Luce tra le ombre, Piramidi

IL MISTERO DI ORIONE

A cura di Ivo Prezioso

Graham Hancock, Edinburgo 2 Agosto 1950. Giornalista, scrittore “pseudo-archeologo” è autore di libri come “Impronte degli dei” (1998), in cui sostiene l’esistenza di una civiltà scomparsa e “Custode della Genesi” scritto in collaborazione con Robert Bauval, in cui si ritrovano le ipotesi de “Il Mistero di Orione” e si ribadisce la datazione della Sfinge a circa 12500 anni fa.

Sulla falsariga delle ipotesi di West e Schoch, si inseriscono Graham Hanckock (giornalista), Robert Bauval (ingegnere e saggista) e Adrian G. Gilbert (scrittore), con una serie di pubblicazioni che negli anni ’90 del secolo scorso, hanno riscosso un enorme successo di pubblico. Non solo, grosso modo concordano con la retrodatazione della Sfinge e delle Piramidi (con uno stranissimo distinguo che chiarirò in seguito), ma si spingono ben oltre con una suggestiva teoria nota come “Mistero di Orione”.

In pratica, le Piramidi di Giza non sarebbero altro che la rappresentazione di una mappa celeste in terra, che riproduce la costellazione di Orione così come si presentava più o meno 12.500 anni fa. A corredo, Bauval, allega una straordinaria fotografia che mostrerebbe come i vertici delle tre piramidi di Giza e il loro disallineamento sarebbero perfettamente simili alla disposizione delle tre stelle che ne costituiscono la famosa cintura.

L’idea di per sé, potrebbe anche non apparire troppo fantasiosa: in effetti gli egizi erano eccellenti osservatori del cielo e sappiamo che orientavano con precisione i loro monumenti servendosi delle stelle, per cui non ci sarebbe motivo per escludere a priori che avessero potuto concepire un progetto del genere. Ma le obiezioni sono serie e dimostrano quanto l’ipotesi sia discutibile.

Robert Bauval, Alessandria d’Egitto 5 marzo 1948. Laureato in ingegneria delle costruzioni deve la sua fama a pubblicazioni come “Il Mistero di Orione” (1994) con Adrien Gilbert e “Custode della Genesi” (1996) scritto con Graham Hancock

Innanzitutto, c’è l’immagine a cui mi riferivo prima che si è rivelata falsa e ritoccata pesantemente (a tal proposito, per non dilungarmi, rimando ad un post di Piero Cargnino che ha già affrontato l’argomento: https://www.facebook.com/…/4499…/posts/1052965555506815/).

Inoltre è palese, che i vertici delle piramidi non puntano affatto in quella direzione; con la forzatura del ritocco e l’utilizzo di software, si è riusciti nell’impresa di trovare un’ epoca in cui (a loro dire) grosso modo l’allineamento potesse coincidere e, guarda caso, è saltata fuori la data del 10.500 a.C., o giù di lì. Esattamente ciò che si voleva dimostrare! Le evidenze storiche, con buona pace della seduzione della teoria, ci raccontano altro. Ad esempio, è stato riportato alla luce il villaggio dei costruttori, con i resti di abitazioni, forni, cucine, avanzi di cibo, oggetti, nomi, tombe e anche corpi che, sottoposti ad analisi, hanno rivelato non solo l’appartenenza all’epoca della IV Dinastia e notevoli tracce di traumi da lavoro, ma anche fratture e ferite curate e l’evidenza di un’alimentazione abbondante e altamente proteica (per inciso, ennesima prova che dovrebbe, una volta per tutte, mettere una pietra tombale sulla così assurdamente ostinata convinzione che si trattasse di schiavi). Inoltre, abbiamo il nome di Khufu (Cheope) inciso in una parte della piramide e gli strumenti con cui furono costruite. So bene che su queste due ultime evidenze ci sono diatribe anche molto accese, ma intanto, fino a prova contraria, per il momento, ne confermano l’attribuzione. Tra l’altro i recenti ritrovamenti di Wadi el-Jarf, di cui si tratterà ampiamente in seguito, aggiungono una preziosa documentazione, contemporanea all’epoca di Khufu (Cheope) sulla parte conclusiva dei lavori della Grande Piramide. Se esistono ancora dubbi sul fatto che con strumenti così primitivi si siano potuti erigere monumenti simili, è pur vero che dovrebbe porne ancor di più pensare che potessero essere stati costruiti all’incirca 10.000 anni prima: sempreché non si voglia ricorrere alla pretesa esistenza di una civiltà superiore preesistente (che non si sa che fine abbia fatto e che oggi non viene quasi più menzionata, ma che ai miei tempi aveva una precisa collocazione nel mitico continente di “Atlantide”) o all’ancor più fantasioso intervento degli alieni.

Comunque, già in epoca preistorica gli egizi riuscivano a modellare oggetti in pietra e, a partire dalla Terza Dinastia, erano perfettamente in grado di padroneggiarla, tanto da lasciare capolavori immortali anche in grandi sculture realizzate con elementi particolarmente duri come la diorite o il granito. Possiamo, inoltre seguire l’evoluzione delle tecniche costruttive. Dalla piramide a gradoni di Zoser (III Dinastia), che in realtà è la sovrapposizione di “mastabas”, ma che sicuramente ne suggerì la forma, ai tentativi di Snefru (la piramide di Meidum, collassata per i continui asporti di materiale a partire dall’epoca greco-romana e il cui nucleo superstite ne rivela ancora la derivazione da quella a gradoni, quella romboidale, a Dashur, la cui pendenza fu cambiata, fino ad arrivare al profilo corretto con la Piramide Rossa, anch’essa a Dashur, alta in origine ben 105 metri). Sappiamo che grandi squadre (aper) composte da centinaia di persone venivano arruolate allorquando si iniziava la costruzione di una piramide e di alcune ce ne sono giunte i nomi. Davvero c’è da chiedersi cos’altro mai occorra per convincersi a lasciare la Grande Piramide al suo legittimo proprietario.

Ad ogni buon conto, Bauval (ed è questo il distinguo cui facevo cenno), forse per evitare uno scontro totale con l’egittologia ufficiale, non nega che le piramidi fossero state costruite durante la IV Dinastia. Semplicemente, conclude che furono erette in quel lasso temporale, ma seguendo un progetto di circa 8.000 anni prima(!). Per quanto riguarda la Sfinge sostiene che la data è ignota, ma più verosimilmente risalente al 10.500 a.C. Questo a causa dei fenomeni di erosione (di cui si è ampiamente discusso nelle puntate dedicate al saggio di Mark Lehner). Per di più, secondo Bauval, se si riporta la mappa celeste a come appariva 12.500 anni fa, l’ enorme scultura punterebbe ad una costellazione ben precisa (provate ad indovinare?). Ebbene sì, proprio quella del Leone. Straordinario, no? Peccato che gli studiosi abbiano smentito clamorosamente l’autore. Anche se ci riferiamo a quella lontanissima epoca né le Piramidi, né la Sfinge si allineavano rispettivamente con Orione e il Leone, né il Nilo alla Via Lattea (sì compare anche il sacro fiume d’Egitto, nell’ipotesi di rappresentazione di una mappa celeste in terra d’Egitto). E poi una considerazione del tutto personale: è credibile che 12.500 anni or sono una configurazione di stelle sia stata necessariamente immaginata come evocativa della figura di un leone? Tra l’altro, per quel che ne so, gli egizi raggruppavano e denominavano le costellazioni in modo diverso da quello che utilizziamo oggi che, se non erro, è di derivazione mesopotamica e non utilizzato dagli egizi almeno fino alla conquista macedone.

Una suggestiva immagine, rielaborata, che ci mostra la costellazione di Orione con la tipica Cintura composta da tre stelle apparentemente quasi allineate.

Per concludere brevemente l’argomento, senza entrare troppo in dettagli astronomici di cui non ho alcuna competenza, riporterò, semplificata al massimo, qualche valutazione di esperti in materia. Innanzitutto, occupiamoci velocemente di questa famosa costellazione che avrebbe ispirato gli Antichi Egizi. Il raggruppamento di Orione è facilmente riconoscibile, proprio per le tre stelle, leggermente disallineate, che ne costituiscono la cosiddetta cintura: si tratta Zeta di Orione, o “Al-Nitak”, Epsilon di Orione, o “Al-Nilam”, Delta di Orione o Mintaka. Quest’ultima stella appare collocata lievemente più a nord della diagonale ideale formata dalle 2 stelle più luminose.

Le stelle che compongono la Cintura sono Alnitak, Alnilam e Mintaka (ζ, ε e δ Ori). Queste tre stelle brillanti messe in fila permettono di individuare con facilità nel cielo invernale la costellazione di Orione, figura dominante nei cieli invernali boreali e nelle notti estive australi. Il loro allineamento è però solo apparente, dovuto alla loro posizione rispetto alla Terra: Alnitak dista 820 anni luce, Alnilam 1340 e Mintaka 915.

E’ proprio questo disallineamento (che si ripete nelle tre piramidi di Gizah) che ha dato l’idea ad Hancock e Bauval, che, ovviamente, sono partiti alla ricerca di “prove” che ne confermassero la validità. Le loro affermazioni sono però state contestate, in particolare da due famosi astronomi: Ed Krupp dell’osservatorio Griffith di Los Angeles e Anthony Fairall, professore di astronomia presso l’Università di Città del Capo.

Edwin Charles Krupp ( Chicago, USA 18 novembre 1944).
Astronomo, ricercatore, autore e divulgatore scientifico americano. È un esperto riconosciuto a livello internazionale nel campo dell’archeo-astronomia, lo studio di come le antiche civiltà osservavano il cielo e dell’influenza che tali visioni esercitavano sulle loro culture. Ha insegnato a livello universitario, come docente di planetario È stato direttore dell’Osservatorio Griffith di Los Angeles. Krupp nutre un particolare interesse per l’impatto dell’astronomia sugli antichi sistemi di credenze È noto per i suoi numerosi contributi in materia su cui ha scritto ampiamente, Ha visitato e studiato quasi 2.000 siti preistorici e storici in tutto il mondo. 

