Età Tarda, Mai cosa simile fu fatta

RIVESTIMENTO DELLA MUMMIA DI HEQAEMSAF

Oro, pietre dure, faience
Lunghezza cm 145, Larghezza cm 46
Saqqara, Tomba di Heqaemsaf
Scavi del Servizio Antichità diretti da Barsanti 1903
XXVI Dinastia
Museo Egizio del Cairo – JE 35923 = CG 53668

La tomba intatta di Heqaemsaf, soprintendente delle barche reali, fu scoperta nella necropoli di Saqqara vicino alla piramide di Unis.

Il suo ricco corredo funerario comprendeva modellini di imbarcazioni, vasellame, vasi canopi, 401 ushabty di faience, molti gioielli e un sarcofago in calcare contenente un secondo sarcofago in legno dipinto, in cui era stata deposita la mummia.

Essa, al momento della sepoltura, era stata coperta con un prezioso rivestimento sul quale era poi adagiato un lenzuolo di lino.

Il rivestimento della mummia, trovato in frammenti e ricomposto da Daressy, è costituito da una maschera d’oro lavorata a sbalzo, fissata ad una lunga rete che copriva tutto il corpo del defunto.

Il volto è cinto da una parrucca con striature nero – verdastre, ottenute tramite l’inserimento di pasta vitrea nei solchi.

Gli occhi sono eseguiti ad intarsio: il globo oculare è di feldspato, le pupille sono in ossidiana, le palpebre e le sopracciglia sono in lapislazzuli.

Il mento è ornato da una barba che si arresta al medesimo livello delle ciocche della parrucca.

La rete unita alla maschera è composta da fili di perle affusolate in oro, lapislazzuli e amazzonite, che creano una continua e regolare alternanza di fasce colorate.

I singoli nodi che uniscono tra loro le perle sono inoltre tornati da un piccolo disco di rame dorato.

La rete e bordata da una lunga fila di rettangoli in oro, lapislazzuli e amazzonite intercalati secondo uno schema preciso lungo tutto il suo perimetro, ma ormai mancanti nella parte inferiore, che risulta danneggiata.

Sulla rete, all’altezza del petto , è fissata una larga collana usekh, che termina sulle spalle con due grandi teste di falco in oro lavorate a sbalzo.

È composta da 18 fili di perle di forma diversa e colore:

  • 7 fili di perle cilindriche di lapislazzuli amazzonite, separati tra loro da 8 fili di piccole perle d’oro
  • 1 filo di perle tonde d’oro e amazzonite
  • 1 filo di perle dorate a goccia
  • 1 filo di perle tonde in lapislazzuli, miste a perle d’oro.

Sotto la collana, all’altezza dell’addome, si trova un’immagine di Nut, ricavata da una sottile foglia d’oro fissata alla rete.

La dea del cielo, sormontata dal disco solare, ha le braccia e le ali aperte in segno di protezione ed è inginocchiata su una lunga banda d’oro che riporta un’iscrizione a sbalzo contenente la preghiera rivoltale da Heqaemsaf.

La parte inferiore dell’invocazione non si è conservata.

Su entrambi i lati della colonna di geroglifici si trovano le figure dei due figli di Horus, protettori delle viscere del defunto.

Le quattro divinità hanno il corpo mummiforme e le loro teste riproducono le effigie dei loro animali sacri.

Sulla destra del defunto si trovano Amseti e Duamutef, mentre a sinistra Hapi è Qebehusenuef.

Fonte e fotografie

Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Silvia Einaudi – fotografie di Araldo De Luca – Edizioni White Star

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

STATUA DI REGINA TOLEMAICA

Calcare, con tracce di pittura e doratura
Età Tolemaica – Altezza cm 47,5
Karnak, Tempio di Amon-Ra, cortile della Cachette
Scavi di George’s Legrain
Museo Egizio del Cairo – JE 38582

La statua ritrae una figura femminile che Indossa una lunga veste aderente, impreziosita da un nastro rosso annodato sopra l’ombelico, che richiama nella forma in nodo isiaco.

