Particolare di un portatore di offerte; egli tiene in mano un vaso per le libagioni, fiori di ninfea e ombrelli di papiro. FOTO DA INTERNET. SE L’AUTORE LA RICONOSCESSE COME PROPRIA, ME LO SEGNALI E PROVVEDERO’ A SOSTITUIRLA O AD ATTRIBUIRE IL DOVUTO CREDITO.
Lasciata la mastaba di Ti raggiungiamo nuovamente il viale d’ingresso del Serapeum e ci dirigiamo verso l’area delle tombe del Nuovo Regno imboccando il sentiero parallelo al viale delle sfingi ed una stradina che porta verso sud e che in breve conduce alla mastaba di Akhtihotep e di suo figlio Ptahhotep Tshefi, che vissero attorno al 2400 a. C..
Uno scriba al lavoro: egli ha con sè la sua attrezzatura, costituita da un astuccio lungo e stretto nel quale conserva le cannucce che adopera per scrivere e delle “pastiglie” di colori solidi; come si usa fare anche oggi, tiene due “penne” dietro l’orecchio. FOTO DA TUMBLR. SE L’AUTORE LA RICONOSCESSE COME PROPRIA, ME LO SEGNALI E PROVVEDERO’ A SOSTITUIRLA O AD ATTRIBUIRE IL DOVUTO CREDITO.
Questa visita in realtà non era prevista nel nostro programma, ma passiamo proprio davanti al complesso, per cui non resistiamo ed entriamo per dare un’occhiata veloce e scattare qualche fotografia. Potrete trovare sul nostro sito un ampio articolo e belle immagini pubblicate da Ivo Prezioso a questo link:
Quattro servi stanno costruendo una barca di papiro, legando strettamente insieme i giunchi con delle corde vegetali. FOTO DA INTERNET. SE L’AUTORE LA RICONOSCESSE COME PROPRIA, ME LO SEGNALI E PROVVEDERO’ A SOSTITUIRLA O AD ATTRIBUIRE IL DOVUTO CREDITO.
Una processione di portatori di offerte: fiori, frutta, verdure, anatre già pronte per la cottura, anatre e oche vive, tessuti, vasi, pane, un orice, un’antilope, un ibex ed un bue legati con una corda. FOTO MIA
Un’altra processione di offerenti. FOTO MIA
Questa tomba appartiene a due alti dignitari e fu scoperta nel 1950 da Mariette in una depressione posta nei pressi della strada processionale che univa il tempio a valle di Unis alla sua piramide, a circa 200 metri dalla stessa.
Akhtihotep fu visir di Djedkara Isesi oltre che supervisore delle tesorerie, degli scribi dei documenti del re e dei granai, e sia lui che il figlio Ptahhotep Tshefi (o Ptahhotep II, per distinguerlo dall’omonimo e famoso nonno, titolare dell’adiacente mastaba D62) rivestirono il prestigioso ruolo di ispettori dei sacerdoti delle piramidi di Abusir durante il regno di tre sovrani, a cavallo tra la IV e la V dinastia.
Il defunto davanti alla tavola delle offerte, mentre annusa l’inebriante profumo di un unguento pregiato. FOTO MIA
Ptahhotep Tshefi inoltre è ritenuto l’autore del testo noto come “Massime di Ptahhotep”, una serie di consigli saggi impartiti da un padre al figlio e che l’estensore, per conferirgli maggiore autorevolezza, attribuisce all’avo, anch’egli visir di Djedkara Isesi.
Il cartiglio di Isesi, il sovrano sotto il quale, probabilmente, Ptahhotep II vide decollare la sua carriera. FOTO MIA
La mastaba D64 comprende due spazi decorati a nome di Akhtihotep ed uno a nome di Ptahhotep: i rilievi sono vivissimi, ed hanno in buona parte mantenuto la brillantezza dei colori originari; come gli altri già visti nelle altre tombe, mostrano scene di portatori d’offerta, di presentazioni di animali, di mietitura, di caccia con la rete, di costruzione di barche di papiro e di vita dei defunti, raffigurati seduti davanti al tavolo d’offerte, mentre fanno la manicure e assistono ad un concerto, durante banchetti o sacrifici, mentre cacciano.
Un musicista suona il suo strumento, mentre il suo compagno sembra stia battendo il tempo con le mani. FOTO DA INTERNET
Una scena di caccia nel deserto: due cani addestrati (notate il collare) hanno aggredito un orice e un ibex facendoli cadere a terra ed azzannandoli alla nuca mentre due antilopi brucano tranquillamente. Nella parte superiore della scena una mangusta sta entrando nella propria tana.
Vi propongo qui le fotografie che abbiamo scattato in loco, insieme ad altre molto belle trovate in rete.
Recentemente il Museo Egizio di Torino ha pubblicato un post sul pilastrino “djed” (raffigurante la colonna vertebrale e le costole di Osiride) trovato nella tomba di Nefertari da Schiaparelli, uno dei pochi reperti ritrovati nella tomba della Regina.
L’amuleto “djed” di Nefertari esposto recentemente a Vicenza prima che rientrasse “in sede” a Torino. Foto di Patrizia Burlini
Come paragone ed approfondimento, questo era lo stesso tipo di amuleto ritrovato nella tomba di Tutankhamon (Carter 260), fotografato da Burton ancora nella sua collocazione originale.
Si trova oggi conservato al Museo Egizio del Cairo, con il numero di inventario JE 61378
Il pilastrino djed di Tutankhamon a Museo Egizio del Cairo, inv. JE 61378 / Carter 260. Foto di Alain Lecler (purtroppo scomparso nel 2020) – Institut Français d’Archéologie Orientale
È in legno, alto 9.2 cm, originariamente placcato in oro, e la sua “funzione” era iscritta sulla sua base:
<<Questa formula deve essere pronunciata su un amuleto “djed” in smalto, le cui traverse siano d’oro puro, ricoperto di lino reale e su cui sia stato versato dell’olio. Deve essere fissato su un mattone di argilla cruda, [sul quale sia stata incisa questa formula], inserito in un foro fatto per esso nel muro occidentale [della tomba], e deve essere rivolto ad oriente coperto con la terra che si trovava sotto un albero “aaru”>>.
Il riferimento è quello del Capitolo 151 del Libro dei Morti, in cui si parla del quattro mattoni magici che dovevano essere presenti nella camera sepolcrale. L’incantesimo riferito al pilastro djed suona più o meno così, “interpretando” la traduzione letterale:
“O tu che ti avvicini per incontrarmi
Coperto da un velo illuminato dal tuo viso
Io sono colui che si erge dietro il pilastro djed
Io sono davvero colui che si erge dietro il pilastro djed, il giorno in cui si respinge il massacro.
Io sono il protettore di Osiride” (fonte: University College di Londra)
Curiosamente, però, l’amuleto “djed” nella tomba di Tutankhamon era inserito nella parete sud (non ovest), all’altezza della testa del sarcofago in granito.
La parete sud della camera sepolcrale di Tutankhamon. Il cartellino con il numero 260 indica la nicchia ancora chiusa ed intonacata dove verrà ritrovato l’amuleto
L’AMULETO DJED
All’interno della camera sepolcrale di Tutankhamon non c’era soltanto l’amuleto “djed” del mattone magico celato nella parete sud ma anche un secondo amuleto (Carter 250), più grande, lasciato dai sacerdoti che officiavano i riti funebri tra il sarcofago in quarzite di Tutankhamon ed il quarto sacrario, quello più interno.
Secondo Wilkinson, faceva parte del rito finale legato alla nuova vita del Faraone dopo la sua deposizione nel sarcofago.
Alto 56 cm e largo 20, in legno dipinto, aveva ancora sulla base un perno che suggerisce potesse essere inserito su un supporto.
Era appoggiato al lato sud del sarcofago, rivolto verso la parete che celava il mattone magico con l’altro amuleto “djed”, quasi a stabilire una connessione che richiama l’unione del “ba” con il corpo del defunto descritta nel Libro delle Porte.
Il pilastro djed davanti al sarcofago in quarzite di Tutankhamon
In quest’ottica, il posizionamento del mattone magico nella parete sud (di solito era posizionato in quella rivolta a ovest) non sarebbe un errore ma un legame con il suo “corrispettivo” appoggiato al sarcofago.
Ricordiamoci infatti che le nicchie dei mattoni magici venivano scavate DOPO la sepoltura; ne abbiamo conferma dalla presenza nelle nicchie stesse di residui del colore delle decorazioni esterne. Le nicchie venivano poi chiuse ed intonacate con colori simili ma chiaramente distinguibili a distanza di millenni.
Foto: dove non diversamente specificato da The Griffith Institute – University of Oxford
In copertina: i pilastri djed nella camera sepolcrale di Nefertari, foro kairoinfo4u
L’ingresso a pilastri che immette nel cortile porticato della mastaba Foto mia
Usciti dal Serapeum ripercorriamo a ritroso per un breve tratto il Viale delle Sfingi per poi svoltare a sinistra e seguire la strada verso la mastaba di Ti e della sua famiglia (la moglie Neferhetepes e i suoi quattro figli), che sorge a circa cento metri a nord ovest dalla Piramide a gradoni; la visita è irrinunciabile anche se ci siamo già stati perchè è ricca di dettagli e si scoprono sempre scene nuove.
La statua di Ti visibile attraverso la fessura del serdab. Foto mia
Essa fu scoperta da Mariette nel 1860 e si trova sotto il livello del suolo perchè nel corso dei secoli è stata sepolta dalla sabbia che l’ha preservata in ottime condizioni; pur essendo molto più piccola di quella di Mereruka è di grande impatto perchè ha ancora il cortile porticato antistante ed il serdab ed i rilievi ancora in buona parte integri su buona parte delle pareti.
Uno dei corridoi riccamente decorati. FOTO DI ALDO VITRO’
Vi entriamo con reverenza ed attraversato il cortile veniamo accolti dallo stesso Ti (più esattamente dal suo Ka), che da 4.500 anni in forma di statua osserva il visitatore da una lunga fessura del serdab posto sull’angolo destro in fondo al portico: guardate sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/2023/11/10/serdab-statue-of-ti/ e troverete una notevole immagine di questa statua scattata e commentata da Jacqueline Engel.
Una delle false porte di Ti FOTO DI SILVIA VITRO’
Egli sembra sorvegliare attentamente chi osa presentarsi al suo cospetto e nella sua fissità ha un atteggiamento altero: visti il suo potere e la sua ricchezza poteva ben permetterselo!
La cattura degli uccelli con la rete. Nel registro in basso si vede il sovrintendente che dà il segnale di tirare la fune per chiudere la rete. FOTO MIA
La cattura degli uccelli con la rete: gli uomini a terra, al segnale del loro capo, in piedi, tirano energicamente le funi per far richiudere la rete sugli uccelli che vi si sono posati. FOTO MIA
Ti infatti era un altissimo funzionario che visse verso la metà della V dinastia, salì i gradini della sua strepitosa carriera al servizio di quattro sovrani (Neferirkara Kakai, Shepseskara, Neferefra e Niuserra) e pur non essendo di nobili origini sposò la principessa reale Neferhetepes. Nella mastaba sono scolpiti i suoi numerosi titoli sia civili che religiosi, che ne testimoniano la posizione sociale molto elevata e la grande influenza che gli derivava dalla vicinanza con il re: era definito, tra l’altro, “Amico Unico del Faraone”, “Amministratore del palazzo”, “Capo dei parrucchieri del re”, “Sacerdote ritualista” e risulta essere stato fu sovrintendente delle piramidi di Neferirkare e Niuserre e dei templi solari di Sahure e Neferefra.
Dopo aver falciato il grano, i contadini preparano ed ammucchiano i covoni (sotto) e poi, dopo averli messi nei sacchi hanno caricato gli asini per il trasporto. Un sacco è caduto a terra e gli uomini stanno cercando di rimetterlo sulla groppa del povero animale. Delizioso è l’asinello davanti alla fila che precede la madre (sopra). Foto di Kairoinfo4u, da Flickr
Le parte ipogea della tomba, che si raggiunge da una scala nel centro del cortile, non è visitabile, ma i due corridoi interni, l’ambiente successivo e la cappella per le offerte, interamente decorate, portano il visitatore a fare un viaggio a ritroso nel tempo, ricostruendo come in un gigantesco diorama la vita che si svolgeva lungo le rive del Nilo nel corso della V dinastia.
Tre contadini dissodano il terreno con la zappa e dietro di loro un terzo semina. Foto di Kairoinfo4u, da Flickr
Ti appare in tutta la sua grandezza (non solo metaforica, in quanto è raffigurato in dimensioni reali accanto agli altri personaggi minuscoli) mentre osserva il lavoro dei suoi servi (contadini, mandriani, macellai, carpentieri navali, scultori, ebanisti, vasai, orafi….) e le processioni di offerte che provengono dai suoi domini.
Gli impiegati amministrativi di Ti: uno scriba con in mano il suo materiale scrittorio ed altri due con il loro papiro già compilato (o da compilare). Foto di kairoinfo4u, da Flickr
Anche con riferimento alla Mastaba di Ti mi limiterò a proporvi alcune tra le foto che ho scattato, non bellissime perchè gli ambienti sono lunghi e stretti e poco illuminati: sul nostro sito, al link seguente, potrete trovare un dettagliatissimo articolo scritto da Andrea Petta e Grazia Musso, con un bel repertorio fotografico https://laciviltaegizia.org/2021/03/06/la-mastaba-di-ti/
I mandriani guadano il Nilo con la mandria. Il fiume è rappresentato come una striscia blu. caratterizzata da incisioni a zig zag, che danno l’impressione del movimento e del fluire dell’acqua. FOTO DI KAIROINFO4U DA FLICKR
Entrando nella mastaba di Ti l’occhio del visitatore è catturato dalla magnificenza del complesso architettonico e dall’insieme delle immagini, che coprono interamente le alte pareti, ma spesso gli sfuggono mille piccoli particolari di una suggestività unica.
Ne ho trovati alcuni in rete, che vi propongo qui: la scena con l’asino in primo piano è proprio divertente!