Anthony Patrick (Tony) Fairall (15 settembre 1943 – 22 novembre 2008)
Nato a Londra si è trasferito nel 1948 in Sudafrica con la sua famiglia. Ha studiato all’Università di Città del Capo Laureandosi in fisica nel 1965. Trasferitosi ad Austin, ha continuato i suoi studi presso l’Università del Texas. Lavorò con due dei più famosi astronomi dell’epoca: il francese Gerard de Vaucoileurs e lo svizzero Fritz Zwicky. Nel 1970, tornò a Città del Capo, dove fu impiegato come primo docente nel nuovo dipartimento di astronomia dell’UCT. Iniziò immediatamente un’importante indagine fotografica per trovare supernovae nelle galassie meridionali e nel 1977 scoprì la galassia Seyfert 1. Questa galassia, denominata ‘Fairall 9’, è successivamente diventata uno degli oggetti extragalattici più osservati. Nel 1988, è diventato direttore part-time del planetario di Città del Capo, incarico che ha ricoperto per 17 anni. In perfetto stile con il suo personaggio, incline all’amicizia e al rispetto, Fairall raramente ha assunto atteggiamenti critici sul lavoro dei colleghi. Un’eccezione notevole è stata quando è entrato in una discussione popolare sul significato astronomico dell’allineamento delle piramidi egiziane, confutando le affermazioni fatte da Graham Hancock e Robert Bauval. In proposito, Fairall scrisse: «È l’affermazione relativa alla data del 10.500 a.C. che contesto su basi astronomiche. Anche se non posso dire di approvare il modo in cui questo materiale è stato trasmesso al pubblico, riconosco che ha suscitato un notevole interesse sia per le piramidi che per le stelle». E venuto a mancare a seguito di un incidente occorso in una spedizione subacquea.

Effettuando ricerche separatamente studiarono l’angolo tra l’allineamento della Cintura di Orione con il Nord, nell’epoca citata dai due autori, scoprendo che la corrispondenza con il presunto allineamento delle piramidi era tutt’altro che perfetto: (47-50 gradi, nelle misurazioni fatte attraverso il planetari contro i 38 gradi delle piramidi). Krupp, osservando le immagini allegate da Bauval e Gilbert, notò inoltre che il leggero disallineamento delle piramidi risultava deviato verso nord, mentre quello della Cintura di Orione verso sud, per cui una delle due rappresentazioni doveva necessariamente essere stata capovolta. Krup e Fairall rilevarono altre incongruenze, tra le quali una davvero clamorosa riguardava la Sfinge. Se la colossale scultura doveva rappresentare il Leone, si sarebbe, dovuta trovare sulla riva opposta del Nilo (che, ricordo, i due autori affermano rappresentasse la Via Lattea per gli Antichi Egizi) rispetto alle piramidi e che nell’equinozio di primavera di 12.500 anni fa il sole era nella Vergine e non nel Leone. Senza contare il fatto che, come già ho esposto nella prima parte del post, le costellazioni come le conosciamo oggi nacquero in Mesopotamia e non furono riconosciute dagli egizi prima dell’epoca greco-romana.

Una spettacolare immagine scattata nella notte tra il 30 e il 31 dicembre 2019 da Montevergine, in provincia di Avellino che ci mostra l’aspetto dellala costellazione alle nostre latitudini. Nella foto si possono vedere Sirio (Sopdet, per gli Antichi Egizi) la stella più luminosa in alto a sinistra e la Costellazione di Orione brillare al di sopra del Vesuvio e i paesi vesuviani.

Gli egittologi oggi accettano comunemente che la Sfinge rappresenti Chefren (al più c’è chi ne attribuisce la paternità a Cheope, ma cambia ben poco sotto l’aspetto temporale) e la retrodatazione supposta da Robert Schoch a causa dell’erosione è stata ampiamente contestata, da valenti studiosi (rimando a tal proposito al saggio di Mark Lehner presentato nell’ambito della stessa rubrica). In realtà è forte il sospetto che la data del 10.500 fu scelta per sostenere l’ipotesi dell’esistenza di un’antica civiltà scomparsa e tecnologicamente evoluta che sarebbe stata la progenitrice di tutte le altre. Resta da capire come mai, riferendosi a tempi così remote, ci sarebbero solo la Sfinge, le Piramidi e poco altro a testimoniarlo, mentre una miriade di manufatti rinvenuti ci conferma che l’umanità, all’epoca, si affacciava al Neolitico o era ancora nella fase finale del Paleolitico Superiore. Anzi, per quanto riguarda le Piramidi di Gizah, le ipotesi di Bauval e Gilbert, sembrano ancora più sconcertanti. Posto che furono realizzate secondo un piano stabilito all’incirca 8.000 anni prima(!), dove avrebbero trovato gli Antichi Egizi la documentazione che avrebbe permesso loro di realizzarlo? Su quale supporto e soprattutto in quale lingua avrebbero trasmesso questa idea?

Fonti:

  • Maurizio Damiano, Egitto vol. 4 pp. 281-284
  • Vassil Dobrev, dal volume I Tesori delle Piramidi a cura di
    Zahi Hawass
Luce tra le ombre

SFINGE E PIRAMIDI – QUANTI ANNI HA LA SFINGE?

A cura di Ivo Prezioso

introduzione

Come accade in natura, allorquando lo spostamento di una massa d’aria lascia un vuoto che viene immediatamente rimpiazzato, così tramontato il fascino della “piramidologia”, altre teorie ardite e seducenti, (talvolta fantasiose, talaltra che non reggono ad un’ approfondita ed interdisciplinare valutazione delle evidenze) sono state elaborate da un nutrito gruppo di cosiddetti “ricercatori alternativi”. Tra le tante, una di quelle che ha suscitato maggior interesse fu elaborata nel 1987 da Antony West e Robert Schoch (geologo presso l’Università di Boston) quando annunciarono al mondo la straordinaria scoperta che la famosa Sfinge di Giza, risalisse ad un’epoca molto anteriore al regno di Khaefra (Chefren). Le conclusioni a cui giunsero è che il grandioso monumento dovesse avere la veneranda età di almeno 12.000 anni, anche mezzo millennio in più. (In seguito c’è chi si è spinto anche oltre con mirabolanti datazioni comprese tra il 40.000 e 50.000 a.C.!!!!)

Robert Schoch il geologo sostenitore della mirabolante ipotesi che la sfinge sia stata costruita all’incirca 12.000 anni fa. (Immagine reperita in rete)

Ma vediamo, brevemente, come è stato possibile giungere a simili risultati. Devo dire che le premesse, basate su studi geologici, potrebbero ingannevolmente far ritenere non peregrine queste affermazioni. I due autori partono dalla considerazione che l’erosione patita dalla Sfinge sia stata provocata dalle piogge. Questo particolare, secondo gli autori, non poteva che essere la prova che il monumento fosse stato eretto in un periodo in cui quella parte d’Egitto era molto più umida e spazzata da piogge frequenti e violente. La teoria di per sé parte da presupposti non fantasiosi o cervellotici, come si può constatare, ma a questo punto ritorno alle considerazioni del Prof. Maurizio Damiano, cui avevo fatto cenno nell’introduzione, per mostrare come esse siano confutabili, alla luce di studi interdisciplinari.

Le considerazioni del prof. Maurizio Damiano

E’ del tutto ovvio che l’analisi delle rocce mostri un’età molto più antica rispetta a quella del monumento; l’età, sotto questo aspetto, non si dovrebbe calcolare nell’ordine di qualche decina di migliaia di anni, bensì di milioni, dal momento che il calcare nummulitico di cui la Sfinge è costituita si formò tra la fine dell’Era secondaria e l’inizio della Terziaria e fu portato allo scoperto dopo il ritiro del mare eocenico, circa 40 milioni di anni fa. Ma, ovviamente l’età in cui quel calcare fu scolpito è tutt’altra cosa rispetto a quella in cui si è formato. Quindi il geologo Schoch, basa i suoi calcoli sullo studio dell’erosione che appare fondamentalmente di due tipi eolico ed idrico. Quest’ultimo tipo di erosione, dovuto alle piogge, è quello che ha fatto concludere che il monumento sia stato realizzato in un’epoca in cui queste erano ancora significativamente presenti: secondo l’autore, questo stato di cose è durato sino al 10.000 a.C. circa. In effetti il ragionamento è coerente, ma poggia le basi su premesse errate. Non è vero che le piogge smisero di cadere nel 10.000 a.C., ma ci furono periodi, a più riprese, in cui sono ritornate con vigore. Geologi e metereologi che si sono occupati della preistoria dell’Egitto, hanno ricostruito un periodo, chiamato “Umido Neolitico”, che copre un arco temporale che va dal 10.000 al 4.000 a.C. per poi portare lentamente alla condizione di aridità odierna solo intorno al 3.000 a.C. Ma anche durante il periodo storico le piogge non sono del tutto sparite. Si sono infatti registrate fasi climatiche più umide, come ad esempio nel Nuovo Regno, durante il quale le temperature furono mediamente più fresche rispetto all’Antico e Medio Regno. Anche nel XIV e XVII secolo della nostra era si sono registrati lunghi periodi di piovosità anomala che hanno eroso abbondantemente i monumenti. Ciò basterebbe a dimostrare un’erosione addirittura maggiore di quella calcolata da West e Schoch. Ma lo stato di disgregazione presentato dalla sfinge non è dovuto solo alle piogge ed al vento. Come sappiamo, il monumento fu più volte sepolto e liberato (la stele del sogno di Tuthmosi IV, eretta tra le zampe anteriori, riferisce proprio di uno di questi interventi). A tal proposito, gli studi di Zahi Hawass e dei geologi Mark Lehner e Lal Gouri, hanno chiarito che il particolare tipo di erosione di cui ha sofferto la sfinge è stato determinato principalmente dalla sua posizione: si trova infatti in una fossa scavata tutta intorno, a forma di U, che ne ha favorito la tendenza a riempirsi di sabbia. Si è dimostrato che l’erosione è stata generata dall’acqua, non solo piovana, ma anche e soprattutto da quella presente per infiltrazione nella sabbia che ricopre gli strati di calcare. In pratica la sabbia che penetrava il fossato fino a ricoprire la Sfinge, veniva invasa dall’acqua (sia derivante dalle piogge, sia per l’innalzamento della falda a seguito delle inondazioni): il continuo contatto col monumento ne ha provocato l’erosione e l’indebolimento profondo della roccia che la costituisce, al punto che una volta riportato alla luce per l’ennesima volta, continua a sfaldarsi a causa dell’azione erosiva dei venti.

UN SAGGIO DI MARK LEHNER
Mark Lehner è nato il 2 aprile 1950 a Fargo, North Dakota, Stati Uniti. E’ stato ricercatore per l’Università Americana del Cairo e l’ Università di Yale, nonché presso l’ Istituto di Orientalistica dell’ Università di Chicago e il Museo Semitico di Harvard.

LA SFINGE NASCE DALLO SFRUTTAMENTO DI UNA CAVA DI ESTRAZIONE

Come abbiamo visto, la Sfinge ha ispirato una pletora di ipotesi, riguardo alla sua età. Alcuni autori “popolari” hanno ipotizzato che sia una testimonianza lasciata da una civiltà evolutasi e poi praticamente scomparsa nel nulla migliaia di anni prima di Kaefra (Chefren), il faraone della IV Dinastia responsabile della costruzione della seconda piramide di Giza verso il 2.500 a.C. Oggi la stragrande maggioranza degli egittologi concorda sul fatto che anche la Sfinge sia stata fatta scolpire da lui, come elemento del suo complesso piramidale, anche se di recente sono state avanzate ipotesi riguardo alla paternità del monumento, che sarebbe piuttosto da attribuire al padre Khufu (Cheope). La sfinge è la prima vera scultura di dimensioni colossali dell’Antico Egitto. E’ lunga, infatti ben 72,55 metri e la sua massima altezza è pari a 20,22 metri. E’ la più antica scultura completa conosciuta ad indossare il “nemes”, fatta eccezione per una testa (probabilmente di sfinge) del faraone Djedefra (ora al Louvre) e per una piccola sfinge in calcare (al Museo del Cairo), entrambe rinvenute ad Abu Rawash. E’ inoltre l’unico caso di simulacro colossale scolpito a tutto tondo nella viva roccia (i colossi di Ramses II ad Abu Simbel sono da ritenersi, infatti, più sculture in alto rilievo che statue vere e proprie).

Il volto del tempo. La colossale statua oggi si presenta in queste condizioni: il naso spezzato, gli occhi crivellati e la barba staccata dal mento. L’erosione ha evidenziato gli strati geologici originari, ma la dura roccia di cui e costituita la testa, evoca ancora una fulgida divina maestà

Il materiale che la compone è un calcare di substrato, denominato dai geologi “Formazione del Muqattam”, originatosi 50 milioni di anni fa dai sedimenti depositatisi sui fondali marini dell’Africa nord-orientale nell’Eocene Medio. Durante quel periodo andò formandosi una piattaforma che fu colonizzata da nummuliti (conchiglie di organismi planctonici), che oggi costituisce il lato nord-occidentale della piana. Quando il mare si ritirò verso nord, nell’area corrispondente al settore attuale, si formò una laguna poco profonda, nella quale andavano a depositarsi sedimenti ricchi di carbonato che formarono gli strati che finirono col pietrificarsi e che, 4500 anni fa, gli antichi avrebbero utilizzato per estrarvi i blocchi di calcare. Gli egizi trasportarono tali blocchi dalle cave situate a sud dell’area più bassa fin sul pendio dove costruirono le piramidi lungo una direttrice diagonale nord-est/sud-ovest. Gli strati calcarei, originatisi sul fondo del pendio della “Formazione del Muqattam”, infatti erano adattissimi per l’estrazione e furono utilizzati per edificare sia le piramidi sia i templi di Giza.

I depositi sedimentari, alternandosi in strati teneri e duri, permettevano di intervenire agevolmente sui primi (di consistenza simile all’argilla), permettendo poi l’estrazione e la riduzione in blocchi di quelli più compatti e resistenti. La Sfinge fu ricavata a partire dallo strato inferiore della “Formazione”. Qui gli Egizi scavarono una profonda fossa ad “U” che isolò l’enorme sperone roccioso, avente grosso modo la forma di un parallelepipedo, nel quale fu scolpito il monumento. La fossa si apre verso est: qui era già stato ricavato un terrazzamento nel calcare compatto e fragile della barriera.

In questa veduta panoramica, colta da est, si riconoscono il Tempio della Sfinge e il Santuario della Sfinge.

Alla sua estremità meridionale fu edificato il Tempio in Valle di Chefren impiegando enormi blocchi di calcare, alcuni dei quali del peso di svariate tonnellate. Proprio di fronte alle zampe di stese della Sfinge fu, invece. eretto, il relativo Tempio anch’esso realizzato con smisurati blocchi dello stesso materiale, estratti nelle immediate vicinanze. Così, il nucleo roccioso da cui fu ricavata la Sfinge non fu altro che la sezione verticale degli strati più profondi di ciò che rimaneva della grande massa calcarea della piana di Giza utilizzata come cava.

Mappa dell’area in cui si erge la Sfinge

I lavori di restauro, partiti dagli anni ’80 del secolo scorso, hanno finito per nascondere gran parte di questa massa rocciosa naturale della quale è, però, nota la struttura. Lo strato più basso del monumento, denominato Membro I, è costituito da roccia dura e fragile che, rispetto agli strati superiori non si è alterato in maniera particolare, tanto che risultano ancora visibili, sul basamento della fossa e sul suo lato nord, i segni degli attrezzi lasciati dagli antichi operai. Siccome tutti gli strati geologici sono inclinati di circa 3° da nord-ovest a sud-est, ne consegue che essi risultano più alti nella parte posteriore della Sfinge e più bassi verso le zampe anteriori.

La maggior parte del corpo leonino del monumento, della parete sud e della parte superiore della fossa sono invece intagliati nel Membro II che è formato da sette strati: più teneri in basso e progressivamente più compatti verso la sommità, pur conservando una generale alternanza tra livelli morbidi e duri. Nel Membro III sono stati invece scolpiti la testa e il collo. Quest’ultimo è stato modellato in una roccia meno solida rispetto a quella da cui è stata ricavata la testa. Il Membro III forniva pietra da costruzione di notevole qualità e questo spiega perché gli egizi la estraevano per lo più dall’area circostante alla Sfinge.

La compattezza di questo strato roccioso spiega inoltre l’eccellente conservazione della testa della Sfinge, mentre al contrario la superficie che costituisce il corpo leonino del monumento, più morbida, è stata erosa e devastata dagli agenti esterni. A giudicare dalle evidenze, sembra di poter concludere che i costruttori della IV Dinastia fossero ottimi “geologi”. Avendo constatato la diversa consistenza rocciosa, potettero sfruttarne razionalmente le caratteristiche. Così riservarono l’ottima e resistente pietra da costruzione del Membro III per la realizzazione della testa, che è la parte solitamente più vulnerabile di una statua, trasformarono la roccia più tenera e fessurata del Membro II per modellare il massiccio corpo leonino, mentre sfruttarono il solido fondo del Membro I come basamento del colossale monumento.

CRONOLOGIA DI UNA COSTRUZIONE

Le evidenze archeologiche paiono confermare che la Sfinge, il suo Tempio e il Tempio in Valle di Chefren siano stati il risultato di un unico progetto.

Già nel 1910, allorché il Tempio della Sfinge era sepolto sotto circa 15 metri di detriti, l’archeologo Uvo Hölscher (Norden 30/10/1878 – Hannover 21/2/1963) , dopo aver riportato alla luce i templi della piramide di Chefren, intuì che il Tempio in Valle e quello della Sfinge furono costruiti nello stesso tempo. Era giunto a questa conclusione osservando l’evidente somiglianza tra gli enormi blocchi che costituivano i nuclei delle pareti del Tempio del faraone e gli strati rocciosi visibili nella parte superiore della colossale statua. Infatti, quegli elementi calcarei rappresentano l‘ossatura delle imponenti pareti che i costruttori rivestirono con il granito rosso proveniente da Assuan.

Veduta trasversale da nord-ovest del Tempio della Sfinge. Sullo sfondo la piramide di Cheope (a destra) e quella di Chefren (a sinistra) incorniciano la testa della scultura come i due monti che affiancano il sole nel geroglifico “akhet” che indica l’orizzonte.

Tra il 1967 e il 1970 l’architetto ed egittologo Herbert Ricke effettuò un accurato studio sul Tempio della Sfinge, giungendo alla conclusione che gli egizi della IV Dinastia avessero lavorato su più fronti nella realizzazione del complesso monumentale nel quadro dello stesso processo di estrazione e costruzione. I blocchi di calcare del nucleo del Tempio della Sfinge sono così enormi da conglobare al loro interno tre o più strati geologici e questi strati sono del tutto simili a quelli visibili sul corpo della Sfinge.

Nel 1980 il geologo Thomas Aigner dell’Università di Tübingen (Tubinga, Germania), eseguì accurate ricerche sui livelli geologici del colosso, su ciascuno dei 173 blocchi del suo Tempio e sulla fossa circostante. Nell’ambito dello “Sphinx Project”, Aigner studiò le proprietà della roccia in tutti gli strati che includevano fossili. Si rivelò la presenza di spugne, ostriche, ricci, denti di squali, coralli e bivalvi che sono riconducibili alla paleontologia marina di 50 milioni di anni fa. Le osservazioni non fecero che confermare le ipotesi di Hölscher e Ricke: i costruttori della IV Dinastia realizzarono la Sfinge, il suo Tempio ed il Tempio in Valle di Chefren seguendo un ininterrotto progetto architettonico e scenografico.

Ripresa in direzione sud-est che illustra il cortile del Tempio della Sfinge. Nell’antichità maestose statue reali erano giustapposte ai nuclei di calcare dei pilastri che in origine erano rivestiti in granito.

Quando scavarono la fossa a forma di “U” attorno allo sperone roccioso nel quale avrebbero scolpito la Sfinge, utilizzarono gli enormi massi di pietra calcarea per edificare il nucleo delle pareti degli edifici sacri e impiegarono quelli degli strati superiori (corrispondenti, per intenderci al livello in cui è stata scolpita la testa della statua, o forse anche più in alto), per la realizzazione del Tempio in Valle. I livelli corrispondenti alla parte superiore del dorso, del collo e della testa della Sfinge sono, infatti, meno stratificati e più compatti ed omogenei. Se ne può dedurre che mentre scavavano in profondità e andavano formando la fossa che circonda la colossale statua, trascinarono i blocchi direttamente ad est per erigerne il relativo Tempio. Per la maggior parte queste pietre sono attraversate da una caratteristica fascia di colore giallo, perfettamente corrispondente agli strati che si riscontrano all’altezza del petto e della spalla della scultura. Tra l’altro è chiaramente osservabile che gli strati geologici si presentano senza soluzione di continuità tra i blocchi adiacenti su gran parte del perimetro dell’edificio. Questo dimostrerebbe che gli operai trasferivano la pietra della cava della Sfinge fino al Terrazzo sul quale andavano edificando il suo Tempio e li ponevano in opera ordinatamente: di certo non era possibile mescolarli dal momento che avevano un peso che poteva raggiungere le cento tonnellate!

Sono chiaramente visibili gli strati di roccia del Membro II che si alternano in sequenza, duri e teneri, nel corpo della Sfinge (ora nascosti dai recenti restauri). La testa è scolpita nella pietra più dura e resistente del Membro III, con lacune da erosione colmate durante il restauro del 1926

I rilevamenti effettuati da Ricke gli permisero di ricostruire una sequenza cronologica del progetto costruttivo. Non entro nei particolari del suo accuratissimo e complesso studio, ma concludo con lo schema cronologico che ne è conseguito e le cui evidenze lasciano presupporre che i costruttori abbiano:

  1. Completato il Tempio in Valle con il rivestimento in granito.
  2. Costruito i muri di recinzione nord e sud.
  3. Rimosso il muro nord.
  4. Costruito il Tempio della Sfinge sul luogo in cui sorgeva il muro nord.
  5. Usato enormi blocchi estratti dalla cava della Sfinge per erigere le pareti del suo Tempio.

Le verità raccontate dalla roccia, l’architettura monumentale e la storia della cava del recinto della Sfinge, indicano che il costruttore della colossale scultura fu il faraone “Khaefra” (Chefren).

Schema ricostruttivo del Tempio in Valle di Chefren e Tempio della Sfinge. (A): Tempio in Valle. (B): Muro di recinzione sud secondo la ricostruzione di Ricke. (C): Tempio della Sfinge. (D): Lato nord del Terrazzo I (Tempio della Sfinge) e Fossa della Sfinge (Terrazzo II). (E): Via Processionale di Chefren dal Tempio in Valle al Tempio Alto.

Quale significato aveva la Sfinge?

La tendenza all’architettura megalitica, alla metà della IV Dinastia, era ormai in pieno sviluppo da circa un secolo. La massima espressione si era raggiunta nel perfezionamento della piramide, apice di un complesso templare attraverso il quale si realizzava la fusione del re con il potere del dio sole. Con Chefren la tendenza al gigantismo subisce ancora un ulteriore spinta. Nei suoi templi furono posti in opera enormi blocchi di calcare che potevano raggiungere il peso anche di alcune centinaia d tonnellate. I suoi artigiani produssero oltre 58 statue (ma forse anche tra 100 e 200), realizzate in pietra dura, 22 delle quali pari a tre volte le dimensioni naturali. La più grande di tutte, ovviamente la Grande Sfinge, sarebbe rimasto un unicum sia per le sue dimensioni, sia per il fatto che fu scolpita direttamente nella roccia viva. Nella sua immensa maestà, essa compare improvvisamente, senza precedenti e le sue sembianze, riprodotte in seguito utilizzando proporzioni decisamente migliori, rimarranno un punto di riferimento nella rappresentazione classica della regalità fino alla fine dell’antichità. Nelle rappresentazioni precedenti non si riscontra uno sviluppo continuativo della figura leonina con la testa che va assumendo sempre più caratteristiche umane. La forma completa con il “nemes”, fa la sua apparizione con la Sfinge di Giza, anche se la testa frammentata di Djedefra, conservata al Louvre potrebbe suggerire che questa forma fosse già stata realizzata in pietra alcuni anni prima. Nelle sua forme composite è proprio la testa a fornire la caratteristica peculiare con il nemes elemento determinante a definirne la qualifica di sovrano. Secondo Henry Fischer il connubio tra re e leone “suggerisce la trasfigurazione del soggetto, la metamorfosi del re, unico collegamento fra la sfera umana e quella divina e costantemente sulla soglia di questi due mondi”. Alan Gardiner ha suggerito che la frase egizia “shesep ankh Atum” (immagine vivente di Atum), associata alle sfingi nei periodi tardi, caratterizzi il faraone come forma di sole primordiale e dio creatore. L’espressione “shesep ankh”, riferita ad una statua (forse di un genere particolare), è nota già a partire dall’Antico Regno e Fischer ha proposto che il termine “shesep” derivi da “ricevere”: una statua sarebbe quindi “una che riceve offerte ed altri ministeri”. Bisogna convenire che entrambe le interpretazioni, sia di creatrice primordiale, sia di destinataria di offerte, si adattano perfettamente alla Sfinge ed al suo Tempio. E’ infatti un simbolo perfetto per rappresentare il dio Atum (o, anche, il re visto come Atum) soprattutto nella sua funzione di creatore ctonio. James Allen fa notare che Atum significa “quello completo” e che l’intero mondo materiale ne emanava la sua essenza. Un concetto molto interessante, anche se piuttosto oscuro, emerge sia nei Testi delle Piramidi che in quelli dei Sarcofagi e nel Libro di Morti: il leone fu la prima forma di vita ad emergere da quella massa all’interno delle acque primigenie. Karol Myśliwiec, un archeologo polacco, propone l’associazione tra la nascita di Atum ed il leone suggerendo l’idea che il dio si sia manifestato sulla Terra sotto forma di questo felino. Quest’idea nasce dall’associazione tra Atum e Ruti, il doppio dio-leone, che allude a Shu e Tefnut, prima differenziazione di Atum. Tuttavia Ruti afferma di essere “il doppio leone, più vecchio di Atum” e, dunque, preesistente. Lo si potrebbe immaginare come una cellula che ha duplicato i propri elementi prima di iniziare a dividersi e differenziarsi fino a completare la prima forma divina venuta in essere.

Rinvenuta nella cavità a forma di barca di Abu Rawash, questo ritratto in quarzite di Djedefra, (fratello di Kaefra e suo predecessore) è alto 26,5 cm e largo 28,8. E’ conservato al Museo del Louvre. Si ritiene che potesse far parte di una scultura a forma di sfinge

Non abbiamo alcuna certezza che per gli egizi della IV Dinastia la Sfinge fosse una rappresentazione di Atum, ma anche se fosse stata un immagine del re, secondo i Testi delle Piramidi questa regalità discendeva da quel dio attraverso Shu, Geb, Osiride fino a Horus e di conseguenza fino al re in carica. Per la piramide l’associazione con Atum è sicuramente più ovvia ed evidente in quanto riproduzione della collina primordiale e della pietra “benben”, la sacra icona di Heliopolis; tuttavia, è verosimile supporre che la Sfinge, scolpita nella roccia viva, fosse correlata ad Atum sotto l’aspetto di dio primordiale in forma leonina che emerge dalla massa informe con la testa regale che si innalza appena sopra la fossa.

Particolare della splendida statua di Chefren in diorite conservata al Museo del Cairo, con il dio Horus che protegge il sovrano (in alto). Da notare che nella visione frontale (in basso), il falco non è visibile, rispondendo al preciso simbolismo che assegna al sovrano il ruolo di colui che sulla Terra esercita la funzione del dio.

E’ altresì perfettamente plausibile che anche il relativo tempio fosse strettamente collegato alla colossale scultura, dal momento che sorse nella medesima sequenza di sfruttamento di cava e costruzione. Inoltre l’esistenza di questo tempio suggerisce l’esistenza di un culto in qualche modo legato al ciclo solare che include Atum e il sole nelle sue varie fasi: Khepri al mattino, Ra allo zenit e Atum, appunto, al tramonto.

LA SFINGE ED IL SUO TEMPIO: UN PROGETTO NON PORTATO A TERMINE

In nessuna delle svariate centinaia di tombe dell’Antico Regno a Giza si è trovato un chiaro riferimento ad un sacerdote o sacerdotessa appartenente al Tempio della Sfinge. E’ plausibile che un tale servizio non sia mai stato organizzato dal momento che l’edificio sacro, con tutta evidenza, non fu mai ultimato. Ricke è del parere che i costruttori avessero completato i pilastri di granito, le statue ed il rivestimento, vale a dire la parte interna dell’edificio, ed erano in procinto di occuparsi di quella esterna, quando il cantiere fu dismesso. Gli incavi destinati ad essere sede del rivestimento parietale si fermano, infatti, subito dopo il vano della porta e non fu mai eliminato l’eccesso di pietra dagli enormi blocchi che costituiscono gli angoli anteriori del Tempio. Osservando l’angolo di nord-est, le scanalature nella roccia permettono di risalire al punto esatto in cui una squadra smise di livellare, operazione necessaria affinché la successiva potesse provvedere all’installazione delle lastre di granito. L’edificio fu già abbondantemente spogliato del pavimento (in alabastro) e del rivestimento (in granito), ma ancora oggi si possono osservare le sedi e le imposte per i blocchi singoli, scavate alla base delle pareti già completate col granito rosso utilizzato per il rivestimento delle gigantesche pietre in calcare (ovviamente era più agevole tagliare e rifinire il tenero calcare, piuttosto che il duro granito). Dell’incompiutezza della fossa della Sfinge esiste una prova chiara e decisiva. I costruttori spianarono un terrazzamento, ad un livello inferiore rispetto a quello su cui insiste l’enorme scultura, lasciando un alto zoccolo di roccia che sagomava un corridoio con la parete nord del Tempio. A est, esso corre sotto la strada moderna che scende dalla Grande Piramide, mentre a ovest configura il lato nord della fossa. Proprio in questo punto il taglio non fu completato. I cavapietre si arrestarono esattamente di fronte alla zampa anteriore sinistra della sfinge, al di sotto dell’ingresso in mattoni crudi del Tempio di Amenhotep II (XVIII Dinastia) che fu edificato circa 1100 anni dopo Chefren, quando ormai il Tempio della Sfinge era stato completamente sepolto. Da questo punto, e fino alla parte posteriore della fossa della Sfinge, l’elemento non portato a termine è costituito da una mensola di roccia di altezza decrescente, mentre dietro la scultura gli operai neanche avevano iniziato a rifinire il profilo della fossa. I lavori improvvisamente si arrestarono, lasciando in situ un’enorme massa di dura roccia del Membro I che sporge a pochi metri di distanza dalla parte retrostante della Sfinge.

Così appariva la Sfinge verso la fine del XIX secolo, in una rara immagine scattata dai fratelli Zanganaki; due fotografi greci attivi in Egitto nel periodo dal 1870 al 1890, che producevano stampe fotografiche da vendere ai ricchi turisti europei in visita nel paese. (Immagine reperita in rete)

Nel 1978, nell’ambito di un progetto di pulizia del lato nord della Sfinge, diretto da Zahi Hawass, sono state portate alla luce protuberanze rettangolari, depressioni e scanalature, del tutto simili a quelle presenti in altri punti in cui l’opera era rimasta incompiuta. Gli antichi lavoratori scanalavano la roccia per rimuoverla ed isolare le sporgenze che poi eliminavano martellandole con pesanti pietre. Al momento della scoperta sia le scanalature sia le depressioni si presentavano colme di sabbia e gesso molto compatti, pertanto fu necessario rimuoverli con piccoli picconi. All’interno di questo materiale sono emersi frammenti di terraglie, tra le quali la metà di un vaso comunemente usato nella IV Dinastia per contenere birra o acqua, e martelli di pietra; uno di questi presentava ancora tracce di rame sulla parte utilizzata, evidentemente, per colpire uno scalpello. Questi attrezzi probabilmente furono abbandonati quando fu bloccato il lavoro di livellamento del lato nord della fossa della Sfinge. Altri segni lasciati dai costruttori sono emersi in un piccolo cumulo di scarti posto nell’angolo nord-orientale della fossa. L’ammasso lasciato dagli antichi scavatori sostiene l’angolo sud-occidentale del Tempio di Amenhotep II, laddove si protende sopra la sporgenza settentrionale della fossa. Tre grandi blocchi di calcare, lasciati alla base della montagnola, furono abbandonati quando stavano per essere spostati per completare il lavori nell’angolo nord-occidentale del Tempio Sfinge. Uno di questi giaceva su residui contenenti numerosi frammenti di terracotta ascrivibili alla IV Dinastia, mentre gli altri due poggiavano su uno strato di argilla del deserto (tefla), usata dai costruttori come lubrificante per facilitare il trascinamento. Sotto il livello della tefla erano presenti alcune scanalature ricavate nel pavimento roccioso, che dovevano servire come punto di incasso per le grosse leve di legno impiegate per manovrare le estremità dei blocchi. Le evidenze emerse al di sotto del tempio della XVIII Dinastia permettono di concludere che i costruttori abbandonarono il lavoro prima di rifinire fossa e Tempio della Sfinge.

La cornice calcarea del Tempio di Amenhotep II.

Nel cartiglio si legge il nome di intronizzazione del faraone (Aa kheperu Ra) seguito dalla formula Hor em akhet mery di ankh djet (amato dallo Horus dell’orizzonte, dotato di vita in eterno).

La sfinge viene appunto definita “Horo dell’orizzonte“. Il geroglifico “akhet” che sta per “orizzonte” è il disco solare tra le due montagne.

Lo stipite della porta in calcare del Tempio di Amenhotep II (XVIII Dinastia), presenta invece i cartigli di un faraone della XIX: Merenptah, figlio e successore di Ramses II.

A sinistra il nome proprio, Merenptah hotephermaat, a destra quello di intronizzazione, Baenra meri netcerw, in una variante che differisce leggermente dal più comune Baenra meriamon.

LA SFINGE ALLA FINE DEL REGNO DI CHEFREN

I primi lavori di scavo moderni furono condotti in maniera arbitraria e scarsamente documentati. Un approccio rigoroso, utilizzando i recenti sistemi archeologici, avrebbe consentito di disporre di una ben più cospicua quantità di indizi stratigrafici riguardanti la storia costruttiva del complesso. Dall’analisi delle evidenze sopravvissute, Lehner, ha concluso che la fossa ed il Tempio della Sfinge non furono ultimati e che furono questi gli ultimi elementi edificati durante il regno di Chefren. Alcuni secoli dopo iniziò il prelievo sistematico del rivestimento in granito. Ricke, sosteneva che la spoliazione e il riutilizzo di pietre dal complesso in Valle del faraone fosse avvenuto in due periodi distinti: il primo durante la XII Dinastia, sotto il regno di Amenemhat I , quando fu depredato l’interno del Tempio della Sfinge, il secondo all’epoca della XVIII Dinastia quando fu rimosso il granito di rivestimento dall’esterno del Tempio in Valle. Il quadro generale che è stato possibile ricostruire grazie a spedizioni di ricerca su larga scala, che hanno riportato alla luce la Sfinge e i due templi, suggerisce che tutti e tre i monumenti siano sorti nell’ambito di un unico imponente progetto di ampio respiro.

Un’antica fotografia della sfinge e della Piramide di Chefren realizzata da Antonio Beato, probabilmente intorno al 1860.(Foto reperita in rete)

E’ possibile farsi un’idea delle condizioni in cui fu lasciata la Sfinge dai suoi costruttori. I particolari del volto – il cobra reale sulla fronte, le bande del copricapo, gli occhi, le sopracciglia e la bocca – furono impresse nella dura roccia del Membro III dagli antichi scultori. Gli scalpellini provvidero a realizzare il corpo leonino nella roccia del Membro II che, modellata dagli agenti atmosferici, alterna strati più morbidi e incavati a fasce più consistenti. Un restauro condotto nel 1926 sotto la direzione di Emile Baraize e l’attività dell’Organizzazione Egizia di Antichità negli anni ’80 (EAO, ora SCA, Consiglio Supremo delle Antichità), hanno esposto alcune parti del corpo originario scolpite nel Membro I che è scarsamente erodibile.

Una suggestiva immagine del sito della Sfinge come appare dopo i recenti restauri che hanno riguardato il fianco sinistro, il collo ed il torace. (Foto reperita in rete)

Nonostante la superficie di questo strato roccioso sia irregolare e ruvida, le estremità della zampa posteriore a nord e delle zampe anteriori, evidenziano artigli scolpiti a rilievo. Questi particolari suggeriscono che gli scultori, così come per la testa, abbiano modellato le zampe direttamente nella roccia senza ricorrere a rivestimenti in muratura. Per contro, quando Baraize, e più tardi la squadra di restauro dell’EAO, si occuparono della zampa posteriore sud, si imbatterono in un’enorme crepa naturale della roccia (la cosiddetta “Fessura Maggiore”, che attraversa tutta la Sfinge) e fu subito chiaro che la maggior parte dell’arto fu realizzata utilizzando grandi blocchi di muratura. Le dita furono rifinite con artigli scavati direttamente nella solida roccia del Membro I, che in quel punto si eleva solo di una sessantina di centimetri dal basamento della statua. Ci si chiede, a questo punto, se sia verosimile che i costruttori della Sfinge abbiano lasciato esposte le gravi lacune nella zampa posteriore sinistra e la fenditura che attraversa il corpo senza stuccare o coprire i difetti con muratura. Forse alcuni dei blocchi più grandi, che ricoprono la parte inferiore della scultura, rappresentano un primo intervento di rivestimento effettuato durante la IV Dinastia per mascherare le imperfezioni. Tuttavia è anche possibile che non ci sia mai stato il tempo di intervenire per nasconderle se, come sembra evidente, i lavori furono interrotti prima del completamento dei lati della fossa e del Tempio. Il capitano Giovanni Battista Caviglia, un mercante genovese trasformatosi in esploratore di Giza, nel 1817 recuperò diversi frammenti alla base del petto della statua. Facevano parte di una lunga barba divina intrecciata e arricciata all’estremità come quella che contraddistingueva gli dei o i re divinizzati, a differenza di quella corta esibita dalla statue dei sovrani viventi.

Al British Museum di Londra è conservato questo piccolo frammento della barba della Grande Sfinge, rinvenuto a Giza da Giovanni Battista Caviglia nel 1817. Le spese d’acquisto furono sostenute da Henry Salt e altri uomini d’affari britannici. L’accordo fu realizzato con Mohammed Ali Pasha che, all’epoca, era praticamente considerato un vero e proprio sovrano dell’Egitto. Un altro frammento della barba è conservato al Museo del Cairo. (Foto reperita in rete)

Gli studiosi hanno a lungo dibattuto se si trattasse di un elemento originario oppure di un’aggiunta successiva. In passato erano visibili due raffigurazioni in rilievo, che adornavano entrambi i lati del calcare piatto che collegava la barba protesa al petto della scultura; ritraevano un faraone inginocchiato che offriva una collana d’oro. Lo stile delle figure le colloca certamente al Nuovo Regno: uno degli elementi di raccordo è andato perduto, ma l’altro, conservato al Museo del Cairo, appare simile ad una placca, spessa una trentina di centimetri, con il retro irregolare per offrire una miglior presa con la malta di gesso. Sembra, pertanto che si tratti di un’aggiunta. D’altra parte, i frammenti trovati da Caviglia paiono corrispondere agli strati naturali del torso e del collo della statua, suggerendo che furono scolpiti nella roccia insieme al resto della Sfinge. E’ plausibile che la barba fosse stata ricavata dalla roccia viva al pari della testa e che, staccatasi successivamente, sia finita in frantumi. Si può dedurre che probabilmente, durante un restauro posteriore, le parti che la collegavano al torso siano state sagomate a guisa di lastre sottili e lavorate posteriormente per poterle riattaccare. A suggerire che la barba divina fosse originale contribuisce la sporgenza della roccia che è presente al centro del petto della Sfinge; un particolare che ha senso solo se lo si considera come supporto per un oggetto del genere. Gli scultori non potevano lasciare la sottile piastra di sostegno dal ricciolo alla base del petto o la barba ed il relativo supporto sospesi. In entrambi i casi l’insieme sarebbe stato ancora più fragile e soggetto a distacco. Lasciarono, quindi, una spessa colonna di roccia che correva dal fondo della barba sino alla base del petto. Anche in questo caso, lo studio dei frammenti sembra confermare che gli scultori avessero provato a completare il lavoro direttamente nella roccia naturale.

Anche se di cattiva qualità, questa foto è uno fra i ricordi a cui sono maggiormente affezionato. Scattata a Giza nel 2004, mi riporta ogni volta che la rivedo all’attonita emozione che seppe suscitare in me questa incredibile scultura. Un misto di potenza, regalità, rispetto, serena, ma travolgente evocazione dell’eternità. Un prepotente caleidoscopio di sensazioni, ancor più intenso, se possibile, di quello provocato dalle vicine Piramidi. Ed infine un ultima osservazione: almeno per quanto mi riguarda, all’apparire del colosso, dopo aver attraversato il Tempio con i suoi straordinari blocchi di granito rosso allineati alla perfezione, non è immediatamente percepibile la sproporzione della testa con il resto del corpo. La vista dall’alto la mette chiaramente in evidenza, ma quella frontale no! Ricordo che già sul momento mi chiesi se gli antichi scultori non avessero previsto questo effetto “trompe-l’oeil”.

Sembra ormai accertato che laddove il materiale era abbastanza resistente la scultura sia stata portata a termine nella viva roccia, mentre è probabile che l’intenzione fosse quella di colmare i difetti (come la Fessura Maggiore) e forse di applicare un rivestimento sugli strati rocciosi più teneri. In ogni caso, a meno che non si riesca a mettere meglio in luce la parte inferiore del corpo della Sfinge, non ci sono elementi per stabilire con sicurezza se i costruttori della IV Dinastia avessero cominciato a rinforzare con muratura i punti deboli della colossale scultura e fin dove si erano spinti nel farlo. Quello che appare del tutto evidente è che, come accadde per tanti altri monumenti reali, i lavori si arrestarono subito dopo la morte del sovrano, per essere dirottati sul programma monumentale del successore.

ANTICHI RESTAURI

Il più antico restauro della colossale scultura fu quasi certamente intrapreso da Thutmosi IV, faraone della XVIII Dinastia, figlio di Amenhotep II (che già aveva costruito un tempio in mattoni crudi dedicato alla Sfinge quale Horemakhet “Horo dell’orizzonte” nell’angolo sud-orientale della fossa), circa 1100 anni dopo Chefren. I suoi artigiani coprirono il corpo leonino con grandi lastre di rivestimento in calcare (Fase I). A quell’epoca la superficie del corpo, ricavata dalla roccia del Membro II, si era drasticamente erosa generando incavi profondi e sporgenze arrotondate, come chiaramente indicato da questa fase del restauro in cui le cavità furono colmate e gli immensi massi crollati rimessi in posizione. In un altro importante restauro, probabilmente occorso durante la XXVI Dinastia (Fase II) si provvide ad altre riparazioni a stucco e si occultò il rivestimento della Fase I. Il calcare utilizzato per questo nuovo intervento era dello stesso tipo di quello precedente, vale a dire una pietra a grana fine ed omogenea. Durante la Fase III, di epoca greco-romana, la copertura messa in opera durante le Fasi I e II fu riparata e rimpiazzata con piccoli blocchi di calcare bianco piuttosto tenero e friabile. Prima dei recenti restauri era ancora possibile individuare il rivestimento della Fase I che avvolgeva le spalle della scultura. Un ampio vano nella zona centrale del petto è ciò che resta di una piccola cappella a cielo aperto che si trovava tra le zampe anteriori.

La Stele del sogno. Il testo tradotto recita: «Ora la statua colossale di Khepri riposa in questo luogo, grande di potenza e splendido di dignità, su cui cade un’ombra di Ra. I cittadini di Menfi e di tutte le città vicine vengono a lui, con le braccia alzate adorando il suo volto, carichi di grandi offerte per il suo Ka. Uno di questi giorni avvenne che il principe Thutmosi era venuto a passeggiare, sull’ora di mezzodì. Si ristorò all’ombra di questo dio grande e il sonno di sogno si impadronì di lui nel momento in cui il sole è al suo culmine. Troviamo che la Maestà di questo dio parlava con la sua stessa bocca, come un padre parla al proprio figlio, dicendo: <<Guardami, osservami, figlio mio Thutmose, io sono tuo padre Horemakhet-Khepri-Ra-Atum, io ti concedo la mia regalità sulla terra a capo dei viventi. Tu porterai alta la Corona Bianca e la Corona Rossa sul Trono di Geb, il dio principe ereditario; a te apparterrà il paese quanto è lungo e quanto è largo e tutto ciò che illumina l’occhio del Signore Universale. Riceverai gli alimenti delle Due Terre e un abbondante tributo di tutte le contrade straniere e una durata di vita di un grande numero di anni. A te è il mio volto, a te il mio cuore, tu sei mio. Vedi lo stato in cui sono e come il mio corpo è dolorante, io che sono il signore dell’altopiano! Avanza sopra di me la sabbia del deserto, quella su cui io sono: devo affrettarmi a fare che tu realizzi ciò che è nel mio cuore, perché io so che tu sei mio figlio, il mio protettore. Avvicinati, ecco io sono con te, io sono la tua guida>>. Appena ebbe finito queste parole, il principe si svegliò perché aveva udito questo (discorso) […]. Riconobbe che erano parole di questo dio e tenne il silenzio nel suo cuore.

Thutmosi IV eresse l’elemento centrale della costruzione: una stele in granito alta 3,6 metri e pesante 15 tonnellate. Ramses II, in seguito, fece disporre sulle pareti dell’edificio delle stele più piccole che lo ritraggono in atto di adorazione della statua. Gran parte di questa cappella fu portata via dopo il 1817, anno in cui fu scoperta da Giovanni Battista Caviglia. Le due stele di Ramses II sono oggi conservate al museo del Louvre, mentre sono rimaste in loco la parte inferiore della parete sud e la stele in granito di Thutmosi IV. Quest’ultima è nota come “Stele del Sogno” e prende il nome dalla storia che vi è incisa in geroglifico. Thutmosi è un principe, ma probabilmente non ereditario, quando giunge a Giza per una battuta di caccia. Egli si riferisce alla Sfinge definendola “questa statua molto grande di Khepri“(il dio sole al mattino), “Khepri-Ra-Atum” (ossia le tre manifestazioni del sole al sorgere, allo zenith e al tramonto) e “Horemahkhet”, come si riscontra nelle iscrizioni del tempio di Amenhotep II, ma anche in molte stele private del Nuovo Regno. Verso mezzogiorno, il principe si addormenta all’ombra della Sfinge che gli compare in sogno promettendogli l’ascesa al trono se avesse provveduto a liberare il suo corpo addivenuto ad una condizione rovinosa e sepolto dalla sabbia. Il principe adempì al suo compito ed effettivamente divenne faraone. La parte superiore della stele, datata al suo primo anno di regno, mostra un doppio rilievo in cui è ritratto nell’atto di offrire libagioni alla statua. Probabilmente, dietro la “Stele del Sogno” doveva ergersi la statua di un sovrano stante, poggiata su un grande blocco di muratura. Le illustrazioni di Salt relative agli scavi di Caviglia mostrano, infatti, una pila di pietre addossata contro la Sfinge: poteva trattarsi del sostegno dorsale di quella scultura. Inoltre, alcune piccole stele databili al Nuovo Regno, rinvenute da Selim Hassan nei pressi del monumento, fanno cenno ad una statua reale collocata contro il petto della scultura; una di queste identifica il sovrano con il nome di Amenhotep II.

Una ricostruzione plausibile di quale potesse essere l’aspetto della Sfinge durante il Nuovo Regno. La colossale scultura fu riportata alla luce e restaurata e, forse, la statua reale addossata al petto della scultura ritraeva il faraone Amenhotep II.
Immagine tratta dal volume I Tesori delle Piramidi a cura di Zahi Hawass

Operando una ricostruzione completa della Fase I di restauro della Sfinge, realizzata durante la XVIII Dinastia, ci si rende conto che è pienamente compatibile con le evidenze emerse dai grandi scavi operati tra il 1925 e il 1938. La documentazione include fotografie di Baraize, annotazioni di Pierre Lacau, allora direttore generale del Servizio delle Antichità, e i dati pubblicati da Selim Hassan relativi agli scavi da lui condotti nel 1936 e 1938. Il ritrovamento di stele, falconi votivi e piccole sfingi conferma che si era consolidato un culto della Sfinge sotto forma di Horemakhet, un sincretismo tra il dio sole primevo e Horo che incarnava la regalità. E’ singolare che, a fronte del silenzio, in merito al culto del possente monumento, durante la IV Dinastia, ritroviamo una così accesa attenzione nel Nuovo Regno. Sia i principi di Menfi, la capitale amministrativa, che i sovrani che si avvicendarono sul trono delle Due Terre, non mancarono di esternare la propria devozione: Amenhotep II, Thutmose IV, Ramses II dedicarono stele alla Sfinge durante il loro primo anno di regno.

Stele in calcare rinvenuta nelle vicinanze della Sfinge nei pressi del Tempio di Amenhotep II, Museo Egizio del Cairo.

Tutto il recinto della scultura veniva denominato all’epoca con il termine “Setep”, vale a dire “prescelto”. L’enorme monumento era diventato un’immagine di antica autorità che assumeva un ruolo determinante nel decretare la posizione privilegiata di principi e re. L’amministrazione menfita si spinse sino a costruire terrazzamenti, recinzioni, abitazioni e templi trasformando il sito in una sorta di parco nazionale regio che si sviluppava all’intorno delle rovine dei templi litici risalenti alla IV Dinastia. Il Tempio fatto erigere da Amenhotep II nell’angolo nord-orientale della fossa era solo uno degli elementi di questo nuovo assetto. Thutmosi IV, eresse un massiccio muro di mattoni crudi, alto oltre otto metri, ai lati dello scavo che, oltre a circondare la Sfinge a guisa di un gigantesco cartiglio, doveva proteggerla dalle rovinose invasioni di sabbia. Nel 1926 Baraize rimosse gran parte di questo rivestimento, lasciandone una sezione lungo il margine settentrionale della fossa. Più tardi, Hassan riprese gli scavi rimuovendo ulteriori porzioni del muro e documentando che alcuni mattoni erano incisi con un marchio recante, appunto, il nome di Thutmosi IV. In aggiunta alla recinzione, il sovrano provvide a far erigere un muro a bastioni così da rendere ancora più imponente l’intervento. Fu realizzata anche una grande piattaforma di osservazione di fronte alla Sfinge. Fu il primo e il più basso di molti ripiani dotati di sacrari e altari che sorsero, sovrapponendosi l’uno all’altro, fino all’epoca romana. Un residenza reale fu collegata alla parte anteriore del Tempio in Valle di Chefren, alla cui spalle Tutankhamon ne fece erigere un’altra, poi usurpata da Ramses II, che sovrappose i suoi cartigli a quelli del predecessore e di sua moglie Ankesenamon. In pratica, un re appena asceso al trono, trovandosi immerso in un simile contesto doveva avere la suggestiva impressione di poter far risalire la propria ascendenza a sovrani ben più antichi di Cheope o Chefren, vale a dire fino a quello Horo dell’Orizzonte primevo la cui imponente immagine si stagliava di fronte a lui in tutta la sua forza evocativa.

Scorcio del complesso della Sfinge come appare oggi. E’ visibile presso l’angolo sinistro del fossato il Tempio della Sfinge costruito con mattoni crudi da Amenhotep II (XVIII Dinastia). Scavato nel 1936-1937 da Selim Hassan
Questa immagine e le seguenti sono prelevate da: Digital Giza, The Giza project at Arvard Universit

Per il restauro della Sfinge i faraoni del Nuovo Regno, prelevarono pietra dal complesso della piramide di Chefren. Blocchi di rivestimento in granito, probabilmente prelevati da quel monumento, furono rinvenuti nel Tempio di Ptah edificato a Menfi in quel periodo e Maya, il soprintendente di Ramses II fece incidere il proprio nome sui muri di pietra dell’angolo nord-occidentale della medesima piramide.

Complesso della Sfinge: veduta dal muro nord della recinzione. In primo piano a destra, il tempio di Amenhotep II, sulla sinistra, in senso anti orario resti del Tempio della Sfinge e del Tempio in Valle di Chefren (IV Dinastia).

Nel 1909 Uvo Hölscher rinvenne, nei pressi del Tempio funerario di Chefren, i resti di una rampa in mattoni crudi databile al Nuovo Regno. Fu usata, probabilmente, per il trasporto dei pilastri e del rivestimento di granito. La stessa “Stele del Sogno” di Thutmosi IV, del peso di circa 15 tonnellate è un architrave sottratta da una porta di uno dei templi del faraone succeduto a Cheope. Infatti, la parte posteriore della lastra presenta la stessa curvatura visibile sulla sommità della cornice della porta e la stessa coppia di incassi e perni. Le sedi di rotazione inferiori sono collocate direttamente nelle soglie e tagliate nei pavimenti di roccia viva dei templi. A questo punto, misurando lo spazio che le separa è stato possibile determinare da dove Thutmosi abbia ricavato il blocco. Questa misura è presente soltanto i tre delle porte del Tempio funerario di Chefren, una delle quali adornava l’accesso all’edificio sacro dalla rampa. La gamma degli spessori delle lastre impiegate nella Fase I dei restauri è molto simile a quella delle pietre delle pareti della rampa originaria. Solo una piccola parte ne è rimasta localizzata nei pressi dell’uscita della Via Processionale del Tempio in Valle: è presumibile, pertanto, che il faraone abbia ordinato ai suoi operai di utilizzarne i blocchi per i restauri. Una volta prelevate le pietre necessarie, l’architrave del Tempio funerario fu trascinata tra le zampe anteriori della sfinge. Qui la fece erigere per proclamare la storia della propria ascesa al trono grazie all’intercessione della colossale scultura.

Complesso della Sfinge: veduta panoramica. Da sinistra a destra, Tempio in Valle, Tempio della Sfinge e Tempio di Amenhotep II. Sullo sfondo la piramide di Chefren

CONCLUSIONI

Dopo aver eretto il Tempio in Valle della Piramide di Chefren, i costruttori della IV Dinastia realizzarono la Sfinge ed il tempio antistante nell’ambito del medesimo progetto di sfruttamento della cava. Non fu possibile però portare a compimento il tempio, pertanto nessun rituale poté mai esservi ufficiato. Le evidenze archeologiche suggeriscono che il monumento, dopo l’antico Regno sia stato abbandonato per circa un millennio. Durante l’impero, quando Menfi emerse come seconda capitale, sacrari e templi furono riportati alla luce e restaurati o ricostruiti, compresa la Sfinge. Se ne può dedurre che, dal punto di vista cultuale e del favore popolare l’imponente, scultura non fu tanto un monumento fondamentale durante la IV Dinastia, ma piuttosto nel Nuovo Regno, quando divenne una famosa immagine sacra di nome Horemakhet, una divinità superiore sulla Terra, potente sincretismo tra re e dio. La cappella che le fu edificata tra le zampe anteriori era un posto prediletto dai principi ereditari e dai re di nuova investitura. La Sfinge era divenuto un antico simbolo nazionale dell’Egitto: un patrimonio da tutelare.

Fonti

Maurizio Damiano, Egitto vol. 4 pp. 281-284

La Sfinge di Mark Lehner, da “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, cap. 17.

Luce tra le ombre

I PIRAMIDOLOGI

A cura di Ivo Prezioso

La storia relativa ai “numeri” della Grande Piramide prende il via con l’astronomo Piazzi Smyth che raccolse le sue considerazioni nel lontano 1864 in un volume intitolato “Our inheritance in the Great Pyramid: Its secrets and Misteries Revelated”.

Vediamo allora, brevemente quali fossero questi numeri. L’assunto da cui parte è che la Piramide di Cheope fu progettata da Noè, costruita dagli “Hyksos” (che riteneva fossero il popolo ebraico) sotto la supervisione di Melchisedech e che gli architetti, di conseguenza, avrebbero solo potuto essere stati guidati dalla mano di Dio. A tal punto si spinge nella sua convinzione da concludere che il grandioso monumento fosse un vero e proprio deposito di profezie che potevano essere palesate da misurazioni dettagliate della struttura. Aggiungo, per completezza, che lo Smyth effettivamente intraprese una missione in Egitto per misurare e studiare il monumento.

Ritratto di Charles Piazzi Smith (Napoli, 1819 – Clova, Yorkshire 1900). Nell’edizione dell’Enciclopedia Italiana (1936) si legge: “Ebbe il nome di Piazzi dal celebre astronomo che gli fu padrino. Dedicatosi all’astronomia, fu assistente all’osservatorio del Capo di Buona Speranza, segnalato per gli studî sopra alcune notevoli apparizioni cometarie e per la partecipazione alla verifica e alla estensione dell’arco di meridiano già misurato dal Lacaille. Nel 1845 fu nominato astronomo reale per la Scozia e professore di astronomia pratica nell’università di Edimburgo. Fece lunghi viaggi a scopo scientifico e diede forte impulso all’esplorazione del cielo dalle alte vette. Dal 1864 in poi pubblicò diversi volumi sulle piramidi egiziane.

Dalle sue analisi si vede apparire un’unità di misura il “pollice piramidale”immaginato come venticinquesima parte del “cubito sacro” (circa 0,6356 metri circa)Questo cubito in realtà non è mai esistito: il “cubito reale” egiziano (0,5235 – 0,5240 metri a seconda delle epoche)fu quello usato dagli egizi come unica unità di misura per i tre millenni della loro storia.

Ma allora perché nascono questo “cubito sacro” ed il “pollice piramidale”? Si voleva in realtà dimostrare che il diametro polare terrestre, scoperto dai “saggi” di un’età lontana misurasse esattamente 500 milioni di pollici piramidali (1)Ma la cosa non finiva lì: con il pollice piramidale e giocando con i numeri e tanta fantasia, lo Smith ed i suoi sostenitori, si sono spinti ben oltre; come, ad esempio, ritrovare nella geometria della Grande Piramide (sale, corridoi, ecc.) le grandi date della Storia dell’Umanità. Non contenti di sottoscrivere la data dell’Esodo di Israele, i nostri autori stabiliscono, con queste premesse e con stupefacente precisione, la data della nascita di Cristo: sabato 4 ottobre del 4 a.C. (manca l’ora, ahimè!) e della sua morte, avvenuta il venerdì del 7 aprile dell’anno 30 (ovviamente starà agli altri contestare questa inoppugnabile verità). Resta da capire come mai non si siano impegnati a tirare fuori una sia pur vaga data relativa a fatti che forse per l’Egitto avrebbero potuto avere maggior interesse, come ad esempio la rivoluzione amarniana o, che so, la battaglia di Kadesh. Poi però il fascino dei numeri prende la mano e ci si spinge anche nell’era moderna ed allora ci imbattiamo, tra le altre, nella data di inizio della Grande Guerra, 1914: ecco la prova “matematica” che ci viene offerta!

“Abbiamo detto che la lunghezza della Grande Galleria, misurata sul soffitto è di 153 piedi, ossia 1836 pollici e un terzo (ho verificato il calcolo, è preciso!). Ora, se si aggiunge questo valore (calcolando “ovviamente” un pollice per anno) alla data del 7 aprile 30, data della morte di Cristo e inizio dell’era cristiana, si ottiene 4 Agosto 1914”

Stupefacente! Ma non mi dilungo oltre e passiamo alle considerazioni astronomiche che ne sono scaturite. Un monumento così grandioso di certo non poteva che essere un “libro di pietra” contenente tutte le conoscenze. Ad esempio, Georges Barbarin scriveva nella prefazione al suo volume “Les secret de la Grande Pyramide” (Adyar, 1936):

“ Si è scoperto che essa conteneva, sotto forma di precise misure, la soluzione dei più grandi problemi astronomici, geometrici e geodesici di tutti i tempi”…e, più avanti, “Ci si è accorti che esisteva uno stretto legame tra le misure interne ed esterne dell’edificio e che il sistema di corridoi racchiudeva una cronologia dei dati più importanti della storia dell’umanità”…ed infine, “Si vedrà in questo libro che la Grande Piramide rappresenta non solo la scienza di una grande civiltà pre-biblica da tempo scomparsa, ma porta in sé il segno di un sapere sovrumano”.

