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IL SILICA GLASS

A cura di Stefano Argelli

Un ricercatore della Curtin University, a Bentley, in Australia, avrebbe risolto un annoso enigma scoprendo che il vetro trovato nel Deserto Libico, in Egitto, è stato creato da un impatto di meteoriti in conseguenza di un’esplosione generatasi nell’atmosfera terrestre. La scoperta alimenterebbe gli studi sulle implicazioni di una eventuale minaccia posta dagli asteroidi. Pubblicato sulla rivista della The Geological Society of America, Geology, la ricerca ha esaminato minuscoli granelli di minerale di vetro provenienti dal Deserto Libico che si sono formati 29 milioni di anni or sono e cosparsi su diverse migliaia di chilometri quadrati nell’Egitto occidentale. Silice quasi pura, il vetro giallo canarino, denominato Silica Glass, è famoso perché, con esso é stato realizzato lo scarabeo posto al centro del pettorale del celebre Faraone Tutankhamon. Gli autori dello studio, Aaron Cavosie, dello Space Science and Technology Centre in Curtin’s School of Earth and Planetary Sciences, e Christian Koeberl, direttore del Naturhistorisches Museum Wien (Museo di Storia naturale), ritengono che i cristalli di zirconi nel vetro hanno conservato la presenza di un minerale ad alta pressione denominato reidite che si forma solo durante l’impatto di un meteorite. Cavosie precisa che è ancora oggetto di dibattito in corso il fatto che il vetro si sia formato durante l’impatto dei meteoriti o durante un’esplosione che accade quando gli asteroidi esplodono e depositano energia nell’atmosfera terrestre. Sia gli impatti di meteoriti che le esplosioni possono causare una fusione dei minerali presenti e solo gli impatti dei meteoriti creano onde d’urto che formano minerali ad alta pressione: l’aver rinvenuto tracce di reidite conferma il risultato di un impatto di meteoriti. La tesi che il vetro si sia formato durante una grande esplosione atmosferica, secondo Cavosie, ha guadagnato posizioni scientifiche dopo la drammatica esplosione atmosferica sui cieli della Russia nel 2013 la meteora di Čeljabinsk), che ha causato ingenti danni materiali e diversi feriti tra gli esseri umani, senza, però, causare la fusione dei materiali superficiali. Secondo Cavosie l’asteroide che avrebbe colpito il Deserto Libico circa 29 milioni di anni fa sarebbe classificabile come un grande “100 Mt–class airbursts“, anche se ad oggi non ci sono esempi confermati nella documentazione geologica. Gli impatti delle meteoriti sono eventi catastrofici, ma non sono comuni. Le esplosioni in atmosfera si verificano più frequentemente ma, al momento, secondo Cavosie, è lontana la possibilità di un evento tale da produrre formazione di vetro come quello del Deserto Libico.

NOTA DEL PROF. DAMIANO

Il Libyan Desert Silica Glass (o semplicemente Silica Glass, o LDSG).

Ho già scritto anni fa sull’argomento; lo riprendo qui in merito al vetro, poiché … sono una delle persone che lo ha studiato sul posto per lunghi anni.

Partiamo dal posto, dunque: è il Gran Mare di Sabbia, una delle più straordinarie aree del Sahara, nel Deserto Egiziano. Esplorato da poche spedizioni fra gli anni ’20 e ’50, le esplorazioni sono riprese negli anni ‘90 con le spedizioni da me condotte in qualità di archeologico, con e per il Centro Studi Luigi Negro di Milano (dal 1992 al 1996); fra gli scopi dell’esplorazione vi erano la survey archeologica del territorio e soprattutto risolvere il mistero del Silica Glass. Le spedizioni sono continuate autonomamente da parte del CRE da me diretto dal 1997 al 2011.E vediamo cos’è il LDSG.

Il misterioso materiale vitreo è presente solo in una ristretta area del Deserto Occidentale egiziano, al limitare della zona occidentale del Gran Mare di Sabbia; area che, limitatamente alla presenza del silica glass, ha grosso modo la forma di due anelli concentrici circolari o ellittici, e copre un diametro massimo di 50 km, per il materiale in situ. Per comprenderne la natura procederemo per passi successivi, dalla sua scoperta sino alle analisi più recenti.

L’immensa area del Deserto Occidentale nota come Gran Mare di Sabbia (Great Sand Sea, GSS), ove si trova il LDSG (© e foto archivio CRE/M. Damiano).
Il momento in cui scoprii (1992) un’area con 14 atelier di lavorazione del Silica Glass (© e foto archivio CRE/M. Damiano).

La storia.

La pietra fu nota agli abitanti preistorici dell’area, come testimoniano migliaia di manufatti neolitici eseguiti nel materiale tagliente. In epoca storica esso fu certamente noto agli oasiti, almeno in un’occasione documentata, poiché essi lo resero noto agli antichi egizi, che ne fecero uno scarabeo per un celebre pendente del tesoro di Tutankhamon (ipotizzai che si trattasse di silica proprio al rientro da una delle spedizioni, osservandolo durante una visita al museo; lo segnalai al finanziatore, G. Negro, che coinvolse De Michele; questi ottenne i permessi per analisi non distruttive, provando ciò che avevo visto: era silica). Per avere un cenno su misteriosi frammenti di vetro nella sabbia dobbiamo attendere sino all’epoca moderna: nel 1846 Hussein, una guida che cercava una pista che congiungesse lo Uaddai (un regno del Chad centro-orientale) al Cairo via Libia-oasi egiziane, partì dall’oasi di Khufra, in Libia, seguì per quattro giorni di marcia un’antica pista che poi svaniva sotto la sabbia; Hussein dovette tornare indietro ma, sulla sabbia, notò del vetro, pensando erroneamente che fosse stato lasciato dalle antiche carovane. Il silica glass fu poi scoperto per il mondo scientifico nel corso delle prime esplorazioni dell’area da parte di P.A. Clayton, nel 1932; l’esploratore lo descrisse e gli diede il nome di Libyan Desert Silica Glass; da allora iniziò la ricerca nel tentativo di scoprire il segreto della sua origine.

Descrizione del silica glass

Queste affascinanti pietre verdi, vere gocce di pietra, lucide, trasparenti e pure, mostrano una superficie levigata per l’azione eolica, che presenta le caratteristiche forme erosive delle strutture vitree: concavità e mancanza di piani di frattura o di erosione; ciò è dovuto alla struttura molecolare amorfa, ossia priva di reticolo cristallino. La composizione del LDSG, biossido di silicio purissimo, risulta la seguente: SiO2 al 98%; seguono in ordine Al2O3, Fe2O3 + FeO, TiO2, ZrO2.

I frammenti possono avere vari gradi di purezza e aspetti diversi: i più puri appaiono assolutamente trasparenti, privi di inclusioni e di colore verde, che può andare dal tenue giallo-verdino sino al verde smeraldo; raramente si hanno concentrazioni maggiori e il verde più chiaro può essere attraversato da venature più intense di verde cupo; in qualche raro caso si trovano frammenti di un verde scuro, purissimo, di colore quasi nero. Ci sono poi i frammenti con inclusioni: le più comuni sono quelle di bolle d’aria createsi nelle zone superficiali dell’area in ebollizione; tali bolle d’aria possono apparire come semplici sferule biancastre o trasparenti, isolate o in piccole serie all’interno del silica, oppure come ammassi di diversa consistenza, sino a formare dei blocchi detti di “silica bianco” per il suo aspetto, privo di trasparenza e interamente occupato da piccole bolle gassose. Quanto ad inclusioni estranee, le più comuni sono delle piccole sferule bianche, ben distinguibili dalle bollicine trasparenti; si tratta delle sferule di cristobalite; quest’ultima è una forma del quarzo che si crea a 1470°C, ed è cubica; le fere di cristobalite sono spesso alternate alle sferule trasparenti, formate dal gas al momento della formazione. Da quanto abbiamo visto sopra, deriva il fatto che la sua composizione pura (biossido di silicio al 98%) e la struttura non cristallina ne fanno un tipo di vetro naturale, ovviamente non cristallino, che esiste solo in quest’area del pianeta.

Il mistero delle sue origini e la natura del silica glass

L’origine di questa pietra verde è stato uno dei più grandi misteri di quest’area del Gran Mare di Sabbia e della geologia; le ipotesi proposte negli anni furono diverse:

  1. un’origine terrestre, sedimentaria;
  2. l’impatto di un meteorite sulla sabbia.
  3. fenomeni geologici ancora ignoti;
  4. l’esplosione di una cometa in quota.

Salto tutti gli argomenti pro e contro gli altri e vado alle conclusioni delle analisi fatte da De Michele: l’esplosione di una cometa in quota. Tale ipotesi fu sviluppata sin dal 1992 da Vincenzo de Michele, già direttore della sezione mineralogica e petrografica del Museo di Storia Naturale di Milano. De Michele, specialista in mineralogia e petrografia, negli ultimi vent’anni si è occupato in particolare di tectiti, ossia corpi creati da impatti meteorici o cometari. Negli ultimi anni si è occupato in particolare del problema dell’origine del silica glass; vediamo dunque qual è la differenza fra meteoriti e comete in caso d’impatto: le meteoriti hanno determinate composizioni (in genere di Fe-Ni), che possono variare, ma che hanno la caratteristica di una notevole compattezza; quando queste entrano nell’atmosfera i materiali si infiammano creando le “stelle cadenti” (in genere quelle che vediamo hanno dimensioni minuscole che vanno dal granello di sabbia a pochi centimetri, sufficienti per l’immensa fiammata). La cometa ha composizione ben diversa, essendo sostanzialmente una nube di gas e ghiaccio che circonda un nucleo più denso definibile con la celebre semplificazione di “palla di ghiaccio sporca”. L’impatto cometario è dunque ben diverso, poiché la densità è immensamente minore. Dagli studi di de Michele e dalle analisi fatte effettuare a Pisa (tra cui il bombardamento radioattivo, da cui il silica si è “raffreddato” mesi dopo) si è potuta stabilire la temperatura di fusione, superiore a 4700°C, e la composizione (SiO2 al 98%); dai calcoli di de Michele solo un impatto cometario contro l’atmosfera, e la successiva ondata di calore nell’area sottostante, avrebbero potuto creare questo effetto e questa composizione, in cui il silica è praticamente privo di elementi estranei alla composizione originaria della sabbia. In pratica, l’effetto è quello del pistone (la cometa) nel cilindro (l’atmosfera) e del successivo scoppio, con in più la fusione di ciò che c’era sotto (la sabbia). Un impatto meteorico avrebbe creato un cratere, sparso i materiali per chilometri intorno e soprattutto avrebbe creato materiali di tutt’altra composizione, contenendo sia i minerali del corpo meteorico, sia quelli rocciosi portati in superficie dall’impatto diretto contro il suolo. Nel caso del LDSG invece la purezza del vetro appoggia la teoria di de Michele, rafforzata dalla presenza di rare inclusioni di cristobalite, che da alcuni ricercatori erano state scambiate per presenze di materiale organico, sviando la ricerca verso la teoria sedimentaria. Al di là delle teorie, rimangono alcuni fatti certi: il primo è che il LDSG fu creato per fusione ad una temperatura superiore ai 4700° C; inoltre, le spedizioni Negro/Damiano hanno registrato i giacimenti, pesato i reperti presi su aree ben definite, disegnato i confini delle aree di distribuzione; al termine del lavoro, posizionando sulla carta i siti con presenza di LDSG, la loro distribuzione e la quantità di LDSG in ogni sito, ciò che è apparso sulla carta è un anello di massima concentrazione circondato da un secondo anello di concentrazione minore: sono i resti della periferia dell’antico punto di impatto. De Michele ha dunque ricostruito l’evento come segue: fra i 28 e i 29 milioni di anni fa l’impatto di una cometa contro l’atmosfera, a una quota compresa fra i 9.000 e i 12.000 metri di altezza, provocò un’immensa ondata di calore, dell’ordine delle centinaia di migliaia di gradi, che avrebbe fuso le sabbie sottostanti. Si creò quindi un immenso lago di quarzo fuso che, raffreddandosi rapidamente (entro pochi giorni), dovette creare uno degli spettacoli più incredibili del pianeta: un’area del raggio 50 Km interamente di vetro. Milioni di anni di erosione da parte degli agenti esogeni hanno frammentato l’immensa lastra dando i frammenti odierni che vanno dai più piccoli, di pochi grammi, al più grosso conosciuto, pesante 23 kg. (scoperto da Samir Lama e donato a Theodore Monod, è stato da questi donato al Museo di Storia Naturale di Parigi, ove si trova esposto). Questo materiale, più raro dei diamanti, si trova solo in quest’area del Sahara, e in nessun altro luogo al mondo; campioni ne esistono in pochi musei di Storia Naturale.

Reperti in Silica Glass; le tre gemme in basso sono state tagliate da frammenti grezzi dal petrografo della spedizione a titolo sperimentale (© e foto archivio CRE/M. Damiano).

Archeologia e cartografia

Dal punto di vista archeologico, le spedizioni di cui sopra hanno scoperto decine di laboratori in cui l’uomo neolitico lavorava la pietra verde. Sulla scia delle spedizioni realizzai fra il 1992 e il 1994 la carta dettagliata dell’area, poi perfezionata sino al 2011; essa comprende le formazioni geologiche, la posizione dei siti archeologici e delle dune; la carta, la prima dell’area che non sia schematica e che si spinga verso ovest, che contenga i dettagli e possa essere usata per la navigazione a vista, è stata basata sulle foto da satellite e sui dati raccolti a terra e realizzata da M. Damiano; è stato da questa carta che, completata con la posizione dei siti con silica glass in situ, si è vista apparire la forma del doppio anello d’impatto.

Il celebre scarabeo di Tutankhamon; che era classificato come “calcedonio verde”; di ritorno da una spedizione di due mesi nel GSS, al lavoro sul Silica Glass, guardando il gioiello nella sua vetrina dissi al finanziatore della spedizione, Giancarlo Negro, che mi sembrava Silica Glass; riferitolo a Vincenzo de Michele, petrografo del Museo di Storia Naturale di Milano ed espero della spedizione, chiese i permessi per analisi non invasive che, mesi dopo, confermarono ciò che i miei occhi avevano suggerito: Silica Glass. Ciò prova che le spedizioni degli Egizi (oasiti) si spingevano nel cuore del GSS e oltre, probabilmente sino a Gebel Awenat e il Chad (© e foto archivio CRE/M. Damiano). 

Materiali

IL CALCARE BIANCO DI TEBE

A cura di Stefano Argelli

Tipologia di roccia: sedimentaria

Nome scientifico: calcare micritico

Nome storico: sconosciuto

Durezza scala Rosiwal 4,5

Descrizione macroscopica: Calcare micritico di colore bianco puro con frattura concoide dovuta alla grana finissima. Le macchie scure sono costituite da ossidi di manganese.

Descrizione microscopica: La roccia risulta costituita da sedimento carbonatico a grana fine (micrite)con microfossili (foraminiferi planctonici) di circa 0,2 mm di diametro.

Le cave: Il calcare micritico veniva cavato nella località di Der el-Medina nelle vicinanze di Tebe attuale Luxor.

Inquadramento geologico: Questa roccia appartiene alla Formazione di Tebe di età Eocene Inferiore (56-48 milioni di anni) costituita da depositi carbonatici di mare aperto.

Pricipali impieghi: Usi locali per oggetti di piccole dimensioni come stele ,piccola statuaria e oggetti di vita quotidiana.

Alabastro, Materiali

L’ALABASTRO

A cura di Stefano Argelli

Forse una delle rocce più affascinanti per il suo aspetto traslucido, l’alabastro egiziano o alabastro calcareo orientale. Alcune volte chiamato anche travertino, nelle didascalie di vari oggetti di questo bellissimo materiale. Sono tutte e due rocce di origine sedimentaria, fatto sta che geologicamente l’alabastro egiziano é descritto come travertino a fascia compatta o pietra calcarea stalagmitica. Quindi si sintetizza in travertino. Ne esiste anche una specie di colore bianco, presente in Italia più pregiato di tipo gessoso, nelle zone di Castellina Marittima (PI) e Volterra (PI), quindi il termine alabastro é generico. ma qui si parla di Egitto ed egizi. Tipologia di roccia: Sedimentaria

Nome scientifico: Spoleotema

Nome storico: Alabastro egizio.

Durezza scala di Rosiwal (un evoluzione della scala Mohs, più scientifica) 1,5. Sotto solo il talco (steatite)

Descrizione macroscopica: Roccia calcarea caratterizzata da un aspetto traslucido dovuto alla sua natura cristallina e da una regolare alternanza di bande, da bianche a giallo arancio. Dovuta a variazioni nelle condizioni di precipitazione chimica della calcite in ambiente carsico.

Descrizione microscopica: La roccia é costituita interamente da calcite in cristalli plurimillimetrici allungati organizzati in livelli più limpidi e altri più torbidi per la presenza di numerosissime piccole inclusioni.

Inquadramento geologico: L’alabastro egizio si è formato in vene e sistemi carsici all’interno di calcari ecocenici, in seguito all’intrusione di magmi basaltici durante il Miocene inferiore (23-16 milioni di anni) contemporaneamente all’inizio della formazione del Mar Rosso, si è avuta circolazione di acqua ad alta temperatura che ha portato alla precipitazione della Calcite all’interno di vene e circuiti carsici.

Le cave: L’alabastro veniva cavato principalmente nel deserto orientale, in un area conosciuta come Alabastrites (Wadi-el Garawi), altri siti secondari si trovano lungo il corso del Nilo: Wadi Araba, Wadi Umm Agrub, el Qawatir, Wadi-el Barshawi, Hatnub e Wadi Assiut.

Principali impieghi: A causa del suo aspetto traslucido l’alabastro ha esercitato un attrazione irresistibile sugli antichi egizi, che lo hanno utilizzato in ambito funerario per realizzare vasi cosmetici, canopi e oggetti del corredo, ma anche per altari e pavimenti di templi. L’impiego nella statuaria resta marginale ma costante dall’antico regno all’epoca Tolemaica, soprattutto per statue di piccole dimensioni. Metterò solo tre foto di bellissime statue in Alabastro e alcune della roccia.

Fonte; museo egizio Torino

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LA SERPENTINITE

A cura di Stefano Argelli

Tipologia di roccia: metamorfica

Nome scientifico: Serpentinite

Nome storico: comunemente nota con il nome di “serpentina moschinata” o “verde ranocchia” e dagli Antichi Romani “lapis batrachites” (pietra rana)

Descrizione macroscopica: è una roccia metamorfica ultrabasica caratterizzata da un fondo color verde chiaro su cui si stagliano porzioni di un verde più scuro quasi nero. É costituita da serpentino e magnetite. Questo litotipo deriva da rocce di mantello terrestre (compreso tra la crosta terrestre e il nucleo terrestre con spessore di circa 2900km) metamorfosate in corrispondenza dei fondi oceanici in seguito a circolazione di di fluidi ricchi di acqua.

Descrizione microscopica: costituita da due principali minerali: il serpentino chiaro di aspetto fibroso e la magnetite nera. Si osserva un ex cristallo di olivina sostituito da serpentino con la tipica struttura a maglia.

Inquadramento geologico: la Serpentinite appartiene allo Scudo Cristallino Arabo Nubiano, affiorante nella zona orientale dell’Egitto; deriva da rocce ultramafiche di fondo oceanico metamorfosate in età Precambriana (4600-540 milioni di anni.)

Le cave: i principali affioramenti estrattivi si trovano nel deserto Orientale: Wadi Hammamat, Wadi Atalla e Wadi Umm Esh, tra Quena sul Nilo e Quseir sul Mar Rosso. Le testimonianze di tale attività purtroppo sono andate distrutte verso il 1900 con la riapertura delle cave; attualmente l’estrazione é cessata completamente.

Principali impieghi: utilizzata dal Periodo Predinastico fino al Nuovo Regno nella realizzazione di piccoli vasi, amuleti e oggetti funebri; solo raramente é stata impiegata in ambito architettonico.

Fonte: Museo egizio Torino

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L’ANIDRITE

A cura di Stefano Argelli

Verso la XII-XII Dinastia (medio regno 2055-1790a.C) compaiono oggetti in Anidrite, un minerale di origine sedimentaria, formato da solfato di calcio ( sale di calcio dell’acido solforico) anidro ( privo di acqua-cristallizzazione) si può presentare incolore o con altre varie sfumature. Qui in foto un set per per cosmetici, oli profumati e unguenti proveniente da una sepoltura nella zona Abido o Abydos.

Foto The Metropolitan Museum of art New York.

Frammento di un recipiente di anidrite Medio Regno 1900 a.C.

Il minerale di Anidrite, bellissimo e raro di origine sedimentaria, si forma comunemente in ambienti evaporitici, per precipitazione del solfato di calcio dall’acqua marina; in ambienti evaporitici si ha però più comunemente precipitazione di Gesso, ma se nella soluzione acquosa si ha un eccesso di Sodio o Cloruro di Potassio, e se la temperatura dell’acqua supera i 40°C allora si ha precipitazione di anidrite.

Vaso per unguento a forma di babbuino in Anidrite , Medio Regno 13–17, ca. 1800–1550 a.C., proveniente dall’Alto Egitto H. 13,3 cm x5,9 cm x 8,2 cm diametro..The Met New York.

1580-1550 a.C. XVII dinastia Fine del secondo periodo intermedio La fiaschetta – delicatamente scolpita nel raro materiale lapideo anidrite – ha la forma di una coppia di anatroccoli a capriate poste schiena contro schiena. I loro colli si inarcano lontano dai corpi e le articolazioni delle loro gambe formano quattro piccole nocche affinché la nave possa appoggiarsi. Gli occhi degli uccelli sono intarsiati di rame. L’anatra a traliccio era un’offerta comune ai morti. È quindi possibile che questo vaso, sebbene originariamente senza dubbio contenga una sostanza cosmetica, sia stato realizzato per la tomba e non per essere utilizzato nella vita quotidiana. In passato si pensava che i recipienti di questo materiale risalissero al Medio Regno Regno. Studi più recenti hanno dimostrato che dovrebbero essere collocati nel tardo Secondo Periodo Intermedio. Mis: altezza 7,4x 15,3×9,2 diametro. The Met New York.


Durezza scala Mohs 3-3,5 . L’anidride si presenta in un ampia gamma di colori, che vanno dal grigio, al giallo, arancio e azzurro, gli esemplari di colore azzurro violetto sono sono conosciuti col nome di “Angelite” di cui sono presenti giacimenti in Egitto. Sorvolo su altri giacimenti.

Una particolare varietà di anidrite, presente anche a Volpino (Lombardia) è detta Vulpinite (utilizzata come materiale ornamentale).L’anidrite é un solfato di calcio che, a differenza del gesso con il quale é strettamente imparentata, é caratterizzato dall’assenza di molecole di acqua nella sua struttura cristallina; per questa ragione il suo nome risulta essere appropiato: deriva infatti dal termine greco anidros, che significa “privato dell’acqua ” o “disidratato” L’anidrite si trova associata frequentemente ad un altro minerale, il salgemma, che ha un origine molto simile.

L’Anidrite viene impiegata anche nell’industria delle costruzioni, nella produzione di sottofondi autolivellanti e pannelli fonoassorbenti. Trova, inoltre, largo utilizzo nella correzione e nella bonifica di terreni da destinare ad uso agricolo e nell’industria dei fertilizzanti.

Processo di formazione dell’anidride.

Fonti: gruppo minerali che passione e gruppo di condivisione e studio sulla gemmologia, foto Wikipedia.

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I LAPISLAZZULI

A cura di Stefano Argelli

Lapislazzulo, bellissima pietra che gli Egizi ritenevano un purificatore dell’anima e della mente. Veniva polverizzato e mescolato con l’oro in un impasto che poi si posizionava sul cranio per purificare l’anima. É anche tra le pietre più usate in critalloterapia, pietra sacra anche nel Buddismo. Sembra sia efficace (per chi ci crede) per aiutare la concentrazione, abbassare la febbre, facilitare il sonno, più altre proprietà.

È un tipo di roccia metamorfica

Nome storico: dal persiano iazward o iajvard (azzurro) trasformato dagli arabi in lazulolazur, deriva dalla forma latina lapis (pietra) e lazulus (blu).

Inquadramento geologico: i depositi più famosi e sfruttati ininterrottamente da 6000 anni sono quelli della miniera di Sar-i-Sang nella provincia afgana del Badakhshan. Si tratta di rocce di età Aecheana (4000-2500 milioni di anni) costituite da rocce metamorfiche di alta temperatura e alta pressione.. per quanto riguarda la zona di estrazione, al momento non vi sono notizie certe di cave di lapis lazuli in territorio egiziano. Il materiale impiegato doveva pertanto provenire da paesi più o meno lontani.(Afghanistan, Pamir, Urali, Siberia) l’ipotesi più probabile è che arrivasse dalle miniere del Badakhshan situate nell’attuale Afghanistan. Citate anche da Marco Polo. Ne esistevano di di prima scelta ( quella usata dagli Egizi) e di seconda (quella usata per il colore) la prima scelta si é esaurita circa 30 anni fa.. principali impieghi: roccia nota fin dai tempi più antichi venne utilizzata per corredi funerari (tombe di Ur) o come perline per collane. Venne introdotta in Egitto dal IV millennio a.C. dove venne impiegata per la produzione di amuleti scarabei e gioielli. E’ anche presente nella maschera funeraria di Tutankhamon. Si diffuse poi in Grecia e a Creta fino a giungere agli Etruschi e ai Romani. In Europa questa pietra si diffuse a partire dal V secolo d.C. dove venne impiegata sia come pietra preziosa sia come pigmento naturale, il “blu oltremare” usato tra l’altro da Michelangelo nel giudizio universale. Treccani: il blu oltremare si otteneva dal lapislazzuli polverizzato leggermente arroventato, poi trattato con acido acetico diluito. Poi nel 1828 in Francia J.B.Guimet riuscì ad ottenerlo artificialmente, sistema ussto ancora ai giorni nostri.