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IL TEMPIO DI KOM OMBO

Veduta laterale dei resti della prima e seconda sala ipostila, precedute da quanto resta del duplice Cortile porticato

Kom Ombo, il cui nome deriva dal copto Umbo e all’antico Egiziano Nubit, era un grande villaggio situato al margine di un’ampia striscia di ricca terra agricola, all’imboccatura della via che conduceva alle miniere d’oro del deserto e delle carovaniere dirette alle oasi occidentali e al Sudan

Nel fiume, direttamente davanti al tempio, sono visibili numerose isolette e sbarramenti di sabbia che ospitavano un gran numero di coccodrilli : la città era connessa al dio Sobek.

Bassorilievo che decora le stanze situate dietro ai sacrari, nei quali è raffigurato il re che porta offerte a varie divinità

Sorto in Età Tolemaica tra i regni di Tolomeo VI è Tolomeo XIII, e ampliato in epoca romana, il tempio presenta un’insolita pianta a simmetria bilaterale : la parte destra è dedicata a Sobek, la sinistra a Horo il Vecchio, o Haroeri.

Il re compie offerte al dio Haroeri, Horo il Vecchio

Lo spostamento verso est del letto del Nilo negli ultimi mille cinquecento anni ha distrutto parte del primo pilone e del cortile anteriore.

Attualmente si accede al monumento dall’angolo sudorientale di un cortile esterno lastricato.

Porticato della prima sala ipostil

A destra, una piccola cappella dedicata alla dea Hathor, sul lato opposto del cortile nell’angolo sudiccidentale, si sorgono le vestigia di un mammisi, dove, nella parte superiore del muro di sinistra è scolpita una scena che raffigura il re a bordo di un’imbarcazione di giunchi in atto di cacciare volatili.

La facciata della ben conservata cappella di Hathor, eretta dall’imperatore Domiziano.

Poco rimane della copertura del tempio e la vivida luce illumina le pareti: il muro di schermo di sinistra della prima sala ipostila dove è raffigurato Tolomeo XIII che riceve un segno-ankh da Iside, e la parete sinistra raffigura il re con due dee al cospetto di Haroeri.

Due vestiboli seguono le sale ipostile e conducono ai sacrari degli dei, Haroeri a sinistra e Sobek a destra.

Rilievo con Haroeri, Hathor e Sobrek

Entrambi versano in gravi condizioni di degrado, una stretta cavità nel muro che li separa, è un accesso a un passaggio sotto il pavimento, che probabilmente percorso dai sacerdoti durante le celebrazioni.

Dietro ai sacrari e una serie di piccoli vani, due corridoi circondano l’intero tempio.

Dettaglio di rilievo con un leone prostrato di fianco ai piedi del sovrano

Sulla parete di fondo del deambulatorio interno sono allineate sei camere e una camera centrale

I rilievi di questi ambienti, incompiuti, consentono di osservare le tecniche impiegate dagli artigiani che li scolpirono e dipinsero.

Nel tempio di Kom Ombo esiste un famoso rilievo in cui sono raffigurati diversi strumenti che sembrerebbero chirurgici (vedi anche: CHIRURGIA EGIZIA)

Nel deambulatorio esterno, al centro della parete di fondo, un insieme di rilievi viene spesso interpretato come una raccolta di antichi strumenti chirurgici, tuttavia è più probabile che si tratti di strumenti rituali utilizzati nei vari momenti del culto.

All’esterno, nella grande spianata a sinistra si trova il bacino nel quale i sacerdoti allevavano i coccodrilli.

Bassorilievo che raffigura una donna che partorisce (vedi anche LA NASCITA)

Fonte e fotografie

  • I tesori di Luxor e della Valle dei Re – Kent R. Weeks – Edizioni White Star
  • I grandi viaggi di Archeo: Antico Egitto – Edizioni White Star
  • Djed Medu – Blog di Egittologia
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I SEGNI ZODIACALI DEL TEMPIO DI HATHOR A DENDERA

La processione dei segni zodiacali dal soffitto astronomico della grande sala ipostila del tempio di Hathor a Dendera, dopo il restauro.

I segni zodiacali avevano origine babilonese e non si trovano in Egitto prima della conquista di Alessandro Magno, avvenuta nel 332 a. C.

Tempio di Hathor a Dendera
Sala ipostila
Periodo tolemaico

Foto: Mick Palarczyck

https://paulsmit.smugmug.com/…/Egypt…/i-sMLz37c/XL

ACQUARIO

Riporto la descrizione di Paul Smit:

“Indossando una corona di papiro e versando acqua da due vasi, il dio del Nilo Hapi personifica il segno zodiacale dell’Acquario sul soffitto astronomico della sala ipostila esterna del tempio di Hathor a Dendera. Il soffitto è composto da sette strisce separate, ma qui stiamo osservando un dettaglio del registro superiore della STRISCIA PIÙ ORIENTALE.

Nell’intera striscia più orientale sono raffigurati sei segni zodiacali, mentre gli altri sei si trovano nella striscia più occidentale del soffitto della sala. Questi segni sono di origine greco-babilonese e non si trovano in Egitto prima della conquista da parte di Alessandro Magno nel 332 a.C., ma ovviamente Hapy è presente nell’iconografia egizia molto prima.

Il dio con la testa di falco sulla sinistra è il pianeta Marte (chiamato “Horus il Rosso”). Le donne in piedi con le stelle sopra la testa sono le dee della terza e della seconda ora della notte.

Il corpo umano senza testa personifica una stella o una costellazione a nord dell’eclittica. Sempre a nord dell’Eclittica si trova la costellazione costituita da un dio dalla testa umana che tiene per le corna un orice. La posizione astronomica di entrambi i corpi celesti è nota grazie al famoso zodiaco rotondo di Dendera, conservato al Louvre.

Questa parte del tempio di Dendera fu costruita in epoca romana (I secolo d.C.). Foto Mick Palarczyk.”

PESCI

ARIETE

TORO

GEMELLI

CANCRO

LEONE

VERGINE E BILANCIA

SCORPIONE

SAGITTARIO

CAPRICORNO

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STELE DI UN INTERPRETE DEI SOGNI

Saqqara, ritrovata nel 1877
Calcare dipinto, Altezza cm 35, Larghezza cm 25
Epoca Tolemaica (fine del III secolo a. C.)
Museo Egizio del Cairo – CG 27537

Questa stele proviene da un complesso di edifici religiosi sorti nel tardo periodo dinastico presso le catacombe dei tori Api a Saqqara.

L’oggetto ritrovato nelle vicinanze delle costruzioni destinate all’accoglienza dei pellegrini; la forma di piccolo tempio greco era utilizzata comunemente per le stele funerarie, ma in questo caso l’iscrizione è la presenza di fori sul retro ne suggeriscono la funzione di insegna.

Il testo greco, tracciato in nero si 5 righe, riporta le parole di un cretese che afferma di interpretare i sogni.

Probabilmente questo indovino era a disposizione dei devoti che dormivano fra le mura del tempio in attesa dei sogni inviati dal dio.

Al di sotto della scritta è raffigurato il toro Api davanti a un altare posto su un basamento.

La struttura che incornicia l’insegna è realizzata in alto rilievo: la base è costituita da quattro gradini che sembrano condurre alla scena dipinta, i lati hanno la forma di due pilastri alla cui sommità sono inserite due figure femminili, nude, in posizione frontale con le braccia incrociate; il tetto triangolare, frontone , è ornato da motivi decorativi a palmetta sul vertice e agli estremi.

Fonte e fotografia

I Tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Daniela Comand – Fotografia Arnaldo De Luca – National Geographic – Edizioni White Star.

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STATUA DI BABBUINO

Provenienza sconosciuta
Bronzo con oro e argento lavorati al niello
Altezza 6,5 cm – Museo Civico di Bologna.

Questa statuetta è una offerta ed è del tutto realistica nella forma, il mantello di pelliccia è rappresentato con uno schema stilizzato che ricorda penne sovrapposte.

Tale abbigliamento si vede talvolta sull’abbigliamento di divinità antropomorfi.

Il Babbuino era una delle manifestazioni del dio Thoth, la divinità locale di Ermopoli Magna ( El-Asmunein), ma adorato dovunque come dio della sapienza, della scrittura e della medicina.

Fonte

Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek Edizioni Phaidon

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IL TEMPIO DI DENDERA

A una settantina di chilometri a nord di Luxor, si trova il tempio tolemaico di Dendera , uno dei monumenti egizi meglio conservato.

Dendera, l’antica Tantere (Tanetjeret), la Tentyris dei greci, è un sito molto esteso che comprende necropoli risalenti alle prime dinastie.

Fu capitale del VI nomo dell’Alto Egitto.

Il suo monumento più celebre è il tempio di Hathor, racchiuso entro un muro di cinta di mattoni crudi, misura 280 x 290 metri di perimetro, spesso 10 metri e alto 10.

Il Tempio è circondato da numerosi edifici, tra cui un Tempio di Iside, due mammisi, o “case della nascita”, di epoca tolemaica e romana, una basilica copta e un lago sacro.

La costruzione del tempio, iniziata nel I secolo a. C., proseguì dal 54 al 20 a. C.

Il complesso sorge sui resti di templi anteriori, alcuni risalenti all’ Antico Regno, altri a opera di Thutmosi III, di Ramses Il e Ramses III.

Il nome di Tolomeo XIII compare nella parte più interna del tempio, la prima a essere costruita in età tolemaica, ma nella decorazione parietale molti cartigli furono lasciati in bianco: verosimilmente, l’instabilità politica dei tempi rese incerti gli artisti in merito ai nomi da inserire.

La maggior parte dell’opera fu intrapresa da Cleopatra VII.

Veduta dall’alto del complesso templare

Il parallelismo tra le piante dei templi di Dendera e di Edfu non è fortuito: il primo ricalca il secondo, sebbene in scala ridotta e riflette lo stretto legame che unisce Hathor, venerata a Dendera, e Horo venerato ad Edfu, e i loro culti

Un’altra particolarità costruttiva del tempio è la wabet, la “cappella pura” e del cortile aperto antistante dove venivano collocate le numerose statuette delle divinità.

Veduta sul cortile e sulla facciata della “cappella pura” wahet. La “cappella pura” e l’antistante cortile delle offerte costituiscono una parte della cornice architettonico per la festa della “unione al dio solare”. Il nome wahet potrebbe forse essere stato ripreso dalla sala dell’imbalsamazione attestata già nell’Epoca classica. In entrambi gli ambienti, infatti, il corpo veniva preparato alla rinascita. Nel primo caso si trattava, in ambito reale e privato, del corpo del defunto, qui nel tempio dal corpo della divinità che moriva e si rigeneravano annualmente.

Sulla terrazza del tempio di Dendera si trovano, oltre al chiostro, anche due cappelle, composte ciascuna da un cortile e due ambienti annessi.

Esse erano adibite, come le analoghe cappelle in altri templi dell’Epoca, allo speciale culto di Osiride nel mese khoyak.

LA FACCIATA

La facciata è impressionante: 35 metri di larghezza e 12,5 di altezza, formata da sei colonne a sistro con capitello hathorico, separate da muri di schermo decorati e una porta centrale.

In alto, un’iscrizione in greco su tre righe, dedicata dai Romani nel 35 a. C., dichiara che il tempio era: “per l’Imperatore Tiberio Cesare, nuovo Augusto, figlio del divino Augusto, al tempo del prefetto Aulus Avillius Flaccus” e di altri.

Tiberio Cesare, rilievo parietale del tempio

IL VESTIBOLO

All’interno, 18 colonne a sistro occupano una sala immensa.

Grazie alla perfetta conservazione del tempio con il soffitto ancora intatto, l’illuminazione interna e quasi identica a quella originaria e il gioco di luci e ombre sulle colonne di questo vestibolo ne è un esempio suggestivo.

Veduta del soffitto del vestibolo

Sul lato sinistro della parete dell’ingresso, l’imperatore con la corona del Basso Egitto, lascia il palazzo per officiare le cerimonie nel tempio.

Egli è purificato da Horo e da Thoth e incoronato da varie dee.

Queste scene proseguono sulla parte destra del vestibolo, dove il sovrano traccia la pianta del tempio di Dendera e lo consacra ad Hathor.

Sul lato destro della parete d’ingresso, l’imperatore indossata la corona dell’Alto Egitto ed è introdotto da Montu e Atum al cospetto di Hathor.

Sebbene le molte immagini di personaggi regali e divini riprodotte sulle colonne, che compongono scene del re offerente agli dei, siano state deturpante, mostrano tuttavia chiaramente la lieve rotondità che caratterizza la figura umana nell’arte tolemaica.

Il soffitto presenta una complessa decorazione di carattere astronomico, che comprende raffigurazioni della dea del cielo Nut, e i segni dello zodiaco e i decani.

Raffigurazione della dea Hathor sul soffitto astronomico del vestibolo

Oltre la sala ipostila si apre un piccolo atrio ipostilo con due ordini di tre colonne, detto “Sala dell’Apparizione”.

Le basi delle colonne sono in granito, mentre i tamburi e i capitelli sono in arenaria..

Sulle pareti, il re è al cospetto di Hathor, qui chiamata ” Figlia di Ra”, di Horo e e del fanciullo Ihi, anche chiamato Harsomtu.

Le figure parietali , nella parte destra dell’atrio, leggibili in senso antiorario, dall’ingresso alla porta che si apre sul fondo, hanno per tema la fondazione, la costruzione e consacrazione del tempio di Hathor, ugualmente a quelle della sala ipostila; quelle nella parte sinistra, da leggersi in senso orario dell’ingresso, raffigurano il sovrano nell’atto di presentare il tempio a Hathor e Horo.

Sul lato destro della parete di fondo, Ptah introduce il re al cospetto di Hathor, Horo e del loro figlio Harsomtu, che agita il sistro in segno di giubilo.

L’atrio ipostilo è circondato da dei piccole camere, la cui funzione e raffigurata nelle immagini che ornano le pareti: in ognuna il sovrano compie offerte ad Hathor, ornamenti d’argento nel primo vano a destra, libagioni di acqua nella seconda, incenso nella prima camera a sinistra e derrate nella seconda.

Le due stanze di fondo venivano usate come magazzino per gli arredi sacri del tempio.

Oltre l’atrio ipostilo si susseguono due anticamere: la prima, detta ” Sala delle Offerte” , era chiusa da una porta in legno e metallo.

Le decorazioni parietali raffigurano il re che fa offerte agli dei di Dendera.

Su entrambi i lati della prima anticamera, una scala conduce alla terrazza del tempio, mentre sulla seconda anticamera, la “Sala dell’Enneade Divina”, si aprono piccole camere che custodivano le vesti e gli ornamenti degli dei: la ” Sala delle stoffe” e la “Sala del tesoro”.

Entrando nella Sala del Tesoro si accede a un piccolo cortile, al fondo del quale, una piccola scala, conduce alla “Cappella Pura”.

Qui veniva celebrata l’unione di Hathor e di Ra in occasione del compleanno della dea e dell’Anno Nuovo.

Sulle pareti del cortile sono illustrati i sacerdoti che consacravano le offerte, mentre nella “Cappella Pura” figurano le cerimonie che comportavano anche processione degli dei dell’Alto e Basso Egitto.

Nella seconda anticamera si aprono alte undici camere e al centro di trova il Sacrario, il “Grande Seggio” che custodiva le barche di Hathor, Horo, Harsomtu e Iside, questa è la parte più sacra del tempio, dove solamente il sovrano e i sacerdoti potevano entrare.

Le camere perimetrali fungevano sia da cappelle di varie divinità sia da magazzi per gli arredamenti sacri.

La cappella direttamente a ridosso del Sacrario, custodiva un simulacro dorato di Hathor alto due metri.

Nel pavimento della camera, a destra di quest’ ultima cappella, vi è l’ingresso di una delle dodici cripte sotterranee, di notevole interesse sia per l’aspetto architettonico sia per la decorazione parietale che illustra i vari oggetti rituali custoditi.

In una cripta Pepi I, sovrano dell’Antico Regno, è raffigurato offerente una statuetta di Hathor.

IL TETTO A TERRAZZA

Il tetto a terrazza di Dendera è un capolavoro; salite le scale che si trovano nella prima sala ipostila, quella sul lato sinistro, immette direttamente al tetto, quella sul lato destro è a rampa avvolgente.

Si tratta delle stesse scale percorse dai sacerdoti in occasione della Festa dell’Anno Nuovo e le pareti sono decorate con scene che illustrano la processione : ascendono con le statue divine destinate allo svolgersi delle cerimonie sul tetto e ne discendono a celebrazione ultimata.

Il tetto è costituito a più livelli, a seconda dell’altezza dell’ambiente sottostante.

Nell’angolo in fondo a destra (sud-occidentale) sorge un piccolo chiostro con dodici colonne a capitello hathorico distribuite sul perimetro; costruito da Tolomeo XII, in origine era coperto da una volta a botte di legno.

All’estremità opposta, verso la parte anteriore del tempio, due santuari erano consacrato a Osiride.

Si riteneva che il dio fosse stato sepolto ( tra molti altri luoghi) a Dendera, dove le celebrazioni che ne rievocano la morte e resurrezione erano ricorrenti.

Il soffitto di uno dei santuari era ornato con un bellissimo zodiaco circolare.

L’originale, ora conservato presso il Museo del Louvre a Parigi, fu rimosso nel 1820; in sito è stato collocato un calco.

In questa foto del tempio di Hathor a Dendera, è visibile lo stato del soffitto prima del restauro (a destra).
Si tratta della foto della dea avvoltoio Nekhbet coperta da uno spesso strato di fuliggine e sporco depositatosi nel corso di due millenni. Foto Paul Smit

In un vano vicino una figurazione mostra Osiride adagiato su un letto, compianto da Hathor, Iside, sotto le sembianze di un uccello, lo sovrasta, pronta a ricevere il suo seme e concepire Horus.

Le lastre di copertura del tetto a terrazza presentano una rete di canali di drenaggio poco profondi, destinati a raccogliere e convogliare l’acqua piovana nei doccioni a protome leonina disposti a intervalli sulle mura esterne del tempio.

Sotto ogni doccione una colonna di geroglifici contiene un testo magico, al cui contatto l’acqua, scivolando i sopra, assumeva virtù magiche.

Anche sulle pareti esterne il re traccia le fondazioni del tempio, ne depone le prime pietre e le consacrata ad Hathor.

Sul muro posteriore, Cleopatra VII e il figlio Cesarione sono ritratti in due scene al cospetto di Hathor e di altre divinità.

LE SCIMMIE URLANTI

Una delle magnifiche scene del soffitto astronomico della sala ipostila esterna del tempio di Dendera, periodo tolemaico- romano

Le rappresentazioni in questo tempio sono ricchissime di simboli, spesso difficili da interpretare.

Nell’immagine si vedono quattro babbuini in adorazione del sole nascente.

Gli egizi erano grandi studiosi della natura e osservavano che i babbuini erano soliti urlare al sole nascente, scaldati dai suoi raggi.

Immagini di babbuini adoranti di fronte al sole si trovano spesso nell’arte egizia (nei commenti un’immagine del tempio di Ramses III a Medinet Habu).

Medinet Habu, tempio di Ramses III, i babbuini urlanti

Si trattava di animali che erano visti come intermediari tra l’umanità e gli dei ed erano considerati sacri, allevati nei templi, mummificati.

Il Dio Thot e Khonsu venivano spesso rappresentati con le loro sembianze.

A sinistra si nota la prua di una barca (che trasporta il sole nascente, non visible nella foto), su cui viene trasportato un bambino seduto, nella tipica posizione infantile con il dito in bocca. La barca che trasporta il sole, è trainata da tre sciacalli neri ( chiamati “i giustificati”) .

Dettaglio dei tre sciacalli

Più a destra sono rappresentati i quattro babbuini con le zampe alzate in adorazione. Sono chiamati “le anime dell’est”.

Foto Paul Smit

Fonte:

https://www.ancient-origins.net/…/primates-ancient…

IL DIO BES

Capitello presso la Porta Nord
Rilievo in pietra calcarea.

Questo rilievo formava , con altri pilastri rettangolari posti nel mammisi del tempio di Hathor a Dendera.

Il mammisi era un tipo particolare di piccoli tempio molto diffuso in Epoca Tarda e Età Tolemaica – Romana.

Era annesso ai templi delle principali divinità, a Dendera si trovano due case della Nascita, e questo rilievo proviene dalla più antica, costruita da Nectanebo I e ampliata durante l’ Età Tolemaica.

Il semidio Bes era il protettore delle donne incinte e dei bambini, e questo ne spiega la presenza nel mammisi.

Sue caratteristiche sono la lingua sporgente, la criniera e la coda.

La visione frontale è tipica delle sue rappresentazioni.

L’iconografia delle principali divinità era fissata da lungo tempo, e non differita molto da quella della figura umana in templi e tombe; le rappresentazioni invece delle divinità meno comuni, o di quelle, come Bes, che solo tardi entrarono a far parte del repertorio templare, erano spesso alquanto eterodosse.

Fonti:

  • Egitto la terra dei faraoni – Regine Schultz e Matthias Seidel – Edizioni Konemann
  • I tesori di Luxor e della valle dei re – Kent R. Weeks – Edizioni White Star
  • Egitto 4000 anni di arte – Jaromin Malek – Edizioni Phaidon
  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Fotografie di Andrea Vitussi che ringrazio per la sua disponibilità.

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta, Templi

IL TEMPIO DI KNUM AD ESNA

Tempio di Knum, facciata della sala ipostila

Per maggiori informazioni sul restauro del tempio di Esna vedi anche: IL RESTAURO DEL TEMPIO DI ESNA


L’ egizia Lunyt e greca Latopolis è un villaggio dell’Alto Egitto in mezzo al quale vi è l’imponente tempio di Esna era dedicato al dio artefice Knum e alla sua controparte femminile, la dea Neith.

Knum è il dio creatore, infatti è il vasaio, colui che nella mitologia crea sulla ruota l’immagine dell’uomo in argilla che poi viene animata dalla potenza divina.

Il tempio è un inno alla sua opera, cioè alla creazione e alla natura.

I capitelli della sala ipostila sono fitomorfi, con papiri e loto i cui colori variano dal rosso al blu, al bianco al verde per rendere più movimentata la scena e variare la ripetizione dello stesso schema.

Capitello con foglie di loto

A Esna i resti visibili del tempio sono circa 9 metri più in basso del livello della città moderna.

Il tempio presenta una struttura classica, ma l’unica parte completamente alla luce è la sala ipostila.

La facciata è formata da 6 colonne con sendidi capitelli, collegati da intercolunni che arrivano più o meno a metà dell’altezza delle colonne.

Le sue pareti sono interamente decorate di rilievi : due inni crittografici a Knum che sono scritti quasi completamente l’uno con il segno geroglifico dell’ l’ariete, l’altro con quello del coccodrillo.

La sala ipostila presenta 24 colonne, il tempio fu ampliato da diversi imperatori romani, a partire da Claudio nel I secolo d. C. fino a Decio nel II secolo d. C., ed è quindi la struttura templare più tarda che si sia conservata in Egitto.

Geroglifici sulle colonne e sullo splendido soffitto del tempio di Esna.
Fatto costruire nel II secolo a. C. dai faraoni Tolomeo VI è Tolomeo VII, ma decorato durante l’impero Romano.
Si tratta quindi di una scrittura geroglifici di una fase finale della civiltà egizia.
Foto Eirestok/Shutterstock
Fonte Rivista Archeologia Viva settembre /ottobre 2003

Fonte e fotografie:

  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra
  • Egitto 4000 anni di arte – Jaromur Malek – Edizioni Phaifon
  • L’arte egizia – Alice Cartocci, Gloria Rosati Scala, Giunti
  • Rivista Archeologia Viva settembre/ottobre
  • Foto di Wirestok/Shutterstok
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IL TEMPIO DI EDFU

Il dio Horus di Behedet.
Il tempio di Edfu, l’antica Behedet, era dedicato al dio Horus, le cui statue prevedevano il pilone e la sala ipostila. Quelle statue sono più o meno rovinate, tranne una, quella della fotografia. Il Dio Horus, sotto forma di falco Indossa la corona dell’Alto e Basso Egitto. La statua si trova nel cortile, di fronte alla sala ipostila, sulla sinistra guardando la facciata.

Edfu era la Behedet degli Egizi: il suo nome si trova su molti monumenti e stele, associato a quello dell’Horus di Behedet.

La città fu infatti la sede principale del tempio di Horus.

Il dio Horus, in forma di falco in questa raffigurazione appare in un naos, che si trova nel tempio di Edfu.
Le convenzioni egizie raffigurano ciò che noi metteremmo in pianta con una visione frontale, dunque il sacrario di Horus sembra sul tempio e non al suo interno.

Il modo particolare in cui il santuario è collocato nel cuore del tempio non è un’invenzione dell’era greco-romana; in questo periodo l’idea già esistente, acquistò maggiore impiego, il visitatore del tempio di Edfu viene accolto in un mondo protetto dall’esterno, in cui l’ordine determinato dalla simmetria crea un’atmosfera di profonda quiete.

Lo scopo del tempio era mantenere, grazie ai riti quotidiani, l’equilibrio cosmico, e per fare ciò nulla doveva minacciare il santuario. La funzione delle mura perimetrali era questa: racchiudere e proteggere il santuario, riproduzione in terra del cosmo. Le due facce del corridoio che così si formava, quella interna del muro perimetrale e quella esterna del tempio, erano coperte da raffigurazioni di dei tutelari, Horus che sconfigge Seth, simboli protettivi. In alto le bocche di grondaia hanno la forma di leoni perché si supponeva che questi animali stessero di guardia contro i poteri di Seth, che si manifestavano in violenti temporali, proteggendo il luogo sacro

Soltanto dopo un lungo percorso dalla luce alla penombra, nel corso del quale il pavimento si eleva gradatamente, i soffitti diventano più bassi e le porte piu strette, si giunge nel cuore del tempio, al santuario, dove l’effige della divinità é collocata in un tabernacolo.

Qui vediamo il dio Seth come ippopotamo trafitto dalla lancia di Horus: la scena simbolizza la sconfitta del male.
Edfu parete interna del corridoio che circonda il tempio, muro esterno, lato ovest, faccia est, parte centrale.

Durante il percorso si attraversa l’ imponente portale del pilone e si entra nel grande cortile aperto che è circondato da un colonnato simmetrico che prosegue fino all’ingresso della sala esterna del pronao.

Il cortile è la sala ipostila.
Veduta del cortile e della facciata della sala ipostila del tempio di Horus dà un’idea della grandiosità del tempio. Il cortile è circondato da colonne su tre lati, peristilio, formando così dei portici le cui pareti sono coperte da raffigurazioni: tra le varie quelle delle feste di Horus, in cui la dea Hathor di Dendera faceva visita al dio Horus, è raffigurata la processione di navi che accompagnava la dea

Qui si apre lo spazio interno più grande del tempio, il cui soffitto è sostenuto da diciotto colonne, si entra nella sala ipostila interna, la “Sala dell’apparizione”, dove l’effige della divinità veniva mostrata in occasione della processione, lasciando così la penombra del santuario.

Il naos divino
Alla prima sala ipostila, ne segue una seconda più piccola e a questa seguono i due vestiboli, dei quali il primo è la camera delle offerte; infine si trova il santuario raffigurato in questa fotografia, che conserva il naos monolitico di granito grigio, alto 4 metri, di Nectanebo II e quindi appartenente al tempio che qui sorgeva prima della ricostruzione tolemaica. Il naos o sacrario, ne conteneva un altro in legno, dove era racchiusa la statua del dio

Seguono la sala delle offerte e la sala di collegamento al santuario.

Intorno ad esso corre un deambulatorio che si apre su otto cappelle, due delle quali danno accesso nuovamente a spazi più ampi.

Il grandioso pilone di Tolomeo XIII del tempio di Horus a Edfu.
Alto 36 metri, il pilone è largo 79 metri, è precede quello che, dopo Karnak, è il più grande santuario d’Egitto. In primo piano si vedono le rovine del mammisi. Foto: Marc Ryckaert

Il santuario circondato da cappelle su tre lati è un’unità architettonica a sé stante, che si ritrova in forma analoga in diversi templi dell’epoca greco – romana.

Il mammisi di Edfu. Di fronte al pilone del tempio di Horus si trovano le rovine del mammisi.
Questo piccolo tempio è costruito su un asse est – ovest, dunque è quasi ortogonale rispetto al tempio di Horus.
Il mammisi possedeva due cortili, di cui vediamo in primo piano le rovine, sullo sfondo si vede la parte più interna del tempio, consistente in due vestiboli e una cella. Il muro perimetrale che circonda il secondo vestibolo e la cella, che formano un corpo unico; il muro ha delle semicolonne con capitelli compositi a loro volta sormontati da un abaco ornato con la figura del dio Bes. L’interno è decorato da rilievi sulla nascita divina. Il tempio fu costruito da Tolomeo VIII Evergete II e decorato da Tolomeo IX Soter II. 

LA FESTA DELLA VITTORIA

Edfu, Tempio di Horus, corridoio interno, parete occidentale del muro di cinta.

In questa scena la festa della vittoria raggiunge il suo culmine.

A sinistra si vede il dio che dà da mangiare a un’oca, un gesto rituale che simboleggia tra l’altro il trionfo sui nemici.

Al centro è raffigurato il prete llettore, il divinizzato Imhotep, che legge dal libro rituale, mentre a destra c’è il macellaio che esegue il suo lavoro, che tuttavia non è affatto sanguinario, in quanto l’uccisione rituale dell’avversario viene compiuta sul simulacro di pasta dolce.

Successivamente gli dei ottengono ciascuno una parte del corpo dell’ippopotamo da mangiare per partecipare così alla distruzione di Seth.

È Iside che indica al figlio Horus la giusta spartizione: ” Dai la sua zampa anteriore a tuo padre Osiride […]. Fai portare a Ermopoli la sua spalla per Thot […]. Dai i suoi zoccoli a Horus, il primigenio […]. A me però spettano la parte anteriore è la parte posteriore, perché sono tua madre […].”

Il testo si conclude con formule di trionfo da ripetere ciascuna quattro volte.

Una di queste recita:

LE SCENE DEL MITO DI HORUS

Scene dal mito di Horus, Edfu, Tempio di Horus, corridoio interno, parete interna occidentale del muro di cinta.

La scena presenta il settimo e l’ottavo episodio del rituale dell’arpione.

Il re, in piedi sulla terra, solleva le braccia in gesto di preghiera.

Davanti a lui, su entrambe le barche, Horus uccide con una lancia l’ippopotamo che tiene legato a una corda; questa termina con un arpione che è stato infilzato in precedenza nel corpo dell’animale

Alle spalle di Horus vigila un dio protettore, armato di lancia e coltello.

Edfu, tempio di Horus, corridoio interno, parete interna occidentale del muro di cinta.

A differenza della leggenda consacrata, in cui gli dei erano tra di loro, ora il re partecipa attivamente ai festeggiamenti. Qui lo si vede sulla sinistra della scena.

Horus, sulla barca solare a lui dice: “Vogliamo infilzare il quel vigliacco [ Seth ] con i nostri due arpioni“.

Alle spalle di Horus Iside alza una mano in gesto protettivo e dice: “Io do forza al tuo cuore, Horus, figlio mio, cattura l’ippopotamo, il nemico di tuo padre!

Thot legge ad alta voce dal rotolo celebrativo: “O bel giorno di Horus, il signore del paese, figlio di Iside, prediletto da tutti, signore del trionfo, erede di Osiride […]“.

Alle spalle di Thot si trovano Horus di Edfu che regge gli arpioni e sua madre Iside.

La duplice raffigurazione di una divinità nella medesima scena è un fenomeno che si incontra spesso.

In questi casi vengono di solito evidenziati ogni volta aspetti diversi dello stesso dio.

Edfu, Tempio di Horus, corridoio interno, parete interna occidentale del muro di cinta.

Il re sostiene il cielo sotto il dio del sole, che appare come scarabeo alato.

Le sue parole “Il cielo appartiene a te, [Horus] Behedet, dal piumaggio variopinto!” racchiudono la quintessenza dell’intero mito, la vittoria annuale del dio del sole contro i suoi nemici.

Il santuario sulla destra, che si trova sulla terraferma, riproduce il tempio di Edfu con le sue divinità principali, Horus Behedeti e Ra-Harakhty; quello di destra, che si trova a bordo della barca pronta a salpare, raffigura le stesse divinità, con la differenza che ora Ra-Horakhty è definito “Re dell’Alto e Basso Egitto”.

Qui si riallaccia l’inizio della narrazione, “Nell’anno di regno 363 del re dell’Alto e del Basso Egitto Ra-Horakhty. Sua maestà si trovava allora in Nubia […].” Scoppia una rivolta, non a caso proprio in quello stesso giorno (l’anno di regno del dio del sole era formato da un giorno), perché nel trecento sessantatreesimo giorno dell’anno era nato Seth.

Edfu, Tempio di Horus, corridoio interno, parete occidentale del muro di cinta.

Nel corso della marcia trionfale verso nord, si è giunti nel Medio Egitto, nei pressi di Eracleopoli, un’importante località consacrata ad Osiride.

Questo è raffigurato sulla sinistra del tabernacolo, davanti a lui c’è Iside, “La magica […], che respinge il nemico a Naref [ località sacra]“.

Al centro si vedono Horus di Edfu e Harsieses che insieme infilano il nemico.

Entrambi gli dei hanno le medesime fattezze, segno quello che il locale Horus di Edfu era identificato con Harsieses : quest’ultimo era il figlio di Iside e Osiride venerato in tutto il paese.

A destra è raffigurata la barca solare, ormeggiata a riva, con Ra assiso in trono.

Edfu, Tempio di Horus, corridoio interno, parete interna occidentale del muro di cinta.

I nemici in fuga hanno raggiunto il Delta orientale.

Qui dimora a Horus di Mesen, che combatteva i nemici in forma di un leone.

Per questo l’Horus di Edfu si trasforma ” in leone col volto di uomo, apparso con la corona hemhem, il cui artiglio era come un coltello”.

Egli dilaniava i nemici esattamente come è raffigurato sul piedistallo al centro della scena.

A sinistra si vede uno dei cacciatori con gli arpioni che salpa trainando la barca del dio del sole.

Questo si trova a destra nel suo tabernacolo, con davanti Thot e Horus di Edfu sulla prua.

Thott era l”accompagnatore fisso nel viaggio e, in qualità di dio onniscente, è colui che spiega in molti punti gli avvenimenti.

In questa scena pronuncia formule magiche per placare le acque, in modo che la flotta di Ra possa navigare senza inconvenienti.

Edfu, Tempio di Horus, corridoio interno, parete interna occidentale del muro di cinta.

Il re uccide l’ippopotamo dalla riva del fiume.

Dietro di lui si avvicinano “i figli del re, la progenie di Horus, i ramponieri del Signore di Mesen [ Horus], i forti cacciatori con gli arpioni di Horus Behedeti, che spingono per farla finita con tutti i suoi nemici, […]“.

Essi dicono:” Avanti lasciaci andare al [sacro] lago-di-Horus, affinché vediamo il falco sulla barca da battaglia […].

Sulla prua della nave è inginocchiata Iside che partecipa attivamente alla lotta e nel frattempo incoraggia il figlio: “Persevera, Horus! Non fuggire davanti agli animali d’acqua ostili! Non temere i nemici che si trovano tra i flutti. Non cedere, quando lui [Seth] implora la grazia!

Iside stessa è anche la barca da battaglia :

Horus figlio mio, perché io sono la balia che conduce Horus sull’acqua, che lo nasconde nel legname scuro delle sue assi.

La barca viene descritta come segue “[…], perché il remo perfetto si muove sul suo sostegno come Horus nel grembo di sua madre Iside. Gli scalmi sono fermi su entrambi gli attacchi come il visir nella residenza. L’albero è solido sul suo piede come Horus, quando ha preso possesso di questo paese. Questa barca perfetta ha il colore luminoso di Nut [ la dea del cielo], la Grande, che partorisce gli dei […] I remi percuotono i suoi fianchi come i soldati quando combattono coi bastoni. Le assi sono amici stretti, non si allontanano le une dalle altre […] “.

Edfu, Tempio di Horus, corridoio interno, parete interna occidentale del muro di cinta.

Questa scena si svolge a Edfu

Horus aveva reso i nemici ciechi e sordi, in modo che si uccidessero tra di loro.

A Ra viene chiesto di visitare il campo di battaglia insieme alla dea guerriera Astarte, “padrona dei cavalli, signora del carro da guerra”, entrambi sono raffigurati a destra.

Sulla barca si trovano, davanti a Ra in trono, la dea Hathor di Dendera e Horus di Edfu suo sposo.

Sulla riva si vede uno dei ramponieri e compagno di battaglia di Horus.

La sala delle offerte

Tolomeo IV ( a destra) porta a Horus dei pani e un bastone formato da fiori intrecciati.

Davanti a lui il dio dalla testa di toro Mnevis che invita Horus, a nome del sovrano a mangiare i pani caldi posati sul tavolo delle offerte : ” Su, vieni, o dio, affrettati al tuo pasto ancora caldo! […] Sul tavolo delle tue offerte sono posti ogni giorno gustosi pani, potrai saziartene e assaggiarli […].

Il re descrive il bastone floreale rivolgendo al dio le seguenti parole:” […] fiori che spuntano nei prati, che crescono grazie al tuo sudore [acqua] e vivono grazie ai raggi del sole […].

Il dio risponde al sovrano:” […] sono lieto dei doni che mi hai portato, e ti concedo che L’Egitto presenti a te i suoi doni |…].

Ti do grandi quantità di cose buone [cibo], affinché tu le distribuisce tra i vivi.”

Tolomeo VIII Evergete incoronato dalle dee Usdjet e Nekhbet, nel tempio di Horus.

Rilievo a incavo.

I sovrani della Dinastia Tolemaica non erano egizi, ma discendenti di Tolomeo.

Sulle pareti dei Templi i Tolomei si fecero però rappresentare come faraoni egizi.

In questo rilievo Tolomeo VIII Evergete II è incoronato da Nekhbet, a destra, e da Uadjet, a sinistra.

Nekhbet era la dea della città di Nekheb, odierna Elkab, nell’Egitto meridionale, mentre Uadjet era Associata alla città di Buto, odierna Tell El-Farain, nel Delta.

Le due dee sono spesso presenti sulla fronte dei Re come avvoltoio, Nekhbet, e cobra Uadjet.

Mentre Nekhbet Indossa la corona bianca dell’ Alto Egitto, Uadjet Indossa la corona del Basso Egitto.

I re egizi indossavano una corona che combinava entrambe.

Le due dee hanno corporatura snella e seni abbondanti, caratteristici dell’età Tolemaica.

Le spalle sono strette, come se fossero viste di tre quarti, mentre le braccia sono innaturalmente lunghe, in modo che la mano di Nekhbet sia visibile dietro al collo del sovrano e la mano di Uadjet sulla sua spalla sinistra

Muro di cinta del tempio di Horus

“Colui-che-muggisce-forte” suona il nome del dio che minaccia punizione a tutti i nemici che cercheranno di scavalcare il muro di cinta del tempio di Horus.

Infatti, sul punto più alto della recinzione, ha preso posizione Urhemhem, in forma di falco con la testa di toro.

La sala 24 del tempio di Horus

Edfu, Epoca Tolemaica, regno di Tolomeo IV.

Tolomeo IV riceve “l’attestato della casa”.

Il re è inginocchiato sotto l’albero sacro Ima e “riceve dalla mano del padre” Horus Behedeti il documento che attesta la legittima acquisizione del potere.

La dea Nekhbet ( sulla destra) gli concede un tempo infinito “come sovrano sul trono di Horus”.

Horus e Nekhbet stringono in mano una pannocchia di palma come simbolo dell’infinito successione degli anni.

Sulla punta ricurva di ciascuna infiorescenza è fissato il geroglifico per “giubileo di regno”.

Hathor abbraccia il faraone Tolomeo IV.

La dea reca sora la lunga parrucca Il copricapo a forma di avvoltoio e la corona, composta da corna di vacca con in mezzo il disco solare.

La raffigurazione traduce in immagine esattamente il contenuto dei testi: “Re Tolomeo IV, prediletto di Hathor, la Grande, la Signora di Dendera”.

Il mammisi di Edfu

Di fronte al pilone del tempio di Horus si trovano le rovine del mammisi.

Questo picco tempio è costruito su un asse est-ovest, dunque è quasi ortogonale rispetto al tempio di Horus.

Il mammisi possedeva due cortili.

Sullo sfondo si può vedere la parte più interna del tempio, consistente in due vestiboli e una cella, un muro perimetrale circonda il secondo vestibolo e la cella, che fanno corpo unico.

Il muro ha delle semicolonne con capitelli compositi a loro volta sormontati da un abaco ornato dalla figura di Bes

L’interno è ornato da rilievi sulla nascita divina.

Il tempio fu costruito da Tolomeo VII Evergete II e decorato da Tolomeo IX Soster II.

Mammisi è il termine in cui, secondo la denominazione in copto data da Champollion, si designa il santuario dedicato alle nascite sacre.

In generale questi monumenti sono decorati da figure delle divinità preposte alla nascita, come Hathor e Bes.

È chiara l’implicazione politica delle nascite divine di sovrani (Theogamia) che volevano essere legati il più possibile agli dei

Fonte e fotografie

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà Nubiane – Maurizio Damiano – Appia – Mondadori

Fonte e fotografie

  • Egitto la terra dei faraoni – Regine Schultz e Matthias Seidel – Konemann
  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa
  • Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon
Mai cosa simile fu fatta, Templi

WADI ES-SEBUA

IL GRANDE TEMPIO DI AMON E RA-HORAKHTY

Wadi es-Sebua o “Valle dei Leoni” (così denominato in arabo per il cortile fiancheggiato da sfingi) è il sito, nella Bassa Nubia, di due templi egizi del Nuovo Regno, incluso uno speos costruito da Ramses II (Diciannovesima Dinastia).

Il tempio maggiore di Wadi es-Sebua in un’accurata ricostruzione di Jean-Claude Golvin

Il primo tempio fu costruito da Amenhotep III (Diciottesima Dinastia) e successivamente restaurato da Ramses II. In origine questo tempio consisteva in un santuario scavato nella roccia (approssimativamente di 3 metri per 2) di fronte a un pilone in mattoni crudi, un cortile e una sala, parzialmente decorati con pitture murali. Il tempio era probabilmente dedicato a una forma locale nubiana di Horus ma le sue raffigurazioni furono successivamente convertite in quelle di Amon. Nel corso dell’era amarniana queste figure furono prese di mira e le decorazioni deteriorate; in epoca successiva Ramses II restaurò e ampliò il tempio di Amenhotep III mediante la costruzione di strutture antistanti il pilone.

A: PRIMA CORTE ANTERIORE CON SFINGI LEONINE
B: SECONDA CORTE ANTERIORE CON SFINGI A TESTA DI FALCO
: TERRAZZA DEI COLOSSI DI RAMESSE II
D: PILONE DI PIETRA
E: CORTE
F: SCALA A PILASTRI SCAVATA NELLA ROCCIA
G: SANTUARIO

Il tempio fatto costruire da Ramesse II a El-Sebua, noto come “il tempio di Ramesse-meriamun nel dominio di Amon”, è considerato il secondo per grandezza tra i templi dell’antica Nubia. In arabo significa “Valle dei Leoni” riferito al Viale delle Sfingi che porta al tempio; è parzialmente costruito in pietra tranne la sala ipostila e il santuario interno che furono ricavati dalla “lavorazione del sostrato roccioso”.

Il tempio, costruito da Ramesse II, ripreso dall’alto: sono visibili le Sfingi e il terzo Pilone del tempio.
Dopo il portale d’ingresso in pietra vediamo il Viale delle Sfingi.

Il tempio era situato in una zona strategica perché vi confluivano importanti rotte commerciali ed era vicino alla sede del Viceré della Nubia. In quel tempo ne ricopriva la carica Setau al quale Ramesse II affidò la costruzione nell’anno 44 del suo regno (1236 a. C. circa).

Il tempio di Amon di Ramses II

Il secondo e più grande tempio edificato a Wadi es-Sebua era conosciuto come “il Tempio di Ramses Meriamon nel Dominio di Amon” e fu eretto approssimativamente 150 metri a nord-est del tempio di Amenhotep III. Raffigurazioni e monumenti contemporanei del viceré di Kush, Setau, indicano che questo edificio sacro fu innalzato fra il trentacinquesimo e il cinquantesimo anno di regno di Ramses II. Setau è noto per aver servito in qualità di Viceré di Kush o Nubia fra il 38esimo e il 63esimo anno di regno di questo sovrano e fu responsabile anche dei successivi templi nubiani edificati da Ramses.

Il portale d’ingresso in pietra fiancheggiato da due statue di Ramesse II.

Fra questi, Il tempio di Wadi es-Sebua fu il terzo santuario scavato nella roccia e dotato di una spianata in pietra. Ubicato approssimativamente centocinquanta chilometri a sud di Assuan, sulla sponda occidentale del Nilo, il tempio doveva la sua importanza al fatto che in epoca ramesside l’insediamento sorgeva allo sbocco delle vie carovaniere, era il luogo di residenza del Viceré di Kush ed era localizzato nei pressi di un tratto del Nilo dove le imbarcazioni avevano difficoltà a risalire la corrente del fiume.

Per quest’ultimo motivo, il tempio di “Ramses amato da Amon nel dominio di Amon” era utilizzato come banchina o luogo di sosta per le imbarcazioni, quando queste discendevano il Nilo.

Il vicerè di Nubia, Setau, al quale Ramses II aveva affidato l’amministrazione dei suoi progetti in questa località, si vide obbligato ad adeguarsi ad una forza lavoro poco capace (molti i prigionieri delle oasi libiche) e a materiali di costruzione di qualità inferiore; lo attesterebbe la scarsa qualità di alcune sculture come le statue osiriache presenti nel cortile che si apre dopo aver attraversato il terzo pilone della struttura templare.

Le popolazioni arabe dei secoli successivi, ispirati dalle sculture in pietra delle sfingi che costellano l’ingresso del primo tempio, battezzarono il luogo col nome di Uadi es-Sebua o Valle dei Leoni. Il tempio, realizzato in parte all’aperto e in parte scavato nella roccia, si suddivideva in tre sezioni differenti: due cortili aperti decorati da sfingi (dromos), un grande patio interno con colonne osiriache e il sacrario rupestre.

Il cortile del tempio è arricchito di pilastri osiriaci.

L’edificio sacro possedeva in origine tre piloni. I primi due furono realizzati in mattoni crudi di bassa qualità e col tempo caddero in rovina. Di questi due piloni sopravvive odiernamente solo il portale di ingresso in pietra che stava fra uno di loro. Dietro il primo pilone si apre il primo cortile caratterizzato da sfingi dalla testa umana e da statue del re che originariamente fiancheggiavano l’ingresso. Solo la statua sinistra di Ramses permane in situ; l’altra si trova attualmente nell’area desertica del sito.

Dopo il secondo pilone, un secondo cortile è decorato da quattro sfingi ieracocefali (dalla testa di falco) che rappresentano quattro divinità riconducibili a Horus: l’Horus di Miam, di Meha, di Baki e curiosamente l’Horus di Edfu, mentre ci si sarebbe aspettati di trovare l’Horus di Buhen che si trova proprio in Nubia.

Fra le loro zampe anteriori, compare una piccola statua che raffigura Ramses col copricapo nemes. Alla loro base, un’iscrizione che proclama Ramses “Signore dei Giubilei-Sed, come suo padre Ptah” fa riferimento al desiderio di longevità da parte di questo sovrano, un desiderio che era stato già espresso sul secondo portale (del quale rimangono vestigia): “Ramses Meriamon, Signore dei Giubilei-Sed, come Ptah”.

Il TERZO pilone è ornato da una statua di Ramesse II che regge uno stendardo

Subito prima di attraversare nel terzo pilone, compaiono quattro colossali statue di Ramses II, una sola delle quali rimane oggi in piedi. Il terzo pilone è decorato nel convenzionale stile egizio del faraone che colpisce i suoi nemici e che presenta offerte agli dei (incluso sé stesso). Dopo aver attraversato il terzo pilone, comincia la sezione rupestre del tempio con una sala ipostila composta da 12 pilastri a base quadrata:

“fra questi, i sei centrali erano in origine adornati da statue osiriache del re che furono scalpellate quando prese piede il cristianesimo. Tuttavia, le scene di offerta sulle pareti sopravvivono e alcune mantengono i loro colori originali”

(Lorna Oakes, Pyramids, Temples and Tombs of Ancient Egypt: An Illustrated Atlas of the Land of the Pharaohs, Hermes House:Anness Publishing Ltd, 2003. p.202)

L’anticamera si apre in due camere laterali, due cappelle laterali e il vero e proprio santuario. Benchè le statue nelle nicchie del santuario siano state distrutte, è indubbio che esse rappresentassero Amon-Ra, Ra Harakhty e lo stesso Ramses.

Il tempio maggiore di Wadi es-Sebua fu costruito nello stile nubiano (che taluni ritengono rozzo e provinciale) che caratterizza alcuni dei più grandi edifici ramessidi della regione.

Rilievo di Ramesse II che presenta un’offerta agli dei a Wadi es-Sebua
Bassorilievo all’interno del vestibolo: barca sacra e il faraone al cospetto di Horo.
Nella cella centrale erano custodite le statue del tempio, che sono andati distrutte.

Davanti al pilone d’ingresso si estendevano due corti arricchite da Sfingi; quella della prima corte sono a testa umana (secondo la tipologia antica), quelle della seconda sono a testa di falco (una tipologia nuova). Il tempio è inoltre fornito di un cortile con 5 pilastri osiriaci, di una terrazza e di una parte scavata nella roccia, dove originariamente erano custodite le statue del Santuario che sono andate distrutte.

Le Sfingi furono dedicate da Ramesse II al “padre” Amon-Ra. La testa regale di una delle sei Sfingi che affiancano il viale nella prima corte anteriore di Wadi Sabua Indossa il Nemes e la doppia corona.
Stele raffigurante Setau e sua moglie Nofretmut
Stele, ora nel museo nazionale del Sudan, con Setau, vicerè della Nubia, e sua moglie Nefromut che adorano Ramses II, il cui cartiglio appare sul lato sinistro.

Conversione del tempio in chiesa cristiana

Nel quinto secolo d.C., dopo l’avvento del cristianesimo copto, il tempio fu convertito in chiesa. Alcuni rilievi di questo furono ricoperti da uno strato di stucco sul quale furono dipinte immagini divine. Questa copertura ha avuto il merito di permettere la conservazione dei rilievi originali; i migliori esempi di questi si trovano nel santuario e nelle cappelle associate al tempio di Ramses dove scene policrome raffigurano il sovrano che adora le barche sacre di Amon-Ra e Ra-Harakhty.

Nella nicchia centrale del tempio, è visibile una scena interessante: qui, fra due raffigurazioni di Ramses II, erano presenti due statue, una di Amon e l’altra di Ra-Harakhty, che furono asportate dai primi fedeli cristiani e rimpiazzate da un’immagine di San Pietro. Quando nel corso dei restauri dello speos il rivestimento in stucco fu rimosso dai bassorilievi, si presentò alla vista la bizzarra immagine di Ramses II che offre ghirlande floreali a San Pietro.

L’ atrio, in seguito, fu trasformato in chiesa dai Copti, che ricoprirono parte delle raffigurazioni egizie con immagini di santi.

Ricollocazione del tempio

Nel 1964, i templi di Wadi es-Sebua, che correvano il rischio di essere sommersi dalle acque del Nilo a causa della costruzione della diga di Assuan (come altri edifici nubiani), furono smantellati con l’aiuto degli Sati Uniti e ricostruiti a quattro chilometri dal sito originario.

Il tempio di Vadi es-Sebua parzialmente sommerso dalle acque del lago Nasser. Foto scattata prima del trasferimento del tempio.

Il tempio di Dakka e quello di Maharraqa furono anch’essi trasferiti e ricostruiti nel nuovo complesso templare di Uadi es-Sebua.

Fonte:

  • ABU SIMBEL-ASSUAN E I TEMPLI NUBIANI-MARCO ZECCHI-WS
  • MENPHIS TOUR
  • RAMESSE II-T.G.HENRY JAMES-WS
  • WIKIPEDIA
Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta, Templi

IL TEMPIO DI ABU SIMBEL: I COLOSSI DI PIETRA

In Nubia Ramses II edificò niente meno che sette templi.

Due di questi, quelli di Abu Simbel, sono annoverati tra i più belli lasciati dalla civiltà faraonica: il tempio maggiore di Ramses II e quello dedicato alla sua Grande Sposa reale, la regina Nefertiti.

Le due costruzioni si trovano circa a 380 km a sud di Elefantina, confine meridionale dell’Egitto.

Il tempio di Abu Simbel è sicuramente uno dei luoghi di culto dell’Antico Egitto. Costruito da Ramesse II in Nubia, sulla riva occidentale del Nilo, era chiamato dagli egizi ” Tempio di Ramesse Mariamon (Ramesse, l’amato di Amon)”.

La parete rocciosa della montagna fu trasformata nel basamento a terrazza sul quale si ergono le quattro statue colossali assise del re, alte circa 21 metri e appoggiate a una struttura che imita la facciata di un pilone, alta 32 m e ampia 38 alla base. Le quattro statue ritraggono il sovrano con il gonnellino corto il copricapo nemes, la doppia corona con l’ ureo frontale e la barba posticcia. I quattro colossi erano dotati di nomi propri quelli meridionali si chiamavano “Ramesse sole dei re” e “Sovrano delle due Terre”, quelli settentrionali “Ramesse amato di Amon” e “Amato di Atum”.

Il 22 marzo 1813 l’esploratore e viaggiatore svizzero Burckardt fu il primo europeo che, travestito da arabo, riuscì a visitare il sito di Abu Simbel. Queste le sue parole:

Quindi poté’ vedere del Grande Tempio solo ciò che emergeva dalla sabbia.

La parete rocciosa della montagna fu trasformata nel basamento a terrazza sul quale si ergono le quattro statue colossali assise del re, alte circa 21 metri e appoggiate a una struttura che imita la facciata di un pilone, alta 32 m e ampia 38 alla base. Le quattro statue ritraggono il sovrano con il gonnellino corto il copricapo nemes, la doppia corona con l’ ureo frontale e la barba posticcia. I quattro colossi erano dotati di nomi propri quelli meridionali si chiamavano “Ramesse sole dei re” e “Sovrano delle due Terre”, quelli settentrionali “Ramesse amato di Amon” e “Amato di Atum”.
Il tempio Maggiore parzialmente scavato in una foto del 1923

Circa quattro anni dopo l’italiano Giovanni Belzoni riuscì a liberare l’entrata del tempio dalla sabbia e insieme ai suoi collaboratori effettuò le prime indagini e le misurazioni degli ambienti interni, con una temperatura di 55° c. È giusto che a descrivere per primo il Grande Tempio di Abu Simbel sia lo stesso Belzoni: “entrammo nel più bello è più vasto speos della Nubia, uno speos che può rivaleggiare con qualsiasi speos o ipogeo dell’Egitto, eccetto la tomba da poco scoperta a Biban el-Mulook (la tomba di Seti I, a lungo chiamata tomba Belzoni)”.

I raggi del sole illuminano la facciata del tempio dall’alto verso il basso. Il primo elemento decorativo che incontrano è una serie di babbuini accovacciati. Questi animali sono spesso associati al sorgere del sole, forse per i versi che emettono all’alba.

Ad Abu Simbel Ramesse II porta a termine il processo di glorificazione del sovrano che il padre Seti I aveva iniziato, ridonando dignità divina alla funzione regale.

Il Tempio fungeva da elemento propagandistico, oltre che dissuasorio nella ricca terra nubiana. La Nubia, paese tributario dell’Egitto, costituiva un’area molto ambita per i suoi giacimenti auriferi, tanto che Ramses II costruì una serie di forti e 7 tempi scavati nelle gole, come simboli del potere e dominio sui ribelli nubiani.

“La luce del sole inizia la discesa verso il basso illuminando i colossi di Ramesse II. Il sole prima di tuffarsi all’interno del tempio irraggia la statua di Ra posizionata alla porta di ingresso. La statua dell’a ntico dio di Eliopoli è un vero e proprio rebus: la mano destra poggia sul geroglifico “User”,mentre quella sinistra su un’immagine di Maat. Combinando queste parole con il nome del Dio si ottiene il praenomen di Ramesse II: User- Maat- Ra”

Negli anni Sessanta, per via della costruzione della diga di Assuan, che minacciava di sommergerli, i due templi furono trasferiti in una posizione 65 m più in alto e circa 200 m più lontano dalla loro collocazione iniziale.

In origine, i due speos erano stati scavati ognuno su un promontorio roccioso di arenaria rossa, situato sulla sponda occidentale del fiume, per poter così ricevere il sole dell’alba.

È possibile, anche se non lo si sa con certezza, che i lavori siano iniziati poco dopo il quinto anno di regno di Ramses II (1274 a. C.), periodo della mitica battaglia di Qadsh e siano stati terminati circa trent’anni piu tardi.

Quattro colossali statue sedute, a gruppi di due, reggono la facciata di questo tempio rupestre.

Sono tra i principali simboli dell’antico Egitto e rappresentano Ramses II seduto, vestito con il gonnellino reale, sul capo Indossa il nemes, con un ureo sulla fronte, ha la barba posticcia e la doppia Corona dell’Alto e Basso Egitto.

Il sovrano è inoltre abbigliato con pettorale e bracciali decorati con cartigli.

Cartiglio di Ramesse II. Nome di re dell’Alto e del Basso Egitto.

Le statue misurano oltre 20 metri di altezza dalla pianta dei piedi fino alla punta della doppia corona, il che conferisce agli altri lineamenti del faraone dimensioni colossali.

Per esempio la sua fronte misura 59 cm, il naso 98 cm è il viso 4, 17 di larghezza, se a questo sia giunge l’espressione maestosa e di serena autorità trasmessa dai volti, non c’è dubbio che l’effetto dovesse essere sconvolgente…

Colosso 1 – Ramesse II seduto su un trono, sul capo la corona “pschent”, la doppia corona dell’Alto Egitto, l’ureo regale sulla fronte, al mento la barba posticcia.
Colosso 2 – La parte superiore è andata distrutta durante il terremoto accaduto nel 31mo. anno di regno di Ramesse II (1263 a.C.).
Raffigurate in formato ridotto da sinistra: la figlia Nebettauy, un figlio non nominato, Tuia la regina madre.

La facciata del tempio è coronata da 22 figure di babbuino, alti circa 2 metri, seduti in posizione frontale.

Non si tratta di un abbellimento casuale, perché tutta l”arte faraonica è piena di significato.

Grandi osservatori della natura, gli egizi si soffermarono su una peculiare abitudine che queste scimmie avevano quando si svegliavano all’alba: si mettevano a guardare il sole e facevano molto chiasso.

Gli egizi interpretarlo o questo gesto come se le scimmie iniziassero le giornate adorano Ra ed è per tale motivo che sono raffigurate su questa facciata, per salutare il sole quando riappare al termine della notte.

Più in basso, nel punto centrale della facciata, c’è una nicchia rettangolare fiancheggiato da due immagini del re in piedi in atteggiamento di adorazione.

Colosso 1. Il re porta sul capo lo “pschent” la doppia corona dell’Alto e del Basso Egitto, l’ureo regale sulla fronte, al mento la barba posticcia. Sul braccio destro il cartiglio nome di re dell’Alto e del Basso Egitto.
Nella nicchia, la statua di Ra-Harakhty con testa di falco e il grande disco solare sul capo riceve un’offerta da Ramesse II.

All’interno di questa nicchia fu intagliato, in alto rilievo, una statua del dio Ra-Horakhti; ma in realtà si tratta di qualcosa di più di una rappresentazione del dio, perché gli attributi che lo connotano sono la chiave per leggere il criptogramma che forma l’immagine : Il dio è coronato da un immenso disco solare e Indossa un ureo sulla fronte, mentre nella mano sinistra tiene una immagine della dea Maat e, nella destra, la testa e il collo di candide, cioè il segno geroglifico user.

Così tali elementi permettono di leggere la statua , oltre che per quello che è, una immagine di Ra-Horakhti, come una rappresentazione tridimensionale dl nome del re: Usermaatre.

Colossi 3 – 4. Le piccole figure di fianco e tra le gambe dei colossi sono, da sinistra: la Grande Sposa Reale Nefertari, il figlio Ramessu, la regina madre Tuia, la figlia Meritanon, la figlia Nefertari II, la figlia Baket-Mut. Sulla terrazza davanti ai colossi statue osiriache di Ramesse II alte ca. 3 mt. e di Horus come falco.
Colosso 3. Ramesse II porta sul capo il “nemes” e la corona “pschent” la doppia corona dell’Alto e del Basso Egitto, la parte superiore è distrutta. Sulla fronte l’ureo regale e al mento la barba posticcia. Sul braccio destro e sul petto è inciso il cartiglio con il nome di re dell’Alto e del Basso Egitto.

Colosso 3. Di fianco alla gamba destra del colosso 3 la Grande Sposa Reale Nefertari, sul capo una pesante parrucca, il “modio” una sorta di corona decorata con cartigli e urei. Di fianco alla gamba sinistra il cartiglio della regina: “La bellissima amata da Mut” – “La Grande sposa reale”.

I quattro colossi si innalzano su un’ampia terrazza, a cui si accede tramite una breve scalinata di 1 5 m di altezza e dai bassi gradini.

Ai loro piedi, proprio all’esterno di ogni gamba e in mezzo ad esse, ci sono altre statue di piccole dimensioni che rappresentano la famiglia reale, tra cui quella di Nefertari e quella di Mut-Tuya, la madre del re.

Tra il colosso 1 e il colosso 2.
A sinistra: la figlia Bentanat, sul capo una grande parrucca un basso modio, due grandi piume e l’ureo regale sulla fronte, un pezzo di stoffa nella mano sinistra.
A destra; Tuia la regina Madre, sul capo il “modio”, una sorta di corona decorata con cartigli e l’ureo regale sulla fronte, un pezzo di stoffa nella mano destra

Le altre corrispondono ai vari figli e nipoti.

Tra le gambe del colosso 2. Il figlio Amon-Her-Khepeshef indossa una lunga veste, i capelli con la treccia dell’infanzia. Con la mano destra regge l’ accessorio solitamente portato dai principi reali, il “flabello” formato da una piuma di struzzo,

La vistosa ornamentazione della facciata continua in altri elementi che non sono così in vista: è il caso dei rilievi che si trovano ai lati dei troni e che delimitano l’entrata del tempio.

Sul lato nord si può vedere una fila di prigionieri asiatico legati e inginocchiati, mentre sul lato sud i prigionieri sono nubiani.

Nonostante la particolarità del terreno, roccioso e scosceso, dove venne edificato il tempio i costruttori fecero tutto il possibile per riprodurre la pianta tipica dei templi egizi ( pilone, cortile colonnato, sala ipostila e sancta sanctorum), nel superbo speos di Ramses II.

La sala ipostila assume nel caso di Abu Simbel una dimensione colossale.

È la prima sala del tempio e, indubbiamente, la più spettacolare: si tratta di una stanza di 18 metri di profondità per 16,7 metri di Larghezza e con un’ampiezza di circa 10 metri.

Ciò che la caratterizza è la presenza delle enormi statue che raffigurano il re.

Due file di quattro pilastri ciascuna delimitano il corridoio centrale, fiancheggiato da otto colossali figure osiriache di Ramses II, scolpite, sui lati frontali dei pilastri.

Quelle del lato sud, che rimangono a sinistra dell’entrata del tempio sono ornate con la Corona bianca dell’Alto Egitto, mentre quelle del lato nord rappresentano la doppia corona, o pschent.

Il re non appare mummiforme , ma Indossa un gonnellino e porta la barba posticcia ; le braccia incrociate sul petto e le mani che stringono l’una il bastone e l’altra il flagellum, lo identificano come Osiride.

I tratti di questa figura sono in armonia con l’aspetto del monarca.

Dal soffitto, la dea avvoltoio Nekhbet sorvola i colossi.

Con le poderose ali spiegate, varie immagini delle dea protettrice dell’Alto Egitto decorano il soffitto del corridoio centrale, con gli artigli la dea tiene due piume a lunga canna che la separano dai cartiglio con i nomi del re e delle “Due Signore” ( le dee Nekhbet e Uadjet) del sovrano che si alternano agli avvoltoi.

Il resto del soffitto, quello delle navate laterali, è decorato da stelle rosse dipinte su fondo azzurro.

Le pareti della sala ipostila, che rimangono ai due lati della galleria centrale, sono decorate con incisioni che ricordano le imprese belliche di Ramses II.

Delle gesta evocate in questi rilievi, la battaglia di Qadesh è la predominante.

La parete nord è occupata da questo combattimento, tutto l’insieme compone una grande narrazione iconografica che si somma ad altre rappresentazioni di questa battaglia in monumenti come il pilone del tempio di Luxor, la parete sud della sala ipostila del tempio di Karnak e il Ramessum, tra gli altri.

Ma i rilievi di argomento militare non si esauriscono con Qadesh, ci sono anche immagini dove si può vedere Ramses che conduce gruppi di prigionieri davanti a triadi di dei.

Anche la parete sud è divisa in due registri: quello superiore è dedicato a scene i cui il re presenta offerte a diversi dei, e quello inferiore è dedicato a tre scene belliche: il re e tre dei suoi figli, in testa all’esercito, attaccano una fortezza asiatica a bordo dei propri carri ( a sinistra); Ramses II combatte a piedi contro un nubiano (al centro), e file di prigionieri nubiani condotti davanti a dei tebano (a destra).

L’ultima parete, entrando nella sala sulla sinistra, mostra Ramses II davanti ad Amon-Ra mentre i mola prigionieri di ogni razza e nel registro inferiore appaiono otto principesse reali con in mano un flabello.

Dopo aver percorso l’impressionante spazio della grande sala ipostila, il tempio cambia la propria fisionomia: il soffitto e il pavimento si avvicinano mano a mano che si penetra nell’interno.

Questa progressiva elevazione della quota pavimentale è, contemporaneamente, l’abbassamento della copertura producono una graduale diminuzione della luce.

È la modalità che gli architetti egizi avevano di indicare il percorso che conduceva alla penombra della sancta sanctorum, il luogo più profondo del tempio.

Prima di arrivare a questo luogo di raccoglimento, una volta lasciata la sala ipostila, si accede a una seconda sala decorata con immagini di Ramses II abbracciato agli dei e scene di offerta e adorazione.

In una delle pareti si apre una porta che dà accesso alla sancta sanctorum o santuario del tempio, dove solo il re e il gran sacerdote potevano entrare.

È una stanza di 7 metri di profondità x 4 metri di larghezza , nella cui parete in fondo sono intagliate quattro statue sedute su una panca.

Sono le solenni immagini, da destra a sinistra, di Ra-Horakhty, Ramses II divinizzato , Amon e Ptah.

Le pareti che le circondano sono decorate da immagini della barca sacra di Ramses II.

Queste statue sono protagoniste di un curioso fenomeno astronomico che si verifica due volte l’anno.

Intorno al 20 febbraio e 22 ottobre i raggi del sole dell’alba colpiscono direttamente il santuario illuminando le statue seguendo un ordine preciso, illuminano di luce l’immagine di Amon, quella del re divinizzato e la spalla destra di Ra-Horakhty ; l’unica che rimane nell’oscurità é quella del dio Ptah, dio dell’oltretomba.

Il fenomeno, ampiamente sfruttato dalle agenzie di viaggio negli ultimi anni, è stato reclamizzato come il “miracolo di Abu Simbel”, tuttavia l’ipotesi che queste due date coincidano con i giorni della nascita e incoronazione di Ramses II non trova alcun riscontro.

Mai cosa simile fu fatta, Templi, XIX Dinastia

IL TEMPIO DI LUXOR

Simbolo di rinnovamento

Di Grazia Musso

Pianta del tempio di Luxor

Il complesso templare di Luxor, identificato con la collina primordiale, fungeva da residenza meridionale del dio Amon – Ra e si presentava, in molti sensi, come luogo di rigenerazione delle forze divine.

In occasione della festa di Opet, Amon-Ra si spostava da Karnak a Luxor, per compiere la propria rigenerazione ; la componente divina del sovrano risultava così rafforzata dall’unione con i poteri vivifici della divinità.

Durante la festa delle decadi, poi, il dio veniva condotto da Karnak, passando per Luxor, a Medinet Habu, sulla riva occidentale del fiume, per assicurare la perennità della creazione.

La datazione degli edifici più antichi della zona di Luxor è ancora dibattuta, è certo che i sovrani thutmosidi si siano fatti erigere un grande tempio.

Nel grande cortile di Ramses II si è conservata una stazione delle barche tripartita destinata ad accogliere le imbarcazioni della triade divina di Karnak : Amon Mut e Khonsu.

Le grandi colonne papiroformi in granito rosso e l’architrave della facciata risalgono ai tempi di Hatshepsut ; Ramses II riutilizzò questi elementi, apponendovi il proprio nome.

Non è tuttavia possibile accertare se la costruzione risale ai tempi di Hatshepsut o se i diversi elementi siano stati presi da un altro edificio.

Amenofi III sostituì il tempio thutmoside con un grandioso santuario.

Il grande colonnato di Amenofi III, costruito verso la fine del suo regno. Le enormi colonne papiroformi richiamano piante di papiro con le ombrella aperte. Non è certo che i lavori architettonici furono portati a termine sotto Amenofi III o se furono completati durante il regno di Tutankhamon. Il grande colonnato in origine era chiuso da alte pareti e da un soffitto. Sia il soffitto che la parte superiore delle pareti sono andati perduti.

Attraverso un grande colonnato, formato da due file di sette colonne alte ciascuna 21,20 metri, si accede a un cortile scoperto, circondato da due ordini di colonne papiroformi a sud del quale si trovava una sala ipostila leggermente sopraelevata, dove erano collocate in origine, grandissime statue di Amenofi III che più tardi Ramses II fece spostare nel proprio cortile.

Il cortile delle feste di Amenofi III era una delle costruzioni più suggestive del Nuovo Regno.
È qui che si svolgevano i rituali delle grandi feste e che si presentava il re, coi propri poteri divini. La notevole ampiezza del cortile, circondato da una vera e propria selva di colonne, superava quella di ogni sala costruita fino ad allora. Contrariamente a quelle dell’imponente colonnato d’accesso, qui furono utilizzate colonne fascicolate che riproducevano piante di papiro. Il deterioramento delle pareti del cortile non permette di ricostruire l’apparato iconografico.

La scelta del numero complessivo delle colonne, dodici file di otto, nel cortile e nella sala legata alla concezione ermopolitana della creazione, alla base della quale figuravano otto divinità primigenie.

Anche la sala successiva conteneva otto colonne; a sud-est di questo ambiente si trovava una cappella, nella quale in occasione della festa di Opet veniva esposta la statua de Ka del sovrano, sede della forza divina del re.

Santuario delle barche nel primo cortile del tempio di Luxor. Ramses II fece integrare nel suo santuario delle barche tripartito alcune colonne e un’architrave risalenti al regno di Hatshepsut e di Thutmosi III. Quando si intervení sulle iscrizioni, in due casi si omise di correggere la forma femminile della parola ” amata”, è quindi possibile attribuire con certezza questi elementi architettonici alla regina

Seguendo l’asse del tempio, seguivano poi la sala della tavola delle offerte, il santuario delle barche e un’altra sala trasversale, sorretto da dodici colonne, questo ambiente era definito come il luogo mitico del cammino del sole, al di là del quale si trovavano le tre camere destinate ad accogliere le statue della triade tebana.

A oriente del santuario delle barche sorgevano due camere che contenevano le raffigurazioni della così detta ” leggenda della nascita”, ovvero il racconto delle origini divine del re e della sua designazione per volere del padre Amon-Ra.

Incoronazione di Amenhotep III (vedi: LE CORONE EGIZIE). Parte meridionale della sala di apparizione. Immediatamente dietro alla grande sala ipostila sorgeva la sala di apparizione. Qui si celebrava ogni anno il rinnovamento della natura divina del re e del suo Ka. Nella decorazione della sala il tema dell’incoronazione occupa un posto di primo piano. Nella scena qui riprodotta il sovrano è al cospetto del padre Amon, questi posa una mano sulla corona, adorna delle diverse insegne regie e divine e delle corna d’ariete di Amon. Il sovrano impugna nella mano destra lo scettro heqa e nella sinistra un segno della vita che sottolinea le sue qualità divine.

Un sensazionale ritrovamento nel cortile di Amenhotep III, risalente al 1989, consente di farsi un’idea della varietà delle figure che vi erano collocate : in una profonda fossa sono state rinvenute ventisei statue di sovrani e divinità risalenti al Nuovo Regno e all’Età Tarda.

Il reperto più spettacolare è una statua di Amenofi III stante su una slitta, ma anche il gruppo statuario di Haremhab inginocchiato davanti al dio della creazione Atum testimonia l’importanza di questo ritrovamento

Statua per processione di Amenhotep III. Pietra Arenaria silicificata, altezza 2,10 metri
Luxor, The Luxor Museum of Ancient Egyptian Art – J 838
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La statua di Amenofi III su una slitta di processione è un pezzo eccezionale : il sovrano vi figura in posizione classica, con il piede sinistro avanzate, ma la presenza della slitta non ha alcun riscontro nell’iconografia scultorea. Il basamento e l’alto pilastro dorsale indicano chiaramente che il personaggio trainato sulla slitta non è il sovrano, bensì una sua statua. Il re Indossa la Doppia Corona con l’ureo sulla fronte, la barba regale e un gonnellino da cerimonia con un festone di urei al centro. Alcune parti della statua, sul petto e sulle braccia, sono un po’ ruvide ed è probabile che in origine fossero dorate, corrispondono infatti a un collare, a un pettorale e ad alcuni bracciali

Il dio Atum è il faraone Horemheb
Diorite, altezza 190 cm, profondità 151,5 cm,l arghezza 83,5 cm
Luxor, The Luxor Museum of Ancient Egyptian Art – J 837
Nel corso di ordinari lavori di consolidamento nel tempio di Luxor è stata scoperta nel 1989 un’importante Cachette contenente alcune statue di divinità.
Il primo reperto portato alla luce è stato il gruppo statuario con il faraone Horemheb inginocchiato in atto di omaggio ai piedi del dio Atum.
L’atteggiamento apparentemente fisso e severo del dio primigenio ne esprime tutta la dignità ; esso è raffigurato con la Doppia Corona e con iin mano l’ankh, il segno della vita.

A giudicare dalle ceramiche rinvenute, la sepoltura delle statue può essere messa in relazione con la ristrutturazione delle camere posteriori del tempio, effettuata intorno al 300d.C., quando i romani le utilizzarono per celebrarvi il culto imperiale.

Fonte

Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann