Usciti dalla mastaba di Mereruka ci portiamo nell’area ad est della piramide di Djoser percorrendo la strada che conduce al Serapeum, in passato fiancheggiata da Sfingi.
Del maestoso viale si era persa ogni traccia fino al 1850, quando Auguste Mariette scoprì una sfinge sepolta nella sabbia e si rammentò che il geografo greco Strabone aveva segnalato l’esistenza, in quella zona, del Serapeo e di un viale di Sfingi.
Una delle sei sfingi che fiancheggiavano il viale d’accesso al Serapeum, oggi al Louvre.
In effetti, confidando nelle indicazioni trovate nel testo antico, Mariette cominciò a scavare e portò alla luce il viale e moltissime sfingi (sei delle quali si trovano ora al Louvre), una serie di statue di filosofi e poeti greci ora in assai misere condizioni, il tempio di Serapide e le catacombe sotto di esso note come “Serapeum”.
L’ingresso del Serapeum
Il Serapeum custodisce gli immensi sarcofagi nei quali da Amenhotep III fino ai Tolomei vennero sepolti i tori Apis, sacri a Ptah: mi limiterò a brevi osservazioni ed a pubblicare le fotografie che abbiamo scattato in occasione della nostra visita, in quanto potrete trovare un’ampia trattazione a cura di Andrea Petta sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/2021/02/23/il-serapeum-e-i-suoi-misteri/
Uno dei sarcofagi con il coperchio appena spostato.
Il pesante coperchio di un sarcofago posto a parziale chiusura di un corridoio laterale
Oggi l’asse centrale del Serapeum è stato restaurato in modo egregio e le parti visitabili (il vestibolo ed il grande corridoio) sono di notevole impatto e molto ben illuminati, anche se hanno perso l’atmosfera dark che dovevano avere un tempo, quando i pochi visitatori si facevano luce con le candele e bruciando polvere di magnesio in un vaso ed ancora circolavano macabre storie di turisti incauti che si erano persi per sempre nel labirinto dei cunicoli laterali nei quali si erano avventurati da soli.
Le nicchie che ospitavano le stele collocate per ricordare le visite alla necropoli, poi asportate per essere esposte nei musei; essi recavano il nome del visitatore e del sovrano in carica e l’anno di regno, ed hanno fornito importanti indicazioni per ricostruire il periodo storico.
L’egittologa Amelia Edwards così racconta l’esperienza della sua visita al Serapeum poco dopo la sua scoperta:
“Dopo una breve ma faticosa camminata e qualche indugio fuori da una porta simile a una prigione in fondo a una ripida discesa, fummo ammessi dal guardiano: un vecchio arabo magro con una lanterna in mano. L’interno non era un posto dall’aspetto invitante. La luce del giorno esterno cadeva su uno o due scalini, oltre i quali tutto era buio. Entrammo. Sulla soglia ci venne incontro un’atmosfera calda e pesante; la porta si chiuse con un clangore sordo, i cui echi si allontanarono vagando come nei recessi centrali della terra; … era come l’oscurità dello spazio infinito.
Un’incisione geroglifica su di una parete
A ciascuno è stata poi data una candela accesa e l’arabo ha aperto la strada. Andava terribilmente veloce, e ad ogni passo sembrava di essere sull’orlo di uno spaventoso abisso. A poco a poco, però, i nostri occhi si abituarono all’oscurità, e ci accorgemmo di essere passati dal vestibolo al primo grande corridoio. Tutto era vago, misterioso, oscuro. Una prospettiva fioca si profilava fuori dall’oscurità. Le luci scintillavano e svolazzavano, come scintille erranti di stelle … Pochi passi più avanti e arrivammo alle tombe: una successione di grandi camere a volta scavate a distanze irregolari lungo entrambi i lati del corridoio centrale e sprofondate a circa sei o otto piedi sotto la superficie. Al centro di ciascuna camera c’era un enorme sarcofago di granito levigato. L’arabo, svolazzando avanti come un fantasma nero, si fermava un momento davanti a ogni apertura cavernosa, puntava la luce della sua lanterna sul sarcofago e si allontanava di nuovo a tutta velocità, lasciando che lo seguissimo come potevamo… Il caldo … era intenso e l’atmosfera soffocante…
I coperchi (dei sarcofagi) sono stati spinti leggermente indietro e alcuni sono fratturati, ma i predatori non sono riusciti a rimuoverli del tutto. Secondo Mariette, il luogo fu saccheggiato dai primi cristiani …
Mariette, richiamato improvvisamente a Parigi alcuni mesi dopo l’apertura del Serapeo, si ritrovò senza i mezzi per portare con sé tutte le antichità appena scavate e così ne seppellì quattordici casse nel deserto, ad attendere il suo ritorno … Venne a Menfi “un giovane e augusto straniero” in viaggio in Egitto per suo piacere. Gli arabi, tentati forse da un principesco bakhshish (ndr “mancia”), svelarono il segreto delle casse nascoste; dopo di che l’arciduca le spazzò via tutte e quattordici, le mandò ad Alessandria, e subito le imbarcò per Trieste”.
L’autrice racconta che chi le riferì quest’ ultimo aneddoto non le rivelò il nome del nobile ladro di antichità perché era “andato incontro ad una tragica fine in un altro emisfero” ma considerato che si trattava di un arciduca e che i reperti, con il nome di collezione Miramare, vennero poi trasferiti al Kunsthistorisches Museum di Vienna le risultò agevole identificarlo.
Si trattava certamente dell’Arciduca Massimiliano d’Asburgo, fratello minore di Francesco Giuseppe imperatore d’Austria e Re d’Ungheria; egli fu viceré del Lombardo Veneto dal1857 al 1859 e poi imperatore del Messico, ma dopo tre anni di regno fu giustiziato dagli oppositori repubblicani a soli 35 anni d’età.
Frammenti di testo sommariamente incisi sulla parete esterna di un sarcofago
LE FOTOGRAFIE SONO STATE TUTTE SCATTATE DA ME, SALVO QUELLA DELLA SFINGE, CHE PROVIENE DA INTERNET.
Post con alcune immagini fake, non corrette nonostante la segnalazione
Da qualche tempo sono riapparsi post su Heracleion-Thonis, la città sommersa di fronte ad Alessandria d’Egitto.
Eh sì, perché la rete funziona così: qualcuno pubblica una bufala acchiappa like e, a pioggia, molti riprendono la notizia, arricchendola di informazioni assurde ed inventate di sana pianta.
Generalmente, io commento i post che riportano notizie fake cercando di correggere le falsità riportate. Questo è successo recentemente su questa notizia e la reazione è stata:
– sono stata bannata e i miei commenti cancellati
– Sono stata totalmente ignorata e le informazioni false rimaste come tali
– Sono stata contraddetta cercando di dimostrare il contrario
Poiché circolano molte informazioni false e l’intelligenza artificiale si nutre di esse, quest’ultima, se interrogata, essendo le informazioni false più numerose delle informazioni corrette, ripeterà le notizie false. Ecco perché è importante correggere tali notizie.
Ritorniamo adesso su Heracleion-Thonis. I resti della città, che vide il periodo di massima prosperità tra il VI e IV secolo a.C, si trovano a circa 2,5 km dalla costa, nella baia di Abu Qir, non distante da Alessandria.
Affondò nel VI o VII secolo d.C a causa di grandi terremoti o inondazioni.
Fu riscoperta nel 2000 dall’archeologo subacqueo francese Franck Goddio. Gran parte dei reperti scoperti si trovano oggi al Museo Archeologico di Alessandria.
Ed eccoci ora ai reperti spacciati come originali. I bufalari calcano la mano identificando Heracleion come Atlantide, ovviamente.
Tra le foto fake, quelle che mi fanno più sorridere sono
– il fantastico leone con la zampa appoggiata sul mondo (eh già perché gli egizi rappresentavano già il mondo come un globo …) che appartiene in realtà ad un cimitero subacqueo americano
– Il tempio sommerso, ovviamente quasi totalmente intatto, che invece altro non è che l’immagine di un videogioco, Assassin’s Creed Origins (illustrato anche nella nostra pagina ma con la dicitura che tutte le immagini provengono dal videogioco…https://laciviltaegizia.org/2023/08/10/heracleion/)
Città egizia sommersa. Immagini tratte dal videogioco Assassin’s Creed Origin
Mereruka, qui giovane e prestante, nella posa canonica e solenne del visir nell’esercizio delle sue funzioni, con in mano i simboli della sua carica. Foto di Sémhur
I sovrani dell’Antico regno concedevano ai propri parenti ed ai funzionari più fedeli l’onore di essere sepolti accanto a sé ed in effetti a nord della piramide di Teti e vicinissime ad essa, una adiacente all’altra, si trovano le mastabe di Mereruka, Kagemni e Ankhmahor che furono suoi visir, ed i primi due anche suoi generi avendo sposato le sue figlie.
L’ingresso della mastaba reca ai due lati immagini speculari di Mereruka, con l’indicazione del suo nome (Mereruka detto Meri, leggibile da destra a sinistra sulla riga in geroglifico posta proprio sopra Mereruka) e dei suoi titoli. FOTO MIA
Conoscevamo queste sepolture, ma abbiamo deciso che valesse la pena di visitare nuovamente la mastaba di Mereruka, che incanta per i suoi rilievi parietali e che con i suoi trentatre ambienti rivestiti di lastre di calcare è la più grande fino ad ora scoperta in Egitto.
Questa raffigurazione è insolita,in quanto gli Egizi si facevano rappresentare nelle proprie tombe come sempre giovani ed aitanti, perchè quello era l’aspetto che avrebbero avuto nell’Aldilà. Qui, invece, Mereruka viene sorretto dal figlio Meri-Teti e da un funzionario, e quindi era probabilmente anziano e bisognoso di aiuto. FOTO MIA
Essendo destinata ad ospitare anche sua moglie Watekhethor detta Sesheshet ed il suo figlio maggiore Meri – Teti (che ereditò i suoi titoli onorifici e ricoprì il ruolo di Ispettore dei lavori della piramide di Teti e di Ispettore dei sacerdoti della piramide), è suddivisa in tre zone: quella riservata a Mereruka è composta da 21 sale, mentre gli ambienti restanti sono divisi tra i congiunti; le camere funerarie, non visitabili, si trovano sul fondo di pozzi.
Sesheshet, defunta, seduta sul suo scranno annusa un fiore di ninfea simbolo di rinascita; davanti a lei una tavola d’offerta carica di beni. Questa immagine è raffigurata specularmente sulle due pareti poste di fianco ad una falsa porta nella sua camera per le offerte, decorate con processioni di offerenti che si dirigono verso di lei. Foto di cairoinfo4u da Flickr
Gran parte delle sale sono prive di decorazione in quanto utilizzate come magazzini e serdab (esiste in loco in una nicchia la copia di una magnifica statua del defunto di dimensioni superiori al normale, il cui originale è al museo del Cairo), ma i molti rilievi parietali superstiti documentano in modo fedele e vividissimo la vita di un Egizio di alto rango nel corso della VI dinastia.
Meri-Teti da ragazzo, ancora con la treccia dell’infanzia, raffigurato in piccole dimensioni ai piedi del padre; ha in mano un’upupa ed un fiore di ninfea. FOTO di Gerhard Huber, a questo link: https://global-geography.org/…/Saqqara_-_Mastaba_of…
Le scene, che in alcuni punti hanno ancora ampie tracce del colore originario, sviluppano le tematiche decorative tipiche dell’epoca: gli Egizi credevano infatti che raffigurare nella mastaba il defunto mentre svolgeva le sue attività terrene e godeva delle sue ricchezze gli avrebbe permesso di continuare anche nell’Aldilà a vivere secondo il medesimo stile.
La falsa porta in una delle sale delle offerte per Mereruka; essa è ricavata da un’unica grande lastra di pietra, e purtroppo la parte superiore è andata distrutta. E’ completamente scolpita con il nome ed i titoli del defunto. FOTO di Heidi Kontkanen, da Flickr
E così troviamo Mereruka in dimensione eroica rappresentato mentre assiste alla fustigazione di chi non ha pagato i tributi, alla coltivazione dei campi, alla pesca ed alla caccia da parte dei suoi servi, al lavoro degli artigiani e mentre si diverte cacciando e pescando nelle paludi o partecipando ad una festa con musici e ballerine.
Falsa porta di Meri – Teti, raffigurato nella stele centrale, qui poco visibile. FOTO di Heidi Kontkanen da Flickr
Pur trattandosi di raffigurazioni convenzionali, l’ambiente nel quale sono collocati i personaggi è estremamente realistico, al punto che è possibile riconoscere la specie a cui appartengono i pesci e gli animali che in gran numero compaiono sulle pareti.
La magnifica statua di Mereruka posta in una nicchia della sala ipostila, fiancheggiata da due rilievi speculari che lo rappresentano con il gonnellino dalla particolare forma e lo scettro indicatori del suo rango. FOTO MIA
Nelle zone più strettamente destinate ai riti ed alle offerte, invece, sono raffigurate le consuete processioni di servi che portano ai defunti beni di ogni genere affinchè possano goderne in eterno.