La donna Indossa una parrucca tripartita, che conserva ancora tracce di pittura nera, trattenuta da una fascia di colore rosso.

I suoi tratti fisionomici sono molto idealizzati, gli occhi a mandorla, la quasi assenza di sopracciglia e la bocca piccola sono caratteristiche che consentono di attribuire statua agli inizi del periodo tolemaico.

La figura è ritratta incedente con la gamba sinistra avanzata.

Il braccio destro è disteso lungo il fianco, mentre quello sinistro è piegato sotto il seno, su cui appoggia lo scettro floreale.

Il collo è impreziosito da un’ampia collana ricoperta di foglia d’oro come i bracciali ai polsi.

In mancanza di iscrizioni ( le colonne sul basamento avrebbero dovuto contenere dei geroglifici che però non sono stati redatti) il personaggio non può essere identificato con precisione.

Fonte

I Tesoro dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.

Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – foto di Araldo De Luca – Edizioni White Star

Mai cosa simile fu fatta

STATUA DI HOREMAKHET

GRAN SACERDOTE DI AMON

Da Karnak, XXV Dinastia
Quarzite
Museo Nubiano di Aswan

Figlio del sacerdote kushita Shabaka, Horemakhet fu gran sacerdote di Amon a Tebe durante il regno paterno e quelli dei due successori, Shabaka e Taharka.

In questa statua Horemakhet è raffigurato in piedi, con la gamba sinistra in avanti, Indossa un gonnellino plissettato e al collo ha una collana e un amuleto ankh, simbolo della vita.

La statua è di stile egizio, salvo nei tratti che evidenziano l’origine kushita.

Fonte

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa

Fotografia della statua intera: Giada Miccinesi

C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio, XXV Dinastia

I FARAONI NERI – SHABAKA

Di Piero Cargnino

Succeduto al fratello Pianki, Shabaka Neferkara-Meriamon marciò verso nord e sconfisse definitivamente gli avversari completando così la conquista dell’Egitto lasciata incompleta, dal fratello. Manetone racconta che:

Autoproclamatosi faraone legittimo, il primo vero “faraone nero”, Shabaka procedette alla restaurazione degli antichi culti, cosa che vedrà la completa realizzazione solo con la XXVI dinastia.

A Menfi tornò il culto di Ptah, venne redatto il “Testo di teologia menfita”, la più articolata cosmogonia della tradizione egizia.

Alla sorella di Shabaka, Shepenupet, fu assegnato il titolo di “Divina Sposa di Amon” mentre il figlio di Shabaka, Harmakis, assunse il titolo di “Primo Profeta di Amon” con valenza prettamente teologica.

Shabaka si dedicò presto alla politica estera con particolare riguardo verso l’Assiria che minacciava i confini egizi, senza indugi provvide ad inviare doni a Sargon II per accattivarselo ma visto che la cosa non funzionava si fece promotore di una coalizione di stati palestinesi che si trovavano nelle stesse condizioni dell’Egitto minacciati dagli assiri.

Shabaka rinforzò il suo esercito, ormai composto per la maggior parte di mercenari, col quale affrontò l’esercito assiro. Le sorti purtroppo non furono favorevoli alla coalizione che venne sconfitta nella battaglia di Raphia. Fortunatamente per l’Egitto l’Assiria era travagliata da problemi interni per cui Sargon II non ebbe modo di sfruttare la vittoria.

Riguardo alla durata del regno di Shabaka le fonti dissentono, la data più alta registrata è il 15º anno di regno, Manetone gli assegna 14 anni, mentre per i suoi epitomi, Giulio Sesto Africano, sarebbero solo otto, per Eusebio di Cesarea sarebbero dodici. Nonostante avesse posto la sua capitale a Menfi, sono state rilevate alcune testimonianze anche a Tebe, Karnak e Medinet Habu dove si trovano alcune sue cappelle.

Fu sepolto nella necropoli nubiana di El-Kurru. Verso la fine del 1700, il conte George John Spencer, primo Lord dell’Ammiragliato britannico, noto mecenate e cultore di letteratura dell’epoca entrò in possesso di una stele, realizzata intorno al 710 a.C. per ordine del faraone Shabaka, che contiene la copia di un testo molto più antico, il cui incipit risale a periodi di molto anteriori, (2780 – 2260 a.C.). Sfuggita alle varie ricerche archeologiche in quanto, in epoca post-faraonica, essa fu utilizzata dai contadini come pietra per mulino. Lord Spencer ne fece poi dono al British Museum di Londra nel 1805.

Chiamata comunemente “Pietra di Shabaka”, consiste in una stele di granito nero di forma rettangolare, leggermente smussata agli spigoli, di 1,37 x 0,92 m., ove sono riportate delle iscrizioni in corsivo geroglifico molto rovinate, in un’area ristretta al centro del reperto di cm. 132 x 69.

Essa riveste grande importanza soprattutto nell’ambito della storia del pensiero filosofico. In detto reperto vengono infatti esposti i principi della cosmogonia menfita incentrata sul concetto del nous e logos, principi che, come acutamente osservò l’archeologo e storico statunitense James Henry Breasted, rappresentano uno dei pilastri, delle fondamenta su cui poggia la speculazione filosofica dei grandi pensatori greci. Una prima pubblicazione dell’iscrizione fu fatta da S. Sharpe nel 1837, dopo di che la stele finì chiusa nei magazzini del British Museum come in una specie di dimenticatoio, vi rimase per circa un secolo senza destare particolare interesse da parte degli studiosi.

Sarà poi solo a fine 800 che Breasted intraprese lo studio dell’iscrizione in maniera approfondita che pubblicò col titolo “The Philosophy of a Memphite Priest”, Leipzig, 1901. L’iscrizione inizia con un prologo dove viene precisato che si tratta della copia di un documento molto più antico, trascritto sulla pietra per essere conservato. Dal linguaggio arcaico utilizzato si presume che la stesura del testo debba essere fatta risalire all’antico regno, nel quale vediamo l’affermarsi di tre importanti centri religiosi: Eliopoli, Menfi ed Ermopoli.

Onde evitare di tediarvi eviterò di descrivere le differenze tra le tre teologie, che i più già conosceranno, ma rimarrei nella descrizione dell’iscrizione della Pietra di Shabaka. Breasted elaborò una ricostruzione dei vari geroglifici tracciando un particolare disegno che ne facilitasse la lettura. La scrittura si snoda nell’iscrizione come segue: dapprima appaiono due linee orizzontali per l’intera lunghezza nella parte introduttiva, seguono poi 61 colonne a raggiera che si dipanano dal centro, oltre alla linea n. 48 di breve lunghezza. In tutto 64 tra linee e colonne. Lo scritto è composto da tre parti, nella prima, (linee 1 e 2), viene citato a ricordo dei posteri la volontà del sovrano Shabaka di far copiare una antica iscrizione, notevolmente rovinata a quell’epoca, nella quale erano tracciati i principi della Teologia Menfita. Dalle linee 3 a 47 incluse viene raccontata la storia della unificazione dell’Alto e Basso Egitto dove Geb, in un primo momento assegna a Seth il Basso Egitto e l’Alto Egitto a Horus, salvo poi assegnare, in un secondo tempo, l’intero paese a Horus ritenendo che, in quanto figlio del proprio figlio primogenito Osiris, ne avesse  maggior diritto. Nella terza parte (dalla linea 48 alla colonna 64), quella più importante, vengono esposti i principi fondamentali della cosmogonia menfita.

