Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

TESTA DI REGINA TOLEMAICA

Thuis ( Tell Timai)
Epoca Tolemaica ( fine III secolo a. C.)
Marmo – Altezza cm 19
Museo Egizio del Cairo – JE 39517

Testa di regina Tolemaica assimilate a Iside

Questa testa proviene da Tell Timai, l’antica Thuis, una località del Delta.

Raffigura un personaggio femminile dal mento pronunciato, con una raffinata acconciatura a boccoli e cinta da un diadema tipico delle Regine.

Sul capo era applicato un ornamento metallico, forse il disco solare racchiuso fra due corna bovine, attributo divino che si ritrova su altre teste acconciate nello stesso modo.

Si tratta probabilmente di una sovrana tolemaica assimilata alla dea Iside; tramite il confronto con le raffigurazioni sulle monete è stata proposta un’identificazione con Berenice II, sorella e sposa di Tolomeo III Evergete.

Fonte e fotografia

I tesori dell’antico Egitto – Daniela Comand – Fotografia Araldo De Luca – National Geographic – Edizioni White Star

“COSE (ANCORA PIÙ) MERAVIGLIOSE”

LA PRIMA IMPRESA: LIBERARE LA SFINGE

“Guardami, osservami, figlio mio Thutmosis, io sono tuo padre Horemakhet-Khepri-Ra-Atum, io ti ho donato il regno”. Foto: kairoinfo4u

Un eretico genovese alla caccia di segreti

Giambattista Caviglia nell’unico ritratto pervenutoci, effettuato proprio dal Console inglese Salt

Nel novembre del 1816 il capitano genovese Giambattista Caviglia sbarca ad Alessandria, appende il timone al chiodo e si improvvisa esploratore. Profondamente religioso, è rimasto affascinato dall’aura di mistero esoterico legato all’Egitto, ai miti di Osiride, e cerca dei riferimenti che colleghino questi miti alla storia ebraica ed al cristianesimo.

Viene subito molto “benvoluto” dagli altri europei in Egitto. DI lui scrisse il console piemontese Pedemonte (che era però originario anch’egli di Genova): “Recatosi in Cairo abbandonò il mestiere di marinaio e dedicossi interamente, o per meglio dire intese dedicarsi, agli scavi archeologici, senza avere alcuna idea di quelle nozioni preliminari necessarie e indispensabili a chiunque voglia occuparsi di archeologia”, descrivendolo come “empio ed ignorante” e considerato dagli altri “grezzo ed imbecille”. Ebbe da dire anche con il console napoletano Fantozzi (Riccardo, non Ugo…).

Incrocerà Belzoni (che lo chiama “Captain Cabillia”) ma, divisi da propositi diversi, non collaboreranno mai. Anche Champollion diffiderà di lui, considerandolo un superstizioso ignorante e rifiutando una proposta di Caviglia di accompagnarlo nel suo viaggio in Egitto.

Un po’ esploratore e un po’ guida turistica per i ricchi europei che iniziano a visitare l’Egitto, l’unico a considerarlo è il console inglese Henry Salt (che ritroveremo alle prese con altri personaggi), il solo che riuscì a dire di lui che “il suo carattere amabile si mescola all’entusiasmo per la ricerca archeologica”. Salt è appena arrivato in Egitto ed ha l’incarico di battere i francesi nella “corsa” ai tesori egizi ed al materiale per decifrare i geroglifici. Il suo agguerritissimo nemico sarà il corrispettivo francese, Drovetti, con cui mancherà poco alla sfida a duello. Salt fornisce quindi a Caviglia un budget sostanzioso e 160 uomini per lavorare sulla piana di Giza.

Caviglia si mette all’opera. Inizia con la piramide di Cheope, esplora il pozzo che parte alla base della grande scala ed entra per primo dopo molti secoli nella camera sotterranea. Nella camera principale la sua curiosità è attratta dai cunicoli Nord e Sud, e per primo prova ad investigare cosa celino con l’uso di lunghe pertiche. Invano. È convinto che portino a camere segrete, mai scoperte. Li ritroveremo più avanti. Caviglia fu forse il primo fanta-archeologo convinto che le camere della Grande Piramide nascondessero poteri esoterici

Deluso, inizia allora a lavorare intorno alla Sfinge. Il suo passato di capitano gli permette di organizzare gli uomini in squadre ordinate, ma non fa in tempo a liberare un settore che subito il vento del deserto lo ricopre. Però Caviglia fa in tempo a scoprire il tempietto di Tuthmosis tra le zampe della Sfinge e la Stele del Sogno, un frammento dell’ureo che adornava la testa della Sfinge e uno della barba.

I frammenti trovati ai piedi della Sfinge, compreso il frammento di ureo (in alto)
L’ureo (presumibilmente) della Grande Sfinge. Foto British Museum
Il Tempietto di Tuthmosis con la Stele della Sfinge, sempre nei disegni originali di Salt

Emerge anche una scalinata monumentale costruita dai Romani per giungere ai piedi della Sfinge, prima che la sabbia vinca la sua battaglia.

La Scalinata della Sfinge nel disegno originale di Salt. La prospettiva è dal volto della Sfinge
La pianta della scalinata della Sfinge con le misurazioni originali di Salt. Come si vede, la scalinata terminava praticamente davanti alle zampe della Sfinge. Lo spettacolo all’epoca doveva essere grandioso.

Caviglia si arrende; passa quindi a Menfi, dove scopre e disseppellisce il colosso di Ramses II vicino al tempio di Ptah. Lo offre a Leopoldo II di Toscana tramite Ippolito Rosellini, ma quando Leopoldo scopre quanto costerebbe trasportarla a Firenze fa sapere di non essere grullo e la rifiuta gentilmente. La stessa fine farà l’offerta al British Museum. Per la cronaca, nessuno si occuperà di spostare il colosso, intorno a cui crescerà invece un museo “in loco” per ospitarlo.

I progressi degli scavi nel 1817

Preso dal suo misticismo, Caviglia pubblicherà quattro “Avvisi” nel 1827 in cui cercherà una sorta di fusione tra il mito di Osiride e il cristianesimo identificando Osiride con Abele e Seth con Caino. Caviglia intuisce uno stretto rapporto tra l’Antico Egitto e l’Antico Testamento, un’idea originale all’epoca, ma ne sbaglia tempi e modi. I suoi “Avvisi” gli varranno una scomunica e la fine della sua carriera di esploratore, non prima di aver partecipato con Richard Vyse allo scempio con l’esplosivo delle piramidi di Chefren e Micerino per entrarvi.

Epilogo

La Sfinge nel 1886 poco prima degli scavi di Grébaut. Quasi tutto da rifare

Un altro francese, Grébaut, nel 1887 riesce nuovamente a liberare le zampe, ma come per Caviglia è una vittoria solo temporanea.

Finalmente nel 1925 ancora un architetto francese, Emile Baraize, riesce nell’impresa ma ad un prezzo altissimo: la distruzione della scalinata romana. In compenso, appare il cosiddetto “Tempio della Sfinge” subito sotto. L’impresa verrà consolidata nel 1931 da Selim Hassan con un immane sbancamento di sabbia intorno al monumento ed un parziale restauro della testa.

Nel 1931 l’opera di disseppellimento di Selim Hassan è quasi definitivamente terminata, con i lavori di restauro sulla testa ancora in corso


E da lì la Sfinge ci osserva ancora, e protegge le Dimore dell’Eternità.

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

FIGURA INTARSIATA DI SOVRANO

Provenienza sconosciuta
(250 a. C.)
Pasta vitrea con tracce di doratura, 13 x 6 cm.
Brooklyn Museum of Art, New York

L’ Età Tolemaica vide grandi progressi nell’arte vitrea policroma.

Questa figura faceva forse parte della decorazione di un tabernacolo ligneo, e raffigura un personaggio maschile che indossa la corona del Basso Egitto ( per quanto la corona, detta Corona Rossa, sia in questo caso di colore blu).

In teoria potrebbe trattarsi di un re o di una divinità, ma la posizione del braccio destro suggerisce un gesto di offerta o di adorazione.

È più probabile che raffiguri un sovrano.

Il viso idealizzato fa propendere per una datazione all’ Età Tolemaica, come anche la tecnica dell’intarsio, che non si avvale più di alveoli in metallo per contenere i singoli pezzi della composizione.

La figura venne realizzata in quattro pezzi: corona, testa, girocollo e corpo.

La pasta vitrea era un materiale molto apprezzato, di livello pari alle pietre dure.

Fonte: Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon

Necropoli tebane

TT191 – TOMBA DI WAHIBRENEBPEHTI

Wahibrenebpehti in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT191[1] [2]

Epoca:                                   XXVI Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
WahibrenebpehtiCiambellano della Divina Adoratrice, Maestro delle cerimonieEl-AssasifXXVI dinastia  (Psammetico I)[5]accessibile dalla TT189
Planimetria dell’area cui insistono le tombe TT189, TT190, TT191, TT192, TT193, TT194-TT195-TT196-TT364-TT406

Planimetria dell’area in cui insistono le tombe TT192, TT364, TT407 (in basso a destra l’accesso alle tombe TT190 e TT191)

Biografia

Pedehor, Capo dei disegnatori, fu suo padre e Thesmutpert sua madre. Pedehor, come il nonno e Ciambellano della Divina Adoratrice come il padre, fu suo figlio[6].

La tomba

L’ingresso a TT191 si apre in un più vasto cortile di disimpegno che consente l’accesso a numerose altre tombe (TT192, TT364, TT407); ad essa si accede, inoltre, dall’annesso alla TT189 e dalla TT190[7].

Un breve corridoio, sulle cui pareti (1/rosso in planimetria[8]) il defunto riceve l’omaggio del figlio Pedehor e sono riportati i nomi dei genitori e sono presenti, inoltre, abbozzi di disegno del defunto e di testi sacri, immette in un secondo corridoio (2-3) con inni ad Amon-Ra, i titoli del defunto e un inno a Osiride. Nella sala seguente, molto danneggiata, (4-5-6-7) resti di scene comprese un inno a Osiride, testi con nomi dei genitori e del figlio nonché mucche. IN un passaggio (8) resti di testo[9].

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 297.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Gardiner e Weigall 1913, p. 32
  5. Porter e Moss 1927,  p. 297.
  6. Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Gardiner e Weigall 1913, p. 33

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 297, confermata in edizione del 1970.

[7]      Poiché in planimetria sono rappresentate due differenti tombe, i riferimenti sono stati riportati in differente colore. Per la TT191 seguire la numerazione rossa.

[8]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 297.

[9]      Porter e Moss 1927,  confermata nell’edizione del 1970, p. 297.

C'era una volta l'Egitto, Età Tarda

IL FARAONE APRIE 

(HAAIBRA WAHIBRA)

Di Piero Cargnino

Alla morte di Psammetico II sale al trono il figlio Aprie (Haaibra Wahibra). Il Canone Reale gli assegna un periodo di regno che, per questa fase storica pare eccessivamente lungo; rifacendoci a Sesto Africano (che lo chiama Akmenrah) avrebbe regnato ventinove anni che pare concordare con i dati archeologici mentre Eusebio di Cesarea, come Erodoto, gliene attribuiscono ventisei.

Oltre al fatto di comparire nella lista reale, Aprie è noto perché compare su di una stele da Tebe, un coperchio di vaso da El-Lahun e su parecchi scarabei di cui uno proviene da Biblo.

Dovrebbe aver regnato sulla maggior parte dell’Egitto dato che i ritrovamenti a suo carico si trovano sparsi un po’ in tutto il paese.

La sua Grande Sposa reale pare essere stata Khaesnebu.

Dall’Antico Testamento lo troviamo citato nel libro di Geremia quando, poco dopo la sua salita al trono, il re di Giuda Sedechia, certo dell’appoggio dell’esercito egizio, si ribellò a Nabucodonosor di Babilonia. Aprie non intervenne direttamente contro l’esercito babilonese ma si limitò a sbarcare un contingente di guerrieri sulle coste siriane che attaccarono le città di Biblo, Arvad e Sidone, fedeli a Nabucodonosor.

Quando Gerusalemme venne conquistata dalle truppe babilonesi  nel 587 a.C. Apries era già tornato in Egitto con i suoi uomini. La Bibbia cita la collera del dio degli ebrei per questo mancato intervento diretto:

ma non successe nulla di tutto ciò.

Diversi profughi ebrei riuscirono a scampare e si rifugiarono in Egitto, Apries li accolse assegnandogli come insediamento l’isola di Elefantina dove gli permise anche di erigere un tempio al loro dio. Superfluo dire che la descrizione di questi avvenimenti non ci provengono da fonti egizie , o per carenza di fonti archeologiche o per scelta da parte degli egiziani; ci sono invece fornite da fonti greche, babilonesi e dalla Bibbia.

Sul fronte interno assistiamo a pochi cambiamenti, anche Aprie tenne ad esaltare, in campo artistico e religioso, la tradizione intrapresa dai suoi predecessori. Continuò a favorire la comunità greca a scapito di quella libica dove aumentò il malumore nella casta militare che si sentiva messa da parte nelle posizioni di potere.

Successe che un tempo un capo libico, Ardikran, chiese aiuto ad Aprie per attaccare un avamposto greco, la città di Cirene, fondata sulla costa libica circa 60 anni prima da un avventuriero dorico di nome Battos. Aprie accettò di aiutarlo ma essendo l’esercito egiziano composto in gran parte da mercenari greci, inviò un contingente composto da libici ed egizi. L’esercito però venne sconfitto ed i superstiti si ammutinarono. Per far fronte a questa situazione, Aprie inviò un altro esercito sotto la guida del generale Amasis, che aveva già sedato un ammutinamento di truppe greche che combattevano alla frontiera con la Nubia. Subito il suo esercito lo acclamò sovrano, Aprie armò dunque un nuovo esercito che inviò contro Amasis ma questo venne sconfitto ed Aprie fu catturato. L’usurpatore Amasis non infierì su Aprie ma lo trattò con benevolenza, ma il vecchio sovrano fece un ulteriore tentativo di recuperare il trono, sconfitto venne giustiziato.

Nonostante tutto Amasis rispettò il suo predecessore al quale riservò gli onori funebri e lo fece seppellire, rispettando i rituali, nel tempio di Neith a Sais.

Aprie fece costruire tra l’altro due obelischi gemelli di granito rosa che Roma, ovviamente, non si lasciò sfuggire. Recuperati da Sais in epoca imperiale (90 d.C.) vennero trasportati a Roma dove costituirono ornamento al tempio di Iside al Campo Marzio, il culto della dea Iside contava molti seguaci nell’antica Roma. Gli obelischi vennero abbattuti e rotti durante il periodo dell’imperatore Teodosio che perseguiva l’abolizione dei culti pagani.

Uno dei due, l’obelisco della Minerva, così è chiamato oggi, è collocato a Roma nella piazza della Minerva davanti alla Basilica di Santa Maria, è stato eretto sulla schiena di un elefante di marmo scolpito da Ercole Ferrata su disegno del Bernini nel 1667. L’intero complesso monumentale viene chiamato dal popolo il “Pulcin della Minerva” dove Pulcin sta ad indicare le ridotte dimensioni dell’elefante.

Alto 5,47 metri l’obelisco conserva sui quattro lati iscrizioni in geroglifico che dicono che fu eretto in onore del faraone Aprie.

L’obelisco gemello, anch’esso restaurato venne donato alla città di Urbino, dove si trova tutt’ora in Piazza Rinascimento di fronte alla chiesa di San Domenico, per volere del cardinale Annibale Albani, come celebrazione del pontificato di Clemente XI (Giovanni Francesco Albani) in occasione del rinnovamento del tessuto urbano voluto dalla famiglia Albani.

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
  • Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Franco Mazzini, “I mattoni e le pietre”, Urbino, Argalia, 2000
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
  • Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996)

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

FIGURA STANTE DI UOMO

Provenienza sconosciuta ( dall’alto Egitto)
Ardesia grigio-verde
Altezza 49,5 cm., P. 15 cm, L. 13,5 cm
Altezza della testa 7 cm
Agyptisches Museum, Berlino
Inv. n. 10972

Il soggetto di questa scultura può non apparire particolarmente attraente, ma l’opera è notevole.

A prima vista pare essere composto da due parti non appartenenti l’una all’altra; dal collo in giù sembra una scultura idealizzata, con il gonnellino quale unico capo di vestiario.

Uno sguardo più attento rivela un corpo tonico, non più giovane, ma ancora in forma; il modellato della mosculatura è limitato e sul petto risaltano seni quasi femminili.

La testa è notevole : la fronte corrugata, profondi solchi nasolabiali e l’angolo sinistro della bocca leggermente sollevato ne fanno un notevole approccio naturalistico.

Da: Lembke, Katja, and Günter Vittmann. “Die Ptolemäische Und Römische Skulptur Im Ägyptischen Museum Berlin. Teil I: Privatplastik.” Jahrbuch Der Berliner Museen, vol. 42, 2000, pp. 7–57.

Fonte

Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon

Necropoli tebane

TT190 – TOMBA DI ESBANEBDED

Esbanebded in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT190[1] [2]

Epoca:                                   XX – XXI Dinastia, usurpata in Periodo Tardo

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
EsbanebdedPadre Divino, Profeta alla testa del reEl-AssasifXX-XXI dinastia (?)accessibile dalla TT189
Planimetria dell’area in cui insistono le tombe TT189, TT190, TT191, TT192, TT193, TT194-TT195-TT196-TT364-TT406

Planimetria dell’area in cui insistono le tombe TT192, TT364, TT407 (in basso a destra l’accesso alle tombe TT190 e TT191)

Biografia

Pakharkhonsu, anch’egli Padre Divino, fu suo padre; Meramuniotes, Suonatrice di sistro di Amon-Ra, fu sua madre; Tanub fu sua moglie e anche Pakharkhonsu, come il nonno, fu il nome di suo figlio[5].

La genealogia di Esbanebded. Da: Panov, Maxim. “The Family of the Theban Priest Nesbandebdjedet.” Studies in Ancient Art and Civilization 23 (2019): 137-151.

La tomba

L’ingresso attualmente murato della TT190. Le iscrizioni sugli stipiti hanno ricostruito la genealogia di Esbanebded. Da: Panov, Maxim. “The Family of the Theban Priest Nesbandebdjedet.” Studies in Ancient Art and Civilization 23 (2019): 137-151.

L’ingresso a TT190 si apre in un più vasto cortile di disimpegno che consente l’accesso a numerose altre tombe (TT192, TT364, TT407); ad essa si accede, inoltre, dall’annesso alla TT189 e, a sua volta, TT190 fa da ingresso alla TT191[6].

Molto danneggiata, è interpretabile una sola scena (1/nero in planimetria[7]) che rappresenta il defunto seduto con il figlio Pakharkhonsu e testi che riportano i titoli e i nomi. La TT190 venne verosimilmente usurpata in Periodo Tardo[8].

Le iscrizioni nella camera di ingresso della TT190. Da: Panov, Maxim. “The Family of the Theban Priest Nesbandebdjedet.” Studies in Ancient Art and Civilization 23 (2019): 137-151.

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 32
  4. Porter e Moss 1927,  p. 297.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 33

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 297, confermata in edizione del 1970.

[6]      Poiché in planimetria sono rappresentate due differenti tombe, i riferimenti sono stati riportati in differente colore. Per la TT190 seguire la numerazione nera.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 296.

[8]      Porter e Moss 1927,  confermata nell’edizione del 1970, p. 297.

Necropoli tebane

TT189 – TOMBA DI NAKHTDJEHUTY

Planimetria schematica della tomba TT189[1] [2]

Epoca:                                  XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
NakhtdjehutySupervisore dei costruttori di barche del lago settentrionale di Amon; Capo degli orafi nei possedimenti di AmonEl-AssasifXIX dinastia  (Ramses II  anno LVIII di regno)a est del pilone in mattoni; pochi passi a ovest dalla TT36

Planimetria dell’area in cui insistono le tombe TT192, TT364, TT407 (in basso il “corridoio” in cui si trova la TT189)

Biografia

Sono rilevabili i nomi delle mogli, Netemhab e Tentpa, e dei figli Kensemhab, Capo degli orafi dei possedimenti di Amon, e Amenemwia, Prete di Mut[5].

La tomba

L’ingresso a TT189 si apre in un lungo cortile, quasi un corridoio[6], in cui si apre anche l’accesso alla TT194 e si trova una stele pertinente alla TT193[7].

TT189 è planimetricamente strutturata con un corridoio di accesso che immette in una sala trasversale; un secondo corridoio dà accesso a una seconda sala trasversale; presenta, inoltre, un “annesso” ubicato al fondo del “corridoio” antistante l’accesso. Sulla parete in cui si apre l’ingresso (1/nero in planimetria[8]) un testo di ammonimenti ai viventi dati dal defunto e (2) su quattro registri sovrapposti barche sacre e le porte d’oro del tempio. Sulle pareti del corridoio (3) che dà accesso alla prima sala trasversale i titoli del defunto e resti di testo, nonché il defunto e la moglie Netemhab seduti. Sulle pareti della sala: (4-5-6) su tre registri brani del Libro delle Porte e scena di psicostasia; tesi autobiografici che recano l’indicazione dell’anno LV di regno di Ramses II e scene della processione funeraria, con dolenti e buoi che trainano scrigni. Analogamente, sulle pareti opposte (7-8-9) brani del Libro delle Porte, il defunto con la moglie Tentpa dinanzi alla Dea dell’Occidente (Mertseger) e il figlio Kensemhab, Capo degli orafi dei possedimenti di Amon, in offertorio ai genitori.

Un secondo corridoio immette nella seconda sala trasversale; sulle pareti: doppia scena del defunto (10) inginocchiato dinanzi a Osiride e Iside e dinanzi a Osiride e Nephtys; testi di offertorio con il defunto abbracciato dalla Dea dell’Occidente. Sulle pareti opposte (11-12), su tre registri sovrapposti, scene di banchetto con ospiti e due preti dinanzi a un altare che offrono fiori al defunto. Al centro della sala (13) i resti di una falsa porta con il figlio Kensemhab in offertorio al defunto e alla madre e, su due registri, scene di offertorio di fiori al defunto anche da parte del figlio Amenemwia, Prete di Mut. Un breve cunicolo lascia intendere forse la volontà, non conclusa, di ampliare la tomba.

Fuori dalla TT189, nel corridoio antistante, all’estremità nord dello stesso, si trova un annesso costituito da una sala trasversale e una camera rettangolare. Un breve corridoio (14/nero), sulle cui pareti sono rappresentati il defunto e la moglie Netemhab in offertorio a Ra-Horakhti e Maat e a Osiride e Iside, conduce alla sala trasversale in cui (15) il defunto e la moglie sono inginocchiati in offertorio (i danni alla scena non consentono di stabilire che fosse il destinatario delle offerte). Nella sala rettangolare (16), su due registri, un uomo purifica il defunto e la moglie; (17) la copia seduta mentre un uomo offre loro mazzi di fiori; (18-19) resti di brani del Libro delle Porte; (20) in una doppia scena, il defunto, la moglie e un’altra coppia dinanzi a Osiride e Maat e dinanzi a Osiride (?) e Iside[9].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 32
  4. Porter e Moss 1927,  p. 295.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 33

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 295, confermata in edizione del 1970.

[6]      Tale “corridoio”, a sua volta, fa parte di in un più vasto cortile di disimpegno che consente l’accesso a numerose altre tombe (TT192, TT364, TT407).

[7]      Poichè sull’area insistono tre differenti tombe, i riferimenti sono stati riportati in differente colore. Per la TT189, e per il suo annesso, seguire la numerazione nera.

[8]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 296.

[9]      Porter e Moss 1927, pp. 295-297.

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

STATUA DI HOR, FIGLIO DI HOR

Alessandria
Basalto, altezza cm 83
Museo Egizio del Cairo

Questa scultura presenta il pilastro dorsale, caratteristico della tradizione egizia.

Chi non ha familiarità con le sculture realizzate durante l’ Età Tolemaica e i primi anni del l’occupazione romana tende a negare l’origine egizia dell’opera.

Uno dei motivi è l’abbigliamento, che può essere egizio o introdotto dall’estero.

In quest’ultimo caso si tratterebbe comunque di una statua che riflette la moda dell’epoca.

Secondo motivo i capelli, corti e con una pronunciata stempiatura, ma anche in questo caso potrebbe trattarsi dalla resa realistica di una pettinatura comune.

Infine il volto, lungo e magro, con borse sotto gli occhi e un solco orizzontale sopra il mento.

Alcune sculture dell’ Età Tolemaica e del periodo immediatamente successivo sono chiaramente naturalistiche, e ritraggono fedelmente l’aspetto della persona.

Non c’è quindi da dubitare che la statua di Hor figlio di Hor appartenga alla tradizione egizia.

Fonte: Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

MUMMIA DI TAKERHEB

Provenienza e acquisizione: dono del museo Antropologico, 1884
Museo Egizio di Firenze, inv. n. 5703
Legno, tela struccata e dipinta, pittura nera, bianca, rossa, verde e azzurra. Lamina e foglia d’oro
Sarcofago: lunghezza c. 169, larghezza cm 50

Mummia di donna, chiamata Takerheb

Il sarcofago si presenta di forma antropoide: sul coperchio è applicata una maschera con il volto ricoperto di lamina d’oro, con parrucca ripartita decorata da un nastro di petali di ninfea.

L’ampio collare usekh è dipinto al di sopra dell’immagine di un avvoltoio con testa umana e ali spiegate; al di sotto è raffigurato un pettorale a forma di naos con Osiride, Iside e Nefti e quindi lo scarabeo alato con disco solare dorato.

Il segno geroglifico del cielo sormontato cinque colonne di iscrizione geroglifica, fiancheggiate dalle immagini dei quattro figli di Horus, mummiformi, e delle dee Iside e Nefti.

L’iscrizione, che consiste in invocazione per l’aldilà, riporta il nome della defunta:”L’ Osiride Takerheb, giustificata, figlia dello scriba reale, sacerdote, Aapehty, giustificato, nata dalla signora della casa Nebetdenehyt, giustificata”.

I geroglifici sono incisi e riempiti di colore azzurro, con alcuni particolari in bianco e in rosso.

Il coperchio, che all’interno non presenta decorazione, si inserisce alla nella cassa mediante sei tenoni.

L’interno della cassa presenta sul fondo l’immagine dipinta della dea Nut, con parrucca a riccioli sormontata dal disco solare: la dea indossa il collare usekh, una tunica con bretelle e un nastro che si annoda sotto il petto, con una iscrizione dipinta fra i due risvolti che scendono lungo il corpo, contenente un’ invocazione per la defunta.

All’interno del sarcofago, la mummia di Takerheb era conservata in un involucro, che viene chiamato cartonnage, costituito da vari strati di tela applicata direttamente sul corpo, quindi stuccato e accuratamente dipinto sulla superficie esterna, e decorato con foglia d’oro.

Cartonnage: lunghezza cm 163
Larghezza cm 40

L’uso del cartonnage compare agli inizi della XXII Dinastia, durante il Terzo Periodo Intermedio, e continua fino all’ epoca tolemaica e romana.

L’involucro di Takerheb si presenta mummiforme : la defunta Indossa una parrucca tripartita, sormontata dall’immagine dello scarabeo alato, con disco solare; sul retro della parrucca è Osiride sotto forma di pilastro djed, tra le dee Iside e Nefti.

Sotto l’ampio collare usekh riccamente decorato con le fermature sulle spalle a forma di testa di falco, il corpo della defunta è coperto da numerose immagini di divinità con il nome indicato in geroglifico, quasi un vero e proprio “pantheon” egizio.

Al centro è da notare la scena della mummuficazione del corpo della defunta, steso sul letto funebre, da parte del dio Anubi: sotto il letto sono raffigurati i vasi canopi destinato a conservare le viscere della mummia ; sotto i piedi è la tipica raffigurazione di due prigionieri in abbigliamento siriano, dipinti sotto la suola dei sandali.

Un’iscrizione geroglifica, nella quale sono ripetuti i nomi defunta e dei genitori, su sfondo verde, delimitato il bordo inferiore del cartonnage, e altre iscrizioni, in lamina d’oro, sono sulla parrucca e sulle gambe, con formule di preghiera alle divinità

Il volto di Takerheb, parti del collare e alcune delle immagini divine sono ricoperte di sottile lamina d’oro, applicata su stucco i rilievi, che dà grande preziosità all’involucro.

Fonte: Le Mummie del Museo Egizio di Firenze -aria Cristina Guidotti – fotografie Paola Roberta Faggio i, Roberto Magazzini – Edizioni Giunti

Bibliografia:

  • Scamuzzi, Le Antichità Egiziane p. 43, nota 7;
  • Ieri, Arcangelo Michele Migliarino pp. 451-457:
  • AA.VV., Arte sublime, p. 234 n69 M. C. G.