Questa scena divertente descrive gli sforzi dei contadini per convincere un asino recalcitrante a lasciarsi caricare con i covoni di grano da portare verso i magazzini. Sulla sinistra un servo ha in mano un sacco enorme pieno di covoni, che sembra uno scudo verticale, che dovrà essere caricato sul dorso dell’asino. Il conducente dell’animale, davanti a lui, sembra avere fretta ed è irritato perchè l’asino è recalcitrante, gli afferra con la mano sinistra la zampa anteriore destra tesa mentre con la mano destra gli torce l’orecchio, esclamando: “Accettalo!” (il carico). L’uomo dietro è ancora più furioso e sta per colpire con il suo bastone il povero somarello, insultandolo pesantemente: “Indossalo (il sacco), stronzo!”. FOTO DA OSIRISNET
Questa scena è tenerissima: il somarello precede la fila degli asini che trasportano i sacchi di grano per stare vicino alla sua mamma, che è la prima del gruppo. FOTO DA OSIRISNET
Il supervisore bastonato: gli egizi erano molto ironici, e spesso aggiungevano scene simpatiche alle decorazioni parietali, rese ancora più vivide dall’aggiunta di frasi illustrative, come se fossero dei fumetti. Questa scena, nella quale si vede “Il guardiano Iunenek” che bastona un “Capo del magazzino” forse è stata inserita dallo stesso decoratore della parete per vendicarsi di quest’ultimo che a sua volta lo aveva percosso. FOTO DA OSIRISNET
L’offerente: questa giovane proviene da una delle fattorie di Ti, e porta i prodotti delle sue terre. Indossa un lungo abito trasparenti sbracciato, bracciali ai polsi ed un bel collare a più fili. Con un braccio sorregge sulla testa un cestino pieno di frutta e con l’altra tiene in braccio un piccolo di gazzella. FOTO: DA TUMBLR
Vi trascrivo anche un breve frammento tratto dalla cronaca di viaggio di Amelia Edwards, l’egittologa inglese di cui vi ho già parlato, che ci dà un’idea delle sensazioni suscitate dalla tomba all’indomani della sua scoperta, non dissimili da quelle che ancora oggi offre ai visitatori.
“Da qui (ndr dal Serapeum), attraverso uno spazio di sabbia più lontano, ci recammo nella luce di mezzogiorno alla tomba di un certo Ti, un sacerdote e cittadino comune della quinta dinastia, che si sposò con una signora di nome Nefer-hotep-s, nipote di un Faraone, e qui si costruì una magnifica tomba nel deserto.
Della facciata di questa tomba, che in origine doveva avere l’aspetto di un tempietto, restano solo due grandi pilastri. Segue un cortile quadrato circondato da un colonnato senza tetto, da un angolo del quale un passaggio coperto conduce a due camere. Al centro del cortile si apre una fossa aperta profonda circa venticinque piedi, con un sarcofago frantumato appena visibile nell’oscurità della volta sottostante. Qui tutto è pietra calcarea…
Nel passaggio dove c’è ombra, e nella grande camera, dove è così buio che possiamo vedere solo con l’aiuto di candele accese, troviamo una successione di bassorilievi così numerosi e così fitti che ci vorrebbe mezza giornata per vederli bene. Disposte in linee orizzontali parallele a circa un piede e mezzo di profondità, queste straordinarie immagini, fila dopo fila, coprono ogni centimetro di spazio della parete dal pavimento al soffitto… La superficie, ricoperta da una sottile pellicola di cemento finissimo, ha qualità e lucentezza come l’avorio. Le figure misurano un’altezza media di circa dodici pollici e sono tutte colorate.
Qui, come in un libro aperto, abbiamo la biografia di Ti. Tutta la sua vita, i suoi piaceri, i suoi affari, le sue relazioni domestiche, ci vengono presentati … con fedele semplicità…
Ti era un uomo ricco e la sua ricchezza era di tipo agricolo. Possedeva greggi, armenti e vassalli in abbondanza. Teneva molte specie di uccelli e di animali: oche, anatre, piccioni, gru, buoi, capre, asini, antilopi e gazzelle. Amava la pesca e l’uccellagione, e talvolta andava a caccia di coccodrilli e ippopotami, che ai suoi tempi scendevano fino a Menfi. Era anche un marito gentile e un buon padre e amava condividere i suoi piaceri con la sua famiglia. Qui lo vediamo seduto in pompa magna con la moglie e i figli, mentre davanti a loro si esibiscono cantanti e ballerini professionisti.
Laggiù escono insieme e osservano i servi della fattoria al lavoro, e osservano l’arrivo delle barche che portano a casa i prodotti delle terre più lontane di Ti. Qui le oche vengono ricondotte a casa; le mucche attraversano un guado; i buoi arano; il seminatore sparge il suo seme; il mietitore usa la falce; i buoi pestano il grano; il mais viene conservato nel granaio… Ti ha i suoi artigiani nella sua tenuta e tutti i suoi beni e beni mobili sono fatti in casa. Qui i falegnami stanno costruendo nuovi mobili per la casa; i maestri d’ascia sono impegnati su nuove barche; i vasai modellano i vasi; gli orafi fondevano lingotti d’oro rosso. È evidente che Ti viveva come un re entro i suoi confini. Anche lui costituisce una figura imponente in tutte queste scene e, essendo rappresentato circa otto volte più grande dei suoi servi, siede e sta in piedi come un gigante tra i pigmei. Sua moglie (non dobbiamo dimenticare che era di sangue reale) è grande quanto lui; e i bambini sono raffigurati grandi circa la metà dei loro genitori…
…nulla può essere più naturale del disegno, o più vivace dell’azione, di tutti questi uomini e animali. I movimenti più difficili e transitori sono espressi con magistrale certezza. L’asino scalcia e raglia, il coccodrillo si tuffa, l’anitra selvatica si alza in volo…
Le forme, che non hanno nulla della rigidità convenzionale delle successive opere egiziane, sono modellate in modo rotondo e audace, ma rifinite con squisita precisione e delicatezza. La colorazione, invece, è puramente decorativa; ed essendo applicate in singole tinte, senza alcun tentativo di gradazione o ombreggiatura, nasconde piuttosto che esaltare la bellezza delle sculture. Questi, infatti, si vedono meglio dove il colore è completamente cancellato. Le tinte sono ancora piuttosto brillanti in alcune parti della camera più grande; ma nel corridoio e nel cortile, che sono stati scavati solo da pochi anni e che di giorno in giorno si tengono a fatica sgombrati, non è rimasta alcuna traccia di colore.
Questa tomba, come abbiamo visto, è costituita da un portico, un cortile, due camere e una volta sepolcrale; ma contiene anche un passaggio segreto del tipo noto come “serdab”…
Venti statue di Ti furono trovate qui murate nel serdab della sua tomba, tutte rotte tranne una: una figura vivace in pietra calcarea, alta circa sette piedi, e ora nel museo di Boulak. Questa statua rappresenta un bel giovane con una tunica bianca, ed è evidentemente un ritratto. I lineamenti sono regolari; l’espressione è bonaria; tutto il giro della testa è più greco che egiziano. L’incarnato è dipinto di una tinta giallastra di mattone, e la figura sta nel consueto atteggiamento ieratico, con la gamba sinistra avanzata, le mani serrate e le braccia tese lungo i fianchi. Sembra di conoscere Ti così bene dopo aver visto le meravigliose immagini nella sua tomba, che questa affascinante statua interessa come il ritratto di un amico familiare”.
FONTI:
OSIRISNET
EDWARDS A., A thousand miles up the Nile, 1831, cit.
Ankhet’s sarcophagus is decorated with images and texts that will allow her to breathe again in the afterlife.
The human headed bird across her chest is Ankhet’s ba, or soul, which travels between the worlds of the living and the dead.
It grasps symbols of eternal life, such as masts and sails representing wind and air, and the ankh-sign representing life.
Book of the Dead spell 191, inscribed in hieroglyphs, describes bringing the ba removing the shades.
Below, the four winds are depicted as ram-headed creatures bringing life-giving air from all directions. Underneath, the god of the afterlife, Osiris, reclines on a bed and the sun god Ra is barn from a lotus flower, flanked by three gods holding a mast.
This statue, found at Saqqara, came from the tomb of Kaaper and depicts him in his youth as a toll slim young man.
The statue would have stood at the back of the offering chapel in his tomb along with the other statue of Kaaper.
Next to him: Upper part of statue of wife of the chief lector priest Kaaper, called ‘Sheikh El-Balad
This statue was discovered in the same mastaba as the statue of Kaaper.
It is therefore thought to belong to his wife.