Fonti e bibliografia:

  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Mario Menichetti, “Teologia menfita – La Pietra di Shabaka”,  Gubbio 29 maggio 2007
  • Joshua J. Bodine, “The Shabaka Stone”, Studia Antiqua, vol. 7, 2009
  • Henry Breasted, “The Philosophy of a Memphite Priest”, Leipzig, 1901)
Necropoli tebane

TT135 – TOMBA DI BAKENAMON

Planimetria schematica della tomba TT135[1] [2]

Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
BakenamonPrete wab[5] di AmonSheikh Abd el-QurnaXIX dinastianella pianura; nello stesso cortile della TT53, a est della TT134

Biografia

Nessuna notizia biografica ricavabile[6].

La tomba

La posizione della TT135 rispetto alla TT134 nel cortile antistante la TT53. Da: Kampp, Friederike. Die thebanische Nekropole: zum Wandel des Grabgedankens von der XVIII. bis zur XX. Dynastie. von Zabern, 1996.

Costituita da un’unica sala rettangolare presenta sulle pareti schizzi di dipinti rappresentanti un banchetto funebre con liutiste e fanciulli nubiani con nacchere; poco oltre il defunto inginocchiato dinanzi a una divinità maschile (non identificabile).

Uno dei dipinti parietali rappresenta l’innalzamento del pilastro Djed alla presenza di Osiride, Iside, Nephtys, Thot e altre divinità nonché la processione funeraria officiata da Anubi e i resti di una scena con la dea Neith e le Anime di Pe e Nekhen.

Poco oltre, la scena di regina (?) trasportata su un palanchino preceduto da suonatrici di sistro, acrobati e danzatrici. Sul soffitto, ripartito in quattro parti, la barca di Ra trainata da dee, il defunto come mummia su un letto accudito da falchi, il dio del Nilo inginocchiato dinanzi all’Ureo e l’adorazione del pilastro djed e di uno scarabeo alato da parte di babbuini, del defunto e della moglie con i rispettivi “ba[7].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28
  4. Porter e Moss 1927,  p. 250.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28-29

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      I preti “wab”, ma anche “uab”, o “uebu”, appartenevano al basso clero ed erano incaricati della manutenzione degli strumenti del culto e degli oggetti comunque ad esso connessi. A loro competeva il lavacro e l’abbigliamento giornaliero della statua del dio presso cui operavano e a loro competeva il trasporto della statua del dio (generalmente su una barca sacra) durante le cerimonie. Erano gerarchicamente sottoposti ad un “grande prete wab” cui competevano le operazioni giornaliere di culto della divinità.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 250.

[7]      Porter e Moss 1927,  pp. 250-251.

Mai cosa simile fu fatta

STATUA DI ARSINOE II

Una statua magnifica rappresentante Arsinoe II, nei panni di Iside. Questo capolavoro dell’arte ellenistica è stato ripescato dalle acque del mare, a Heraclion.

Sensualità, maestosità, tutto racchiuso in una statua di granito nero che trasuda bellezza.

Periodo tolemaico, ca. 305-30 a.C.

Conservata nella Bibliotheca Alexandrina Antiquities Museum. 842

Mai cosa simile fu fatta

VASO POLICROMO A FORMA DI ANATRA

Data III secolo o II secolo a.C. (Regno tolemaico)
Proveniente da Alessandria.
Conservato al Walters Art Museum di Baltimora
Dimensioni: 8.5 × 18 × 7.9 cm

Delizioso questo vaso a forma di anatra in faïence policroma

“La maggior parte della faïence egiziana è smaltata in un vivido colore blu o verde; la faïence policroma di questo vaso è molto più complicata da produrre. L’anatra è stata realizzata con uno stampo insieme a ciò che rimane del manico ad anello ancora visibile sul lato sinistro dell’uccello. La superficie del corpo mostra un motivo a puntini in rilievo, mentre l’estremità delle ali presente un motivo con delle piume. La forma potrebbe essere stata ispirata dai vasi a forma di anatra a figure rosse dell’Etruria e dell’Italia meridionale. L’anatra è raffigurata con un naturalismo così dettagliato che la parte inferiore ha anche piedi palmati delicatamente modellati.”

