Kemet Djedu

NEFERUPTAH – Iscrizione del sarcofago

A cura del Docente Livio Secco

Voglio qui aggiungere un mio contributo a quanto già scritto in merito al personaggio storico di Neferuptah, principessa della XII dinastia.

Tra le illustrazioni allegate ai precedenti contributi, c’è un’immagine del sarcofago litico che reca sul fianco destro una brevissima iscrizione geroglifica posta su due righe (Museo Egizio del Cairo).
La prima illustrazione ritrae il sarcofago nella sua interezza compreso il coperchio. Il lato presentato è quello destro e si può notare la decorazione in oggetto.


La seconda illustrazione mostra un dettaglio della decorazione. Le due righe geroglifiche si leggono da destra a sinistra visto l’orientamento dei segni.

Vediamo ora l’analisi filologica dell’iscrizione con il consueto schema su tre righe: traslitterazione, pronuncia IPA, traduzione letterale.
Essa inizia con una classica formulazione offertoria secondo la quale il re fa un’offerta ad una divinità affinché ella interceda per la defunta.

TERZA IMMAGINE (ruotata orizzontalmente)
ḥtp-di-(ny-)swt
[hetep-di-ni-sut]
Un’offerta che il re da

wsir nb anḫ
[usir neb ank]
ad Osiride, signore di vita,

n kȜ n (i)r(y)-pꜤt
[en ka en iri-pat]
per il ka della principessa,

QUARTA IMMAGINE (ruotata orizzontalmente)
imȜwt ḥswt
[imaut hesut]
la gentile, la lodata,

sȜt (ny-)swt n(y)t ẖt.f mrt.f
[sat ni-sut nit ket.ef meret.ef]
la figlia del re, del corpo suo, beneamata sua,

nfrw-ptḥ mȜꜤt-ḫrw
[neferu-ptah maat-keru]
Neferu-Ptah, giusta di voce.

L’antroponimo femminile ha il chiaro significato di “LA PERFEZIONE DI PTAH”. L’attributo “giusta di voce” (o peggio tradotto “giustificata”) ha il senso che la defunta non ha mentito dichiarando la propria confessione negativa durante la psicostasia (pesatura dell’anima).

Come aggiornamento filologico ricordiamo che Grandet & Mathieu ritengono che la formulazione classica abbia un significato diverso rimanendo inalterata la traslitterazione:
ḥtp-di-(ny-)swt
[hetep-di-ni-sut]
Un’offerta che il re da… (traduzione classica)
Possa il re placare… (nuova traduzione).

Kemet Djedu

IL DONO DI THOT

(esemplificazione di un pannello didattico)

A cura del Docente Livio Secco

Presso il Museo Egizio di Torino è in corso la mostra IL DONO DI THOT dedicata alla scrittura geroglifica.

Due miei ex allievi sono andati a visitarla e, appena usciti, mi hanno inviato l’immagine di un pannello didattico. Memori dei corsi filologici svolti insieme hanno notato un imprecisione che hanno voluto sottolineare.

Tra le mie conferenze non poteva mancarne una dedicata alla celeberrima stele di Rosetta. La conferenza è diventata il Quaderno di Egittologia QdE31 LA CHIAVE DELL’EGITTO – La stele di Rosetta. Chi avesse intenzione di approfondire l’argomento trova il testo qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/la-chiave-dellegitto/

In questa sede vi mostro una delle diapositive / illustrazione della conferenza / libro. In essa si dettaglia precisamente come la stele è composta nelle diverse scritture e lingue.

Pur essendo un reperto egizio altrettanto famoso come la maschera d’oro di Tutankhamon, la stele di Rosetta purtroppo veicola anche delle bufale.

Innanzi tutto è stata compilata in:
– geroglifico (scrittura della lingua egizia)
– demotico (scrittura della lingua egizia)
– greco antico (scrittura della lingua greca antica)
Va da sé, quindi, che la stele è un documento BILINGUE TRIGRAFICO e non TRILINGUE come spesso è scritto dappertutto in modo direi piuttosto banale.


Il demotico e il geroglifico non sono lingue: sono grafie, sono scritture della stessa lingua (egizia) a tal punto che ambedue ossequiano la stessa grammatica.
Volendo addirittura semplificare e sintetizzare al massimo, possiamo affermare che il demotico, facendo seguito allo ieratico, il quale faceva seguito al geroglifico, sono tre grafie diversamente tachigrafiche e che obbediscono tutte quante alla stessa grammatica.
Dire che la stele di Rosetta è un documento trilingue è un’imprecisione abbastanza seria (secondo la mia modesta opinione).

Già che ci siamo riveliamo un’altra bufala.
Nell’immaginario collettivo la Stele di Rosetta è diventata il simbolo della decifrazione della scrittura geroglifica. In realtà l’affermazione è decisamente eccessiva.
Champollion non vide mai la stele e studiò solo dei calchi più o meno affidabili finendo poi per abbandonarla e privilegiare altri documenti e altri reperti.
Per questo motivo la stele di Rosetta contribuì davvero al minimo nel compito di permettere la decifrazione della grafia geroglifica.
Sicuramente i geroglifici egizi sarebbero stati comunque decifrati con o senza Champollion e soprattutto con o senza la Stele di Rosetta, ma certamente in tempi più lunghi.
Documentazioni bilingue sono state repertate in seguito in quantità tali da poterlo permettere agli studiosi moderni.

Cose meravigliose, Statue

LA STATUA DELLA VERGOGNA

A cura di Andrea Petta

Nel 1878 si tiene a Parigi la sesta “Esposizione Universale delle opere dell’industria di tutte le Nazioni”. Non è ancora quella del 1889, in cui verrà realizzata la Tour Eiffel, ma è comunque un grande evento. Monsieur Peugeot viene premiato, ma non ancora per le automobili bensì per le macchine da cucire.

Per l’occasione viene realizzato un “Parc Egyptian” per celebrare le scoperte nella Terra del Nilo in cui la Francia ha avuto e sta avendo un ruolo determinante. Si decide di celebrare ovviamente anche Champollion, morto da quasi 50 anni ma ormai universalmente noto come il decifratore dei geroglifici, e viene chiesto a Frédéric Auguste Bartholdi di scolpire una statua in marmo in cui Champollion è raffigurato in posa pensierosa su una pietra. La posa assomiglia un po’ a quella del più famoso “Pensatore” di Rodin; una sorta di moda in quegli anni. Bartholdi, peraltro, espone anche la testa cava (visitabile all’interno per soli 5 centesimi!) di un’altra statua che diventerà enormemente più famosa al suo completamento nel 1886…

Solo 5 centesimi per visitare la testa cava di questa statua di Bartholdi. Chissà se riuscirà a finirla e dove verrà installata?

Finita l’Expo, la statua dovrebbe essere trasportata a Figeac, paese natale di Champollion, ma non si trovano i soldi per il trasporto e la statua rimane a Parigi, collocata nella sua posizione attuale nel cortile del Collège de France, probabilmente il centro di ricerca principale in Francia in campo storiografico e filologico.

Vi rimane indisturbata per ben 138 anni, probabilmente accarezzata dalle mani di studenti in cerca di sorte favorevole e un po’ dimenticata dagli altri.

Fino a quando nel 2011, all’alba dell’era “social”, un musicista egiziano, Hicham Gad, in tournée a Parigi, si accorge che la “pietra” su cui appoggia il piede di Champollion è una testa di Ramses II abbattuta al suolo. Gad si indigna pubblicamente (“mi scandalizza in quanto essere umano”; “immaginate una statua di Ramses con il piede sulla testa di Champollion davanti all’ambasciata francese al Cairo”), pubblica un video su YouTube in cui accusa la Francia di “una visione razzista e coloniale, che vuole sottolineare con arroganza che i francesi sono passati di qui con le chiavi della civiltà”.

La statua viene ribattezzata “la statua della vergogna”. I francesi con la solita spocchia un po’ ci ridono su, un po’ prendono per i fondelli gli egiziani (“senza di noi non sapreste leggere i vostri stessi papiri”), poi i toni si alzano. L’ambasciatore egiziano a Parigi inoltra una protesta formale; il Ministro delle Antichità egiziano Mohamed Ibrahim minaccia di bloccare tutte le spedizioni di ricerca francesi in Egitto. La cosa va avanti un paio d’anni, poi torna “in soffitta” fino al giugno 2020 sull’onda antirazzista sorta sulla corrente di “Black Lives Matter” e la statua viene rispolverata in grande stile, con annessa la ricorrente pretesa di restituzione delle opere “trafugate” in passato (noi l’avevamo buttata un po’ sul ridere anni prima: “…e adesso ridacci la nostra Gioconda/perché siamo noi i campioni del mondo/Alé-oh-oh, Materazzi ha fatto gol!” ma tant’è anche da noi la Gioconda a Parigi non va giù – e se c’è perché è stata comprata direttamente a Leonardo poco importa).

Vedremo come andrà a finire.

Io personalmente considero ogni pretesa di estrapolare opere ed azioni al di fuori del loro contesto storico come insopportabili censure culturali, ma è, appunto, un’opinione personale, e molte questioni rimangono aperte.

Da qui un invito alla riflessione, anzi, a due:

– È giusto “obliterare” ogni riferimento a idee e azioni non più considerate legittime dalla nostra società attuale?

– E sarebbe “giusto” restituire le opere a quei Paesi che le hanno generate?

Forse non sono domande che abbiano una risposta univoca, ma costituiscono uno spunto di riflessione per chi, come noi, è appassionato o studia una civiltà antica