E così, passando attraverso speculazioni di numerosi altri seguaci, possiamo provare a schematizzare alcuni dei risultati a cui i “loro studi” avrebbero condotto.

1- La conoscenza della rotondità della Terra e la determinazione della misura del meridiano terrestre.

2- L’orientamento del nord quasi perfetto e l’eccezionale posizione geografica della piramide

3- La lunghezza del diametro polare della terra4- La distanza della Terra dal Sole e la lunghezza percorsa dalla Terra nella sua orbita.

Frontespizio di un’edizione del 1874 del volume “Our inheritance in the Great Pyramid: Its secrets and Misteries Revelated”, pubblicato dallo Smith per la prima volta nel 1864

Le risposte della scienza ufficiale

  1. La rotondità della Terra fu conosciuta in Egitto solo qualche secolo prima della nostra era. Gli antichi egiziani (riassumendo molto) vedevano la Terra come un disco circondato da montagne e oceani con il Cielo sopra e la Duat sotto. Fu Eratostene a calcolare approssimativamente (39.000 km. circa), nel terzo secolo a.C., la circonferenza della Terra studiando l’arco di meridiano che va da Siene (attuale Aswan) ad Alessandria.
  2. L’orientamento da nord a sud della Grande Piramide è infatti quasi esatto con un’approssimazione di 3’ e 6”, il che è assolutamente rimarchevole e denota conoscenze profonde nello studio delle stelle e nell’osservazione del cielo. Detto ciò non ne consegue affatto, come sostenne l’egittologo francese Jean Philippe Lauer (Parigi 7 maggio 1902 – 15 maggio 2001) che l’edificio sia stato destinato ad osservazioni astronomiche.
  3. Poiché il “pollice piramidale” è stato inventato come cinquecentomilionesima parte del diametro polare della Terra, questo (oh, miracolo!) misura esattamente 500 milioni di “pollici piramidali”. Et voilà! Come volevasi dimostrare!!!!!
  4. Queste asserzioni basate su calcoli astrusi, non hanno alcun valore e gli egizi ne erano completamente all’oscuro. Si pensi soltanto che si dovettero attendere tecniche moderne come il radar per conoscere esattamente la distanza (variabile, tra l’altro) del sole dalla Terra. Inoltre, il valore relativo a π (pi greco), tanto ricorrente nei calcoli occorrenti per arrivare alle conclusioni di cui sopra, non erano noto all’epoca. Si utilizzavano frazioni come 22/7 o (4/3) elevato al cubo, che lo approssimava abbastanza e che permetteva loro di determinare con sufficiente precisione area e circonferenza. 22/7 = 3,1428…, contro π = 3,1416…Fonte: Jean-Marc Brissaud, L’Egitto dei Faraoni. Collana Le grandi Civiltà.

C’è da dire, per amor di verità che, a fronte di falliti tentativi di “previsione” e della ormai palese inconsistenza della loro pseudo-scienza, i piramidologi sono pian piano spariti dall’orizzonte. In particolare, dopo aver “scoperto” nella Grande Piramide, la data di inizio della Prima Guerra Mondiale, molto imprudentemente, si era anche affermato che tutto indicava che ne sarebbe seguito un lunghissimo periodo di pace e serenità. Beh, come tutti ben sappiamo le cose non sono andate esattamente così!

Concludo con un’altra piccola “perla” che tanto mi aveva attratto nel mio primo approccio al mondo egizio. Sempre su una delle riviste a cui facevo cenno nell’introduzione, rimasi colpito da un modellino in scala della Grande Piramide da ricostruire su cartoncino ed orientare perfettamente con l’aiuto di una bussola. Avrebbe dovuto esattamente restituire i sedicenti sbalorditivi poteri del monumento originale. L’idea era quella di un certo Karel Drbal, un radiotecnico ceco che, sul finire della prima metà del secolo scorso, pare avesse brevettato un modello della piramide di Cheope che, a suo dire, aveva la capacità di restituire il filo alle lame dei rasoi, di mummificare perfettamente resti animali o vegetali, ecc. Bene, preso dall’entusiasmo, realizzai il modellino; collocai al di sotto la mia lametta usurata e la lascia lì per qualche tempo. Inutile dire che la recuperai nelle stesse inservibili condizioni. Forse la bussola che avevo utilizzato non mi aveva permesso di orientarla bene, ohibò!

Nell’immagine in altouna fantastica rappresentazione della Grande Piramide che sarebbe tanto piaciuta ai teorizzatori dei suoi mirabolanti poteri.

Nell’immagine in basso a sinistra: un altro tema caro alla pseudo-scienza. La piramide immaginata come un enorme accumulatore di energia.

Nell’immagine in basso a destra: la bella copertina del libro “L’Egitto dei Faraoni” di Jean-Marc Brissaud, che, tanto tempo fa, ha segnato la svolta decisiva nel mio approccio a questa sfolgorante civiltà. Un clamoroso passaggio dal fascino della fantasia a quello altrettanto entusiasmante e appagante delle evidenze storiche.

(1) Lavorando sulle teorie di Taylor, Smith affermò che il pollice piramidale fosse un’unità di misura fornita da Dio a Sem. Aveva notato che con qualche aggiustamento, si poteva rendere il cubito sacro pari a 25 volte la lunghezza di 1”. In pratica: cubito reale egizio = cm. 52,35; cubito sacro = cm. 63,56 che, diviso venticinque fa cm. 2, 5424 è quasi esattamente il valore di un pollice inglese, vale a dire cm. 2,54. Nasce così il fantomatico Cubito Sacro, unità di misura “divina”! Fervente sostenitore dell’anglo-israelismo, una teoria basata sull’ipotesi che gli anglosassoni fossero discendenti diretti delle dieci tribù disperse di Israele, utilizzò le sue conclusioni per scagliarsi contro l’introduzione del sistema metrico in Gran Bretagna, che considerava un prodotto della mentalità atea e illuminista di derivazione francese.

Luce tra le ombre

LUCE TRA LE OMBRE – INTRODUZIONE

A cura di Ivo Prezioso

In questa introduzione vorrei porre l’attenzione sulle ragioni che hanno spinto il nostro gruppo a riferirsi, per tutto ciò che concerne l’Antico Egitto, alle pubblicazioni degli “esperti sul campo”: vale a dire archeologi, storici, paleontologi, filologi ecc. che, attraverso lo studio dei reperti e delle evidenze rinvenute durante il corso degli scavi, nonché dei testi che gli stessi egizi ci hanno tramandato (e credo che ce ne siano ancora tantissimi, sparsi nei vari Musei , che attendono di essere studiati o approfonditi alla luce delle nuove conoscenze), stanno cercando di ricostruire, con pragmatismo quell’affascinante e irripetibile civiltà. Sgombro il campo da ogni dubbio: almeno per quanto mi riguarda, nessun atteggiamento ironico o di presunta superiorità nei confronti di chi è affascinato dai cosiddetti “ricercatori alternativi”; si tratta semplicemente di una scelta che deriva dalla necessità e volontà di basarsi su prove provate o, al limite, sulla proposta di ipotesi altamente probabili e basate su indizi così rilevanti da farle ritenere tali.

Ma procediamo con ordine.

L’egittologo Maurizio Damiano, praticamente a conclusione della sua opera “Egitto”, in quattro volumi accenna all’argomento e, in seguito, ne riprenderò le autorevoli considerazioni; ma vorrei tornare indietro ancora di qualche tempo. Siamo intorno alla metà degli anni settanta del secolo scorso, e già da qualche anno era sbocciata la mia “egittofilia” (o, meglio, al tempo era ancora “egittomania”). Affascinato dalle grandiose testimonianze di questa splendida civiltà leggevo tutto ciò che mi capitava a tiro sull’argomento: le pubblicazioni più disparate, riviste, romanzi “peudo-storici” ecc., le fagocitavo con irresistibile entusiasmo. All’epoca andavano molto di moda periodici come Arcana, Astra, (e un’ulteriore miriade di cui neanche ricordo più il nome) e autori come Peter Kolosimo e Philipp Vandenberg e tanti altri.

Soprattutto certe riviste, insistevano su una pseudo-scienza, la “numerologia”, ideata dall’astronomo Piazzi Smyth nel XIX secolo, che puntava l’attenzione su fantastiche ipotesi in merito a dati e date “Sulla Storia dell’Umanità (sic)” ricavabili dalla Grande Piramide (chissà perché solo da quella!). Inutile dire del fascino che simili letture esercitavano su di me! Poi mi sono imbattuto in un volume delle “Grandi Civiltà”: un’edizione riservata agli “Amici della Storia” dal titolo “L’Egitto dei Faraoni” di Jean-Marc Brissaud. Confesso che, ancor oggi, nulla so di questo autore, potete ben immaginare all’epoca. Or bene, in una parte del suo testo andava ad affrontare proprio il tema della “Piramidologia”. Ovviamente, il mio entusiasmo era alle stelle, ma fu seguito immediatamente da una frustrante delusione quando, con argomentazioni, semplici, ovvie (in maniera imbarazzante, direi), l’autore smantellava tutto quel fantastico castello di suggestioni di cui mi ero nutrito. Da quel momento il mio interesse per l’Antico Egitto mutò obbiettivo; compresi che non era quella la strada da percorrere: volevo saperne sempre di più, ma questa volta abbeverandomi presso le fonti di coloro che l’Egitto lo studiavano sul campo con tanto di titoli e carte in regola. E in questo percorso, sia pur seguito da semplice amatore dilettante e, diciamolo pure, in maniera piuttosto disordinata, ho scoperto un Antico Egitto altrettanto affascinante, entusiasmante, straordinario e soprattutto credibile. Anzi, molto di più!

L’idea, pertanto, è quella di proporre di volta in volta una di queste teorie esponendone brevemente le relative argomentazioni per poi confrontarle con le risposte date dagli studiosi. Incontreremo speculazioni più o meno seducenti, alcune francamente improponibili, altre apparentemente “credibili”, ma, come vedremo, invariabilmente mancanti di prove a sostegno (o, nei casi peggiori, del tutto prive di ogni fondamento). Spero che i temi affrontati possano suscitare il vostro interesse: se così dovesse essere non mancate al prossimo appuntamento in cui vi parlerò proprio de’ “i piramidologi ”.