Fonte: the Walters Art Museum

Mai cosa simile fu fatta

GLI ULTIMI TEMPLI

Pronao del tempio di Hathor a Dendera.
Le colonne, costruite come strumenti musicali, presentano la testa di Hathor e la cassa armonica del sistro rivolte verso i quattro punti cardinali e riempiono della loro armonia l’ampio spazio del pronao

I dominatori stranieri privarono gli egizi dell’indipendenza politica, ma non della religione.

Sebbene i templi fossero sottoposti al controllo statale, essi conservarono i loro possedimenti terrieri e la loro casta sacerdotale, e poterono costruire nuovi santuari o ampliare quelli esistenti grazie alle donazioni del re o dei privati.

In tal senso i templi detenevano l’organizzazione di una parte economica influenzavano ambiti della vita pubblica, per esempio con le loro festività, e offrivano ai nuovi sovrani una legittimazione religiosa.

Quest’ultima trovò la sua massima espressione nella presenza, sui rilievi dei Templi, di scene che raffiguravano tali sovrani mentre compivano il culto dinnanzi alle divinità egizie, esattamente come i loro predecessori locali delle epoche passate.

Tempio di Hathor, Dendera
Rilievo del soffitto con il sole nascente.

Durante il regno di alcuni Tolomei , le processioni erano accompagnate da statuette d’oro del sovrano vivente, le sue statue erano collocate nei templi per essere venerate mentre le immagini dei sovrani defunti comparivano sui rilievi dei Templi accanto a delle divinità per ricevere alla pari di queste le dovute manifestazioni di devozione.

Degli oltre cento templi di quest’epoca se ne sono conservati in buono stato sei di grandi dimensioni , oltre a parecchi più piccoli.

Si tratta del tempio di Mandulis a Kalabsha, del tempio di Iside a File, del tempio doppio di Sobek e Haroeri a Kom Ombo, del tempio di Horus a Edfu, del tempio di Khnumit a Esna e del tempio di Hathor a Dendera.

Cortile di Edfu visto dalla terrazza del proano. Epoca Tolemaica.
Il lato meridionale del cortile è delimitato da un pilone alto circa 35 metri, mentre quelli orientali e occidentali sono delimitato da un muro alto 10 metri
Addossato al pilone e ai muri corre un colonnato coperto, detto peristilio.
Questo insieme architettonico comunica l’impressione di uno spazio chiuso, la cui armonia si fonda sulla perfetta simmetria dei diversi elementi costruttivi

I templi di Edfu e Dendera hanno superato quasi senza danni i due millenni trascorsi dalla loro costruzione e sono perciò particolari adatti ad evidenziare le caratteristiche architettoniche di un complesso templare di Epoca Greco – Romana.

Fonte e fotografie

Egitto e la terra dei faraoni, Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann

Necropoli tebane

TT134 – TOMBA DI THAUENANY

DETTO ANY

Planimetria schematica della tomba TT134[1] [2]

Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
Thauenany, detto AnyProfeta di Amenhotep che naviga sul mare di Amon[3][4]Sheikh Abd el-QurnaXIX dinastianella pianura; nello stesso cortile della TT53

Biografia

Thauenany riceve le offerte. Da: im Wandel, Bilder. “die Kunst der ramessidischen Privatgräber.” By eva Hofmann. Theben 17 (2004): 217.

Uniche notizie biografiche ricavabili dai dipinti, il nome della moglie, Tabesi, e quello del padre, Besuemopet, che ricopriva lo stesso incarico del figlio.

La tomba

La posizione della TT134 rispetto alla TT135 nel cortile antistante la TT53. Da: Kampp, Friederike. Die thebanische Nekropole: zum Wandel des Grabgedankens von der XVIII. bis zur XX. Dynastie. von Zabern, 1996.