Falsa porta nella zona della mastaba dedicata a Watetkhethor, moglie di Mereruka e figlia del faraone Teti FOTO di kairoinfo4u, da Flickr
LO SPETTACOLO DI DANZA ACROBATICA E LA PUNIZIONE DEGLI EVASORI FISCALI
Immagine di ragazze che danzano, nel corso di uno spettacolo che si svolge davanti a Mereruka FOTO di Jose Javier Martin Espartosa, da Flickr
Un’altra parte della scena della bastonatura: a sinistra gli scribi sotto un baldacchino tengono nota delle imposte pagate e dietro di loro tre evasori fiscali accasciati e doloranti perchè sono stati bastonati. Segue una scena di bastonatura: il condannato è piegato in avanti e tenuto fermo da un incaricato, mentre un altro con il bastone sta per sferrargli un colpo sulla schiena. FOTO MIA
Mereruka aveva anche il compito di sovrintendere alla riscossione delle imposte; qui gli incaricati stanno punendo con la bastonatura un uomo che ha omesso di pagare quanto dovuto. Il condannato è seduto, abbracciato ad un palo ed immobilizzato per le braccia, in modo da esporre la schiena alle bastonate del funzionario statale che sta per assestargli un forte colpo brandendo il bastone con due mani. FOTO di kairoinfo4u da Flickr
Quattro ragazze si esibiscono in una danza acrobatica sotto gli occhi di Mereruka, posto alla sinistra e qui non visibile; alla destra un altro gruppo di giovani batte il tempo con le mani e danza. FOTO di kairoinfo4u da Flickr
LA CACCIA NEL DESERTO E LA NUTRIZIONE FORZATA DELLE IENE
I cani da caccia più diffusi in Egitto nell’Antico Regno erano chiamati “Tesem”; gli esperti ritengono che fossero gli antenati degli odierni Basenij. Essi erano simili ai moderni levrieri ma avevano una struttura scheletrica massiccia che attribuiva loro un fisico solido e scattante, caratterizzato da fianchi stretti, arti e collo lungo, muso allungato, orecchie erette ed appuntite, code arricciate, denti affilati e mascelle potenti. Il cacciatore li aizzava contro la preda ed essi, da soli o in branco, l’assalivano senza alcuna esitazione e la facevano cadere a terra per poi azzannarla alla gola ed ucciderla. FOTO di Fugzu da Flickr
Le immagini che troverete descritte con maggiori particolari nelle didascalie rappresentano la caccia nel deserto e la nutrizione forzata delle iene. Gli Egizi cacciavano i grossi erbivori per procacciare cibo; il sovrano, invece, si dilettava nella caccia al leone, inoltrandosi nel deserto sul suo carro (e con un buon numero di aiutanti) ed abbattendolo con l’uso di arco e lancia.
La scena è suddivisa in registri che si intersecano, dando l’impressione di una grande concitazione. Nella prima scena del registro superiore un uomo ha catturato con il lazo un orice, mentre la seconda scena, suddivisa in due sottoregistri che si completano vicendevolmente, un ibex dalle corna ricurve è stato fatto cadere a terra e azzannato da nove cani, cinque dei quali si trovano nel sottoregistro superiore. Nel registro inferiore un uomo trattiene un cane per il collare e gesticolando ne aizza un altro che morde alla nuca un’antilope le cui zampe posteriori stanno cedendo; davanti a loro altre due antilopi ed un ibex, ignari del pericolo, continuano a brucare. All’estrema destra un cane salta sulla schiena di un orice dalle lunghe corna. In uno stretto sottoregistro posto sulla sinistra sopra le prime due scene sono rappresentati un ibex, un riccio e due cuccioli di gazzella; sopra l’ultima scena a destra un riccio si affaccia timidamente dalla sua tana. Foto di kairoinfo4u da Flickr
L’uccisione del leone da parte del re faceva parte dell’iconografia tradizionale dell’Egitto antico per il suo significato simbolico importante: si veda a questo proposito l’articolo sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/il-leone-nellantico-egitto/
L’attività venatoria raffigurata nelle immagini che vi propongo sembra essere finalizzata all’acquisizione di cibo, in quanto i nobili normalmente cacciavano sui carri e avevano battitori che trovavano i gruppi di animali e li dirottavano nella loro direzione per facilitarne la cattura o l’uccisione, che essi ponevano in essere personalmente.
Anche qui la scena è suddivisa in registri che si intersecano, dando l’impressione di una grande concitazione. Nella prima scena del registro inferiore un cane ha aggredito alle spalle un orice che sta per cadere a terra e lo sta mordendo alla nuca; un altro orice, terrorizzato ed impotente, si guarda indietro ad osservare la scena. Nella scena centrale un leone sta mordendo sul muso un bovide e glielo ghermisce con la zampa dalle unghie affilate. A destra un ibex dalle corna ricurve è stato fatto cadere a terra e azzannato alla gola da un cane, mentre un’antilope, rimasta intrappolata sotto il corpo della preda, cerca disperatamente di alzarsi per fuggire. Il registro superiore è diviso in due sottoregistri; inquello inferiore si vede un’antilope caduta a terra di schiena aggredita da una muta di nove cani, cinque dei quali si trovano in quello superiore; l’ultima scena sulla destra, che occupa entrambi i due sottoregistri, un uomo trattiene un ibex con un laccio mentre altri due sono sfuggiti alla cattura. Agli estremi di uno stretto sottoregistro posto sopra la seconda e la terza scena sono rappresentati due ricci che escono dalle rispettive tane, un cucciolo di gazzella ed una lepre acquattati tra i radi cespugli. Foto di kairoinfo4u da Flickr
Le ultime due immagini mostrano l’alimentazione forzata delle iene, che venivano catturate, tenute in cattività e messe all’ingrasso per essere mangiate in seguito, oppure per essere usate per cacciare essendo abilissime nel seguire le tracce lasciate dalle prede.
La nutrizione forzata di una iena: le zampe posteriori dell’animale sono state legate, mentre quelle anteriori sono tenute ferme da un servo, mentre un altro infila a forza tra le fauci brandelli di volatili. Foto di kairoinfo4u da Flickr
Alcuni studiosi, tuttavia, sostengono che gli animali rappresentati nei rilievi siano in realtà dei proteli, ienidi poco più grandi di una volpe che si cibano di insetti, soprattutto termiti.
Nutrizione di una iena: questo animale è più collaborativo, e i servi lo accarezzano sulla schiena e gli offrono quella che sembra una pagnotta di cibo. FOTO DA https://global-geography.org
Come ho già detto la ricchezza di particolari delle scene della mastaba di Mereruka è incredibile: insetti, pesci, mammiferi e volatili sono raffigurati con notevole verosimiglianza, tant’è che è facile riconoscere le singole specie.
Questo particolare fa parte di una scena di pesca con la rete: i pescatori si trovano su di una barca di papiro e stanno tirando a sè una lunga rete che ha intrappolato numerosi pesci. A sinistra si nota un muggine, poi un barbo dagli strani bargigli e dall’aculeo velenoso sul dorso, ed infine il persico africano. FOTO di Cairoinfo4u, da Flickr
La scena continua mostrando sopra una tilapia dalla curiosa pinna dorsale ed un altro barbo, e sotto un pesce che non so identificare ed un altro muggine. FOTO di Cairoinfo4u, da Flickr
L’ultimo tratto della scena di pesca raffigura un persico africano, seguito da un pesce palla d’acqua dolce, da un muggine (sopra) e da un barbo. FOTO di Cairoinfo4u, da Flickr
Nelle scene già pubblicate abbiamo visto i cani, l’ibex (che è una capra del deserto simile ad uno stambecco), l’orice dalle lunghe corna a forma di falce, l’antilope dalle corna ondulate, il leone, il bovide, i cuccioli di gazzella, la lepre, il riccio e la iena.
L’ossirinco, che usa il muso a proboscide per smuovere il fondale alla ricerca di vermi e larve d’insetti; non erano rari gli amuleti con la forma di questo pesce, considerato protettore del defunto e garante della sua rinascita nell’Aldilà. FOTO MIA
Una tilapia nilotica. Questo pesce era un simbolo di fertilità sacro alla dea Hathor ed era legato a Ra per il suo colore rossastro; esso era considerato garante della rinascita. E’ probabile che anche il persico africano (nome latino “lates”) condividesse una simbologia simile, tant’è che in epoca romana gli abitanti di Latopoli ponevano mummie di Lates nelle tombe dei propri cari. FOTO MIA
Nelle acque del fiume sono state rappresentate anche molte specie di pesci, alcune oggi estinte; popolano tuttora il Nilo il barbo, la tilapia nilotica, il persico africano, l’ossirinco dalla caratteristica proboscide, l’anguilla, il muggine.
In questo rilievo molti pesci nuotano in acque rappresentate verticalmente, alcuni ritengono per per indicare zone lontane dalla riva, altri per poter rappresentare il pescatore in posizione eretta e quindi più solenne. Si possono riconoscere – salvo mio errore – due tilapie nilotiche (il pesce a forma ovale con una lunga pinna dorsale), tre anguille, un persico africano (in basso, in orizzontale, con la forma allungata e la coda a ventaglio), un pesce palla d’acqua dolce (sulla destra, con il ventre gonfio), un citarino (sotto il pesce palla, a forma romboidale), due muggini (uno sopra il persico africano e gli altri due sopra di esso andando verso l’alto), due ossirinchi (uno sotto il persico africano e l’altro sopra, al centro). Quegli strani pesci sulla destra con i baffi e la coda a ventaglio credo che siano barbi; non riconosco quella specie di pesce gatto sopra la tilapia. FOTO DA OSIRISNET.NET
Le rive paludose del Nilo, dove il sovrano ed i nobili si dilettavano a cacciare gli ippopotami oppure gli uccelli ed a pescare con gli arpioni, brulicavano di vita e gli artigiani decoratori dell’Antico Regno seppero riprodurre fedelmente sulle pareti delle mastabe la bellezza di questo ambiente naturale.
La caccia alle quaglie con la rete, che veniva tesa e poi richiusa dai cacciatori quando i volatili si erano posati sulla sua superficie. Foto da osirisnet.net
Negli ambienti palustri vivevano altresì manguste, coccodrilli (ora scomparsi dall’Egitto) e molteplici uccelli, alcuni dei quali, così come i pesci, vennero adottati come fonogrammi nella scrittura geroglifica: oche, anatre, l’ibis nero, l’ibis crestato, l’ibis sacro, l’airone imperiale (l’uccello Benu legato al culto solare: si veda sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/?s=benu), il falco, il pellicano, l’upupa, la cicogna, il fenicottero, la gru, il cormorano ed il martin pescatore.
A sinistra in questa immagine troviamo, appollaiato su di un ombrello di papiro, un ibis sacro e sopra di lui un rapace (?), in un nido costruito sopra un altro ombrello di papiro. Al centro, arrampicata sullo stelo di un papiro, una mangusta (trattenuta per la coda da un uomo) si dirige decisa verso il nido sulla destra con l’evidente intenzione di mangiare gli uccellini, mentre i genitori (credo siano due martin pescatori) tentano svolazzando minacciosi intorno a lei di proteggere il loro piccolo. In basso a destra un nido con un’oca o un’anatra. Foto: osirisnet.net
Un altro animale che compare nel repertorio decorativo delle mastabe dell’Antico Regno è l’ippopotamo, rappresentato mentre viene cacciato dal defunto o dai suoi servi sotto la sua supervisione.
Esso distruggeva i raccolti e costituiva un’insidia per la navigazione, che spesso avveniva su fragili barche di papiro; il papireto paludoso sulle rive del Nilo costituiva la falsa porta simbolica del passaggio verso l’Aldilà, la zona di confine tra il caos ed il mondo della Maat, che doveva essere difeso combattendo le forze del male, rappresentate dagli animali pericolosi per l’uomo.
La caccia agli ippopotami: sotto la supervisione di Mereruka (qui non visibile) i suoi servi in precario equilibrio sulle barche di papiro scagliano i propri arpioni sui pachidermi, che ruggiscono per il dolore e spalancano le fauci per intimorire il nemico. Gli arpioni sono dotati di un uncino che aggancia la punta alle carni della preda, e di una corda che permette di tenerla legata o di recuperare l’arma qualora il colpo non dovesse andare a segno. Si notino, appoggiate alle foglie delle piante palustri, due ranocchie e più in alto due cavallette . La rana del Nilo fu l’unico anfibio venerato in Egitto: essa era simbolo di fertilità, in quanto deponeva moltissime uova, e di rinascita, perchè evolveva da girino alla forma adulta proprio in concomitanza con la piena del Nilo. FOTO DI HEIDI KONTKANEN DA FLICKR
La caccia al pachiderma poteva anche simboleggiare le prove che il defunto doveva superare per ottenere l’Aldilà: secondo gli Egizi dell’Antico e Medio Regno, infatti, nelle paludi delle acque primordiali, dove sorge il sole e nasce la nuova vita nell’Aldilà, si trovava un ippopotamo, che il defunto doveva affrontare per raggiungere il proprio destino ultraterreno.
Per un’analisi più approfondita in merito alla simbologia della caccia all’ippopotamo, si veda sul nostro sito a questo link:
BUONGARZONE R., Caccia e pesca eroiche nelle scene nilotiche delle mastabe di Saqqara, in ARCHEOLOGIA E MEMORIA STORICA Atti delle Giornate di Studio (Viterbo 25-26 marzo 2009)
LA CAMERA SEPOLCRALE
Sebbene fosse chiusa al momento della nostra visita, desidero mostrarvi le immagini della camera sepolcrale che ho trovato in rete, a mio avviso particolari, soprattutto le scene rimaste in fase di abbozzo, tracciate in nero sopra lo schizzo di partenza, in colore rosso.
L’accesso alla camera avviene tramite una scala a chiocciola che scende lungo un pozzo profondo m. 15,5 in origine riempito di detriti fino a metà, che sul fondo si piega verso ovest allargandosi nella camera sepolcrale tutta rivestita di lastre di calcare bianco, salvo il soffitto, dipinto di rosso e nero per simulare il granito.
Essa è larga m. 4,3, lunga m. 10,25 ed alta m. 3,1 ed era difesa da una saracinesca di sicurezza spessa 20 cm., mantenuta in posizione da una scanalatura nelle due pareti laterali.
Il grande sarcofago in pietra calcarea occupa completamente l’estremità occidentale della camera ed il massiccio coperchio venne posizionato grazie ad una rampa pavimentata ancora in loco.
La decorazione parietale non presenta immagini di servitori, funzionari, familiari o animali vivi perchè la camera è riservata al solo Mereruka defunto, che dovrà “risvegliarsi” e prendere possesso delle offerte per rigenerare il suo Ka. Anche nei testi gli scribi hanno evitato i segni rappresentanti esseri umani, oppure li hanno troncati.
L’unica parete dipinta è quella ad est, che troverete meglio descritta nella didascalia della foto.
LA PARETE EST L’unica parete ad essere stata dipinta è quella ad est, suddivisa in quattro registri che mostrano offerte di ogni genere per il Ka di Mereruka (vasi, prodotti alimentari essiccati, cereali, contenitori di grano – in basso, di colore nero con una finestrella beige -, pane, pesce, bovini macellati), analiticamente enumerate nei testi, che elencano anche i numerosi titoli del defunto. Foto: kairoinfo4u su Flickr
Le pareti a lato del sarcofago e retrostanti ad esso sono dipinte con un motivo di stuoie o tende tese su telai sopra il quale è stato iscritto il solito elenco dei titoli portati dal defunto; sul retro compaiono anche tre registri, ciascuno disegnato con una fila di vasi contenenti i sette oli sacri, cassette per le offerte, natron, giare e tessuti.
LA PARETE OVEST DELLA CAMERA SEPOLCRALE ED IL SARCOFAGO Nell’immagine si notano le pareti della camera rivestite di calcare bianco ed il soffitto di roccia naturale dipinto in modo da imitare il pregiato granito. Il grande sarcofago in calcare riempie interamente lo spazio tra le pareti laterali. Il lato est del pesantissimo coperchio, rivolto verso l’entrata, elenca il nome ed i titoli di Mereruka. Davanti ad esso è ancora in loco la rampa costruita per posizionarlo. Le parti di parete che circondano il sarcofago sono decorate con un disegno di stuoie tese su telai che si estende anche sul lato anteriore dello stesso. Sopra di esso, aderente al soffitto, una linea orizzontale di testo si estende dalla parete nord a tutta la parete ovest ed elenca nuovamente i titoli del defunto. Sulla parete posteriore, verso il basso, compaiono anche tre registri, ciascuno disegnato con una fila di vasi contenenti i sette oli sacri, cassette per le offerte, natron, giare e tessuti (che non si vedono perchè davanti c’è il sarcofago) accompagnati da un testo che chiarisce che gli stessi sono “Per il Ka di Mereruka / Meri”. Foto da osirisnet.net
Il sarcofago reca sulla superficie e sul lato est del coperchio e su tutte e quattro le superfici all’interno del cofano testi con i titoli di Mereruka ed il suo nome.
Sulle PARETI NORD e SUD è stato tracciato un elenco di offerte costituito da 99 voci distribuite in tre registri, a loro volta suddiviso in tre sottoregistri: in alto è presente il testo descrittivo; successivamente l’indicazione della singola confezione (es. vaso, contenitore, giunto, ecc.); in basso c’è la quantità raffigurata. Il sarcofago reca sul lato superiore ed est del coperchio e su tutte e quattro le superfici all’interno del cofano testi con i titoli di Mereruka ed il suo nome. Foto da osirisnet.net
PARETE NORD, PARTE DESTRA Le offerte sono disegnate in nero sul bianco del calcare e apportano le correzioni allo schizzo iniziale tracciato in rosso. La decorazione è incompleta perchè non è stata colorata. LA PARETE SUD, ad essa speculare, è praticamente identica ma molto meno conservata. Foto da osirisnet.net
PARTICOLARE DELLA PARETE NORD, PARTE DESTRA: si notano cumuli si offerte: vasi di varia forma contenenti granaglie o vino, un cesto con oggetti tondeggianti e verdure, mazzi di cipolle, un’anatra, la testa e la coscia di un bovino, fiori e boccioli di ninfea, contenitori vari. Foto da osirisnet.net
UN ALTRO PARTICOLARE DELLA PARETE NORD, anche qui si notano cumuli si offerte: contenitori e vasi di varia forma, un mazzo di lattuga ed uno di cipolle, un’anatra ed un’oca, una coscia di bovino, un mazzo di fiori. Mi incuriosisce quella serie di anelli che non so interpretare; escludo che si tratti di oro, perchè in tutta la tomba non sono raffigurate offerte di preziosi, anche se vi è una scena relativa alla lavorazione dell’oro. Qualcuno ha un’idea? Foto da osirisnet.net
PARTICOLARE DELLA PARETE NORD: si notano altre offerte: ancora vasi di varia forma, un cesto con oggetti tondeggianti (frutti di sicomoro?) due mazzi di lattuga, un’anatra, due cosce di bovino. Foto da osirisnet.net
PARTICOLARE DELLA PARETE SUD: offerta di dieci oche, di un grande cespo di lattuga, di un mazzo di fiori (parzialmente visibile in alto) e di vari vasi. Foto da osirisnet.net
Troverete notizie dettagliate su Mereruka e Kagemni ed immagini delle loro fantastiche mastabe sul nostro sito a questi link:
Tomba di QUEBBET EL-HAWA QH90 a nome di SobekHotep
Parte Prima
Nel 1799 le truppe napoleoniche arrivarono ad Asun e lì la commissione di studiosi guidata da Vivan Denon documentò i monumenti visibili, tra cui alcune catacombe? situato su una collina situata poco più a nord e di fronte alla città di Assuan. I successivi rapporti sull’esistenza di tombe in Europa furono forniti da JL Burckhardt. Nel 1819 furono pubblicati gli appunti di un viaggio che l’orientalista svizzero aveva compiuto sei anni prima nella Bassa Nubia. In essi veniva menzionata l’esistenza di tombe e templi su una collina di fronte ad Assuan. Passarono più di sessant’anni prima che si sentisse nuovamente notizia della necropoli. In quei decenni venne decifrata la scrittura geroglifica e furono create le prime cattedre di egittologia nelle università più prestigiose d’Europa, permettendo all’antico Egitto di emergere poco a poco dal mare nebbioso dell’ignoranza. I primi egittologi non si concentrarono sugli scavi archeologici ma sulla raccolta di dati e iscrizioni su monumenti privi di sabbia. Incredibilmente, gli scavi furono effettuati da tutti i tipi di persone che potevano permettersi le spese che ne derivarono. Sebbene nel 1858 Auguste Mariette fosse incaricato di dirigere il neonato Servizio delle antichità egiziane, la mancanza di specialisti permise agli appassionati di antichità di continuare gli scavi, anche se con un controllo crescente.
Nel 1892 Ernesto Schiaparelli iniziò gli scavi sul versante N.E. del Quebbet el-Hawa e poco dopo portò alla luce la tomba del governatore Herjuf, nella quale trovò alcune “mummie di epoca romana”, di cui da allora non si ha più notizia. Tuttavia Schiaparelli ha riportato alla luce una delle iscrizioni più importanti della storia dell’umanità. Sulla facciata della tomba erano stati incisi gli eventi che Herjuf considerò i più importanti della sua vita e che narravano principalmente i suoi viaggi nell’interno dell’Africa e che avevano come obiettivo principale l’instaurazione di rapporti commerciali con il Paese di Yam (Kerma). Di per sé, queste iscrizioni erano molto importanti, poiché menzionavano la dinamica situazione politica, in cui veniva rilevata la presenza di diverse società di capi e la loro interazione con lo Stato egiziano, nonché la composizione etnica della Bassa Nubia, fatti che, come sarebbe successivamente verificabili, non sono stati rilevabili da soli dalla cultura materiale rinvenuta nei numerosi siti della regione. Ma in più Herjuf fece riprodurre una lettera in cui il re Pepi II (2216-2153 a.C.) si rivolgeva al governatore per portare a corte il pigmeo che aveva portato in uno dei suoi viaggi. Ciò non è solo importante dal punto di vista che si tratta della più antica menzione di questo gruppo etnico umano che vive nell’attuale Camerun, ma dimostra le estese reti commerciali che già esistevano in Africa a quel tempo. Schiaparelli continuò il suo lavoro archeologico in un’altra tomba, anche se non sappiamo quale, poiché la descrizione che ne diede fu molto superficiale (forse la 102).
La parte testuale non è particolarmente abbondante, viste le condizioni della tomba. Oltre al nome del personaggio e dei suoi famigliari, sono inclusi alcuni titoli. Il testo è in grafia particolare che in alcuni punti si può considerare “fuori dalla norma” Sono omesse parole in certe frasi non so a che titolo, forse per abbreviare il tutto. La traduzione come al solito è personale.
NOTA: A proposito del titolo xtmty-nTr (vedi immagine), mi sono soffermato sulla traduzione: “tesoriere del dio”. Però possono essere adottate altre definizioni. Quello in immagine è ciò che propone il dizionario: An Index of Ancient Egyptian Titles, Epithets and Phrases of the Old Kingdom – Volume I – by Dilwyn Jones.
Parte Seconda
La tomba di Sobekhetep si trova a circa 30 metri a nord-ovest del piazzale di Mekhu e Sabni1. Poiché le tombe del livello inferiore tendono a essere più piccole di quelle del livello superiore, Sobekhetep è più difficile da distinguere da lontano. Le tombe vicine hanno facciate di altezza simile, e i rispettivi piazzali sono divisi da muri di pietra parzialmente costruiti, trasmettendo una sorta di unità visiva di questo gruppo, piuttosto che distinguerle singolarmente. Rimane tuttavia traccia di una rampa che dal bordo inferiore della scarpata conduceva dalla scarpata, direttamente nel piazzale della tomba di Sobekhetep, che potrebbe aver migliorato la visuale.
E’ proporzionalmente simile alle porte alte di Mekhu e Sabni1, ed è tagliata vicino al lato nord della facciata, all’interno di una stretta porta rettangolare. Due stele a forma di obelisco fiancheggiano entrambi i lati del portone, ma non ci sono tracce della porta. Non si hanno tracce di testi o immagini iscritte sulla facciata, né sono presenti rilievi sugli stipiti dell’ingresso che della tomba.
La tomba, di forma rettangolare ma irregolare, è significativamente più piccola della doppia tomba di Mekhu e Sabni1, ma con i suoi 90 metri quadrati è tra le tombe più grandi dell’Antico Regno, soprattutto quelle del secondo livello. La tomba di Sobekhetep è stata ampliata in una serie di fasi costruttive, iniziando solo con la zona intorno alla porta d’ingresso, per poi estendersi verso sud. Come tutte le tombe del secondo livello, il soffitto è molto più basso di quello delle tombe di Mekhu e Sabni1, raggiungendo poco più della metà della sua altezza (2,55 m). Lo spazio è è riempito da pilastri di forma approssimativamente rettangolare disposti in tre file che seguono la linea angolare della parete est. Le dimensioni dei pilastri variano e molti di essi non mantengono una superficie coerenti dal pavimento al soffitto. Gli angoli irregolari della della cappella e l’elevato numero di pilastri disposti in file ricurve, creano uno spazio affollato e in qualche modo disorientante, ma questo effetto è contrastato dall’asse primario del culto che va dall’ingresso alla falsa porta principale.
Parte Terza
Come nella tomba di Mekhu, la falsa porta di Sobekhetep è ricavata in una nicchia incassata nella parete ovest, proprio di fronte all’ingresso. Conserva uno spesso strato di bianco brillante, ma non sopravvivono né testi né immagini. L’imbiancatura è presente anche nell’area settentrionale della tomba, sui pilastri, sulle immagini e sulle superfici delle pareti. Concentrando questo strumento visivo nell’area tra l’ingresso e la falsa porta, la combinazione della luce solare che entra attraverso l’ingresso e le superfici imbiancate produce un’area luminosa dedicata al culto di Sobekhetep.
I quattro pannelli a rilievo dipinti che compongono il programma pittorico della tomba si trovano sui pilastri E4, E5 e M4 sul lato rivolto verso l’asse d’ingresso e sulla faccia est del pilastro M5. Tutti i pannelli ricevono luce diretta attraverso la porta, sono posizionati vicino o leggermente al di sopra del livello degli occhi e sono facilmente visibili dall’ingresso della tomba. Analogamente alla cappella della tomba di Mekhu, sono state trovate tracce di un muro parziale che blocca la vista della falsa porta, ma non dei quattro pannelli. Questa evidenza suggerisce, come per la tomba di Mekhu, una preoccupazione per la visibilità delle immagini, oltre che per la protezione visiva della falsa porta, indicando un possibile pubblico misto nella tomba. Sebbene la tomba di Sobekhetep sia relativamente grande, utilizza un piccolo programma di testo e di immagini che si concentra sul proprietario della tomba e su due sacerdoti di alto rango, Sobekhetep e Mekwt.
Il “supervisore dei sacerdoti ka” di rango superiore, Sobekhetep, appare sul pilastro E5 con la sua famiglia, e in A2 rialzato, che non è comune per i pannelli completi di figure offerenti dove è più spesso utilizzato per figure singole associate alle immagini del proprietario della tomba. Le posture e le offerte sono simili a quelle dei pannelli in stile Sunken A, a testimonianza dei legami tra i diversi stili e della probabile esistenza di influenze artistiche condivise o sovrapposte.
In diagonale rispetto all’asse del pilastro M4, il pannello che raffigura l'”ispettore dei sacerdoti ka” di rango inferiore, Mekwt, con la sua famiglia. Il testo relativamente lungo scritto sulla parte superiore del pannello si riferisce all’offerta dei sacerdoti ka sotto forma di cibo tramite uno dei tanti testi di questo tipo che si trovano in tutto il cimitero e che forniscono indicazioni sul ruolo dei culti ka nell’economia locale.
Parte Terza
Questa rappresentazione conclude l’illustrazione della parte pittorica della tomba. Quella presentata in copertina, è l’unica immagine che sono riuscito a trovare. Il testo geroglifico è rappresentato seguendo il testo in traduzione. Non ho altri riscontri.
Ricostruzione della parte a nord del complesso di Djoser, opera di Jean-Claude Golvin: la piramide sull’angolo del recinto è quella di Userkaf, fondatore della V dinastia, alla cui destra si trova quella di Teti, ed accanto ad essa sorge quella che alcuni studiosi attribuiscono a Menkauhor, settimo sovrano della V dinastia ed altri a Merikara, sovrano della X dinastia che regno’ sul nomo di Eracleopoli e fu sconfitto dal re tebano Antef II (notizie acquisite in Wikipedia)
Dopo aver visitato il complesso di Djoser, continuiamo lungo l’itinerario programmato per visitare l’immensa necropoli di Sakkara: siamo consapevoli che sarà impegnativo e che permetterà un semplice “assaggio” delle meraviglie del luogo, ma abbiamo letto abbastanza sulle varie tombe e approfondiremo ulteriormente al nostro ritorno. La prima tappa è a nord est della piramide a gradoni, ove Teti, fondatore della VI dinastia (secondo Manetone ferocemente assassinato dalle sue guardie del corpo) ed i suoi visir Mereruka, Kagemni e Ankhmahor costruirono le loro ultime dimore, seguendo l’esempio di Huni, che abbandonò Abusir dove avevano sede i complessi funerari della maggior parte dei sovrani della V dinastia.
L’accesso alla parte ipogea della piramide, che è quella collinetta che si nota sullo sfondo.
Il corridoio discendente grezzamente scavato nella roccia che conduce alle camere sotterranee
Particolare della parete del corridoio, pazientemente scalpellata dagli antichi operai
La parte finale del corridoio, in piano, che sbocca nella prima camera sotterranea della piramide, rivestito con lastre di calcare.
Normalmente i programmi dei viaggi organizzati dai tour operators prevedono la visita della piramide di Huni, predecessore e forse suocero di Teti, che è più piccola ma che segnò la scomparsa del culto solare che aveva assunto grande importanza con i suoi predecessori e che fu la prima le cui pareti furono incise con testi funerari, più precisamente rituali e incantesimi destinati a guidare attraverso l’Aldilà il re identificato con Osiride (i cosiddetti “testi delle piramidi”) ed il cui soffitto venne decorato con stelle.
L’accesso alla prima camera fotografato dalla seconda camera
L’accesso alla seconda camera
Parte del soffitto che rappresenta il cielo, una volta dipinto di blu e punteggiato di stelle gialle
La nicchia in fondo alla teoria di stanze che contiene il sarcofago del sovrano
Noi l’avevamo già vista in passato, quella di Teti è del tutto analoga e la nostra scelta ci ha permesso di evitare la coda all’ingresso. La parte esterna della piramide è oggi ridotta ad un cumulo di rovine, ma tutta la parte ipogea, che è simile a quella di Unis, è in perfette condizioni.
Il sarcofago in basalto all’interno del quali sono stati ritrovati frammenti di una mummia, forse proprio quella di Teti.
Particolare della parete; si nota ripetuto più volte il cartiglio di Teti
Particolare della parete: si nota sulla destra il cartiglio con il nome di Teti
IL TESTO COMPLETO DEL “DECRETO DEL CANOPO”, GENTILMENTE FORNITO DA ALBERTO ELLI, È DISPONIBILE QUI
THE COMPLETE TEXT OF THE “CANOPUS DECREE”, KINDLY PROVIDED BY ALBERTO ELLI, IS AVAILABLE HERE
The Canopus Decree is part of a series of bilingual inscriptions inserted in three scripts hieroglyphs, demotic and Greek.
The most famous is the Rosetta Stone, which provided the key to deciphering hieroglyphs in 1822. This Canopus Decree records a great assembly of priests held at Canopus on 7 March 238 BC in honour of Pharaoh Ptolemy III Euergetes, his wife Queen Berenice II, and their daughter Princess Berenice.
It discusses topics such as military campaigns, famine relief, Egyptian religion, and governmental organisation in Ptolemaic Egypt.
It also mentions the king’s donations to the temples and his support for ancient cults, and states that the stela should be erected in all temples of first, second and third rank.
Lo spaccato della Tomba a sud; la visita si chiude in fondo al pozzo sepolcrale, qui non visibile, che ospita sul fondo il sarcofago di colore rosa; dalla camera sepolcrale si dipartono gli altri corridoi e cunicoli restaurati ma non visitabili
Cliccate su questo link: potrete visitare con noi virtualmente questo incredibile monumento, grazie al filmato del Ministero del Turismo e delle Antichità Egiziano.
Nel 2021 nel complesso di Djoser è stata riaperta al pubblico la cosiddetta “tomba a sud”, sita proprio di fronte alla piramide, nell’angolo sud-est del cortile, addossata al recinto; essa ha la struttura esterna di una mastaba circondata da un muro a facciata di palazzo con false porte, oggi ricostruito, la cui sommità è decorata con una fila di urei, simbolo della dea Wadjet, protettrice del sovrano.
Lo spaccato della Tomba a sud; la visita si chiude in fondo al pozzo sepolcrale, qui non visibile, che ospita sul fondo il sarcofago di colore rosa; dalla camera sepolcrale si dipartono gli altri corridoi e cunicoli restaurati ma non visitabili. Foto di pubblico dominio.
Il cuore della struttura è costituito da un pozzo funerario profondo 28 metri ed oggi a cielo aperto, con un sarcofago sul fondo del tutto identico a quello sito nella piramide, dal quale si dipartono corridoi che conducono ad ambienti analoghi ma di minori dimensioni rispetto a quelli della piramide principale.
Particolare della decorazione di cobra sul muro interno del complesso funerario. Foto: Mstyslav Chernov
Il fondo del pozzo si raggiungeva in origine tramite un corridoio discendente posto sul lato ovest che era interrotto a circa metà del suo tragitto una galleria rettangolare lunga circa 30 metri, nella quale si sono rinvenuti vasi in terracotta ed in pietra, una slitta di legno, una cassa di legno ed una serie di pali di un baldacchino ancora con tracce di foglia d’oro.
Il magnifico muro di cinta esterno del complesso, all’altezza della Tomba a sud. Foto: kairoinfo4u
Oggi è stata realizzata una suggestiva scalinata in pietra che conduce ad un’apertura e ad un corridoio anch’essi scavati nella roccia e poi ad una serie di gradini in tubolari di metallo che permettono di scendere fino al sarcofago cubico, anch’esso in granito, nel quale, forse, venivano collocate la cassa canopica ed una statua che rappresentava il Ka del sovrano.
Le scale che conducono alla Tomba sud: pur essendo moderne, sono veramente scenografiche
L’uscita del corridoio e la struttura di scale realizzata con tubolari d’acciaio, che portano in fondo al pozzo a cielo aperto
Il sarcofago di granito rosa nella camera sepolcrale in fondo al pozzo. La visita autorizzata termina qui. Adesso vi mostro cosa ci perdiamo….
Purtroppo anche qui, nonostante si paghino altre 100 Egyptian Pounds per l’ingresso, i meravigliosi corridoi e le stanze annesse, splendidamente restaurate, non sono visitabili: alcune zone sono decorate con piastrelle verde – azzurre in faience disposte in modo da simulare un graticcio di canne, e sulle pareti di una stanza sono visibili tre rilievi del re intento ad eseguire la corsa della festa Heb-Sed, tant’è che questa tomba viene anche interpretata come il primo abbozzo della “piramide secondaria”.
Un corridoio decorato come quelli della piramide a gradoni, Foto da Mediterraneo Antico
Una delle nicchie del corridoio, con l’architrave e gli stipiti decorati da geroglifici di bellissima fattura che racchiudono un’immagine del Sovrano.
L’architrave recante i titoli del re: L’ape e il carice, che significavano Re dell’Alto e del Basso Egitto, e le “Due signore” sopra il segno neb, ossia la dea avvoltoio Nekhbet e la dea cobra Wadjet che proteggevano il sovrano e rappresentavano le Due Terre.
Un’altra nicchia con l’immagine del Sovrano. La struttura cilindrica sotto l’architrave rappresenta una stuoia di giunchi arrotolata, che veniva solitamente posta davanti all’ingresso delle case.
Questa sepoltura era probabilmente un cenotafio, in quanto era tradizione arcaica che il re avesse due tombe, una effettiva a Sakkara, l’altra simbolica ad Abido, che rappresentavano rispettivamente l’Alto e il Basso Egitto; la costruzione delle due tombe nel medesimo complesso segna l’unificazione delle Due Terre sotto la guida dello stesso sovrano.
Fotografia d’epoca raffigurante la slitta ed i vasi rinvenuti nella grande camera che si trova a metà del corridoio d’accesso.
Foto d’epoca raffigurante l’architrave di una nicchia con i titoli del re e la decorazione a forma di stuoia arrotolata
L’immagine di Djoser che compie la corsa rituale in occasione della sua festa di Heb-Sed
Detail of the Gilded Wooden Throne of Tutankhamun.
One of the two lion heads on either side of the front.
Dynasty 18, reign of Tutankhamun, ca. 1336-3327 BC
wood, Gold Glass, Carnelian
Tomb of Tutankhamun, Antechamber JE 62028-SR 1/881-Carter 91
The rich decoration and the unparalleled craftsmanship of this piece make the throne of Tutankhamun one of the most iconic artifacts known from ancient Egypt. The piece was extensively re-worked after its original manufacture, and it has been speculated it may originally have been made for Akhenaten. In any case, its current form dates to the earliest years of Tutankhamun, the back panel still bearing traces of both the king’s birth name, Tutankhaten (The Living Image of the Aten) and his queen’s birth name, Ankhesenpaaten (Her Life is Aten). Icons of the Amarna period are still to be seen on the throne, in particular the sun-disk that dominates the main scene: less obviously, flying ducks among the marshes on the rear of the backrest are typical of the period. Underneath the Aten, Tutankhamun is shown lounging on his throne while Ankhsenamun applies perfume from a cup she holds to his left shoulder. The winged cobras that make up the armrests, the two lion heads on either side of the front, and the cobra frieze on the rear served as insignias of protection for the reigning pharaoh. Between the legs of the chair the sema-tawy motif was formerly present. The intertwined lotus and papyrus stalks symbolized the unified Upper and Lower Egypt resting beneath the sovereign pharaoh. The accompanying footstool in the display was found on the seat between the armrests and is presumed to have originally been used with this throne.