It shows a woman with a wig with a straight hairstyle and central parting.
She wears a tight dress and the usekh, a wide collar, which are both typical of Old Kingdom fashion.
His mastaba, a flat-roofed tomb (named “Saqqara C8”) was discovered by Auguste Mariette in the Saqqara necropolis, just north of the Step Pyramid of Djoser.
La tavola d’offerta. Foto di Christian Mariais da osirisnet.net
Al momento della scoperta, le cappelle e il sito sono stati fotografati dal fotografo della spedizione Mohamadani, al quale si devono quasi tutte le fotografie illustrate. I disegni al tratto dei rilievi di Qar in situ, sono stati realizzati da Hansmartin Handrick, e successivamente corrette da Stevenson Smith nel 1951. Ridisegnati poi da Suzanne Chapman nel 1974 in “The mastabas of Qar and Idu, G7101 and 7102.” di William Kelly Simpson.
Questa tavola contiene un N° impressionante di offerte che vale la pena contare. Provateci.
Il tutto sembra una pura e semplice elencazione, ma non è così. L’elenco e composto da 99 caselle. Sotto ogni parola sono raffigurate delle stanghette a indicare numericamente la quantità. Sotto alle stanghette è raffigurato un uomo nell’atto di compiere l’offerta. In mano porta il recipiente adatto all’offerta: vaso specifico o vaso sovrastato da indicazione a disegno dell’offerta es. un volatile o un pane. Da una analisi comparata su altre tavole dell’antico Regno, non ho rilevato offerte di pesci. Strano perché il pesce era la fonte primaria di sostentamento.
Le tavole d’offerta, in raffigurazione pittorica, in incisione e in forme e dimensioni diverse, compaiono a partire dall’antico regno. La cosa più semplice per offrire una offerta era un tappetino con sopra una pagnotta di pane. L’evoluzione culturale e religiosa, li ha trasformati in “tavoli” delle offerte, scolpiti o dipinti con immagini di offerte tipiche, come pane, birra, carni e pollami. Se la famiglia non avesse più fatto offerte, si pensava che le immagini delle offerte avrebbero sostenuto il defunto.
Le “tavole” consistono in una elencazione di vari prodotti della vita quotidiana raffigurati in immagine e/o in forma scritta (Testo geroglifico) davanti o in prossimità del personaggio a cui sono dedicate o in manufatti appositi, di varie forme ritrovate in varie tombe. Il N° di queste offerte è estremamente variabile. Parte da poche rappresentazioni fino ad arrivare ad elenchi che ne contengono più di cento. In appositi riquadri o caselle è scritto il nome dell’offerta e la quantità in valore numerale: i, 2, ecc. In aggiunta viene accompagnato il disegno con la rappresentazione della categoria a cui si riferisce (es. pollame, carne, spezie, ecc.).
Un’altra aggiunta può essere la rappresentazione reale di un uomo in offerta di quel particolare prodotto
La disposizione delle offerte, a un primo impatto visivo, sembra non avere un senso logico ma può sembrare solo un insieme di elencazioni di offerte, raggruppate tra loro per affinità.
Esiste invece un preciso ordine che riguarda praticamente tutte le rappresentazioni con le simili quantità di offerte.
L’inizio della rappresentazione è sempre preceduta da due caselle che non sono offerte vere e proprie, ma rappresentano (in forma scritta) due atti di purificazione. Il primo con abluzione di acqua e il secondo con fumigazione d’incenso.
Dopo le due parole che indicano una purificazione con acqua e incenso, sono elencati i sette oli sacri.
Questi erano utilizzati nella preparazione del cadavere, per la mummificazione o per ungere occhi e/o bocca del corpo o della statua del defunto durante il “Rituale dell’apertura della bocca”.
Nelle tavole d’offerta reali, in corrispondenza con il nome dell’olio era ricavata una coppella dove l’olio era realmente versato. (vedi foto sotto)
Tutte le versioni delle tavole sono concordi nell’elencare i sette oli. (in molte varianti di scrittura).
Questa ulteriore serie di offerte (mediamente otto), segue l’elenco degli oli e appartengono a diverse categorie.
Tutte però sembrano determinare una sorta di indicazione che sono usate verso la persona, nel senso di tolettatura personale, o alla purificazione delle strutture funerarie.
Ad es:
le creme per il trucco degli occhi, le stoffe/abiti, per la persona.
L’incenso, il natron, tavolo d’offerta, preparazione ambiente e purificazione.
Offerta al re, offerta nell’ampia sala a un luogo e a una simbolica citazione al re in quanto dio ?
In immagine elenco da tre tavole d’offerta ricavate da materiali diversi e di forma tondeggiante.
Con questa ultima parte termina l’analisi della parte preliminare delle tavole d’offerta. Si tratta di una casella unica, posizionata in modo categorico in diciottesima posizione.
In realtà, questo elemento è un invito al defunto a sedersi alla sua tavola d’offerta, e logicamente, seguire la presentazione successiva del tavolo dove sono elencati i cibi e/o altro. Per quanto ne so, non compare in nessuna lista prima della seconda metà della quarta dinastia.
Per chi vuole scaricare la versione PdF, questa è già inserita grazie ad Andrea nella pag. Web del gruppo al link indicato.
Usciti dalla mastaba di Mereruka ci portiamo nell’area ad est della piramide di Djoser percorrendo la strada che conduce al Serapeum, in passato fiancheggiata da Sfingi.
Del maestoso viale si era persa ogni traccia fino al 1850, quando Auguste Mariette scoprì una sfinge sepolta nella sabbia e si rammentò che il geografo greco Strabone aveva segnalato l’esistenza, in quella zona, del Serapeo e di un viale di Sfingi.
Una delle sei sfingi che fiancheggiavano il viale d’accesso al Serapeum, oggi al Louvre.
In effetti, confidando nelle indicazioni trovate nel testo antico, Mariette cominciò a scavare e portò alla luce il viale e moltissime sfingi (sei delle quali si trovano ora al Louvre), una serie di statue di filosofi e poeti greci ora in assai misere condizioni, il tempio di Serapide e le catacombe sotto di esso note come “Serapeum”.
L’ingresso del Serapeum
Il Serapeum custodisce gli immensi sarcofagi nei quali da Amenhotep III fino ai Tolomei vennero sepolti i tori Apis, sacri a Ptah: mi limiterò a brevi osservazioni ed a pubblicare le fotografie che abbiamo scattato in occasione della nostra visita, in quanto potrete trovare un’ampia trattazione a cura di Andrea Petta sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/2021/02/23/il-serapeum-e-i-suoi-misteri/
Uno dei sarcofagi con il coperchio appena spostato.
Il pesante coperchio di un sarcofago posto a parziale chiusura di un corridoio laterale
Oggi l’asse centrale del Serapeum è stato restaurato in modo egregio e le parti visitabili (il vestibolo ed il grande corridoio) sono di notevole impatto e molto ben illuminati, anche se hanno perso l’atmosfera dark che dovevano avere un tempo, quando i pochi visitatori si facevano luce con le candele e bruciando polvere di magnesio in un vaso ed ancora circolavano macabre storie di turisti incauti che si erano persi per sempre nel labirinto dei cunicoli laterali nei quali si erano avventurati da soli.
Le nicchie che ospitavano le stele collocate per ricordare le visite alla necropoli, poi asportate per essere esposte nei musei; essi recavano il nome del visitatore e del sovrano in carica e l’anno di regno, ed hanno fornito importanti indicazioni per ricostruire il periodo storico.
L’egittologa Amelia Edwards così racconta l’esperienza della sua visita al Serapeum poco dopo la sua scoperta:
“Dopo una breve ma faticosa camminata e qualche indugio fuori da una porta simile a una prigione in fondo a una ripida discesa, fummo ammessi dal guardiano: un vecchio arabo magro con una lanterna in mano. L’interno non era un posto dall’aspetto invitante. La luce del giorno esterno cadeva su uno o due scalini, oltre i quali tutto era buio. Entrammo. Sulla soglia ci venne incontro un’atmosfera calda e pesante; la porta si chiuse con un clangore sordo, i cui echi si allontanarono vagando come nei recessi centrali della terra; … era come l’oscurità dello spazio infinito.
Un’incisione geroglifica su di una parete
A ciascuno è stata poi data una candela accesa e l’arabo ha aperto la strada. Andava terribilmente veloce, e ad ogni passo sembrava di essere sull’orlo di uno spaventoso abisso. A poco a poco, però, i nostri occhi si abituarono all’oscurità, e ci accorgemmo di essere passati dal vestibolo al primo grande corridoio. Tutto era vago, misterioso, oscuro. Una prospettiva fioca si profilava fuori dall’oscurità. Le luci scintillavano e svolazzavano, come scintille erranti di stelle … Pochi passi più avanti e arrivammo alle tombe: una successione di grandi camere a volta scavate a distanze irregolari lungo entrambi i lati del corridoio centrale e sprofondate a circa sei o otto piedi sotto la superficie. Al centro di ciascuna camera c’era un enorme sarcofago di granito levigato. L’arabo, svolazzando avanti come un fantasma nero, si fermava un momento davanti a ogni apertura cavernosa, puntava la luce della sua lanterna sul sarcofago e si allontanava di nuovo a tutta velocità, lasciando che lo seguissimo come potevamo… Il caldo … era intenso e l’atmosfera soffocante…
I coperchi (dei sarcofagi) sono stati spinti leggermente indietro e alcuni sono fratturati, ma i predatori non sono riusciti a rimuoverli del tutto. Secondo Mariette, il luogo fu saccheggiato dai primi cristiani …
Mariette, richiamato improvvisamente a Parigi alcuni mesi dopo l’apertura del Serapeo, si ritrovò senza i mezzi per portare con sé tutte le antichità appena scavate e così ne seppellì quattordici casse nel deserto, ad attendere il suo ritorno … Venne a Menfi “un giovane e augusto straniero” in viaggio in Egitto per suo piacere. Gli arabi, tentati forse da un principesco bakhshish (ndr “mancia”), svelarono il segreto delle casse nascoste; dopo di che l’arciduca le spazzò via tutte e quattordici, le mandò ad Alessandria, e subito le imbarcò per Trieste”.
L’autrice racconta che chi le riferì quest’ ultimo aneddoto non le rivelò il nome del nobile ladro di antichità perché era “andato incontro ad una tragica fine in un altro emisfero” ma considerato che si trattava di un arciduca e che i reperti, con il nome di collezione Miramare, vennero poi trasferiti al Kunsthistorisches Museum di Vienna le risultò agevole identificarlo.
Si trattava certamente dell’Arciduca Massimiliano d’Asburgo, fratello minore di Francesco Giuseppe imperatore d’Austria e Re d’Ungheria; egli fu viceré del Lombardo Veneto dal1857 al 1859 e poi imperatore del Messico, ma dopo tre anni di regno fu giustiziato dagli oppositori repubblicani a soli 35 anni d’età.
Frammenti di testo sommariamente incisi sulla parete esterna di un sarcofago
LE FOTOGRAFIE SONO STATE TUTTE SCATTATE DA ME, SALVO QUELLA DELLA SFINGE, CHE PROVIENE DA INTERNET.
Post con alcune immagini fake, non corrette nonostante la segnalazione
Da qualche tempo sono riapparsi post su Heracleion-Thonis, la città sommersa di fronte ad Alessandria d’Egitto.
Eh sì, perché la rete funziona così: qualcuno pubblica una bufala acchiappa like e, a pioggia, molti riprendono la notizia, arricchendola di informazioni assurde ed inventate di sana pianta.
Generalmente, io commento i post che riportano notizie fake cercando di correggere le falsità riportate. Questo è successo recentemente su questa notizia e la reazione è stata:
– sono stata bannata e i miei commenti cancellati
– Sono stata totalmente ignorata e le informazioni false rimaste come tali
– Sono stata contraddetta cercando di dimostrare il contrario
Poiché circolano molte informazioni false e l’intelligenza artificiale si nutre di esse, quest’ultima, se interrogata, essendo le informazioni false più numerose delle informazioni corrette, ripeterà le notizie false. Ecco perché è importante correggere tali notizie.
Ritorniamo adesso su Heracleion-Thonis. I resti della città, che vide il periodo di massima prosperità tra il VI e IV secolo a.C, si trovano a circa 2,5 km dalla costa, nella baia di Abu Qir, non distante da Alessandria.
Affondò nel VI o VII secolo d.C a causa di grandi terremoti o inondazioni.
Fu riscoperta nel 2000 dall’archeologo subacqueo francese Franck Goddio. Gran parte dei reperti scoperti si trovano oggi al Museo Archeologico di Alessandria.
Ed eccoci ora ai reperti spacciati come originali. I bufalari calcano la mano identificando Heracleion come Atlantide, ovviamente.
Tra le foto fake, quelle che mi fanno più sorridere sono
– il fantastico leone con la zampa appoggiata sul mondo (eh già perché gli egizi rappresentavano già il mondo come un globo …) che appartiene in realtà ad un cimitero subacqueo americano
– Il tempio sommerso, ovviamente quasi totalmente intatto, che invece altro non è che l’immagine di un videogioco, Assassin’s Creed Origins (illustrato anche nella nostra pagina ma con la dicitura che tutte le immagini provengono dal videogioco…https://laciviltaegizia.org/2023/08/10/heracleion/)
Città egizia sommersa. Immagini tratte dal videogioco Assassin’s Creed Origin
Mereruka, qui giovane e prestante, nella posa canonica e solenne del visir nell’esercizio delle sue funzioni, con in mano i simboli della sua carica. Foto di Sémhur
I sovrani dell’Antico regno concedevano ai propri parenti ed ai funzionari più fedeli l’onore di essere sepolti accanto a sé ed in effetti a nord della piramide di Teti e vicinissime ad essa, una adiacente all’altra, si trovano le mastabe di Mereruka, Kagemni e Ankhmahor che furono suoi visir, ed i primi due anche suoi generi avendo sposato le sue figlie.
L’ingresso della mastaba reca ai due lati immagini speculari di Mereruka, con l’indicazione del suo nome (Mereruka detto Meri, leggibile da destra a sinistra sulla riga in geroglifico posta proprio sopra Mereruka) e dei suoi titoli. FOTO MIA
Conoscevamo queste sepolture, ma abbiamo deciso che valesse la pena di visitare nuovamente la mastaba di Mereruka, che incanta per i suoi rilievi parietali e che con i suoi trentatre ambienti rivestiti di lastre di calcare è la più grande fino ad ora scoperta in Egitto.
Questa raffigurazione è insolita,in quanto gli Egizi si facevano rappresentare nelle proprie tombe come sempre giovani ed aitanti, perchè quello era l’aspetto che avrebbero avuto nell’Aldilà. Qui, invece, Mereruka viene sorretto dal figlio Meri-Teti e da un funzionario, e quindi era probabilmente anziano e bisognoso di aiuto. FOTO MIA
Essendo destinata ad ospitare anche sua moglie Watekhethor detta Sesheshet ed il suo figlio maggiore Meri – Teti (che ereditò i suoi titoli onorifici e ricoprì il ruolo di Ispettore dei lavori della piramide di Teti e di Ispettore dei sacerdoti della piramide), è suddivisa in tre zone: quella riservata a Mereruka è composta da 21 sale, mentre gli ambienti restanti sono divisi tra i congiunti; le camere funerarie, non visitabili, si trovano sul fondo di pozzi.
Sesheshet, defunta, seduta sul suo scranno annusa un fiore di ninfea simbolo di rinascita; davanti a lei una tavola d’offerta carica di beni. Questa immagine è raffigurata specularmente sulle due pareti poste di fianco ad una falsa porta nella sua camera per le offerte, decorate con processioni di offerenti che si dirigono verso di lei. Foto di cairoinfo4u da Flickr
Gran parte delle sale sono prive di decorazione in quanto utilizzate come magazzini e serdab (esiste in loco in una nicchia la copia di una magnifica statua del defunto di dimensioni superiori al normale, il cui originale è al museo del Cairo), ma i molti rilievi parietali superstiti documentano in modo fedele e vividissimo la vita di un Egizio di alto rango nel corso della VI dinastia.
Meri-Teti da ragazzo, ancora con la treccia dell’infanzia, raffigurato in piccole dimensioni ai piedi del padre; ha in mano un’upupa ed un fiore di ninfea. FOTO di Gerhard Huber, a questo link: https://global-geography.org/…/Saqqara_-_Mastaba_of…
Le scene, che in alcuni punti hanno ancora ampie tracce del colore originario, sviluppano le tematiche decorative tipiche dell’epoca: gli Egizi credevano infatti che raffigurare nella mastaba il defunto mentre svolgeva le sue attività terrene e godeva delle sue ricchezze gli avrebbe permesso di continuare anche nell’Aldilà a vivere secondo il medesimo stile.
La falsa porta in una delle sale delle offerte per Mereruka; essa è ricavata da un’unica grande lastra di pietra, e purtroppo la parte superiore è andata distrutta. E’ completamente scolpita con il nome ed i titoli del defunto. FOTO di Heidi Kontkanen, da Flickr
E così troviamo Mereruka in dimensione eroica rappresentato mentre assiste alla fustigazione di chi non ha pagato i tributi, alla coltivazione dei campi, alla pesca ed alla caccia da parte dei suoi servi, al lavoro degli artigiani e mentre si diverte cacciando e pescando nelle paludi o partecipando ad una festa con musici e ballerine.
Falsa porta di Meri – Teti, raffigurato nella stele centrale, qui poco visibile. FOTO di Heidi Kontkanen da Flickr
Pur trattandosi di raffigurazioni convenzionali, l’ambiente nel quale sono collocati i personaggi è estremamente realistico, al punto che è possibile riconoscere la specie a cui appartengono i pesci e gli animali che in gran numero compaiono sulle pareti.
La magnifica statua di Mereruka posta in una nicchia della sala ipostila, fiancheggiata da due rilievi speculari che lo rappresentano con il gonnellino dalla particolare forma e lo scettro indicatori del suo rango. FOTO MIA
Nelle zone più strettamente destinate ai riti ed alle offerte, invece, sono raffigurate le consuete processioni di servi che portano ai defunti beni di ogni genere affinchè possano goderne in eterno.
Falsa porta nella zona della mastaba dedicata a Watetkhethor, moglie di Mereruka e figlia del faraone Teti FOTO di kairoinfo4u, da Flickr
LO SPETTACOLO DI DANZA ACROBATICA E LA PUNIZIONE DEGLI EVASORI FISCALI
Immagine di ragazze che danzano, nel corso di uno spettacolo che si svolge davanti a Mereruka FOTO di Jose Javier Martin Espartosa, da Flickr
Un’altra parte della scena della bastonatura: a sinistra gli scribi sotto un baldacchino tengono nota delle imposte pagate e dietro di loro tre evasori fiscali accasciati e doloranti perchè sono stati bastonati. Segue una scena di bastonatura: il condannato è piegato in avanti e tenuto fermo da un incaricato, mentre un altro con il bastone sta per sferrargli un colpo sulla schiena. FOTO MIA
Mereruka aveva anche il compito di sovrintendere alla riscossione delle imposte; qui gli incaricati stanno punendo con la bastonatura un uomo che ha omesso di pagare quanto dovuto. Il condannato è seduto, abbracciato ad un palo ed immobilizzato per le braccia, in modo da esporre la schiena alle bastonate del funzionario statale che sta per assestargli un forte colpo brandendo il bastone con due mani. FOTO di kairoinfo4u da Flickr
Quattro ragazze si esibiscono in una danza acrobatica sotto gli occhi di Mereruka, posto alla sinistra e qui non visibile; alla destra un altro gruppo di giovani batte il tempo con le mani e danza. FOTO di kairoinfo4u da Flickr
LA CACCIA NEL DESERTO E LA NUTRIZIONE FORZATA DELLE IENE
I cani da caccia più diffusi in Egitto nell’Antico Regno erano chiamati “Tesem”; gli esperti ritengono che fossero gli antenati degli odierni Basenij. Essi erano simili ai moderni levrieri ma avevano una struttura scheletrica massiccia che attribuiva loro un fisico solido e scattante, caratterizzato da fianchi stretti, arti e collo lungo, muso allungato, orecchie erette ed appuntite, code arricciate, denti affilati e mascelle potenti. Il cacciatore li aizzava contro la preda ed essi, da soli o in branco, l’assalivano senza alcuna esitazione e la facevano cadere a terra per poi azzannarla alla gola ed ucciderla. FOTO di Fugzu da Flickr
Le immagini che troverete descritte con maggiori particolari nelle didascalie rappresentano la caccia nel deserto e la nutrizione forzata delle iene. Gli Egizi cacciavano i grossi erbivori per procacciare cibo; il sovrano, invece, si dilettava nella caccia al leone, inoltrandosi nel deserto sul suo carro (e con un buon numero di aiutanti) ed abbattendolo con l’uso di arco e lancia.
La scena è suddivisa in registri che si intersecano, dando l’impressione di una grande concitazione. Nella prima scena del registro superiore un uomo ha catturato con il lazo un orice, mentre la seconda scena, suddivisa in due sottoregistri che si completano vicendevolmente, un ibex dalle corna ricurve è stato fatto cadere a terra e azzannato da nove cani, cinque dei quali si trovano nel sottoregistro superiore. Nel registro inferiore un uomo trattiene un cane per il collare e gesticolando ne aizza un altro che morde alla nuca un’antilope le cui zampe posteriori stanno cedendo; davanti a loro altre due antilopi ed un ibex, ignari del pericolo, continuano a brucare. All’estrema destra un cane salta sulla schiena di un orice dalle lunghe corna. In uno stretto sottoregistro posto sulla sinistra sopra le prime due scene sono rappresentati un ibex, un riccio e due cuccioli di gazzella; sopra l’ultima scena a destra un riccio si affaccia timidamente dalla sua tana. Foto di kairoinfo4u da Flickr
L’uccisione del leone da parte del re faceva parte dell’iconografia tradizionale dell’Egitto antico per il suo significato simbolico importante: si veda a questo proposito l’articolo sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/il-leone-nellantico-egitto/
L’attività venatoria raffigurata nelle immagini che vi propongo sembra essere finalizzata all’acquisizione di cibo, in quanto i nobili normalmente cacciavano sui carri e avevano battitori che trovavano i gruppi di animali e li dirottavano nella loro direzione per facilitarne la cattura o l’uccisione, che essi ponevano in essere personalmente.
Anche qui la scena è suddivisa in registri che si intersecano, dando l’impressione di una grande concitazione. Nella prima scena del registro inferiore un cane ha aggredito alle spalle un orice che sta per cadere a terra e lo sta mordendo alla nuca; un altro orice, terrorizzato ed impotente, si guarda indietro ad osservare la scena. Nella scena centrale un leone sta mordendo sul muso un bovide e glielo ghermisce con la zampa dalle unghie affilate. A destra un ibex dalle corna ricurve è stato fatto cadere a terra e azzannato alla gola da un cane, mentre un’antilope, rimasta intrappolata sotto il corpo della preda, cerca disperatamente di alzarsi per fuggire. Il registro superiore è diviso in due sottoregistri; inquello inferiore si vede un’antilope caduta a terra di schiena aggredita da una muta di nove cani, cinque dei quali si trovano in quello superiore; l’ultima scena sulla destra, che occupa entrambi i due sottoregistri, un uomo trattiene un ibex con un laccio mentre altri due sono sfuggiti alla cattura. Agli estremi di uno stretto sottoregistro posto sopra la seconda e la terza scena sono rappresentati due ricci che escono dalle rispettive tane, un cucciolo di gazzella ed una lepre acquattati tra i radi cespugli. Foto di kairoinfo4u da Flickr
Le ultime due immagini mostrano l’alimentazione forzata delle iene, che venivano catturate, tenute in cattività e messe all’ingrasso per essere mangiate in seguito, oppure per essere usate per cacciare essendo abilissime nel seguire le tracce lasciate dalle prede.
La nutrizione forzata di una iena: le zampe posteriori dell’animale sono state legate, mentre quelle anteriori sono tenute ferme da un servo, mentre un altro infila a forza tra le fauci brandelli di volatili. Foto di kairoinfo4u da Flickr
Alcuni studiosi, tuttavia, sostengono che gli animali rappresentati nei rilievi siano in realtà dei proteli, ienidi poco più grandi di una volpe che si cibano di insetti, soprattutto termiti.
Nutrizione di una iena: questo animale è più collaborativo, e i servi lo accarezzano sulla schiena e gli offrono quella che sembra una pagnotta di cibo. FOTO DA https://global-geography.org
Come ho già detto la ricchezza di particolari delle scene della mastaba di Mereruka è incredibile: insetti, pesci, mammiferi e volatili sono raffigurati con notevole verosimiglianza, tant’è che è facile riconoscere le singole specie.
Questo particolare fa parte di una scena di pesca con la rete: i pescatori si trovano su di una barca di papiro e stanno tirando a sè una lunga rete che ha intrappolato numerosi pesci. A sinistra si nota un muggine, poi un barbo dagli strani bargigli e dall’aculeo velenoso sul dorso, ed infine il persico africano. FOTO di Cairoinfo4u, da Flickr
La scena continua mostrando sopra una tilapia dalla curiosa pinna dorsale ed un altro barbo, e sotto un pesce che non so identificare ed un altro muggine. FOTO di Cairoinfo4u, da Flickr
L’ultimo tratto della scena di pesca raffigura un persico africano, seguito da un pesce palla d’acqua dolce, da un muggine (sopra) e da un barbo. FOTO di Cairoinfo4u, da Flickr
Nelle scene già pubblicate abbiamo visto i cani, l’ibex (che è una capra del deserto simile ad uno stambecco), l’orice dalle lunghe corna a forma di falce, l’antilope dalle corna ondulate, il leone, il bovide, i cuccioli di gazzella, la lepre, il riccio e la iena.
L’ossirinco, che usa il muso a proboscide per smuovere il fondale alla ricerca di vermi e larve d’insetti; non erano rari gli amuleti con la forma di questo pesce, considerato protettore del defunto e garante della sua rinascita nell’Aldilà. FOTO MIA
Una tilapia nilotica. Questo pesce era un simbolo di fertilità sacro alla dea Hathor ed era legato a Ra per il suo colore rossastro; esso era considerato garante della rinascita. E’ probabile che anche il persico africano (nome latino “lates”) condividesse una simbologia simile, tant’è che in epoca romana gli abitanti di Latopoli ponevano mummie di Lates nelle tombe dei propri cari. FOTO MIA
Nelle acque del fiume sono state rappresentate anche molte specie di pesci, alcune oggi estinte; popolano tuttora il Nilo il barbo, la tilapia nilotica, il persico africano, l’ossirinco dalla caratteristica proboscide, l’anguilla, il muggine.
In questo rilievo molti pesci nuotano in acque rappresentate verticalmente, alcuni ritengono per per indicare zone lontane dalla riva, altri per poter rappresentare il pescatore in posizione eretta e quindi più solenne. Si possono riconoscere – salvo mio errore – due tilapie nilotiche (il pesce a forma ovale con una lunga pinna dorsale), tre anguille, un persico africano (in basso, in orizzontale, con la forma allungata e la coda a ventaglio), un pesce palla d’acqua dolce (sulla destra, con il ventre gonfio), un citarino (sotto il pesce palla, a forma romboidale), due muggini (uno sopra il persico africano e gli altri due sopra di esso andando verso l’alto), due ossirinchi (uno sotto il persico africano e l’altro sopra, al centro). Quegli strani pesci sulla destra con i baffi e la coda a ventaglio credo che siano barbi; non riconosco quella specie di pesce gatto sopra la tilapia. FOTO DA OSIRISNET.NET
Le rive paludose del Nilo, dove il sovrano ed i nobili si dilettavano a cacciare gli ippopotami oppure gli uccelli ed a pescare con gli arpioni, brulicavano di vita e gli artigiani decoratori dell’Antico Regno seppero riprodurre fedelmente sulle pareti delle mastabe la bellezza di questo ambiente naturale.
La caccia alle quaglie con la rete, che veniva tesa e poi richiusa dai cacciatori quando i volatili si erano posati sulla sua superficie. Foto da osirisnet.net
Negli ambienti palustri vivevano altresì manguste, coccodrilli (ora scomparsi dall’Egitto) e molteplici uccelli, alcuni dei quali, così come i pesci, vennero adottati come fonogrammi nella scrittura geroglifica: oche, anatre, l’ibis nero, l’ibis crestato, l’ibis sacro, l’airone imperiale (l’uccello Benu legato al culto solare: si veda sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/?s=benu), il falco, il pellicano, l’upupa, la cicogna, il fenicottero, la gru, il cormorano ed il martin pescatore.
A sinistra in questa immagine troviamo, appollaiato su di un ombrello di papiro, un ibis sacro e sopra di lui un rapace (?), in un nido costruito sopra un altro ombrello di papiro. Al centro, arrampicata sullo stelo di un papiro, una mangusta (trattenuta per la coda da un uomo) si dirige decisa verso il nido sulla destra con l’evidente intenzione di mangiare gli uccellini, mentre i genitori (credo siano due martin pescatori) tentano svolazzando minacciosi intorno a lei di proteggere il loro piccolo. In basso a destra un nido con un’oca o un’anatra. Foto: osirisnet.net
Un altro animale che compare nel repertorio decorativo delle mastabe dell’Antico Regno è l’ippopotamo, rappresentato mentre viene cacciato dal defunto o dai suoi servi sotto la sua supervisione.
Esso distruggeva i raccolti e costituiva un’insidia per la navigazione, che spesso avveniva su fragili barche di papiro; il papireto paludoso sulle rive del Nilo costituiva la falsa porta simbolica del passaggio verso l’Aldilà, la zona di confine tra il caos ed il mondo della Maat, che doveva essere difeso combattendo le forze del male, rappresentate dagli animali pericolosi per l’uomo.
La caccia agli ippopotami: sotto la supervisione di Mereruka (qui non visibile) i suoi servi in precario equilibrio sulle barche di papiro scagliano i propri arpioni sui pachidermi, che ruggiscono per il dolore e spalancano le fauci per intimorire il nemico. Gli arpioni sono dotati di un uncino che aggancia la punta alle carni della preda, e di una corda che permette di tenerla legata o di recuperare l’arma qualora il colpo non dovesse andare a segno. Si notino, appoggiate alle foglie delle piante palustri, due ranocchie e più in alto due cavallette . La rana del Nilo fu l’unico anfibio venerato in Egitto: essa era simbolo di fertilità, in quanto deponeva moltissime uova, e di rinascita, perchè evolveva da girino alla forma adulta proprio in concomitanza con la piena del Nilo. FOTO DI HEIDI KONTKANEN DA FLICKR
La caccia al pachiderma poteva anche simboleggiare le prove che il defunto doveva superare per ottenere l’Aldilà: secondo gli Egizi dell’Antico e Medio Regno, infatti, nelle paludi delle acque primordiali, dove sorge il sole e nasce la nuova vita nell’Aldilà, si trovava un ippopotamo, che il defunto doveva affrontare per raggiungere il proprio destino ultraterreno.
Per un’analisi più approfondita in merito alla simbologia della caccia all’ippopotamo, si veda sul nostro sito a questo link:
BUONGARZONE R., Caccia e pesca eroiche nelle scene nilotiche delle mastabe di Saqqara, in ARCHEOLOGIA E MEMORIA STORICA Atti delle Giornate di Studio (Viterbo 25-26 marzo 2009)
LA CAMERA SEPOLCRALE
Sebbene fosse chiusa al momento della nostra visita, desidero mostrarvi le immagini della camera sepolcrale che ho trovato in rete, a mio avviso particolari, soprattutto le scene rimaste in fase di abbozzo, tracciate in nero sopra lo schizzo di partenza, in colore rosso.
L’accesso alla camera avviene tramite una scala a chiocciola che scende lungo un pozzo profondo m. 15,5 in origine riempito di detriti fino a metà, che sul fondo si piega verso ovest allargandosi nella camera sepolcrale tutta rivestita di lastre di calcare bianco, salvo il soffitto, dipinto di rosso e nero per simulare il granito.
Essa è larga m. 4,3, lunga m. 10,25 ed alta m. 3,1 ed era difesa da una saracinesca di sicurezza spessa 20 cm., mantenuta in posizione da una scanalatura nelle due pareti laterali.
Il grande sarcofago in pietra calcarea occupa completamente l’estremità occidentale della camera ed il massiccio coperchio venne posizionato grazie ad una rampa pavimentata ancora in loco.
La decorazione parietale non presenta immagini di servitori, funzionari, familiari o animali vivi perchè la camera è riservata al solo Mereruka defunto, che dovrà “risvegliarsi” e prendere possesso delle offerte per rigenerare il suo Ka. Anche nei testi gli scribi hanno evitato i segni rappresentanti esseri umani, oppure li hanno troncati.
L’unica parete dipinta è quella ad est, che troverete meglio descritta nella didascalia della foto.
LA PARETE EST L’unica parete ad essere stata dipinta è quella ad est, suddivisa in quattro registri che mostrano offerte di ogni genere per il Ka di Mereruka (vasi, prodotti alimentari essiccati, cereali, contenitori di grano – in basso, di colore nero con una finestrella beige -, pane, pesce, bovini macellati), analiticamente enumerate nei testi, che elencano anche i numerosi titoli del defunto. Foto: kairoinfo4u su Flickr
Le pareti a lato del sarcofago e retrostanti ad esso sono dipinte con un motivo di stuoie o tende tese su telai sopra il quale è stato iscritto il solito elenco dei titoli portati dal defunto; sul retro compaiono anche tre registri, ciascuno disegnato con una fila di vasi contenenti i sette oli sacri, cassette per le offerte, natron, giare e tessuti.
LA PARETE OVEST DELLA CAMERA SEPOLCRALE ED IL SARCOFAGO Nell’immagine si notano le pareti della camera rivestite di calcare bianco ed il soffitto di roccia naturale dipinto in modo da imitare il pregiato granito. Il grande sarcofago in calcare riempie interamente lo spazio tra le pareti laterali. Il lato est del pesantissimo coperchio, rivolto verso l’entrata, elenca il nome ed i titoli di Mereruka. Davanti ad esso è ancora in loco la rampa costruita per posizionarlo. Le parti di parete che circondano il sarcofago sono decorate con un disegno di stuoie tese su telai che si estende anche sul lato anteriore dello stesso. Sopra di esso, aderente al soffitto, una linea orizzontale di testo si estende dalla parete nord a tutta la parete ovest ed elenca nuovamente i titoli del defunto. Sulla parete posteriore, verso il basso, compaiono anche tre registri, ciascuno disegnato con una fila di vasi contenenti i sette oli sacri, cassette per le offerte, natron, giare e tessuti (che non si vedono perchè davanti c’è il sarcofago) accompagnati da un testo che chiarisce che gli stessi sono “Per il Ka di Mereruka / Meri”. Foto da osirisnet.net
Il sarcofago reca sulla superficie e sul lato est del coperchio e su tutte e quattro le superfici all’interno del cofano testi con i titoli di Mereruka ed il suo nome.
Sulle PARETI NORD e SUD è stato tracciato un elenco di offerte costituito da 99 voci distribuite in tre registri, a loro volta suddiviso in tre sottoregistri: in alto è presente il testo descrittivo; successivamente l’indicazione della singola confezione (es. vaso, contenitore, giunto, ecc.); in basso c’è la quantità raffigurata. Il sarcofago reca sul lato superiore ed est del coperchio e su tutte e quattro le superfici all’interno del cofano testi con i titoli di Mereruka ed il suo nome. Foto da osirisnet.net
PARETE NORD, PARTE DESTRA Le offerte sono disegnate in nero sul bianco del calcare e apportano le correzioni allo schizzo iniziale tracciato in rosso. La decorazione è incompleta perchè non è stata colorata. LA PARETE SUD, ad essa speculare, è praticamente identica ma molto meno conservata. Foto da osirisnet.net
PARTICOLARE DELLA PARETE NORD, PARTE DESTRA: si notano cumuli si offerte: vasi di varia forma contenenti granaglie o vino, un cesto con oggetti tondeggianti e verdure, mazzi di cipolle, un’anatra, la testa e la coscia di un bovino, fiori e boccioli di ninfea, contenitori vari. Foto da osirisnet.net
UN ALTRO PARTICOLARE DELLA PARETE NORD, anche qui si notano cumuli si offerte: contenitori e vasi di varia forma, un mazzo di lattuga ed uno di cipolle, un’anatra ed un’oca, una coscia di bovino, un mazzo di fiori. Mi incuriosisce quella serie di anelli che non so interpretare; escludo che si tratti di oro, perchè in tutta la tomba non sono raffigurate offerte di preziosi, anche se vi è una scena relativa alla lavorazione dell’oro. Qualcuno ha un’idea? Foto da osirisnet.net
PARTICOLARE DELLA PARETE NORD: si notano altre offerte: ancora vasi di varia forma, un cesto con oggetti tondeggianti (frutti di sicomoro?) due mazzi di lattuga, un’anatra, due cosce di bovino. Foto da osirisnet.net
PARTICOLARE DELLA PARETE SUD: offerta di dieci oche, di un grande cespo di lattuga, di un mazzo di fiori (parzialmente visibile in alto) e di vari vasi. Foto da osirisnet.net
Troverete notizie dettagliate su Mereruka e Kagemni ed immagini delle loro fantastiche mastabe sul nostro sito a questi link: