Questo anello non è propriamente un falso. Non è infatti un manufatto spacciato per autentico reperto d’epoca. Si tratta invece di un gioiello moderno prodotto dalla rinomata gioielleria Veneziana denominata: “Codognato, bijoutier de la Sérénissime 1866”.
E’ la rete che ha creato questa fake, e molti siti ne hanno fatto uso senza preoccuparsi della veridicità della affermazione “Anello di Tutankhamon”.
Uno dei tanti esempi di post fasulli che spacciano l’anello come proveniente dalla tomba di Tutankhamon o come reperto originale egizio.
Oltre alla banale evidenza che gli Egizi non possedessero la tecnologia per sfaccettare le pietre dure, basta comunque consultare l’archivio fotografico dei reperti della KV62 del Griffith Institute.
Per la ricerca Ring Snake (anello serpente) non si trova nulla, per la sola parola Ring, ecco l’elenco:
Non si ha la certezza che si tratti di Meritaton (in rete si trova nominata come Meritaton, Ankhesepaaton, ecc) ma sicuramente rappresenta una principessa amarniana.
Il busto originale presenta ancora tracce di colore. Alta solo 16,1 cm, fu acquistata dal Louvre nel 1937.
La stele di Sahathor a Torino ha molti particolari.
Innanzi tutto se ne sa molto poco. Faceva parte della collezione di Drovetti e, come molti reperti, essendo decontestualizzata per la modalità di come si scavavano i siti archeologici dell’epoca, non si hanno molte informazioni a suo riguardo.
Di più c’è che viene nominato un reparto militare d’élite del quale il defunto faceva parte.
Inoltre il defunto viene identificato con il matronimico invece che con il patronimico. In un’epoca in cui non c’erano i cognomi le persone erano meglio identificate con il nome del genitore. Qui vediamo invece il nome della madre seguito dal determinativo B1 e preceduto dal titolo femminile “nbt pr” (signora della casa). C’è anche da dire che abitualmente l’ascendenza era espressa con due verbi differenti: “msi” (partorire) per la madre e “ir” (fare=generare) per il padre. Qui è citata la madre con il verbo abituale del padre. Aver citato la madre può significare che ella fosse maggiormente conosciuta e che quindi la sua ascendenza fosse in qualche modo più prestigiosa per il defunto.
La formula funeraria finale “mȜꜤ-ḫrw” (giusto di voce) è al maschile e quindi sembra destinata al defunto Sahathor. È vero però che è immediatamente seguente al matronimico e potrebbe essere traslitterata “mȜꜤ(t)-ḫrw” e tradotta “giustificata” dando l’indicazione che defunta sia la madre del committente la stele ad essere mancata. Abitualmente la “t” del femminile era omessa. Qui ho preferito lasciare la formula al maschile.
Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici a coloro che non li hanno (ancora) studiati.
Parlando di Psammetico III abbiamo detto che fu l’ultimo faraone di etnia egizia, ora però ci troviamo questo Petubastis III, principe locale, probabilmente imparentato con l’ormai decaduta dinastia saitica (quindi ancora di stirpe egizia), che si proclama faraone d’Egitto.
Non facciamoci trarre in inganno, la ragione per la quale Manetone lo abbia inserito nella XXVII dinastia ci è del tutto oscura. Petubastis III, come abbiamo detto, era un principe locale che capeggiò una rivolta contro gli occupanti persiani che, secondo il racconto scritto da un militare macedone, tale Polieno, si ribellò a causa dell’esorbitante tassazione imposta dal satrapo Aryandes il quale si era sicuramente montato la testa arrivando ad attribuirsi ampie libertà amministrative al punto da battere moneta a proprio nome e governando l’Egitto come fosse un feudo personale.
Ovviamente Petubastis colse al volo il malcontento che regnava tra il popolo approfittando delle ribellioni avvenute in varie parti dell’impero achemenide in seguito alla morte di Cambise II. Agli inizi del 521 a.C. Petubastis III insorse attribuendosi le insegne della regalità.
La sua figura è quasi del tutto sconosciuta ed oscura nella storia egiziana, come sconosciuta è la sua fine dopo essere stato sconfitto ma la sua esistenza è confermata dal ritrovamento di due sigilli, uno scarabeo con inciso il suo nome racchiuso in un cartiglio oltre ad un documento datato al 533 a.C. che fu il suo primo anno di regno, la cui durata fu meno di due anni.
Una sua rappresentazione si trovava sullo stipite di una porta del tempio di Amheida, un tempo ricoperto di foglia d’oro, che oggi si trova al Museo del Louvre e su una tavoletta conservata al Museo di Bologna (KS 289).
Nelle “Iscrizioni di Bisotun” volute da Dario il Grande, successore di Cambise II, viene citata una rivolta in Egitto. Non si sa quali provvedimenti abbia preso Dario contro i ribelli, è ancora Polieno che racconta che Dario si recò di persona a Menfi, arrivando mentre si celebrava la morte del toro Api, astutamente promise un’enorme ricompensa in oro a chi avesse fornito un nuovo toro Api; gli egizi rimasero impressionati da tale provvedimento che passarono in massa dalla sua parte. La rivolta però era già stata sedata da Aryandes e l’Egitto era già pacificato quando Dario giunse per la prima ed unica volta in Egitto nel 517 a.C..
Nel tempio, distrutto, di Thoth ad Amehida, nell’Oasi di Dakhla, su alcuni blocchi compaiono iscrizioni con il nome ed il titolo reale di Petubastis III da cui si pensa che possa aver fissato ivi la sua residenza, lontano dalla Valle del Nilo controllata dai persiani. Secondo alcuni da quella posizione Petubastis III potrebbe aver teso un’imboscata all’armata persiana inviata da Cambise II verso l’Oasi di Siwa, citata da Erodoto come “L’Armata Perduta di Cambise” che sarebbe stata sepolta da una tempesta di sabbia nel “Mare di Sabbia” del deserto occidentale.
Ovviamente in assenza di testimonianze che confermino tali affermazione noi restiamo fedeli ad Erodoto. In ogni caso a Petubastis III ci pensò Dario che lo sconfisse dopo di che si diresse all’oasi di Kharga e, dopo averne assunto il pieno controllo, intraprese un’attiva campagna di lavori la cui opera più importante fu la costruzione dell’imponente e ben conservato tempio di Amon.
Da qui, con ogni probabilità, cancellò ogni traccia di Petubastis, incluso il tempio di Amheida cancellando, probabilmente ogni traccia del passaggio dell’esercito perduto di Cambise.
Fonti e bibliografia:
Jean Yoyotte, “Petoubastis III”, Revue d’Egyptologie, Paris, 1962
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara 2000
Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Einaudi, Torino, 2012
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Franco Mazzini, “I mattoni e le pietre”, Urbino, Argalia, 2000
Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
Sotto il rovente sole del mezzogiorno ci soffermiamo nel Cimitero sud a visitare la Mastaba di Seshemnefer IV (IV perchè ci sono quattro mastabe appartenenti ad altrettante persone con lo stesso nome), contrassegnata dalla sigla LG 53 – Lepsius Giza 53 -, a quanto pare l’unica aperta al pubblico.
La mastaba così come si presenta oggi. Foto di Emily M. Wilson
Seshemnefer era un dignitario vissuto nei primi anni della VI dinastia, capo dell’harem reale e, come si desume dai molteplici titoli onorifici conferitigli, uomo di fiducia del sovrano.
La mastaba sorge ai piedi della grande piramide, ed era in origine decorata con i bellissimi rilievi tipici delle tombe dei potenti della fine dell’Antico Regno: scene di vita quotidiana (il raccolto del grano, la vendemmia, la caccia, l’allevamento del bestiame) ed altre più specificamente funerarie (la macellazione di un bovino destinato al sacrificio e una processione di servi che portano offerte davanti ad una statua del defunto).
Rilievi nell’intradosso a sinistra della porta d’ingresso nella mastaba – foto di Silvia Vitrò
Purtroppo questi rilievi, nel XIX secolo ancora in discreto stato di conservazione, furono staccati dai muri e portati al museo di Berlino da Lepsius (2 frammenti) ed al Roemer und Pelizaeus Museum di Hildesheim da Junker (5 frammenti), dove si trovano tuttora.
Rilievi nell’intradosso a sinistra della porta d’ingresso nella mastaba che si sono conservati solo nel registro inferiore – il personaggio del quale si nota la veste è il defunto di dimensioni eroiche (si notino gli altri personaggi rappresentati di piccole dimensioni). foto di Silvia Vitrò
La facciata della mastaba, pesantemente ricostruita, è analoga alle altre di Giza ed è caratterizzata da un piccolo portico sorretto da due colonne, fiancheggiate da due statue del defunto seduto (recano iscritto il suo nome ed un titolo onorifico – smr watj sSmnfr – unico compagno Seshemnefer) e da due bassi obelischi; l’intradosso della porta reca ancora modesti rilievi ed una grande immagine del defunto, del quale sopravvive solo la parte inferiore dell’abito.
L’interno della cappella è costituito da un’anticamera e da pochissime stanze laterali completamente spoglie. L’unico aspetto vagamente interessante è dato dall’ingresso della camera funeraria, posta nel sottosuolo poco oltre l’ingresso, in corrispondenza di una falsa porta (per maggiori informazioni sulla falsa porta, guardate il nostro sito al seguente link: https://laciviltaegizia.org/2022/07/06/la-falsa-porta-lingresso-per-laldila/
La falsa porta ed il pertugio che immette nella camera sepolcrale – foto di Silvia Vitrò
Mi sono per un momento sentita Indiana Jones, perchè l’apertura che permette di raggiungerla è uno stretto buco scavato nel terreno nel quale bisogna infilarsi, ma le emozioni finiscono qui; essa conserva solo un mastodontico sarcofago in pietra nera senza iscrizioni.
L’enorme sarcofago in pietra. Foto di Silvia Vitrò
Se si considera anche il fatto che la mastaba era affollatissima, non vale il tempo della visita: essa è tutto sommato insignificante, soprattutto se paragonata ad altre coeve che si trovano a Giza ed a Sakkara.
A Giza infatti si trovano, ad esempio quelle della regina Meresankh III moglie di Chefren (guardatela sul nostro sito a questo link https://laciviltaegizia.org/…/la-mastaba-della-regina…/), del funzionario della VI dinastia Idu, del suo contemporaneo Merynefer detto Qar ed infine di Irakuptah, sacerdote e Capo dei Macellai della grande casa” durante la V dinastia (sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/07/04/la-tomba-di-irakuptah/) che si differenziano tuttavia parecchio da quella di Seshernefer, il cui programma decorativo, come potrete verificare dalle immagini dei frammenti di Hildesheim e Berlino che ho trovato e pubblicato, era molto più simile a quello delle sepolture di Sakkara, di cui parlerò nei prossimi post.
Offerte di incenso e carne alla statua di Seshemnefer IV (Hildesheim – Inv. n. 3190). Il defunto è rappresentato in piedi, tendente alla pinguedine; è certo che si tratti di una statua in quanto spalle e braccia sono di profilo; se fosse stato Seshemnefer in persona le spalle sarebbero state mostrate di fronte. In effetti il testo recita “statua dell’unico amico, Seshemnefer” ( twt-r-ankh smr-watj sSm-nfr). Nella parte superiore del rilievo, l’amministratore Mer-r-ri ( jmj-rA pr mrrj) in qualità di sacerdote funebre, solleva il coperchio del vaso in modo che il profumo dell’incenso possa raggiungere il naso della statua. Dietro di lui c’è un secondo servo che regge un papiro con le formule da recitare, ora scomparso. Sotto, un altro servitore porta una coscia di bovino. Il frammento proveniente dalla mastaba è in calcare ed è alto 70,3 cm, largo 78,3 cm e profondo 10 cm. Foto Alamy Stock
La caccia agli uccelli con la rete (Hildesheim – Inv. n. 3193). Foto di Einsamer Schutze. I cacciatori tendevano la rete e si nascondevano in attesa che gli uccelli vi si posassero; al segnale del loro capo tiravano le funi a cui era assicurata ed essa, grazie ad un meccanismo che non si conosce, si chiudeva a portafogli ed intrappolava i volatili.
Macellazione di un manzo (Hildesheim, Inv. N. 3194) Un uomo tiene il manzo per le corna mentre un altro (non visibile) lo fa cadere tirando la corda che gli lega le zampe anteriori e dandogli un calcio su una delle zampe posteriori. Foto di Einsamer Schutze
Il raccolto (Hildesheim, Inv. n. 3191?. Nel registro centrale i mietitori raccolgono il grano con falci a mano sotto gli occhi di un sorvegliante armato di bastone, che si trova in piedi a destra. Nel registro inferiore i sacchi di grano caricati sugli asini vengono trasportati al granaio e i due uomini sulla destra lo accumulano all’interno. Il rilievo è in pietra calcarea ed è alto 84,5 cm, largo 100,5 cm e profondo 10,5 cm.. Foto di Einsamer Schutze
Scena del raccolto: i servi preparano i covoni e gli asini aspettano di essere caricati con i sacchi da portare al granaio. Il frammento è oggi a Berlino – non ho altre informazioni.
E’ ancora Erodoto a raccontarci un avvenimento importante accaduto durante la conquista persiana dell’Egitto, anche se purtroppo si limita, nella sua opera, a riportarci solo quello che gli fu raccontato dai sacerdoti accaduto circa ottanta anni prima.
Erodoto cita una “armata perduta” a seguito di un disastro militare occorso all’esercito persiano di Cambise II durante la guerra per l’occupazione dell’Egitto. Lo storico stesso afferma però di non aver riscontri per convalidare o confutare quanto raccontatogli dagli indigeni.
In quel tempo regnava in Persia il re Ciro il quale, dopo aver annesso alla Persia tutti i regni limitrofi, nel 525 a.C. invase anche l’Egitto che fu sconfitto nella battaglia di Pelusio. Appena caduta Menfi, Cambise, che nel frattempo era succeduto a Ciro, si proclamò faraone d’Egitto assumendo come nome Mesutira Kamebet e, con la collaborazione del generale greco Fanes, disertore dall’esercito egizio, conquistò tutto il paese fino alla Nubia. Conquistata Tebe, Cambise divise in due armate il suo esercito, una composta da 30.000 uomini che inviò a sud per cercare di sottomettere il Regno di Kush. L’impresa fallì miseramente in quanto l’armata venne quasi completamente distrutta dalla malaria e dalla dissenteria tra Napata e Meroe ed i pochi superstiti si rifugiarono ad Elefantina.
La seconda armata aveva il compito di conquistare l’ultimo avamposto egiziano, l’Oasi di Siwa dove si trovava il famoso oracolo di Zeus Ammone.
L’Oasi di Siwa si trova in pieno deserto occidentale, a circa mille chilometri dalla Valle del Nilo, quasi ai confini dell’odierna Libia. L’Oasi si trova in una depressione di 18 metri sotto il livello del mare, con un’enorme ricchezza di acqua dolce grazie alla quale produce grandi quantità di palmeti da datteri di ottima qualità; poteva resistere a qualunque assedio per un tempo indeterminato.
Erodoto parla di due motivi che indussero i persiani a tentare di conquistare Siwa. Il primo era dovuto al fatto che Cambise, quando conquistò Menfi aveva profanato i templi di Amon per cui il celebre oracolo di Siwa aveva predetto la morte imminente del re persiano. Il secondo e più probabile motivo era che Siwa costituiva una tappa obbligatoria per la via carovaniera che, da Cirene, trasportava in Asia il Silphium, una sorta di finocchio selvatico (un allucinogeno) che cresceva unicamente in Cirenaica, oggi estinta a causa dell’eccessiva raccolta. Il Silphium, molto richiesto anche da Roma, veniva venduto letteralmente “a peso d’oro” dai mercanti di “Arae Philaenorum”, oggi Rà’s Lànuf sulla costa del Mediterraneo.
Va detto inoltre che il re di Cirene, Arcesilao III, dopo la rotta dell’esercito egizio a Pelusio, si era prontamente schierato dalla parte di Cambise. Anche la spedizione verso Siwa però si rivelò un disastro ancora peggiore di quella verso Kush. L’armata, partita da Tebe nell’inverno del 525 a.C., forte di 50.000 uomini tra cui persiani, fenici, greci e mercenari di varia provenienza, venne inviata attraverso il deserto occidentale con l’intento di prendere di sorpresa le truppe egizie che presidiavano l’Oasi di Siwa.
Va detto che appare subito esagerato il numero dei soldati inviati a Kush e tanto più di quelli inviati a conquistare una pacifica oasi, anche se questa era ancora presidiata da truppe egiziane. Poiché è nota l’avversione di Erodoto per i persiani c’è da pensare che questo lo abbia portato a dilatarne eccessivamente il numero.
Racconta Erodoto che dopo aver marciato per sette giorni (percorrendo all’incirca 180 km.) si imbatterono in una oasi che Erodoto chiama “Isola dei Beati” (probabilmente l’Oasi di Kharga). Una volta rifornito l’esercito puntò a nord seguendo le guide indigene dei Garamanti le quali scelsero il percorso più logico in termini di tempo e di distanza arrivando così, attraverso il Wadi abd el-Malik, ad attaccare Siwa da sud, mentre gli egiziani si sarebbero aspettati un attacco frontale, attraverso la via che costeggiava il Mar Mediterraneo, decisamente più comoda.
Certamente quella presa dalle guide fu la scelta peggiore e pericolosa in quanto durante il percorso non si incontrano più altre oasi ad eccezione della mitica Zerzura. Secondo una leggenda araba contenuta in un manoscritto del XV secolo, nel bel mezzo del “Grande Mare di Sabbia”, ad ovest del Nilo, tra Egitto e Libia, sarebbe esistita un’Oasi che veniva chiamata “Zerzura” (l’Oasi dei piccoli uccelli). Per anni archeologi ed esploratori l’hanno cercata ma invano.
Fu così che, dopo aver percorso altri chilometri – l’acqua ed i rifornimenti cominciavano a scarseggiare – i comandanti decisero di proseguire attraverso una delle zone più aride dell’intero deserto del Sahara. Un errore così enorme nel calcolare il percorso forse è in parte dovuto alla ben nota infedeltà dei Garamanti, che con ogni probabilità si dileguarono. A completare il disastro sopraggiunse il Khamsin, un forte vento stagionale che, tra aprile e giugno, genera violente tempeste di polvere che disidratano i corpi coprendo ogni cosa di sabbia, creando nuove dune e spianando quelle esistenti; basti pensare che queste dune possono raggiungere l’impressionante altezza di 200 – 300 metri.
Da questo disastro non si salvò nessuno. Una conferma a tale disastro potrebbe venire dal ritrovamento, da parte della spedizione dei fratelli Angelo e Alfredo Castiglioni del novembre 2009, di reperti che possono attribuirsi ad un esercito orientale e che confermerebbero la versione dei fatti tramandata dallo storico greco.
Aiutati forse dallo stesso Khamsin sono venute alla luce spade di bronzo, coltelli di ferro, punte di freccia in bronzo, uno scudo e un braccialetto d’argento oltre a diversi scheletri umani, tutto perfettamente conservato grazie al clima estremamente arido.
Alcuni studiosi contestano le scoperte dei fratelli Castiglioni; personalmente mi astengo da ogni giudizio. Anche Belzoni, spintosi in quest’area nel 1821 rinvenne una trentina di sepolcri a forma di parallelepipedo contenenti scheletri.
