C'era una volta l'Egitto, Età Tarda

L’ARMATA PERDUTA DI CAMBISE

Di Piero Cargnino

E’ ancora Erodoto a raccontarci un avvenimento importante accaduto durante la conquista persiana dell’Egitto, anche se purtroppo si limita, nella sua opera, a riportarci solo quello che gli fu raccontato dai sacerdoti accaduto circa ottanta anni prima.

Erodoto cita una “armata perduta” a seguito di un disastro militare occorso all’esercito persiano di Cambise II durante la guerra per l’occupazione dell’Egitto. Lo storico stesso afferma però di non aver riscontri per convalidare o confutare quanto raccontatogli dagli indigeni.

In quel tempo regnava in Persia il re Ciro il quale, dopo aver annesso alla Persia tutti i regni limitrofi, nel 525 a.C. invase anche l’Egitto che fu sconfitto nella battaglia di Pelusio. Appena caduta Menfi, Cambise, che nel frattempo era succeduto a Ciro, si proclamò faraone d’Egitto assumendo come nome Mesutira Kamebet e, con la collaborazione del generale greco Fanes, disertore dall’esercito egizio, conquistò tutto il paese fino alla Nubia. Conquistata Tebe, Cambise divise in due armate il suo esercito, una composta da 30.000 uomini che inviò a sud per cercare di sottomettere il Regno di Kush. L’impresa fallì miseramente in quanto l’armata venne quasi completamente distrutta dalla malaria e dalla dissenteria tra Napata e Meroe ed i pochi superstiti si rifugiarono ad Elefantina.

La seconda armata aveva il compito di conquistare l’ultimo avamposto egiziano, l’Oasi di Siwa dove si trovava il famoso oracolo di Zeus Ammone.

L’Oasi di Siwa si trova in pieno deserto occidentale, a circa mille chilometri dalla Valle del Nilo, quasi ai confini dell’odierna Libia. L’Oasi si trova in una depressione di 18 metri sotto il livello del mare, con un’enorme ricchezza di acqua dolce grazie alla quale produce grandi quantità di palmeti da datteri di ottima qualità; poteva resistere a qualunque assedio per un tempo indeterminato.

Erodoto parla di due motivi che indussero i persiani a tentare di conquistare Siwa. Il primo era dovuto al fatto che Cambise, quando conquistò Menfi aveva profanato i templi di Amon per cui il celebre oracolo di Siwa aveva predetto la morte imminente del re persiano. Il secondo e più probabile motivo era che Siwa costituiva una tappa obbligatoria per la via carovaniera che, da Cirene, trasportava in Asia il Silphium, una sorta di finocchio selvatico (un allucinogeno) che cresceva unicamente in Cirenaica, oggi estinta a causa dell’eccessiva raccolta. Il Silphium, molto richiesto anche da Roma, veniva venduto letteralmente “a peso d’oro” dai mercanti di “Arae Philaenorum”, oggi Rà’s Lànuf  sulla costa del Mediterraneo.

Va detto inoltre che il re di Cirene, Arcesilao III, dopo la rotta dell’esercito egizio a Pelusio, si era prontamente schierato dalla parte di Cambise. Anche la spedizione verso Siwa però si rivelò un disastro ancora peggiore di quella verso Kush. L’armata, partita da Tebe nell’inverno del 525 a.C., forte di 50.000 uomini tra cui persiani, fenici, greci e mercenari di varia provenienza, venne inviata attraverso il deserto occidentale con l’intento di prendere di sorpresa le truppe egizie che presidiavano l’Oasi di Siwa.

Va detto che appare subito esagerato il numero dei soldati inviati a Kush e tanto più di quelli inviati a conquistare una pacifica oasi, anche se questa era ancora presidiata da truppe egiziane. Poiché è nota l’avversione di Erodoto per i persiani c’è da pensare che questo lo abbia portato a dilatarne eccessivamente il numero.

