E’ uno dei testi più noti dell’Antico Regno, inciso su una stele proveniente da Abydos. Fu ritrovata da Auguste Mariette, incisa su una grande parete di calcare (m. 2,75×1,13×0,30) in una mastaba della Necropoli Centrale di Abydos nel febbraio 1860. Uni fu un alto funzionario all’inizio della VI Dinastia. La sua biografia presenta molti spunti di interesse e mette in luce aspetti interessanti e caratteristici della mentalità degli antichi egizi. Uni comincia la sua carriera come semplice ispettore di magazzino per salire, grazie alla fedeltà al suo sovrano, all’abnegazione mostrata nel fornirgli i suoi servigi, i gradini della scala sociale fino a diventare governatore dell’Alto Egitto. E già, a mio parere, si manifestano due elementi fondamentali, e direi unici, della concezioni del tempo. Innanzitutto la lealtà al re e l’incondizionato sottomettersi al suo volere (ma direi, piuttosto, alle sue direttive): sarebbe facile, scorrendo le righe del testo, etichettare questo atteggiamento per mero servilismo. In realtà, per cercare di valutare con equilibrio e serenità di giudizio, occorre spogliarsi completamente dei nostri schemi mentali. Fondamento imprescindibile della visione egizia, che caratterizzava ogni aspetto vitale, sia materiale che trascendente, era la Ma’at (riduttivamente tradotta con vari sinonimi, come Verità, Giustizia, Equilibrio e Ordine Cosmico, ecc.), un concetto, nonché astrazione e personificazione dell’ordine divino, stabilito e nato perfetto al momento stesso della creazione e perciò compiuto e immodificabile. A lei dovevano uniformarsi tutti indistintamente ed il faraone, ne era il garante in terra. Appare, così molto più logica e coerente la totale dedizione al proprio sovrano: ciò che egli disponeva era rispondente alla Ma’at e ogni individuo, rispettando il suo volere, non faceva altro che “fare la Ma’at” secondo la tipica espressione egizia. Un altro aspetto, apparentemente contraddittorio, ma perfettamente in linea con questa concezione, è la possibilità che veniva offerta a chiunque di migliorare la propria condizione sociale: siamo di fronte ad un’organizzazione autocratica, in cui il sovrano investito della qualità di custode della Terra d’Egitto, ne era, durante il suo Regno, l’assoluto “proprietario”, potendo disporre (ma sempre nel rispetto della Ma’at), di tutto ciò che conteneva (risorse, animali, uomini). Eppure, l’ascesa sociale poteva avvenire con modalità che oggi definiremmo “democratiche”(direi meglio meritocratiche). Pertanto, erano apprezzate e ricompensate le capacità individuali e, nel caso delle menti più brillanti, si procedeva all’indirizzamento verso lo studio, indipendentemente dal ceto di appartenenza. Anzi, come sembrerebbero confermare i tanti scritti sapienziali che ci sono giunti, il miglioramento del proprio stato non solo era ritenuto aspirazione legittima e auspicabile, ma anche fortemente incoraggiata.
Due particolari dell’autobiografia di Uni conservata presso il Museo del Cairo.
Da notare come nell’immagine in alto sono visibili i cartigli di Teti e Pepi (I), mentre in quella inferiore ricorre più volte il cartiglio di Merenra
Il testo lo possiamo considerare come suddiviso in tre parti, di cui quella centrale, nota come “Inno allaVittoria”, dal tono spiccatamente lirico.
Tutta la parte evidenziata in neretto è quella che più ci interessa riguardo alle problematiche relative al trasporto dei materiali durante l’Antico Regno. Uni ci informa del carico di elementi architettonici in granito, di un Pyramidion e di un sarcofago in grovacca, del trasporto via fluviale, anche per lunghissime distanze, e addirittura dello scavo di canali in Alto Egitto per velocizzare la consegna di grandi blocchi di granito.
<<Ero un fanciullo che annodavo il nastro (attorno alla testa) sotto la Maestà di Teti. Avevo la funzione di sovrintendente di magazzino, ed ero ispettore ai Khentiu-sce(1) del Palazzo regale […]. Fui eletto primo ritualista anziano di palazzo sotto la Maestà di Pepi(2). Sua Maestà mi pose nella funzione di «amico», ispettore dei sacerdoti della sua città funeraria. Ecco, mentre avevo la carica di […], Sua Maestà mi elesse giudice e «bocca di Nekhen»(3), poiché il suo cuore aveva fiducia in me più che in ogni suo servitore. Giudicavo le cose, solo con il giudice-visir in ogni faccenda segreta e provvedevo in nome del re per l’harem regale e per la Grande Casa dei Sei; poiché il cuore di Sua Maestà di me si fidava più che di ogni suo funzionario, più di ogni suo dignitario, più di ogni suo servo. Pregai la Maestà del mio signore che mi si portasse un sarcofago di pietra bianca di Troia(4). Sua Maestà fece che un portasigilli del dio, insieme ad una squadra di marinai al suo comando, traversasse il fiume per portarmi questo sarcofago da Troia. Arrivò per suo mezzo, in una zattera grande della Residenza, col suo coperchio, una falsa porta, un architrave, gli stipiti e la soglia. Mai era stata fatta in passato una cosa simile per nessun servitore, tanto ero pregiato nel cuore di sua Maestà, tanto ero piacevole nel cuore di Sua Maestà, tanto il cuore di Sua Maestà si fidava di me. Mentre ero giudice e «bocca di Nekhen», Sua Maestà mi fece «amico unico» e sovrintendente ai Khentiu-sce del Palazzo e soppiantai quattro sovrintendenti ai Khentiu-sce del Palazzo che erano là. Agii secondo quello che Sua Maestà loda, adempiendo (il turno) di guardia, facendo la via del re, assicurando il rispetto dell’etichetta (di corte). Mi comportai in tutto in modo tale che Sua Maestà mi lodò per questo più che per ogni altra cosa. Ci fu un processo nell’harem contro Iametes, la grande sposa del re, in segreto, e Sua Maestà mi fece andare per giudicare, solo, senza che ci fosse nessun giudice-visir, nessun funzionario, eccetto me, solo, perché ero pregiato e piacevole nel cuore di Sua Maestà e Sua Maestà aveva riempito il suo cuore di me. Misi per scritto, solo con un giudice e «bocca di Nekhen», mentre la mia carica era quella di sovrintendente dei Khentiu-sce del Palazzo. Mai in passato era stato giudicato così un affare segreto dell’harem, precedentemente. Senonché Sua Maestà fece che io giudicassi perché ero prezioso nel cuore di Sua Maestà più che ogni suo funzionario, più che ogni suo dignitario, più che ogni suo servitore. Sua Maestà attaccò gli asiatici che stanno sulla sabbia(5). Sua Maestà formò un esercito di molte decine di migliaia, provenienti da tutto quanto l‘Alto Egitto, da Elefantina a sud, fino ad Afroditopoli a nord, provenienti dal Delta, provenienti dalla due Metà del Dominio, al completo, provenienti dalle fortezze, dall’interno delle fortezze, provenienti da Ircet(6) dei Nubiani, da Megiai(7) dei Nubiani, da Iam dei Nubiani, da Uauat[8] dei Nubiani, da Kaau(9) dei Nubiani, provenienti dal paese dei Libi. Sua Maestà mi invitò alla testa di questo esercito, mentre governatori, portasigilli del re del Basso Egitto, amici unici del Grande Castello, sovrintendenti e principi di Castelli della Vallata e del Delta, amici, soprastanti agli interpreti, soprastanti ai sacerdoti della Valle e del Delta, soprastanti alla Parte del Dominio, erano alla testa di un reggimento della Valle e del Delta, dei castelli dei quali erano principi o dei nubiani di queste terre straniere. Io, però, ero quello che facevo per loro piani, mentre avevo la carica di sovrintendente ai Khentiu-sce, per la correttezza della situazione, affinché uno di loro non fosse messo al posto del compagno, affinché nessuno di loro rubasse la pasta del pane o i sandali al viandante, affinché uno di loro non portasse via vesti da nessuna città, affinché uno di loro non portasse via nessuna capra a nessuno. Li guidai per l’Isola del Nord, la Porta di Imhotep, il distretto di Horo Nebmaat (Snofru), mentre avevo la carica di […]. Passai in rivista ognuno di questi reggimenti, mentre nessun servitore li aveva prima passati in rivista.
Tornò questo esercito in pace,
dopo che aveva distrutto la terra di Quelli che stanno sopra la sabbia
Tornò questo esercito in pace,
dopo che aveva saccheggiato la terra di Quelli che stanno sopra la sabbia,
Tornò questo esercito in pace,
dopo che aveva distrutto le sue fortificazioni
Tornò questo esercito in pace, dopo che aveva tagliato i suoi fichi e le sue viti,
Tornò questo esercito in pace,
dopo che aveva appiccato il fuoco alle case di tutta la sua gente,
Tornò questo esercito in pace,
dopo che aveva fatto a pezzi le truppe ch’erano là a molte decine di migliaia,
Tornò questo esercito in pace,
dopo che ebbe riportato le truppe che erano in lei in grandissimo numero come prigionieri.
Mi lodò Sua Maestà per questo più che per ogni cosa. Sua Maestà mi inviò per condurre questo esercito per cinque volte, per battere la terra di Quelli che stanno sulla sabbia, ad ogni loro ribellione, con questi reggimenti. Agii in modo che Sua Maestà mi lodò per questo più che per ogni cosa. Fu riferito che c’erano dei ribelli per qualcosa, fra questi stranieri (che abitano) nel «Naso della gazzella»(10). Dopo aver traversato mediante navi da trasporto, insieme a queste truppe, sbarcai dietro le alture della montagna, a Nord di Quelli che stanno sulla sabbia, mentre una metà di questo esercito era per strada. Ritornai dopo averli presi tutti quanti, dopo che fu fatto a pezzi ogni ribelle che era fra loro. Ero nel palazzo come portasandali e il re dell’Alto e del Basso Egitto Merenra, mio signore, possa egli vivere in eterno, mi fece governatore e soprastante dell’Alto Egitto, a partire da sud da Elefantina, fino a Nord, ad Afroditopoli, perché ero pregiato nel cuore di Sua Maestà, perché il cuore di Sua Maestà si fidava di me. Ero nella carica di portasandali e Sua Maestà mi lodò per la mia vigilanza e la guardia che facevo nel servizio d’etichetta, più che ogni suo funzionario, più che ogni suo dignitario, più che ogni suo servitore. Mai questa carica era stata tenuta da qualsiasi servitore. Io agii per lui come soprastante dell’Alto Egitto soddisfacentemente, affinché nessuno là si lanciasse contro il suo compagno. Eseguii ogni lavoro, contando ogni cosa che deve esser contata per la corte, in questo Alto Egitto, per due volte, ed ogni prestazione di lavori al tempo che deve essere contata per la corte in questo Alto Egitto, per due volte. Agii come funzionario, in ogni cosa che deve essere fatta in questo Alto Egitto. Mai simile cosa fu fatta in passato in questo Alto Egitto, precedentemente. Agii in tutto in modo che Sua Maestà mi lodasse per ciò. Poi Sua Maestà mi inviò a Ibhat(11), per riportarne un «signore della vita», cassa dei viventi (un sarcofago) con il suo coperchio ed il «pyramidion» augusto e venerabile della piramide Merenra- khanefer (“Merenra appare in splendore”: è il nome della piramide), mia signora, e Sua Maestà mi inviò a Elefantina per riportarne una falsa porta in granito, con la sua soglia e i montanti e gli architravi di granito, per riportarne portali di granito e una soglia per la camera alta della piramide Merenra-khanefer, mia signora. Navigai secondo corrente a partire di là fino a Merenra-khanefer, con sei zattere, tre barche da trasporto, tre barche di otto braccia, in una sola spedizione, nel tempo di nessun re. Il fatto è che ogni cosa che Sua Maestà mi ordinò, fu eseguita interamente, secondo tutto ciò che Sua Maestà mi ordinò in quel luogo. Sua Maestà mi inviò a Hat-nub per riportarne una grande tavola da offerte in alabastro di Hat-nub. Feci discendere per lui questa tavola da offerte in diciassette giorni, dopo che era stata estratta da Hat-nub, facendo che navigasse scendendo verso il nord, in questa zattera – perché avevo tagliato per essa un zattera di acacia, di sessanta cubiti di lunghezza (poco più di 30mt.), di trenta cubiti di larghezza, che costruii in diciassette giorni, nel terzo mese della stagione estiva. Benché non ci fosse acqua sui banchi di sabbia, approdai felicemente a Merenra-khanefer, e tutto avvenne per mio merito, conformemente al comando che mi aveva ordinato la Maestà del mio signore. Poi, Sua Maestà mi inviò per scavare cinque canali nell’Alto Egitto, e per fare tre zattere e quattro barche da trasporto in acacia di Uauat. Giacché i principi dei paesi stranieri di Ircet, di Uauat, di Iam, di Megiai ammucchiarono il legname per questo, io feci tutto in un anno solo: furono messe a galleggiare e caricate di granito in grandi blocchi per Merenra-khanefer. Certamente feci questa economia (di tempo) per il Palazzo, grazie a questi cinque canali, perché è augusta, illustre, venerabile la potenza del re dell’Alto e del Basso Egitto, Merenra, possa egli vivere eternamente, più di quella di ogni dio; e per il fatto che ogni cosa si realizza conformemente al comando che il suo ka ordina. Io sono uno amato da suo padre, lodato da sua madre, caro ai suoi fratelli, (io) il governatore, soprastante dell’Alto Egitto in funzione, beneficiato presso Osiri, Uni>>.
1 Attendenti
2 Si riferisce a Pepi I
3 E’ un titolo che appare a partire dall’Antico Regno accanto a quello di <<guardiano di Nekhen>>. Nekhen è il nome egizio della città meglio conosciuta col nome greco di Hierakonpolis.
4 E’ una cava di calcare situata nei pressi di Menfi (immagino si riferisca a Tura).
5 I Beduini nomadi.
6 Contrada nubiana, davanti a Uauaut
7 Località della Nubia da cui provengono probabilmente i Megiau, identificati con gli odierni Begia del deserto orientale della Nubia
8 Parte della Nubia, situata tra la catena arabica e la costa, tra le attuali Aswan e Korosko
9 Regione della Nubia posta probabilmente a sud della regione di Megia, sulla riva destra del Nilo.
10 E’ solo probabile l’identificazione di questa località asiatica con il Carmelo.
11 Cave situate nel Wadi Hammamat nel Deserto Orientale grosso modo a metà strada tra la grande ansa del Nilo a Nord di Luxor e la costa del Mar Rosso.
Autobiografia di Uni, descrizione di Auguste Mariette(dal Catalogue général des monuments d’Abydos découverts pendant les fouilles de cette ville, pubblicato da Auguste Mariette nel 1880: <<Necropoli Centrale. Calcare: H 1,10 m; larg. 2,70 m. Un funzionario della VI Dinastia chiamato Una (Uni,Weni) si era fatto costruire ad Abydos, sulla sommità della collina alla quale la Necropoli Centrale dà il suo nome, la tomba che ha arricchito la scienza dell’importante iscrizione di cui ci occupiamo. Questa tomba era costruita in forma di mastaba. Un blocco monolitico, oggi spezzato in due frammenti, formava una delle pareti dell’unico vano che fungeva da cappella esterna. E’ su questa parete, che ne era completamente ricoperta, che la nostra iscrizione era incisa. Non spetta a noi far conoscere l’iscrizione di Una che è stata resa celebre dai lavori dei sigg. de Rougè, Brugsch e Maspero. Basti ricordare che contiene la storia, raccontata in prima persona, della vita di un alto funzionario, che iniziò da bambino alla corte del re Téta (Teti), fu elevato alle più alte cariche da Appapus (Pepi I) e morì carico di onori sotto Meri-en-Ra. Se gli scavi potessero restituirci molte iscrizioni dello stesso valore di questa, l’innumerevole schiera di re egiziani che abbiamo il compito di classificare, ci imbarazzerebbe di meno>>
Fonte: Edda Bresciani. Letteratura e Poesia nell’Antico Egitto ed. Einaudi, pp. 22÷27
WENI IL VECCHIO E IL SUO COMPLESSO FUNERARIO AD ABYDOS
Il sito di Abydos (l’antica Abdju), fu identificato dagli antichi egizi come luogo di sepoltura di Osiride e come ingresso principale all’esistenza ultramondana. Per questa ragione vi si possono rintracciare complessi funerari sia di reali che di privati che coprono un arco temporale di oltre tremila anni. La più importante necropoli, riservata ai privati è stata denominata come Cimitero Centrale dai moderni scavatori. Preso di mira dagli antiquari all’inizio del XIX secolo, il sito fu poi indagato nel 1860 da Auguste Mariette che portò alla luce una serie di iscrizioni da importanti tombe di funzionari della VI Dinastia (ca. 2407-2260 a.C.). Tra queste si rivelò di particolare interesse una narrazione autobiografica fra le più lunghe tra quelle conosciute del tardo Antico Regno: quella dell’ufficiale Uni o Weni il Vecchio. Fu considerata da Mariette come la scoperta più importante dell’anno, per cui ritenne che il contenuto del testo fosse di gran lunga più rilevante del contesto archeologico che la conteneva. Di conseguenza, fornì solo scarse informazioni sulla struttura e la localizzazione della tomba, limitandosi a descriverla come una mastaba situata in cima alla collina del Cimitero Centrale e che la biografia, incisa su una lastra, fu ritrovata nella cappella orientale della struttura.
Una serie di missioni britanniche tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX, rivelarono la presenza di una considerevole necropoli costituita da sepolture più piccole, e non di élite. sui pendii sottostanti la collina che ospita le tombe dei funzionari individuata da Mariette. Ma il contesto del complesso funerario, che includeva, tra le altre, la tomba di Weni, rimase pressoché sconosciuto, non essendo riusciti gli scavatori ad identificarne con precisione la posizionei, fino a quando l’Università del Michigan non ottenne il permesso di riprendere i rilevamenti nel 1995 e gli scavi nel 1999. Grazie all’interessamento del Ministero del Turismo e delle Antichità Egiziane, i team dell’ Università hanno dato inizio a nuove indagini sulla tomba di Uni (Weni) e del Cimitero Centrale. I risultati della ricerca hanno contribuito a riscrivere la storia politica e sociale dell’Egitto tra la fine del terzo e gli inizi del secondo millennio a.C. Nel progetto era anche contemplata anche la pubblicazione di un volume in cui sarebbero confluiti dati GIS (Geografic Information System), archeologici, biologici, testuali ecc., sotto la direzione della D.ssa Janet Richards, in collaborazione con Ayman Damarany, Suzanne L.Davis, Salima Ikram, Christian Knoblauch, Peter Lacovara, Franck Monnier, Mohammed Naguib Reda, Caroline Roberts, Hamada Sadek, Heather Tunmore, Korri Turner e Mohammed Abuel Yazid.
Vediamo allora alcuni dei risultati della ricerca.
Chiunque abbia una certa familiarità con la storia dell’Antico Egitto, avrà senz’altro sentito parlare della autobiografia di Uni (altrimenti noto come Weni il Vecchio), un personaggio molto intraprendente che visse durante la VI Dinastia. Un’ iscrizione, scoperta nel 1860 da Mariette descrive entusiasticamente il suo lungo servizio sotto tre sovrani culminato con la nomina a “Governatore dell’Alto Egitto”. Gli studiosi hanno generalmente valutato questo testo come il più importante documento storico dell’Antico Regno, nel quale era l’illustrata l’ascesa sociale di una categoria di uomini, determinata non necessariamente dalla nobiltà di nascita, ma piuttosto dalle capacità individuali. Tuttavia le varie discussioni si sono incentrate sull’analisi testuale senza tenere conto (anche per la carenza di dati oggettivi, fino alle nuove scoperte) del contesto archeologico e geografico. Questa ricerca si poneva appunto l’obiettivo di integrare le evidenze dell’autobiografia con le nuove conoscenze dei luoghi, nella convinzione che il contesto unito al contenuto potesse arricchire ciò che il testo ci racconta, fornendo informazioni su argomenti sui quali resta muto.
Ma, a questo punto, lascio la parola alla D.ssa Janet Richards.
<< Dal 1995, l’Abydos Middle Cemetery Project, che dirigo sotto l’egida del Kelsey Museum e della spedizione della Pennsylvania-Yale-New York University, si è concentrato sulla parte misteriosa di Abydos da cui si sapeva provenire l’iscrizione di Weni. “Misteriosa” perché nessuno vi aveva scavato dal 1870 (almeno ufficialmente), allorché Auguste Mariette, il colorito primo direttore dell’organizzazione egiziana delle antichità, scagliò centinaia di operai in tutto il sito settentrionale di Abydos.
Mariette non brillava certo per meticolosità nel redigere appunti sul campo, e di conseguenza non vi è alcuna registrazione dettagliata dei luoghi di ritrovamento dell’iscrizione di Weni o di quelli di molti altri importanti funzionari trovati “sull’Alta Collina che dà il nome al cimitero di mezzo” (parole di Mariette, e tra i suoi commenti contestuali più dettagliati!). Una serie di campagne, all’inizio del XX secolo, ha chiarito che le aree circostanti quest’ alta collina ospitavano un cimitero “borghese” costituito da migliaia di modeste fosse a pozzo e di superficie . Ma nessuno di quegli scavatori era riuscito a individuare l’area indagata dagli uomini di Mariette>>.
<<Il nostro interesse quindi non è stato solo quello di ricollocare fisicamente l’individuo Weni il Vecchio, ma anche di illuminare il carattere e l’organizzazione spaziale del cimitero dell’Antico Regno nel suo insieme, nonché il suo rapporto con la città adiacente e l’area del tempio durante un periodo cruciale della storia egiziana.
Nel corso delle due brevi stagioni di rilevamento nel 1995 e nel 1996, abbiamo creato una mappa topografica dettagliata dell’intero Cimitero Centrale completando un’intensa raccolta di superficie e un’analisi della ceramica dell’area molto probabilmente riconducibile all’ “Alta Collina” riferita da Mariette. I materiali ceramici e le grandi mastabe di mattoni crudi in rovina, rinvenute durante queste stagioni, indicavano una forte presenza della VI dinastia. Armati di queste informazioni e di un’indagine sui reperti di Mariette al Museo del Cairo, siamo tornati sul sito nel settembre 1999 per una stagione di scavi su vasta scala. La troupe comprendeva me come regista; vicedirettore per la bioarcheologia Brenda Baker dell’Arizona State University; Geoff Compton e Amanda Sprochi dell’Università del Michigan, nonché lo studente universitario Jason Sprague; e gli studenti laureati dell’Arizona State University Scott Burnett, Anna Konstantatos, Penny Minturn e Korri Turner. Il signor Adel Makary Zekery di Sohag ha gentilmente agito come ispettore del progetto; siamo grati anche al Dr. Yahia el Sabri el-Misri e al Sig. Ahmet el-Khattib per il loro supporto. Infine, molti ringraziamenti vanno a Sharon Herbert e allo staff del Kelsey Museum.*
Nonostante le temperature estreme (caldo a settembre e ottobre, gelo a novembre e dicembre), un veicolo blindato nel Cimitero di Mezzo, i pozzi delle tombe che crollavano, le visite regolari di vipere cornute e un’epidemia di tifo negli scavi, la stagione ha prodotto risultati fenomenali. Abbiamo raccolto informazioni su individui precedentemente sconosciuti e prove di attività votive private del tutto insospettabili. Nuovi fatti sono emersi anche riguardo alla carriera e alla famiglia di Weni il Vecchio e al progetto della sua residenza eterna nel cimitero dell’Antico Regno. Infine, gli scavi hanno fornito dati sul periodo tardo e tolemaico-romano nel sito. (Uno dei rischi di scavare in periodi fin dall’Antico Regno è che sono inevitabilmente ricoperti da metri di attività successive.) Lo spazio mi costringe a concentrarmi qui su Weni e sui resti dell’Antico Regno>>.
*Il finanziamento del progetto è stato generosamente fornito dal Kelsey Museum of Archaeology, dall’Office of the Vice President for Research, dalla Horace H. Rackham School of Graduate Studies e dall’Institute of Fine Arts della New York University.
Lascio che sia ancora la D.ssa Janet Richards a riprendere la parola
Il complesso di Nhty
<<Due delle quattro grandi aree che abbiamo indagato si sono rivelate essere le più importanti per comprendere il modello funerario del tardo Antico Regno. La prima di queste era una mastaba gravemente rovinata che, sembrava essere la cappella più visibile della zona di Mariette. Nel 1996 avevamo pensato che fosse molto probabilmente la cappella di Weni, anche per i danneggiamenti cui era stata sottoposta: la rimozione degli elementi architettonici in pietra calcarea dalle loro posizioni originali, infatti richiede solitamente la demolizione dell’edificio in cui si trovano e Mariette di questi reperti con iscrizioni riferite a Weni, ne estrasse molti.
Il nostro scavo di quest’area ha rivelato le presenza di un grande complesso costituito da una mastaba e una serie di monumenti sussidiari, costruiti intorno ad essa, databili al tardo Antico Regno, al Primo Periodo Intermedio, al Medio Regno e al Periodo Tardo. La mastaba principale, tuttavia, non apparteneva a Weni; era, invece, la tomba di un persona, precedentemente non identificata, di nome Nhty, un principe, sindaco, unico compagno e sommo sacerdote.
Nhty sembra essere stato un personaggio che ispirava un forte rispetto, duraturo e concreto: infatti, 50 centimetri sopra il livello stratigrafico originale dell’Antico Regno, nel Medio Regno furono costruite piccole cappelle votive in mattoni di fango allineate al complesso di Nhty, una delle quali conteneva ancora una coppia di statue in basalto. Questa scoperta fu del tutto inaspettata, poiché le ceramiche di questo strato non mostravano evidenze riferibili ad attività riconducibili al Medio Regno>>.
La Mastabadi Weni
<<A nord del complesso di Nhty si trova una struttura ancora più grande ed è qui che abbiamo trovato la prova più convincente che si trattasse dell’ultima dimora di Weni il Vecchio. Nel 1996 avevamo documentato la presenza di una costruzione in mattoni di fango lunga 16 metri sulla sua parete nord; gli scavi hanno rivelato che si trattava di un imponente recinto di 29 metri di lato, spesso 3 metri e alto oltre 5 metri.
I costruttori costruirono un grande pozzo funerario, e due più piccoli, all’interno di questo recinto. L’intera struttura fu poi riempita di sabbia pulita e ricoperta nell’antichità, per darle l’aspetto di una solida mastaba. Questa mastaba si trova nel punto più alto del Cimitero Centrale e il suo impatto visivo sugli abitanti della città sottostante doveva essere molto simile a quello determinato dai grandi recinti funerari della prima dinastia (ca. 3100-2750 a.C.), attraverso lo wadi nel Cimitero Settentrionale. Come quelli, infatti, è così grande che è visibile dalle alte pareti rocciose del deserto a più di mezzo miglio di distanza.
All’inizio della stagione, abbiamo rinvenuto in quest’area un certo numero di frammenti di rilievo inscritti, inclusi due pezzi che, uniti insieme, formavano il nome “Weni il Vecchio” e un frammento che restituisce l’appellativo di “Vero governatore dell’Alto Egitto”, il più alto titolo riferito nell’autobiografia di Weni. Ulteriori prove sono emerse a sostegno di questa associazione. La facciata esterna della parete nord incorpora una grande nicchia e durante gli scavi qui è stata scoperta in situ una falsa porta danneggiata con un’ iscrizione per Weni il Vecchio. Non solo questa falsa porta fornisce un soprannome per Weni (“Nefer Nekhet Mery-Ra” – I soprannomi egizi erano spesso più lunghi dei nomi di nascita!), ma documenta anche la sua promozione finale in carriera, un fatto non registrato nella sua autobiografia: Capo Giudice e Visir.
Una serie di pozzi e sepolture di superficie si trovavano a nord della falsa porta; sono databili dal tardo Antico Regno al Primo Periodo Intermedio e suggeriscono che la tomba di Weni sia diventata il fulcro di un cimitero di gruppo, probabilmente contraddistinto da legami di parentela.
Sulla parete est della mastaba abbiamo scoperto ulteriori prove riferibili a Weni. Nel riempimento di superficie, abbiamo scavato lo stipite di una porta in pietra calcarea lungo quasi due metri e inscritto per lo stesso visir Iww documentato in una tomba da Richard Lepsius nel 1840. Su entrambi i lati dello stipite, parenti maschi presentano offerte a Iww; uno di questi è identificato come: “suo figlio maggiore, il governatore dell’Alto Egitto Weni il Vecchio”. Quindi, nonostante Weni nella sua autobiografia enfatizzi i suoi meriti come fattore determinante della sua ascesa sociale, appare chiaro che doveva appartenere a una famiglia già diventata influente, anche se ha scelto di non comunicare questo particolare>>.
La Cappella delle offerte
<<Pochi metri a est dello stipite, abbiamo scavato una piccola cappella delle offerte costruita direttamente sul muro della grande mastaba. Vi si accede attraverso uno stretto portale sul lato est ed era, in origine, completamente decorata con bassorilievi dipinti raffiguranti portatori di offerte. Parecchi dei blocchi che compongono questo schema decorativo furono rimossi durante alcuni precedenti episodi di scavo o di saccheggio, ma altri rimasero in situ sulle pareti e sul portale; inoltre, nove blocchi aggiuntivi giacciono sul pavimento. Lo stipite esterno di una porta, parzialmente conservato, reca una rappresentazione in piedi del proprietario della tomba, conservata dalla vita in giù. Il confronto di questo rilievo con la parte superiore del proprietario di una tomba di nome Weni il Vecchio nel Museo Egizio, suggerisce che originariamente appartenessero allo stesso assieme.
Sembra evidente che questa cappella semidistrutta sia il contesto originario degli arredi funerari di Weni scavati da Mariette e attualmente nel Museo Egizio, e possiamo ora proporre la seguente ricostruzione.
La prima falsa porta di Weni fu collocata nella nicchia principale di questa cappella. La massiccia lastra dell’autobiografia è stata montata sulla facciata esterna della cappella, le cui pareti sono sufficientemente spesse per sopportarne il ragguardevole peso. Una tale collocazione spiegherebbe sia la posizione fuori asse dell’ingresso della cappella, che è stato deviato a nord per accogliere la larghezza di 2,75 metri dell’autobiografia, sia le condizioni estremamente alterate dell’autobiografia. Due obelischi in miniatura con il nome di Weni sarebbero stati collocati appena fuori dall’ingresso della cappella>>.
<<Dopo la promozione a giudice capo e visir, alla fine della sua carriera, Weni installò la sua seconda falsa porta registrando l’evento sulla parete nord della sua mastaba. Entrambe le false porte si allineano con la probabile posizione della camera funeraria, che si trova a nord del grande pozzo a una profondità di oltre 12 metri.
All’interno della mastaba, un enorme deposito della VI dinastia conteneva ceramiche (oltre 500 vasi da vino giacevano in pile a est e ad ovest del pozzo e,in linee ordinate, a nord). In questo deposito di ceramiche si trovavano in situ dieci sepolture a bara del Periodo Tardo, indizio di un successivo riutilizzo di questo spazio come piccolo cimitero.
Il collegamento finale a Weni proveniva da una struttura rettangolare nell’angolo sud-est. Questa conteneva i resti deteriorati di più di trenta basi in legno per statue, oltre a diversi elementi disincarnati come braccia, mani, frammenti di animali e componenti in pietra calcarea di scene di produzione, come bacini in miniatura ricoperti da colini a cestello per la produzione di birra. Il manufatto meglio conservato e più significativo era una statuetta in calcare, splendidamente eseguita, del proprietario della tomba da ragazzo, identificato come il “conte” Weni”>>.
<<La summa di queste evidenze suggerisce fortemente che abbiamo ritrovato la tomba di Weni, il monumento principale di in una zona d’élite circondata da un cimitero della classe media. Questa tomba rappresenta una straordinaria dichiarazione visiva del raggiungimento della ricchezza e del potere politico, che potrebbe rispecchiarsi, nella città di Abydos, in un misterioso e massiccio edificio, che Matthew Adams, ha da tempo sospettato essere un Palazzo del Governatore. Date le sue dimensioni e la somiglianza delle sue tecniche di costruzione con la tomba di Weni, si è tentati di considerarla parte delle sue attività edilizie: un collegamento tra strutture per i viventi e funerarie.
I risultati degli scavi del 1999 presentano una complessa miscela di sepolture d’élite e non d’élite e attività votive durante il tardo Antico Regno e nel Medio Regno, un arco di tempo in cui sia il potere politico che l’importanza di Osiride stavano crescendo in questa regione. La ricollocazione fisica di un importante individuo storico all’interno di quel quadro multidimensionale ci permette di integrare più efficacemente le linee di evidenza testuali e archeologiche nella nostra ricostruzione della storia politica e sociale dell’antico Egitto. Molto lavoro resta da fare, ma il successo della scorsa stagione, grazie a un equipe straordinariamente qualificata, ci ha fornito una solida base per le future ricerche sul sito>>.
Ringrazio, il nostro esperto Nico Pollone per avermi fornito il materiale che mi ha permesso di effettuare questa stimolante ricerca su un personaggio così affascinante ed emblematico.
Terminato il percorso riguardante le sperimentazioni di Burgos e Laroze, che hanno dimostrato come si potessero estrarre blocchi di calcare con relativa facilità anche con gli utensili di cui disponevano gli antichi egizi, i prossimi post saranno dedicati alla costruzione vera e propria di questi straordinari monumenti. Per affrontare un argomento così delicato, utilizzerò essenzialmente informazioni tratte dalla pubblicazione di Franck Monnier, ingegnere, specializzato in architettura egizia, del CNRS, (che gentilmente mi ha concesso il permesso di utilizzarla come fonte) “L’univers fascinant des piramides d’Égypte”, che oltre ad essere estremamente curata, ha il grandissimo pregio di essere aggiornata alla luce delle scoperte e degli studi più recenti.
Tuttavia, prima di entrare nel vivo dell’argomento, e per suggerire una sorta di raccordo con gli esperimenti di estrazione di Wadi el-Jarf, propongo questo relativamente breve filmato (si tratta di poco più di una decina di minuti), estratto dall’interessantissimo documentario “PYRAMIDE, LE GRAND VIRAGE” (Piramide la grande svolta), in cui si fa piazza pulita delle teorie stravaganti o, peggio, francamente menzognere, che da sempre spuntano intorno a questi monumenti ed in particolare (chissà mai perché?), sulla piramide di Khufu (Cheope). Il documentario è in francese, ma ne consiglio caldamente la visione anche perché le immagini, straordinariamente belle, forniscono un valido supporto alla comprensione degli interventi degli specialisti.
Come ben sappiamo la cosiddetta “ricerca alternativa” si prefigge lo scopo di fornire spiegazioni “altre” alle ricostruzioni che la scienza ha faticosamente organizzato (e continua incessantemente in questo lavoro), a partire da documenti originali, evidenze sui luoghi di scavo, studio dei materiali utilizzati ecc. I “ricercatori indipendenti” si muovono invece in direzione completamente opposta. Pensano di aver trovato una soluzione ai dubbi che inevitabilmente persistono, inventandosi una teoria, più o meno credibile (ma talvolta incredibilmente fantasiosa, priva di ogni fondamento e finanche di buonsenso), andando poi a caccia di prove che la sorreggano. “Prove” che quando vengono mostrate si dimostrano facilmente smontabili o nel peggiore dei casi si sono rivelate dei veri e propri falsi realizzati per lo scopo. E’ il caso ad esempio dei geroglifici “scoperti” in Australia, che avrebbero dovuto dimostrare la presenza degli antichi egizi in quel continente (ohibò!!!!), ma che invece furono incisi negli ’70 del secolo scorso, oppure le pietre di Ica in Perù (eh si, perche non solo l’Egitto interessa questi pseudo-scienziati) che recano incisioni che mostrano la co-presenza di uomini e dinosauri (oh!!!!), ma in realtà furono realizzati (facile immaginare su commissione) da un certo Basilio Uschuya e la lista potrebbe continuare fino ad annoiare.
Il documentario in oggetto è stato realizzato da Cyril Barbas e si apre con una frase particolarmente illuminante del sociologo statunitense Alvin Toffler: “Gli analfabeti del XXI secolo non saranno quelli che non sanno né leggere, né scrivere: saranno quelli che non sanno apprendere, disapprendere, riapprendere”.
Gli studiosi che vi intervengono, in ordine di apparizione, e sperando di non averne trascurato alcuno, sono:
Marianne Michel, dottore e docente egittologia
Jan Pierre Adam, archeologo ed architetto presso il CNRS
Alexis Seidoux, storico ed archeologo
Irna Osmanovic, professoressa di storia
Frank Monnier ingegnere del CNRS, specializzato in architettura egizia
Proprio all’intervento di quest’ultimo si riferisce l’estratto dal documentario. Ricordate che ci eravamo lasciati con l’esperimento di Burgos e Laroze, che hanno cavato blocchi di calcare utilizzando attrezzi che erano l’esatta replica di quelli degli antichi egizi? Bene questo artigiano che lavora la pietra secondo metodi antichi, dimostra che anche una roccia molto più dura e compatta come il granito poteva essere lavorata con scalpelli di rame (quello utilizzato dagli egizi, veniva reso di circa un 20-30% più resistente con l’aggiunta di arsenico). La dimostrazione viene fatta utilizzando scalpelli moderni, trattati al tungsteno, più tradizionali, forgiati in ferro, ed infine in rame, come quelli utilizzati nell’antichità. Si parte dal calcare, per poi affrontare il granito e a, parte la velocità di esecuzione, si riesce ad aver ragione della pietra in ogni caso. Addirittura, su granito, lo scalpello di rame, con il taglio deteriorato, permette un lavoro di rifinitura molto sottile ancorché lento. E non si ferma qui il nostro artigiano, dimostra perfino come fosse facile, e relativamente poco faticoso, il lavoro di politura del granito semplicemente utilizzando una pietra abrasiva e dell’acqua. Buona visione!
Un grande studio, condotto dai geologi Dietrich e Rosemarie Klemm*, ha dimostrato che la maggior parte dei materiali che costituiscono la struttura muraria delle piramidi, proviene essenzialmente da cave locali. La scelta di impiantare un cantiere per la costruzione di questi monumenti era determinata, in primo luogo, dall’esistenza di un giacimento di calcare nelle immediate vicinanze. Ci sono cave che sono ancora chiaramente visibili sulla piana di Giza, a sud est e a nord della piramide di Chefren così come ad Abu Rawash (circa 8 Km. a nord) nei pressi della piramide incompiuta di Redjedef, suo predecessore (Immagine n. 1).
Per adornare sepolture e templi, i responsabili dei lavori si spinsero ben oltre, fino ad intraprendere lontane spedizioni. Sappiamo, ad esempio, che il calcare fine rivestiva le facce delle piramidi. Un materiale di questo tipo era piuttosto raro e le cave si trovavano in località situate ad una certa distanza dalla sponda opposta del Nilo. Fu così che, a partire dal regno di Snefru si cominciarono a sfruttare i giacimenti di Mokattam, Tura e Maasara, tutti localizzati sulla riva orientale del Nilo presso gli attuali sobborghi meridionali del Cairo. Altrettanto ricercate, a partire dalla fine dell’Antico Regno erano le rocce (calcare, grovacca e granito) presenti nello Wadi Hammamat, nel Deserto Orientale dell’Alto Egitto. Ci sono innumerevoli iscrizioni che conservano il ricordo di gigantesche spedizioni. Enormi blocchi furono estratti e trasportati su slitte per decine di chilometri da squadre composte da centinaia o addirittura migliaia di uomini.
Le pietre più dure, come il granito rosa e la granodiorite, erano estratte dalle grandi cave di Aswan a più di 800 Km. di distanza a sud della regione di Menfi. Inizialmente utilizzato in quantità limitata nella piramide di Djoser, il granito cominciò ad acquisire una considerevole importanza sotto il regno di Cheope, fino ad essere estratto su vasta scala sotto il regno di Chefren. Dei rilievi rinvenuti lungo la via ascensionale di Unas (V Dinastia), illustrano il trasporto per via fluviale (Immagine n. 2) di colonne e cornici monolitiche di granito destinati ad adornare il Tempio Alto.
Al Cairo è conservata una stele di Uni (Immagine n. 3), un alto funzionario attivo durante il regno di Merenre (VI Dinastia), che ci informa del carico di elementi architettonici per la piramide del suo sovrano. Da questo testo apprendiamo che la calcite (alabastro egiziano), veniva estratta ad Hatnub, poco a sud-est dell’odierna Tell el-Amarna (laddove, quasi un millennio più tardi, sarebbe sorta Akhetaton, la capitale voluta dal faraone “eretico” Akhenaton). In questa cava una roccia incisa conserva anche un’ iscrizione a nome di Cheope.
Durante l’Antico Regno il gesso era un materiale indispensabile per la preparazione di malta ed intonaci. Veniva estratto nella località di Umm el Sawwan e nord-est dell’oasi del Fayyum. La posizione privilegiata di queste cave rispetto al sito delle grandi piramidi, induce a credere che sia stata una delle principali risorse all’enorme quantità di malta impiegata: circa 500.000 tonnellate per la sola Grande Piramide.
Lo gneiss fu, invece, utilizzato per modellare le statue del tempio di Chefren. Questa roccia metamorfica, veniva da molto lontano: precisamente dal Gebel el-Asr, in un luogo chiamato, non a caso, “le cave di Chefren” (immagine n. 4-5), in Nubia, nel deserto occidentale, circa 65 Km. a nord-ovest di Abu Simbel. Una stele recante il cartiglio di Cheope attesta lo sfruttamento di questa cava già sotto il suo regno.
Il basalto, utilizzato per pavimentare i templi funerari, fu probabilmente estratto a nord del Fayyum nella località di Widan el-Faras. Qui, sono presenti, infatti vestigia di una remota via lastricata che collegava questa cava alle antiche rive del lago. (immagine n. 6).
Tutti questi materiali da costruzione, non si sarebbero mai potuti cavare e modellare in assenza del rame, indispensabile per la produzione delle migliaia di utensili che dovevano essere messi a disposizione di scalpellini e falegnami. Veniva estratto sicuramente dalle miniere sinaitiche di Serabit el-Khadim nel Wadi Maghara (sfruttate anche per i giacimenti di turchese) e forse pure a Timna nell’odierna Isralele. Numerosi sovrani dell’Antico Regno fecero incidere il proprio nome sulle rocce del wadi, commemorando le azioni punitive intraprese nei confronti dei Beduini che minacciavano di continuo le attività egiziane nella regione. Considerata la fondamentale importanza strategica e produttiva delle miniere, ben si comprende perché gli egizi avevano eretto delle postazioni fortificate nei pressi della piana costiera di el-Marka, di fronte al porto di Wadi el-Jarf, situato sulla riva opposta del Mar Rosso. Quel porto assicurava l’interscambio dei prodotti importati verso la regione di Menfi, attraverso il Wadi Araba, ed il Medio Egitto.
Un altro materiale di cui c’era bisogno ed in quantità ingenti era il legno. Si utilizzavano essenze locali, come legno di palma o sicomoro per rinforzare le rampe e le vie di trasporto, ma anche acacia, palma Dum e Ziziphus, per costruire imbarcazioni destinate al trasporto dei materiali da un capo all’altro dell’Egitto. Grande importanza rivestivano le essenze esotiche, come l’abete della Cilicia e soprattutto il cedro, importati dalle estese conifere presenti presso i confini del Libano, particolarmente adatte per la realizzazione di grandi strutture intelaiate e leveraggi di manovra. In particolare, il cedro era molto ricercato per assemblare le imbarcazioni reali. Dagli annali incisi sulla Pietra di Palermo siamo informati che durante l’anno precedente il settimo censimento del re Snefru, fu acquistato il legname necessario alla costruzione di due imbarcazioni lunghe 100 cubiti (52,40 metri) e in un altro punto è menzionato il rientro di quaranta natanti carichi di conifere.
Appare evidente che lo sforzo maggiore era concentrato sullo sfruttamento dei giacimenti locali, ma altrettanto chiaro risalta che l’allestimento di un enorme cantiere necessitava di materiali che gli antichi non esitarono a procurarsi dalle più lontane località del Regno, e persino oltre confine, attraverso una fitta rete di scambi commerciali (Immagine n. 7).
Fonte: Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte” ed. Faton , Dijon, 2021, pp. 218÷220
* Rosemarie Klemm e Dietrich D. Klemm autori di uno studio pubblicato in tedesco nel 1993 con il titolo “Steine und Steinbrüche im Alten Ägypten” (Pietre e cave nell’Antico Egitto). Hanno donato al British Museum una collezione di campioni di roccia provenienti da siti e cave sparsi in tutto l’Egitto, nonché da monumenti egiziani.
TAGLIO E SAGOMATURA DEI MATERIALI
Gli egizi misero a punto diverse tecniche per estrarre le pietre, tagliarle e modellarle, talvolta con precisione millimetrica. Le numerose tracce lasciate da cavatori e scalpellini hanno permesso di comprendere in larga misura i procedimenti adottati nell’antichità. Solo una profonda ignoranza dell’argomento spinge ancora molti ricercatori “alternativi” ad attribuire agli antichi costruttori metodi anacronistici o peggio fantasiosi. Una delle teorie che ha avuto maggior risonanza mediatica è quella che ipotizza che avessero inventato una tecnica di ricostituzione della pietra, come, ad esempio, nella realizzazione del calcestruzzo moderno. Il suo autore, Joseph Davidovits, parte dal concetto (o meglio preconcetto) che fosse impossibile, con gli attrezzi dell’epoca, scolpire vasi e statue in materiali così duri come il granito o lo gneiss. La sua idea di una pietra “ri-agglomerata” sarebbe, secondo lui, del tutto adeguata a fornire una spiegazione alla statuaria colossale e alla costruzione delle piramidi. Si risolverebbe così anche il problema legato al trasporto dei blocchi più pesanti dal momento che non bisognava fare altro che “fabbricarli” sul luogo prescelto. Per dare credito ad un simile assunto, bisogna completamente ignorare sia le testimonianze che ci hanno lasciato gli stessi egizi, sia le tracce rinvenute dagli archeologi. Non solo, infatti esistono numerose relazioni dell’epoca che descrivono l’origine e il trasporto dei blocchi, ma in tutto il Paese sono presenti innumerevoli cave, segni di taglio, resti di utensili e persino evidenze delle tacche realizzate nelle rocce per potervi inserire delle leve. Invece, non sono mai stati rinvenuti getti di “calcestruzzo”, né resti di cassaforma, né di qualunque altra cosa che possa ricondurre ad una simile idea. Oltretutto, la teoria presenta una grande incongruenza: i suoi estimatori, ammettono, infatti, che gli Egizi erano capaci di procurarsi milioni di tonnellate di roccia ridotta in polvere nell’intento di ricostituirla attraverso un procedimento simile a quello del calcestruzzo. Con quali mezzi non è dato sapere, e ancor più, quando parliamo di pietre dure, se non potevano estrarle, figuriamoci triturarle! Di conseguenza, si trovano nella condizione in cui devono indirettamente ammettere che gli Egizi potevano intervenire efficacemente su qualunque tipo di roccia, mentre l’assunto iniziale é esattamente il contrario. In pratica, diventa valido proprio il punto che intendono correggere. Senza contare, a parer mio, l’inconfrontabile maggiore richiesta di tempo che avrebbe richiesto l’impiego di una simile tecnica (a meno di non utilizzare la dinamite!).
Le evidenze archeologiche, in realtà, ci raccontano tutt’altro. Nel corso degli scavi sono stati riportati alla luce innumerevoli utensili collegabili alla lavorazione della pietra (Immagine n. 1).
Sappiamo che a partire dal Medio Regno cominciarono ad essere diffusi attrezzi in bronzo, ma l’utilizzo di quelli in rame, per intervenire sulle pietre più tenere (gres e calcare) rimase comunque prevalente per tutta la durata dell’epoca faraonica. Le rocce più dure (granito, grano diorite, quarzite, ecc.), non potendo essere aggredite da strumenti di rame, obbligarono ad adottare altri mezzi. L’accessorio più ricorrente era un percussore di pietra (solitamente di dolerite), di forma sferica oppure ovoidale di cui sono stati ritrovati diversi esemplari sparsi al suolo nelle antiche cave di granito rosa di Assuan, ma anche negli scavi nei pressi delle piramidi di Djoser e di Giza e curiosamente in uno dei canali “di aerazione” della Piramide di Cheope.
Alcune scene della tomba di Rekhmira (Gourna, Tebe ovest, XVIII Dinastia) illustrano il loro utilizzo su delle sfingi in calcare e su colossali statue di granito. Alcuni di questi utensili avevano la forma di un pestello con delle anse laterali per impugnarli meglio. Il loro peso poteva variare da qualche chilo a diverse decine di chili. (Immagini nn. 2 e n. 3) .
I lavori di Somers Clarke e Reginald Engelbach, hanno chiarito il ruolo avuto da questi strumenti sull’obelisco incompiuto di Aswan (Nuovo Regno, XVIII Dinastia) (Immagine n. 4).
Benché quest’opera sia posteriore di circa un millennio alle grandi piramidi, ciò nondimeno il metodo di estrazione costituisce una perfetta immagine delle capacità degli egiziani dell’Antico Regno. Sappiamo infatti che grandi obelischi furono già eretti durante quell’epoca. Lo attesta un’iscrizione di Sabni (VI Dinastia, tomba di Qubbet el-Hawa nei pressi di Aswan) (Immagine n. 5): “La Maestà del mio Signore, mi ha inviato a costruire due imbarcazioni nel Paese di Uauaut (regione della Bassa Nubia) per trasportare verso Nord, a Heliopolis, due obelischi” (trad. Alessandro Roccati).
La percussione non era limitata soltanto all’estrazione nelle cave poiché, generalmente, gli elementi da impiegare nella costruzione arrivavano ai cantieri, in attesa di essere rifiniti, solo rozzamente squadrati e con sporgenze agli spigoli.
Sottilissimi tagli longitudinali lasciati su blocchi e statue sembrano, a prima vista, testimoniare l’utilizzo di seghe, ma gli unici strumenti a disposizione degli Antichi Egizi, anche se dentati, non erano in grado di tagliare in questo modo le pietre più dure. Anche vasi scolpiti nei materiali più disparati durante il periodo predinastico ed arcaico, presentano segni di questo tipo. Le migliaia di vasi rinvenuti in una delle gallerie della piramide di Djoser testimoniano di un’abilità e di una tecnica sbalorditiva di cui erano in possesso gli artigiani al servizio del sovrano e della sua corte. Il mistero che circondava il metodo di scultura impiegato ha potuto essere svelato grazie allo studio di alcuni esemplari la cui esecuzione non fu completata. La sagomatura e la lucidatura esterna venivano realizzate per mezzo di lame, schegge di selce e pietre abrasive. Lo scavo della parte interna ha lasciato, a volte, un vuoto di forma cilindrica e delle pareti sottilmente rigate. Siccome nei campioni esaminati questa operazione era stata interrotta, si è potuto capire che il taglio fu eseguito con una sorta di sega tubolare per poi staccare ed estrarre il nucleo ancora saldato al fondo. La tecnica prevedeva sicuramente l’associazione di una sabbia abrasiva. L’attrito esercitato dal rame in movimento sulla pietra ricoperta di sabbia faceva si che l’attrezzo si comportasse come un trapano cilindrico, consumando gradualmente la superficie di contatto.(Immagine n. 6-7).
Questa tecnica, che esigeva un enorme impiego di tempo, (come l’utilizzo dei percussori in pietra, del resto), spiega perfettamente la presenza delle sottili striature di cui sopra.
Per tagliare i blocchi, invece, è probabile che venisse impiegata una lunga lama in rame che grazie al ripetuto movimento di va e vieni, e con l’aiuto di una sabbia abrasiva, produceva lo stesso risultato. Si poteva così separarli in due parti, molto più rapidamente che con l’uso dei percussori in pietra. Questo procedimento, ovviamente, poteva essere attuato solo in presenza di blocchi già completamente liberati dalla roccia, ma il vantaggio era duplice: non solo la quantità di materiale perduto durante il taglio era incomparabilmente minore rispetto a quello provocato dalla percussione, ma una volta segati, gli elementi risultanti potevano essere riposizionati fianco a fianco nell’edificio senza ulteriori interventi, in quanto perfettamente combacianti.
Il ricercatore Denys A. Stocks ha stimato che il taglio, lo scavo e la finitura del sarcofago di Cheope dovette richiedere almeno 28.000 ore di lavoro e cioè pressappoco due anni considerando tre artigiani impegnati nel compito per 12 ore al giorno. Una rotazione di più squadre occupate giorno e notte poteva ridurre la durata di un anno. Queste stime si riferiscono al trattamento delle pietre più dure e ne consegue che l’impiego di un certo numero di lavoratori nel trattamento di un blocco di granito doveva avere costi considerevoli, anche in termini di tempo e di materiali. I blocchi di finitura dimostrano che gli Egizi ottimizzavano le procedure in maniera estremamente razionale: al fine di portare a compimento i grandiosi progetti che venivano loro affidati si limitavano a realizzare il minimo indispensabile. Le coperture di granito o basalto venivano poste in opera soltanto sulle parti a vista (giunzioni e facciate), per cui si preferiva adattare e rifilare i blocchi calcarei contro i quali venivano disposti, dopo aver riempito, se necessario, gli interstizi più ampi con malta e frammenti di calcare.
Fonte: Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte” ed. Faton , Dijon, 2021, pp. 220÷223
IL TRASPORTO DEI MATERIALI PER VIA FLUVIALE
Il trasporto di elementi di modeste dimensioni, non costituiva certo un problema: mattoni e piccole pietre si potevano agevolmente trasferire a forza di braccia o in spalla oppure su barelle; ne abbiamo numerose testimonianze nelle raffigurazioni di scene della vita quotidiana degli antichi egizi. Quando non si ricorreva alle vie navigabili, per gli spostamenti su lunghe distanze si utilizzavano animali da soma, in particolare asini. Il problema si poneva con i blocchi di grandi dimensioni, il cui peso poteva variare da qualche tonnellata a diverse centinaia di tonnellate. Per alcuni di questi elementi, inoltre, bisognava affrontare i rischi e gli oneri di una lunga traversata del paese. Il tragitto, in questi casi, veniva coperto per via fluviale, approfittando della corrente del Nilo viaggiando da sud a nord, mentre per la risalita si sfruttavano le vele gonfiate dai venti favorevoli. Viaggi e trasporti, rappresentati nell’iconografia egizia, sono nella stragrande maggioranza associati alle vie navigabili delle quali il Nilo costituiva, ovviamente l’arteria nevralgica. Le acque di questa rete di comunicazione dovevano sicuramente essere solcate da una miriade di imbarcazioni stipate di calcare fine di Tura oppure di granito rosa prelevato dalle lontane cave di Aswan. Purtroppo, ci sono pervenute solo poche testimonianze figurative su questi tipi di convogli; i più espliciti, tra quelli rapportabili al contesto costruttivo delle piramidi, sono quelli rinvenuti su alcuni blocchi incisi della via processionale di Unis, ultimo sovrano della V Dinastia, a Saqqara. (Immagine n. 1).
Altrove, a Giza, La mastaba di Senedjemib-Inti, visir e responsabile di tutti lavori reali di Djedkara-Isesi (padre e predecessore di Unis) contiene dei rilievi che descrivono un battello su cui e caricato un sarcofago ed il suo coperchio. Il testo che l’accompagna ci informa che suo figlio Senedjemib-Mehi, ottenne dal suo re il privilegio per suo padre di essere inumato in un sarcofago in calcare fine di Tura (Immagini nn. 2-3).
Immagine n. 3 Scena del trasporto di un sarcofago monolitico in calcare di Tura per Senedjemib-Inti (immagine reperita sul Web, autore non trovato).
Anche grazie alla biografia di Uni (Weni), come abbiamo visto, veniamo a sapere dettagli sul numero di imbarcazioni e dei canali che fece scavare per trasportare elementi in granito di Assuan. La costruzione di tre imbarcazioni lunghe circa 42 metri, di una grande zattera lunga 31 metri e larga 16, così come di altri natanti per l’assistenza, lascia ben comprendere quanto potessero essere imponenti queste spedizioni e quanto evidenziassero, la determinazione e lo spirito che le videro navigare cerimoniosamente verso nord.
E’ posteriore di diversi secoli la scena che ci narra del trasporto di due grandiosi obelischi di granito fatta incidere da Hatshepsut, il faraone donna della XVIII Dinastia, nel tempio di Deir el-Bahari: rappresenta una gigantesca chiatta trainata da una flotta di barche rimorchiatrici. Resta, al momento, l’illustrazione più clamorosa di questi tipi di convogli. La lunghezza dell’imbarcazione principale è stata stimata di circa 80 metri e gli obelischi trasportati, in ragione dei loro 28 metri di altezza, sono tra i più grandi mai eretti (Immagine n. 4).
Sempre restando nel Nuovo Regno, l’architetto Ineni ci ha lasciato testimonianza della costruzione di una singola chiatta lunga 63 metri e larga 21, per il trasporto di una coppia di obelischi per il suo faraone Tuthmosi I. Quello superstite, ancora presente nel tempio di Karnak dimostra che erano alti 20 metri ciascuno per un peso totale di 260 tonnellate. Purtroppo, non ci è pervenuto alcun documento che ci permetta di risalire ai procedimento di imbarco e sbarco dei materiali. Esiste una splendida scena incisa che descrive il carico di enormi stele presso le cave del djebel el-Silsila (Immagine n. 5) destinate al Ramasseum, ma sfortunatamente non fornisce alcun dettaglio tecnico.
