Una maschera da mummia, realizzata in resistente lamina d’oro, copriva il volto del defunto. A differenza delle maschere Psusennes e Amenemopes, raggiungeva solo l’attaccatura dei capelli e copriva solo il viso, le orecchie e la parte anteriore del collo. Sulla maschera sono ben visibili i segni del martello del lavoro di martellamento; ai suoi bordi era inchiodato al legno della bara con sei coppiglie. Gli occhi sono intarsiati con pasta vitrea colorata, nera per le pupille, bianca per i bulbi oculari. Anche i contorni degli occhi e delle sopracciglia sono in pasta di vetro (vedi: Tanis/Stierlin e Ziegler)
La maschera è un ritratto idealizzato di Wendjebauendjed da giovane con un’espressione serena e tranquilla alleggerita da un sorriso appena accennato.
Qui si vedono bene i fori per l’aggancio della maschera
Gli occhi della maschera, miracolosamente integri, sono fatti di pasta vitrea di diversi colori inserita in cavità del metallo: bianco per i bulbi oculari e nero per le pupille. Le sopracciglia e i contorni degli occhi sono resi con la stessa tecnica. Il naso è praticamente perfetto nella forma. Le labbra sono sottili e carnose. Le orecchie non sono simmetriche in quanto quella di sinistra sporge oltre la destra.
Wendjebauendjed nel suo eterno sorriso
La mummia di Wendjebauendjed indossava copridita d’oro e il suo volto era coperto da questa preziosa maschera funeraria ricavata da una spessa lamina d’oro decorata con intarsi di pasta vitrea colorata. La maschera copriva il viso, il collo e le orecchie della mummia terminando sulla fronte dove sei piccole linguette traforate permettevano di fissarla alla testa della mummia.
La foto originale di Montet
FONTI:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987
Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti
Foto: Pierre Montet, Getty Images, Museo del Cairo
Non sappiamo molto della vita e delle imprese di Wendjebauendjed, ma deve aver vissuto una vita straordinaria per essere entrato nelle grazie di Psusennes I tanto da permettergli di avere la sua tomba nella necropoli reale di Tanis.
L’ultima tomba intatta scoperta da Montet fu infatti quella del generale di Psusennes, aperta dopo la Seconda Guerra Mondiale nel febbraio del 1946.
All’’interno un sarcofago antropoide in granito della XIX Dinastia, appartenuto originariamente ad un Terzo Sacerdote di Amon chiamato Amenhotep, conteneva una prima bara lignea dorata ed una seconda bara, nuovamente in argento, entrambe mal conservate e di cui non ci sono praticamente foto.
Il sarcofago esterno di Wendjebauendjed, riutilizzato
Il coperchio del sarcofago esterno di Wendjebauendjed
La testa del coperchio raffigurante Amenhotep (foto Montet)
Wendjebauendjedebbe una lunghissima lista di titoli: Confidente del Re, portatore del sigillo del Re del Basso Egitto, Padre del Dio, generale e capo dell’esercito, alto amministratore (poi Sommo Sacerdote) di Khonsu a Tebe, Sacerdote di “Osiride signore di Mendes”, Sovrintendente dei Profeti di tutti gli dei e Sommo Sacerdote di Amon a Tanis. Non era di origine reale, anche se il titolo onorifico di “Padre del Re” ha suscitato diverse discussioni tra gli studiosi; probabilmente (dai suoi resti) era di origine nubiana. Da uno dei suoi titoli potrebbe essere stato originario di Mendes (Djedet), la capitale del XVI Nomo del Basso Egitto, nel Delta del Nilo.
Uno dei disegni di ciò che rimane della decorazione della bara in legno (foto originale di Montet)
Le barbe cerimoniali in bronzo ed i simboli djed e tyet delle bare di Wendjebauendjed (foto Montet). Quella a destra in basso è quella del sarcofago, mentre quella a sinistra è quella della bara in legno dorato che si è disintegrata con l’umidità. Sono dette “cerimoniali” perché in vita – ed erano essenzialmente dritte, simbolo del potere faraonico – erano indossate solo in occasione di cerimonie o riti sacerdotali, mentre quelle incurvate – come queste – sono riservate alle raffigurazioni funebri e sono un un richiamo ad Osiride.
Curiosamente, uno dei suoi ushabti ha un valore storico notevole perché è l’oggetto egizio più antico realizzato in ottone, anche se con una percentuale di zinco ancora molto bassa, circa il 7%.
FONTI:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987
Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti
Foto: Pierre Montet, Getty Images, Merja Attia, Museo del Cairo
Dopo la morte prematura dei suoi quattro fratelli più anziani, nel ventiduesimo anno di regno, Ramses III nominò Principe ereditario il figlio Ramses IV (Hekamara-Setpenamun Ramesse-Hekamara-Meramun). Nella sua qualità di successore designato poteva vantare tre titoli, “Principe ereditario”, “Scriba reale” e “Generalissimo”; i tre titoli sono iscritti su di una architrave che si trova a Firenze mentre gli ultimi due compaiono in un’iscrizione nel tempio di Amenhotep III a Soleb. Con questi titoli il principe viene rappresentato nella tomba tebana del sacerdote Amenemope mentre lo nomina “Terzo Profeta di Amon”.
Quando alla morte di Ramses III, a causa del lungo regno del padre, diventa faraone si pensa che fosse un uomo sulla quarantina. Sulla base di iscrizioni scoperte di recente e pubblicate sul Journal of Egyptian Archaelogy, si ipotizza che la madre di Ramses IV possa essere la regina Tyti che vantava i titoli di “Figlia del re”, “Sposa del re” e “Madre del re”; questo è quanto emerge dal Papiro BM EA 10052 (conservato al British Museum) dove è citata come sposa di Ramses III. La Grande Sposa Reale di Ramses IV fu probabilmente Duatentopet.
Come detto in precedenza, la salita al trono di Ramses IV avvenne in circostanze drammatiche, la congiura dell’harem dove suo padre venne ucciso. Ramses IV, in quanto successore designato prese subito in mano la situazione facendo arrestare e condannare i cospiratori.
Ramses IV sfoderò subito la sua indole di costruttore sulla scia di Ramses II, fece raddoppiare il numero degli operai di Deir el-Medina portandolo a 120 elementi, inviò numerose spedizioni alle cave di pietra dello Uadi Hammamat, altrettante le inviò nel Sinai alle miniere di turchese di Sarabit al-Khadim.
Nello Uadi Hammamat Ramses IV fece erigere una grande stele dove viene narrato il resoconto della terza spedizione svoltasi nell’anno “III Shemu, giorno 27”; nella stele si narra che parteciparono alla spedizione 5000 soldati, 2000 servitori del tempio di Amon, 800 Habiru e 130 cavapietre e scalpellini agli ordini di Ramessenakht, “Primo profeta di Amon”.
Si cita anche che diversi blocchi di pietra, del peso di 40 tonnellate, vennero trasportati per 96 chilometri dallo Uadi Hammamat fino al Nilo. Un’altra stele a Sarabit al-Khadim nel Sinai riporta:
<<……Anno 3°, terzo mese di Shemu. Sua Maestà ha inviato il Suo favorito e amato, il confidente del Suo Signore, l’Ispettore del Tesoro dell’argento e dell’oro, Capo del segreti dell’augusto Palazzo, Sobekhotep, giustificato, perché Gli portasse tutto ciò che il Suo cuore desidera di turchese, nella sua quarta spedizione……>>.
In realtà questa stele è di difficile attribuzione, potrebbe riferirsi a Ramses IV o a suo padre poiché si sa che Sobekhotep svolse i suoi compiti a partire dal regno di Ramses III fino a quello di Ramses V. L’ultima spedizione nel Sinai è riportata su di una stele dello scriba dell’esercito Panufer il quale racconta che lo scopo di questa spedizione era duplice, primo di provvedere alle scorte di turchese, secondo di edificare una cappella nel tempio di Hathor a Sarabit al-Khadim per il culto del sovrano.
Il Papiro Mallet, conservato al museo del Louvre (cat. 1050), risalente ai primi anni di regno del sovrano, contiene sei colonne di scrittura concernente questioni agricole, in esso sono menzionati i prezzi di vari beni di consumo.
Tra i documenti più importanti in nostro possesso va citato il “Grande Papiro Harris I”, lungo 40 metri è conservato presso il British Museum. Il papiro fu redatto sotto il regno di Ramses IV, è scritto in ieratico e fa parlare in prima persona il padre Ramses III. Si compone di una prima parte religiosa dove sono elencate le varie donazioni elargite da Ramesse III ai templi e alle divinità di Tebe, Eliopoli e Menfi. Si tratta di un elenco lunghissimo, che occupa quasi interamente il papiro, dove viene specificato nel dettaglio l’oggetto della donazione, personale, terre, bestiame e denaro. In conclusione della parte religiosa, Ramses III chiede agli dei di benedire il proprio figlio Ramesse IV. Segue una seconda parte dove vengono elencate le vicende turbolenti e i disordini sociali che successero all’inizio della XX dinastia sottolineando come Ramesse III avesse riportato la stabilità riorganizzando sia l’amministrazione che l’esercito. Sono inoltre citate altre spedizioni a Punt per la mirra, nel Sinai per il turchese ed in miniere non individuate per il rame.
Di indole molto religiosa Ramses IV profuse molte energie nel culto delle divinità, in modo particolare verso Osiride al quale fece erigere una stele ad Abido dove pregava il dio:
<<……Dammi l’età avanzata con un lungo regno [come il mio predecessore]…….>>.
Purtroppo Osiride non gli concesse tale onore, Ramses IV regnò solo sei anni. Venne sepolto nella tomba KV2 nella Valle dei Re ma la sua mummia fu rinvenuta nel 1898, come molte altre, nella tomba KV35 di Amenhotep II. La sua Grande Sposa Reale, Duatentopet venne sepolta nella tomba QV74 nella Valle delle Regine. Su di un ostrakon conservato al Museo Egizio di Torino compare una bellissima composizione scritta in occasione dell’ascesa al trono di Ramses IV, così l’ha commentata lo storico delle religioni, antropologo e saggista italiano, Alfonso Di Nola: “E’ un interessante esempio di innografia dinastica. Il testo riflette l’ideologia classica secondo cui l’ascesa di un nuovo faraone avrebbe comportato il rinnovamento della vita dell’universo e il trionfo dell’ordine (Maat) dopo la morte del precedente faraone, la quale, secondo gli egizi, turbava l’equilibrio del mondo”. Il testo recita:
<< O giorno di felicità! Cielo e terra sono in giubilo, perché Tu sei il grande Signore d’Egitto. Coloro che erano fuggiti, tornano alle loro città. Coloro che si erano nascosti riappaiono. Coloro che erano affamati sono fatti sazi e felici. Coloro che erano assetati hanno bevuto. Coloro che erano nudi sono vestiti di fine lino. Coloro che erano sudici sono coperti di bianco. Coloro che erano in prigione sono fatti liberi. Coloro che erano in catene gioiscono. Coloro che seminavano discordie nel loro paese sono diventati pacifici. Gli alti Nili sono emersi dalle loro caverne per portare frescura al cuore degli uomini. Le dimore delle vedove sono riaperte affinché i peregrini possano entrarvi. Le donne del popolo giubilano e ripetono i loro canti di gioia. Esse dicono: Maschi di nuovo sono nati per tempi felici, poiché Egli porta ad essere generazione dietro generazione. Tu sei la guida – vita, prosperità, salute! tu sei per l’eternità! Le barche esultano sullo specchio delle acque profonde. Non occorre più tirarle con corde, approdano con vento e con remi. >>.
Come abbiamo detto Ramses IV regnò sei anni dopo di che partì anch’egli per la Duat. Per quanto riguarda la tomba di Ramses IV aveva già provveduto ad iniziarla il padre Ramses III nella Valle delle Regine. Vi chiederete perché nella Valle delle Regine; il futuro Ramses IV era il quarto in ordine di discendenza per cui non si pensava che sarebbe stato lui a succedere al padre quindi, poiché in quei tempi di solito erano solo i re ad essere sepolti nella Valle dei Re mentre le regine, i figli reali o gli alti funzionari venivano sepolti nella Valle delle Regine, per cui Ramses III fece iniziare li la tomba del figlio.
Ovviamente, con la sua ascesa al trono, Ramses IV doveva per forza essere sepolto nella Valle dei Re. Secondo l’egittologo lettone Erik Hornung la ricerca del sito dove farsi costruire la tomba richiese un tempo insolitamente lungo, Hornung ritiene che la causa fosse dovuta al fatto che Ramses IV aveva un concetto di pianificazione completamente nuovo per la sua tomba. Su un ostracon in ieratico troviamo la nomina delle persone alle quali il sovrano assegna il compito di trovare il sito giusto.
<< L’anno secondo, secondo mese dell’inondazione, giorno 17, il governatore Neferrenpet venne da Waset con il maggiordomo del re Hori e con il maggiordomo del re Amonkha, figlio di Tekhy… per cercare un luogo per scavare la tomba di User-Maat-Ra Setepenamon (Ramses IV) >>.
Dopo gli indispensabili riti funebri Ramses IV venne sepolto nella tomba KV2 che si trova nella Valle dei Re situata tra la KV1 di Ramses VII e la KV7 di Ramses II. La KV2 ha una particolarità, è una delle poche tombe delle quali si sono conservati due schizzi che rappresentano la pianta della tomba, oggi sono conservati presso il Museo Egizio di Torino. Uno è rappresentato sul recto di un papiro, il “Papyrus Turin 1885”, sul cui verso sono contenuti diversi testi amministrativi. L’altro è un ostracon calcareo che riporta uno schizzo che potrebbe essere stato un semplice disegno di un operaio.
Come per molte altre tombe, KV2 è conosciuta fin dall’antichità ed è stata visitata da numerose persone, sulle pareti ci sono oltre 700 graffiti greci e latini e circa 50 graffiti copti sparsi in tutta la tomba. In tempi moderni il primo a visitarla fu il missionario ed egittologo gesuita francese Claude Sicard che visitò l’Egitto nel 1718 cercando di identificare i luoghi antichi e biblici.
Nel corso degli anni furono molti gli egittologi che si recarono a visitare la KV2 tra questi: Pococke, Bruce, Burton e John Gardiner, tutti quanti però si limitarono a tracciare planimetrie della tomba senza approfondire più di tanto la ricerca, non va dimenticato che a quell’epoca non si conoscevano ancora i geroglifici. Fu solo con la Spedizione franco-toscana del 1828/29 che vennero eseguiti i primi rilievi epigrafici. In quanto a scavi bisognerà attendere fino al 1905 quando Edward R. Ayrton inizia la sua campagna per conto di Theodore M. Davis, che in quel tempo aveva la licenza di scavo nella Valle dei Re.
Durante i suoi scavi dal 1905 al 1906, Ayrton scoprì un totale di nove depositi di pietre di fondazione all’ingresso coperto di roccia, uno dei quali conteneva ancora oggetti di fondazione. Nel 1914 la licenza per scavare nella Valle dei Re passò a Lord Carnarvon, sei anni dopo Howard Carter iniziò a lavorare alla tomba. Dopo un po’ trovò altri cinque pozzi intatti. Il numero totale di questi pozzi è insolito, soprattutto perché alcuni erano inutilizzati.
La tomba misura 88,66 metri di lunghezza che si estendono interamente nella roccia con una pendenza minore di quella delle precedenti tombe reali. Si compone di tre corridoi in lieve discesa che conducono a tre camere oltre ad altre tre laterali sul fondo.
La camera funeraria è molto ampia, circa 61 metri quadri ed è alta 5,22 metri, rispetto alle altre tombe della valle questa di Ramses IV ha i soffitti molto alti ed i corridoi e le rampe piuttosto ampi. Gran parte delle decorazioni sono rimaste intatte. Alcune iscrizioni geroglifiche presenti nei corridoi, sono realizzate a rilievo incavato e dipinte a differenza di quelle delle camere che sono solo dipinte. Gli elementi che ricorrono nelle decorazioni sono di vario tipo, all’ingresso della tomba compaiono le dee Iside e Nefti che rendono omaggio al dio Ra nella forma di Khepri, al mattino e di uomo dalla testa di ariete la sera.
Nei corridoi sono rappresentati, nel primo il sovrano di fronte a Ra ed alcune “Litanie di Ra”, nel secondo continuano le “Litanie di Ra”, nel terzo ci sono scene del “Libro delle Grotte”. Nell’anticamera è rappresentato il “Libro dei Morti” mentre nella camera funeraria sono riportati vari testi provenienti dal “Libro dell’Amduat” e dal “Libro delle Porte” mentre il soffitto, invece delle solite rappresentazioni “astronomiche”, è decorato con il “Libro dei Cieli”.
Gli altri locali ed il sarcofago sono decorati con il “Libro delle Caverne”. Particolare curioso è che il colore dominante nella camera funeraria è il giallo a simboleggiare l’oro, il metallo degli dei onde il nome di “per-nebu” (casa d’oro).
Il sarcofago, in granito rosso a forma di cartiglio venne già distrutto nell’antichità, la mummia del faraone era stata spostata nella tomba KV35 del faraone Amenhotep II trasformata in deposito delle mummie per preservarle dai saccheggi e qui venne ritrovata nel 1898 .
Fonti e bibliografia:
Cyril Aldred, “I Faraoni: l’impero dei conquistatori”, Milano, Rizzoli, 2000
Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 2002
Alfonso Di Nola, “Dal Nilo all’Eufrate. Letture dell’Egitto, dell’Assiria e di Babilonia”, Edipem, Novara, 1974
Pierre Grandet, “Ramses III, Storia di un regno”, Parigi, Pigmalione, 1993
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2006
Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Bari, Laterza, 1990
Ian Shaw, “The Oxford History of Ancient Egypt”, Oxford University Press, 2000
A. J. Peden, “The Reign of Ramesses IV”, Aris & Phillips Ltd, 1994.
Claire Lalouette, “L’impero dei Ramses”, Roma, Newton & Compton, 2007
Virgilio Ortega (a cura di), Egittomania – “L’affascinante mondo dell’Antico Egitto”, Da Agostini, 1999
Parliamo ora di quello che può essere considerato a tutti gli effetti l’ultimo, vero faraone del Nuovo Regno, l’ultimo ad esercitare appieno il potere regale sulle Due Terre. I suoi nomi principali erano Ramses-Hekainnu (Nato da Ra-Signore di Iunu [Eliopoli]) e Usermaatra-Meriamon (Potente è la Maat di Ra-Amato da Amon).
Figlio di Sethnakht e della Grande Sposa Reale Tiy-Mereneset regnò per oltre 30 anni su di un Egitto in piena decadenza politica ed economica dovuta a varie crisi interne che si sommarono a invasioni straniere.
Le notizie più importanti che riguardano Ramses III ci provengono dal Papiro Harris I la cui composizione fu ordinata da suo figlio Ramses IV. Altre fonti che ci parlano di questo sovrano le troviamo nel “Papiro giuridico” (o Della Congiura dell’Harem) conservato nel Museo Egizio di Torino. Il papiro descrive i processi svolti contro i cospiratori che assassinarono Ramses III durante la cosiddetta “Congiura dell’Harem” ordita dalla sua sposa secondaria Tiye e dal figlio Pentaur, ma di questo parleremo in seguito. Della congiura parlano anche altri due papiri, il “Papiro Rollin” ed il “Papiro Lee” che analizzano l’episodio sotto l’aspetto magico elencando le varie magie utilizzate dai cospiratori citando poi le pene inflitte (la pena di morte).
Altre notizie riguardanti Ramses III le troviamo anche nelle numerose iscrizioni e rilievi presenti nel suo tempio funerario di Medinet Habu dove viene riportata la descrizione della sua incoronazione:
<<…….quattro colombe giunsero dai quattro angoli dell’orizzonte per confermare che l’Horus vivente, Ramses [III] è (ancora) in possesso del Suo trono, e che l’ordine di Maat prevale nel cosmo e nella società…….>>.
Durante il suo regno Ramses III si trovò suo malgrado coinvolto in quello che viene definito “medioevo ellenico”. Un periodo che inizia intorno al 1200 a.C. in cui le popolazioni elleniche in generale si trovarono coinvolte, dapprima l’invasione dei Popoli del Mare poi la discesa dei Dori che causarono la fine della civiltà micenea per poi protrarsi fino alla nascita delle “Poleis” nell’800 a.C.; è in questo periodo che si inserisce anche la guerra di Troia. Anche l’Egitto risentì delle scorribande dei nomadi libici poi dei Popoli del Mare.
Fu nell’ottavo anno di regno di Ramses III che questi popoli, in gran parte Filistei, Danuna, Shardana e Mashuash, invasero la Palestina sconfiggendo gli ittiti e distruggendo le città di Karkemish e Ugarit e, dopo aver occupato Cipro tentarono di invadere l’Egitto sia per mare che via terra. Ma, come abbiamo detto sopra, Ramses III era un vero faraone, l’ultimo del Nuovo Regno, sconfisse i nemici in due epiche battaglie, la sua potente fanteria ricca di carri, li respinse nel Sinai mentre la flotta egizia li sconfisse quando questi tentarono di penetrare nei canali del Delta.
Ancorché meno esperti come uomini di mare, l’astuzia di Ramses III emerse in tutta la sua grandezza, schierò grandi formazioni di arcieri lungo le coste col risultato di tenere lontane le navi nemiche che vennero a trovarsi sotto una grandinata di frecce che impedivano l’approdo, quindi le navi egizie attaccarono le altre navi agganciandole con ramponi per trascinarle via. Infine nel combattimento corpo a corpo i guerrieri egiziani sbaragliarono i nemici. La battaglia è raccontata dallo stesso Ramses III che la fece incidere sulle pareti del suo grande tempio di Medinet Habu:
<<……. Quanto a coloro che hanno raggiunto il Mio confine, il loro seme non è più. Quelli che hanno avanzato insieme sul mare, la barriera di fiamme era davanti ad essi alle foci del fiume e una staccionata di lance li circondò sulla riva, li prostrò sulla spiaggia, [li] abbatté……..>>.
E Ramses III, paragonandosi a Montu il dio della guerra, continua:
<<……. fu preparata una rete per intrappolarli, e quelli che entrarono nelle foci del fiume vi rimasero presi e cadevano dentro, erano infilzati sul posto, massacrati, e i cadaveri fatti a pezzi…….>>.
Questi avvenimenti purtroppo incisero sull’economia del paese ed ingenerarono lotte intestine che neppure Ramses III, tanto meno i suoi successori, riusciranno a fermare, il declino dell’Egitto proseguirà per oltre un secolo fino alla fine della XX dinastia e con essa del Nuovo Regno. Ramses III soggiogò i Popoli del Mare riducendoli a suoi sudditi e, a suo dire, li fece stanziare a sud di Canaan; a questo proposito non esistono prove a sostegno. Secondo alcuni Ramses III non riuscì ad impedire che i popoli del mare si stanziassero a Canaan quindi tollerò la cosa dichiarando che era frutto di una sua personale deliberazione. Fu così che Ramses III dovette subire la formazione di nuovi Stati nella regione dove nacque la cosiddetta “Pentapoli filistea” formata da Gaza, Ascalona, Gath, Ekron e Ashod che causarono il collasso dell’impero egiziano in Asia.
Secondo la Bibbia da quelle parti doveva trovarsi anche Israele ma nessuna notizia storica lo conferma. Ramses III si trovò ad affrontare anche due grandi invasioni nella parte occidentale del Nilo da parte dei Libu e dei Mashuash nel 5º e 11º anno di regno. Ramses III riuscì a vincere in tutte e due le battagli anche grazie alla profonda riforma effettuata nell’organizzazione della struttura dell’esercito che venne suddiviso in corpi separati, fanteria appoggiata da carri da guerra, vasto impiego nelle fila dell’esercito di truppe mercenarie (Libu, Shardana e Kehek), corpi ausiliari e reparti di sussistenza. A fronte di tali vittorie i popoli dell’area medio orientale non osarono rifiutare i tributi allo stato e non ostacolarono le spedizioni egiziane che continuarono a sfruttare le miniere e le cave del Sinai, cosa che fu di grande giovamento durante il regno del figlio, Ramses IV.
Lo sforzo con il quale Ramses III si impegnò per riportare l’Egitto alle passate glorie non fu sufficiente a coprire il costo elevato delle campagne militari ed a risentirne fu il tesoro dello Stato che venne via via gravemente intaccato. Questo contribuì alla progressiva perdita dell’influenza egiziana in Asia. La gravità della situazione ebbe una forte ripercussione intorno al ventinovesimo anno di regno quando non fu neppure più possibile provvedere all’invio delle razioni spettanti ai lavoratori che scavavano le tombe a Deir el-Medina. Scoppiò una sommossa che originò il primo “sciopero” della storia, documentato nel famoso “Papiro dello sciopero”, conservato a Torino, del quale abbiamo già ampiamente parlato.
Ma cosa contribuì ad accentuare una decadenza che, anche se ormai era nell’aria da tempo, ebbe ripercussioni così gravi che andarono via via accentuandosi fino a creare un collasso politico ed economico, causa di un periodo di crisi interne tali da ingenerare sommosse popolari dovute alla scarsità di cibo. Le inondazioni del Nilo si fecero più scarse mandando in crisi l’agricoltura, il grano iniziò a scarseggiare al punto da costringere a ridurre le razioni distribuite agli operai che, come abbiamo già detto in precedenza, indissero uno sciopero documentato in un papiro conservato a Torino. La causa di tutto il disordine che si verificò in Egitto, e non solo, in quanto furono colpite anche le popolazioni dell’intera Mesopotamia ed a quanto è emerso da studi recenti anche l’intera Europa.
Oggi gli studi di esperti geologi e vulcanologi hanno portato a pensare che le cause siano da riportare ad un evento climatico catastrofico. Il Prof. Francis Ludlow, esperto in vulcanologia del Trinity College, a Dublino, ha svolto una approfondita ricerca nella quale è stato analizzato il comportamento dei vulcani durante tutto il neozoico. Per la precisione il neozoico è il periodo attuale che va da 2,5 milioni di anni fa ai giorni nostri ed è diviso in due epoche, pleistocene e Olocene. Le evidenze maggiori sono emerse dallo studio dei vulcani islandesi, una delle più grandi eruzioni del supervulcano Hekla, il più noto d’Islanda, del quale nell’ultimo millennio sono state censite una ventina di eruzioni, pare abbia generato una potente eruzione proprio nell’epoca che stiamo trattando.
Le eruzioni dei vulcani islandesi creano grossi problemi all’attuale traffico aereo, ma quelle del supervulcano Hekla devono essere state veramente catastrofiche. Pare che durante il regno di Ramses III, o poco prima, si sia verificata una violenta eruzione che immise nell’atmosfera milioni di tonnellate di polveri e ceneri che, trasportate dai venti, si sparsero per tutta l’Europa investendo anche il Medio Oriente ed il nord Africa, Egitto compreso. Questo terribile evento contribuì a rallentare le alluvioni del Nilo; si sa che la prosperità dell’antico Egitto era legata al Nilo e alle sue inondazioni, alimentate dai monsoni e fondamentali per sostenere l’agricoltura della regione. Questa andò in crisi per quasi due decenni, già sotto Ramses III iniziò a verificarsi un abbassamento della temperatura alla quale l’Egitto non era preparato.
Per correttezza bisogna però dire che la causa principale della mancanza di inondazioni del Nilo non è ancora del tutto chiara, nonostante spesso sia avvenuta in coincidenza di eruzioni vulcaniche. Cosa che si è verificata nuovamente ed ha potuto essere accertata:
<<…….incrociando i dati sulle eruzioni, contenuti nelle carote di ghiaccio estratte in Antartide e Groenlandia, con le notizie sulle sommosse popolari dell’antico Egitto e la storia dei livelli dell’acqua del Nilo. In questo modo è stato possibile collegare l’indebolimento dei monsoni nel periodo compreso tra il 305 e 30 a.C, a eruzioni vulcaniche e ribellioni popolari, come quella iniziata del 207 a.C e durata circa 20 anni……>>.
(Coloro che fossero maggiormente interessati ad approfondire l’argomento delle eruzioni vulcaniche islandesi ed il loro impatto sulla società egizia, e non solo, può consultare le pubblicazioni del Prof. Francis Ludlow del Trinity College di Dublino e del Prof. Michael McCormick del Dipartimento di Storia della Johns Hopkins University).
Gli effetti maggiori si fecero sentire poi sotto i regni di Ramses VI e Ramses VII. Ovviamente (in un certo senso) tutte queste vicende non vengono narrate nelle rappresentazioni sui monumenti ufficiali, Ramses III era troppo impegnato a cercare di emulare il suo avo Ramses II con l’intento di dimostrare l’esistenza di una tranquilla continuità del proprio regno con quello del suo grande predecessore. Anche se direttamente non trasmise ai posteri il decadimento in cui si trovava il paese conducendo una vita tranquilla, gli ultimi periodi della sua vita non furono proprio tanto tranquilli. A farcelo sapere è proprio suo figlio e successore Ramses IV il quale fece redigere il famoso “Papiro Giuridico” o (Papiro della congiura dell’Harem” che oggi si trova al Museo Egizio di Torino
Come abbiamo detto in precedenza, gli ultimi anni di regno di Ramses III non furono tranquilli ma nulla lasciava prevedere come si sarebbero conclusi. Ramses III ebbe tre mogli, la prima Grande Sposa Reale era la regina Iside-Hemdjert, le altre due erano Tyti e Tiye, tra i vari figli ebbe il suo diretto successore Ramses IV Amonherkhopeshef dalla sposa Tyti, il futuro Ramses VI dalla regina Iside-Hemdjert e colui che diverrà poi Ramses VIII sempre da Tyti; ebbe anche un altro maschio Pentaour dalla sposa secondaria Tiye.
Verosimilmente Pentaour non avrebbe avuto nessuna possibilità di succedere al padre in linea diretta e questo non era gradito a Tiye che ordì una congiura per tentare di porre sul trono il proprio figlio ma perché ciò avvenisse, Ramses III e il principe Ramses (futuro Ramses IV) dovevano essere eliminati. Tiye fu in grado di convincere, corrompendoli, maggiordomi, ufficiali, dignitari e funzionari d’ogni livello dell’amministrazione e si avvalse dei servi per portare messaggi oltre le mura dell’Harem. Ad organizzare la tresca ci pensò l’importante funzionario di corte Pebekkamen che divenne il fiduciario di Tiye nel gestire l’andirivieni clandestino delle informazioni. Pebekkamen si avvalse anche dell’aiuto di un maggiordomo di nome Mastesuria, un ispettore del bestiame di nome Panhayboni e due amministratori, Panuk e Pentua.
Nella primavera del 1155 a.C., Ramses III si era reinsediato a Tebe per la celebrazione della festa rituale di ringiovanimento e rigenerazione, la Heb-Sed, quel giorno si recò nel suo Harem come era solito fare ma questa volta l’accoglienza non fu per nulla cordiale. Grazie all’abilità di Panhayboni i cospiratori, dopo aver convinto l’ispettore del tesoro reale, Pairy, riuscirono a penetrare nell’Harem. Il fatto stesso che tutti questi cospiratori siano riusciti a penetrare nel sorvegliatissimo Harem reale denuncia la crisi della corte e l’inizio della inarrestabile decadenza delle istituzioni che fecero grande il Nuovo Regno.
La congiura si basò principalmente sull’uso della “magia nera” con la quale cercarono di confondere le guardie dell’Harem riuscendo così a passarsi le disposizioni da attuare. Con il ricorso a incantesimi e formule magiche i congiurati cercarono anche di infrangere la protezione naturale dei molti dei e geni che possedeva il faraone quando indossava sul copricapo reale l’ureo. Gli incantesimi e i sortilegi furono praticati dal mago di corte, Prekamenef, e dal medico personale di Ramses III, Iyroy. Tanto doveva essere il terrore dei cospiratori i quali stavano per eseguire uno dei più grandi sacrilegi della religione egizia, l’uccisione di un faraone, il dio in terra, che continuarono a praticare incantesimi anche mentre l’aggressione al re aveva luogo.
La congiura era stata in effetti ben preparata e raggiunse lo scopo prefissato, Ramses III fu assassinato anche se in un primo momento pare che il re sia sopravvissuto per alcuni giorni all’attentato. Ma come venne ucciso Ramses III? La questione è stata dibattuta a lungo sollevando varie discussioni nel corso degli anni. Il fatto che sia stato riportato che il re sopravvisse per alcuni giorni all’attentato portò gli studiosi a credere che l’arma che lo uccise fosse il veleno. L’esame della mummia non fu sufficiente ad indurre qualcuno a chiedersi cosa ci facevano delle bende avvolte intorno al collo del sovrano, cosa mai riscontrata in altre mummie.
Nessuno si preoccupò del fatto anche perché il corpo del faraone non presentava ferite evidenti. Recentemente un gruppo forense tedesco ha effettuato un approfondito esame della mummia ponendo particolare attenzione al bendaggio eccessivo intorno al collo. La cosa insospettì due professori di radiologia dell’Università del Cairo, il prof. Ashraf Selim e Sahar Saleem i quali sottoposero la mummia ad una tomografia computerizzata l’esito della quale lasciò stupefatti i radiologi. Dalla TAC è emerso che le bende nascondono una gravissima ferita lungo tutta la gola talmente profonda da raggiungere le vertebre. “Una ferita a cui nessuno avrebbe potuto sopravvivere” fu il commento. Dall’esito degli esami condotti il paleopatologo Albert Zink, dell’Eurac di Bolzano, l’esperto di genetica molecolare di Tubinga Carsten Puser, con la collaborazione dell’egittologo Zahi Hawass sono giunti alla conclusione che Ramses III sia morto in seguito al taglio della gola e non per avvelenamento. Da uno studio più approfondito degli esiti della TAC sulla mummia venne notato che la stessa era mancante dell’alluce sinistro che risultava reciso di netto, probabilmente con una scure.
Gli imbalsamatori posero pietosamente un rotolino di lino per nascondere tale violenza, aggiunsero anche sei amuleti attorno al piede per favorirne la guarigione nell’aldilà. Una curiosità, nella cachette di Deir el-Bahari (DB320), accanto alla mummia di Ramses III è stata rinvenuta la mummia di un giovane uomo sconosciuto. La mummia è stata sottoposta alle stesse analisi di quella di Ramses III ed è emerso che entrambe condividono l’aplogruppo del cromosoma Y Elbla oltre al 50% del materiale genetico; secondo il Prof. Zink questo significherebbe che i due potrebbero essere padre e figlio. Poiché la mummia del giovane non era bendata ma avvolta in una pelle di capra, ritenuta sprezzante perché ritualmente impura, ciò ha portato a identificare i resti in questione con il figlio cospiratore Pentaour.
Tornando alla congiura, i cospiratori non furono in grado di portare a termine il loro piano, Ramses IV prese subito il controllo della situazione, i congiurati furono subito catturati. Subito si istituì un processo a dirigere il quale vennero convocati dodici autorevoli magistrati per fare completa luce sull’accaduto. Come abbiamo detto il “Papiro giuridico” di Torino è la fonte principale su questa vicenda, fatto redigere da Ramses IV, elenca, con dovizia di particolari, i processi che vennero celebrati, emergono figure di rilievo coinvolte nel complotto. Primi fra tutti Tiye ed il figlio Pentaour, il maggiordomo Pebekkamen oltre a sei concubine, sette funzionari di Palazzo, due ispettori del Tesoro, due ufficiali dell’esercito, due scribi reali, il potente comandante dell’esercito in Nubia e un araldo.
Il resoconto dei tre processi che furono istituiti parla di 38 condanne a morte ma il numero dei condannati fu sicuramente più alto se si tiene conto che ai personaggi d’alto rango fu concesso di suicidarsi. Il Papiro racconta inoltre che furono anche condannati sette magistrati che vennero sedotti da alcune concubine alle quali cedettero, per loro la pena consistette nel taglio del naso e delle orecchie. Nessun accenno viene fatto nei testi che decorano i templi e la tomba di Ramses IV in quanto vigeva la disposizione che impediva di redigere nei testi ufficiali i peccati contro la Maat, ossia contro la giustizia e l’ordine cosmico che era garantito dal faraone, tali fatti potevano solo comparire nei documenti d’archivio.
Fonti e bibliografia:
Franco Cimmino, “Ramesse II il Grande”, Milano, Tascabili Bompiani, 2000,
Sergio Pernigotti, “L’Egitto di Ramesse II tra guerra e pace”, Brescia, Paideia Editrice, 2010
Kenneth Kitchen, “Il Faraone trionfante. Ramses II e il suo tempo”, Bari, Laterza, 1994,
Museo Egizio del Cairo, JE 86037; Montet 645 – Oro, terracotta e lapislazzuli
Questo pettorale, appoggiato sul petto della mummia di Amenemope, è in oro con inserti in lapislazzuli e terracotta. È quasi quadrato, alto 9,8 cm e largo 10,6 cm, e sulla parte superiore sono presenti due anelli che permettevano di far passare una catena (che però non venne trovata sul corpo del Faraone).
La forma è quella di una cappella ornata da un disco solare alato e foglie di palma, all’interno della quale Iside e Nefti proteggono uno scarabeo “kheper” (rinascita) che spinge il disco solare davanti a sé, mentre trascina con le zampe posteriore il cartiglio con il nomen del Faraone.
Entrambe le dee indossano un vestito lungo, realizzato in terracotta chiara. Indossano inoltre dei collari multicolori e dei bracciali intagliati nell’oro delle braccia. Le parrucche sono invece in lapislazzuli. I loro nomi sono indicati nelle piccole placche d’oro davanti a loro.
Anche il corpo dello scarabeo è realizzato in lapislazzuli, una tonalità abbastanza scura a ricordare il cielo stellato.
La striscia in oro sotto le due dee fa riferimento a “il dio perfetto (“netjer nefer”) Amenemope (amato da) Amon, amato da Osiride, Signore di Abydos”
La foto originale di Montet ci mostra anche il retro del pettorale
FONTI:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987
Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti
Foto: Pierre Montet, Getty Images, Museo del Cairo
Museo Egizio del Cairo, JE 86036; Montet 642 – Oro e pasta di vetro
Forse a causa della traslazione dalla tomba NRT-IV in cui fu sepolto originariamente, Amenemope aveva un corredo funerario più povero rispetto al padre.
Un collare shebyu, molto simile a quello di Psusennes, pesava “solo” 6 kg contro gli 8 di quello del padre.
Questo pettorale, largo 37.5 cm ed alto 10, rappresenta invece un falco che “trascina” in volo i cartigli del Faraone.
La testa e le zampe sono in oro massiccio, mentre il copro e le ali sono in oro lavorato a cloisonné egiziano. Le ali si sviluppano in larghezza con due file di penne; la pasta vitrea che le compone ha toni che vanno dal blu al verde scuro, dal rosso al giallo-arancio in un’alternanza pregevolmente eseguita a richiamare la brillantezza del piumaggio del rapace.
La foto ufficiale del Museo Egizio del Cairo
L’occhio si allunga tradizionalmente a ricordare il simbolo “udjat” ed è delineato come il becco e la nuca del falco in pasta vitrea nera, mentre le zampe artigliano due simboli “shen” (potere, eternità) agganciati ai cartigli di Amenemope, i cui simboli sono realizzati in pasta vitrea colorata..
Il cartiglio sinistro riporta il nome di nascita del Faraone: “Amonemopet Meriamon” insieme al titolo “Amato da Osiride, signore di Abydos”, mentre quello di destra riporta il nome di intronizzazione “Usermaatra Setepenamon” con il titolo “Amato da Osiride e Ro-Setau” (uno dei sinonimi del Duat, originariamente il nome della necropoli menfita)
La foto originale di Montet
FONTI:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cai
Museo Egizio del Cairo, JE 86063 – Montet 641. Oro e pasta vitrea
È questa la “vera” maschera funeraria di Amenemope. Era quella posta sulla mummia del Faraone a rappresentarne il volto per l’eternità.
Era anch’essa pesantemente danneggiata quando fu trovata da Montet; la lamina d’oro che la compone è infatti molto sottile, ed essendo fissata ad una “base” in lino simile ad un cartonnage, era piegata ed accartocciata al momento del ritrovamento. Copre inoltre solo la parte frontale della testa.
La maschera prima del restauro
La maschera è di fattura notevolmente inferiore rispetto alla testa della bara che abbiamo visto; i lineamenti poco espressivi, la bocca esageratamente larga a conferire un aspetto quasi buffo del volto.
Il Faraone indossa anche in questo caso un nemes, cesellato così come la decorazione del pettorale, composta da nove file di perline e tre file di decorazioni floreali.
La foto di Montet dopo il restauro
Sulla fronte spicca un ureo molto piccolo e sottile. Questa sorta di parsimonia nei materiali (la bara in legno e non in argento, la maschera molto sottile, un corredo funerario inferiore rispetto a quello del padre) ha fatto ipotizzare che il regno di Amenemope sia coinciso con una regressione economica rispetto ai suoi predecessori.
Il contorno degli occhi e le sopracciglia sono evidenziate ma con intarsi in pasta vitrea e non in bronzo; manca completamente la barba cerimoniale né sono presenti i supporti per legarla al volto del re.
Ovviamente, a confermare la “maledizione di Tanis”, sul sito del Museo Egizio del Cairo questa machera…non c’è. Forse per questo la maschera emana una certa tristezza, con quella bocca che non è illuminata da alcun sorriso.
Neanche l’ombra di un sorriso sul volto del Faraone
Ditemi voi se questo era un modo di esporre questi oggetti…Per fortuna sono in fase di ricollocazione nel vecchio Museo Egizio
FONTI:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987
Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti
Foto: Pierre Montet, Merja Attia, Marie Grillot, Artists in Antiquities
Lo sguardo di Amenemope nel suo riposo. Museo Egizio del Cairo – JE 86059. Altezza 30 cm, oro e pietre dure
Del sarcofago in cui giaceva Amenemope e della bara in legno (o di quanto rimane) non ci sono praticamente foto. Dalle iscrizioni scalpellate sappiamo che il sarcofago è quello originale della madre, usurpato per la ri-sepoltura del figlio, il cui sarcofago in quarzite è rimasto, vuoto, nella tomba NRT-IV. Secondo Montet, il sarcofago è stato effettivamente utilizzato per la sepoltura di Mutnodjemet, ma ciò che è successo dopo è avvolto nel mistero.
Il sarcofago di Amenemope in situ. Non sono riuscito a trovare altre foto di questo sarcofago
Le parti in legno sono della bara sono andate perse per sempre; sono sopravvissute però le coperture in oro delle mani del Faraone e la parte superiore della bara, costituita da una maschera d’oro (la terza trovata da Montet, e non sarà l’ultima).
La copertura delle mani della mummia
Questa maschera è forgiata da una lamina in oro massiccio, più spessa di quella della maschera di Sheshonq, con il contorno degli occhi, le sopracciglia e il supporto per la barba cerimoniale (andata perduta) in bronzo.
La maschera ancora nel sarcofago
La foto ufficiale del Museo Egizio
Il volto del Faraone è ritratto da giovane, con le guance piene ed un’espressione delicata. Il re indossa il nemes, che ha la particolarità di essere liscio, essendo totalmente assenti le solite strisce. Sulla fronte del Faraone un ureo in oro massiccio, simbolo di regalità e di protezione, ha il corpo intarsiato con corniola, lapislazzuli e pasta vitrea; sono gli unici elementi colorati della maschera.
Il dettaglio dell’ureo
Le orecchie sono scoperte; gli occhi sono in ossidiana, quello destro ricostruito sulla base del sinistro.
La maschera era pesantemente danneggiata; è stata restaurata al Museo Egizio dal restauratore Ahmed Yousef ed applicata su una forma in gesso da lui creata appositamente.
Le diverse “fasi” del restauro
Ahmed Yousuf modella la forma in gesso che farà da supporto alla maschera
Ahmed Yousuf contempla finalmente il risultato del suo lavoro
La maschera restaurata
La maschera restaurata
FONTI:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987
Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti
Foto: Pierre Montet, Merja Attia, Marie Grillot, Artists in Antiquities
Usermaatra Setepenamon – Amonemopet Meriamon La Ma’at di Ra è potente, scelto da Amon – Amon è la Festa di Opet, amato da Amon
A Psusennes I succedette Amenemope, con ogni probabilità figlio suo e di Mutnodjemet, ma gli eventi che portarono Amenemope al trono non sono del tutto chiari.
Regnò per nove anni, forse preceduti o comprendenti un periodo di co-reggenza con l’anziano Psusennes. Non lasciò una traccia profonda nella storia egizia; di lui si sa che contribuì ad un tempio di Iside a Giza ed uno a Menfi.
Morì anch’egli in età avanzata; alcuni segni di infezione sul cranio fanno supporre per una meningite. Soffriva anche di una grave forma di artrosi che deve aver reso difficile la deambulazione nei suoi ultimi anni.
Fu sepolto nella tomba NRT IV a Tanis, e successivamente spostato nella tomba della madre Mutnodjemet.
La pianta della necropoli reale di Tanis
Il dettaglio della tomba NRT-III, che accolse definitivamente Amenemope
La Grande Coppia Reale aveva però un altro figlio, Ramesses-Ankhefenmut, che era già insignito del titolo di Generale delle Truppe del Faraone e di Gran Sacerdote di Amon. A lui era destinata la terza camera della tomba NRT-III, vicino a quella di Mutnodjemet, ma il suo nome è stato scalpellato dalle pareti e da buona parte del sarcofago rimasto nella tomba. Anche se il sarcofago appariva intatto al momento della scoperta, era vuoto. Del corpo non c’è traccia, solo uno dei canopi abbandonato nel vestibolo comune della necropoli reale.
Ankhefenmut appare insieme ai suoi genitori come sacerdoti officianti della Triade Amon-Ra, Mut e Khonsu a Tanis, ed è difficile non immaginarlo come erede al trono. Cosa è successo allora? E perché Amenemope è stato spostato, presumibilmente dal Faraone Siamon, nella tomba della madre, che è scomparsa? Forse una congiura di Palazzo, che ha destituito e ucciso Ankhefenmut, con la complicità di Mutnodjemet? Una “vendetta” postuma? O semplicemente una traslazione dopo un saccheggio della tomba di Mutnodjemet? Ma allora perché sarebbe stato scalpellato il nome della Regina?
Misteri che, senza ulteriori scoperte, sono destinati a rimanere tali
Museo Egizio del Cairo, JE 85854; lunghezza: 16 cm
IL POTERE DELL’ORO
Le spade, i bastoni e la mazza cerimoniale di Psusennes I, come abbiamo visto, sono andate perse. Anche il bronzo delle lame non ha superato la corrosione derivata dalle infiltrazioni d’acqua.
Eppure, è bastato ricoprire l’elsa di una spada con una foglia d’oro per conservarla quasi perfettamente fino a noi.
L’elsa ha sul pomolo una testa di falco il cui occhio è stato finemente cesellato a raffigurare un simbolo “udjat“; il manico è stato inciso altrettanto finemente con un decoro che ricorda il piumaggio del rapace.
Un piccolo capolavoro che ci ricorda perché l’oro fosse definito “la carne degli dei”