L’accesso alla TT134 si trova in un cortile, da cui si accede anche alla TT53, in cui (n. 1 in planimetria[5]) una stele, su tre registri sovrapposti, reca la barca di Amon trainata da sciacalli, inni dedicati ad Amon-Ra e il defunto e la moglie dinanzi a Ra-Horakhti, Atum, Iside, Osiride e Hathor. Un corridoio, sulle cui pareti (2) sono riportati i cartigli di Amenhotep I e della regina Ahmose Nefertari, adduce ad una sala trasversale, nella forma planimetrica tipica delle tombe del periodo a “T” rovesciata, sulle cui pareti (3-4) brani del Libro delle Porte, una barca trainata verso il tempio di Busiris attesa sulla riva da donne con sistri. Su altre pareti (6-7) i resti di una donna e un uomo, inginocchiati, in offertorio al defunto e alla moglie.

Un breve corridoio, sulle cui pareti (8) è rappresentato il defunto in offertorio a varie divinità, dà accesso ad una sala perpendicolare alla precedente; sulle pareti (9-10) brani del Libro delle Porte con personaggi inginocchiati, resti di processione funeraria (11-12) e cerimoniale sulla mummia e (13) il defunto e un figlio che adorano Ra-Horakhti e Ahmose Nefertari, e Osiride e Amenhotep I (?). Sul fondo, una nicchia (14) accoglie le statue di un re (o di un dio), di Osiride e di una regina (o una dea), nonché scene del defunto e della moglie che adorano Amenhotep I, Ahmose Nefertari, Osiride e Ra-Horakhti[6].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28
  4. Porter e Moss 1927,  p. 249.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28-29
  6. Porter e Moss 1927,  p. 249.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 249.

[6]      Porter e Moss 1927,  pp. 249-250.

Autentici falsi

LA “STATUA DI TETISHERI”

British Museum, numero BM EA22558, numero di registrazione 1890,0412.5
36 cm di altezza, 13,5 cm di larghezza, 24,5 cm di profondità.

Tetisheri, il personaggio

La regina Tetisheri fu la madre di Seqenenra Ta’o (sovrano della XVII dinastia dal 1558 al 1555/4 a.C. circa) soprannominato “Il Valoroso”. Seqenenra fu il protagonista di una grande impresa militare contro il popolo Hyksos che, stanziandosi prima sulle terre d’Egitto come pastori, ne avevano poi preso il potere. Fu proprio Seqenenra che iniziò la campagna militare per la cacciata degli invasori partecipando alla missione in prima persona e lasciando la madre Tetisheri a mantenere l’ordine all’interno della corte tebana. Il ruolo assunto dalla regina fece si che Tetisheri divenne il prototipo delle sovrane egizie dell’epoca: donne forti e carismatiche, con ruoli chiave nel mantenimento della gerarchia di potere all’interno del Paese. Il ruolo guida di Tetisheri divenne ancora più importante dopo la morte del figlio, quando il trono passò a Kamose, probabilmente fratello del sovrano deceduto in battaglia. Considerata ispiratrice dello spirito di liberazione che ha distinto i suoi figli, nonché suo nipote Ahmose I, fu venerata dalle generazioni future proprio per il ruolo che ebbe nella storia dell’antico Egitto. Tetisheri fu anche la prima regina egizia ad essere rappresentata con il copricapo ad avvoltoio, ornamento che ben presto divenne la tipica corona indossata dalle regine e spesso anche dalle dee.

Da Tiziana Giuliani La Repubblica 11 Ottobre 2018

LA SCOPERTA DELLA STATUA

Una prima considerazione è che le statue in questione sono due.

Si ritiene che le due statue di Tetisheri siano state “trovate”, definizione alquanto superficiale ma non si ha conoscenza di dettagli circa la scoperta di queste due statue poiché non sono state rinvenute in uno scavo archeologico correttamente condotto, ma invece semplicemente “sono apparse” sul mercato delle antichità. Come notizia certa si cita Dra’ Abu el-Naga’, ma provenienza esatta sconosciuta.” Venduto da Mohammed Mohassib a EA Wallis Budge del British Museum nel 1890

Una delle statue era frammentaria e consisteva in poco più del trono su cui sedeva la Regina. Questo frammento è ormai perduto, ma una copia fotografica dell’iscrizione è stata fatta ed è conservata fino ad oggi. La seconda di queste statue è quella del British Museum.

La statua del British Museum è stata identificata come un falso da W.V. Davies, sulla base dell’imitazione della sua iscrizione dalla stessa porzione inferiore frammentaria di una statua simile della regina presenta al Museo del Cairo (ora perduta) . Tuttavia, alcuni mettono in dubbio questa attribuzione e hanno sollevato dubbi sulla potenziale autenticità della statuetta stessa, non dell’iscrizione.

Si cercherà qui di analizzare le motivazioni che portarono Davies a considerare un falso questa opera e i punti citati per sostenere questa tesi.

Analisi

Circostanze che suggeriscono che l’intero pezzo è un falso:

  • Sono state trovate tracce di vernice rossa e blu non compatibili come pigmenti.
  • Altresì è stato rilevato solfato di bario (barite), largamente utilizzato dagli artisti in epoca moderna, ma non utilizzato dagli antichi Egizi.
  • Alcune peculiarità della parrucca, decisamente insolita, che non ha un parallelo preciso. Il particolare in oggetto sono gli spazi liberi dell’acconciata che sembra appoggiata sulla testa (vedi foto). Non ci sono rappresentazioni simili e anche per questo si avvalorano ulteriori dubbi sull’autenticità della statua.

Quando tutti questi fattori della statua vengono considerati, diventa difficile non concludere che sia l’opera di un falsario moderno, realizzata a Luxor probabilmente poco prima del 1890.

Le iscrizioni sui due troni, identiche nel contenuto, sono molto diverse per qualità ed esecuzione. Mentre i testi del pezzo del Cairo sono stati chiaramente incisi da una mano esperta e sicura, quelli della statua del British Museum contengono numerosi errori elementari e omissioni che possono essere spiegate solo come errori di qualcuno che non ha dimestichezza con l’antico linguaggio egizio con l’incisione di testi geroglifici.

Le iscrizioni sulla statua del Cairo (in alto) e quella del British Museum (in basso). A destra i testi con gli errori evidenziati.

I segni sono di qualità pessima, direi grezzi. Certe parole sono incomplete, o sono formate da segni non corretti. È significativo che le sezioni di testo in cui si verificano queste anomalie corrispondono esattamente alle aree della statua del Cairo in cui i testi sono danneggiati o poco chiari. Non c’è dubbio che i testi della statua del British Museum siano stati copiati pari-pari da quelli della statua del Cairo.

Le parole che mostrano errore sono evidenziate nella trascrizione del testo: “madre” a sinistra in alto, e “troni” a destra in basso. La parola sovrano nel lato b, manca di due segni: X1 e N35. I segni W11 che formano la parola Troni non sono uguali uno all’altro e male incisi. Notare che la parola “sovrano” sul lato A è scritta correttamente (o quasi se si considera il segno t inciso al contrario) Sul lato b è incompleta …illogico !

Il testo completo di entrambe le statue.

Sulla statua persa, l’iscrizione sul trono della Regina è danneggiata negli angoli inferiore sinistro e destro. Se si guarda la foto, si vedrà che anche la statua del British Museum è danneggiata nello stesso posto . Ma sulla statua del museo britannico, il danno non è causato da una corrosione nella pietra come nella foto del Cairo, sembrano invece causate da scalpellatura.

Per quanto riguarda l’iscrizione, il dottor Davies ha ritenuto che la falsificazione sia molto più che probabile, una conclusione con la quale il sottoscritto concorda. Purtroppo, credo che l’intera statua sia un falso, anche se qualche voce discordante c’è, come quella di John Taylor curatore del British Museum. La tesi contro l’autenticità della statua di Tetisheri è riportata nella seguente pubblicazione: W V Davies, The Statuette of Queen Tetisheri. A reconsideration, British Museum Occasional Paper 36 (Londra 1984).

Foto & fonti credit: