Di Piero Cargnino

Hatshepsut, la regina con la barba, il suo nome significa “La prima tra le nobili”. Gli egizi la conoscevano comunemente tramite il praenomen Maatkara. Nei suoi monumenti compare con il nome intero Henemetamon-Hatshepsut, ma questa regina sorprese anche gli studiosi che scoprirono l’esistenza di questo faraone-donna con il nome iscritto al maschile Hatshepsu o, in certe grafie Hashepsu, rappresentato come un uomo, con la barba posticcia come tutti i faraoni. La regina compare indistintamente come maschio e come femmina quasi a volersi appropriare del concetto di dualità che aveva molta presa nella mentalità egizia.
Figlia di Thutmosi I e della sua Grande Sposa Reale Ahmose, viene considerata a tutti gli effetti la quinta sovrana della XVIII dinastia. Ancora in tenera età (12 anni) andò sposa al fratellastro Thutmosi II, figlio della sposa secondaria di Thutmosi I Mutnofret per rafforzare la sua pretesa al trono.

Alla morte del padre Hatshepsut, che portava anche il titolo eccelso di “Divina Sposa di Amon”, portatrice del sangue della venerata regina Ahmose Nefertari (nonna o bisnonna, a quel tempo già deificata), avrebbe avuto tutti i diritti per succedere al trono visto che i suoi fratelli erano morti. Pare, ma non è certo, che suo padre, Thutmosi I l’avesse designata a succedergli. Certamente l’ambizione di Hatshepsut era quella ma le cose non andarono secondo la sua volontà, al trono salì Thutmose II, di sangue reale solo da parte di padre che rafforzò questa sua posizione sposando la sorellastra ancora troppo piccola per potersi imporre. Hatshepsut dovette accontentarsi di diventare “Grande sposa reale”, sicuramente accettò quella posizione a malinquore tanto doveva essere il suo orgoglio.
Forse anche a causa di problemi di salute, di cui doveva soffrire, Thutmosi II non fu certo un grande nell’amministrazione del potere tanto che la forte personalità di Hatshepsut gli permise di attorniarsi di una cerchia di sostenitori abili e potenti come Hapuseneb e soprattutto di Senenmut.
Senenmut fu architetto, capo di Stato e diretto consigliere della regina Hatshepsut, il suo nome tradotto letteralmente significa “fratello della madre” in quanto tutore della principessa Neferura, figlia di Thutmosi II e di Hatshepsut, ma di lui parleremo più approfonditamente in seguito.

Thutmosi II morì intorno ai 25-30 anni, il terzo giorno del primo mese di Shemu dopo un breve regno (forse 3 anni) lasciando i suoi due figli, la principessa Neferura e il figlio maschio Thutmosi avuto dalla seconda moglie Iside. Trovandosi entrambi in tenerissima età si aprì una crisi per la successione che troviamo descritta sul muro della cappella del funzionario Ineni:
<<………[Thutmosi II] uscì verso il cielo e si unì agli dei. Il figlio [Thutmosi III] si levò al suo posto a Re dei Due Paesi. Egli governò sul trono di colui che lo aveva generato………La “Sposa del dio” Hatshepsut dirigeva gli affari del Paese secondo la propria volontà. L’Egitto con il capo abbassato lavorava per lei……..>>.
Erede legittimo al trono Thutmosi III, “Menkheperra Thutmose”, doveva avere all’incirca tre anni. Forte dell’appoggio dei suoi numerosi sostenitori, primo fra tutti l’architetto Senenmut, Hatshepsut assunse di fatto la reggenza sebbene la cosa fosse anomala, anche se si era già verificato varie volte in passato, era però la prima volta che una regina assumeva la reggenza senza essere la madre del re.

Hatshepsut esercitò la reggenza per i primi anni di regno di Thutmosi III poi, il suo orgoglio e la brama di potere la portarono ad intentare una rivoluzione strisciante destinata a cambiare in modo radicale la società tradizionale egizia.
Iniziò esautorando il potentissimo funzionario Ineni che molta parte aveva avuto nell’ascesa al potere di Thutmosi II. Al suo posto coprì di onori e incarichi prestigiosi i suoi fedeli sostenitori, Senenmut e Hapuseneb.
Hapuseneb fu un grande politico, Visir e Sommo sacerdote di Amon, seppe imporsi in modo rilevante durante l’ascesa al potere di Hatshepsut.

Dapprima si cercò di dimostrare a tutti che Thutmosi I, prima di morire, l’avesse nominata a tutti gli effetti sua diretta discendente permettendogli in tal modo di rivendicare il diritto di salire al trono. Ma, come se ciò non bastasse, si cominciò a far circolare una leggenda sulla nascita di Hatshepsut che la stessa regina fece raffigurare in un ciclo di pitture e testi, ancora presenti sulle pareti del suo maestoso tempio a Deir el-Bahari a testimonianza del proprio diritto al trono.

Le sculture a bassorilievo del tempio di Hatshepsut raccontano la storia della nascita divina di un faraone donna, il primo del suo genere. Come nella rappresentazione di un dramma le scene si susseguono rappresentando il concepimento e la nascita divina della regina. Il testo è molto lungo, io ne riporto alcuni brani significativi. Nella prima scena il dio Amon, assiso in trono, attorniato da dodici dei, esprime la sua volontà:
<<……..Desidero la compagna [Ahmose] che egli [Thutmosi I] ama, colei che sarà la madre autentica del re dell’Alto e Basso Egitto, Maatkara, che viva, Hatshepsut Unita ad Amon…….Io le darò tutte le pianure e tutte le montagne……..farò che siano dati dei grandissimi Nili alla sua epoca……..e colui che bestemmierà impiegando il nome di Sua Maestà, farò che muoia sul campo…….>>.
A questo punto Amon manda il dio ibis, Thot sulla terra il quale torna a riferire:
<<…….Questa giovane donna di cui mi hai parlato……….il suo nome è Ahmose. Essa è bella più di qualunque altra donna che sia nel Paese, va e prendila…….>>.
Dunque Amon scende sulla terra con le sembianze del faraone Thutmose I, si introduce nella stanza della regina e giace con lei, nelle immagini non è rappresentato l’amplesso ma il testo è molto esplicito, evoca un’accesa sensualità che la regina Ahmose non sa trattenere non appena riconosce che si tratta del dio Amon:
<<………Allora Amon, il dio eccellente signore del Trono delle Due Terre, si trasformò e prese l’aspetto di Sua Maestà [Thutmosi I]……..la trovò che dormiva nella bellezza del suo palazzo……..l’amore di Amon penetrò il suo corpo…….Quanto è grande la tua potenza……..quando la tua rugiada ha penetrato tutta la mia carne……..>>.
Quindi Amon chiama il dio vasaio Khnum e gli ordina di modellare sul suo tornio il corpo e l’anima (ka) di Hatshepsut ed il dio Khnum precisa:
<<………Le sue forme saranno più esaltanti di quelle degli dei, nel suo splendore di re dell’Alto e Basso Egitto……..>>.
Nelle scene che seguono si nota una stranezza, sia il corpo che l’anima di Hatshepsut hanno entrambe i genitali maschili. A questo proposito l’egittologa francese Christiane Desroches Noblecourt suggerisce che sia il corpo che l’anima non rappresenterebbero la persona di Hatshepsut ma la sua funzione regia con il suo ka, il concetto stesso di “faraone”.

Ma torniamo all’ascesa al trono della regina, innanzitutto va detto che ancora prima di assumere il potere regale aveva già provveduto a farsi costruire una tomba. Per questo scelse lo Wadi Sikket Taqa el-Zaide, che si trova ad ovest della Valle dei Re, dove Howard Carter la scoprì nel 1916; oggi è contrassegnata dalla sigla WA D. Racconta Carter:
“Era mezzanotte quando arrivammo sul luogo e la guida mi indicò una fune che penzolava nel vuoto lungo la faccia della rupe. Ci mettemmo in ascolto e sentimmo i ladri che stavano operando proprio in quel momento…….quando raggiunsi il fondo ci furono un paio di momenti di tensione. Diedi loro l’alternativa di sloggiare per mezzo della mia fune, o restare dov’erano senza alcuna fune e quelli, capita l’antifona, fuggirono” (Howard Carter).

Nella tomba Carter rinvenne pure un sarcofago in quarzite gialla, che oggi si trova al Museo Egizio del Cairo, sul sarcofago si trova l’iscrizione:
“La principessa ereditaria, grande di favori e di grazia, Signora di tutte le terre, figlia del re, sorella del re, la Grande Sposa e Signora delle Due Terre Hatshesput”.
Dopo la sua ascesa al trono però Hatshesput decise che le dimensioni di questa sepoltura non si addicevano a un faraone, la tomba venne così abbandonata e non se ne seppe più nulla fino al suo ritrovamento. Pensando quindi ad un complesso molto più maestoso, pur essendo donna, non scelse come luogo per la sua sepoltura la Valle delle Regine, ma per rimarcare la sua posizione di faraone si rivolse alla Valle dei Re e scelse la tomba KV20 (forse la più antica di tutta la Valle), già occupata da suo padre Thutmosi I. Fece ingrandire la tomba dotandola di una nuova camera sepolcrale in modo che potesse contenere una doppia sepoltura, la sua mummia e quella del padre che fece deporre in un nuovo sarcofago originariamente destinato a lei. Pare che, al momento della sua morte, in un primo momento sia stata effettivamente inumata accanto a Thutmose I nella KV20.
Dopo aver “silurato ” Ineni abbiamo visto che il pensiero predominante di Hatshesput era quello di farsi accettare come faraone donna, cosa che appariva almeno insolita dai più. Con i suoi accoliti e grazie ad un’abilità straordinaria, Hatshepsut, figlia di Amon e da lui stesso designata a regnare, non incontrò ostacoli. Il periodo in cui ciò avvenne è ancora oggetto di dibattito tra gli studiosi, alcuni sostengono che la cosa si verificò nei primi due anni di regno, secondo altri sarebbe avvenuta al settimo anno. Tale fu per molto tempo l’immaginario collettivo nei riguardi della regina Hatshepsut che ne nacque una leggenda popolare che intendeva identificare la regina con la principessa Bithia, colei che trovò Mosè che galleggiava nella cesta di vimini sul Nilo. Inutile dire che il tutto è stato largamente smentito sia dagli egittologi che dagli stessi studiosi della Bibbia.
Con il piccolo Thutmosi III nell’ombra, la “regina” si dedicò subito agli affari di stato proseguendo nella politica iniziata dai suoi predecessori, era necessario ripristinare i rapporti con i paesi confinanti che più avevano risentito degli sconvolgimenti avvenuti durante il periodo degli Hyksos. Più ancora che con la guerra occorreva ristabilire i contatti e riaffermare l’influenza egizia sui vari popoli. Hatshepsut si dimostrò fin da subito una sovrana pacifica, si dedicò maggiormente ad impiegare risorse nella costruzione di edifici più che nella conquista di nuovi territori; non fu comunque una sovrana imbelle trascurando le sorti del regno che aveva ereditato, per la difesa dei suoi confini si operò particolarmente nel dissuadere i vicini più bellicosi, allo scopo intraprese almeno sei campagne militari nei suoi ventidue anni di regno.
Come sempre in passato alla morte di un faraone i nubiani assalivano i confini meridionali dell’Egitto e le fortezze quasi per verificare le reazioni del nuovo faraone. Hatshepsut reagì subito con forza recandosi personalmente a condurre il contrattacco e, con spavaldo orgoglio lo fece descrivere nelle pareti del suo tempio a Deir el-Bahari.
<<……Un massacro fu fatto fra loro, essendo sconosciuto il numero dei morti, furono loro tagliate le mani…….Tutti i Paesi stranieri parlarono allora con la rabbia nel cuore……I nemici complottavano nelle loro vallate……I cavalli sulle montagne…….il loro numero non fu noto……..Ella ha distrutto il Paese del Sud, tutti i Paesi sono sotto i suoi sandali……come era stato fatto da suo padre il re dell’Alto e Basso Egitto Akheperkara…….>>.

Spiccano dai rilievi nel suo tempio funerario di Deir el-Bahari le rappresentazioni della campagna che intraprese intorno al nono anno di regno. Questa fu diretta al Paese di Punt, forse la Somalia ed era composta da cinque navi della “lunghezza di 70 piedi”. Le navi tornarono cariche di tesori, mirra e numerosi alberi d’incenso che la regina fece piantare nel cortile del suo tempio funerario.

Da un rilievo del tempio emerge quello che sarà stato il racconto dei componenti della spedizione circa la descrizione della Regina di Punt la Regina Ati. Questa viene rappresentata in modo grottesco e particolarmente corpulenta al punto tale che la cosa ha suscitato numerosi interrogativi. Oltre a quattro pieghe di grasso sul ventre e i grossi seni flaccidi, questa donna di statura normale è deformata da enormi cuscinetti che le invadono le braccia e le cosce e debordano sulle ginocchia, risparmiando relativamente le estremità. Il suo aspetto è sgradevole, indossa un vestito giallo, bracciali, cavigliere, ed una collana di perline alternate e un catenina le gira attorno alla gola. I suoi capelli, come quelli di sua figlia, sono legati con una fascia sulla fronte.

Maspero suggerisce che la Princessa Ati possa aver sofferto di elefantiasi; Mariette è invece dell’opinione che gli artisti Egiziani non abbiano rappresentato solo la moglie di un capo, bensì il tipo di donna più ammirato dalla razza somala. È, infatti, opinione di molti studiosi che Ati sia un esempio del più alto tipo di bellezza femminile per il popolo di Punt, ciò in accordo con il gusto dei nativi di certe parti dell’Africa Centrale. Forse la regina di Punt soffriva di qualche malattia tipo iperlordosi o ipotiroidismo con mixedema o simili oppure è stata rappresentata volutamente in modo grottesco per esaltare maggiormente la differenza di bellezza con quella di Hatshepsut.

Restando sul piano militare la regina Hatshepsut non fu certo da meno di molti suoi predecessori e tanto meno di suoi successori. Preso atto che a tutti gli effetti gli egiziani erano rimasti privi di una guida sicura data la giovane età del faraone designato, alcune tribù provenienti dalla Siria e dalla Palestina ne approfittarono per creare problemi alle frontiere egizie compiendo escursioni e scorribande.

Certo non avevano fatto i conti esatti, dietro Thutmosi III c’era Hatshepsut che non ci mise molto a farsi riconoscere. Non si sa il periodo preciso in cui ciò avvenne ma sicuramente fu nei primi anni di regno della sovrana. Senza muoversi dalla sua capitale la sovrana ordinò quella che da molti viene considerata la sua seconda campagna militare, anche se in effetti dovette essere la prima di guerra, che in breve rimise le cose a posto. In un secondo tempo l’irrequietezza dei nubiani, forse spinti dalle stesse ragioni degli asiatici, li indusse sconsideratamente ad attaccare la frontiera meridionale dell’Egitto intorno al dodicesimo anno di regno della regina (ca. 1466 a.C.) ma la fermezza ed abilità di Hatshepsut li fronteggiò e li represse ferocemente.

Non paghi forse di quella sconfitta, i nubiani si riorganizzarono e ci riprovarono otto anni dopo, ma gli egizi, questa volta pare che lo stesso Thutmosi III, ormai poco più che ventenne, abbia guidato personalmente le truppe egizie, riscossero una nuova grande vittoria. Poiché i nubiani nelle loro scorribande godettero dell’appoggio degli abitanti del paese di Mau, nella Nubia meridionale, fu ancora il giovane principe Thutmosi III ad invaderli e sconfiggerli; di questa campagna esiste una citazione che parla di una caccia al rinoceronte che Thutmosi III intraprese durante gli scontri.
Fu poi nell’ultimissima parte del regno di Hatshepsut che Thutmosi III, ormai pienamente entrato nel ruolo che lo vedrà grande re-guerriero, agì prontamente riscuotendo enorme successo. Con il suo esercito invase la Palestina ed espugnò la città di Gaza che si era ribellata ristabilendo il potere egizio su quelle terre.
Hatshepsut, ormai anziana non aveva più voce in capitolo, il suo ruolo ormai era solo più meramente rappresentativo, il potere era a pieno titolo nelle mani del nipote Thutmosi III che aveva assunto una posizione dominante all’interno della casa reale.
Per quanto concerne l’attività costruttiva, Hatshepsut può essere definita a pieno titolo una tra le più prolifiche della storia egizia, fece costruire centinaia di edifici, sia nell’Alto che nel Basso Egitto, maestosi edifici così numerosi da superare tutti quelli costruiti dai suoi predecessori per tutto il Medio Regno. Sono molti gli edifici che i suoi successori tentarono di attribuirsi la paternità, spesso in modo grossolano e del tutto evidente.
La sovrana, forse anche dietro suggerimento di Senenmut, maggiordomo reale, primo consigliere della regina e, pare, anche il suo amante, andò a ripescare l’illustre architetto Ineni, che aveva messo in disparte all’inizio del suo regno assegnandogli numerosi incarichi riguardo alle costruzioni. La produzione di statue reali assunse proporzioni ineguagliabili, il grande numero di quelle giunte fino a noi è tale che quasi ogni museo di antichità egizie ne possiede almeno una.
A New York il Metropolitan Museum of Art ha istituito al suo interno una apposita sala, la “Hatshepsut Room” dove sono contenuti solo reperti della regina.

A Karnak Hatshepsut seguì la tradizione dei grandi faraoni facendo costruire opere di abbellimento del grande Complesso Templare; riportò alla sua originale bellezza il Recinto di Mut, dedicato alla dea Grande Sposa di Amon. Il Recinto aveva subito gravi danni in seguito alle devastazioni del periodo degli Hyksos.
Famosi per la loro imponenza i due obelischi che la regina fece erigere all’entrata del tempio di Karnak dopo il quarto pilone. Uno dei due è ancora in piedi ed è il più alto obelisco presente in Egitto, 29,26 metri, il gemello è crollato spezzandosi in due parti. Il più alto al mondo è l’obelisco Lateranense a Roma che raggiunge, senza il piedistallo, 32,18 metri.


Un’altra importante costruzione è la cosiddetta “Cappella Rossa” di Karnak, destinata a contenere il tabernacolo della barca sacra di Amon. E’ rivestita in pietra intagliata e decorata da scene che raccontano momenti di vita della regina.

La Cappella era lunga 18 metri e larga 6, le mura erano alte 5,5 metri terminando con modanatura a gola egizia, la parte inferiore era in diorite nera mentre quella superiore in quarzite rossa che gli valse il nome di Cappella Rossa. All’interno del recinto aveva due cortili aperti, al centro del primo si trovava una vasca che doveva contenere probabilmente la barca sacra, al centro del secondo si trovavano due piedistalli di pietra.

Probabilmente si trovava nella corte centrale, secondo alcuni tra i due obelischi, ma la cosa non è certa.
Forse Hatshepsut non riuscì a completarlo, cosa che fece poi Thutmosi III, pena poi farlo smantellare in un secondo tempo (forse a causa della “damnatio memoriae” in cui era caduta la regina). I blocchi vennero in parte riutilizzati per il santuario di Amon ed i restanti riutilizzati per altri lavori tra cui le fondazioni del nono pilone del tempio di Ptah.

Fortunatamente per gli archeologi, Amenhotep III ne usò molti come riempimento del terzo pilone per cui si sono conservati praticamente integri. Questi furono usati nel 1997 quando venne decisa la ricostruzione parziale della Cappella Rossa che oggi fa bella mostra di se nel museo all’aperto di Karnak e misura 15 metri per 6.
Adesso che abbiamo imparato a conoscerla non ci stupiamo di certo se apprendiamo che alla bella regina due obelischi non bastavano, soprattutto come dimensioni. In occasione del sedicesimo anniversario della sua ascesa al trono decise di farsi un regalo, ordinò che gli venissero scolpiti due obelischi che avrebbero dovuto superare in altezza tutti quelli esistenti. La sua ambizione venne purtroppo frenata da un inconveniente che si verificò a lavoro quasi finito. L’obelisco più grande, che avrebbe misurato 41,75 metri di altezza con una base di 4,2 x 4,2 metri, ed un peso di circa 1.200 tonnellate, ad un certo punto si crepò, una lunga fenditura perpendicolare all’asse verticale dell’obelisco, che parte dalla cima e scende per parecchi metri vanificò tutto il lavoro fino ad allora svolto. Abbandonato nella cava che si trova due kilometri a sud di Assuan, il cosiddetto “Obelisco incompiuto di Assuan” è rimasto li, nella cava di granito rosa, per oltre 3.500 anni ad attirare migliaia di turisti che ogni anno vanno a visitarlo. Tutta l’area è stata dichiarata dal governo egiziano “Museo all’aperto”.
Oltre che ai turisti l’obelisco incompiuto è servito agli studiosi per capire la metodologia utilizzata per la creazione degli antichi obelischi (pare).

Hatshepsut si preoccupò anche di onorare la dea Pakhet, una forma sincretica di Bastet e Sekhmet, due divinità della guerra, entrambe di forma leonina, una per l’Alto Egitto l’altra per il Basso Egitto. Venerata principalmente nelle zone di confine tra nord e sud, presso Minya (Beni Hasan), dove, per la loro somiglianza, le due dee si univano per assumere una forma unica, era la dea venerata nel XVI nomo dell’Alto Egitto.

Pakhet rappresentava la furia distruttrice del sole, nei “Testi dei sarcofagi” e veniva rappresentata come colei che va a scovare le prede nel buio della notte. Fu proprio a Beni Hasan, nei pressi di una necropoli contenente 39 antiche tombe del Medio Regno, nel territorio del nomo di Oryx il cui governatore era Hebenu, che Hatshepsut fece costruire in una grotta sotterranea un tempio rupestre dedicato alla dea Pakhet, ammirato per secoli venne nominato “Speos Artemidos” (Grotta di Artemide) durante il periodo tolemaico.

Dopo la morte di Hatshepsut il tempio subì delle modifiche sempre nell’intento di cancellare il più possibile la memoria della regina, Seti I della XIX dinastia fece addirittura asportare alcune decorazioni che impiegò nella sua tomba.

Ma per soddisfare la sua ambizione di apparire sempre più grande poteva Hatshepsut essere da meno dei suoi più grandi predecessori che si erano costruiti un tempio funerario? Certo che no.
Alla costruzione del suo magnifico tempio funerario ci pensò Senenmut, il suo inseparabile cancelliere, architetto reale e forse amante che, con ogni probabilità, progettò il tempio. Venne scelta come località Deir el-Bahari dove già esisteva il tempio di Mentuhotep che venne preso a modello pur differenziandosi per molti aspetti. Il tempio di Hatshepsut, altrimenti detto “Djeser-Djeseru” (Sublime dei sublimi o Meraviglia delle meraviglie o Santo dei Santi) si trova sulla sommità di varie terrazze, un tempo giardini lussureggianti, costruite a ridosso della scarpata rocciosa che costituisce il limite della Valle del Nilo e che forma uno scenario alle spalle del complesso. Il tempio rappresenta una innovazione architettonica che crea un punto di fusione tra quella egizia e quella classica, anticipando di oltre un millennio quella che possiamo ammirare nel Partenone di Atene.

Si tratta di uno dei maggiori esempi di architettura funeraria del Nuovo Regno dove la sublime grandezza del faraone si affianca a quella degli dei che lo accompagneranno nella sua vita ultraterrena. Viene abbandonata quella forma di grandezza megalitica fine a se stessa dell’Antico Regno per creare un luogo dove il culto possa trovare il massimo spazio. Il tempio si sviluppa su tre livelli di terrazze che raggiungono un’altezza totale di 35 metri. Ogni livello è sorretto da una doppia fila di colonne quadrate tranne l’angolo nordoccidentale della seconda terrazza dove è situata la cappella con colonne protodoriche; ciascuna terrazza è raggiungibile attraverso ampie rampe che in origine ospitavano giardini con piante esotiche provenienti dalla terra di Punt, in particolare mirra e alberi d’incenso dai quali si ricavava il franchincenso, o olibano, per i rituali.
Come abbiamo già accennato in precedenza, all’interno del tempio si trova il ciclo di bassorilievi che raccontano la storia della nascita divina della regina per opera del dio Amon; inoltre è ampiamente rappresentata la spedizione nel paese di Punt. Due statue di Osiride oltre a molte altre che rappresentavano la regina in diverse pose, in piedi, in ginocchio o seduta, si trovavano all’interno del tempio dove abbondavano gli ornamenti e le sculture.

Tutto ciò venne in parte fatto distruggere dal suo figliastro e successore Thutmosi III nell’ambito della “damnatio memoriae” alla morte di Hatshepsut. Cosa si può ancora aggiungere, abbiamo parlato di una grande donna, principessa e regina di un popolo che valorizzava le donne fino al punto di accettare di esserne governato. Di una donna che voleva essere uomo pur essendo più grande di molti uomini che la precedettero e gli successero. Fu un grande faraone, più grande e più potente di Nefertiti e Cleopatra, ma alla sua morte fu colpita dalla “damnatio memoriae”, con tanto di cancellazione del suo nome dai monumenti e manomissione delle statue che la ritraevano.
A questo proposito occorre aggiungere che la cancellazione delle immagini e dei nomi di Hatshepsut non fu così immediato e totale come ci si aspetterebbe da una vera damnatio memoriae, se così fosse stato oggi non avremmo una così ricca iconografia della regina. Nulla prova che Thutmosi III volle mai una cancellazione totale del ricordo di Hatshespsut, se così fosse stato, in quanto comandante supremo dell’esercito nominato proprio dalla stessa Hatshepsut, sicura della fedeltà del nipote, cosa gli avrebbe impedito di ordire un colpo di Stato ed impadronirsi del trono di suo padre?. Hatshepsut fu una grande donna e soprattutto un grande faraone anche senza la barba finta.
Purtroppo anche le grandi figure ad un certo punto muoiono, e così morì anche Hatshepsut. Come e quando sia morta non è ben chiaro, alcuni fanno risalire la sua morte intorno al suo 22º anno di regno. Questo viene dedotto dalle iscrizioni presenti su di una stele dove compaiono insieme la regina con il nipote Thutmose III, la stele è datata il “ventiduesimo anno, il decimo giorno del mese di peret” e risale al 1458 a.C. circa, fu rinvenuta ad Ermonti e dal 1819 è conservata nel Museo Gregoriano Egizio in Vaticano.

Si ritiene che la stele celebri l’ascesa al trono di Thutmosi III e che a proclamarlo sia proprio Hatshepsut ormai troppo vecchia (e malata?) per continuare a regnare personalmente. Sulla stele compare Thutmosi III che indossa la corona bianca khedyet dell’Alto Egitto, porta la barba posticcia e veste il corto gonnellino detto shendit dal quale penzola la classica coda di toro. Davanti a lui, per rimarcare la sua posizione di maggior rilievo, compare il Faraone Hatshepsut nell’atto di porgere delle offerte al Dio, nelle mani stringe due vasi globulari. Non porta la barba posticcia ma veste lo shendit da uomo con la coda di toro e indossa la corona azzurra khepresh del Basso Egitto. Lei è la Grande Sposa Reale, la sposa principale del faraone Thutmosi II. Nel testo, Hatshepsut, esaltando il nipote, afferma tra l’altro:
<<……..Quando lanciava frecce contro un bersaglio di rame, tutti i pali si spezzavano come canne……..Io dico ad alta voce ciò che ha fatto e non vi è nè bugia nè menzogna alla presenza di tutto quanto il suo esercito. Non vi è là una parola di esagerazione…….>>.
Come abbiamo visto in precedenza, dopo essersi fatta costruire una prima tomba, quando era ancora “Grande sposa reale” di Thutmosi II, decise che questa non era degna di accogliere una donna del suo lignaggio ed iniziò ad ingrandire ed ampliare, dotandola di due camere sepolcrali, la tomba originariamente creata per suo padre Thutmosi I, la KV20, dove in effetti potrebbe essere stata sepolta.

Non si sa per quale ragione, forse per prevenire i frequenti saccheggi di tombe, Thutmosi III ad un certo punto decise di far spostare la mummia di Thutmosi I in una nuova tomba, la KV38 dotandola di un nuovo corredo funerario.

A questo punto è possibile che Hatshepsut sia stata spostata nella tomba KV60 che in origine era la tomba del nobile Maherpera che molti egittologi suppongono che si trattasse di un figlio di Hatshepsut e del suo amante Senenmut. Nella tomba si trovava già la mummia della nutrice della regina, Sitra. Scavata prima da Carter nel 1903, venne successivamente rivisitata da Ayrton nel 1906 il quale rinvenne all’interno due mummie, all’interno di un sarcofago si trovava la mummia di Sitra che venne asportata, accanto un’altra mummia, sempre femminile, che venne lasciato in loco. All’epoca né Carter né Ayrton mapparono la tomba che venne dimenticata. Verrà ritrovata solo nel 1990 grazie agli scavi di Donald P, Ryan.
Nel 1966 alcuni studiosi, esaminando i diari di scavo dei due predecessori, ipotizzarono che la seconda mummia fosse quella di Hatshepsut; come vedremo più avanti sarà solo nel 2006 che Zahi Hawass, grazie ad un dente, riuscirà a dimostrare che si tratta proprio di Hatshepsut (?). Se le analisi del DNA e le prove con il dente di Zahi Hawass, di cui parleremo più avanti, fossero corrette allora potremo ipotizzare le probabili cause della morte della regina.

La mummia è quella di una donna sulla cinquantina, veneranda età per il periodo, obesa, con i capelli ramati e alta intorno al metro e sessanta, pare che la regina soffrisse di diabete, di artrite e possedesse una pessima dentatura, cosa molto diffusa in quel tempo in Egitto a causa della quantità di fine sabbia contenuta nella farina per fare il pane. Era pure affetta da un cancro alle ossa ormai diffuso in tutto il corpo. Si presentava con la postura di mummificazione tipica dei membri della famiglia reale.

Ora torniamo alla KV20 dove con ogni probabilità venne collocata la sua mummia, Durante la sua esplorazione del 1903, Howard Carter rinvenne alcuni oggetti appartenuti ad Hatshepsut ma altri provenienti dal suo corredo funebre vennero trovati sparsi in vari altri posti, la testiera di un letto (in un primo tempo scambiata per un trono, un gioco da tavolo, senet con pedine in diaspro rosso recanti i suoi titoli regali, un anello con sigillo e un ushabti rotto con parte del suo nome. Ma la cosa più importante per Zahi Hawass fu il ritrovamento, nella cachette di Deir el-Bahari, di un contenitore per vasi canopi in avorio sul quale spicca il nome di Hatshepsut con al suo interno un fegato (o milza) mummificato oltre ad un dente, molare con parte della radice.

Nella primavera del 2007 Zahi Hawass fece trasportare la mummia al Museo egizio del Cairo per analizzarla. Subito venne constatato che alla mummia mancava un dente. Venne allora preso il molare trovato nello scrigno canopico di Deir el-Bahari e confrontato con la parte della radice che si trova ancora nella mascella della mummia, apparve subito evidente che la due parti combaciavano perfettamente. A questo punto il caso è risolto, la mummia è realmente quella della regina Hatshepsut.

In una conferenza stampa presso il Museo Egizio del Cairo, il ministro della Cultura egiziano Farouk Hosni e il segretario generale del Consiglio Superiore per le Antichità Zahi Hawass hanno affermato:
<< L’identificazione certa della mummia è stata possibile grazie al matrimonio tra tecnologia, scienza e archeologia >>.
E se lo dice Zahi Hawass…………(mi si perdoni lo scetticismo). Si pensa che il tumore osseo che la uccise sia da attribuire all’uso prolungato di una pomata di cui la regina faceva uso per lenire i dolori causati da una malattia cronica della pelle. (Prof. Helmut Wiedenfeld, dell’Istituto Farmaceutico dell’Università di Bonn
LA DAMNATIO MEMORIAE
La Grande ed ingombrante regina è morta, ora le Due Terre sono sotto la ferrea mano del faraone guerriero Thutmosi III.
Secondo alcuni il nuovo faraone, nipote della regina defunta, dopo aver condiviso con lei il trono per vent’anni, essere stato nominato comandante dell’esercito ed aver combattuto e vinto parecchie battaglie, decise di vendicarsi della zia-matrigna, e quindi avrebbe dato vita ad una censura della sovrana con un qualcosa di simile alla “damnatio memoriae” tipica dell’antica Roma.

Riflettiamo, un simile comportamento si sarebbe adattato all’immagine di uno dei più grandi faraoni-guerrieri della storia Egizia quale Thutmosi III? Così la pensarono i primi egittologi ma poi, approfondendo gli studi emerse innanzitutto che la graduale cancellazione di Hatshepsut da alcuni monumenti e da alcune cronache faraoniche ebbe inizio verso la fine del regno di Thutmosi III estendendosi maggiormente durante il regno del suo successore, e figlio, Amenofi II.
Va notato inoltre che la cancellazione della memoria della regina si è verificata in un modo assai strano, sporadico e per lo più in un ordine piuttosto casuale, spesso si nota che la cancellazione è incompleta, solo le figure più visibili e accessibili furono rimosse. Mentre notiamo che nel tempio di Deir el-Bahari vennero distrutte, o sfigurate, molte statue che poi furono sepolte in un pozzo, altrove rimangono intatti i contesti e le sagome della regina come quelle dei geroglifici dei suoi nomi che rimangono ben interpretabili. D’altra parte se la distruzione avesse assunto veramente la forma di una “damnatio memoriae” non avremmo una così ricca iconografia della regina.

Thutmosi III molto probabilmente tollerò questi cambiamenti per non scontrarsi col figlio Amenofi II, anche se personalmente non avvertì mai la necessità di un simile cambiamento né tanto meno di una cancellazione totale del ricordo di Hatshespsut, anche perché, quando la cosa si verificò, si trovava già in età avanzata e non più in grado di opporsi.
A sua difesa nulla prova che Thutmosi III provasse odio o risentimento nei confronti della sua matrigna, tutt’altro. Se così fosse, nella sua posizione di comandante supremo dell’esercito, nominato dalla stessa Hatshepsut, che non era certo una sprovveduta e quindi non nutriva dubbi circa la fedeltà del nipote, avrebbe certamente potuto con estrema facilità ordire un colpo di stato, deporre la regina ed impadronirsi del trono che fu del proprio padre.
Così ha scritto l’egittologo canadese Donald Redford:
<<…….Qua e là, nei più profondi recessi dei santuari o della tomba, dove nessun occhio plebeo avrebbe potuto vedere, le immagini e le iscrizioni della regina furono lasciate intatte […] nessun occhio volgare le avrebbe più guardate di nuovo, così da mantenere il calore e il timore di una presenza divina……..>>.
Alcuni fanno osservare che, secondo la tradizione della maggior parte dei faraoni, Thutmosi III avrebbe semplicemente distrutto alcune costruzioni di Hatshepsut per ricavare risorse per la costruzione della sua tomba, personalmente sono convinto che un grande faraone quale era Thutmosi III non avrebbe mai fatto una cosa simile.

Vediamo ora la teoria secondo la quale Amenofi II, che regnò come coreggente durante gli ultimi anni di regno del padre, è ritenuto il vero promotore della cancellazione di Hatshepsut nell’ultimo periodo della vita del vecchio (e malato) Thutmose III.
Secondo l’egittologo Franco Cimmino Amenofi II:
<<……….Non ebbe né gli interessi culturali né la diplomazia né la grande visione politica del padre; impetuoso, collerico e sprezzante […]……….>>.
In quanto figlio di una sposa secondaria e non della “Grande sposa reale” si potrebbe pensare che non avesse la completa certezza del proprio diritto a regnare, quale che fosse lo scopo di eliminare il ricordo di Hatshepsut è del tutto sconosciuto, ma di lui parleremo in seguito.
La studiosa Joyce Tyldesley ipotizza che Thutmose III c’entri nella strana “damnatio memoriae” di Hatshepsut solo per aver voluto, senza rancore, relegare la regina al semplice ruolo istituzionale di reggente e non di faraone così da sottolineare la sua successione da Thutmose II senza interferenza. (personalmente non condivido).
Al di la delle motivazioni e dal mandante la martellatura del nome di Hatshepsut creò non pochi problemi agli egittologi ottocenteschi che si trovarono ad interpretare i testi sulle pareti del tempio di Deir el-Bahari, questi non avevano senso in quanto termini femminili descrivevano la storia di un faraone dalle apparenze maschili, lo stesso Champollion si sentì confuso di fronte a tale discrepanza:
<<………Fui piuttosto sorpreso di vedere, qui come in altri punti del tempio, il celebre Moeris [Thutmose III], adornato di tutte le insegne della regalità, cedere il passo a quest’Amenenthe [Hatshepsut], il cui nome noi cercheremmo invano nelle liste regali; fui ancora più attonito nello scoprire, leggendo le iscrizioni, che, ogni volta che si riferivano a questo re con la barba e il solito abito dei faraoni, nomi e verbi erano al femminile, come se si trattasse di una regina. Notai la medesima peculiarità anche altrove……..>>.
Concludiamo dunque la storia di questa regina che fu l’unica donna nella storia dell’antico Egitto ad essere rappresentata sia come donna che come uomo, inclusi abiti maschili e barba finta
Fonti e bibliografia:
- Franco Cimmino,”Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
- Edda Bresciani, “Sulle rive del Nilo”, Laterza, Bari, 2000
- Emma Brunner, (a cura di), “Favole e miti dell’antico Egitto”, Mondolibri, Milano, 2003
- Sergio Donadoni e AA.VV., “Le grandi scoperte dell’archeologia”, De Agostini, Novara 1993
- Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2006
- Alan Gardiner, “Egypt of Pharaohs”, Oxford University Press, 1961
- Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino, 1971
- John A. Wilson, “Egitto, I Propilei”, Arnoldo Mondadori, Milano, 1967
- Elvira D’Amicone, “Nefer: la donna dell’Antico Egitto”, Federico Motta Editore, Milano 2007
- Gay Robins, “Women in Ancient Egypt”, Harvard University Press, 1993 Giorgio Leonardi, “Hatshepsut. “Sole femmina che brilli come il disco solare”, in “Le signore dei signori della storia”, a cura di A. Laserra, Milano, FrancoAngeli, 2013