Volendo prestar fede alle parole di Plinio il Vecchio (che, ricordiamolo, sono posteriori di circa 1.300 anni), gli elementi più voluminosi venivano caricati su chiatte dislocate in un canale previsto appositamente per questo tipo di operazioni. Molto probabilmente lo scavo dei canali di cui ci informa Uni (Weni) nella sua biografia, può avere un legame con questa procedura. Ad ogni modo, è solo la documentazione più tarda del Nuovo Regno ad offrirci elementi di informazione in merito alla gestione del trasporto dei blocchi per via fluviale.
Una serie di ostraca ci ragguaglia sul numero di imbarcazioni necessarie per la consegna di pietre destinate al cantiere del Ramasseum, il “Tempio di Milioni di Anni” di Ramses II. Vi è descritto il carico di un numero determinato di blocchi, con le loro precise dimensioni, distribuito minuziosamente sui natanti ognuno dei quali guidato dal suo capitano. Queste flotte erano composte da una decina di natanti la cui capacità media di carico è stata stimata in circa 15 tonnellate (Immagine n. 6).
Questa gestione così rigorosa doveva essere sicuramente un’eco dello spirito logistico e amministrativo che animava i gloriosi antenati dell’Antico Regno.
Fonti: Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte” ed. Faton , Dijon, 2021, pp. 223÷227
IL TRASPORTO DEI MATERIALI PER VIA TERRESTRE
Il trasporto per via terrestre era, invece, molto più problematico. Dopo l’imbarco e lo scarico dei materiali bisognava spostarli a forza di braccia, grazie all’aiuto di funi e slitte in grado di sopportare gli enormi carichi, e progettare piste praticabili nelle cave e nelle zone desertiche. Ci è pervenuta una rappresentazione esplicita di traino di un blocco di pietra adagiato su una slitta, impegnando forza animale. E’ incisa sulla stele del responsabile dei lavori Neferperet (attivo durante il regno di Ahmose, XVIII Dinastia), rinvenuta presso le cave di calcare fine di Maasara e rappresenta tre coppie di bovini che trascinano un grosso blocco di calcare fissato su una slitta (Immagine n. 1).
“[…] Anno di regno 22 sotto la Maestà del re dell’Alto e del Basso Egitto (Ahmose) dotato di vita. Aprire nuovamente le cave. Estrarre il bel calcare di Anu per il suo tempio di milioni di anni[…]. E’ grazie ai buoi riportati […] che si traineranno i [blocchi di] pietra attraverso il paese dei Fenekhu* (Traduz. di Michel Dessoudeix)”.
Questo tipo di documento non è unico, giacché una simile scena di trazione animale, è presente, in un contesto funerario, nella mastaba di Hetepherakhti (V Dinastia). Si sa anche di una spedizione, inviata da Sesostri I in Nubia per estrarre pietre, che aveva al suo seguito mille asini! Più tardi, durante il Nuovo Regno, i faraoni lanciarono delle spedizioni militari verso il Medio Oriente. La stele di djebel Barkal eretta da Thutmosi III riporta che alberi e imbarcazioni venivano caricati su possenti carri trainati da buoi per raggiungere la costa. Sebbene provenienti da contesti diversi queste testimonianze sono di grande interesse e dimostrano, anche se non siamo assolutamente in grado di valutarne la frequenza, che gli animali potevano sostituire l’uomo in determinate circostanze: probabilmente più spesso di quanto le rare documentazioni, attualmente disponibili, facciano supporre.
Il trasporto di carichi pesanti fissati su slitte sembra essere stato la norma, ma non siamo in possesso di alcuna documentazione che ci informi sulle modalità di sollevamento di un blocco su un qualsivoglia veicolo. Sappiamo che l’uso della ruota è attestato già a partire dalla IV o V Dinastia in relazione con la realizzazione di una torre d’assedio (Immagine n. 2); tuttavia non v’è alcuna prova che sia stata impiegata per il trasporto di materiali da costruzione.
D’altra parte, il suolo egiziano, pietroso e sabbioso, si prestava davvero poco ad un suo utilizzo. Qualunque sia stato l’oggetto da spostare (colonna, cornice, sarcofago, ecc.) rimaneva saldamente fissato alle sue slitte, finché non raggiungeva la destinazione finale, anche durante il suo tragitto fluviale a bordo delle imbarcazioni.
Il traino avveniva generalmente grazie alla forza delle braccia, il cui numero dipendeva strettamente dalla massa del carico. Il problema matematico del papiro Anastasi I **, richiama un simile calcolo inteso a determinare il numero di operai necessari a trasportare un immenso obelisco. Sfortunatamente, il documento non ci mostra la soluzione, per cui ignoriamo il coefficiente di proporzionalità che veniva applicato in una situazione del genere. L’egittologo Simon Delvaux ha recentemente dimostrato che le rappresentazioni e i testi a noi noti suggeriscono che adottassero, generalmente, un rapporto di circa 350 Kg. per lavoratore. Ha potuto, inoltre, stabilire che il limo della valle del Nilo, una volta bagnato, diminuiva sensibilmente l’attrito tra le slitte e il suolo (Immagine n. 3). Ovviamente, non bisognava procedere su un terreno eccessivamente intriso, altrimenti si correvano grossi rischi di impantanamento.
Dal Medio Regno, il sito fortificato di Mirgissa (nell’odierno Sudan) disponeva di una simile via di scorrimento; essa permetteva ai natanti di evitare una traversata estremamente pericolosa della seconda cataratta. Lunga in origine 2 Km. e larga almeno 4 metri, questa pista, prima di essere inghiottita dalle acque del lago Nasser, aveva rivelato vestigia il cui studio ha permesso di confermare la tecnica di cui sopra. Era stata rinforzata con l’impiego di molteplici tronchi disposti trasversalmente, annegati nel limo e affioranti in superficie. I segni più o meno profondi che solcano il limo indurito lasciano supporre l’uso di pattini in legno il cui scartamento variava da 1,20 m. a 1,70 m. Si calcolò che queste vie di scorrimento potessero sopportare, in quelle condizioni, carichi di 9 tonnellate.
Alcune vie di trasporto sono state rilevate anche presso i cantieri delle piramidi di Sesostri II a el-Lahun (Immagini n. 4-5) e di Sesostri I e Amenemhat I a Lisht, tutte risalenti alla XII Dinastia, ma, in generale, le evidenze di quelle relative all’Antico Regno restano poco documentate a causa di una carenza di investigazioni accurate.
Se ne hanno testimonianze ad Abusir nelle vicinanze della Piramide Rossa di Dashur, presso la mastaba el-Faraoun a Saqqara e, in misura maggiore, all’inizio delle cave di Hatnub, Aswan, djebel el-Asr e soprattutto a Widan el-Faras (Immagine n. 6).
Altri percorsi sono più simili a rampe. Ne sono stati scoperti di recente nei pressi dell’angolo sud-occidentale della piramide di Cheope; una di queste è lunga e larga 4 metri. La sezione superstite si compone di due muri paralleli; lo spazio tra di essi era stato riempito con macerie. Una strada dello stesso tipo, ma più lunga, con muri di contenimento realizzati con calcinacci legati a malta e distanziati di 5,70 metri l’uno dall’altro, è stata scoperta a sud-est della piramide. Aveva origine a ovest della Sfinge ed era utilizzata per rifornire di materiali il campo delle mastabe orientali. Nei riempimenti intermedi furono scoperti due sigilli di Cheope. Resti di un’altra rampa si trovano ad ovest della piramide di Cheope a ridosso del muro megalitico che separa il suo complesso da quello di Chefren. Essa presenta l’interessante caratteristica di essere direttamente collegata a blocchi di grandi dimensioni, dimostrando che questo doveva essere il metodo con cui gli elementi della costruzione furono sollevati, indipendentemente dalla loro massa (Immagine n. 7).
Ignoriamo completamente come potesse essere il rivestimento superficiale che veniva utilizzato per lo scivolamento. La ridotta larghezza di queste strutture deve aver costretto i progettisti a tenersi lontani dal limo, altrimenti la carreggiata sarebbe stata rapidamente resa impraticabile dal calpestio degli operai.
E’ più probabile che venissero installate delle rotaie in legno incorporate nella pavimentazione che, una volta bagnata, opponeva minore resistenza all’avanzamento delle slitte. Questi dispositivi sono attestati, per il regno di Cheope, a Wadi el-Jarf, dove alcune gallerie-deposito, erano dotate di un simile scivolo per assicurare il posizionamento dei blocchi di chiusura.
* Con il termine Fenekhu, già dall’Antico Regno si indicavano i carpentieri del boscoso Libano, anche se in seguito passò a designare in maniera meno precisa le varie regioni costiere dell’Asia. In epoca tolemaica il geroglifico “Fenekhu”corrisponde al greco Phoiniké (Fonte Edda Bresciani “ Lo Straniero” tratto da “L’uomo egiziano” a cura di S. Donadoni, Ed. Laterza.
** Il Papiro Anastasi I, è un testo letterario scritto da uno scriba di nome Hori e indirizzata a uno scriba di nome Amenemope. Un segmento del documento descrive diversi problemi matematici.
Fonti: Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte” ed. Faton , Dijon, 2021, pp. 223÷227
Edda Bresciani “Lo Straniero” da “L’uomo egiziano” a cura di S. Donadoni, Ed. Laterza pp.247-
IL COLOSSO DI DJEHUTYHOTEP
Parte prima: introduzione.
Numerose civiltà e società antiche coltivarono un’arte legata al megalitismo; tuttavia, le testimonianze che ci hanno lasciato, riguardo alle tecniche utilizzate per spostare carichi molto voluminosi, sono estremamente rare. Tra queste documentazioni, per lo più molto frammentarie, c’è la famosa scena del traino di un colosso dipinta su una parete della tomba di Djehutyhotep, che è stata riprodotta e commentata innumerevoli volte, ma i cui disegni esistenti risalgono tutti al XIX secolo e nessuno di essi offre una riproduzione accurata dei colori originali.* L’obiettivo dell’articolo (Franck Monnier, JAEA 4, 2020), cui faccio riferimento in questa serie di post, è innanzitutto quello di proporre per la prima volta una restituzione completa dell’affresco.** Il lavoro dell’autore, non ha la pretesa di essere definitivo dal momento che una missione epigrafica è attualmente in corso presso l’Università di Lovanio nell’ambito del Progetto Dayr al-Barshā. Questo programma rivelerà sicuramente molti altri dettagli, in particolare sullo stile e sulla resa dei geroglifici e porterà a un disegno dal tratto perfettamente fedele che potrà rendere giustizia alla straordinaria qualità di quest’opera.
Intanto, il magnifico dipinto rinvenuto nella tomba di Djehutyhotep, un governatore vissuto nel Medio Regno durante la XII Dinastia, costituisce una testimonianza veramente unica di come avveniva il trasporto per via terrestre di elementi di enormi dimensioni. Ci fornisce preziose informazioni non solo sulle tecniche di trascinamento su slitta della sua colossale statua, ma anche sulla massa che veniva trasportata e sul numero di individui assegnati a questo compito. E’ fuor di dubbio che le tecniche di trasporto illustrate furono utilizzate anche con i monoliti impiegati nei complessi piramidali dell’Antico Regno.
L’affresco in questione si trova nella cappella situata sotto la tomba di questo “nomarca”, vissuto sotto i regni di Amenenhat II, Sesostri II e Sesostri III che fu scoperta sul finire del XIX secolo a Deir El Barsha, nel Medio Egitto (Immagine n. 1). Immortala il trasporto di una statua colossale con le fattezze del proprietario: un privilegio che si era guadagnato per meriti presso il suo sovrano, quasi sicuramente Sesostri III, l’ultimo sotto il quale svolse il suo ruolo di governatore. La rappresentazione è la più dettagliata, fra quelle di questo tipo, di tutto il repertorio iconografico egizio (almeno sino ad oggi noto) ed inoltre è accompagnata da testi descrittivi che ci offrono preziose informazioni sulle tecniche e la manodopera impiegate in questo tipo di operazioni.
Bisogna dire che le decorazioni della cappella hanno subito gravi danneggiamenti dopo la scoperta. Alcuni frammenti importanti sono stati deturpati, altri si sono sbriciolati a seguito di un terremoto. Tutti questi eventi si sono verificati prima che lo stato del sito fosse documentato dall’egittologo Percy E.Newberry***. Fortunatamente, i rilievi di quest’ultimo potettero beneficiare dell’esistenza di una fotografia amatoriale, scattata poco prima dei danneggiamenti, da un certo maggiore Hanbury Brown.
L’affresco si presenta oggi molto incompleto e il testo che accompagna il trasporto del monolite quasi completamente distrutto (Immagine n. 2).
Eccezionale poi appare, la ricostruzione tridimensionale in un disegno dell’egittologo francese Franck Monnierche chiarisce in maniera intuitiva e anche fortemente suggestiva la scena descritta (Immagine n. 4)
La scena si svolge nella 15.a provincia dell’Alto Egitto (il “nomo” della Lepre), una decina di chilometri a sud-est della collina della moderna città di El-Ashmunein, l’antica Hermopolis Magna. Il prezioso carico, montato su una slitta, è trainato da un corpo di 172 giovani assoldati, provenienti da tutta la regione e riuniti per l’occasione. Il dipinto li rappresenta divisi in otto file parallele di 43 individui in quattro registri sovrapposti. Nel registro più alto sono raffigurati giovani che corrono agitando steli di palma: l’artista ha voluto enfatizzare la dinamica del popolo festante che esprime il proprio entusiasmo per il maestoso carico e il suo imponente convoglio.
Un “cantante”, in piedi sulle ginocchia della statua, batte le mani scandendo il ritmo per coordinare i movimenti dei partecipanti e garantire una velocità costante.
Nel registro inferiore, sotto la statua, si trovano due gruppi di tre servitori. Il primo gruppo trasporta due brocche d’acqua grazie all’utilizzo di un bilanciere. Quello successivo porta sulle spalle una pesante tavola con la parte superiore rozzamente intagliata.
L’ interpretazione dei testi che accompagnano il dipinto, che è stato possibile ricostruire ed analizzare pressoché integralmente grazie alla foto amatoriale cui si è fatto cenno in precedenza, ha fornito materiale prezioso per la comprensione delle tecniche utilizzate dagli Antichi Egizi.
Parte seconda: Ricostruzione delle tecniche di trasporto
Dietro la statua è menzionato il responsabile delle operazioni. Si tratta dello scriba Sepi, figlio di Khetiankh. Anche un intendente, che risponde al nome di Neheri, ha avuto il privilegio di essere ricordato: evidentemente, dovette svolgere un ruolo importante durante l’esecuzione del progetto.
La statua è descritta come alta 13 cubiti, vale a dire circa 6,80 metri. Djehutyhotep è raffigurato seduto su un seggio con schienale e zampe di leone ed è specificato che la scultura è realizzata con “pietra di Hatnub”, cioè di travertino*. Il tutto è saldamente imbrigliato con una corda e montato su una slitta con pattini ricurvi nella parte anteriore e smussati in quella posteriore.
Il tracciato (caratteristiche, percorso e destinazione)
È scritto che il tavolato raffigurato sotto la slitta (definito come “pezzi di legno per il percorso di trasporto“) era destinato a essere collocato sul sentiero appositamente preparato, ma mancano i dettagli per definirne l’uso preciso (potrebbe trattarsi di traversini, cunei di bloccaggio, elementi dentati antiscivolamento oppure di leveraggi ?). Tutte queste ipotesi sono state avanzate a causa della mancanza di dettagli e, va precisato, senza molte prove. I numerosi percorsi e le rampe dotate di traversini finora scoperti, fanno ragionevolmente propendere, per la realizzazione di un’apposita pista su cui far scorrere la slitta**. Considerato che il convoglio aveva alcune decine di chilometri da percorrere, è impensabile che la strada fosse dotata di tali componenti per tutta la sua lunghezza. Era necessario, quindi, un graduale smantellamento e riposizionamento in avanti dei vari elementi. Alcuni bassorilievi assiri illustrano bene questa tecnica, che consisteva nel montare e smontare il tracciato per il trasporto di una statua colossale (Immagini nn. 1-2).
Inutile rimarcare che i due gruppi di tre individui non possono essere considerati come effettivamente rappresentativi del loro numero. “Tre”, infatti, nell’iconografia e nella scrittura egizia, sottintende il plurale e lo scriba incaricato di sovrintendere alla decorazione ha semplicemente utilizzato questa convenzione per sfruttare lo spazio disponibile. Questo artista, “scriba delle forme (o dei contorni)” ricopriva anche la carica di sacerdote-lettore. L’iscrizione ci informa che il suo nome era Horimeniankhu, ed é raffigurato davanti al colosso, mentre compie un gesto di incensazione. Un’altra figura, questa volta anonima, versa acqua da un vaso nella parte anteriore del slitta. Questo tema iconografico, relativamente frequente, illustra un dettaglio molto significativo riguardo alla tecnica utilizzata per lo spostamento di carichi particolarmente pesanti. Inizialmente, fu interpretato da Newberry, come un atto rituale di purificazione***, ma in realtà serviva ad inumidire il tracciato allo scopo di ridurre gli attriti e, conseguentemente, diminuire l’entità degli sforzi durante l’avanzamento. Il personaggio incaricato dell’operazione si riforniva regolarmente dai portatori d’acqua che erano al seguito. Non doveva preoccuparsi di bagnare l’intero tracciato (anziché facilitare il compito di coloro che trainavano, lo avrebbe inevitabilmente vanificato), ma solo concentrarsi sulle parti a contatto con la strada. L’aggiunta di fango avrebbe sicuramente aumentato l’effetto di scivolamento****, ma poteva essere impiegato solo su un’area limitata per evitare di trasformare l’intera larghezza della pista in uno terreno impraticabile ed inoltre, ciò era possibile e probabile solo quando il trasporto avveniva non lontano dal fiume e non di certo su piste nel deserto. L’uso di olio, talvolta proposto, è assolutamente infondato, non fosse altro che per la spropositata quantità che si sarebbe dovuto produrne per rifornire cantieri giganteschi come, ad esempio quelli delle grandi piramidi.
Veniamo anche informati del coinvolgimento degli abitanti della regione che, considerata l’entità dell’impresa, richiedeva tutte le forze disponibili per essere portata a termine. Invece di essere costretti a svolgere il compito, i cittadini prendevano parte all’azione, orgogliosi di contribuire al suo successo. Il favore che il loro governatore aveva acquisito presso il sovrano valeva anche per loro.
Il testo principale, dipinto sulla sinistra della scena, offre alcune informazioni sullo svolgimento del trasporto, senza tuttavia essere sufficientemente chiaro e preciso per poterne ricavare uno scenario dettagliato e una ricostruzione accurata. In particolare, apprendiamo che il terreno non era praticabile e che dovette essere opportunamente preparato da una squadra di cavatori e da soldati chiamati a rinforzo.
Del colosso, oggi non ne rimane traccia, tanto che alcuni dubitano che sia mai stato realizzato, almeno nelle proporzioni evocate dal dipinto*****. Respingendo una posizione così estrema, la maggior parte degli studiosi ha discusso sulla posizione del colosso, il suo percorso e la tecnica di trasporto. Khemenu, l’antica Hermopolis Magna, sull’ odierna collina di El-Ashmunein, si trova sulla sponda occidentale, dall’altra parte del fiume rispetto a El-Bersheh, mentre la necropoli si trova sul lato orientale, dalla stessa parte della cava. La scelta dell’una o dell’altra destinazione equivale quindi a prendere in considerazione l’uso del trasporto via fiume oppure a escluderlo. Nel primo caso bisognava disporre di una flotta specializzata che avrebbe reso le tecniche da utilizzare molto più complesse (imbarco, sbarco, controllo della navigazione della chiatta, ecc.) e costose. Se fosse stato così, ci si sarebbe aspettati di ritrovare riferimenti in merito rappresentati su uno dei muri della cappella. In realtà nulla di tutto ciò vi compare. Vengono sì menzionate nei testi e rappresentate nelle scene, imbarcazioni, ma si tratta semplicemente di natanti ordinari adibiti al trasporto di tutt’altro carico.
La documentazione è invece, del tutto compatibile con una spedizione esclusivamente terrestre. Nel registro inferiore i giovani soldati del nomo orientale ci informano che il convoglio aveva raggiunto la città di Tjerti (sicuramente la destinazione finale), che potrebbe essere identificata con la località nota come al-Tūd, un quartiere a sud di Deir el-Bersheh, situato a 1500 metri a ovest della necropoli dei governatori, ai margini dell’antico letto del fiume. È da questa sponda del Nilo che provengono i protagonisti che celebrano l’arrivo della statua. Il convoglio si sarebbe diretto dalla cava, verso il Nilo per una quindicina di chilometri per aggirare un ripido rilievo, poi avrebbe puntato verso nord, seguendo la riva per un tratto di pari lunghezza fino a raggiungere il porto di Tjerti, e finalmente pervenire ad un luogo di culto degli antenati, situato non molto al di sotto della necropoli dei dignitari. È durante la seconda fase del viaggio che la squadra avrebbe avuto il significativo ruolo di rifornire e assistere le truppe che stavano procedendo faticosamente lungo la sponda del fiume.
Le scene e i testi della Cappella di Djehutyotep si concentrano sull’edificio che doveva ospitare questo gioiello: la cappella del “Ka”, che viene designata col nome di: “L’amore di Djehutyhotep nel nomo della Lepre è duraturo” e non va confusa con la tomba stessa.
La cava di Hatnoub, da cui è stata estratta la statua, si trova a una ventina di chilometri a sud-est, nel deserto orientale. Un’antica rete di strade collegate a questo sito è stata scoperta nei pressi di Deir el-Bersheh, nell’area della necropoli del Medio Regno dove è ubicata la tomba di Djehuthyhotep. Va notato che, oltre alla presenza del toponimo Tjerti, le iscrizioni fanno costantemente riferimento alla tomba nel contesto della scena. È quindi molto probabile che la statua si trovasse nelle vicinanze, in modo che i fedeli potessero rendere omaggio al loro signore nei pressi della sua dimora eterna, deponendovi delle offerte (Immagine n. 3)
*Spesso la pietra di Hatnub viene identificata in maniera non corretta come alabastro o calcite.
** Arnold (1991), Monnier (2017). Confronta anche il sistema di “binari” che permettevano di far scivolare sopra i grossi blocchi di chiusura per le gallerie di Wadi el-Jarf (Taillet, Marouard e Laisnay, 2012) https://laciviltaegizia.org/…/il-sito-di-wadi-el-jarf…/
*** Newberry e Fraser (1895), p.20. La questione è ancor oggi dibattuta dagli studiosi di tribologia (la scienza che si occupa dell’interazione tra organi in movimento valutandone aspetti come l’attrito, l’usura, la lubrificazione ecc.). Alcuni ammettono come possibile l’ipotesi di lubrificazione con acqua (Dowson, 1988), altri la respingono decisamente (Nosonovsky, 2007). Questi ultimi, tuttavia, si basano solo sulla visione obsoleta di Newberry, mentre la documentazione ha permesso di stabilire che si tratta effettivamente di un gesto tecnico (Delvaux,2018).
**** Una lunga strada costituita di traversine ricoperte di fango è stata scoperta a Mirgissa in Nubia. Si trattava di uno scivolo per trainare le imbarcazioni via terra per superare la cateratta.
***** Ad esempio Pieke (2016). Questa presa di posizione appare piuttosto strana. Secondo Gabriele Pieke, l’immagine del nomarca sarebbe stata ingigantita e l’avvenimento “drammatizzato” per esaltarne l’impatto. Una simile enfasi è attestata altrove, ma nessuna, che si sappia, racconta un evento così preciso e così ricco di dettagli: nei casi più spinti si limita a esaltare le caratteristiche del personaggio. E’ del tutto evidente che la scena in questione va ben oltre tale intendimento.
* John Gardner Wilkinson aveva realizzato un acquerello della scena (è riprodotto in Málek e Baines, 1981, pp 126-127). Si tratta però di uno schizzo veloce e non di una riproduzione in senso stretto. Furono eseguiti altri acquerelli più dettagliati, ma mai pubblicati. Alcuni di questi sono stati resi disponibili sul sito web del Griffith Institute.
** A partire dalle foto del Maggiore Hanbury Brown, dai rilievi di P.E. Newberry e da una recente fotografia di Marleen De Meyer.
***Percy Edward Newberry (Londra, 23 aprile 1869-Godalming, 7 agosto 1949) è stato un egittologo britannico. Approdato in Egitto nel 1891 con una spedizione del British Museum condusse scavi archeologici nelle necropoli di Beni Hassan e Deir el-Barsha fino al 1894 e poi fino al 1905 in altri siti egizi. (Fonte Wikipedia.org)
Parte terza: posizionamento della statua sulla slitta.
Il testo descrive la statua come un blocco rettangolare, lasciando supporre che durante il trasporto fosse soltanto sbozzata. Anche se la scena la raffigura del tutto rifinita, ciò non significa che avesse già questo aspetto durante il trasporto. Si tratta più che altro di una convenzione artistica dal momento che l’intento è quello di presentare un ritratto del dignitario nel modo migliore e non di certo incompiuto. L’ipotesi è supportata dall’attenzione che è stata posta nel raffigurare i dettagli (tratti del viso, capelli, barba) che è molto ragionevole pensare siano stati aggiunti all’ultimo momento, solo una volta che la statua fosse giunta a destinazione. Del resto, è ben comprensibile come un lungo percorso, attraverso una pista accidentata, avrebbe facilmente danneggiato la superficie del monumento. Altra osservazione, quasi del tutto ovvia, riguarda il posizionamento del monolite durante il trasporto. Per motivi di praticità è facile intuire, come la movimentazione di un enorme carico, sia molto più agevole se distribuito in lunghezza. Sarebbe davvero sciocco, rischiare pericolosissime oscillazioni, in particolare quando si affrontano terreni sconnessi e tortuosi. Molto più naturale ritenere che la statua sia stata trasportata distesa su un fianco e portata in posizione eretta al termine delle operazioni o, in alternativa, raddrizzata solo nell’immediatezza della fine del viaggio per apportare gli ultimi ritocchi e percorrere l’ultimo tratto in maniera più solenne e scenografica.
In effetti, la scena rappresentata ricorda una parata; una celebrazione in cui la folla omaggia il suo nomarca. Pertanto, il contesto lascia intendere che la statua sia stata raddrizzata e, probabilmente le ultime centinaia di metri furono percorse con la partecipazione di una processione festosa, forse anche rituale, composta da persone accorse da tutta la regione. Le scene della tomba mostrano inoltre, che le offerte erano già state deposte nella cappella, pronte ad ospitare la gigantesca statua di Djehutyhotep. E’ in una simile atmosfera che dovettero svolgersi le ultime operazioni, mentre profumi di incenso imbalsamavano l’aria e si tessevano lodi e canti.
La statua fu portata lentamente sino al suo piedistallo e qui gradualmente rimosse le traversine poste sotto la slitta per far sì che le guide laterali, spostandosi in avanti si posizionassero ai lati dello zoccolo su cui il monumento avrebbe trovato la sua definitiva collocazione. Ben si comprende che una tecnica simile non poteva essere adottata quando si trattava di spostare e posizionare giganti da 750 tonnellate come, ad esempio, nel caso del colossi di Memnone o del Ramasseum, che richiedevano installazioni di rampe e piani inclinati. Ma nel caso della statua di Djehutyhotep, sebbene di proporzioni abbastanza inusuali, la massa non costituiva un ostacolo per questo tipo di manovra. Con un’altezza di 6,80 metri, il blocco grezzo della statua di Djehuthyotep doveva pesare circa 80 tonnellate e circa 70 tonnellate una volta scolpito.*
L’affresco mostra il colosso trainato da 172 uomini, fornendo un’idea della distribuzione delle forze in gioco. Prendendo la scena alla lettera, bisogna concludere che ogni individuo doveva essere in grado di spostare 407 kg. Un recente studio condotto da Simon Delvaux (2018), sulla base di una serie di documenti egiziani, ha portato a concludere che il numero dei lavoratori impiegati rispondeva ad una regola di proporzionalità, secondo la quale ogni persona era in grado di spostare circa 340 Kg. Si trattava di un coefficiente medio, uno standard che probabilmente rifletteva una realtà pratica e non solo una convenzione artistica. Gli esperimenti condotti dall’archeologo Henri Chevrier (1970) nel tempio di Karnak lo portarono ad osservare che un singolo uomo, in condizioni ottimali e su un terreno pianeggiante, potrebbe spostare, addirittura, 1000 kg. Ovviamente, si tratta di un valore limite raramente applicabile in condizioni reali. D’altra parte è pure probabile che i 172 uomini raffigurati siano solo la conseguenza della necessità di ottenere una rappresentazione equilibrata disposta sui quattro registri, ma è un numero che è ragionevole considerare non lontano dalla realtà. Dato il coinvolgimento degli abitanti della regione, è, inoltre presumibile l’impiego di rinforzi durante le fasi più difficili del percorso.
Un ulteriore confronto con i bassorilievi assiri è istruttivo. E’ stato calcolato che i tori androcefali alati pesavano circa 30 tonnellate . Il loro movimento era assicurato anche dalla trazione per mezzo di quattro corde disposte una accanto all’altra, e gli individui rappresentati (lavoratori forzati) erano sempre tra i 50 e i 60. Se ne ricava un rapporto tra i 500 e i 600 kg per persona, un valore superiore ai casi egiziani, che si spiega con le condizioni di lavoro più estreme imposte ai prigionieri assiri**.
Comunque, nei casi in questione, l’obiettivo non era sollevare masse di 400-600 kg, ma solo di spostarle. Lo sforzo minimo da esercitare è proporzionale alla resistenza indotta dall’attrito della slitta a contatto con il terreno e la lubrificazione per mezzo di acqua agevolava l’operazione. Un recente studio (Ayrinac, 2016) non è riuscito, però, a giungere ad una conclusione definitiva sulle caratteristiche di questo spostamento, a causa delle troppe variabili in gioco. Solo l’archeologia sperimentale potrà gettare nuova luce sulla questione: in particolare sui dettagli dei materiali utilizzati per ridurre l’attrito o sul modo in cui venivano coordinati gli sforzi della squadra. Queste incertezze, però, non mettono assolutamente in discussione la fattibilità di una simile impresa. Numerosi documenti attestano che i monoliti egizi venivano spostati da enormi corpi di lavoro (come ad esempio il papiro Anastasi I, o le iscrizioni di Ouadi Hammamat) che riportano fino a 2.000 persone impiegate contemporaneamente in tali operazioni.
*Percy E. Newberry stimò una massa di 58 tonnellate (Newberry e Fraser 1895) e questo valore fu comunemente accettato. Più recentemente è stato ritoccato verso l’alto: 80 tonn. (Willems, Peeters e Verstraeten, 2005). I calcoli di Simon Ayrinhac (2016) hanno restituito un valore di 70( +/-5)tonn.
** I soldati assiri non esitavano a frustarli affinché rendessero al massimo.
Parte quarta: imbracatura del colosso e conclusioni
Per stabilizzare la statua sulla slitta furono utilizzati anelli metallici (sicuramente di rame), attraverso i quali vennero fatte passare robuste corde, messe in tensione attorcigliandole grazie all’uso di aste di legno secondo il metodo della “garrota spagnola” (Ayrinhac, 2016)*. Per la protezione dei bordi del blocco furono interposti, nei punti di contatto, pezzi di cuoio (o forse di fibra vegetale). Si prospettano due ipotesi: se la statua fu rifinita durante il trasporto la funzione delle protezioni era quella di evitare i danneggiamenti di angoli e spigoli; se invece ad essere trasportato era il blocco solo abbozzato, lo scopo era quello di evitare che le corde si tranciassero.
Osservando la scena, così come era descritta nel dipinto originale (Immagine n. 1), da un punto di vista strettamente tecnico, nascono grosse perplessità. Si nota che la corda verticale che assicurava la statua alla slitta avrebbe sicuramente corso il rischio di scivolare in avanti, mentre le funi raffigurate orizzontalmente non sembrano avere altra utilità se non quella di aumentarne leggermente la tensione. Una soluzione del genere avrebbe certamente reso il trasporto poco agevole.** Appare chiaro che un simile carico avrebbe richiesto un fissaggio decisamente più elaborato.
Andy Joosse (2002) ha intrapreso un esperimento molto interessante: ha scolpito una statua in scala per studiarne il sistema di fissaggio (Immagine n. 2). Per Djehutyhotep è stato utilizzato un sistema a tre funi. La corda principale è quella verticale, che fissa la statua alla slitta. L’artista, però, l’ha rappresentata in modo inadeguato; infatti, i test di Joosse hanno dimostrato che la corda rappresentata sull’avambraccio scivola inesorabilmente verso il polso quando viene stretta.
Inoltre, la corda verticale non poteva essere semplicemente attaccata alle guide, ma doveva passare sotto di esse per mantenere la slitta in tensione. La presenza delle due corde disposte orizzontalmente può sembrare superflua, poiché la statua, probabilmente, non era divisa in due parti. Se esaminiamo la rappresentazione, possiamo vedere che queste corde si trovano sopra la corda verticale. Il serraggio delle corde potenzia quindi l’azione della corda. Una stranezza irrisolta è la presenza di due barre di torsione per ogni corda. Infatti, se venissero strette in direzioni opposte, gli effetti si annullerebbero a vicenda, mentre non si comprende l’utilità di serrarle nella stessa direzione. Un’ipotesi potrebbe essere quella di immaginare che l’artista abbia, secondo una mentalità tipicamente egizia, rappresentato sullo stesso lato barre che in realtà sono presenti su entrambi i lati.
D’altronde, chi dipinse l’affresco non aveva di certo come primo obbiettivo quello di illustrare con precisione i dettagli operativi, bensì quello di produrre un opera equilibrata e rispettosa dei canoni di bellezza. Non era il responsabile dei lavori e le decorazioni che era chiamato a produrre non avevano, ovviamente, lo scopo di fornire ragguagli tecnici. E’ quindi del tutto naturale che nelle valutazioni bisogna tener conto di lacune e imprecisioni insite in questo genere di rappresentazioni.
In definitiva, la scena del Colosso di Djeutihotep costituisce un documento di rara minuziosità nel panorama delle testimonianze egizie, spesso piuttosto avare di informazioni. Combinando testo e immagine, ci fornisce, infatti, una serie preziosa di dati. Veniamo a conoscenza del responsabile delle operazioni (Sepi, figlio di Keti-ankh), del luogo di estrazione del monolite (le cave di Hatnub), della sua destinazione (Tjerti), delle dimensioni e del modo in cui i sudditi del nomarca lo spostarono per decine di chilometri.
La valutazione di tutti questi elementi, fanno escludere, quasi del tutto, che si sia ricorso all’uso di trasporto per via fluviale. Djeutihotep disponeva di grande abbondanza di manodopera, ma non abbiamo alcun riferimento che possa far pensare alla disponibilità di una flotta specializzata.
Immagine n. 4: stipite sinistro dell’entrata della tomba di Djehutihotep. E’ conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Fu acquistato da Schiaparelli nel 1891-92. Le iscrizioni elencano i titoli civili e religiosi del nomarca. Le croci copte dipinte in rosso sono il risultato di un vandalismo operato in epoca cristiana. (fonte: wikipedia.org)
Si può, con buona sicurezza, concludere che la slitta fu fatta scivolare a forza di braccia e che il numero di uomini necessari veniva stabilito in base al carico e alle difficoltà del percorso. A questo proposito, l’artista autore dell’affresco (Horimeniankhu), sembra aver rispettato dei canoni di proporzionalità in quanto i 172 uomini rappresentati, si traducono in un valore di circa 400Kg/persona di massa media spostata, molto vicino a quella rivelata dalla documentazione nel suo complesso (immagini e testi). E’ doveroso sottolineare, che questo rapporto non può essere associato ad una regola rigorosamente meccanica, in quanto le forze da esercitare dipendono da troppi fattori: attrito, pendenza del terreno, punti di appoggio dei lavoratori, condizioni fisiche ecc. Il problema è in realtà molto complesso e la maggior parte dei parametri continuano a non essere noti, ma potrebbero essere chiariti attraverso una serie di esperimenti sul campo simulando le condizioni reali. D’altra parte, è fuor di dubbio che l’esperienza accumulata permise agli egizi di rispondere con successo alle sfide e molto probabilmente di riuscire a stabilire semplici regole sui rapporti di forze da mettere in gioco.
*Il metodo per legare il colosso alla sua slitta prevede l’uso di una tecnica utilizzata ancora oggi e che deve il suo nome alla tortura spagnola della garrota. Il principio è ben noto: una corda viene divisa tra due punti di ancoraggio fissi o avvolta intorno al blocco e ancorata a un punto fisso. Tra i due fili della corda viene inserito un pezzo di legno e la corda viene poi fatta ruotare sul suo asse, con l’effetto meccanico di accorciarla. (Immagine n. 3). Una sorta di panno protettivo o di cuscinetti in fibra o cuoio proteggono la corda e la pietra nei punti di contatto
Immagine n. 3 Il metodo di serraggio detto della garrota spagnola.
**Reginald Engelbach propose una soluzione che dimostrava che non era necessario che questi tiranti facessero tutto il giro. Disposti su un solo lato, potevano agire come tiranti perpendicolari per offrire il vantaggio di trattenere l’attacco principale mantenendolo alla massima tensione.
Fonti:
Franck Monnier, L’Univers Fascinant de Pyramides d’Égypte, p. 228-229
F. Monnier, “ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” ,The Journal of Ancient Egyptian Achitecture (JAEA) vol. 4, 2020 p.55-72
Griffith Institute Watercolors & Drawings Project.
(a chi fosse interessato ad approfondire, consiglio caldamente l’accesso a questo sito. Contiene una descrizione molto dettagliata, corredata di numerosissime immagini, della tomba che, attualmente, è interdetta a visitatori).
E’ databile tra il 4.400 e il 4.000 a.C. circa ed è attualmente esposto al Museo Nubiano di Aswan. La particolare decorazione non poteva mancare di fornire un pretesto agli amanti della “fantarcheologia” per l’immancabile retrodatazione delle piramidi di Giza. Sulla superficie del guscio, secondo loro, sarebbe illustrata una precisa cartina geografica della Valle del Nilo: il fiume fiancheggiato dalle terre coltivate, l’oasi del Fayyum e il profilo dei tre monumenti (Immagine n. 1).
Sicché, nel caso specifico, le Piramidi di Khufu, Kaefra e Menkaure risalirebbero “solo” ad un paio di millenni prima, con buona pace di altri accaniti “ricercatori indipendenti o alternativi” che le vorrebbero risalenti a circa 12.500 anni fa o, nei casi più estremi, anche ben oltre. I tre triangoli che le indicherebbero, sono replicati nell’altro lato dell’uovo, affiancati da una linea serpeggiante anch’essa da interpretare come una rappresentazione del fiume Nilo. (Immagine n. 2).
Questo guscio d’uovo di struzzo è stato scoperto dall’egittologo britannico Cecil Mallaby Firth (5 luglio1878-25 luglio1931) alla fine degli anni ’10 dello scorso secolo nella tomba di un bambino presso la necropoli di Darka, vicino ad Assuan, un sito oggi completamente sommerso dalle acque del lago Nasser. Si tratta di un oggetto che aveva un duplice scopo: uno funzionale, essendo utilizzato per contenere liquidi, come dimostra il foro il foro in cima, l’altro, prettamente rituale, in quanto simbolo di rinascita; un’ ulteriore conferma della fiducia che questi antichissimi abitatori della Valle del Nilo riponevano nell’idea di una vita oltremondana. La decorazione va, invece letta nell’ottica dei motivi artistici tipici della produzione predinastica. I due fiumi, in realtà, non sono altro che rispettivamente uno struzzo ed un serpente. Per quanto riguarda le presunte piramidi, si tratta della rappresentazione stilizzata, estremamente diffusa anche sui vasi e ceramiche coeve, di montagne o, in generale di alture, colline, dune, ecc. (Immagine n. 3).
Immagine n. 3 Vasellame dipinto. Naqada II (3600-3250 a.C. ) Su questo vaso si riconoscono i tre triangoli in tutto simili a quelli che decorano “l’uovo di Assuan”. Argilla dipinta: altezza cm. 18,9, diametro massimo cm. 20,7. Londra, The British Museum
E’ rimarchevole notare, come la triplice raffigurazione non stia affatto a identificare i celeberrimi monumenti faraonici, ma semplicemente ad indicare il plurale, una convenzione che sarà codificata definitivamente nella scrittura geroglifica.(In questa scrittura esistevano tre forme: singolare, duale e plurale. Quest’ultimo lo si indicava ripetendo tre volte l’elemento, oppure facendolo precedere, ovvero, seguire da tre trattini o puntini). In particolare, i tre triangoli connotavano semplicemente una zona montuosa. Essi, infatti diventeranno un segno determinativo per indicare queste aree, ma anche i paesi stranieri che, in quanto esterni alla Valle del Nilo, venivano considerati concettualmente connessi alla montagna o al deserto. I più antichi esempi coincidono con le più antiche vestigia ad oggi conosciute della scrittura egizia, rinvenute nella TombaU-J Umm-el Qa’ab nei pressi di Abydos.
In questa sepoltura, probabilmente appartenuta al Re Scorpione I (Dinastia 0), furono recuperati vasi con tracce di inchiostro, impronte di sigillo e placchette d’osso e d’avorio, che recano simboli, che si suppone siano null’altro che una rappresentazione, ancorché in fase embrionale, della suddivisione amministrativa del territorio alla fine del periodo predinastico.
Visto che periodicamente, e immancabili come le cartelle esattoriali, vengono riproposte all’attenzione degli egittofili alcune strabilianti invenzioni di cui si sarebbero resi artefici gli antichi abitatori del Paese delle Due Terre (o chi per essi) e che di strabiliante null’altro hanno se non il fatto di essere state letteralmente “inventate”, voglio soffermarmi su una delle più gettonate di queste. Parlo delle famose “Lampade di Dendera”, sicuramente ai primi posti nella “Hit Parade” delle più illuminanti (è proprio il caso di dirlo) e clamorose bufale attribuite a questa incomparabile civiltà.
Innanzitutto, inquadriamo geograficamente il luogo. Ci troviamo a Dendera, una località ad una settantina di Km. a nord di Luxor e, in particolare, nel tempio della dea Hathor, un luogo di culto di età Tolemaica al di sotto del quale albergano 12 camere utilizzate, forse già durante il Nuovo Regno, come depositi per la conservazione di arredi sacri. Furono decorate sotto Tolomeo XII, nel I secolo a.C. con testi geroglifici e scene che comprendono anche le “famigerate” lampade. I sotterranei del tempio furono scoperti da Auguste Mariette nel lontano 1857 ed una quarantina d’anni dopo lo scienziato britannico Norman Lockyer ebbe la sfolgorante idea di annunciare al mondo che sulle pareti erano rappresentate delle enormi lampade ad incandescenza (Immagine n. 1).
Immagine n. 1: la parete della cripta su quale furono incise le presunte “lampade” (Ph. da Wikipedia.org)
La “scoperta” ebbe così successo che ci fu anche chi provò a riprodurne il modello (Immagine n. 2).
Immagine n. 2: Un modello che riproduce una delle “lampade di Dendera” (immagine reperita nel web)
Si poneva, certo, il problema di come si producesse la corrente. La risposta si trovava (manco a dirlo) nel rilievo della I.a Cripta sud, consacrata ad Hathor-Iside, che illustrerebbe dei generatori che convogliano l’elettricità in grandi accumulatori (Immagine n. 3).
Ovviamente ciò che è rappresentato è tutt’altro: si tratta di una “menat” (“Signora della Menat” era uno degli appellativi di quella divinità), una collanaformata da un grande pettorale e da un contrappeso che ricadeva sulla schiena. Oltre che essere un monile poteva anche fungere da strumento musicale per il caratteristico suono che producevano le perline durante il movimento. Si tratta di un oggetto cultuale, sacro attributo della dea Hathor, quindi niente di più ovvio che fosse rappresentato in un ambiente a lei dedicato. Per finire, quelle che si vorrebbero essere le cabine di trasformazione dell’energia, null’altro sono che sistri, gli strumenti a percussione, anch’essi sacri a quella divinità e rappresentati anche sui capitelli delle colonne della facciata del tempio.
Proseguendo in direzione est si raggiunge la Cripta di “Hor Sematawy” (Horo che riunifica le Due Terre) dove si incontrano le strabilianti lampade o meglio ciò che tali ritengono essere i fan di questa idea. In realtà cosa siano ce lo raccontano gli stessi egizi e i loro miti cosmogonici descritti nei bassorilievi che, pur essendo di epoca tolemaica, ricalcano concezioni più antiche di millenni. Vediamo chiaramente un serpente che fuoriesce da un fiore di loto, il fiore che secondo il mito spuntò dalle acque primordiali del “Nun”. Ilserpente è “Hor Sematawy”, il sole bambino. Particolare di estrema importanza, la cripta è posizionata nell’angolo sudorientale nel pieno rispetto della topografia cosmica dei templi egizi. In buona sostanza, per gli “elettricisti” ci troviamo di fronte ad una lampada costituita da filamento, ampolla, cavo e base, mentre gli egizi, ignari ed incolpevoli del bailamme che si sarebbe scatenato duemila anni dopo, intendevano semplicemente perpetuare un mito a loro tanto caro in cui i protagonisti erano un serpente (il filamento), un bocciolo di fior di loto (l’ampolla), il lungo stelo di questo fiore (il cavo di alimentazione), mentre la base della lampada è il comunissimo pilastro Djed (simbolo di stabilità, nonché rappresentazione della colonna vertebrale di Osiride) che sostiene il fiore garantendo la creazione primigenia della vita e la sua perpetuazione ciclica giornaliera. Il serpente è inoltre uno degli emblemi della fertilità che veniva portato in processione nelle feste che si celebravano durante i primi giorni del raccolto. Possiamo vedere un riferimento a questi cerimoniali in un’altra rappresentazione con Horus che in questo caso è raffigurato sotto la più comune forma di falco (Immagine n. 4).
Ovviamente tutto quanto è illustrato dalle rappresentazioni iconografiche è ancor meglio dettagliato dalle iscrizioni geroglifiche che le accompagnano e ci forniscono anche un inventario degli oggetti custoditi nella cripta.
Fonte: Mattia Mancini, pubblicato sul blog Djed Medu il 21/04/2016
Prima di lasciare definitivamente il sito di Wadi el-Jarf, desidero soffermarmi, ancora per qualche tempo, su un importante esperimento condotto da Franck Burgos ed Emmanuel Laroze* che ha permesso di chiarire aspetti molto importanti sui possibili metodi utilizzati dagli antichi egizi per cavare i blocchi rocciosi di cui necessitavano. Tornerà utile quando più avanti si entrerà nel dettaglio sull’organizzazione e le tecniche costruttive impiegate per la costruzione di quegli straordinari monumenti che seppero erigere: le piramidi.
Il sito, come già descritto in precedenza, fu utilizzato durante la IV Dinastia e per un periodo relativamente breve; le prime installazioni datano all’epoca del faraone Snefru, ma è durante il regno di suo figlio, Cheope, che conosce il suo pieno sfruttamento. Alla sua morte fu repentinamente abbandonato e dimenticato per migliaia di anni, non essendo stato mai più rioccupato. In questo modo le sue vestigia e le documentazioni rinvenute hanno restituito uno spaccato inequivocabile di un determinato periodo della storia egizia tanto breve quanto di fondamentale interesse. La scoperta di un eccezionale lotto di papiri, come abbiamo visto, ha rivelato che le sue installazioni erano strettamente legate al cantiere della Grande Piramide. Questi documenti, ci informano, tra l’altro, che le squadre che vi operavano erano impegnate per un certo periodo dell’anno all’approvvigionamento di materiale da costruzione per la piana di Giza. Il sito è caratterizzato da notevolissime installazioni, tra cui un molo a forma di “L” sul litorale di circa 200 x 200 metri ed un edificio intermedio di circa 2000 mq. Ma le vestigia più interessanti per lo studio relativo alle tecniche di taglio della pietra si trovano circa 3 km ad ovest, nelle vicinanze delle prime scarpate del massiccio calcareo, laddove sono presenti una trentina di gallerie-magazzino scavate nella roccia che fungevano da ricovero per le imbarcazioni e il materiale di spedizione (Immagine n. 1).
Furono sigillate per mezzo di un sistema di chiusura estremamente robusto costituito da enormi blocchi di pietra e, solo intorno alla sporgenza rocciosa del settore 1, che conta 17 gallerie, sono stati inventariati 135 blocchi di chiusura: hanno dimensioni variabili, con un volume medio di 3 mc. ed un peso di 5,8 tonnellate**. Sebbene alcuni di essi furono spostati o modificati per consentire il recupero di materiali dalle gallerie, per la maggior parte giacciono ancora nella loro posizione originale (Immagine n. 2).
Per lo più erano stati cavati in maniera grezza, il che è perfettamente coerente dal momento che lo scopo per cui erano destinati non richiedeva alcuna particolare rifinitura. Sulle loro superfici sono ancora presenti le tracce degli attrezzi utilizzati, fratture ed anche i segni caratteristici del procedimento di estrazione avvenuto presso una cava che è stata scoperta nel 2017 (Immagine n. 3).
Lo studio dei segni di lavorazione, ma anche quello di un blocco ancora da ultimare e lasciato sul posto prima di essere cavato, ha fornito interessanti informazioni sui procedimenti utilizzati e l’organizzazione delle squadre. Inoltre, sono stati rinvenuti numerosi utensili da lavoro, come mazzuoli, grimaldelli di pietra, scalpelli di rame, corde ecc. (Immagine n. 4).
<< Il confronto con le tracce che hanno lasciato sulla pietra permette di affinare le nostre interpretazioni>> scrivono gli autori. << La ricchezza d’informazioni restituita dal sito e la loro autenticità – ricordiamo che non c’è alcuna ambiguità in merito alla datazione delle evidenze o dei materiali ritrovati in quanto la località non è mai stata rioccupata – offrono condizioni eccezionali per lo studio delle tecniche di costruzione di quel periodo. In questo contesto, ci è sembrato interessante comparare le nostre osservazioni e le nostre interpretazioni ricreando situazioni concrete. Per questo lavoro sperimentale, si trattava di riprodurre i gesti e le posture dei cavatori dell’epoca, ma anche di evidenziare le difficoltà che potevano incontrare nel corso delle operazioni. Utilizzando attrezzi in rame del tutto comparabili a quelli ritrovati in situ, abbiamo potuto valutarne la resistenza e l’efficacia sul calcare locale. Infine abbiamo cercato di valutare i tempi ed il personale necessario per svolgere le varie mansioni>>.
*Franck Burgos (tagliatore di pietre del CNRS) e Emmanuel Laroze (Architetto del CNRS), sono collegati al Laboratorio “Orient et Méditeranée”.
** Il peso è però molto variabile, essendo compreso tra 2 e 15 tonnellate circa.
LE TECNICHE DI ESTRAZIONE DURANTE L’ANTICO REGNO
Le nostre conoscenze sulle tecniche estrattive dei blocchi di calcare relative all’Antico Regno sono piuttosto limitate e si fondano essenzialmente su evidenze legate alla piana di Giza, dove sono tuttora visibili numerosi giacimenti. Qui, sul lato nord-orientale della piramide di Chefren (Immagini n. 1-2), ma anche in prossimità dell’angolo nord-occidentale della piramide di Micerino, sono evidenti resti di estrazione che formano una specie di scacchiera e ci forniscono un’ idea del metodo utilizzato, all’epoca, dai cavatori.
L’estrazione avveniva in due fasi: prima si liberavano le facce verticali, poi si procedeva al distacco della superficie inferiore orizzontale. Il calcare, essendo una roccia sedimentaria, presenta una stratificazione caratterizzata da una coesione più forte in un verso rispetto all’altro. Le due operazioni si basavano dunque su due tecniche differenti: il taglio in senso verticale e il distacco per distensione dal piano parallelo al giacimento di pietra.
Il cavatore attaccava la roccia per mezzo di uno scalpello di rame, un mazzuolo in legno e, molto probabilmente con utensili litici. Si effettuava lo scavo di una trincea dall’alto in basso tenendo l’attrezzo perpendicolare ai letti sedimentari della roccia. L’utensile era tenuto a livello dei suoi piedi per cui lavorava solitamente in posizione accovacciata e le trincee verticali dovevano essere sufficientemente larghe in modo da consentirgli di poter operare man mano che lo scavo procedeva verso il basso. Le disponibilità tecnologiche nell’Antico Regno, sembrano non comprendere attrezzi metallici di grosse dimensioni. Lo scalpello era un piccolo e semplice strumento di rame lungo una ventina di centimetri, per cui il cavatore doveva lavorare nella trincea accompagnandolo con la mano. E’ interessante notare, in proposito, come l’ottimizzazione della produttività estrattiva, nel corso del tempo, sia legata all’evoluzione degli utensili e al miglioramento della loro resistenza: l’uso di strumenti più performanti come picconi, pali da cavatore o anche scalpelli molto lunghi ha consentito di ridurre la larghezza dei tagli di scavo sino a pochi centimetri (Immagine n. 3).
Immagine n. 3 Evoluzione della tecnologia nell’estrazione dei blocchi di pietra dall’Antico Regno ai nostri giorni: lo sviluppo di attrezzi sempre più lunghi e resistenti ha permesso di ottimizzare lo scavo delle trincee che sono divenute progressivamente sempre più strette. A sinistra: con scalpello e mazzuolo durante l’Antico Regno. Al centro: con piccone da cava durante l’ epoca Romana. A destra: con palo d’acciaio in epoca moderna. E’ evidente la riduzione dello spessore dei taglio, con conseguente minore dispersione di materiale.
(Ai nostri giorni questo spazio si riduce a qualche millimetro, la larghezza necessaria al passaggio di dischi da taglio o fili elicoidali). Durante l’Antico Regno, la necessità di operare all’interno di una trincea di scavo implicava che questa avesse una larghezza di almeno una cinquantina di centimetri, il minimo indispensabile affinché un operaio potesse contare su un sufficiente spazio di manovra. Per questo motivo e per ridurre gli sprechi, bisognava inevitabilmente procedere all’estrazione di blocchi molto voluminosi. Si intuisce facilmente, infatti, che cavare blocchi piccoli e maneggevoli avrebbe comportato un enorme perdita di materiale da costruzione *. L’ottimizzazione era, inoltre, fortemente legata al problema del trasporto, la cui difficoltà aumentava proporzionalmente al peso del carico.
La tecnica impiegata per la separazione del blocco dal banco di roccia sul piano orizzontale è, invece molto meno nota. In ogni caso doveva rappresentare la parte più delicata di tutto il procedimento di estrazione, tenendo soprattutto conto della mancanza di attrezzi in acciaio. Più tardi i cunei di separazione (cunei di legno che opportunamente bagnati si espandevano provocando il distacco del blocco) avrebbero mostrato la loro enorme efficacia per questo tipo di operazione, ma la mancanza di tracce dell’uso di questi utensili nei giacimenti sfruttati nell’Antico Regno, induce ragionevolmente a concludere che all’epoca non fossero ancora utilizzati. La sola ipotesi tecnica che sia stata avanzata è quella illustrata da Reisner che consisteva nel posizionare un grosso pezzo di legno alla base di una delle facce del blocco e poi di bagnarlo abbondantemente.** La spinta laterale generata dal legno rigonfiato per l’azione dell’acqua, faceva sì che il blocco di pietra si distaccasse dal suo basamento roccioso. In ogni caso, molti ricercatori concordano sul fatto che i cavatori dell’Antico Regno, per questa delicata operazione, sfruttarono al meglio delle loro conoscenze le proprietà geologiche del calcare. Trattandosi di una roccia sedimentaria, esso è composto da una successione di strati più o meno compatti e solidali l’uno rispetto all’altro. Gli strati argillosi, piuttosto teneri, che si alternano ai banchi sedimentari più duri erano quelli che i cavatori con tutta probabilità ricercavano attraverso lo scavo verticale: una volta raggiunti si aveva la certezza che il blocco fosse adagiato sulla superficie di minore aderenza con la roccia e di conseguenza, poteva essere estratto con facilità. A Wadi el-Jarf molti blocchi presentano su una delle superfici questo strato di marna, segno evidente che sono stati asportati in questo modo (Immagine n. 4)***.
*Due esempi, calcolati su un singolo blocco, permettono di valutare questa differenza di rendimento: con delle trincee di scavo larghe 0,5 m. e alte 1 m. era necessario scavare 3 mc. di roccia per ottenere un blocco di 1 m. di lato, mentre bisognava sbancare 5 mc. di pietra per estrarre un blocco di 2 m. di lato.
** Reisner (1931); Goyon et al.(2004); Arnold (1991).
*** Georges Goyon sostiene che a Giza l’irregolarità delle assise della Grande Piramide sarebbero legate proprio allo sfruttamento dei banchi di cava. Goyon (1978)
Fonte: F. Burgos& E.Laroze, “L’extraction des blocs en calcaire à l’Ancient Empire. Une experimentation au ouadi el-Jarf, JAEA n. 4 (The Journal of Ancient Egyptian Architecture), 2020 pp. 73-95
LA CAVA DI WADI EL-JARF
Risale al 2017 la scoperta della cava dalla quale furono prelevati i blocchi per la chiusura delle gallerie del sito. Si trova a circa 400 metri dalla principale concentrazione di antichi magazzini e la sua posizione dominante, rispetto al complesso, ne ha sicuramente agevolato il trasporto. La zona di estrazione appare come una sorta di depressione delimitata da due fronti di cava posti sui versanti ovest e nord. Inoltre, sono presenti tre diaclasi* parallele al fronte nord. Questa circostanza, in tutta evidenza, giocò un ruolo fondamentale nella scelta di questo luogo in quanto simili particolarità geologiche facilitavano enormemente l’estrazione. Infatti, è proprio lungo una di queste diaclasi, situata nella parte settentrionale, che se ne osservano le tracce più interessanti. In particolare si è potuto stabilire che erano necessarie soltanto due trincee verticali, perpendicolari l’una rispetto all’altra, per estrarre un blocco (Immagine n. 1).
Dall’insieme delle evidenze è stato possibile ricostruire il metodo utilizzato dai cavatori: una volta isolato il blocco, si scavava nella parte sottostante per staccarlo completamente dal banco roccioso.
Non lontano, si trova un blocco che fu abbandonato in corso d’estrazione (Immagine n. 2).
Nonostante sia stato parzialmente eroso dal vento e dalla sabbia, si distinguono ancora perfettamente le due trincee. Sul fondo sono presenti delle piccole piattaforme di circa 50 x 50 cm. distribuite su diverse altezze. Ciascuna di queste non era altro che una postazione di lavoro ed è apparso subito chiaro che, grazie a questo espediente, più operai potessero lavorare simultaneamente**. In questa zona di estrazione sono stati ritrovati diversi attrezzi litici, spesso simili a grossi ciottoli. Su alcuni era presente del verderame segno evidente che erano stati a contatto con il rame. Fungevano da incudini e percussori per ribattere e rendere tagliente la punta degli scalpelli. Questo procedimento, che doveva essere ripetuto frequentemente, permetteva di affilare la parte attiva dell’attrezzo. Pietre più grandi furono, probabilmente, usate come cunei per sostenere temporaneamente i blocchi in verticale o come punti d’appoggio per le leve, o, anche, per garantire la sicurezza nelle trincee orizzontali quando si operava in situazioni difficili.
Sono stati ritrovati anche frammenti di legno, tra cui i resti di un mazzuolo usato.
Grandi quantità di cocci di ceramica sparsi al suolo sono indicativi della fondamentale necessità di stoccaggio: si pensi solo al fabbisogno di acqua dei lavoratori impegnati in una attività simile.
<<Questo sito è stato esplorato solo parzialmente durante una stagione, ma ci ha sorpreso non trovare molti dei tagli che normalmente caratterizzano le aree di lavorazione della pietra. In compenso, abbiamo trovato una grande quantità di substrato sabbioso. Più tardi, grazie alla sperimentazione, abbiamo compreso che si trattava dei residui dell’estrazione. L’osservazione delle tracce lasciate sulla pietra a Wadi el-Jarf e gli strumenti rinvenuti in situ ci permettono di ricostruire la “cassetta degli attrezzi” del cavatore che era, tutto sommato, piuttosto rudimentale>>.
– Mazzuoli in legno d’acacia.*** Questa essenza legnosa ha la caratteristica di essere particolarmente dura e resistente. Questo materiale è sempre stato molto abbondante in Egitto e i tagliatori di pietre ne facevano un grande uso. La copiosa quantità di frammenti ritrovati sul sito indica che questi mazzuoli erano sottoposti ad un uso massiccio, per cui, a causa dell’usura era necessario rimpiazzarli frequentemente (Immagine n. 3).
– Attrezzi litici Ciottoli di pietra dura venivano utilizzati come martelli o incudini (Immagine n. 4).
Quelle utilizzate dai cavatori erano per lo più formate da tre capi intrecciati e misuravano almeno 3 cm. di diametro, come indicano i numerosi segni lasciati sugli spigoli dei blocchi (Immagine n.6).
Lo studio di Clair Newton ha dimostrato che erano realizzate con fibre di steli di papiro (Cyperus papyrus), o anche di Desmostachya bipinnata e/o Imperata cylindrica).
– Scalpelli in rame Erano attrezzi preziosi e durevoli. La durezza e l’affilatura della loro parte attiva erano mantenute da battiture a freddo con una pietra e un’incudine. Nel sito sono state rinvenute solo alcune punte deteriorate (immagine n. 7).
– Leve e cunei di legno. Benché a Wadi el-Jarf non siano stati ritrovati esemplari di questi attrezzi, tuttavia erano indispensabili per maneggiare, sistemare o rimuovere i blocchi. Le mortase realizzate su alcuni blocchi per fornire un punto di attacco, dimostrano che le leve avevano sezioni da 10 a 15 cmq.
<<Le nostre osservazioni ci hanno portato a riprodurre una tecnica estrattiva convincente che sembra, a grandi linee, esser conforme alle interpretazioni fatte per altri siti. Restava da supportare lo stato della conoscenza con la messa in pratica per poter tentare di fornire informazioni quantitative (tempi, effettivi, usura degli attrezzi, etc.) ma anche di ordine pratico (postura degli operai, disagio, comprensione dell’ambiente di lavoro, etc.)>>.
* In geologia, si definisce diaclasi una frattura prodottasi in una massa rocciosa, senza che questa comporti uno spostamento delle due parti in cui si divide
** L’organizzazione e le dimensioni di questi spazi di lavoro sono perfettamente comparabili a quelli visibili sul fondo delle trincee di estrazione degli obelischi ad Assuan.
*** Claire Newton ha potuto identificare che si tratta per lo più d’Acacia, probabilmente di una o più specie diverse, disponibili localmente (rapporto di studio archeobotanico di fine missione, 2019, p.15).
LA SPERIMENTAZIONE
L’esperimento è stato condotto durante le campagne del 2018 e 2019 e si è concretizzato nell’estrazione di due blocchi di circa 1 mc. ciascuno. E’ stata scelta una zona ad una cinquantina di metri dall’antica cava sia per la facilità d’accesso, sia per la vicinanza che consentiva una rapida comparazione delle antiche tracce di taglio. L’affioramento roccioso è, geologicamente, del tutto confrontabile a quello sfruttato dagli antichi cavatori: pietra relativamente tenera, ubicazione vantaggiosa sia per il lavoro di scavo che per il successivo trasporto dei blocchi. Sono stati utilizzati quattro scalpelli, realizzati in Francia a partire da segmenti di barre di rame pieno della lunghezza di 22 cm. ed un diametro di 25 mm. (Immagine n. 1).
Il rame è un metallo malleabile che tende ad indurire quando lo si forgia. Questo cambiamento di proprietà, conseguenza della deformazione plastica, viene detto incrudimento. Per ottenere le migliori caratteristiche sono stati testati diversi metodi. Per brevità tralascio la descrizione completa delle tecniche sperimentate: accenno al fatto che si è provato con la forgiatura a caldo, con quella a freddo e con una, diciamo così, mista. Le prime due hanno dato risultati deludenti alla prova pratica con attrezzi che all’attacco della pietra si sono rovinati rapidamente. La terza ha dato, invece, esiti molto favorevoli: lo scalpello percosso ripetutamente dal mazzuolo ha ben aggredito la pietra senza deteriorarsi. Sebbene di misura leggermente superiore (la larghezza della parte attiva essendo di circa 1,6 cm., mentre le tracce lasciate sui blocchi dagli antichi attrezzi vanno da 1 ad 1,3 cm.) la forma è identica. Il metallo utilizzato, per contro, non è lo stesso che si produceva nell’antichità. Ma non vi è alcun dubbio che i fabbri egizi avevano acquisito una grande padronanza nella produzione dei loro utensili. Erano in grado di rendere il metallo sufficientemente duro (grazie alla forgiatura, ma anche variandone la composizione aggiungendo, ad esempio, dell’arsenico) per poter tagliare pietre da ténere a moderatamente dure. Ovviamente questi attrezzi non potevano essere utilizzati su pietre dure come calcite, marmo, quarzite, schisto o granito.
I mazzuoli, aventi un diametro di circa 22 cm., sono stati torniti in Egitto in un legno verde che resiste molto bene all’impatto. Sono state fatte prove con mazzuoli più piccoli ed in legno più secco, dunque anche più leggeri, ma si sono rivelati molto meno resistenti.
La sperimentazione di questo cantiere è stata condotta da 5 persone che si sono alternate in due compiti. Il taglio propriamente detto impegnava 4 di loro, mentre la quinta si occupava dello smaltimento dei materiali di scarto e dell’apporto di acqua. Tra le persone ingaggiate, il solo Franck Burgos è un professionista del taglio della pietra.
La prima tappa è stata disegnare la sagoma del blocco frontalmente e sulla cima dell’affioramento roccioso. Dopo di che sono state impiantate tre trincee verticali a forma di U (Immagine n. 2).
I quattro tagliatori si sono distribuiti su postazioni simili a quelle osservate nelle antiche cave: tre posizionati alla sommità ciascuna trincea mentre l’altro stava in piedi di fronte alla linea di taglio. Una simile organizzazione, che riproduceva quella adottata dagli antichi egizi, permetteva di ripartire equamente il lavoro del gruppo e soprattutto di operare simultaneamente. Sia in posizione stante che accovacciato, ogni operaio poteva contare su uno spazio corrispondente ad una superficie di 50 cm. di larghezza e altrettanti di profondità. Si sono formati naturalmente dei livelli di scavo in tutto e per tutto comparabili a quelli osservati intorno al blocco incompiuto della cava antica.
Sin dai primi colpi di mazzuolo, lo scalpello in rame si è dimostrato resistente ed efficace nell’aggredire la roccia. La parte attiva dell’attrezzo è stata mantenuta efficiente ribattendola regolarmente su un’incudine. Il taglio del calcare si è rivelato, invece, piuttosto laborioso a causa della inaspettata durezza della pietra; nello specifico è stato particolarmente difficoltoso nei primi centimetri ricoperti da carbonato di calcio.* Una volta superato questo strato, la roccia si è rivelata più tenera, ma il taglio progrediva comunque troppo lentamente, soprattutto nell’ottica dei tempi necessari a produrre i 2,3 milioni di blocchi stimati necessari per costruire la Grande Piramide. Inoltre, l’usura dei mazzuoli in legno era estremamente rapida e dovevano essere sostituiti frequentemente. Così, dopo 3 giorni di frustrante lavoro, i progressi erano davvero scoraggianti: erano stati scavati solo una ventina di centimetri, vale a dire che si asportavano 0,0033 mc. di roccia all’ora. Facendo qualche elementare calcolo, sarebbero occorse 606 ore per cavare un blocco. Il metodo quindi non era assolutamente efficace.
Franck Burgos ebbe, allora l’idea di bagnare la pietra. Si era accorto che la roccia del sito era particolarmente ricca di sale. In effetti, all’ingresso di alcune delle antiche gallerie si possono osservare numerose infiorescenze saline. Era evidente che, per un processo di litificazione, la pietra era diventata molto più compatta. Per di più la scarsa presenza di piogge aveva contribuito a mantenere molto alta la concentrazione di sale nella roccia. Si è pensato allora di scavare una depressione a fondo orizzontale di circa 50×50 cm. e di versarvi circa due litri d’acqua. Inaspettatamente essa è stata assorbita in meno di tre minuti e la pietra ha cambiato repentinamente d’aspetto e consistenza (Immagine n. 3) assumendo una colorazione più scura e diventando più tenera per una profondità di quasi 7 cm.
<< In pratica, abbiamo capito che l’acqua scioglieva i sali, ma agiva anche sulle argille contenute nella roccia. E’ interessante notare che una roccia che era stata inzuppata non recuperava le sue proprietà dopo essersi asciugata: continuava a rimanere più tenera>>**.
Umidificando la roccia si è avuto un importante guadagno di produttività: la capacità di asportazione ha raggiunto 0,021 mc/h, ossia sei volte più rapida rispetto al primo approccio. Inoltre gli attrezzi, mazzuoli e scalpelli, essendo meno sollecitati si usuravano molto più lentamente ed i cavatori erano sottoposti a condizioni di lavoro meno faticose. Ovviamente, era necessario un continuo approvvigionamento di acqua nella cava***. La progressione nelle trincee ha seguito questo metodo fino alla base del blocco (Immagine n. 6).
* Vista la durezza del minerale, non è improbabile che questi primi centimetri furono attaccati utilizzando anche attrezzi litici.
** L’assorbimento d’acqua attraverso il calcare locale è sorprendente nella sua rapidità. E’ senza dubbio questa la strana proprietà della pietra che Alessandro Barsanti (Alessandria d’Egitto, 1858-1917), lo scopritore della tomba di Akhenaton, osservò durante lo scavo della grande fossa di Zawiyet el-Aryan nel marzo del 1905, anche se non seppe darne la giusta interpretazione: ”Una vera e propria bomba d’acqua cadde sulla montagna di Zawiyet el-Aryan e il pozzo fu inondato fino ad un’altezza di 3 metri; verso mezzanotte il livello si abbassò bruscamente di circa un metro. Non posso spiegare questo fenomeno se non supponendo che sia stata inghiottita in qualche galleria sotterranea abbastanza ampia da contenere 380 metri cubi d’acqua!” (Barsanti, 1906)
*** Nel sito c’erano due possibilità di approvvigionamento d’acqua: la sorgente, oggi inglobata nel monastero di San Paolo, a circa 10 Km. verso ovest, oppure il mare a 3 Km. in direzione est. “Non abbiamo sperimentato l’acqua di mare, ma non è escluso che potesse funzionare”. Per il trasporto si potevano utilizzare gli asini, che potevano agevolmente sopportare un carico di circa 100 Kg.
A circa metà dell’opera, l’equipe si è imbattuta in uno strato più duro, dello spessore di qualche centimetro, costringendola a modificare la tecnica di scavo. In quel punto la pietra, più compatta, presentava una porosità decisamente minore; di conseguenza l’efficacia dell’acqua è diventata pressoché nulla e gli scalpelli di rame perduto la loro funzionalità. Ci si è avvalsi allora di strumenti litici, vale a dire dei semplici ciottoli di calcare duro, che si sono dimostrati molto efficaci.
Per tutta la durata dell’operazione è stato necessario tenere sotto controllo la verticalità delle pareti del blocco, in quanto una correzione successiva avrebbe comportato un grosso dispendio di tempo. Per rimediare a posteriori, si sarebbe dovuto bagnare la parete del blocco e l’acqua scorrendo via rapidamente non avrebbe impregnato la roccia in maniera efficace.
Essendo la postura dei cavatori (rannicchiati nella trincea ed impossibilitati a variare la posizione) estremamente scomoda e gravosa per le articolazioni, si sono stabiliti dei ritmi di lavoro che permettessero un adeguato recupero. Adottando questi ritmi si è potuto completare lo scavo delle tre trincee verticali in 6 giornate lavorative da sei ore ciascuna, impiegando 5 persone: quattro al taglio e la quinta a fare da aiuto (smaltimento dei residui, approvvigionamento d’acqua, ecc.). E’ bene tenere presente che il risultato ottenuto comprende anche i tempi morti richiesti dai ragionamenti sulle strategie da adottare e dai tentativi effettuati nella ricerca della tecnica più efficace. Di conseguenza al netto di questi ritardi, la base del blocco sarebbe stata raggiunta in teoria in 4 giorni, sbancando 2 mc. di roccia. E’ ragionevole supporre che il rendimento degli antichi cavatori, già padroni delle tecniche ed adusi a questo lavoro, fosse di almeno un 20%-30% superiore. Inoltre, questo esperimento è stato condotto su un banco calcareo locale abbastanza duro, il che porta, ovviamente, a concludere che i risultati variassero sensibilmente in funzione della compattezza della pietra.
IL DISTACCO DEL BLOCCO PER FRATTURAZIONE
Una volta liberato il blocco sui 4 lati, si è presentato il problema di come staccare la faccia inferiore ancora solidale al banco roccioso. A Wadi el-Jarf non si sono trovate tracce di applicazione della tecnica con il legno bagnato descritta da Reisner, né indicazioni dell’utilizzo di cunei. Si è valutato che l’uso di legno gonfiato attraverso l’acqua fosse poco attuabile per semplici ragioni logistiche e, pertanto, si è concluso che gli antichi dovettero impiegare soluzioni più semplici. Il procedimento sicuramente più pratico e conveniente doveva essere quello di sfruttare le proprietà geologiche del banco come, ad esempio, raggiungere lo strato argilloso. In questo caso, la sola difficoltà era quella di scegliere con discernimento ed in anticipo il giacimento. Quando ciò era possibile è indubbio che gli antichi egizi privilegiassero questo metodo che era di gran lunga il meno laborioso. Altrimenti, bisognava procedere in modo diverso scavando una trincea nella parte sottostante, come dimostra il blocco di cui abbiamo scoperto l’impronta nella cava e il cui distacco non poté beneficiare di questa agevolazione.
<<Infatti, avevamo notato che una metà di questa faccia aveva segni di utensili mentre l’altra parte era stata fratturata. È questo metodo, sicuramente più impegnativo, che abbiamo scelto di sperimentare>>.
E’ stato necessario, prima di tutto, realizzare una trincea orizzontale alla base del blocco (Immagine n. 1); dopodiché si è provveduto ad eseguire un taglio, profondo una quarantina di centimetri alla base della faccia anteriore. Sugli altri lati, essendo lo spazio delle trincee molto angusto, si è potuto avanzare solo per circa 10 cm.
<<Con il blocco così preparato, abbiamo tentato, in un primo momento, di separarlo per fatturazione con l’aiuto di leve. Contro la faccia posteriore sono stati collocati due pezzi di legno lunghi 3 metri e con una sezione di 10 cmq. Le due leve erano disposte in modo da poggiare su cunei che erano a loro volta appoggiati al bordo della trincea e le loro estremità toccavano il blocco. Due uomini per ogni leva esercitavano la forza nel tentativo di distaccarlo. Sfortunatamente, essendo lo spazio tra il blocco ed il basamento troppo largo, era difficile trovare un punto di appoggio efficace, per cui il tentativo è fallito. Abbiamo ripetuto l’esperimento dopo aver approfondito lo scavo sotto il blocco, ma anche in questa situazione non ci sono stati progressi. Era evidente che le forze esercitate dalle leve non erano sufficienti nonostante fossero sollecitate al limite della loro resistenza ed anche la modalità a scatti con cui venivano azionate si dimostrava inefficace. Abbiamo così pensato di mettere in forza un pezzo di legno di 10 x 10 cm nella trincea posteriore. Il puntone, leggermente più lungo della trincea stessa, è stato collocato nella metà superiore. Una delle sue estremità era posta in alto contro il blocco mentre l’altra era appoggiata al muro opposto. L’operazione seguente è stata quella di mettere sotto pressione il pezzo di legno colpendolo sulla parte superiore con un palo (Immagini n. 3-4). Quest’ultimo, similmente ad un martello, veniva azionato verticalmente da un uomo, le cui gambe erano appoggiate rispettivamente sul blocco e sul bordo della trincea. Dopo cinque minuti di lavoro, il blocco ha ceduto palesando una fessura orizzontale alla base del blocco>>.
La sperimentazione di questa tecnica ha dimostrato di essere estremamente efficace e facile da mettere in pratica. Essa ha lo scopo di generare grandi pressioni in modo continuo. Si può immaginare che, secondo questo stesso principio, potessero essere inseriti sul fondo della trincea ancora più puntoni per aumentare la spinta. La compressione si sarebbe potuta ottenere martellando con attrezzi litici, alternando i colpi da uno spuntone all’altro. Inoltre, inserendo dei grossi pezzi di legno tra i montanti ed il blocco, le forze su di esso esercitate si sarebbero distribuite in maniera ancora più uniforme. E’ anche possibile che la grande pressione esercitata da questo sistema nel verso della sedimentazione potesse essere sufficiente a staccare il blocco, senza la necessità di ricorrere ad uno scavo così profondo della trincea orizzontale, come quello effettuato nel corso dell’esperimento.
CONCLUSIONI
L’esperimento condotto a Wadi el-jarf, col semplice utilizzo di scalpelli in rame, mazzuoli in legno e acqua per ammorbidire la pietra, ha dimostrato che con una simile tecnica si è ottenuto un rendimento di 0,021 mc/h di blocchi estratti.* Il lavoro di isolamento del blocco, al netto dei ritardi dovuti allo studio sul modo di intervenire e ai tentativi falliti, è stato completato in 4 giornate di 6 ore ciascuna e portato avanti da 4 persone (non contando, l’aiuto del quinto collaboratore preposto allo smaltimento degli scarti). Il taglio della trincea orizzontale e il distacco dal basamento calcareo hanno richiesto una giornata supplementare. In definitiva, la stima che ne consegue è che un singolo individuo può estrarre un blocco ogni 20 giorni, ossia 0,05 blocchi al giorno. Si tratta, ovviamente di un calcolo condizionato dal particolare contesto della località dove i blocchi furono estratti in funzione della necessità e soprattutto della vicinanza del giacimento**. Inoltre, l’estrazione sperimentata da Burgos e Laroze presenta la particolarità, trattandosi di un solo blocco, di aver richiesto lo scavo di tre trincee. In condizioni di produzione intensiva e razionale, come ad esempio nel caso della piramide di Chefren, bastavano solo due tagli verticali e perpendicolari tra di loro. Ogni trincea, ovviamente liberava la facciata di un blocco e di quello adiacente. In questo caso, la quantità di roccia sbancata scendeva a 1,25 mc, rispetto ai 2 mc. sperimentati a Wadi el-jarf, con un rendimento pari a 0,071 blocchi al giorno per operaio. In caso di estrazione di blocchi di dimensioni maggiori, la prestazione era ancora migliore.
La schematizzazione in 4 fasi dell’estrazione di un blocco a Wadi el-Jarf, operata da una squadra di 4 persone: 1) preparazione del fronte di lavoro e allestimento delle tre trincee verticali; 2) scavo delle trincee; 3) perfezionamento dello scavo delle trincee verticali e scavo alla base del blocco; 4) messa in tensione del blocco, con l’aiuto puntoni di legno, per fratturarla alla base.
Questi risultati possono essere confrontati con la sperimentazione NOVA*** che si era interessata allo studio dell’estrazione delle pietre per la costruzione della Grande Piramide. Siccome quell’esperimento fu condotto con l’ausilio di attrezzi in acciaio, la comparazione dei risultati è, di conseguenza molto limitata. Infatti, in quelle condizioni operative, il rendimento con attrezzatura moderna fu di 186 blocchi estratti in 22 giorni da 12 cavatori (ossia, circa 0,705 blocchi/operaio/giorno). Per riallineare le prestazioni agli utensili utilizzati nell’antichità, Lehner pondera una produzione di 322 blocchi al giorno operata da un totale di 1212 individui (ossia circa 0,266 blocchi/operaio/giorno). Con una simile prestazione senz’altro la Piramide di Cheope, dato per scontato che sia costituita da 2.300.000 blocchi, poté essere costruita in venti anni.
Secondo le stime derivanti dall’esperimento di Wadi el-Jarf, (ma va tenuta sempre presente la differente natura geologica del sito e le condizioni in cui è stato operato il test) per raggiungere un ritmo produttivo di circa 340 blocchi al giorno, sarebbe occorso l’impiego di 4788 cavatori. Però, se si aumenta il periodo di attività del cantiere a 27 anni, il che è comunque plausibile, la produzione giornaliera richiesta scende a 250 blocchi e l’impiego umano a 3521 unità****.
Inoltre, è apparso subito chiaro che l’estrazione generava una considerevole quantità di materiale di risulta. In pratica si è calcolato che per un blocco estratto del volume di 1 mc. si ottenevano circa 1,5 mc. di detriti facilmente compattabili e molto stabili, perfettamente idonei ad essere riutilizzati. Se trasferiamo queste cifre alla piana di Giza, si può stimare che per circa 2.000.000 di mc. estratti furono prodotti circa 3.000.000 di mc. di frantumi che dovevano essere smaltiti oppure, più intelligentemente, riutilizzati. Con una tale quantità di materiale disponibile, che si accumulava continuamente, è del tutto logico ed evidente concludere che venisse reimpiegato, ad esempio, per elevare rampe o impalcature. Una volta chiuso il cantiere, i detriti di cui erano composte potevano essere livellati per modellare la topografia dell’area.
La scoperta della cava di Wadi el-Jarf e di attrezzi dell’epoca, ha fornito moltissime informazioni inedite sui procedimenti di estrazione durante l’Antico Regno. Confrontando gli utensili ritrovati in situ con le tracce lasciate sul fondo delle trincee di scavo, si è potuti risalire alle tecniche impiegate. Ciò ha permesso non solo di ricostruire gesti e posture degli antichi cavatori, ma anche di comprendere come era organizzata la suddivisione dei compiti in seno alla squadra. Quanto sperimentato, va tenuto ben presente, era posto in pratica da individui altamente qualificati e riuniti in squadre estremamente affiatate. I risultati ottenuti vanno rapportati alla grande forza del sistema manageriale egizio in grado di sviluppare delle sinergie che permettevano di conseguire una perfetta combinazione di competenze e risorse umane. Pertanto, è fin troppo facile concludere che il rendimento produttivo fosse ben superiore a quanto evidenziato dall’indagine moderna. La marcatura sistematica di utensili, blocchi o dei vasi, così come è stato osservato a Wadi el-Jarf, testimonia l’importanza e l’efficienza dell’organizzazione della forza lavoro all’interno delle squadre. E’ ciò che attesta anche l’eccezionale papiro di Merer rinvenuto nel sito.
Franck Burgos, scalpellino. CNRS – Centre National de la Recherche Scientifique. Studio e realizzazione di monumenti antichi. Coordinamento e studio logistico di siti archeologici. Esperto delle costruzioni in pietra.
Emmanuel Laroze , architetto e ingegnere di ricerca presso il CNRS. Specialista nello studio degli edifici e delle tecniche costruttive antiche, nel 1998 è entrato a far parte dell’Istituto Francese del Vicino Oriente ad Amman dove ha partecipato allo studio del Tempio di Zeus nel sito di Jerash.Dopo aver lavorato presso l’ Institut National de Recherche en Archeologie Préventive di Pantin (2002-2004) e aver preso parte a missioni archeologiche in Siria (Ugarit e Shaara), è diventato direttore del Centre Franco-Egyptien d’Etude des Temples di Karnak in Egitto (2005-2008). Dal suo ritorno in Francia, è stato assegnato al laboratorio Orient & Méditerranée dove collabora a vari progetti, in particolare in Egitto, come il tempio di Opet a Karnak (cortile del nascondiglio, colonne della sala ipostila) o la porta di Tiberio a Médamoud.
* In altro contesto, a Petra, ad esempio, il rendimento con attrezzi in acciaio in epoca romana, sul gres, è stato stimato intorno a 0,066 mc/h (Bessac,2007 pag. 360)
** Va considerato, infatti, che il numero di blocchi necessari alla chiusura delle gallerie, non avrebbero giustificato la ricerca di un giacimento che per caratteristiche geologiche avrebbe permesso un rendimento migliore. Inoltre, si deve considerare che uno sfruttamento delle risorse su larga scala, avrebbe avuto un forte impatto sul paesaggio circostante, mentre lo scopo del complesso portuale era proprio quello di nascondere nel miglior modo possibile le gallerie di stoccaggio.
*** Lehner 1996, pp.46-93 e 1997, pp.206-209
**** Si ragiona, ovviamente, sull’idea che la Grande Piramide sia interamente costituita da blocchi. Tuttavia, nulla vieta che siano stati utilizzati, in parte, cassoni riempiti da calcinacci, materiali di risulta dell’estrazione dei blocchi e/o sabbia.
Fonte: F. Burgos& E.Laroze, “L’extraction des blocs en calcaire à l’Ancient Empire. Une experimentation au ouadi el-Jarf, JAEA 4 (The Journal of Ancient Egyptian Architecture), 2020 pp. 73-95
Ci occupiamo, in questo secondo excursus tra le fantasie divulgate sulla civiltà del Nilo, ancora una volta di…alieni. Nel precedente episodio eravamo partiti da un imprecisato tempio Kushita approdando a Saqqara per svelare l’arcano. Restiamo in questo importantissimo sito, sorto come necropoli di Menfi, capitale del regno già a partire dalla I Dinastia, per incontrare un altro esemplare di…extra-terrestre.
A metà strada tra la Piramide a Gradoni di Djoser e il Serapeo si trova la mastaba di Ptahotep, visir durante il regno del faraone Djerkara Isesi della V Dinastia (2420-2380 a.C. circa). Nelle camere sepolcrali si possono osservare degli splendidi rilievi dipinti. In una scena di offerte al defunto, tra gli officianti, compare una strana figura che, a suo tempo, fece drizzare le antenne ai sostenitori degli incontri ravvicinati del III tipo intercorsi con gli abitanti della Valle del Nilo.
Indicata dalla freccia si intravede una figura che per gli ufologi presentava senza ombra di dubbio le caratteristiche degli Omini Grigi, una delle categorie più gettonate del campionario alieno: testa grosso modo triangolare, grandi occhi scuri obliqui ed inespressivi. E’ la prova di antiche visite di extraterrestri in terra d’Egitto?
Beh, se aumentiamo la risoluzione dell’immagine, possiamo capire di cosa si tratta. Ci troviamo di fronte ad una scena di offerta funeraria. Un officiante sulla destra reca un volatile ed al centro compare … l’alieno che, osservato con attenzione, altro non è che un contenitore da cui spunta un fiore di loto che presenta due boccioli ai lati. Più precisamente si tratta di una complessa variante di un vaso “heset”, con beccuccio, usato per libagioni e spesso associato a quella pianta.
La composizione fa parte delle numerose offerte al defunto nell’ambito del banchetto rituale e si ritrova anche in altri punti della mastaba di Ptah-Hotep.
Mistero svelato senza neanche dover ricorrere al parere di esperti egittologi ed anche in questo caso ai cultori delle ipotesi alieni non resta che battere in ritirata.
Mi piace concludere proprio con le considerazioni del Centro Ufologico Ferrarese
<< L’enigma è definitivamente risolto, con grave danno di immagine per noi ufologi e con l’ennesimo punto a favori di ottimi studiosi di egittologia e culture antiche…>>.
Nell’aprile del 2001, la rivista Hera pubblica un articolo in esclusiva mondiale, a cura di un certo Michele D’Arcangelo. Si tratta del racconto di un viaggio esplorativo fatto da un noto archeologo ed egittologo italiano non meglio identificato. Descrivendo questo viaggio, svoltosi nel 1997, ci informa che lo studioso fu condotto nei pressi di un’antica miniera aurifera della Nubia, nell’attuale Sudan per visitare un tempio sotterraneo. Il racconto della visita è questo:
“Dopo una trentina di metri raggiungemmo una grotta. Le pareti dell’ipogeo erano dipinte con scene mitologiche e figure di Per-‘aow (faraoni) della XII dinastia… Poco dopo sbucammo in un pianerottolo ingombro di oggetti che avrebbero fatto la gioia di qualunque museo, invece erano lì e chissà per quanti decenni ancora ci sarebbero rimasti… Il corridoio finiva in uno stanzone con molte camere ai lati: le dimore dei sacerdoti del Tempio sotterraneo. Un’arcata separava quella cavità da un’ampia sala colonnata con nel mezzo le statue in trono, scolpite nel granito nero, Wsir (Osiride), Aset (Iside) e Hor (Horus). Era quanto di più sorprendente mi fosse capitato di vedere nella mia carriera di archeologo. La realtà superava ogni più fervida fantasia e migliaia d’anni di buio storico sulle origini della civiltà, si schiarivano d’incanto… Bastava quel rilievo per dimostrare inconfutabilmente che l’uomo non si era evoluto da solo ma che qualcuno lo aveva preso per mano e gli aveva insegnato ciò che non poteva sapere?“
Ecco cosa avrebbe visto e fotografato l’illustre archeologo.
Straordinario!
Nel riquadro centrale è chiaramente visibile un oggetto che ha tutta l’aria di rappresentare un razzo e alla sua destra sono chiaramente visibili due omini.
L’articolo destò notevole scalpore e trovò una serie di sostenitori, non ultimo Mauro Biglino, un fecondo autore, divulgatore di teorie ufologiche, che ne riporta una riproduzione nel suo volume “ Il libro che cambierà per sempre le nostre idee sulla Bibbia” .
Biglino scrive:
“2150 a.C. Nel Medio Regno egizio (2160-1785 a.C.) viene edificato in Nubia il tempio minerario di Kush, che contiene una raffigurazione di una probabile navicella in volo e quella di un missile a terra, con due individui rappresentati di fronte e non vestiti come gli Egizi (paiono avere un abito composto da un solo elemento che ricopre tutto il corpo).”
La realtà è ben diversa: l’immagine pubblicata dalla rivista Hera non è mai esistita, ma è frutto di una manipolazione grafica. Il rilievo originale è ancora oggi visibilissimo a Saqqara, nella tomba di Nefer e Kahay, risalente alla VI Dinastia: ovviamente non raffigura nessun razzo, né omini alieni.
In compenso dimostra come con un abile fotomontaggio, un racconto avventuroso ambientato in un sito indeterminato possa condizionare l’opinione pubblica; e siamo in un’epoca in cui l’informatica non aveva ancora raggiunto gli straordinari livelli di diffusione moderna. Pensate oggi con la propagazione e la velocità dello scambio di informazioni offerte dalla rete, gli straordinari risultati che permettono i programmi di fotoritocco, quanto sia più facile diffondere notizie ingannevoli!
Fonte: sito internet guardo, penso e dico wordpress.com
La tomba di Kahai, sua moglie Meretites, il figlio Nefer e altri membri della famiglia, particolarmente bella e ben conservata, risale alla V dinastia, fu scoperta nel 1966 ed è databile ai primi anni di regno di Niuserra (2445-2421 a.C. circa).
E’ ubicata nei pressi del muro di cinta sud del complesso piramidale di Djoser a Saqqara.
Nella tomba di Nefer, ispettore dei cantanti all’epoca di Niuserra furono sepolti anche i genitori, Kahay e Meretites per i quali fu scolpita questa falsa porta nella parete ovest della cappella. Le iscrizioni identificano Kahay come direttore dei cantanti.
Alcuni membri della famiglia di Kahay sono rappresentati con le loro tavole d’offerta sul muro ovest. I tre uomini che indossano la pelle di leopardo e le parrucche a casco sono probabilmente i suoi figli. A tutti è attribuito il titolo di “ispettore dei cantanti”.
La tomba è scavata nella roccia di un’antica cava ubicata di fronte alla via processionale del re Unas. Ha un lunga cappella ha forma di “L” e undici pozzi . Uno di questi, il cui accesso è visibile dal pavimento, conduce ad una sala contenente un sarcofago al cui interno giace una mummia di sesso maschile intatta.
Nefer e sua moglie sono ritratti sulla falsa porta. Il rilievo, scolpito sulla parete, raffigura il titolare della tomba che stringe un lungo bastone ed uno scettro ”sekhem”, mentre la consorte trattiene un’oca con la mano sinistra .
l rilievo sulla falsa porta di Meretites, ubicato sul muro occidentale della cappella raffigura quattro portatori d’offerta. Il primo brucia incenso, i seguenti recano rispettivamente un’oca, una gazzella ed un vitello.
Il muro orientale è occupato da una ricca sequenza di scene quotidiane che mostrano il proprietario della tomba e i suoi familiari. Nel registro inferiore figurano scene di pesca e uccellagione.
Particolare del registro superiore della scena precedente che mostra la raccolta ed il trasporto del papiro effettuata da uomini nudi e stempiati. Evidentemente i manovali trasportano il materiale per la costruzione di una barca di papiro come lascia intuire la scena immediatamente successiva.
Fonte di testi e immagini: Karol Myśliwiec, Tombe della V e VI Dinastia a Saqqara, pp.312-313-314-315. Dal Volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass.
Grazie agli appunti scritti da un viaggiatore inglese di inizio XIX secolo e di due piloti francesi negli anni 50 del secolo scorso, Pierre Tallet ha fatto una scoperta straordinaria. In una remota e desertica parte dell’Egitto situata a pochi chilometri dalla costa del Mar Rosso ha rinvenuto un insieme di 30 grotte, scavate in colline calcaree, ma sigillate e nascoste alla vista. Nel 2011, durante la sua prima stagione di scavo, si è reso conto che queste grotte erano servite come una sorta di deposito di barche durante la IV dinastia, vale a dire circa 4.600 anni fa.
Pierre Tallet presso l’antico porto di Ayn Soukhna sul Mar Rosso. Foto David Degner
Nel 2013 (e siamo alla terza stagione di scavo) si è imbattuto in qualcosa di stupefacente: interi rotoli di papiro, alcuni dei quali lunghi qualche metro e ancora relativamente intatti, vergati in geroglifico, oltre che in ieratico, scritti da uomini che parteciparono alla costruzione della Grande Piramide di Khufu. Tra i papiri c’era il diario di un funzionario di nome Merer che guidava un equipaggio di circa 200 uomini che viaggiava da un capo all’altro dell’Egitto raccogliendo e consegnando merci di vari tipo. In un vero e proprio giornale di bordo, redatto ad intervalli di mezza giornata, menziona di essersi fermato a Tura, una città famosa per le sue cave di calcare, caricando la sua barca con la pregiata pietra per consegnarla a Giza. In effetti, Merer fa questa segnalazione al nobile Ankhaf, noto per essere il fratellastro di Khufu ed ora sicuramente identificato come uno dei maggiori responsabili della costruzione della Grande Piramide.
Gli esperti sono entusiasti di questa scoperta. Mark Lehner, che ha lavorato per circa 40 anni alle piramidi e alla Sfinge, dichiara che è quanto di più simile ad un viaggio nel tempo che ci riporta all’epoca degli antichi costruttori. Zahi Hawass, con l’ entusiasmo talvolta un po’ roboante che lo contraddistingue, non esita a dichiarare che siamo di fronte “alla più grande scoperta in Egitto nel 21° secolo” (se non ricordo male non credo sia la prima né l’ultima volta che si sia espresso così). Lo stesso Tallet, infatti, si premura di parlare in termini più misurati. “Il secolo è appena all’inizio”.
Tallet, un uomo di bassa statura, è nato a Bordeaux l’ 8 luglio 1966, ha modi pacati e cita con grande rispetto e attenzione i contributi di altri studiosi. Predilige i luoghi remoti, lontano dal clamore dei grandi siti monumentali. << Quello che amo sono i luoghi deserti>>, afferma <<Non vorrei scavare in posti come Giza e Saqqara. Non amo molto scavare tombe. Prediligo i paesaggi naturali.>> Ed in effetti le sue convinzioni gli fanno preferire siti remoti alle località più famose. <<La maggior parte delle nuove prove si trova lì!>> L’amore di Tallet per la periferia risale agli inizi della sua carriera. E’ cresciuto a Bordeaux, figlio di un insegnante di francese nelle scuole superiori e di una professoressa di letteratura inglese. Dopo aver studiato alla École Normale Supérieure di Parigi, si è trasferito in Egitto per svolgere il servizio militare alternativo come insegnante in un liceo. E’ rimasto laggiù a lavorare presso l’Istituto Francese, dove ha mosso i suoi primi passi nell’ indagine archeologica. Inizia a setacciare in lungo e in largo il deserto libico e quello del Sinai, cercando e trovando iscrizioni rupestri egizie non ancora note. <<Amo le iscrizioni rupestri: ti offrono una pagina di storia senza la necessità di scavare>> Nel Sinai rinviene importanti prove che confermano che gli antichi egizi vi estraevano turchese e rame. Ciò si accordava perfettamente con la scoperta del porto di Ayn Soukhna che fu utilizzato già dall’Antico Regno.
La baia di Ayn Soukhna come appariva alla fine degli anni novanta del secolo scorso. Foto: Orient & Méditeranée, Ayn Soukhna
L’area non era stata riconosciuta come antico sito archeologico, finché non fu segnalato, nel 1999 dal professor Mahmud Abd el Raziq, un archeologo egiziano, che vi scoprì antichi geroglifici scolpiti delicatamente nella pietra. Da allora è cominciata l’indagine sistematica della zona ad opera di archeologi egiziani e francesi. Gli scavi sono cominciati a partire dal 2001 sotto la sovrintendenza di una missione composta da Mahmud Abd el Raziq (Universitè du Canale, Ismailia), Georges Castel (IFAO), Pierre Tallet (Université Paris-IV Sorbonne) e dal 2017 Claire Somaglino (Université Paris-IV Sorbonne). In questa località, posta sulla costa occidentale del golfo di Suez, a circa 120 Km dal Cairo, e il cui nome significa in arabo “la sorgente termale”, sono stati riportati alla luce resti di forni per la fusione del rame e la preparazione di cibi e una serie di gallerie che fungevano da ricovero per le barche. Inoltre, numerose iscrizioni geroglifiche incise sulle rocce attestano che fosse un importante porto faraonico a partire dall’Antico Regno sino alla fine della XVIII Dinastia.
Ayn Soukhna, parte retrostante di un edificio risalente all’Antico impero. Molte impronte di sigilli, che riportano i nomi dei re della IV ° e V ° dinastia, dimostrano l’antichità di questa struttura. Diverse iscrizioni sono state poste anche all’ingresso di alcune di queste gallerie: risalgono all’Antico Regno e specificano le mete e il personale di queste spedizioni. Foto: Orient & Méditeranée, Ayn Soukhna
Ayn Soukhna. Iscrizione risalente al regno di Djedkarê-Isesi posta all’ingresso della galleria G1. Foto: Orient & Méditeranée, Ayn Soukhna
Ma nel frattempo la curiosità di Tallet lo porta ben presto sessantadue miglia a sud di Ayn Soukhna. Qui, lungo la costa del mar Rosso si trova un secondo ed ancora più sperduto sito archeologico: Wadi el-Jarf. Unico punto di riferimento nelle vicinanze è il Monastero di San Paolo l’Anacoreta, un avamposto copto fondato nel V secolo d.C. nei pressi della grotta che fu abitata dall’eremita.
La posizione geografica dei due porti dell’Antico Regno di Ayn Soukhna e Wadi el-Jarf
L’area è praticamente “nel mezzo del nulla” e probabilmente per questo è riuscita a schivare l’attenzione sia degli archeologi, sia dei saccheggiatori. Tra le poche persone a notare il sito ci fu un esploratore britannico John Gardner Wilkinson, che nel 1823 lo descrisse nei suoi appunti di viaggio: “Vicino alle rovine c’è un piccolo poggio con 18 camere scavate e accanto, forse, molte altre il cui ingresso non è più visibile. Entrammo in quelle dove gli ingressi erano meno ostruiti dalla sabbia e dalle rocce crollate e trovammo che erano catacombe; sono ben tagliate e variano da circa 80 a 24 piedi per 5; la loro altezza varia da 6 a 8 piedi”. Probabilmente, avendo associato l’area al monastero, Wilkinson dedusse che il complesso di gallerie non fosse altro che una serie di catacombe. Evidentemente, la descrizione di questa serie di camere accuratamente scavate nella roccia, fa scattare l’intuizione di Tallet: gli ricorda troppo da vicino le gallerie per il ricovero delle barche che è intento a scavare ad Ayn Soukhna e riecheggiano anche quelle di un altro porto antico, Mersa Gawasis scavato da Kathryn A. Bard dell’Univerità di Boston e da Rodolfo Fattovich dell’Università L’Orientale di Napoli. Inoltre, due piloti francesi a metà degli anni 50 avevano notato il sito, ma senza associarlo ad un porto.
Resti della struttura portuale sul Mar Rosso e dei depositi di ancoraggio, nei pressi di Wadi el-Jarf. Foto: Pierre Tallet
Tallet riesce a rintracciarne uno e usando i suoi appunti , la descrizione di Wilkinson e la tecnologia GPS recupera la posizione. Dopo due anni di lavoro, lui e la sua missione, iniziano a liberare un piccolo passaggio all’ingresso delle gallerie delle barche, tra due grossi blocchi di pietra che erano stati usati per sigillare gli ingressi. Qui hanno ritrovato interi rotoli di papiro, incluso il diario di Merer.
Wadi el-Jarf. Localizzazione dei principali depositi di papiri all’entrata delle gallerie G1 e G2 Foto G. Marouard
<<Gli antichi>>, dichiara Tallet, <<buttarono dentro tutti i rotoli di papiro, alcuni dei quali ancora legati con una corda, probabilmente mentre chiudevano il sito>>.
A sinistra: Wadi el-Jarf, un’ancora in pietra. Foto Pierre Tallet. A destra: busto del Principe e Visir Ankhhaf, nonchè fratellastro del faraone Khufu. Museum of Fine Arts of Boston.
DESCRIZIONE DEL SITO
Wadi el-Jarf è posizionata a 35 miglia dalle montagne del Sinai che costituivano un vero e proprio distretto minerario per l’ Antico Egitto. Nel porto, Pierre Tallet e il suo team hanno individuato un antico molo in pietra a forma di L, lungo oltre 180 metri, che fu costruito per consentire un riparo sicuro alle imbarcazioni. Dal sito sono state recuperate circa 130 ancore, quasi il quadruplo di quelle fino ad allora trovate. Sono state, inoltre, individuate una trentina di gallerie scavate nel fianco della montagna per il rimessaggio (di lunghezza variabile da 15 a oltre 30 metri), contro le 10 rinvenute ad Ayn Soukhna. Si tratta quindi di una struttura veramente imponente soprattutto considerando che è stata realizzata ben 4.600 anni fa. Eppure Tallet e i suoi colleghi raccolgono prove che indicano, senza ombra di dubbio, che fu utilizzata per breve tempo. Il porto fu attivo all’inizio dell’Antico Regno, ma in particolare sotto il regno di Khufu (Cheope).
Le coste del Sinai viste da Wadi el-Jarf durante una giornata particolarmente limpida. (Missione archeologica a Wadi el-Jarf: G. Marouard)
Appare subito chiaro, nel corso dello scavo, che era stato di fondamentale importanza nel colossale progetto costruttivo della Grande Piramide: gli egizi avevano bisogno di enormi quantitativi di rame, il metallo più duro allora disponibile per la realizzazioni di utensili impiegati nell’estrazione dei blocchi di calcare e la principale fonte di rame erano le miniere del Sinai che si trovavano proprio di fronte a Wadi el-Jarf. Il sito fu poi abbandonato in favore di Ayn Soukhna probabilmente per motivi logistici. Questa località distava infatti solo 120 Km. dalla capitale e, sebbene el-Jarf fosse più vicina al distretto minerario sinaitico, richiedeva un viaggio considerevolmente più lungo per raggiungerla.
Gli scavi di Ayn Soukhna hanno portato alla luce abitazioni, un’officina del rame, resti di navi e iscrizioni su pietra. Una di queste cita un “ispettore dei falegnami”, vestigia di un porto trafficato migliaia di anni fa. Alexander Stille; Photographs by David Degner
Dopo aver visitato la località, Mark Lehner, l’egittologo americano, è rimasto come folgorato dai collegamenti che lo associavano a Giza: << la possanza e la purezza del sito è così Khufu>> ha dichiarato <<la dimensione, l’ambizione e la sua raffinatezza; queste gallerie scavate nella roccia grandi come i garage per treni Amtrak (uno dei treni americani per eccellenza), questi enormi martelli di diorite nera e dura che vi sono stati trovati, la vastità del porto, la scrittura chiara e ordinata dei geroglifici dei papiri, che sembrano fogli di calcolo Excel dell’antichità: tutto ha la chiarezza, lo splendore, la grandiosità e l’eleganza delle piramidi, tutte le caratteristiche di Cheope e dell’inizio della IV Dinastia>>.
Carta che illustra le localizzazione di Wadiel-Jarf e dello Wadi Araba (D.Laisney, IFAO) e una veduta dello wadi Araba (foto Y Tristant)
Tallet, è convinto che porti come Wadi el-Jarf e Ayn Soukhna servissero soprattutto da snodi di approvvigionamento. Verosimilmente, a causa della scarsità di fonti di cibo nel Sinai, Merer e altri sovrintendenti avevano la responsabilità di fornire derrate alimentari, provenienti dalle ricche terre lungo il Nilo, alle migliaia di uomini impegnati nelle miniere per l’estrazione di rame e turchese. Con tutta probabilità le operazioni portuali avvenivano solo durante la primavera e l’estate, quando si poteva essere ragionevolmente certi che il mar Rosso si mantenesse relativamente calmo. Al termine della stagione operativa, trascinavano le imbarcazioni fino alla parete rocciosa dove venivano poste al riparo nelle gallerie fino alla primavera successiva.
Accampamento dell’Antico Regno (IV Dinastia) nella parte settentrionale del Wadi Araba (foto Y. Tristant)
Appare, quindi, inequivocabile l’enorme ruolo che ha ricoperto nel suo relativamente breve periodo di utilizzo. Situato sulla costa occidentale del golfo di Suez, a circa 100 chilometri a sud di Ayn Soukhna, (l’altro punto di ancoraggio faraonico sul mar Rosso), fu, come oramai sembra accertato, il porto di elezione, durante il regno di Cheope, per raggiungere le miniere di turchese e rame nel sud-ovest del Sinai. E’ ubicato di fronte ad un punto di sbarco contemporaneo identificato recentemente a El-Markha, sulla riva orientale del Golfo, separato da un braccio di mare largo meno di 50 chilometri. Ad ovest si collega alla valle di Nilo, all’incirca alla latitudine di Meidum (ove fu edificata la prima piramide di Snefru, il fondatore della IV Dinastia), attraverso un reticolo di piste che attraversano il Wadi Araba. Una delle ragioni principali della scelta di questo particolare punto del litorale fu senza dubbio la presenza di una importante fonte d’acqua dolce (oggi inclusa nel monastero di San Paolo, a circa 10 chilometri dal sito), che permetteva di rifornire le spedizioni che vi transitavano. Le vestigia, si estendono per 6 Km. da est ad ovest, dal primo contrafforte montuoso del deserto orientale alle rive del mar Rosso.
Ritengo utile fornire una descrizione del contesto archeologico in cui sono stati rinvenuti gli straordinari frammenti di papiro al fine di chiarire e collegare tra loro i vari aspetti di una struttura che ha rivestito un ruolo di fondamentale importanza nel grandioso progetto concepito da Cheope. Saranno così di volta in volta descritte le diverse strutture, fino ad occuparci del contenuto del materiale papiraceo.
LE STRUTTURE
Le vestigia più occidentali del sito presentano un sistema di gallerie-deposito simile a quelli rinvenuti poco tempo prima negli altri due porti, ad oggi noti, di Ayn Soukhna e Mersa Gawasis. Si tratta di circa una trentina di gallerie, delle quali diciassette dislocate attorno ad una piccola sporgenza rocciosa, altre nove sul fianco orientale di un piccolo wadi che corre in direzione nord-sud.
Immagine n. 1: Schema della posizione delle diverse installazioni del sito (D.Lainsney)
Immagine n. 2: Mappa della zona delle gallerie (D. Laisney)
Sono lunghe mediamente 20 m., larghe 3 m. e alte 2,5 m., ma alcune, come le gallerie G1 e G20, raggiungono 34 m. di lunghezza. Ai loro ingressi è sempre presente un sistema di chiusura elaborato: l’accesso alla galleria è stato spesso rimpicciolito dall’installazione di una lastra di calcare su uno dei suoi lati, prima della sigillatura ermetica costituita da una serie di grandi blocchi. (Immagine N. 3).
Immagine n. 3: Le gallerie G1 e G2, dopo lo scavo mostrano il loro sistema di chiusura (Credit: Pierre Tallet, BSFE N. 188, Febbraio 2014)
Questa parte del sito era riservata allo stoccaggio di materiali (parti delle imbarcazioni e attrezzi) e dei prodotti di prima necessità indispensabili per le spedizioni. Grossi vasi destinati a contenere acqua venivano realizzati nelle vicinanze prima di essere immagazzinati: due forni da vasaio utilizzati per la loro cottura sono stati scoperti sotto le gallerie da G3 a G6. Un centinaio di metri più a est, sulle ultime collinette calcaree che si affacciano sulla vasta pianura costiera che costeggia il Mar Rosso in questo punto, si trovano le aree previste per le abitazioni e probabilmente per l’ amministrazione. Un grande gruppo di strutture si distingue particolarmente e mostra almeno due grandi fasi successive di insediamento, entrambe datate agli inizi dell’Antico Regno, come dimostra il materiale ceramico osservato sulla superficie. A metà strada tra l’insediamento e la costa, nel cuore della piana litoranea, si rileva la presenza di un ampio edificio rettangolare in pietra a secco, molto insabbiato, che misura 60×30 metri ed è suddiviso internamente in tredici lunghi spazi trasversali. La funzione precisa di questa costruzione, la più grande d’epoca faraonica finora scoperta lungo il litorale del mar Rosso, è ancora da definire.
Immagine n. 4: La costruzione intermedia vista da nord (Zona 5), dopo il completamento dello scavo. (Credit: Pierre Tallet)
Sulla costa si trova un ultimo insieme di strutture portuali. Con la bassa marea, si può vedere un pontile a forma di L, che è per lo più sommerso, ma la cui estremità del ramo est-ovest si adagia sulla riva.
Immagine n. 5: Il molo con la bassa marea (foto G. Marouard)
Questo pontile si prolunga sotto il livello dell’acqua in direzione ovest-est per una lunghezza di circa 160 metri. Si inclina successivamente, seguendo un tracciato meno regolare, verso sud-est per altri 120 metri circa. Nella sua parte emersa, si può osservare un assemblaggio piuttosto regolare di grandi blocchi e ciottoli, che assicurava la protezione di una vasta area di ormeggio artificiale estesa per più di 2,5 ettari.
Immagine n. 6: Pianta del molo (D.Laisnay, G.Marouard, P.Tallet)
Una esplorazione sottomarina ha permesso di confermare la destinazione portuale di questa struttura: almeno 21 ancore in calcare sono state scoperte in situ, in una posizione riparata a sud del ramo est-ovest del molo. Anche diversi grandi vasi di stoccaggio, di produzione locale, fanno parte del materiale archeologico rinvenuto sott’acqua.
Dopo il primo sopralluogo, effettuato nel 2011, che ha permesso di tracciare il piano topografico di tutte le componenti del sito, successivamente lo scavo si è concentrato in particolare su due settori: il complesso gallerie-deposito e le installazioni della zona costiera.
LA ZONA COSTIERA
Le indagini delle strutture portuali si sono concentrate, nel 2013-2014, su un’area situata a circa 200 metri dalla costa. In questo settore erano visibili in superficie numerose tracce di muratura, la cui funzione non era chiara, e un’ancora di imbarcazione. Lo scavo sistematico, operato su una superficie di circa 1000 mq. ha fornito prove di due occupazione successive, non necessariamente lontane nel tempo ed entrambe databili all’inizio dell’Antico Regno.
La più antica è riconducibile a due grandi strutture in pietra, lunghe 30 metri e larghe da 8 a 12 metri e presenta cellule disposte a pettine. Le due installazioni sono state costruite contemporaneamente, e l’una parallela all’altra, lungo l’asse nord-sud, con la parte posteriore rivolta a nord al fine di proteggere gli spazi interni dai venti prevalenti e dal rischio di insabbiamento. La loro pianta generale è tipica dei depositi, conosciuti attraverso le spedizioni, degli inizi dell’Antico Regno. (Immagine n. 1).
Immagine n. 1 Pianta delle strutture a pettine della zona portuale (D.Laisney, G. Marouard, P. Tallet)
Erano originariamente dotati di una copertura realizzata con materiali leggeri, sostenuta da pali di legno il cui ancoraggio al suolo è stato messo in evidenza durante lo scavo. Nello spazio vuoto tra le due strutture è stato rinvenuto un deposito di ben 99 ancore di pietra per imbarcazioni: erano state accuratamente conservate lì durante la fase finale dell’occupazione dei due depositi (Immagine n. 2).
Immagine n. 2 Il deposito di ancore tra i due edifici (Foto G. Marouard)
Alcune di queste ancore, dalla forma estremamente varia, erano ancora dotate delle funi che le tenevano in posizione. Molte di loro recano ancora i segni, vergati con inchiostro nero o rosso, che fanno, con tutta probabilità, riferimento al nome dell’imbarcazione a cui erano destinate o, magari alla squadra che ne era responsabile (Immagine n. 3).
Immagine n. 3 Dettaglio di un’àncora. E’ ancora parzialmente visibile alla sua base la corda servita per attaccarla. (Bulletin de la société française d’égyptologie,BSFE).
Sempre all’inizio dell’Antico Regno, ma dopo una fase di insabbiamento che provocò la quasi totale scomparsa dei depositi, fu realizzata una più modesta struttura rettangolare a sud-est dell’area, utilizzando blocchi di pietra prelevati dalle costruzioni precedenti. A questa seconda fase si deve la realizzazione di diverse installazioni leggere del tipo a “fondo di capanna” nella parte nord-orientale del settore ed una significativa attività di panificazione. Due sepolture, contenenti ossa di più individui, possono essere associate a quest’ultimo periodo di occupazione del sito che precede il definitivo abbandono della zona portuale di Wadi el-Jarf. Può darsi, ma è solo un ipotesi, che si tratti di membri di una spedizione deceduti nel corso delle operazioni e i cui resti sono stati portati lì per essere inumati.
Durante la campagna del 2015 si provvide ad effettuare un ampio sgombero dell’intera parte emersa del molo frangiflutti, operazione resa difficile dai fenomeni di marea che spesso ostacolavano lo scavo del tratto più vicino alla riva (Immagine n. 4).
Immagine n. 4 Parte del molo di Wadi el-Jarf (missione fotografica Wadi el-Jarf)
Tuttavia, la struttura è stata identificata per tutta la sua lunghezza di circa 40 m, portando la lunghezza totale della sua sezione est-ovest a 205 m (circa 390 cubiti), aggiungendo i 165 m sommersi già mappati. Sulla spiaggia, la larghezza conservata della struttura varia notevolmente da 1,70 m a 6,50 m. In tutta la metà occidentale, protetta da un forte insabbiamento, sia la faccia esterna – nord, che quella interna – sud, si sono ben conservate e il molo presenta una larghezza omogenea da 5,75 metri a 6,25 metri (circa 11 o 12 cubiti). La facciata esterna è stata trovata in uno stato di conservazione eccezionale, rivelando una cura particolare nella costruzione e una disposizione tanto originale quanto inaspettata. I grandi ciottoli calcarei che compongono il molo sono disposti in modo ordinato e molto regolare. Il cuore del molo, invece, è costituito da un riempimento operato con pietre più piccole, ma estremamente solido, che è stato visibilmente compattato e cementato con un legante di argilla giallastra. L’osservazione dei blocchi ha rivelato una realizzazione tecnicamente avanzata nelle sezioni contigue (di circa 5,50 – 6,00 metri di lunghezza) i cui angoli sono stati sistematicamente assemblati con blocchi più grandi e incatenati. Ognuna di queste sezioni (ne sono state identificate almeno 5) ha una faccia che non è diritta, ma molto chiaramente concava, che è stata deliberatamente prodotta dai costruttori, senza dubbio per accentuare la resistenza di questa parte del molo, più esposta alle forti correnti litorali provenienti dal nord e ai ripetuti attacchi del moto ondoso (Immagine n. 5).
Immagine n. 5 Dettaglio della costruzione del molo (missione fotografica Wadi el-Jarf)
Indagini 2019
Le installazioni di fronte al molo (zona 6) sono state oggetto di studi supplementari all’inizio della campagna 2019 (dal 10 marzo al 30 marzo). L’area immediatamente a sud degli accampamenti è stata ripulita su una superficie di più di 200 mq , rivelando una zona di cottura dei cibi molto ampia e i resti di una ventina di focolari, talvolta delimitati da blocchi di pietra, i cui pavimenti sono costituiti da frammenti ceramici di grandi vasi di fabbricazione locale. Sono stati rimossi anche tutti i pavimenti in argilla delle stanze dell’edificio meridionale, al fine di verificare l’eventuale presenza di tracce di una precedente occupazione, come nella zona 5. Il test è risultato negativo e sembra confermare che il primo insediamento in questa parte del sito è effettivamente contemporaneo al regno di Cheope, del quale era stato rinvenuto un gran numero di sigilli nei pavimenti dell’edificio settentrionale. Ulteriori indagini sono state effettuate anche sulla costa, in linea con la parte meridionale del bacino artificiale delimitato dal molo. In questo punto, la presenza di una sporgenza sabbiosa, chiaramente di origine antropica, era stata notata fin dall’inizio dei lavori nel sito. Corrisponde palesemente ad una zona di depressione, immediatamente a sud del porto, costituita dallo sbocco verso il mare di un grande wadi che attraversa questa piana costiera. In questo punto, sono stati trovati due allineamenti paralleli di pietre, orientati da ovest a est. Sono ancorati alla riva e si estendono nel mare, dove sono ben visibili con la bassa marea. Probabilmente non corrispondono alla costruzione di un molo o di una rampa, come si era pensato inizialmente, ma alla delimitazione di un canale realizzata per proteggerlo dall’insabbiamento. In tal modo, la zona di depressione poteva essere utilizzata come zona di assemblaggio delle barche, in cui sarebbe stato sufficiente far penetrare il mare, con l’alta marea, per facilitare il loro galleggiamento. Questa ipotesi dovrà essere verificata in seguito, in particolare con una politica di scandaglio sistematico del cumulo di sabbia che è l’elemento più visibile di questo impianto.
Indagini 2020
E’ stato ancora una volta sgomberato l’eccezionale deposito di 99 ancore identificato nel 2013. Questa operazione aveva lo scopo di migliorare la copertura fotografica realizzata durante la sua scoperta iniziale, ma è stata anche l’occasione per effettuare una registrazione più sistematica dei segni che erano incisi su queste ancore dalle squadre che le avevano immagazzinate lì, controllando sistematicamente i lati nascosti di questi oggetti. Il totale di queste iscrizioni potrebbe così essere portato, al termine della campagna, a un insieme di 70 documenti, 32 “segni rossi”, che fanno riferimento al nome delle barche a cui appartenevano le ancore, nonché alle squadre ad esse associate, e 38 “segni neri” – tracciati per la maggior parte per mezzo di un pezzo di carboncino – che identificano phyla (squadre) e sezioni di queste stesse squadre (Immagine n. 4) Questo corpus permette così di ottenere un’immagine dell’ultima flotta di Cheope che frequentava il luogo, prima della chiusura definitiva di questi edifici in riva al mare, e di ricostruire, a grandi linee, le strutture ad albero di queste squadre (Immagine n. 6).
Immagine n. 6. Ancora per imbarcazione su cui è ancora visibile il nome della squadra “Dwa Wadjet” (Bulletin archéologique des Écoles françaises à l’étranger, BAEFE)
IL COMPLESSO DELLE GALLERIE DEPOSITO
Il complesso di gallerie fu scavato a circa 7 km dalla battigia. Furono utilizzate come deposito per portare al riparo imbarcazioni, o loro parti smontate, e per conservare attrezzature, cibo, acqua e i materiali in attesa di essere spediti. Siccome il porto veniva utilizzato solo in alcuni periodi, gli ingressi delle gallerie venivano sigillati utilizzando blocchi di calcare pesanti fino a diverse tonnellate. Spesso erano così accuratamente posizionati che per liberare l’accesso bisognava agire di mazza e scalpello per aprirsi un varco di accesso attraverso l’ostruzione creata per proteggere il contenuto delle gallerie. Per di più, alfine di tutelarlo anche dall’umidità si provvedeva alla sigillatura con malta di argilla, dopodiché i blocchi venivano contrassegnati con inchiostro rosso. Per facilitare la riapertura delle gallerie fu escogitato un sistema che permetteva un notevole risparmio di tempo e fatica: tramite un congegno basato su binari di legno, del quale sono ancora visibili le tracce, diventava possibile far scorrere i blocchi, liberando l’ingresso (Immagine n. 1).
Immagine n. 1 Il sistema di chiusura e le marcature sui blocchi all’ingresso delle gallerie G5–G6 (Foto G. Marouard, disegni P. Tallet)
L’area delle gallerie deposito è stata oggetto di indagini molto intense. Al termine di tre campagne di scavo, tredici di queste, su un totale di circa trenta, sono state liberate. All’interno di tre gallerie era ancora visibile in superficie un grande deposito di grosse giare che erano probabilmente servite da contenitori per l’acqua da approvvigionare durante le spedizioni (Immagine 2).
Immagine n. 2 Una delle gallerie in cui erano presenti depositi di giare in frantumi. (Pierre Tallet)
Presentavano sistematicamente un’iscrizione con inchiostro rosso, impressa prima della cottura, che ne indicava la destinazione. Questa dicitura designa invariabilmente una squadra che ha operato sul posto. Per esempio quella dei “rḫw bjkwy nbw” (i conoscenti del doppio Horus d’oro), che prende il suo nome da uno degli elementi della titolatura di Cheope (Immagine n. 3).
Immagine n. 3 Giare di stoccaggio con le iscrizioni che menzionano la squadra operante sul sito. Le scritte, in un geroglifico molto “corsivo”, per il frammento superiore si leggono “rḫw bjkwy nbw” (i conoscenti del Doppio Horus d’oro) e “wr m3j” (Grande Leone o Grande è il Leone). Quello inferiore fa riferimento ad una squadra di lavoratori la cui lettura potrebbe essere “m3-wrrt “[di Cheope]”, ma il cui significato non è ancora stato chiarito. (P.Tallet, G. Marouard).
Alcune delle giare erano state addirittura prodotte in loco, e sottoposte a cottura nei forni trovati nei pressi della galleria G6. I vasi venivano prodotti in grandi quantità; la loro presenza è attestata, infatti, nel porto di Ayn Sukhna e numerosi frammenti sono stati ritrovati anche presso la fortezza di Tell Ras Budran, laddove approdavano le spedizioni verso il Sinai (Immagine n. 4).
Immagine n. 4 I forni di cottura per la ceramica rinvenuti nei pressi della galleria G6 (Foto G. Marouard)
Le altre gallerie sgombrate sembrano essere state impiegate per la conservazione di elementi di imbarcazioni. Resta così poco di questi natanti smontati che è presumibile che siano stati recuperati quasi integralmente dagli stessi Egizi prima del definitivo abbandono del sito. Tuttavia, la presenza di alcune centinaia di frammenti di legno, tenoni, parti di remi, pezzi di raccordo e cordame lasciano pochi dubbi sulla loro presenza nelle gallerie in un dato momento della storia del sito.
Lo scavo sistematico delle discese che conducono all’ingresso delle gallerie di stoccaggio (in particolare quelle delle gallerie G1-G2 e da G3 a G6) ha fornito molteplici informazioni sulle diverse fasi di utilizzo del sito. I prodotti di scavo, furono in parte utilizzati per livellare il pendio naturale che conduceva agli ingressi. Su questo terrazzamento si riscontrano livelli di occupazione, contemporanei all’utilizzo delle gallerie, consistenti in focolari e accumuli di cenere. Siccome, la chiusura delle gallerie imponeva un grosso impegno lavorativo, si pensò di utilizzare grossi blocchi di calcare del peso di diverse tonnellate per erigere una barriera davanti agli ingressi, facendoli scivolare su una rampa di accesso lungo l’asse di ciascuna galleria. Nella fase finale tutte le gallerie furono sigillate con un grosso tassello di calcare spinto davanti a ciascun ingresso a mo’ di saracinesca e rendendo la sigillatura ermetica grazie all’impiego di una malta d’argilla nelle giunture. Sulla maggior parte di questi grossi blocchi si riscontrano numerosi marchi di controllo, databili al regno di Cheope. La formula più rimarchevole, ritrovata su almeno cinque blocchi menziona una squadra il cui nome fa riferimento a quello del re; “šmsw jn ẖnm-ḫw⸗f-wj nṯrtj⸗s”, che molto prudenzialmente si può tentare di tradurre come: [la squadra della] scorta di Khnum Khufu porta le sue Due Dee (Immagine n. 5).
Immagine n. 5 Marchio di controllo rinvenuto su uno dei blocchi all’ingresso della galleria G6. che menziona la squadra “la scorta di Khnum Khufu porta le sue Due Dee”* Notare come nel cartiglio è iscritto il nome completo di Cheope “ḫnmw ḫ f w” (per convenzione si legge Khnum Khufu, il cui significato è Khnum mi protegge). *altra traduzione possibile, chiarisce Pierre Tallet, è “le sue Due Signore”
LA CAMPAGNA 2019
Dal 12 marzo al 18 aprile 2019 è proseguito lo scavo del sistema di gallerie-deposito del settore 4 (G18-G28), avviato nel 2017. Il complesso si sviluppa a sud dei settori 1 (gallerie G3-G6 e G7-G17), 2 (G1-G2 e G13-G16) e 3 (G8-G12) ed è costituito da 11 gallerie di cui una doppia (G28). (Immagine n. 1).
Immagine n. 1 Pianta delle gallerie (D.Laisney)
Sono state costruite nel pendio di un substrato roccioso che costeggia a est il fondo del wadi. Per ispezionarle è stata sgombrata un’area di circa 560 mq. al fine di analizzare le varie fasi sviluppo di questi depositi: scavo, utilizzo e chiusura. (Immagine 2).
Immagine n. 2 Veduta d’insieme delle gallerie-deposito G24-28 guardando verso nord (Credits: Mission Archéologique du uadi el-Jarf 17132_2019). E’ perfettamente ravvisabile il letto disseccato del wadi e la sponda rocciosa in cui è stata scavato qesto settore delle gallerie-deposito
Nel breve tempo disponibile si è proceduto alla misurazione e ad un sommario rilevamento del contenuto interno che riassumo in breve. La galleria G24, quella più a sud dell’area di scavo, è lunga 26 m. e larga all’ingresso 2,30 m. L’interno presenta uno spesso strato accumulatosi per lo sgretolamento del soffitto e delle pareti e per i depositi dovuti alle esondazioni del wadi. Conteneva grandi quantità di cocci ceramici e frammenti di tessuto (Immagine n. 3).
Immagine n. 3 Entrata della galleria G24 con il suo contenuto di frammenti di giare di ceramica (Credits: Mission Archéologique du uadi el-Jarf 17132_2019)
Nella galleria G25, lunga 28 m. e larga 3 m. all’ingresso, erano sparsi diversi pezzi di legno, ceramica importata e di produzione locale, frammenti di stoffa e corda ed una rete. La G26 misura 28 m. di lunghezza per 3 m. di larghezza d’accesso: ha restituito sette lunghi pezzi di imbarcazione mentre numerosi elementi più piccoli erano stati abbandonati su entrambi i lati della scala di accesso. Molte assi sono dotate di mortase, alcune delle quali accuratamente lavorate. Una delle mortase presenta ancora la sostanza utilizzata (resina?) per calafatare i diversi elementi del natante. La maggioranza degli elementi più grandi conserva tracce di pigmenti rossi o iscrizioni e segni che potrebbero riferirsi a indicazioni tecniche per lo smontaggio ed il rimontaggio dell’imbarcazione. Il contenuto della galleria G27, 30 x 3,30 metri, consiste ancora in frammenti lignei in uno stato di conservazione più o meno buono, nonché cocci di ceramica di produzione locale e giare di stoccaggio alcune delle quali contrassegnate (Immagine n. 4).
Immagine n. 4 Veduta d’assieme degli ingressi alle gallerie G27 e G28 (Credits: Mission archéologique du ouadi el-Jarf 17132_2019)
Infine della G28 è stato liberato, in questa sessione di scavo, solo l’ingresso principale del sistema (si tratta di una galleria doppia). La parte esplorata presenta al suo interno materiale nautico similmente a G25 e G26, vale a dire diverse parti di imbarcazioni in legno di cedro e tamerice, alcune delle quali recanti marcature dipinte in rosso. Erano sparse sui gradini di accesso e ricoperte da uno spesso strato di stoffa.
Sempre durante la campagna del 2019 si è condotto un esperimento al fine di comprendere come venisse manipolato e trasportato un blocco calcareo di quel tipo. Per poter esaminare e valutare i mezzi necessari si è deciso di spostare un blocco, estratto nel 2018, dalla cava al sito, vale a dire per una distanza di circa 400 metri su un dislivello negativo di 40 metri. Il blocco, poco più di un metro cubo, aveva un peso di circa 2,5 tonnellate ed il trasporto è stato effettuato in tre giorni. Per iniziare, si è supposto che il blocco potesse essere semplicemente trascinato sul suolo, preparato in modo da rimuovere le maggiori asperità, con l’aiuto di assi e spargendo sabbia. Per evitare che gli spigoli affondassero nel terreno sono stati leggermente arrotondati. Il primo tentativo, fallito, è stato effettuato impiegando quattro persone e una grande corda di canapa. Si è aumentato mano a mano il numero di braccia, sino a raggiungere l’impiego di 32 operai. In queste condizioni si è riusciti a spostare il blocco solo di qualche metro, finché ci si è resi conto che per migliorare la performance la posizione della corda assumeva un rilievo decisamente importante. Appariva chiaro che se era posizionata troppo in alto il blocco tendeva a sollevare la parte retrostante creando un forte attrito sugli assi di legno e non permettendo più l’avanzamento. Si è quindi optato per uno scorrimento legno contro legno inframmezzato da un velo di sabbia. In pratica il blocco è stato caricato su una specie di slitta di legno leggero sostenuta da due traverse. Con la corda ancora legata intorno al blocco è ripreso il test ed il sistema si è rivelato molto più efficiente: lo spostamento è avvenuto utilizzando solo 20 persone. L’utilizzo di leve di legno azionate sul retro del blocco si è rivelato indispensabile per fornire l’impulso iniziale alla partenza e mantenerlo in posizione corretta. Non essendo continua la trazione, ma a scatti successivi, lo sforzo di ogni individuo doveva essere perfettamente sincronizzato, per ottenere la massima efficienza (Immagine n. 5).
Immagine n. 5 L’esperimento di spostamento di un blocco di calcare effettuato nel 2019 nel sito.(Credits: Mission archéologique du ouadi el-Jarf. 17132_2019)
LA CAMPAGNA 2020
Il lavoro sulle gallerie G18-G28 è proseguito durante tutta questa campagna. Si è potuto effettuare un rilevamento dei marchi di controllo che furono apposti sui blocchi di chiusura dei depositi dalle squadre che vi operarono e una revisione generale dell’abbondante epigrafia proveniente, in particolare, dai vasi che vi erano contenuti. L’assieme dimostra che anche questo secondo gruppo di gallerie ha conosciuto diversi periodi di occupazione successivi, da parte di diverse squadre di lavoratori, la cui presenza, molto probabilmente, va dalla seconda metà del regno di Snefru alla fine di quella del suo successore Cheope.
Durante questa campagna sono state liberate, almeno parzialmente quattro gallerie: G24, G26, G28A e G28B. Lo scavo dei primi 10 metri della galleria G24, dimostra che contiene esclusivamente le grosse giare di stoccaggio prodotte in loco e destinate per lo più ad assicurare le riserve d’acqua alle missioni inviate sul posto. Il contenuto sembra simile per densità a quello osservato nelle gallerie adiacenti G22 e G23.
Anche una metà della galleria G26 è stata scavata. Contrariamente agli abbondanti depositi di legno e corde provenienti da imbarcazioni che vi erano stati rinvenuti e che nel marzo precedente sembravano promettere ulteriori scoperte, in realtà si sono rivelate assai povere di contenuti: solo alcuni vasi frantumati giacevano sparsi al suolo. Il completamento dell’esplorazione, non essendo stato giudicato prioritario, è stato rinviato a campagne successive, magari avvalendosi di risorse umane meno limitate rispetto a questa spedizione. Pertanto, una cospicua parte del lavoro è stata investita nello scavo della galleria doppia G28A-G28B, posta all’estremità settentrionale del wadi dove è dislocato questo gruppo di magazzini. E’ stata liberata una metà della galleria G28A (il cui scavo era stato preparato già dal mese di marzo dell’anno precedente) da gran parte delle colluvie che la invadevano per un’altezza di 1,50 metri. Anch’essa contiene, per lo più, grosse giare di fabbricazione locale. Il materiale è misto: riunisce esemplari di questi recipienti, attribuibili a diverse produzioni successive, alcuni dei quali contrassegnati col nome della squadra wr m3j “Grande è il leone” oppure “Il grande leone”), che si stima essere la prima ad essere stata presente sul sito, altri recano la denominazione m3 wrrt l’ureo è la prua) che, viceversa, sembrerebbe essere stata l’ultima ad occupare i luoghi.
Gallerie G15-G16. E’ chiaramente visibile il pozzo di scavo (al centro) di una nuova galleria rimasta incompiuta. (Foto Mission Ouadi el-Jarf)
La galleria G28B ha restituito una gran quantità di materiali, ben più omogenei, simili a quelli recuperati, nel 2012, in G15B. I vasi sono stati palesemente utilizzati a lungo e presentano moltissime iscrizioni realizzate a carboncino oppure impresse nella ceramica (disegni e geroglifici) che sono, indubitabilmente, marchi di proprietà. L’esplorazione completa di questo magazzino, che si spera di portare a buon fine nel corso della campagna successiva, dovrebbe così restituire il più importante lotto di iscrizioni corrispondenti a questa antica fase di occupazione.
Studio dei forni per la ceramica della IV Dinastia
Forno 3052 per la cottura di ceramica (Foto Mission Ouadi el-Jarf)
Sulla riva nord del wadi che circonda le gallerie G1-G17, numerosi elementi rinvenuti in superficie già dalla prima campagna di scavi lasciavano supporre la presenza di forni destinati alla cottura della produzione locale di ceramiche. Due sondaggi hanno permesso di portare alla luce due forni in cavità protette sia da improvvise inondazioni sia dai venti dominanti provenienti dal nord. Le due strutture (denominate 3047 e 3052) si sono conservate al livello della camera inferiore di riscaldamento e presentano caratteristiche particolari (camera di riscaldamento ricavata nello strato roccioso inferiore, involucro dell’infrastruttura realizzato con blocchi di calcare) che furono già evidenziate nei due forni (1022-1030) rinvenuti nel 2012 sotto le gallerie G7-G17. Questi due nuovi esemplari presentano, però, dimensioni sensibilmente differenti. Il più piccolo (3047) a est, misura 2,60×1,80 metri, mentre il maggiore (3052) è circa 4 metri di lunghezza per 2,60 metri di larghezza, con la camera di riscaldamento inferiore avente un diametro di circa 2 metri.
Questo forno, di conseguenza, sembra essere stato utilizzato per la cottura di grandi vasi di stoccaggio, mentre il minore, presumibilmente, era destinato a quella delle ceramiche più pregiate di produzione locale. In entrambi i casi si è fatto uso di mattoni crudi nella camera inferiore e la natura degli strati di riempimento esaminati sembra confermare l’uso di questo materiale di costruzione anche per la parte superiore del forno. Gli scarti della produzione ceramica furono gettati direttamente a lato della zona di riscaldamento. Ciò ha permesso di recuperare numerosi frammenti di ceramiche locali che presentano diversi gradi di cottura e un volume rilevante di frammenti di grossi contenitori ovoidali in argilla alluvionale così gravemente bruciati da ritenere che siano stati utilizzati per allestire la copertura termica superiore del forno durante le fasi di cottura.
I PAPIRI
Ritorniamo indietro di qualche anno e precisamente alla campagna di scavo del 2013 allorquando, procedendo nello sgombero dell’accesso alle gallerie G1-G2, la spedizione scoprì una documentazione tanto inaspettata quanto eccezionale: un cospicuo lotto di papiri risalente alla fine del regno di Cheope (Immagine n. 1).
Si tratta dei più antichi papiri con iscrizioni, mai rinvenuti sino ad oggi in Egitto*. Alcuni di essi, i più frammentari, erano sparsi su una grande superficie alla sommità dei blocchi che formavano la discesa alla galleria G2. Il lotto più numeroso e meglio conservato si trovava nell’argine di uno spazio angusto lasciato libero tra i blocchi di chiusura della galleria G1. Appare evidente che questo assieme di archivi, peraltro molto coerente, fu lasciato lì proprio nello stesso momento in cui le gallerie furono sigillate. Probabilmente i rotoli furono conservati all’interno di un sacco di tela in quanto sul posto erano presenti numerosi frammenti di questo tessuto. Il deposito fu disturbato a seguito di un tentativo, operato senza dubbio in epoca remota, di riapertura di questa cavità: ciò spiegherebbe la dispersione del materiale. Infatti, frammenti di uno stesso papiro sono stati ritrovati sia sul fondo della fossa, dove erano stati originariamente depositati, sia, quasi in superficie, sulla spianata posta davanti alle gallerie G1 e G2. Altri elementi degli stessi documenti sono stati recuperati in diversi livelli del riempimento finale della cavità. Al termine delle campagne di scavo avvenute tra il 2013 e il 2016, quasi 800 frammenti di varie dimensioni sono stati appiattiti sotto 70 lastre di vetro e consegnate al Ministero delle Antichità Egiziane. Un decina di questi papiri sono molto ben conservati e il foglio più lungo, rinvenuto in due frammenti che si è potuto raccordare, misura 85 cm.
Gli archivi sono molto coerenti e ci informano sulle attività di una squadra di operai chiamata la Ma-ouretet di Cheope, espressione il cui significato ancora non è chiaro, ma di cui resta traccia un po’ ovunque sul sito: questo nome figura, infatti, anche su un importante lotto di giare di stoccaggio prodotte sul posto e destinate a questa equipe di lavoro (Immagine n. 2).
La data dell’anno seguente al 13° censimento di Cheope compare in associazione al nome di questa squadra su uno dei documenti pervenutici, il che permette di collocare la redazione di questo lotto di papiri, senza alcun dubbio, alla fine del regno, dal momento che l’anno 26 o 27 è la data più tarda ad oggi conosciuta per questo sovrano**. (Immagine n. 3-4).
Per il loro stesso contenuto, questi archivi sembrano corrispondere a questa data, in particolare per la probabile menzione di Ankhaef, fratellastro di Cheope, il cui periodo di attività è ormai generalmente collocato alla fine del suo regno (Immagine n. 5).
Immagine n. 5 Busto del visir e direttore di tutti i lavori del re, Ankhaef, nonché fratellastro di Cheope (Museum of fine Arts di Boston)
*Un foglio di papiro, ma senza alcuna iscrizione, si trovava nella tomba del cancelliere Hemaka (I Dinastia). Questo dimostra che questo supporto fosse già utilizzato in quell’epoca. (W.Emery-Z. Saad The tomb of Hemaka, 1938, p. 41). I più antichi archivi su papiro, fino alla scoperta di Wadi el-Jarf, erano quelli di Gebelein che forniscono una documentazione datata, su criteri paleografici alla fine della IV dinastia (P.Posener-Krieger-S. Demichelis, I papyri di Gebelein – scavi G.Farina, 1935, 2004.
** Questo “anno 13° dopo il censimento” di Cheope è altresì attestata nella regione di Dakhla sulle rocce del “Wasserberg des Djedefre”, di fianco ad una menzione di Redjedef (o Djedefra), successore di Cheope. (K.P. Kuhlmann, Der “Wasserberg des Djedefre”)
I papiri si suddividono in due diverse categorie. La maggior parte di esse, circa i due terzi, è costituita da scritture contabili che registrano consegne giornaliere o mensili di derrate alimentari a beneficio della squadra. Un altro papiro diviso in 4 sezioni ci informa sui componenti di un’equipe che lavorava a Wadi el-Jarf: vi sono elencati i nomi di coloro che beneficiavano degli alimenti, nonché il nome dell’accampamento dove questi uomini dormivano. (Immagine n. 1-2).
Questo tipo di documento, organizzato in tabelle, è già ben conosciuto attraverso lotti di papiri più tardi rinvenuti, in particolare, nei complessi funerari dei re Neferirkara e Raneferef ad Abusir. Per ogni tipo di prodotto che deve essere consegnato all’equipe, sono state previste tre caselle: una per indicare la quantità della dotazione prevista, quella al centro indica ciò che è stato effettivamente consegnato, l’ultima ciò che è ancora in sospeso. Si osserva, inoltre, un particolare estremamente interessante sulla più completa di queste contabilità che registra il conferimento di differenti tipi di cereali: il titolo del documento, scritto sul retro, al fine di poterlo identificare una volta arrotolato il papiro, indica ḥsb n t: registro del pane (Immagine n. 3).
Il papiro ci informa anche sugli alimenti che venivano forniti: diversi tipi di pane, pesce fresco, una determinata qualità di birra vari tagli di carne. La provenienza delle derrate destinate alla squadra è regolarmente indicata nella parte superiore e si può notare che differenti nomoi sono alternativamente messi a contribuzione per il mantenimento delle équipes reali, senza dubbio per ripartire al meglio lo sforzo economico tra le varie province d’Egitto. Sicché, sui quattro mesi di consegne registrati sul documento, il nomo dell’Arpione (nel Delta Occidentale) è designato come fornitore dei prodotti per i primi due mesi menzionati, mentre il nomo del Delfino (nel Delta Orientale) subentra per i due mesi successivi (Immagini 4-5).
La scoperta di questi papiri ci ha fornito molte informazioni sul funzionamento dell’amministrazione centrale che gestiva gli approvvigionamenti verso questo importante porto marittimo e dimostrano quanto fosse capillare, strutturata ed efficiente già all’inizio della IV Dinastia.
L’attenta analisi di questi documenti, in particolare la densità dell’inchiostro con cui furono vergati i segni, invariabilmente più evidenti all’ inizio di una sequenza giornaliera, mostra che non sono frutto di una compilazione effettuata in una sola volta, ma che sono stati registrati giorno per giorno dallo scriba incaricato della redazione. Già dalla sua scoperta questo insieme di papiri è stato chiamato “Diario di Merer” in quanto i suoi frammenti meglio conservati descrivono l’attività di un responsabile – l’ispettore Merer (sḥḏ Mrr) che dirige una “philè” (S3), generalmente stimata in 200 uomini, facente parte di un equipe (‘pr) di 1000 operai* (Immagine n. 1).
L’attività di questo gruppo può essere seguita per un lungo periodo sebbene in maniera discontinua. E’ possibile, in effetti identificare in questo lotto di documenti i frammenti di tre papiri distinti su ciascuno dei quali sono state registrate le attività della squadra. La lettura di questi frammenti di “giornale di bordo”, presenta subito un fatto sorprendente: non vi è alcun riferimento alle operazioni svolte a Wadi el-Jarf. Si tratta, infatti di un resoconto dettagliato delle diverse missioni effettuate dalla squadra di Merer – un’équipe di battellieri e trasportatori – in un periodo antecedente al suo arrivo su questo sito. Si riferisce in gran parte, ma non esclusivamente, alla costruzione della Grande Piramide di Cheope a Giza**. E’ probabile che il cantiere entrò nell’ultima fase di attività proprio quando fu redatto questo giornale, in quanto dai frammenti che ci sono pervenuti, si evince che Merer e la sua squadra sono essenzialmente incaricati di raccogliere blocchi di pietra, un calcare finissimo ampiamente utilizzato per la finitura della Grande Piramide, presso le cave di Tura (R3-3w) a sud dell’odierna Il Cairo (Immagine n. 2).
Immagine n. 2 la località di Tura espressa in geroglifico “R3-3w”: il primo segno in alto a sinistra raffigura una bocca. E’ un monolittero e si legge “R”, subito sotto il segno bilittero “3w” (che rappresenta una porzione di spina dorsale) seguiti dal pulcino di quaglia che non si legge in quanto complemento fonetico del segno precedente. Gli ultimi due segni a destra, in questo caso, sono determinativi: quello in alto designa una zona montuosa o desertica (il valore fonetico, quando usato come ideogramma, è: “ḥ3st”) e quello in basso una città o un luogo geografico (il valore fonetico, quando usato come ideogramma, è: “niwt”). Anche i determinativi, al pari dei complementi fonetici non vanno letti, ma servono a chiarire la categoria cui appartiene il vocabolo
Il toponimo era già ben attestato prima della scoperta dei papiri***, ma attraverso questi documenti, apprendiamo che esistevano due località di estrazione in seno a queste celebri cave: a seconda dei casi, Merer è impegnato sia a Tura sud (R3-3w rsj) siaa Tura Nord (R3-3w mḥtj).**** I blocchi venivano poi inviati per via fluviale presso il cantiere della piramide di Cheope (3ḫt Ḫwfw lett. “L’orizzonte di Cheope) per la consegna (Immagine n. 3).
Immagine n. 3 L’orizzonte di Cheope (“3ḫt Ḫwfw” in egiziano antico) è il nome dato alla sua piramide. Leggiamo nel cartiglio il nome del Faraone Ḫwfw reso con quattro monolitteri: una placenta(?) o un tipo di canestro(?) con valore fonetico “ḫ”, un pulcino di quaglia con valore fonetico “w”, una vipera cornuta, “f” e ancora un pulcino “w”. Segue un ibis crestata, un bilittero, il cui valore fonetico è “3ḫ” e poi ancora il segno per “ḫ” che è utilizzato come complemento fonetico del bilittero precedente e quindi non va letto. In basso troviamo quella specie di mezza luna che, in realtà, rappresenta una pagnotta: è un monolittero e ha valore fonetico “t”. La sequenza è conclusa da un determinativo che altro non è che la rappresentazione di una piramide. Ci informa quindi che “3ḫt Ḫwfw” è il modo con cui veniva chiamata la piramide di Cheope. In questo esempio si nota un’altra particolarità del geroglifico: la scrittura seguiva un ordine prestabilito a prescindere dalla sequenza di lettura. Prima i nomi di divinità, poi quelli del sovrano. (Se il nome del sovrano includeva quello di una divinità, anche in questo caso la divinità veniva scritta per prima. Ad esempio Tutankhamon, conteneva il nome del dio Amon, per cui nel, suo cartiglio, osserviamo che la sequenza di scrittura è Amon tut ankh).
Il papiro riveste particolare interesse non solo per la menzione dei luoghi – alcuni dei quali, del resto, già noti – ma soprattutto perché ci fornisce ulteriori indicazioni sul tragitto effettuato da una località all’altra. Alla data indicata nel documento, che è stabilita su base giornaliera, si aggiungono, riferite al corso di una stessa giornata, annotazioni in cui il redattore specifica i posti in cui si trascorre il giorno “wrš” o la notte “sḏrt”. Talvolta è finanche annotato il momento in cui viene intrapresa un’operazione che, a seconda dei casi, può avvenire al mattino “dw3” o nel pomeriggio “mšrw”. Altre indicazioni ci permettono di risalire ai luoghi citati nel testo in quanto viene regolarmente annotato se si naviga verso sud, risalendo la corrente del fiume (“m-ḫsfwt”) oppure procedendo verso nord (“m-ḫd”). Va considerato che la topografia della regione menfita, nell’Antico Regno, era del tutto differente da come ci appare oggi: all’epoca, a quella latitudine, il Nilo generava due rami secondari che scorrevano entrambi ad ovest dell’alveo principale e la regione di Tura non era, come oggi, a stretto contatto con il fiume. Pertanto, per giungere ai piedi del plateau di Giza, partendo dalle cave di Tura, era necessario navigare prima sul ramo principale del Nilo e poi, su quello occidentale (sicuramente all’altezza dell’odierna Bahr el-Lebeini). Tutto indica che gli scambi tra le due località avvenissero esclusivamente per via fluviale, il che lascia supporre l’esistenza di una rete di canali molto fitta e strutturata. Secondo il “Diario di Merer” occorrono due giorni per coprire i 20 Km. che separano le due località quando il convoglio, secondo l’indicazione del testo, è <<carico di blocchi (“3ṯp-m-jnr”) >>, mentre la stessa distanza viene ricoperta a vuoto, durante il ritorno, in una sola giornata nonostante si navighi contro corrente (Immagine n. 4).
C’è un altro toponimo che compare con regolarità nel documento: si tratta di “R3-š-Ḫwfw” (letteralmente << la Porta dello Stagno di Cheope>>), che serve regolarmente da punto di snodo lungo il tragitto dalle cave di Tura alla piramide di Giza. Una sosta presso “R3-š-Ḫwfw” permetteva alla spedizione di passare la notte in sicurezza in attesa di completare la missione. Sembra, inoltre essere stata anche una delle sedi del centro amministrativo delle operazione diretto da Ankhaf che controllava il cantiere reale (Immagine n. 5).
Immagine n. 5 La scrittura in geroglifico della Porta (bocca) dello stagno di Cheope “R3-š-Ḫwfw”. Notiamo il cartiglio di Cheope già esaminato precedentemente; è seguito dal simbolo della bocca sotto il quale c’è un tratto verticale: si chiama segno diacritico e viene usato per indicare che il segno a cui è associato ha valore ideogrammatico e non fonetico, pertanto non si legge “R”, ma R3 (si pronuncia all’incirca Ro) che era il sostantivo egizio per “bocca”. Segue un rettangolo che rappresenta un bacino o comunque, uno specchio d’acqua, il cui valore fonetico è “š” e significa, appunto, lago, stagno, bacino ecc.
Lo studio di questi papiri, potrebbe restituirci preziose informazioni sull’Amministrazione reale agli inizi dell’Antico Regno e chiarire numerosi punti sul suo funzionamento. D’altra parte, la sola presenza di questi papiri a Wadi el-jarf è sufficiente a confermare lo stretto legame tra questa installazione portuale e il cantiere della Grande Piramide di Cheope a Giza. E’ probabile che il porto avesse una funzione essenziale anche come punto di partenza per la traversata del Golfo di Suez per raggiungere le miniere del Sinai al fine di procurare il rame occorrente alla produzione di attrezzi per i costruttori del monumento.
*Stima della composizione dell’équipe in : M. Lehner, The Complete Pyramids, 199, pp.224-225)
**Un ultimo papiro, sfortunatamente molto frammentario, evoca la costruzione di un monumento nel centro del Delta, probabilmente sotto la responsabilità della medesima équipe, benché il nome dell’ispettore Merer non vi compaia.
*** Le attestazioni più antiche note prima della scoperta di Wadi el-Jarf risalgono al regno di Menkaure (Micerino), secondo l’inventario redatto da K. Zibelius in Ägyptische Siedlungen nach Texten des Alten Reiches, 1978 p.135.
****Sui tre frammenti meglio conservati le cave di Tura Sud sono menzionate 7 volte e quelle di Tura Nord 6 volte. Il toponimo è utilizzato senza specificazioni altre 10 volte e gli ultimi quattro riferimenti sono incompleti.
I papiri A e B di Wadi el-Jarf, che possono essere considerati tra i meglio conservati del grande gruppo di documenti rinvenuti nelle gallerie G1 e G2 del sito, forniscono informazioni molto interessanti sull’organizzazione del cantiere reale della grande piramide di Giza in un momento che corrisponde, molto probabilmente, alla fine del regno di Cheope e al completamento del monumento. Una delle operazioni che verosimilmente era in corso in quel momento era, almeno in parte, l’installazione del rivestimento in calcare di Tura che un tempo abbelliva l’esterno del monumento e che oggi è quasi completamente scomparso. Per l’esecuzione di questa operazione, una squadra di battellieri, probabilmente composta da circa 40 uomini, sotto la direzione di un funzionario di medio livello, l’ispettore Merer (sḥḏ Mrr), effettuava ogni dieci giorni una media di due o tre viaggi di andata e ritorno, con una o più imbarcazioni, tra le cave di Tura e la zona del cantiere. La narrazione corrisponde, presumibilmente, a un periodo che va dal mese di luglio al mese di novembre dell’anno successivo al 13° censimento di Cheope (anno 26°), che è attualmente l’ultimo anno attestato del regno di questo sovrano, nel periodo in cui le acque alte del Nilo permettevano il trasporto di carichi pesanti da una sponda all’altra della pianura alluvionale del fiume. Il papiro A, forse cronologicamente il più antico, sembrerebbe registrare il movimento di una grande forza lavoro coinvolta nella messa in funzionedel bacino situato ai piedi dell’altopiano di Giza. Da questo documento apprendiamo, indirettamente, il modo in cui venivano sfruttate le vie fluviali. Si comprende che doveva esistere una fitta rete di canali, alcuni naturali, altri creati appositamente al manifestarsi della piena stagionale. Quando il fiume cominciava a ritirarsi i canali venivano chiusi da sbarramenti per trattenere l’acqua necessaria alla navigazione. Al ripresentarsi dell’inondazione si rimuovevano le dighe artificiali per ristabilire il flusso naturale.
Dopo questo inizio, i viaggi avanti e indietro della squadra sono rigorosamente registrati nel papiro B in modo piuttosto ripetitivo (Immagine n. 1).
Tuttavia, alcune informazioni supplementari emergono man mano che questi rapporti giornalieri vengono redatti, il che fornisce un’idea delle condizioni di navigazione, gli sviluppi dei corsi d’acqua, i luoghi e il personale collegati al cantiere della piramide, compreso il famoso visir Ankhhaf, fratellastro del re ed, evidentemente, supervisore del progetto in questa fase avanzata del regno. Da questa sezione apprendiamo anche l’informazione relativa ai due toponimi di “R3-3w rsj” (Tura Sud) e “R3-3w mḥtj(Tura Nord), distanti tra loro circa 7 Km. e dove sono ancora visibili le tracce delle cave utilizzate al tempo di Cheope. Viene anche descritto un avvenimento molto particolare nella routine quotidiana della squadra: l’arrivo del “direttore dei 6”, Idjier(w), probabilmentecapo di un’imbarcazione che consegnava cibo, e probabilmente altri beni di consumo, provenienti da Eliopoli. E’ proprio questo importante funzionario a descrivere questo avvenimento, sicuramente molto atteso dai lavoratori della squadra (Immagine n. 2).
Appare strano, invece, che Merer non ci dica nulla sull’attività svolta dalla sua squadra a Wadi el-Jarf, ma questo potrebbe significare che il suo compito fosse di chiudere definitivamente le gallerie del sito. Ciò indicherebbe pure l’interruzione dell’attività estrattiva di rame dalle miniere del Sinai, metallo non più necessario dal momento che i lavori di completamento della Grande Piramide erano praticamente allo stadio conclusivo.
Oltre alle informazioni storiche, questo documento narrativo, quasi unico per periodo così antico, presenta interessi grammaticali, lessicografici e paleografici che possono certamente essere sviluppati ben oltre i limiti di questo studio. La pubblicazione continua di questo insieme coerente di archivi – in primo luogo gli altri diari di bordo (papiri C, D, E e F), e poi i numerosi resoconti associati (papiri G, H, I, J, K, L e altri frammenti) – porterà senza dubbio ad una conoscenza più approfondita dell’organizzazione dell’amministrazione faraonica in questo periodo chiave della storia dell’Antico Egitto.
<<[giorno 25]: l’ispettore Merer ha trascorso il giorno con la sua squadra caricando blocchi a Tura Sud (R3-3w rsj); trascorre la notte a Tura Sud.
[giorno 26]: l’ispettore Merer salpa con la sua equipe da Tura [Sud], con il carico di blocchi verso “l’Orizzonte di Cheope”(3ḫt Ḫwfw): trascorrere la notte presso lo “Stagno di Cheope”(R3-š-Ḫwfw)
[giorno 27]: salpare dallo “Stagno di Cheope, navigare verso “l’Orizzonte di Cheope”, con il carico di blocchi: passare la notte presso “l’Orizzonte di Cheope”
[giorno 28]: salpare da “l’Orizzonte di Cheope” al mattino: navigare, risalendo il fiume, verso Tura-Sud.
[giorno 29]: L’ispettore Merer passa la giornata con la sua squadra a caricare pietre a Tura Sud: trascorrere la notte a Tura Sud
[giorno 30]: l’ispettore Merer trascorre il giorno con il suo phyle caricando pietre in Tura Sud; trascorre la notte a Tura Sud >> (trad. dall’originale di Pierre Tallet) (Immagine n. 3).
Immagine n. 4 Pierre Tallet con uno dei frammenti dei papiri rinvenuti a Wadi el-Jarf
Immagine n. 5 Un altro dei frammenti, esposti al Museo del Cairo. Da notare come nel cartiglio il nome del faraone compaia nella forma che potremmo definire completa: non semplicemente “Ḫwfw”, ma “ḫnmw ḫ f w” , letteralmente Khnum (il dio vasaio con testa di ariete, che crea gli uomini al tornio e presiede alle inondazioni del Nilo) mi protegge.
ALCUNE CONSIDERAZIONI DI PIERRE TALLET E MARK LEHNER
Pierre Tallet sostiene che le attività marittime dell’Antico Egitto avessero anche una valenza politica e simbolica: era importante, per i sovrani avere il controllo di tutto il territorio nazionale per affermare l’unità sostanziale del paese. Afferma, ad esempio, che
<<Nel Sinai le iscrizioni spiegano il potere e la ricchezza del re e come il re governa il suo paese. Ai limiti esterni dell’universo egiziano si ha la necessità di mostrare la potenza del re>>.
In effetti, il controllo delle zone periferiche era piuttosto complicato e una territorio come il Sinai, arido e con la presenza di genti ostili, poneva non pochi problemi. Un’iscrizione riporta di una spedizione egiziana massacrata dai guerrieri beduini. Del resto, gli egizi non sempre erano in grado di difendere i loro insediamenti lungo il Mar Rosso.
<<Ci sono prove, ad esempio, ad Ayn Soukhna che il sito fu distrutto più volte. Ci fu una grande incendio in una delle gallerie…Fu probabilmente difficile per loro controllare la zona>>
Sembra che tutto l’Egitto fu coinvolto nel grandioso progetto della Grande Piramide. Il granito proveniva da Assuan, molto più a sud, il cibo dal Delta, vicino al Mediterraneo e il calcare da Tura, circa 12 miglia a sud del Cairo. In un suo saggio Tallet scrive
<<E’ certo che l’attività cantieristica fu resa necessaria dal gigantismo dei programmi faraonici e che la maggioranza dei natanti era destinata alla navigazione sul Nilo, ma l’installazione di Wadi el-Jarf, proprio nello stesso periodo, lascia intravedere, senza dubbio, l’estensione, in questo caso verso il Mar Rosso, del progetto dello Stato egizio>>.
Prestare servizio sulle barche reali, doveva comportare un certo prestigio. Dai papiri rinvenuti a Wadi el-Jarf, appare evidente come i lavoratori fossero ben nutriti e venissero riforniti di carne, pollame, pesce e birra. Non vi è dubbio che questi operai erano servitori dello Stato molto apprezzati.
Secondo Tallet potrebbe apparire strano il ritrovamento dei papiri in quel luogo, dal momento che ci si aspetterebbe che i dirigenti delle squadre portassero sempre con sè questi documenti. La ragione per cui furono abbandonati può risiedere nell’ipotesi che quella dovette essere l’ultima missione del team, forse a causa della morte del re.
<< Penso che abbiano semplicemente fermato tutto e chiuso le gallerie; poi, prima di abbandonare il sito, hanno seppellito gli archivi nella zona tra le due grandi pietre usate per sigillare il complesso. La data sui papiri sembra concordare con l’ultima di cui siamo in possesso per Cheope, il 27° anno del suo regno>>
Il lavoro svolto da Tallet e dai suoi colleghi lungo il Mar Rosso, sembra collegarsi ed integrarsi con quello svolto da Lehner a Giza. Alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, intraprese uno scavo su larga scala in quella che si è rivelata essere una zona residenziale nelle vicinanze delle piramidi e della Sfinge. Come ben sappiamo, la scarsità di informazioni sul numero necessario di addetti per l’attuazione di un così enorme progetto ha dato origine alle più bizzarre teorie alternative. Ma, nel 1999 Lehner iniziò a scoprire un grosso complesso abitativo che avrebbe potuto ospitare fino a 20.000 individui.
A giudicare dai resti rinvenuti, sembra che gli occupanti di questo complesso, al pari dei marinai del Mar Rosso, fossero ben nutriti. Mangiavano molta carne bovina, proveniente per lo più da animali allevati nelle tenute rurali e poi, probabilmente, trasportati su imbarcazioni agli insediamenti reali di Menfi e Giza per essere macellati. Il maiale, invece, sembra essere stato prevalentemente consumato dagli addetti alla produzione di cibo (panificatori, birrai ecc.). Inoltre, il rinvenimento in situ di oggetti abbastanza “esotici” come denti di leopardo (forse corredo di una veste sacerdotale), ossa di ippopotamo intagliate e rami di ulivo (un’ attestazione del commercio con il Levante), suggerisce che le persone presenti nel villaggio di lavoro scoperto da Lehner, fossero specialisti altamente qualificati.
Secondo il papiro di Merer, anche i marinai facevano parte del progetto. Esso menziona, infatti, il trasporto di blocchi di calcare sia fino al lago (o bacino) di Khufu, sia all’ Orizzonte di Khufu (la Grande Piramide). I papiri offrono un supporto importante ad una tesi che Lehner andava sviluppando da diversi anni. Secondo le sue ricerche, gli antichi egizi, maestri nelle opere idrauliche, costruirono un grande porto nelle vicinanze del complesso di Giza. Ciò permise a Merer di trasportare la pietra calcarea da Tura fino a Giza per via fluviale.
<< Penso che gli egiziani siano intervenuti nella pianura alluvionale in modo drammatico così come hanno fatto sull’altopiano di Giza>>, dice Lehner, aggiungendo: <<I papiri di Wadi el-Jarf sono un pezzo importante nel puzzle generale della Grande Piramide>>
Tallet è, invece, più cauto nelle sue conclusioni:
<< Non voglio essere coinvolto in nessuna polemica sulla costruzione delle piramidi, non è il mio lavoro>>, dice. Poi aggiunge:<<Di sicuro è interessante valutare questa ipotesi che merita uno studio molto approfondito>>.
Tallet ritiene che il lago di Khufu, a cui si riferisce Merer, era più probabilmente situato ad Abusir a circa dieci miglia a sud di Giza.
<< Se fosse stato troppo vicino a Giza, non si capisce perché Merer impiegasse un giorno intero per navigare da questo luogo alla piramide>>, afferma.
Ma, Tallet ha finito per convincersi della bontà dell’ipotesi di Lehner circa la presenza, comunque, di un grande porto a Giza.
<<Ha perfettamente senso che gli egizi trasportassero materiali da costruzione e viveri in barca, piuttosto che trascinarli attraverso il deserto. Non sono sicuro che sarebbe stato possibile tutto l’anno, dovendo aspettare il periodo delle inondazioni. E presumibile che funzionassero per circa sei mesi in attesa della successiva esondazione>>.
Dopo aver esaminato a grandi linee le ipotesi più o meno credibili, più o meno fantasiose, ma che tanto affascinano il lettore medio, passiamo a dare uno sguardo a quello che ci narrano le tracce archeologiche e la documentazione disponibile che non è così inesistente, come spesso si pretende di sostenere.
Innanzitutto partirei con un accenno al coro di “non potevano,” scatenato dai numeri della Grande Piramide: mi riferisco in particolare ai famosi 2.300.000 blocchi cavati, sistemati con precisione straordinaria (cosa non del tutto vera, tra l’altro) con la frequenza di qualche minuto, per un periodo di circa venti anni e forse più.** **Il fatto è che l’idea dei “duemilionitrecentomila” blocchi è un po’ datata (risale alla spedizione di Napoleone in Egitto) e basata su un calcolo che presupporrebbe che la piramide sia formata interamente da questi blocchi. In realtà le cose non stanno esattamente così: gli Antichi Egizi non erano poi così stupidi da spianare un intero basamento sbancando un nucleo di preziosa roccia che costituiva un solido elemento riempitivo su cui costruire “intorno” il monumento. Ovviamente si interveniva laddove il progetto richiedeva la creazione di vani, corridoi, condotti, ma si cercava di conservare quanto più materiale originario possibile. Ecco che allora, questo calcolo potrebbe risultare piuttosto fuorviante. Non mi dilungo oltre, ma chi volesse approfondire il discorso può consultare l’eccellente e chiara disamina del prof. Maurizio Damiano pubblicata anche sul nostro sito web al seguente indirizzo: https://laciviltaegizia.org/…/riflessioni-sulla…/.
Vorrei, ora puntare l’attenzione su una scoperta, relativamente recente, che aggiunge interessantissimi elementi, oltre che fornire oggettive conferme, da mettere in relazione con la costruzione della Grande Piramide:
IL SITO DI WADI EL-JARF E IL PAPIRO DI MERER
In alto: Foto satellitare da Google Earth ed in basso dettaglio dell’area archeologica di Wadi el-Jarf
Di recente, nell’area di Wadi el-Jarf , una località circa 120 km. a sud di Suez, sono stati ritrovati degli importantissimi reperti. Non indugio, per il momento, sulla descrizione del sito: basti sapere che è stato indagato nel 2011 dal team del prof. Pierre Tallet dell’ Università della Sorbona e che si è rivelato essere il più antico porto conosciuto d’Egitto.
Ciò su cui desidero fornire qualche anticipazione e focalizzare l’attenzione è sui reperti che ci ha restituito; in particolare, sul ritrovamento, avvenuto nel 2013, di una serie di frammenti di papiro. Si tratta per lo più di documenti contabili che, analizzati, hanno mostrato di essere i più antichi finora rinvenuti. Risalgono esattamente all’anno successivo al 13° censimento del bestiame avvenuto sotto il regno di Khufu (26°/27° anno, dal momento che il censimento avveniva con cadenza biennale). Riguarda in particolare l’organizzazione delle squadre di lavoro, il trasporto delle derrate alimentari per i lavoratori che provenivano direttamente dai depositi reali, l’elenco dei viveri e le quantità. Oltre a questi papiri contabili ne è stato rinvenuto un altro che possiamo considerare un vero e proprio diario. Si tratta di una specie di libro giornale di bordo scritto dall’ispettore Merer che redige un resoconto del lavoro dei marinai al suo comando. Vengono descritte le missioni eseguite per conto dell’amministrazione centrale e, tra queste, figurano i ripetuti spostamenti per il trasporto a Giza dei blocchi di calcare provenienti dalle cave di Tura. Il documento presenta molte volte il nome di queste cave “Re-aw”, spesso in associazione col nome “Akhet Khufu” (“Orizzonte di Khufu”, il nome egizio della piramide di Cheope). L’epoca cui fa riferimento il papiro si riferisce all’ultima parte del regno finora attribuito dagli studiosi al faraone ed è perfettamente coerente con l’ipotesi che ci si trova nella fase di completamento del colossale monumento,** **precisamente quella di rifinitura, con la posa del rivestimento esterno.
Quello di Wadi el-Jarf non era un porto costantemente attivo, ma lavorava secondo le esigenze dell’imponente macchina organizzativa egizia. Da lì salpavano le navi dirette verso le cave del Sinai meridionale per prelevare rame e turchese e tornavano indietro con il loro prezioso carico attraccando alle banchine i cui i resti, ben preservati, sono ancora visibili.
La parte della banchina che insiste sul terreno era completamente ricoperta dalla sabbia portata dal forte vento del nord ed è stata recentemente ripulita dall’equipe di Tallet. La struttura è ancora molto compatta e resistente grazie all’ottima tecnica costruttiva che le ha permesso di resistere all’azione erosiva dell’acqua e delle correnti fino ai nostri giorni. Foto P. Tallet
Dal diario apprendiamo, inoltre che l’area era posta sotto l’autorità del principe Amkhaf, fratellastro di Khufu, visir e direttore di tutti i lavori. I dati contenuti in questi importantissimi reperti avvalorano quanto già gli archeologi avevano acquisito come ci illustra, ad esempio, il lavoro di Mark Lehner nell’area adibita per l’alloggio degli operai scoperta presso le piramidi, che conferma il numero di 40 unità per ciascun phylé (1) (ogni edificio poteva infatti ospitare lo stesso numero di persone). Oltre a rappresentare i più antichi documenti su papiro finora rinvenuti, i reperti ci illustrano e confermano un sistema amministrativo efficientissimo capace di organizzare imprese straordinarie.
Alcuni dei papiri trovati tra i blocchi di chiusura della galleria G1 a Wadi el-Jarf (Foto. P. Tallet)
Il porto di Wadi el-Jarf non solo si rivela essere il più antico finora conosciuto, ma anche un’essenziale parte integrante di una rete gigantesca creata in funzione della costruzione della Grande Piramide. Un progetto immenso che prevedeva l’approvvigionamento delle materie prime dai luoghi più disparati: granito da Elefantina, alabastro dal Medio Egitto, basalto dal Fayum, pigmenti dal Deserto Occidentale, calcare da Tura.
Il geroglifico “ZA”(cappio usato come pastoia per il bestiame) indica la parola tradotta nel greco phylè
Nomi di phylai dell’Antico Regno pervenutici attraverso i papiri di Abusir e varianti da altre documentazioni.
(1) Una parola del linguaggio faraonico, pronunciata “ZA”, era verosimilmente usata per designare i gruppi più importanti di persone all’interno di un’amministrazione. La testimonianza più antica di questo geroglifico proviene da iscrizioni su vasi di pietra reali risalenti alla I Dinastia, mentre una delle più tarde è presente in un decreto bilingue del re Tolomeo III, dove “ZA” è stato tradotto con la parola greca phylé. Il fatto che le phylai siano state menzionate regolarmente attraverso tre millenni di storia dell’Antico Egitto, mostrano chiaramente che rappresentassero l’ossatura dell’amministrazione. Un’ipotesi generalmente accettata è che l’amministrazione di una piramide fosse condotta da grandi squadre che incorporavano cinque pyilai e le loro divisioni. Il sistema delle phylai non fu esattamente lo stesso durante tutta l’epoca delle piramidi. Durante l’Antico Regno, secondo i papiri di Abusir ne esistevano cinque definite da aggettivi come: “grande”, “verde”, “piccola”. Inoltre, grandi squadre designate dal geroglifico “aper” venivano arruolate quando necessario, specialmente allorché si iniziava la costruzione della piramide.
I nomi delle squadre “aper”, noti dalle iscrizioni dei costruttori della piramide. Di alcuni di essi abbiamo traccia e includevano spesso il nome del faraone. Dall’interno della Grande Piramide di Giza abbiamo evidenza di alcune di tali denominazioni: “Purificatori delle Due-Terre dell’Horo Medjedu”, “Purificatori dell’Horo Medjedu”, “Amici di Khufu (Cheope)”, “Seguaci della corona bianca di Khufu” Notare che nei cartigli a sinistra è reso il nome completo di Cheope “Khnum Khufu (Knhum mi protegge)”. Medjedu è il nome di Horo del faraone.
Sembra che non fossero permanentemente presenti come le phylai. I nomi delle squadre “aper”, noti dalle iscrizioni dei costruttori della piramide, includevano molto spesso uno dei nomi del faraone. Dall’interno della Grande Piramide abbiamo evidenza di alcune di tali denominazioni, come ad esempio: ”Purificatori delle Due Terre dell’Horus Medjedu (Cheope)” (nome della squadra A), “Purificatori dell’Horus Medjedu (squadra b), Amici di Cheope (squadra C), “Seguaci della potente Corona Bianca di Cheope” (squadra D).**
Fonti:
Bullettin de la Société Française d’Egyptologie, N. 188 Febbraio 2014.
Wadi el-Jarf: il porto, i papiri e la costruzione della Grande Piramide, sito web Mediterraneo Antico.
Vassil Dobrev, L’Amministrazione della Piramide, da I Tesori delle Piramidi a cura di Zahi Hawass, cap.II