Racconta Erodoto che dopo aver marciato per sette giorni (percorrendo all’incirca 180 km.) si imbatterono in una oasi che Erodoto chiama “Isola dei Beati” (probabilmente l’Oasi di Kharga). Una volta rifornito l’esercito puntò a nord seguendo le guide indigene dei Garamanti le quali scelsero il percorso più logico in termini di tempo e di distanza arrivando così, attraverso il Wadi abd el-Malik, ad attaccare Siwa da sud, mentre gli egiziani si sarebbero aspettati un attacco frontale, attraverso la via che costeggiava il Mar Mediterraneo, decisamente più comoda.

Certamente quella presa dalle guide fu la scelta peggiore e pericolosa in quanto durante il percorso non si incontrano più altre oasi ad eccezione della mitica Zerzura. Secondo una leggenda araba contenuta in un manoscritto del XV secolo, nel bel mezzo  del “Grande Mare di Sabbia”, ad ovest del Nilo, tra Egitto e Libia, sarebbe esistita un’Oasi che veniva chiamata “Zerzura” (l’Oasi dei piccoli uccelli). Per anni archeologi ed esploratori l’hanno cercata ma invano.

Fu così che, dopo aver percorso altri chilometri – l’acqua ed i rifornimenti cominciavano a scarseggiare – i comandanti decisero di proseguire attraverso una delle zone più aride dell’intero deserto del Sahara. Un errore così enorme nel calcolare il percorso forse è in parte dovuto alla ben nota infedeltà dei Garamanti, che con ogni probabilità si dileguarono. A completare il disastro sopraggiunse il Khamsin, un forte vento stagionale che, tra aprile e giugno, genera violente tempeste di polvere che disidratano i corpi coprendo ogni cosa di sabbia, creando nuove dune e spianando quelle esistenti; basti pensare che queste dune possono raggiungere l’impressionante altezza di 200 – 300 metri.

Da questo disastro non si salvò nessuno. Una conferma a tale disastro potrebbe venire dal ritrovamento, da parte della spedizione dei fratelli Angelo e Alfredo Castiglioni del novembre 2009, di reperti che possono attribuirsi ad un esercito orientale e che confermerebbero la versione dei fatti tramandata dallo storico greco.

Aiutati forse dallo stesso Khamsin sono venute alla luce spade di bronzo, coltelli di ferro, punte di freccia in bronzo, uno scudo e un braccialetto d’argento oltre a diversi scheletri umani, tutto perfettamente conservato grazie al clima estremamente arido.

Alcuni studiosi contestano le scoperte dei fratelli Castiglioni; personalmente mi astengo da ogni giudizio. Anche Belzoni, spintosi in quest’area nel 1821 rinvenne una trentina di sepolcri a forma di parallelepipedo contenenti scheletri.

Erodoto racconta che:

E’ provato che con un Kamsin molto forte se non si è ben riparati si può morire per sincope, collasso cardiovascolare ed insufficienza renale, peggio se il corpo è debilitato da una marcia forzata di quasi 1.000 chilometri nell’aridità del deserto. La tempesta di sabbia seppellì tutto e tutti e spostò le dune sopra i resti dell’armata a mo’ d’epitaffio. Quale che sia stato il destino dell’armata persiana, la sua storia non smette di affascinare e di stimolare la mente, le mani e la penna.         

Fonti e bibliografia:

  • Archivio Angelo e Alfredo Castiglioni, Museo Castiglioni, (www.museocastiglioni.it)
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
  • Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
  • Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara 2000
  • Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Einaudi, Torino, 2012
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Franco Mazzini, “I mattoni e le pietre”, Urbino, Argalia, 2000
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
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TOMBE DEI NOBILI – DA TT201 A TT250

Elenco delle tombe, da TT201 a TT250.

TOMBATITOLAREPERIODO
TT201RA [I]XVIII dinastia
TT202NAKHTAMUN [I]XIX dinastia
TT203WENNEFER [I]XVIII dinastia
TT204NEBANENSUXVIII dinastia
TT205THUTMOSII [II]XVIII dinastia
TT206IPUEMHEB XVIII dinastia/fine
TT207HOREMHEB [I]Periodo ramesside
TT208ROMAPeriodo ramesside
TT209SEREMHATREKHYTXXV dinastia
TT210RAWABENXIX dinastia (Ramses II)
TT211PANEBXIX dinastia (Ramses II)
TT212RAMOSE [III]XIX dinastia (Ramses II)
TT213PENAMUNXIX dinastia (Ramses II)
TT214KHAWEYXIX dinastia (Ramses II)
TT215AMENEMOPET [III]XIX dinastia (Ramses II)
TT216NEFERHOTEP [I]XIX dinastia (Ramses II)
TT217IPUYXIX dinastia (Ramses II)
TT218AMENNAKHT XIX dinastia (Ramses II)
TT219NEBMAATXIX dinastia (Ramses II)
TT220KHAEMTERIXIX dinastia (Ramses II)
TT221HORIMINXX dinastia (Ramses III)
TT222HEKAMMATRANAKHTE detto anche TuroXX dinastia
TT223KERAKHAMONPeriodo Tardo
TT224AHMOSE detto anche HUMAYXVIII dinastia (Hatshepsut – Tuthmosi III)
TT225SCONOSCIUTO, forse AMENEMHATXVIII dinastia
TT226SCONOSCIUTO, forse HEKARESHUXVIII dinastia (Amenhotep III)
TT227SCONOSCIUTOXVIII dinastia (Thutmosi III)
TT228AMENMOSE [III]XVIII dinastia (Thutmosi III)
TT229SCONOSCIUTOXVIII dinastia (Thutmosi III)
TT230MEN (?)XVIII dinastia
TT231NEBAMUN [V]XVIII dinastia
TT232THARWASPeriodo ramesside
TT233SAROYPeriodo ramesside
TT234ROY [I]XVIII dinastia (Thutmosi III)
TT235USERHAT [I]XX dinastia
TT236HARNAKHTPeriodo ramesside
TT237UNNEFER [II]Periodo Ramesside
TT238NEFERWEBENXVIII dinastia
TT239PENHETXVIII dinastia
TT240MERUXI dinastia
TT241AHMOSE [II]XVIII dinastia
TT242WEHIBRAPeriodo Tardo
TT243PEMU detto anche PAHYPeriodo Tardo
TT244PAKHARUXIX – XX Dinastia (?)
TT245HORI [I]XVIII dinastia
TT246SENENRAXVIII dinastia
TT247SIMUTXVIII dinastia
TT248TUTMOSIS [III]XVIII dinastia
TT249NEFERRONPET [III]XVIII dinastia
TT250RAMOSE [IV] o “TOMBA DELLE SCHIAVE”Ramesside
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TT201 – TOMBA DI RA

Planimetria schematica della tomba TT201[1] [2]

Epoca:                                  XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
RaPrimo araldo del reEl-KhokhaXVIII dinastia  (Thutmosi IV-Amenhotep III)versante sud-ovest nei presi della sommità; a est e più in alto delle TT199 e TT200

 

Biografia

Nessuna notizia biografica ricavabile[5].

La tomba

La TT201 presenta una semplice planimetria a “T” capovolta, tipica del periodo; molto danneggiate le immagini parietali.

Un breve corridoio, sulle cui pareti (1 in planimetria[6]) è rappresentato il defunto e alcune divinità (non identificabili), immette in una sala trasversale con quattro pilastri (due dei quali crollati); sulle pareti (2) il defunto offre libagioni su un braciere in presenza della moglie e di alcuno portatori di offerte, compresi mazzi di fiori e un bue inghirlandato; poco oltre (3), su quattro registri sovrapposti, il censimento del bestiame in presenza del defunto e disegni, solo accennati, di bestiame con vitelli.

Sul lato corto (4-5), su due registri, ciuffi di papiro, mazzi di fiori e offerenti dinanzi a Osiride e Iside (?) e alla Dea dell’Occidente (Hathor); poco oltre (6) resti di pittura di un giardino con un lago, portatori di offerte e un uomo inginocchiato dinanzi al defunto (?) e (7) resti di soldati con scudo e tamburi.

Su altra parete (8) il defunto (?) offre incenso su un braciere e (9) i resti di quattro soldati con scudo e stendardo dinanzi ad Amenhotep III (?). Un corridoio dà accesso ad una sala perpendicolare alla precedente[7]

La camera sepolcrale ha la caratteristica pressoché unica di essere dipinta in nero con le scritte dorate, simile alle decorazioni dei sarcofagi dell’epoca.

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.
  3. ^ Gardiner e Weigall 1913, p. 34
  4. ^ Porter e Moss 1927,  p. 304.
  5. ^ Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
  6. ^ Gardiner e Weigall 1913, p. 35

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 303, confermata in edizione del 1970.

[6]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 292.

[7]      Porter e Moss 1927,  p. 304.

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TT200 – TOMBA DI DEDY

Planimetria schematica della tomba TT200[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
DedyGovernatore del deserto a ovest di Tebe; Capo delle truppe del faraoneEl-KhokhaXVIII dinastia  (da Thutmosi III a Amenhotep II)versante sud, estremità ovest; ad est di TT198, accanto alla TT199

 

Biografia

Unica notizia biografica ricavabile, il nome della moglie Tuy[5].

  

La tomba

TT200 presenta struttura planimetrica a “T” rovesciata, tipica delle sepolture del periodo. Un corridoio immette in una sala trasversale sulle cui pareti: (1 in planimetria[6]) il defunto e la famiglia (?) pescano e praticano l’uccellagione; un uomo offre mazzi di fiori al defunto, alla moglie e a una figlia (di cui non è indicato il nome); due file di uomini procedono alla pulizia, alla preparazione, al trasporto e alla registrazione della cacciagione e del pescato in presenza del defunto seduto.

Sul lato corto di nord-est (2) resti di stele a imitazione di granito e scene, danneggiate del defunto che assiste alla vendemmia, alla decantazione e all’imbottigliamento in giare del vino. Su altra parete (3), su tre registri sovrapposti, il defunto, che indossa ampi collari con decorazione di amuleti, in atto di tirare d’arco sotto uno stendardo in presenza di due file di soldati e sotto la supervisione di Thutmosi III e Amenhotep II seduti sotto un padiglione.

Suonatrice di nacchere. Rilievo di N. De Garis Davies

Oltre l’accesso ad una sala perpendicolare (7), il defunto e la moglie seduti e resti di scene di banchetto con due arpisti maschi, uno in piedi e l’altro seduto, e due suonatrici di nacchere; sul lato corto una stele (6) con il defunto in offertorio a Osiride, testi danneggiati e portatori di offerte. Poco oltre, su tre registri (5), due figli maschi (non sono indicati i nomi) offrono fiori, mentre una figlia offre vino al defunto e alla moglie; seguono (4) scene del defunto e della moglie (?) che offrono libagioni e unguenti su un braciere mentre uomini trasportano fiori e frutta.

Un corridoio adduce a una camera perpendicolare alla precedente; sulle pareti resti di scene della processione funeraria (8) e, su due registri danneggiati (9) i riti per la Cerimonia di apertura della bocca e scene di raccolta, vagliatura e immagazzinamento del frumento[7].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 34
  4. Porter e Moss 1927,  p. 303.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 35

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 303, confermata in edizione del 1970.

[6]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 292.

[7]              Porter e Moss 1927,  p. 304

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TT199 – TOMBA DI AMENARNEFRU

Planimetria schematica dell’area di el-Khokha ed el-Assasif[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
AmenarnefruSupervisore del magazzino di Amon a KarnakEl-KhokhaXVIII dinastiaversante sud, estremità ovest; ad est di TT198

Biografia

Nessuna notizia biografica ricavabile[5].

La tomba

TT199 è inaccessibile; è noto tuttavia che su una parete sono abbozzati disegni di offertori e che sul soffitto sono riportati il nome e i titoli del defunto[6].

Fonti

  1. ^ Gardiner e Weigall 1913
  2. ^ Donadoni 1999,  p. 115.
  3. ^ Gardiner e Weigall 1913, p. 34
  4. ^ Porter e Moss 1927,  p. 303.
  5. ^ Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
  6. ^ Gardiner e Weigall 1913, p. 35

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 303, confermata in edizione del 1970.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 303

Mai cosa simile fu fatta

USHABTI DI NECTANEBO II

Provenienza sconosciuta
Faience
Altezza 24 cm
Museo Egizio di Torino

La produzione di massa di opere d’arte si diffuse durante il primo millennio a. C.

In questo caso si tratta di piccole figure, destinate a fare le veci del defunto se questi fosse stato chiamato a svolgere qualche mansione nel regno dei morti.

Queste statuine vengono chiamate ushabty che significa ” Colui che risponde”.

Il defunto poteva avere uno o centinaia di ushabty, la varietà di forme, materiale e colore era molto ampia, ma mancava qualunque tentativo di rendere l’aspetto l’aspetto degli ushabty individuale.

Molti esemplari dell’ Epoca Tarda erano in faience realizzati a stampo e incisi a mano prima della cottura.

Il rifiuto egizio della ripetitività totale è evidente nelle variazioni, anche piccole, della scelta e disposizione dei geroglifici.

Questo ushabty ricorda una mummia e stringe tra le mani attrezzi agricoli.

Fonte: Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon

Foto: Museo Egizio di Torino

Mai cosa simile fu fatta

STATUINA DELLA DEA HATHOR

Saqqara, Serapeo
Bronzo, Altezza cm 27,2
Museo Egizio del Cairo – CG 39134

La statua riproduce Hathor nelle sembianze di dea vaccina.

Secondo la maniera egiziana di rappresentare la divinità, metà umana e metà ferina, Hathor si mostra in tutto il suo mistero di animale celeste, dea madre del cielo che nutre e allatta i suoi figli.

Il nome Hathor, che significa ” Casa di Horo”, sottolinea l’aspetto celeste della dea che, in quanto madre divina, si trova assimilato alla dea Iside, anch’essa rappresentata come vacca.

Hathor si rivela inoltre titolare dell’amore e di conseguenza del canto della danza, dell’ebrezza.

L’aspetto benevolente di Hathor nei confronti degli uomini e trasposto anche nella sfera funeraria, in cui è descritta come benigna per i defunti; il suo nome si ritrova infatti legato al monte tebano, la necropoli, e all’area di Deir El-Bahari,, dove sorgeva un suo santuario prima ancora che la regina Hatshepsut vi costruisse il suo tempio funerario.

Molti sono i luoghi di culto hathorici, anche in terre lontane quali il Sinai e la Nubia.

Questa statua propone e la dea in posizione incedente con la gamba sinistra avanzata, secondo. I canoni egizi.

Il braccio sinistro è proteso e il destro è disteso lungo il fianco, mancano lo scettro – was e il simbolo ankh, che la dea stringeva nelle mani sinistra e destra rispettivamente.

Il capo vaccino è incorniciato da una parrucca ripartita strinata e dalla barba posticcia, tipico attributo divino dal quale procede la “collana larga” che orna la veste.

Tra le corna, due piume di struzzo e il disco solare con ureo, elementi costitutivi del “copricapo hathorico”, associato ad altre divinità femminili assimilate ad Hathor.

Fonte e fotografie

I Tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo del Cairo – Alessia Amenda – Fotografie Araldo De Luca – National Geographic – Edizioni White Star.

eographic – Edizioni White Star.

“COSE (ANCORA PIÙ) MERAVIGLIOSE”

IL “GIOVANE MEMNONE”

Il Faraone accoglie i visitatori nella sezione del British Museum dedicata all’Antico Egitto. Con la giusta illuminazione si distinguono nettamente i due colori del granito in cui è scolpita la statua.

Si tratta della parte superiore di una statua colossale di Ramses II inizialmente posta, insieme alla sua gemella, davanti al Ramesseum. La parte inferiore della statua è rimasta in Egitto.

La base del “Giovane Memnone” ancora davanti al Ramesseum e una ricostruzione digitale della statua originale

Fu chiamato “il giovane Memnone” in onore del mitico re di persia e dell’Etiopia, figlio di Titone e di Eos, ucciso da Achille durante la guerra di Troia e che secondo Omero nell’Odissea fu “il più bello tra tutti i guerrieri che presero parte alla guerra di Troia”.

Fu quindi, in pratica, la prima opera egizia considerata “artistica” dagli inglesi, tanto da accostarla all’arte greca.

I visitatori del British Museum al cospetto di sua maestà

Ha la caratteristica di essere in granito di due tonalità (grigio e rosa); lo scultore ha sfruttato questa peculiarità scolpendo il viso nella parte più rosata per esaltarlo maggiormente.

Il sovrano indossa il classico nemes; l’ureo che adornava la fronte è andato perduto quasi del tutto. Da notare che gli ampi occhi a mandorla, in contrasto con l’iconografia classica egizia, sono leggermente inclinati verso il basso, come il Faraone divinizzato guardasse dall’alto i semplici mortali.

Lo sguardo benevolo del Faraone si posa sui suoi sudditi. Secondo Belzoni, quando vide il busto per la prima volta “aveva il viso rivolto verso il cielo, e s’avrebbe detto che egli mi sorrideva all’idea di essere trasportato in Inghilterra”
Il sorriso di Ramses finemente intagliato nel granito

L’iscrizione verticale sul retro del busto riporta i nomi ed i titoli del Faraone ed una parte della dedica ad Amon-Ra.

Anche la visione dal retro con l’iscrizione di dedica ad Amon Ra evidenzia la doppia colorazione della statua

Le dimensioni sono impressionanti: è alto 2,66 metri e supera di poco i due metri in larghezza all’altezza delle spalle. Il suo peso supera le sette tonnellate e, come abbiamo visto, la sua difficoltà di trasporto si trasformò per Belzoni nell’opportunità della sua vita. Il foro nella spalla destra della statua, infatti, sarebbe frutto del tentativo fallito da parte dei francesi di rimuovere la statua prima di Belzoni.

La testa della statua gemella ancora al Ramesseum

Tra le leggende metropolitane che accompagnano questa statua, sarebbe stata la fonte di ispirazione del poeta inglese Shelley per scrivere il sonetto “Ozymandias”:

Percy Bysshe Shelley (1792-1822). Fu anche il marito di Mary Shelley, quella di Frankenstein per intenderci

Riferimenti

  • Webster D, Giovanni Belzoni: Strongman Archaeologist, 1990
  • Belzoni GB, Narrative of the recent discoveries in Egypt and Nubia, 1835
  • De Andrade-Eggers, Discovering Ancient Egypt In Modernity: The Contribution Of An Antiquarian, Giovanni Belzoni. Herodoto, 2016
  • Zatterin M. Il gigante del Nilo, 2002
  • Sevadio G, L’italiano più famoso del mondo, Bompiani 2018

Foto: © British Museum, Londra – Wikipedia

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TT198 – TOMBA DI RIYA

Planimetria schematica della tomba TT198[1] [2]

Epoca:                                   XIX-XX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
RiyaCapo del magazzino di Amon a KarnakEl-KhokhaXIX-XX dinastiaversante sud, estremità ovest, in basso

 

Biografia

Nessuna notizia biografica ricavabile[5].

 

La tomba

TT198 presenta una semplice planimetria a “T” capovolta, tipica del periodo, con un ingresso, una sala trasversale e una sala perpendicolare alla precedente. Nella sala trasversale, scene dello sciacallo Anubi, nella perpendicolare solo alcune giare superstiti da scene distrutte[6].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 34
  4. Porter e Moss 1927,  p. 303.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 35

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 303, confermata in edizione del 1970.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 303,

C'era una volta l'Egitto, Età Tarda

IL “FARAONE” CAMBISE II

Di Piero Cargnino

PRIMA SATRAPIA D’EGITTO

La XXVI dinastia egizia finisce così, miseramente con Psammetico III, con lui se ne vanno per sempre i faraoni egizi. Manetone prosegue chiamandole “dinastie” anche se a tutti gli effetti nulla hanno a che vedere con le vere dinastie egizie.

Ad inaugurare la XXVII dinastia fu Cambise II, che successe al padre Ciro il grande nel 529 a.C.. Fu re di Persia, della dinastia Achemenide, e fin da subito continuò l’opera del padre di consolidare l’impero conquistando l’Egitto.

Narra una leggenda che Cambise venne a sapere dai suoi oracoli che gli egiziani adoravano i gatti al punto da divinizzarli. Il re persiano ordinò quindi a seicento dei suoi guerrieri di legare gatti vivi ai loro scudi e li mandò davanti agli altri guerrieri. A questo punto gli egiziani smisero di attaccare i soldati per paura di uccidere i loro animali di culto venendo così travolti. Quando decise di scendere in Egitto per conquistarlo, nel timore di essere defraudato del regno durante la sua assenza, fece uccidere di nascosto il fratello Bardija (in greco Smerdi).

Con la XXVII dinastia l’Egitto diventa in realtà una satrapia dell’impero Achmenide dove Cambise II, re di Persia, dopo aver sconfitto e conquistato l’Egitto si fece incoronare faraone assumendo il nome egizio di Mesutira Kamebet e adottando la completa titolatura reale.

In realtà Cambise II non esercitò mai il potere di faraone in quanto egli considerava l’Egitto una satrapia persiana, infatti affidò il governo al satrapo Aryandes. Le mire di Cambise erano ben altre che limitarsi a governare l’Egitto, egli mirava alla conquista della Nubia, occupare le oasi occidentali fino a Siwa e conquistare Cartagine.

La spedizione in Nubia fallì a causa della malaria e della dissenteria che l’esercito contrasse tra Napata e Meroe e che decimò quasi completamente la sua armata mentre quella verso Siwa si risolse nella disastrosa scomparsa dell’armata (che descriveremo in seguito). La conquista di Cartagine invece non ebbe mai inizio poiché la flotta persiana, composta in massima parte da marinai fenici, si rifiutò di attaccare una città di origine fenicia.

Nonostante avesse fatto uccidere suo fratello Bardija, durante la sua assenza, in patria un sacerdote di nome Gaumata, grazie a una certa somiglianza con il fratello del re, favorito dall’impopolarità del dispotico Cambise, oltre alla sua lunga assenza de re dalla Persia, dovuta alla campagna di conquista dell’Egitto, ebbe relativa facilità ad assumere il potere. Non ebbe però modo di governare più di sette mesi quando, Dario, succeduto a Cambise lo mise a morte. Racconta Erodoto che, non essendo riuscito a raggiungere gli obiettivi che si era prefissato, a fronte di tutte queste sciagure Cambise II impazzì, commettendo atti disdicevoli e feroci, distrusse dei templi egizi, arrivando, in un momento di pazzia a commettere  la sacrilega uccisione del toro sacro Api, per gli egizi l’incarnazione del dio Ptah.

Su di un testo ebraico, risalente al 407 a.C., è riportato che Cambise avrebbe ordinato “la distruzione di tutti i templi degli Egizi”. Gli studiosi sono scettici circa la veridicità del racconto che probabilmente risente dell’avversione dello storico greco nei confronti dei persiani come d’altra parte lo sarà sicuramente la fonte ebraica. Una smentita potrebbe derivare dal fatto che nel Serapeo di Saqqara si trova uno splendido sarcofago fatto costruire da Cambise per un toro Api morto durante il suo regno.

Nel 552 a.C. Cambise lasciò l’Egitto per correre a Susa dove il sacerdote Gaumata gli aveva usurpato il trono. Durante il viaggio però morì in circostanze misteriose.

Con la precedente XXVI dinastia l’Egitto era tornato un paese prospero al punto che, dopo la conquista persiana, sarebbe potuta diventare una “perla dell’Impero”, ma tra gli egizi autoctoni e gli occupanti persiani non corse mai buon sangue nonostante da parte persiana si cercò di stabilire una collaborazione pacifica che trovò però uno scarso entusiasmo da parte egizia.

Nonostante tutto vigeva una politica di distensione che si protrasse fino alla fine del regno di Dario I, ma si deteriorò in modo molto sentito quando i loro successori ed i satrapi iniziarono ad adottare misure odiose per gli egiziani. Tra le peggiori che vennero prese ci fu l’abolizione dello status regale per le “Divine Spose di Amon” e l’imposizione di tasse assai pesanti sulle rendite dei templi allo scopo di finanziare le guerre persiane. Iniziò quindi, fomentato dai collegi sacerdotali, un “nazionalismo egiziano esasperato e insofferente” che culminerà poi nel 404 a.C. con la cacciata dall’Egitto degli Achemenidi.         

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
  • Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
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  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Giuseppe Zaccarino, “Le lacrime del faraone”, rebstein.wordpress.com, 2021
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Pierre Briant, “Storia dell’impero Persiano da Ciro ad Alessandro”, Fayard, Parigi, 1996
  • Franco Mazzini, “I mattoni e le pietre”, Urbino, Argalia, 2000
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997 Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996