C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XX Dinastia

IL FARAONE RAMSES V

Di Piero Cargnino

Salito al trono alla morte del padre, Ramses V, il cui nome completo era Usermaatra-Sekhepenra Ramses-Amon(her)khepshef, ebbe un regno breve, forse non più di quattro anni. Questo lo si deduce dal Papiro Wilbour redatto nel quarto anno del suo regno. Il papiro, di cui parleremo in seguito, oggi è custodito al Brooklyn Museum; rinvenuto sull’isola di Elefantina, venne acquistato dall’egittologo e giornalista statunitense Charles Edwin Wilbour durante un suo viaggio ad Assuan.

A parte la sua tomba, la KV9 (dalla quale fu espulso perché la sua tomba fu usurpata dallo zio Ramses VI) nella Valle dei Re, sono scarsi i reperti che ci parlano di Ramses V, alcuni scarabei, una stele ed alcune iscrizioni su di un piccolo obelisco. Questo non è un buon periodo per l’Egitto, aumenta l’instabilità interna causata principalmente dal fatto che erano state fatte delle donazioni eccessive al clero tebano che, per di più era pure esentato dal fisco, questo stava assumendo un’autorità sproporzionata forse pari a quella regale.

A questo periodo risale il suddetto papiro Wilbour, un documento lungo oltre 10 metri, nel quale vengono trattate questioni fiscali e terriere, contiene i rilevamenti topografici di un territorio di oltre 95 miglia di terreni sui quali doveva pesare la tassazione e, dove permesso, le esenzioni. Da ciò emerge in che misura i sacerdoti di Amon controllassero il territorio egiziano influenzando in modo prepotente le finanze del Regno.

Dal papiro emerge quanto era grande il potere del sommo sacerdote di Tebe Ramessenakht (Primo profeta di Amon) e del figlio Usimarenakhte capo degli esattori del fisco. La casta sacerdotale assume sempre maggior potere a scapito del faraone tanto che non si riesce più a capire a chi venivano pagate le tasse. Spesso gli operai che lavoravano alla tomba reale non ricevevano più le razioni dovute ciò a causa della scarsità dei proventi delle tasse che finivano principalmente nelle casse del grande sacerdote di Amon-Ra del tempio di Kanak.

Come se ciò non bastasse un’idea di quanto fosse già in fase avanzata la decadenza dell’Egitto ed a che livello di corruzione si era ormai giunti, ce la fornisce il Papiro 1887 di Torino (Papiro degli scandali di Elefantina), che parla di uno scandalo finanziario verificatosi durante il regno di Ramses V e che vide coinvolti il sacerdote Pen-Anqet, detto Sed, capo dei sacerdoti del tempio di Khnum a Elefantina, e alcuni altri sacerdoti suoi complici che giunsero al punto di vendere i bovini sacri al dio. Nel papiro viene riportato:

Il papiro rivela poi che lo stesso Pen-Anqet violentò due donne sposate durante un suo viaggio a Tebe:

Altri reati quali furti di oggetti di proprietà del tempio, imputabili al sacerdote, sono elencati nel papiro dove si dice che, a chi non era d’accordo con lui, faceva tagliare le orecchie e cavare gli occhi. Non si sa quale sia stato l’esito del procedimento contro il sacerdote.

Il Papiro 2044 di Torino invece ci fornisce il resoconto di un’incursione di predoni libici i quali avrebbero assalito la città di Per-Nebyt e bruciato gli abitanti e di un’altra incursione al villaggio operaio di Deir el-Medina dove gli operai furono costretti ad interrompere i lavori alla tomba KV9 di Ramses V e gli abitanti a fuggire poiché gli invasori libici bruciavano vivi gli abitanti delle città sottomesse.

Durante il suo breve regno, Ramses V ebbe due Grandi Spose Reali, Henutwati e Tauerettenru nonostante non sia documentato. Sono considerate Spose Reali solo per il fatto che il loro patrimonio viene citato nel Papiro Wilbour che le colloca molto vicino alla casa reale. In ogni caso questo faraone non ebbe figli.

Alla sua morte la tomba predestinata era la KV9 ma il sovrano non venne sepolto subito. Su di un ostrakon si apprende che Ramses V venne sepolto soltanto nel secondo anno di regno del suo successore. Un ritardo decisamente inspiegabile in quanto il rito prescriveva che il faraone venisse mummificato e inumato nel giro di 70 giorni dalla propria morte e dall’ascesa del successore. Una spiegazione potrebbe essere quella che viene riportata nel Papiro 1923 di Torino, secondo quanto scritto pare che solo dal secondo anno del regno di Ramses VI la situazione tornò alla normalità una volta scacciati gli invasori libici ed a Tebe e dintorni si sarebbero potuti svolgere regolarmente i riti funebri per il sovrano. La cosa ha sollevato molti dubbi negli studiosi, l’Egitto aveva attraversato periodi peggiori ma non era mai stato riscontrato che dopo la morte il sovrano non sia stato regolarmente sepolto nella sua tomba.

Con il ritrovamento nel 1898, da parte di Victor Loret, della mummia di Ramses V nella cachette di Amenhotep II (KV35), è stato possibile effettuare studi approfonditi sul corpo del faraone rinvenuto completamente intatto. Non appena sbendata la mummia quello che videro gli studiosi li lasciò sorpresi e sbigottiti.

Appena sbendata, la mummia mostrò la terribile realtà, Ramses V era morto di vaiolo. Le tracce del vaiolo erano ben presenti dai numerosi segni di rash cutaneo vaioloso sul corpo del faraone: il volto, infatti, era sfigurato da lunghi solchi e le guance erano completamente rovinate; il corpo presentava inoltre un’ernia scrotale mai curata. Il vaiolo, oggi dichiarato scomparso, ha attestazioni antichissime ma il primo caso documentato della storia che possiamo ancora oggi osservare e studiare è appunto quello del faraone Ramses V che risale addirittura al XII secolo a.C..

Subito sono portato a pensare che il tempo trascorso prima della sua inumazione potrebbe essere dovuto alla paura del contagio, questo non lo possiamo sapere anche perché non penso che il vaiolo fosse una malattia molto conosciuta in Egitto e tanto meno che fosse ritenuta contagiosa. A riprova è il fatto che Ramses V venne comunque imbalsamato altrimenti non poteva durare un paio d’anni.

A proposito di vaiolo mi torna in mente quanto è riportato nel suddetto Papiro 2044 di Torino quando racconta che i predoni libici usavano bruciare vivi gli abitanti delle città sottomesse, non sarà che per caso essi conoscessero la malattia, che magari era già diffusa, e, onde evitare di contagiarsi, bruciassero i nemici?  Il Papiro 2044 di Torino ci fornisce il resoconto di un’incursione di predoni libici i quali avrebbero assalito la città di Per-Nebyt e bruciato gli abitanti e di un’altra incursione al villaggio operaio di Deir el-Medina dove gli operai furono costretti ad interrompere i lavori alla tomba KV9 di Ramses V e gli abitanti a fuggire per non essere bruciati vivi.

Durante il suo breve regno, Ramses V ebbe due Grandi Spose Reali, Henutwati e Tauerettenru nonostante non sia documentato. Sono considerate Spose Reali solo per il fatto che il loro patrimonio viene citato nel Papiro Wilbour che le colloca molto vicino alla casa reale.

In seguito Ramses V venne collocato nella KV9 ultimata, seppur in maniera limitata, dove rimase solo fino alla morte del suo successore Ramses VI che aveva deciso di usurparla all’atto della sua morte. Nulla permette di stabilire con certezza se Ramses V sia stato sepolto in questa tomba per essere poi traslato in un’altra o se sia rimasto anche dopo la morte di Ramses VI condividendola con lo zio per qualche tempo. Comunque le loro mummie vennero rinvenute entrambe nella KV35.

Anche la KV9, come molte altre, era conosciuta già in tempi antichi, a dimostrarlo ci sono 995 graffiti, sparsi in tutta la tomba, risalenti all’epoca greco-romana e copta. In ogni caso la tomba venne violata già durante la XX dinastia, questo compare sui papiri Mayer contenenti atti di procedimenti giudiziari, sul recto del Papiro Mayer B, scritto in ieratico, mancante dell’inizio e della fine, si parla di un furto avvenuto nella tomba del re Ramses V, vengono nominati cinque ladri che però non è possibile identificare.

In epoca più recente vennero fatti alcuni rilievi da Richard Pococke nel 1717/38 e venne rivisitata poi dagli studiosi al seguito di Napoleone nel 1799. In quanto ai rilevamenti epigrafici dobbiamo aspettare la spedizione franco-toscana di Ippolito Rosellini mentre gli scavi sistematici inizieranno solo nel 1888 ad opera di Georges Daressy, seguiranno i rilevamenti di Alexandre Piankoff nel 1958. Nella sua campagna del 1998/2000, Adam Lukaszewicz si dedicò principalmente allo studio dei graffiti greco-romani.

Dal punto di vista architettonico la tomba KV9 non differisce in modo significativo dalle classiche tombe della XX dinastia. Anche questa inizia con corridoi rettilinei successivi che portano ad una camera con quattro pilastri percorsa da una rampa priva di scale, seguono altri due corridoi.

E qui assistiamo ad un fatto insolito, il secondo corridoio si presenta con il soffitto orizzontale mentre il pavimento è in discesa, vi chiederete perché? Perché a questo punto gli operai si accorsero che se avessero proseguito in orizzontale avrebbero sconfinato nella tomba sovrastante, la KV12 (il cui titolare è sconosciuto). In tal modo la rampa passa sotto la KV12 e finisce in un corridoio che porta alla camera funeraria.

Questa si presenta con il soffitto a volta sorretto da quattro pilastri all’inizio, di cui solo due ultimati, è evidente che la camera non fu mai ultimata infatti sul fondo si scorgono altri quattro pilastri solo abbozzati che emergono dalla roccia ma mai completamente liberati. Nel pavimento della camera funeraria si trova una fossa che avrebbe dovuto accogliere il sarcofago ma che anche questa non venne finita, in un secondo tempo venne adattata ad accogliere un sarcofago in conglomerato verde che fu distrutto già in tempi antichi. Una parte di esso è giunta fino a noi e rappresenta il volto di Ramses VI, oggi è conservata al British Museum.

Vennero trovati anche altri residui di un sarcofago antropomorfo privo di iscrizioni che si presume sia appartenute ad altre sepolture postume. Va detto che spesso non tutto il male vien per nuocere, avendo dovuto variare la profondità della camera funeraria per evitare di intercettare la KV12, la mole di lavoro aumentò per cui fu necessario ricorrere ad altri operai che si sistemarono con le loro capanne nello spiazzo antistante l’ingresso, proprio nel punto dove si trovava l’ingresso, non più visibile, della tomba KV62, quella di Tutankhamon, al termine dei lavori nello spiazzo rimase un mucchio di detriti. Grazie proprio a questa disattenzione la tomba KV62 di Tutankhamon sopravviverà per millenni ad aspettare l’arrivo di Howard Carter nel 1922.

In ogni caso nonostante fosse già visitata fin dall’antichità, pesantemente segnata dagli innumerevoli graffiti e da alcuni danni di scarsa entità causati da infiltrazioni di acqua, la tomba è ancora in grado di presentarci le sue stupende decorazioni, sia dipinte che in alto e bassorilievo, le quali si sono conservate in ottimo stato.

Nelle decorazioni viene data particolare importanza al culto del dio Ra, compaiono capitoli del Libro delle Porte, del Libro delle Caverne oltre a numerosi capitoli dell’immancabile Libro dei Morti, del Libro della Notte e del Libro del Giorno. La camera funeraria presenta parecchi capitoli del Libro della Terra con il re defunto in compagnia di altre divinità e la resurrezione di Osiride. Nel soffitto astronomico sono rappresentati capitoli del Libro dei Cieli oltre ad una duplice raffigurazione della dea Nut e delle ore del giorno e della notte. Curiosamente tra gli scarsi reperti rinvenuti nella tomba è stata trovata una moneta risalente all’imperatore romano Massimiano.   

Fonti e bibliografia:

  • Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alan Gardiner e  R.O. Faulkner,”The Wilbour Papyrus”, Oxford, 1941-1952
  • Alfred Heuss ed alt, “I Propilei”,  Verona, Mondadori, 1980
  • Nichelas Reeves, Richard Wilkinson, “The complete Valley of the Kings”, Thames & Hudson, 2000
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Alberto Siliotti, “Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane”, White Star, 2010
  • Alberto Siliotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • Erik Hormung, “La Valle dei Re”, trad. di Umberto Gandini, ET Saggi, Torino, Einaudi, 2004
Kemet Djedu

UNA STELE INCOMPLETA

Di Livio Secco

Nella collezione cairota c’è una stele che ha attirato la mia attenzione perché… è incompleta. Studiare i reperti è un’attività interessantissima e quelli più curiosi sono proprio quelli non finiti. Da un lato sono da studiare perché, non essendo stati completati, possono tradire, con il loro stato, le metodologie di produzione.
L’archeologo non è poi così tanto dispiaciuto davanti ad un reperto non terminato. Può dispiacersi indubbiamente dell’opera non finita, ma sicuramente si consola avendo l’opportunità di studiare le metodologie produttive che ha proprio sotto gli occhi in quel momento.

La stele in oggetto ha i seguenti codici identificativi: SR4/14198 e Temp. N.3/10/25/11, ma è più conosciuta come GEM 8063. Infatti nel 2014 fu trasferita dal vecchio Museo Egizio di Piazza Tahrir al nuovo GEM. Purtroppo della stele non si sa molto e questo preclude di comprendere con certezza la sua origine e soprattutto capire come mai sia incompleta.

La stele funeraria è in arenaria e misura 49,9 cm di altezza, 29,9 cm di larghezza e 7 cm di spessore.

Le iscrizioni sono facilissime e brevissime. Soprattutto assolutamente canoniche e quindi, per i nostri aspiranti filologi, si tratta di una manufatto semplice da tradurre.
Come al solito ho aggiunto la pronuncia secondo la codifica IPA.

Per coloro che volessero cimentarsi con la Filologia Egizia (stupenda ginnastica intellettuale) posso consigliare:

Grammatica primo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica secondo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica terzo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Dizionario egizio – italiano 12000 lemmi in geroglifico (primo volume) https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-12-egizio…/

Dizionario egizio – italiano 12000 lemmi in geroglifico (secondo volume)

https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-22-egizio…/

Mai cosa simile fu fatta, XXV Dinastia

LA XXV DINASTIA

NAPATA, LA CONQUISTA NUBIANA E IL RINASCIMENTO EGIZIO

Testa in granodiorite di Taharqa
– Assuan Museo della Civiltà nubiana.
In questa testa il riferimento a modelli più antichi si inquadra in un modellato più pesante, tipico di quest’epoca.

Il terzo periodo intermedio Egizio si colloca tra la fine del Nuovo Regno e la XXV dinastia etiope, e comprende la XXI dinastia, quella dei ” re sacerdoti e le tre dinastie libiche”.

Mappa dell’antico Egitto, con il Nilo fino alla V cateratta. Le maggiori città e siti del periodo dinastico (dal 3150 a.C. al 30 a.C. circa)

Il terzo periodo intermedio vede coesistere varie dinastie che, contribuendo al frazionamento e alla fine della unità che aveva caratterizzato l’Egitto in altri periodi, determinano “la preparazione del substrato politico sociale in cui si innesteranno le dominazioni straniere di potenze emergenti nell’area medio orientale” .

Statuina in oro, argento e bronzo di Taharqo in adorazione del dio Falco Hemen
Parigi Museo del Louvre.
È una rara testimonianza della finezza raggiunta dall’ oreficeria in quest’epoca.

“Dopo la spartizione del territorio Egizio tra i sacerdoti di Ammone e i re eletti dai generali libici, la Valle del Nilo era stata di nuovo ricomposta in unità politica sotto l’autorità dei Re di Etiopia” .

Non erano sicuramente dei barbari, anzi, si possono considerare “campioni di uno stretto e puro concetto della vecchia civiltà egizia; ma per il fatto che la capitale da cui essi governavano era a Napata, in Nubia, forzatamente estranei alla vita politica quotidiana del paese” .

Primo re riconosciuto della XXV dinastia fu Pi(ankh)y (Piye, o anche Pi) che, dal 747 a.C., proseguì nelle conquiste territoriali in Alto Egitto e prese Tebe sotto la sua protezione;
qui nominò la propria sorella Amenardis I quale Divina Sposa di Amon, conferendole in tal modo un potere simile a quello regale sull’area tebana.
Per far fronte all’invasione di Pi(ankh)y al sud, il re Tefnakht, della XXIV dinastia settentrionale creò una coalizione che comprendeva Eracleopoli ed Ermopoli, ma lo scontro vide vittorioso.
Pi(ankh)y che narrò la vicenda in una stele monumentale fatta erigere nel tempio di Amon a Gebel Barkal.
«Sua Maestà mandò a dire ai suoi generali che erano in Egitto, al comandante Puarma, al comandante Lamerskeny e ad ogni capitano di sua Maestà: “Avanzate in formazione da combattimento, attaccate battaglia, accerchiatelo, assediatelo! Catturate le sue genti, il suo bestiame, le sue navi! Impedite ai contadini di lavorare, impedite agli aratori di arare! Assediate il nomos della Lepre e combattete contro di lui ogni giorno»
Stele della vittoria: Piankhi – Museo del Louvre. Particolare della stele.
Piankhi (sulla sinistra, parzialmente raschiato) compare onorato da quattro governanti.
WIKIPEDIA

L’eccessiva libertà goduta dai principi delle varie città, sotto i sovrani libici, rese molto “difficile per loro il giungere a rifondere in una unità non soltanto politica ma anche sentimentale il paese” .

La frammentazione politica dell’Egitto alla fine del nuovo Regno conduce inesorabilmente alla costituzione di un reame autonomo in Nubia: Il regno di Kush.

Tomba di Harwa
Con i suoi quattromila metri di estensione è uno dei monumenti funerari più vasti mai realizzati da un privato cittadino nell’antico Egitto. Le ricerche in corso stanno anche rivalutando l’epoca dei “faraoni neri” sotto il profilo artistico e culturale. I rilievi della tomba sono eseguiti in uno stile che richiama quello dell’Antico regno, dal quale si distaccano per i lineamenti più marcati dei visi e per un trattamento più luminoso dello spazio.

Il re kushita Piankhi, approfittando della debolezza degli Stati settentrionali riesce a annettersi l’alto Egitto e ammettere sotto la propria influenza i sovrani che regnano sul delta, dando così inizio alla venticinquesima dinastia.

Vista aerea delle piramidi nubiane di Meroe

Durante gli anni del dominio kushita, quasi 100, si effettua un recupero della cultura egizia più antica, la quale trae ispirazione soprattutto dall’arte del Medio Regno.

I sovrani kushiti della XXV dinastia si fecero inumare in tombe piramidali nella necropoli della loro capitale Napata, oggi nel Sudan settentrionale.
Panorama delle piramidi nubiane, Meroe. Tre di queste sono state ricostruite.

Tebe, dove già il ritorno al passato aveva avuto manifestazioni nella precedente epoca, si può considerare il centro di tale rinascita.

Nella statuaria privata, lo stile e le forme auliche si accompagnano ad una forte caratterizzazione dei tratti fisionomici. I ritratti dei sovrai “improntati a una maggiore astrazione , lasciano invece trasparire i caratteri somatici tipici della razza nubiana” .

FONTE:

  • ARTE EGIZIA-SERGIO DONADONI-GHIBLI
  • ANTICO EGITTO-MAURIZIO DAMIANO-ELECTA
  • L’ANTICO EGITTO-LEONARDO ARTE
  • ARCHEOLOGIA VIVA
  • WIKIPEDIA
Kemet Djedu

LA CIVILTÀ DEL PAPIRO

Il libro egizio

Di Livio Secco

Il papiro, un vegetale strumentale


Papiro è il nome della pianta di Cyperus papyrus Linneo con fusto a sezione triangolare, alto anche cinque metri, caratteristica della Valle del Nilo in Egitto.
Recenti studi hanno dimostrato che questa pianta è originaria dell’Etiopia e solo in seguito fu importata nella Valle del Nilo.
Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) nella sua Naturalis Historia, nel libro XIII, al paragrafo 71 descrive la pianta in questo modo: «Dunque il papiro nasce negli acquitrini d’Egitto o nei pantani lasciati dal Nilo dopo le inondazioni, dove le acque stagnano in pozze profonde non più di due cubiti. Ha una radice obliqua della grossezza di un braccio, un fusto a sezione triangolare non più lungo di dieci cubiti, che si assottiglia verso l’alto e termina, simile a un tirso, con un’infiorescenza priva di semi e senza altro uso se non quello di farne corone per le statue degli dèi.».

Il papiro dai mille usi


Il papiro fu usato fino al Medioevo e fu adoperato per gli usi più svariati:
– Come alimento: la masticazione del suo gambo, e forse delle radici, era molto nutriente e diffusa in Egitto dove faceva parte della dieta del popolo.
– Costruzione di sandali: era intrecciato per fare sandali molto resistenti.
– Produzione di cordami: molto apprezzati nell’antichità.
– Fabbricazione di ceste e stuoie: uso ancora diffuso in epoca napoleonica.
– Produzione di stoppini per lampade ad olio.
– Fabbricazione di vele per ogni tipo di imbarcazione.
– Fabbricazione di piccole imbarcazioni dal basso pescaggio molto usate dagli Egizi per muoversi sia sul Nilo che nei canali artificiali.
– Produzione di capi di vestiario: di questi manufatti purtroppo non ci sono pervenuti dei reperti a causa della deperibilità, ma il loro uso era certo.

La radice si poteva mangiare cruda, bollita o al forno. Comunque si succhiava il succo e si sputava la polpa.
Una volta invecchiato, il papiro poteva essere usato come combustibile da bruciare oppure per fare utensili domestici o da lavoro. L’Egitto non aveva grandi risorse di legno che veniva tutto importato ad elevato costo.
In medicina il papiro Ebers lo prescrive per la cura degli occhi.
Infine la cima del papiro era usata come ornamento.

I lati del (foglio di) papiro

Nella facciata di un rotolo papiraceo, indicata oggi con il simbolo →, detta faccia prefiberale, le fibre corrono in senso orizzontale e quindi parallele alla lunghezza del rotolo stesso e perpendicolari alla giuntura dei vari fogli (in greco kòllema singolare, kollemata plurale). Questa facciata è chiamata convenzionalmente recto.
Nella facciata opposta, detta faccia transfiberale, indicata oggi con il simbolo ↓, le fibre corrono in senso verticale, perpendicolari alla lunghezza del rotolo e parallele alle linee di giuntura. Questa facciata è chiamata verso.
L’unico elemento che ci fa distinguere, senza alcuna incertezza, il recto dal verso di un papiro è la kollesis cioè il punto di sovrapposizione che chiarisce inequivocabilmente l’andamento delle fibre nelle due facciate del rotolo originario e, di conseguenza, l’esatta posizione della scrittura sia in relazione alle due facciate del papiro, sia in relazione all’andamento di essa rispetto a quello delle fibre sull’una o sull’altra facciata.

Gli strumenti scrittori


Gli strumenti dello scriba, riprodotti anche nella parola 

  •  [seʃ] scriba oppure 
  •  [seʃ] scrivere oppure 
  •  [seʃ] libro, lettera, scritto, iscrizione, scrittura,

come hanno dimostrato gli scavi archeologici, erano un pennello costituito da un giunco per poter tracciare i segni della scrittura geroglifica (la penna metallica comparirà nel periodo tolemaico), due piccoli recipienti per contenere i pigmenti rosso e nero e una piccolissima brocca in cui era conservata l’acqua necessaria a sciogliere gli inchiostri.
Gli scribi erano soliti masticare l’estremità del giunco di papiro utilizzato per scrivere per ammorbidirlo e ottenere la punta sfrangiata e filamentosa, molto simile a un pennello, atta a tracciare i fluidi segni delle scritture corsive ieratica prima e demotica poi.
Quando non era usato, il giunco / stilo / pennello era riposto in una paletta di legno scavata all’interno. Con il tempo tutti gli strumenti per scrivere furono unificati nella paletta porta calami, dotata di un coperchio scorrevole, la quale era portata insieme ai vassoietti in pietra per frantumare i pigmenti e a un coltellino per tagliare il papiro.

Il percorso didattico


L’insegnamento si articolava su tre scuole distinte che prendevano nomi diversi e che si trovavano forse anche in luoghi diversi anche se probabilmente contigui.
La scuola di primo grado si chiamava Ꜥt-sbȜ [at-seba] La sala dell’insegnamento.
Da qui si passava ad una scuola di secondo grado, al pr-Ꜥnḫ [per-ank] La casa della Vita dove probabilmente si insegnava la magia, la medicina e la scrittura. Quest’ultima era considerata una scienza sacra dono del dio Thot.
L’ultimo passaggio si concludeva al pr-mḏȜt [per-meʤat] La casa dei rotoli di papiro (La casa del libro, biblioteca) riservata agli insegnamenti specialistici.
Gli atti burocratici erano invece conservati in archivi locali nel così detto Ufficio delle scritture del Visir.
Come archivio prevalentemente diplomatico si presenta invece la biblioteca di Amarna di Akhenaton: tȜ st šꜤt pr-aȜ Ꜥnḫ(.w) wDȜ(.w) snb(.w) [ta set ʃat per-aa ank.u uʤa.u seneb.u] La sede delle lettere del Faraone, vita, prosperità, salute; cioè la Cancelleria del re. Essa era costituita da un’ampia raccolta di tavolette d’argilla con la corrispondenza diplomatica tenuta tra gli Egizi della XVIII dinastia e i popoli mesopotamici.

La lezione è diventata il Quaderno di Egittologia 28 – LA CIVILTÀ DEL PAPIRO – Il libro egizio. Chi volesse approfondire l’argomento lo può trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/la-civilta-del-papiro/

III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta

ALVEO DEL SARCOFAGO MUMMIFORME DI DJEDHOREFANKH

Legno dipinto; lunghezza cm 203, larghezza cm 61
Tebe ovest, Qurna, Scavi di Theodore Davies 1916
Inizio della XXII Dinastia
Museo Egizio del Cairo – TR 24.11.16.2

Il sarcofago, privo di coperchio, apparteneva al sacerdote Djedhorefankh, soprintendente agli altari nel tempio di Amon-Ra a Karnak, e risale agli inizi della XXII Dinastia, quando l’Alto Egitto costituiva un stato teocratico autonomo, sotto il dominio del potente clero tebano.

In quel periodo, di sacerdoti di Amon-Ra venivano sepolti in variopinti sarcofagi mummiformi ammassati in tombe comuni ben nascoste, al sicuro dai saccheggi.

Le superfici dei sarcofagi presentano un repertorio iconografico simile a quello che in precedenza tornava le pareti degli ipogei che, in quest’epoca , non vengono mai decorate.

L’interno dell’alveo del sarcofago di Djedhorefankh mostra una decorazione suddivisa in registri, nei quali le scene dai brillanti colori risaltano sul fondo giallo.

La parte superiore è dipinta a imitazione di una tenda, come i soffitti delle tombe tebane, e nella lunetta sottostante è rappresentata la barca solare, con la la prua e la poppa terminati in fiori di papiro, su cui si trova il disco solare, tra due urei, che sorge all’orizzonte.

Al centro del registro è raffigurata la personificazione, dell’amuleto tit , il nodo isiaco: ha un volto femminile e ha le braccia alzate e sostiene il corso d’acqua su cui naviga la barca.

Ai lati dell’amuleto si trovano due sciacalli accovacciati su un santuario.

Il registro sottostante riporta due cartigli sormontati dal disco solare : in quello di sinistra si legge “il dio grande, signore del cielo, governatore dell’eternità”, mentre quello a destra reca la sequenza di segni men ( stabile), Kheper (apparire), ra ( il dio Ra).

L’interpretazione di tale sequenza, in questo contesto è problematica.

Menkheperra corrisponde infatti al nome di incoronazione di Thutmosi III, al nome di un grande sacerdote tebano che governò l’Alto Egitto alla fine del XI secolo a. C., o a un modo di scrivere in forma di rebus il nome di Amon-Ra.

Sulla base di criteri stilistici, il sarcofago può essere datato a un ristretto periodo della XXII Dinastia, ciò porterebbe a escludere le prime due ipotesi e renderebbe assai verosimile che Menkheperra sia usato come forma crittografica del nome Amon-Ra di cui Djedhorefankh è sacerdote.

Il cartiglio di sinistra cita indirettamente il nome di Osiride.

Tra i due cartigli si trova un elemento decorativo khaker da cui si ergono due cobra con l’amuleto tit al collo.

Alle due estremità del registro, dinanzi a ceste con offerte, si trovano due volatili con teste femminili che portano le mani al volto nel tipico gesto di cordoglio.

Il registro sottostante è diviso i due scene quasi identiche: a sinistra una sacerdotessa offre papire e incenso al dio Ptah, a destra si trova un sacerdote di nome Djedkhonsu.

La scena successiva è raffigurata sotto una tenda: sopra un letto dove è stesa la mummia del defunto che il di Anubi sta terminando di preparare

I quattro vasi canopi, sono posti sotto il letto funebre.

L’ultima scena, sormontata da un fregio di urei con il disco solare sul capo, è la più grande :vi appare la mummia del defunto inghirlandata, di fronte alla quale si trova un sacerdote sem che, identificato dalla pelle di leopardo che copre la veste bianca, compie fumigazioni di incenso.

La funzione di questo sacerdote era quella di ridare vita al corpo mummificato del defunto durante la “cerimonia dell’apertura della bocca”.

Tra le due figure si si trova una tavola di offerte sormontata da un fiore di ninfea, mentre una seconda ninfea è disegnata in basso, dietro a una donna inginocchiata che in segno di dolore si strappa i capelli.

Le pareti laterali del sarcofago sono divise in due registri: il alto si trova il cartiglio affiancato da due sciacalli distesi sopra due santuari e protetti dagli occhi udjat, le due scene sottostanti, separate tra loro da una riga di geroglifici, mostrano un sacerdote che porge rispettivamente un mazzo di fiori e due coppe a una figura in trono che impugna i simboli del potere.

Dietro al trono è raffigurato Anubi.

Nell’ultimo registro si trovano i quattro figli di Horus rappresentati mummiformi.

Fonte e fotografie

I tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Silvia Einaudi – fotografie di L’Araldo De Luca – Edizioni White Star

III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta

L’AMPLIAMENTO DEL SANTUARIO DI KARNAK E IL FIORIRE DEI TEMPLI

Il portico dei Bubastidi nel primo cortile del tempio, Karnak

Il santuario di Karnak fu ampliato durante il regno di Sheshonq I, il sovrano originario di Bubasti che diede inizio alla XXII Dinastia : si deve a lui il cortile, ornato da portici a nord e a sud, che ingloba completamente un piccolo tempio della fine della XIX Dinastia e la parte anteriore di quello di Ramses II, che formavano il “viale” di mezzo, furono rimosse e sistemate ai lati, come tutt’ora si vede.

Tempio di Iside, Philae, oggi trasferito sull’isola di Agilikia

Il pilone, l’ingresso del tempio, forse fu iniziato durante la XXX Dinastia, (tutto il complesso fu circondato da un muro con grandi portali), ma non fu mai completato.

Nel suo lungo regno il sovrano Taharqa realizzò un edificio per il culto di Amon connesso con il lago sacro, e un grande chiostro per la barca processional proprio nel cortile, con eleganti colonne a papiro aperto, collegate in basso da transenne.

Tempio di Iside, colonne con capitelli con volti volti di Hathor – Iside
Oggi trasferito sull’isola di Agilikia

L’attività edilizia fu ovunque intesa, ma non sempre il tempo ha risparmiato realizzazioni anche imponenti, sopratutto nel Delta, sicché la nostra conoscenza è lacunosa.

La città di Saus, capitale della XXVI Dinastia, ma di antiche origini, doveva possedere un grande tempio per la dea Neith, nel quale stavano le cripte sepolcrali dei sovrani, come a Tanis, ma oggi si può appena indicare il luogo in cui sorgeva la città.

Tempio di Iside, colonnato del primo pilone.
Oggi trasferito sull’isola di Agilikia

Migliore la situazione a Bubasti, dove è possibile che già Cheope avesse iniziato qualche struttura, per la dea Bastet, qui sono riconoscibili i progetti dell’epoca tarda, dei faraoni Bubastidi, e fino all’ultimo, Nectanebo II

(XXX Dinastia)

L’isolamento ha favorito la conservazione di un piccolo tempio di Amon nell’oasi di Kharga, che potrebbe essere stato costruito nella tarda XXVI Dinastia, ma fu poi decorato dal “faraone” persiano Dario I, nella XXVII Dinastia.

Tempio di Ibis, Oasi di Kharga

La costruzione originaria presenta alcune novità : un proanos di colonne papiro formi unite da transenne, quindi una sala colonnata su cui si trovano il santuario e cappelle laterali e le scale per salire sul tetto.

Chiostro di Traiano II.
Oggi trasferito sull’isola di Agilikia

Durante la XXI Dinastia fu aggiunta, sul davanti, un’altra sala colonnata e Nectanebo I come aveva fatto a Karnak, realizzò il muro di cinta, con un chiostro di accesso, le cui colonne, come quelle dell’interno, esibiscono capitelli del tipo composito, con molteplici decorazioni (papiro e palmette), su una forma di base a campana.

Sarà questo il tipo che incontrerà il successo nelle grandi costruzioni successive in Egitto, di età greco-romana.

Tempio di Amon-Ra, chiostro di Taharqa davanti al secondo pilone, Karnak

Fonte e fotografie

L’arte Egizia – Alice Carocci, Gloria Rosati – Giunti

Necropoli tebane

LA NECROPOLI TEBANA

La necropoli di Tebe (o necropoli tebana) è un sito archeologico egizio, posto sulla sponda ovest del Nilo, nei pressi dell’attuale città di Luxor (l’antica Uaset, la greca Tebe).

Infatti, i campi della Duat, ovvero l’aldilà egizio, si trovavano, secondo le credenze, proprio sulla riva occidentale del grande fiume.

Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o più semplicemente “Occidente di Tebe”.[1]

La denominazione “necropoli di Tebe”, riconosciuta ed accettata dall’UNESCO che la inserì nella lista del Patrimonio dell’umanità nel 1979, appare di fatto restrittiva, giacché non è individuabile un’entità puntiforme ed il termine indica un’area molto vasta che comprende più necropoli, nonché complessi funerari e templari comunque connessi a culti funerari. Sotto il profilo prettamente delle necropoli sono individuabili almeno dieci aree di sepoltura tra cui la Valle dei Re e la Valle delle Regine.

Sepolture nell’area sono attestate dalla fine del Primo Periodo Intermedio e, in tal senso, la necropoli più antica è quella di el-Tarif.

Successivamente, e conseguentemente all’individuazione della Valle dei Re come area di sepoltura dei sovrani della XVIII – XIX e XX dinastia (1552-1069 a.C. circa), l’area di Sheikh Abd el-Qurna venne prescelta per la sepoltura di nobili, funzionari e artigiani che operavano a favore della Corte.

Le tombe della Necropoli, escluse quelle della Valle dei Re e della Valle delle Regine, sono complessivamente oltre 400.

Fig. 1:  Schematizzazione delle posizioni reciproche delle necropoli dell’area tebana, in Egitto

Necropoli reali

  • Valle dei Re (nome moderno: “Wadi el-Muluk“): il cui nome originale era, in lingua egizia, Ta-sekhet-ma’at (il Grande Campo)[2], era anche indicata come ta-int, semplicemente la Valle. Per circa 500 anni, a partire dalla XVIII sino alla XX dinastia, ovvero dal 1552 a.C. al 1069 a.C.[3] venne scelta quale sede delle sepolture dei sovrani dell’Antico Egitto. Ospita, al 2017, 65 tra sepolture reali e non. La più nota delle sepolture è la tomba KV62 del re Tutankhamon.
  • Valle delle Regine (nome moderno: “Biban el-Harim“): alle consorti reali ed ai principi di casa regnante, a partire dalla XVIII sino alla XX dinastia, era destinata un’altra area alquanto prossima, la Ta-Set-Neferu (ovvero: il luogo dei figli del re giacché, originariamente, qui vennero sepolti i figli dei sovrani). La Valle ospita, al 2017, oltre 70 tombe la più nota delle quali, per i preziosi rilievi parietali, è quella della grande sposa reale Nefertari, moglie del faraone Ramses II della XIX dinastia.

Le tombe dei nobili

Tombe dei Nobili: comprende l’intera area tebana destinata a sepolture dei nobili e funzionari connessi alle case regnanti, specie della XVIII-XIX e XX dinastia. Le tombe sono oltre 400 ed erano contrassegnate da un Cono funerario che indicava il nome, il titolo dell’occupante e, talvolta, brevi preghiere. Ad oggi sono stati recuperati solo 80 coni su 400. Benché non rientranti nella categoria dei “nobili”, si è soliti comprendere in tale ampia localizzazione anche le necropoli degli operai e delle maestranze che realizzavano le sepolture, specie reali, e delle tombe aveano cura.

  • el-Assasif: situata a sud della necropoli di Dra Abu el-Naga, nella piana di Deir el-Bahari, ospita sepolture della XVIII – XXV e XXVI dinastia.
    • el-Khokha: sita nella piana di Deir el-Bahari, a poca distanza dalla necropoli di el-Asassif, ospita oltre 50 tombe della XVIII-XIX e XX dinastia, nonché 3 del Primo Periodo Intermedio.el-Tarif: posta quasi all’ingresso della Valle dei Re, la necropoli di el-TArif è la più antica dell’area tebana[4] e ospita tombe del tardo Primo Periodo Intermedio, del Medio Regno e del Secondo periodo intermedio, nonché mastabe attribuite ai principi locali risalenti all’Antico Regno (IV e V dinastia)[5].Dra Abu el-Naga: ospita oltre 150 sepolture suddivise in due aree; l’una risalente al Medio Regno costituita da circa 100 tombe, e l’altra del Nuovo Regno da 60. Si ritiene che la Tomba AN-B ospitasse il re Amenofi I, secondo re della XVIII dinastia dopo la cacciata degli Hyksos, o la madre Ahmose Nefertari.Qurnet Murai: situata nei pressi del villaggio operaio di Deir el-Medina, si tratta di una piccola necropoli che ospita tombe di funzionari della XVIII-XIX-XX dinastia, nonché una del periodo tolemaico e una del periodo Saitico (XXVI dinastia).
    • Sheikh Abd el-Qurna: situata sull’altura che sovrasta la piana di Deir el-Bahari ed i complessi templari di Mentuhotep II, dell’XI dinastia, Thutmose III e Hatshepsut della XVIII, ospita pochissime tombe dell’XI e XII dinastia, nonché circa 150 della XVIII-XIX-XX dinastia.
  • Deir ell-Medina: in egizio Pa demi ossia “la cittadina”[6]. Costituisce uno dei tre esempi noti di “villaggio operaio” (gli altri sono quello di Tell el-Amarna, l’antica Akhetaton, e di El-Kahum, nei pressi di el-Lashur) che ospitavano gli artigiani e, in genere, le maestranze preposte alla realizzazione e manutenzione delle tombe degli antichi Re. Si tratta, in questo caso, delle tombe della Valle dei Re.
    • Necropoli degli operai: si tratta delle sepolture degli operai che operavano nella Valle dei Re. Tombe ad architettura cosiddetta “composita” in cui la sovrastruttura è costituita da una piccola piramide costruita in materiale povero e deperibile e da un ipogeo con una vano sotterraneo coperto da una volta a mattoni.
    • Tempio rupestre di Meretseger: tempio rupestre, oggi in pessimo stato per crolli delle volte, che sovrastava il villaggio operaio di Deir el-Medina e che era il luogo di culto della dea Mertseger, Colei che ama il silenzio, o anche Colei che ama colui che ama il silenzio (ovvero il dio dei morti Osiride) personalizzazione dell’aera collinare tebana e, segnatamente, della necropoli.
Fig. 2: L’area di di Deir el-Bahari [7] con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti

fig. 3: L’area di Deir el-Medina con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti

Fig. 4: L’area di Dra Abu el-Naga (area nord) con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti

Fig. 5: L’area di Dra Abu el-Naga (area sud) con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti

Fig. 6: L’area di el-Khokha ed el-Assasif con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti

F

Fig. 7: L’area di Qurnet Murai con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti

Fig. 8: L’area di Sheikh Abd el-Qurna (area nord) con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti

Fig. 9: L’area di Sheikh Abd el-Qurna (area sud) con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti

Templi funerari

Benché non ascrivibili al novero delle tombe in senso stretto, anche i templi funerari dell’area di Deir el-Bahari, manifestazione grandiosa dei sovrani che li fecero erigere e che sono sepolti nella Valle dei Re, rientrano nella Necropoli tebana:

  • Deir el-Bahari
    • Tempio funerario di Mentuhotep II: sorge accanto al tempio di Hatshepsut nella piana di Deir el-Bahari. Il complesso templare di Montuhotep risale alla XI dinastia ed è molto più vasto rispetto a quello di Hatshepsut, ma ne restano oggi pochi ruderi.Tempio funerario di Hatshepsut: soggetto ad ampia anastilosi, il tempio di Hatshepsut (XVIII dinastia) era denominato Djeser-Djeseru (“Santo fra i Santi”) e si trova nella piana di Deir el-Bahari alla base delle falesie che la separano dalla Valle dei Re, nelle immediate vicinanze del tempio funerario di Montuhotep II e di quello di Thutmosi III.
    • Tempio funerario di Thutmosi III: sorge, in posizione arretrata rispetto ai due, tra il tempio di Hatshepsut e quello di Montuhotep nella piana di Deir el-Bahari[8].
  • Medinet Habu
    • Tempio funerario e Palazzo di Ramses III: benché noto esclusivamente come tempio, il complesso di Ramses III era associato ad un palazzo reale, residenza del re. L’importanza del complesso, normalmente indicato con la semplice denominazione Medinet Habu, è data in special modo per i rilievi che ospita e che sono riferiti alla guerra contro i Popoli del mare combattuta, e vinta, da Ramses III nel suo ottavo anno di regno.
    • Tempio funerario di Ay e Horemheb
  • Tempio funerario di Amenofi III: sorge nell’attuale area di Kom el-Hetan, nota anche come Malqata, ed era il complesso templare più grande di cui si abbia notizia con i suoi oltre 350.000 m2, di cui restano oggi, al 2017 (ma sono in corso scavi archeologici nell’area), solo i due Colossi di Memnone che costituivano la decorazione dell’ingresso. Nella c.d. Corte solare sono inoltre presenti cinque basi di statue recanti rilievi molto importanti per attestare l’estensione di terre, località e popoli sotto la giurisdizione dell’Egitto o con cui il paese aveva relazioni commerciali e diplomatiche, tra cui le isole egee[9]
  • Tempio funerario di Merenptah
  • Tempio funerario di Ramses IV
  • Tempio funerario di Thutmose IV
  • Tempio funerario di Thutmosi III
  • Tempio funerario di Tausert
  • Tempio di Nebuenenef
  • Gurna
  • Tempio funerario di Seti I
  • Tempio funerario di Amenofi II
  • Ramesseum (Tempio funerario di Ramses II)         
Fig. 10: Mappa dell’area di Deir el-Bahari che ospita i tre complessi di Montuhotep, Hatshepsut e Thutmosi III (autore: Gérard Ducher)

Fig. 11: Il tempio di Montuhotep II (autore: Markh)

Fig. 12: Il tempio di Hatshepsut (autore: Ian Lloyd)

Fig. 13: Rilievo da Medinet Habu con scene da una battaglia di Ramses III contro i Popoli del mare

Fig. 14: Il Ramesseum di Ramses II (autore: Steve F-E-Cameron)

Bibliografia:

  • Sergio Donadoni, Tebe, Electa, ISBN 88-435-6209-6
  • Donald B. Redford, The Oxford Encyclopedia of Ancient Egypt: P-Z, Oxford University Press, 2001, ISBN 978-0-19-513823-8.
  • Kent R. Weeks e Araldo De Luca, Valley of the Kings, Friedman/Fairfax, 2001, ISBN 978-1-58663-295-3.
  • Nicholas Reeves e Richard Wilkinson, The complete Valley of the Kings, New York, Thames & Hudson, 2000, ISBN 0-500-05080-5.
  • E. Cline e S. Stannish, Sailing the Great Sea? Amenhotep III “Aegean List” from Kom el-Hetan, in Journal of Ancient Egypitian Archaeology, Vol. 3, pp. 6-16, Tucson, 2011.

[1]    Sergio Donadoni, Tebe, Electa, ISBN 88-435-6209-6.

[2]     Reeves & Wilkinson (2000), The Complete Valley of the Kings, Thames & Hudson, New York, p. 18.

[3]     Christian Jacq (1998), La Valle dei Re, Milano, Mondadori, pp. 19-20.

[4]     Kent R. Weeks e Araldo De Luca, Valley of the Kings, Friedman/Fairfax, 2001, ISBN 978-1-58663-295-3., p. 337.

[5]    Donald. B. Redford, The Oxford Encyclopedia of Ancient Egypt: P-Z, Oxford University Press, 2001, ISBN 978-0-19-513823-8., p. 386.

[6]    Mario Tosi, Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto, vol. II, pag. 152

[7]    Le planimetrie qui riportate non sono in scala ed hanno valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe in alcune aree, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.

[8]    Maurizio Damiano-Appia, Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane, pag.93

[9]    E. Cline e S. Stannish, Sailing the Great Sea? Amenhotep III “Aegean List” from Kom el-Hetan, in Journal of Ancient Egypitian Archaeology, Vol. 3, pp. 6-16, Tucson, 2011.

Necropoli tebane

IL PROGETTO NECROPOLI TEBANE

Foto aerea dell’area della Necropoli Tebana (autore Steve F-E-Cameron, febbraio 2010)

Nel periodo 2016-2019 mi sono dedicato a scrivere le voci di Wikipedia Italia che si riferiscono alle oltre 400 tombe della Necropoli Tebana.

Di ognuna ho, inoltre, disegnato le planimetrie che sono state inserite con licenza Creative Commons indicando, perciò, che chiunque può condividere, copiare, distribuire, trasmettere, o anche modificare il disegno a patto di indicare esplicitamente che sono state apportate modifiche, e riportare l’autore originale che, comunque, non ha alcun potere di approvazione delle modifiche apportate.

Preciso che le planimetrie non sono in scala, né sono precise, ma sono approssimative per rendere l’idea di quanto riportato nei testi.

Quasi tutte le immagini che accompagnano i testi sono ricavate da Wikipedia e, salvo che non sia espressamente specificato, sono state rilasciate dagli autori con licenza Creative Commons. In ogni caso, dato l’alto numero di immagini tratte specialmente da siti internet, potrebbe verificarsi il caso che la licenza rilasciata non fosse quella sopra indicata; s’invitano gli eventuali autori a segnalare l’inconveniente che sarà risolto o con il rilascio, da parte loro, della necessaria autorizzazione o con la rimozione immediata dell’immagine. Gli autori, ove noti, sono indicati con il nominativo/nick rilasciato in Wikipedia o in rete.

Per quanto riguarda i testi, quelli che troverete in questo progetto sono, di fatto, quelli da me originariamente scritti e non tengono conto, perciò, di eventuali aggiornamenti o ampliamenti apportati da altri utenti alle voci di Wikipedia dopo la loro originaria pubblicazione a mia cura. Essendone l’autore primo, anche in questo caso autorizzo il loro uso, come sopra precisato per le immagini, a patto che venga espressamente e chiaramente indicato che l’autore è Giuseppe Esposito.

Cose meravigliose, Tanis

IL PENDENTE DI ISIDE DI WENDJEBAUENDJED 

Di Andrea Petta

Museo Egizio del Cairo JE87716, Montet 726 – Oro, altezza 11 cm

Tra gli amuleti appesi al collo della mummia di Wendjebauendjedspicca per la sua raffinatezza questa effige della dea Iside ricavata in oro massiccio.

La dea è mostrata in piedi, con la figura modellata da un abito che ne svela comunque le forme dettagliate con grande precisione, dal seno all’ombelico alle gambe. Nonostante le piccole dimensioni, l’artista è riuscito a cesellare i ricami del vestito sul petto e sulla parte inferiore della gonna. Sono anche raffigurati i gioielli della dea, un collare a più fili ed i bracciali.

I particolari finemente cesellati della figura della dea. Da notare la modernità della collana a catena

Iside indossa qui una parrucca tripartita che lascia visibili le orecchie; la fronte è ornata da un ureo regale. La corona con le corna di vacca che racchiudono il disco solare è quella tipica di Hathor.

I piedi sono nudi, appoggiati su un piccolo piedistallo anch’esso in oro sotto al quale si legge l’iscrizione “Iside, la grande, madre del dio”

L’espressione è serena, il sorriso della dea è garanzia della protezione a Wendjebauendjed

Il pendente era agganciato tramite un anello fissato dietro al disco solare ad una collana, anch’essa d’oro, lunga 80 cm e di fattura straordinariamente moderna

Non provate a cercarlo nel sito del Museo Egizio del Cairo perché, tanto per cambiare, non c’è…

La foto originale di Montet

FONTI:

  • Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
  • Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987
  • Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti
  • Foto: Pierre Montet, Getty Images
Cose meravigliose, Tanis

LA PATERA D’ARGENTO DI WENDJEBAUENDJED 

Di Andrea Petta

Museo Egizio del Cairo JE87743, Montet 773 – Argento e oro, diametro 16,5 cm; altezza 3,5 cm

Questa spettacolare patera in argento fu ritrovata insieme ad altre due “sorelle” sul sarcofago di Wendjebauendjed. È resa ancora più straordinaria dal fatto che il Faraone Psusennes avesse nel suo corredo funebre una seconda patera molto simile, certamente proveniente dalle mani dello stesso artista.

Il fondo è stato finemente cesellato in tre zone, divise da due cerchi concentrici.

La foto ufficiale di Montet

Intorno al rivetto in oro al centro, che rappresenta il pistillo del fiore, una rosetta con 18 foglie incise è circondata da 14 fiori di loto a tre petali ciascuno, aperti.

Nella parte più esterna 38 linee spezzate a zig-zag ricordano il segno geroglifico “n” (acqua).

Un manico in argento per appendere la patera è fissato al bordo, tramite una barretta ornata da due palme, con quattro rivetti d’oro.

Il disegno di Montet della cesellatura della patera e del gancio laterale

All’esterno del bordo un’iscrizione recita:

Il Re dell’Alto e Basso Egitto, il Signore delle Due Terre Akheperre, Figlio di Ra, Psusennes Meriamon. Donato come segno del favore del Re all’Amministratore di Khonsu a Tebe, possa riposare in pace, il Sacerdote di Khonsu, capo degli arcieri del Faraone, Sovrintendente dei Profeti di tutti gli dei, Wendjebauendjed, l’Osiride, giustificato” 

Come confronto, una delle patere appartenenti al corredo funebre di Psusennes (Museo Egizio del Cairo, JE 85904)

Un oggetto con un enorme valore materiale (ricordiamoci sempre che l’argento aveva un valore superiore all’oro in Egitto, non avendone miniere nel proprio territorio), un valore artistico ancora maggiore ed un valore simbolico immenso per questo fedele servitore del suo Faraone.

FONTI:

  • Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
  • Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
  • Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987
  • Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti
  • Foto: Pierre Montet, Getty Images