Qui il Tempio Maggiore finalmente liberato dalla sabbia.
Un archeologo moderno, di fronte ad una scoperta simile, camminerebbe sul Nilo per la gioia. Ma per un cacciatore di tesori come Belzoni la delusione è cocente: la spedizione riporta a valle solo due sfingi a testa di falco ed un paio di statue.
Di oro non se ne parla, gioielli nemmeno. Il colpo potrebbe essere fatale per l’esploratore, che invece si ricongiunge con Sarah, che lo aspettava a Philae, e riparte per la Valle dei Re.
La “riscoperta” dell’Antico Egitto sta per fare un altro, colossale balzo in avanti.
LA “TOMBA DI PSAMMIS”
La tomba di Seti I, oggi
Completata l’impresa di accedere al Tempio Maggiore di Abu Simbel, Belzoni “punta” la Valle dei Re (all’epoca ancora “Valle delle Porte”) per rifarsi del magro bottino racimolato fino a quel momento.
Torna quindi nella Valle e organizza delle vere e proprie squadre di lavoro molto più moderne della sua epoca. Osserva attentamente il terreno e cerca “delle anomalie”, come faranno tanti suoi colleghi nei decenni a venire. Il successo sarà straordinario.
Dal 9 al 18 ottobre 1817 trova ben quattro ingressi in pochi giorni, due nello stesso giorno e penetra in diverse tombe, almeno sette od otto (c’è un po’ di confusione tra alcune di esse mancando la traduzione dei geroglifici).
La posizione delle tombe scoperte od esplorate da Belzoni nel 1817, tavola di Belzoni
Chiama una tomba il “Mausoleo di Hapi” intesa come divinità della fertilità perché vi aveva trovato la mummia di un toro. Era invece la Tomba di Ramses I, il fondatore della XIX Dinastia
Il 16 ottobre punta la sua attenzione su sito che apparentemente non dovrebbe promettere nulla di buono, uno strato argilloso soggetto ad allagamenti. Lo definirà “un giorno fortunato… probabilmente uno dei migliori della mia vita”. Il 17 trovano una pietra tagliata dall’uomo, il 18 entrano nella tomba di Seti I, una delle più belle della Valle.
Alla scoperta della tomba di Psammis, Belzoni guida i suoi uomini
Belzoni (che, senza uno Champollion a correggerlo, pensa di essere entrato nella tomba di “Psammis”, Psammetico I) scrive della sua gioia penetrando “primo fra tutti in un monumento ch’era perduto per gli uomini, e che da me veniva allora ritrovato così ben conservato che si sarebbe potuto credere fosse stato finito poco prima della nostra entrata”.
L’interno della tomba di “Psammis”, disegno originale di Belzoni
Una “ricostruzione” della tomba di Seti I basata sui disegni di Belzoni
La sala sepolcrale di Seti I, disegno originale di Belzoni
Seti I al cospetto di Osiride, disegno originale di Belzoni
Nekhbet, disegno di Belzoni
Hathor con Seti I, disegno di Belzoni (a sinistra) e il rilievo originale, oggi al Louvre (N 124; B 7; Champollion n°1)
Una curiosità: qualche “incertezza” nella copia delle decorazioni della tomba da parte di Belzoni…
Il sarcofago in alabastro traslucido, tanto sottile da vedere la luce di un lume in trasparenza, sarà oggetto di lunghe dispute in Inghilterra che vedremo a parte, perché merita un discorso separato. Il suo coperchio è a pezzi, frantumato dagli antichi tombaroli. Il British Museum ne ospita alcuni frammenti, altri hanno viaggiato con la vasca del sarcofago, molti sono andati perduti per sempre, purtroppo.
L’interno del sarcofago in alabastro di Seti I. Ne riparleremo più avanti
Il frammento più grande del coperchio del sarcofago di Seti I al British Museum (EA29948) con l’ala di una delle dee protettrici della salma del faraone. Foto Osama Shukir Muhammed Ami
Nel frattempo la moglie Sarah, tanto per non annoiarsi, si traveste da uomo e visita Gerusalemme e la sua moschea, forse la prima donna nella storia a farlo. Se l’avessero scoperta sarebbe stata messa a morte senza esitazione. Bel peperino anche lei.
Giambatta, messo in allarme da certe voci su Henry Salt e da una lettera nel frattempo pervenutagli, pensa bene di rendere immediatamente pubblica la scoperta della tomba.
Belzoni ha infatti un grande merito: scrive – e disegna – più che può. Arriverà a pubblicare un volume sui suoi viaggi (compreso un capitolo scritto dalla moglie sugli usi delle donne in Egitto) che, tradotto anche in francese e in italiano avrà un enorme successo e che avrà un grande impatto sugli archeologi delle generazioni future, compreso un certo Howard Carter. Il volume è figlio dell’epoca: oggi verrebbe definito impreciso e razzista (“mai fidarsi di un arabo” ricorre abbastanza spesso e, riferendosi ai templi di Karnak e Luxor: “è una vergogna che tali edifici siano abitati dagli sporchi Arabi e dalle loro vacche”) ma è affascinante perché Belzoni è sinceramente colpito dalla civiltà che si presenta davanti a lui e altrettanto sinceramente disgustato degli “eredi” di quella civiltà.
Ma il tempo delle pubblicazioni è ancora lontano; in quel momento conta la gara, la competizione per i reperti più belli. E la corsa sta per tornare sulla Piana di Giza, proprio dietro alla Sfinge..
Violare la piramide di Chefren
Belzoni vedeva l’Europa come la salvezza dei reperti che scopriva (“la statua sembrava sorridermi al pensiero di andare in Europa” aveva scritto del busto di Ramses) un obiettivo da raggiungere a qualsiasi costo, anche distruggendone altri, considerati arbitrariamente meno importanti. È un’epoca di antiquari, più che di archeologi. E i danni furono notevoli.
Danni ne fa anche Belzoni, e tanti. Per prelevare il busto di Ramses, Belzoni non si è minimamente preoccupato di abbattere due colonne del Ramesseum che sbarrano la strada ai suoi rulli di legno, gli è caduto un obelisco nel Nilo (ma è riuscito a ripescarlo), ha usato l’ariete per entrare nelle tombe ma almeno non ha utilizzato la dinamite per entrare nella piramide di Chefren (come faranno gli inglesi con quella di Micerino-
Confessa candidamente di essersi addormentato sopra alcune mummie e di averle distrutte con il suo peso. Ma conta la corsa, arrivare primi.
E nel novembre del 1817 Belzoni, ormai già in rotta con Salt, torna al Cairo, dove trova una nuova corsa che lo aspetta. Per migliaia di anni, infatti, sull’onda di quanto aveva scritto Erodoto, la piramide di Chefren era stata creduta priva di camere o corridoi interni – una sorta di sasso pieno nel deserto. Salt e Caviglia, per giunta, ci si erano spaccati la testa per quattro mesi sulla facciata nord senza cavare un ragno dal buco.
Belzoni studia per qualche giorno la piramide di Chefren, studia anche l’ingresso di quella di Cheope e, convinto di poterci almeno provare, riparte con gli inganni. Ottiene i permessi per “qualche piccolo rilievo intorno alla piramide”, promette agli operai una percentuale sulle visite dei turisti e inizia a scavare. Trova il tempio funerario di Chefren e per primo ipotizza che piramide, tempio e Sfinge siano una sorta di struttura unica, costruiti contemporaneamente.
Il primo tentativo va “quasi” a vuoto; trovano uno dei cunicoli usati dai tombaroli per entrare nel corridoio principale, ma il cunicolo è impraticabile. Belzoni, allora, si arma di corda per misurare l’ingresso della piramide di Cheope, lavora di proporzioni e indica su quella di Chefren dove scavare esattamente. Bingo.
Belzoni entra nella Piramide di Chefren nel disegno da lui stesso preparato
Trovato l’ingresso, Belzoni percorre 37 metri di corridoio ma si scontra con un macigno posto dagli antichi costruttori a bloccare l’accesso. Rimuoverlo costa un mese di lavoro, ma finalmente il 2 marzo 1818 il padovano pensa di entrare per primo dopo millenni nella camera sepolcrale. O meglio, per secondo o terzo, perché prima bisogna allargare il passaggio, vista la mole dell’ex uomo forzuto del circo…
Nei cunicoli della Piramide
Ma poco importa; Erodoto è stato smentito. Anni dopo, venne per questo onorato in Inghilterra con una medaglia commemorativa, che riproduce però la piramide sbagliata. Beata ignoranza, in ogni epoca.
Finalmente l’ingresso nella camera sepolcrale della Piramide, sempre nei disegni dello stesso Belzoni
La camera sepolcrale come appare oggi
Dopo lo sgomento per non aver visto un sarcofago, lo trova praticamente incassato nel pavimento di pietra, dove numerosi fori testimoniano i tentativi di antichi predoni di trovare un tesoro nascosto.
Il sarcofago in granito incassato nel pavimento della camera sepolcrale
Tra le scritte indecifrabili sui muri della camera sepolcrale, una in arabo indica che tale Mohammed Ahmed vi era giunto nel XII secolo.
Un’altra cocente delusione per Belzoni, che lascia una scritta enorme nella camera, quasi a voler cancellare tutti i suoi “predecessori”. E, per giunta, nessun reperto. Solo un mucchietto di ossa nel sarcofago, di dubbia provenienza. Belzoni vorrebbe riprovare con la piramide di Micerino; indovina dov’è l’apertura ma il suo tempo a Giza è scaduto. È arrivato Salt al Cairo, ed inizia il tempo dei litigi.
Per non lasciare dubbi su chi fosse entrato “per primo” nella Piramide di Chefren
Il console francese Drovetti, geloso delle sue scoperte ed ormai suo nemico, cerca addirittura di distruggere alcuni reperti inviati da Belzoni al Cairo.
Tra i pirati, solo un pirata può sopravvivere. Non andrà altrettanto bene in Europa.
Il ritorno a Londra
Belzoni era sinceramente convinto di lavorare per il British Museum, e di conseguenza per il governo britannico. Dopo tre lunghi e fruttuosissimi anni, scopre invece di essere sempre stato alle dipendenze di Salt, e non la prende benissimo.
Eppure Salt aveva avvisato Belzoni. Così scrive nel 1817 a Beechey, un funzionario del consolato inglese assegnato al seguito di Belzoni, subito dopo l’apertura della tomba di Sethi I: “Dovete essere avvertiti del fatto che né lei né il signor Belzoni siete attualmente ingaggiati in missioni ufficiali; al contrario, siete due viaggiatori che stanno mettendo assieme una collezione ed avete diritto alla copertura che spetta a qualsiasi cittadino britannico […] io sostengo tutte le spese e colleziono a titolo personale, anche voi potete essere considerate persone che agiscono a quel titolo”. Belzoni non sa o fa finta di non sapere? Forse non lo sapremo mai.
Belzoni litiga una prima volta in Egitto, anche perché scopre che Drovetti e Salt si sono finalmente alleati per spartirsi i principali siti di Tebe e Luxor.
Senza un nuovo contratto con Salt, parte alla volta del Mar Rosso dove scopre l’ubicazione della città di Berenice, importante porto in epoca romana, e tenta di trovare l’oasi di Siwa, la sede dell’oracolo di Amon di Alessandro Magno – mancandola di un niente.
Terminati i denari, torna a Londra dove si iniziano a sistemare i tesori che ha inviato.
È rimasto l’imbonitore di sempre: sfoggia la sua lunga barba, l’abbigliamento orientaleggiante; viene definito dai racconti dell’epoca “il più arabo degli europei” e fa di tutto per propagandare le sue scoperte.
Dona anche due statue di Sekhmet, la dea leonessa assetata di sangue, a Padova dove, anche sotto l’impero austro-ungarico si ricordano di essere italiani e ci mettono nove mesi a sdoganarle con tanto di perizie e controperizie sul valore effettivo. Viene chiamato a stimarle anche un cavapietre, che le valuta “cinquanta lire l’una” perché “è pietra assai comune”. Ma non è finita: l’analisi archeologica viene affidata ad un numismatico, tale Meneghelli, che di Egitto non sa nulla, mette insieme la figura umana e la testa di leonessa e dichiara che si tratti di Iside nelle forme zodiacali di Leone e Vergine. A posto così.
Le due statue di Sekhmet a Padova: valore 50 lire l’una…
Venezia non è da meno: rifiuta l’acquisto di tre mummie egizie, praticamente già concluso, perché “Le mummie d’Egitto non sono un articolo assolutamente richiesto per gabinetti di Storia naturale delle università (…) ma si conservano in alcuni dei medesimi piuttosto per ornamento”.
Mentre inizia una lunga vicenda legale legata al sarcofago in alabastro di Seti I, Belzoni si inventa la prima mostra egizia della storia al Bullock’s Museum, proprietà di un altro eccentrico lord affascinato dall’Antico Egitto.
Il Bullock’s Museum, dove venne allestita l’Egyptian Hall di Belzoni nel 1821
Ricostruisce due sale della tomba di Seti, aggiunge alcuni reperti, tra cui due mummie, un diorama della tomba completa e uno in sezione della piramide di Chefren con tutte le sale ed i corridoi interni, e prepara un catalogo della mostra stessa con ben 45 illustrazioni. Una “exhibition” che non ha nulla da invidiare a quelle moderne, che portano in giro per il mondo, ad esempio, le copie dei reperti di Tutankhamon o di Ramses, e lontana anni luce dalla fredda esposizione dei musei convenzionali.
La mostra sulla tomba di Sethi I al Bullock’s Museum in un’illustrazione dell’epoca.
La mostra ha un successo enorme (duemila persone il giorno dell’inaugurazione!), tanto da essere replicata con ancora più successo a Parigi – dove la traduzione e le illustrazioni per il catalogo vengono fatte da tale “L. Hubert”, al secolo (pare) Jean Francois Champollion…
Ma in Patria le polemiche divampano. Henry Salt ha stilato un vero e proprio listino prezzi dei reperti egizi, di cui rivendica la proprietà. Belzoni non vuole cedere il sarcofago in alabastro per meno di 4,000 sterline, gliene offrono la metà e Salt ne rivendica la proprietà. In attesa di dirimere la questione, il sarcofago viene portato a Villa Soane, dimora di un eccentrico lord (che ha pagato duemila sterline direttamente a Salt), dove rimarrà fino ad oggi in condizioni di conservazione disastrose.
Belzoni si rifà mettendo all’asta gli oggetti della mostra; il solo diorama della tomba gli frutta quasi 500 sterline, uno sproposito per l’epoca.
Pubblica i resoconti dei suoi viaggi: un altro successo editoriale, tradotto subito in francese (sembra sempre con l’aiuto di “L. Hubert”) ma quasi clandestino in Italia. Un’altra delusione, di cui emergono tracce dalla sua corrispondenza con i familiari rimasti a Padova. Sarah ne scrive un capitolo aggiunto, in cui descrive la vita delle donne in Egitto come “sottomessa e molto lontana dalle abitudini europee”.
Una delle illustrazioni originali dei racconti di viaggio di Belzoni, raffigurante il “Panorama delle rovine del Grande Tempio di Carnac, scoperto da G. Belzoni”. Quasi tutte le illustrazioni erano di Alessandro Ricci, un medico “prestato” all’egittologia che accompagnerà anche Champollion e Rosellini qualche anno dopo
Eterno viaggiatore, Belzoni morirà alla fine del 1823 in viaggio verso il Niger, probabilmente di dissenteria, mentre andava a caccia di nuove scoperte verso la mitica Timbuktu.
La raccolta era cominciata, ora bisognava conservare e comprendere.
L’ultima firma di Belzoni
Mr. and Mrs. Belzoni
Dopo la morte di Belzoni la moglie Sarah è persa. Senza Giobatta vive in miseria; la notizia si sparge e viene prima fatta una petizione per assicurarle una piccola pensione (che avrà successo ma solo dopo molti anni, il nome di Belzoni risuona ancora a Londra ma non più come prima), poi una raccolta fondi.
Linsey Baxter nei panni di Sarah Belzoni in un docu-film della BBC
Si organizza una cena di beneficenza a suo favore a casa dello stesso Sir Soane. E qui succede qualcosa di strano.
Sulla parte superiore del sarcofago in alabastro di Seti I, ancora oggi è infatti possibile leggere la scritta “DIS.ED BY G. BELZONI” (“discovered by G. Belzoni”, scoperto da G. Belzoni).
La scritta sul sarcofago con la “N” rovesciata
Niente di straordinario, come abbiamo visto aveva “firmato” molte scoperte.
Però…
Però quando il sarcofago viene proposto al British Museum e poi acquistato da Soane, della scritta non c’è menzione.
Certo, potrebbe essere una svista, però…
Però qui la “N” è rovesciata, è sbagliata.
Impensabile l’abbia scritta lui, però…
Però a Philae c’è un’altra N rovesciata, nella “firma” di sua moglie Sarah Bane sul muro del tempio di Philae.
E quindi?
È estremamente probabile che Sarah, dopo la morte del marito, abbia approfittato di un momento di solitudine a casa Soane (forse proprio durante quella cena organizzata per raccogliere dei fondi per lei) per eternare anche su quell’oggetto i meriti del marito, che tanto aveva combattuto per trovarlo, estrarlo e portarlo in Inghilterra per poi vederselo portar via sulla base di cavilli legali.
Mi piace immaginarla in quella sala, illuminata dalle candele che dovevano fare scena, mentre incide con il primo oggetto appuntito trovato il suo marchio, il marchio di suo marito, “Mr. B”, come amava chiamarlo.
Una rivendicazione? Un atto d’amore?
Un eterno ricordo
Dedicato a tutti i legami così forti da infrangere il tempo
La nota descrittiva del sarcofago al Soane Museum. Cari Inglesi, scrivete pure “there is no known reason for this”, io una ragione meravigliosa riesco a vederla.
Sarah e Giovanni nel fumetto dedicato a Belzoni dalla Bonelli
Sarah Bannes Belzoni a 80 anni
La tomba di Sarah al Mont à L’Abbé Old Cemetery di St Helier, Bailiwick of Jersey
Riferimenti
Webster D, Giovanni Belzoni: Strongman Archaeologist, 1990
Belzoni GB, Narrative of the recent discoveries in Egypt and Nubia, 1835
De Andrade-Eggers, Discovering Ancient Egypt In Modernity: The Contribution Of An Antiquarian, Giovanni Belzoni. Herodoto, 2016
Zatterin M. Il gigante del Nilo, 2002
Sevadio G, L’italiano più famoso del mondo, Bompiani 2018
La stele funeraria oggetto della nostra analisi è un manufatto proveniente da Deir el Medina ritrovato durante gli scavi di Ernesto Schiaparelli del 1909.
Essa è datata all’inizio della XVIII dinastia. La stele è realizzata in calcare bianco ed è dimensionata per 28 cm in altezza e 19,5 cm di larghezza.
Le figure sono ricavate in rilievo mentre le iscrizioni geroglifiche sono incavate. I colori sono quelli consueti e canonici: la donna è presentata in giallo per indicare una pelle chiara. Infatti, volendo darne gli attributi di nobiltà, ella è attiva in casa al riparo dal sole. Gli uomini sono invece dipinti in rosso per denotare una carnagione scura. Essi lavorano all’esterno della casa e quindi subiscono i raggi solari che ne scuriscono la carnagione. Gli abiti sono dipinti di bianco per suggerire il materiale di lino con cui sono realizzati.
La stele è custodita presso il Museo Egizio di Torino con il numero di catalogo 50005 (supplemento 9492). È in ottimo stato di conservazione mancando soltanto una piccola parte dello spigolo inferiore destro. La sua forma è piuttosto consueta e comune: ha una centina arcuata che idealizza la divisione in due parti. Nella sezione superiore c’è l’immagine dei defunti e la scena offertoria. Sotto ci sono le iscrizioni relative alle offerte funerarie.
Subito sotto la centina è raffigurato il nodo šn che è un simbolo magico di protezione, lo stesso nel quale sono inscritti il Quarto e il Quinto Protocollo Reale del sovrano. Il nodo è inserito tra due grandi occhi wḏȜt anch’essi dal forte potere protettivo. Tutti questi simboli li si ritrova spesso negli amuleti egizi.
La rappresentazione riporta il defunto Mekimontu e la sposa sua Nubemueskhet seduti accanto uno all’altra. Nella prospettiva egizia sembrano uno dietro l’altro. Davanti ad essi c’è un tavolo delle offerte colmo di pani, dolci e cibarie varie. Anche qui c’è da considerare la prospettiva canonica egizia. La prima fila di prodotti è raffigurata in piano. Tutti gli altri elementi sono raffigurati in pianta dando un’idea di un mucchio elevato. Sul tavolo delle offerte il comandatario della stele sta versando una libagione in onore del fratello defunto.
Il Museo non ha potuto riportare ulteriori dettagli relativi alla genealogia del defunto e della sua sposa.
Come al solito ho messo la codifica IPA per far leggere i geroglifici a chi non li ha ancora studiati.
“Soldati, dall’alto di queste piramidi quaranta secoli vi guardano.”
Napoleone Bonaparte – 21 luglio 1789 – discorso ai soldati dell’armata di Egitto prima della vittoriosa battaglia delle Piramidi contro i Mamelucchi
Il primo giorno di visite è interamente dedicato a Giza, uno scrigno di meraviglie all’interno del quale non brillano solo le piramidi e la Sfinge, anche se senza dubbio sono i monumenti di maggiore impatto.
Davanti alla sfinge
La famiglia reale e la nobiltà egizia infatti costruivano le proprie mastabe accanto alla tomba del sovrano, e molte di esse sono di incredibile bellezza; inoltre nei dintorni sorgono i resti del villaggio dove vivevano gli operai specializzati che lavoravano all’ultima dimora del re, e la necropoli vicina a quella dell’èlite nella quale essi avevano l’onore di essere inumati.
La Sfinge e la piramide di Chefren
La mattina conosciamo Monalisa Karam, la guida che Ahmed, già impegnato in un altro tour, aveva scelto su misura per noi e che ora si è iscritta al nostro gruppo Facebook: è rimasta con noi per tre giorni, dimostrandosi molto cordiale, bravissima ed aggiornata anche in merito agli scavi più recenti.
Il mio programma prevede l’accesso a tutte le mastabe disponibili (in passato avevo ne avevo viste solo un paio) ed altresì la visita al villaggio ed alla necropoli degli operai e ad una zona vicino alla Sfinge ove avevo letto essere venute alla luce nuove vestigia: la sera prima, tuttavia, Ahmed mi aveva avvertita: “Siamo in Egitto…. non si sa mai se un sito è aperto o no…” ed infatti tutti i siti di mio principale interesse sono “chiusi per lavori”.
Primo piano della Sfinge
Un po’ delusi, facciamo il giro canonico del sito seguendo tuttavia sentieri alternativi e poco battuti che la nostra Monalisa conosce e percorre a passo di carica ed entriamo nella piramide di Micerino (le altre le avevamo gia viste in passato) e nella mastaba del funzionario Seshemnefer IV (VI dinastia), purtroppo spogliata di quasi tutti i suoi rilievi che ora fanno bella mostra di sé al Roemer und Pelizaeus Museum di Hildesheim.
L’incontrollato espandersi del Cairo ha fatto sì che la città arrivasse proprio a ridosso dell’altopiano di Giza, ferito da strade asfaltate che lo attraversano per facilitarne la visita, violato da turisti vocianti che non rispettano la sacralità del luogo, insozzato da incivili che buttano a terra i loro rifiuti che un’amministrazione distratta non si preoccupa di far rimuovere.
Particolare della connessione degli enormi massi che compongono il tempo a valle di Chefren.
Ma se ci si sposta nel deserto a piedi o a cavallo, col cammello o in carrozza, lasciandosi alle spalle le costruzioni moderne e trovando la giusta concentrazione, allora si entra nel giusto mood: il Cairo scompare alla vista e il sito piramidale appare come era stato concepito dai suoi costruttori, una silenziosa e solenne città dei morti lontana dal centro abitato, tra dune di sabbia gialla e rovente, raggiungibile solo da mesti cortei di persone piangenti che portavano a sepoltura i propri cari o che ivi si recavano per deporre le loro offerte.
Il corridoio che unisce il tempio a valle alla rampa processionale che conduce alla piramide di Chefren.
Fin dall’antichità l’imponenza delle piramidi lascia chiunque senza fiato: “Quello che si prova non è solo l’ammirazione che scaturisce dalla visione di un capolavoro dell’arte, ma è un’impressione profonda. L’effetto sta nella grandiosità e semplicità delle forme, nel contrasto e nella sproporzione tra la statura dell’uomo e l’immensità dell’opera che è uscita dalla sua mano” (Edme-François Jomard, Description de l’Égypte, vol. V, 1809).
Quello che a me emoziona maggiormente, tuttavia, è la loro eternità: un antico proverbio egiziano, infatti, recita: ““l’uomo teme il tempo, ma il tempo teme le piramidi”.
Quello che resta della rampa processionale della piramide di Chefren; sulla destra, qui non visibile, l’avallamento nel quale si trova la sfinge.
In effetti sono state mute testimoni delle imprese dei protagonisti della storia, che ora non sono che polvere; hanno assistito al sorgere e al tramontare di imperi; hanno ricevuto l’omaggio di potenti del mondo dei quali si è persa perfino la memoria… ma loro sono ancora lì, che ci guardano come avevano guardato i Faraoni, Cambise, Alessandro Magno, Cleopatra, Augusto, Napoleone…. altere ed indifferenti alle vicende umane che si svolgono alla loro ombra e capaci di rimanere impenetrabili per millenni.
Il lato B della Sfinge con la sua coda gigante
Qui trovate alcune delle nostre fotografie relative alla piana di Giza; nei prossimi post vi mostrerò l’interno della piramide di Micerino e la mastaba di Seshemnefer IV e per quel poco che non è nascosto alla vista, la necropoli degli operai che lavorarono alle piramidi.