Erodoto racconta che:
<<…….quando aveva ormai percorso circa la metà del tragitto che la divideva dalla meta (Siwa)…….. mentre prendevano il pasto spirò contro di essi un vento di meridione potente ed insolito trascinando vortici di sabbia che li seppellì ed essi così sarebbero scomparsi……..Gli Ammonii dicono che questo è avvenuto di tale spedizione…….>>.
E’ provato che con un Kamsin molto forte se non si è ben riparati si può morire per sincope, collasso cardiovascolare ed insufficienza renale, peggio se il corpo è debilitato da una marcia forzata di quasi 1.000 chilometri nell’aridità del deserto. La tempesta di sabbia seppellì tutto e tutti e spostò le dune sopra i resti dell’armata a mo’ d’epitaffio. Quale che sia stato il destino dell’armata persiana, la sua storia non smette di affascinare e di stimolare la mente, le mani e la penna.
Nota: i casi di omonimia sono stati gestiti aggiungendo ai nominativi dei titolari un progressivo in numeri romani tra parentesi quadre (es.: Amenmose [I]; Amenmose [II]). Tali progressivi NON hanno alcuna valenza temporale o storica, ma servono solo per differenziare due titolari (nessuna indicazione è stata, ovviamente, riportata per i titolari “sconosciuti”).
La TT201 presenta una semplice planimetria a “T” capovolta, tipica del periodo; molto danneggiate le immagini parietali.
Un breve corridoio, sulle cui pareti (1 in planimetria[6]) è rappresentato il defunto e alcune divinità (non identificabili), immette in una sala trasversale con quattro pilastri (due dei quali crollati); sulle pareti (2) il defunto offre libagioni su un braciere in presenza della moglie e di alcuno portatori di offerte, compresi mazzi di fiori e un bue inghirlandato; poco oltre (3), su quattro registri sovrapposti, il censimento del bestiame in presenza del defunto e disegni, solo accennati, di bestiame con vitelli.
Sul lato corto (4-5), su due registri, ciuffi di papiro, mazzi di fiori e offerenti dinanzi a Osiride e Iside (?) e alla Dea dell’Occidente (Hathor); poco oltre (6) resti di pittura di un giardino con un lago, portatori di offerte e un uomo inginocchiato dinanzi al defunto (?) e (7) resti di soldati con scudo e tamburi.
Su altra parete (8) il defunto (?) offre incenso su un braciere e (9) i resti di quattro soldati con scudo e stendardo dinanzi ad Amenhotep III (?). Un corridoio dà accesso ad una sala perpendicolare alla precedente[7]
La camera sepolcrale ha la caratteristica pressoché unica di essere dipinta in nero con le scritte dorate, simile alle decorazioni dei sarcofagi dell’epoca.
Fonti
^ Gardiner e Weigall 1913
^ Donadoni 1999, p. 115.
^ Gardiner e Weigall 1913, p. 34
^ Porter e Moss 1927, p. 304.
^ Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
^ Gardiner e Weigall 1913, p. 35
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5] Porter e Moss 1927, p. 303, confermata in edizione del 1970.
[6] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 292.
Governatore del deserto a ovest di Tebe; Capo delle truppe del faraone
El-Khokha
XVIII dinastia (da Thutmosi III a Amenhotep II)
versante sud, estremità ovest; ad est di TT198, accanto alla TT199
Biografia
Unica notizia biografica ricavabile, il nome della moglie Tuy[5].
La tomba
TT200 presenta struttura planimetrica a “T” rovesciata, tipica delle sepolture del periodo. Un corridoio immette in una sala trasversale sulle cui pareti: (1 in planimetria[6]) il defunto e la famiglia (?) pescano e praticano l’uccellagione; un uomo offre mazzi di fiori al defunto, alla moglie e a una figlia (di cui non è indicato il nome); due file di uomini procedono alla pulizia, alla preparazione, al trasporto e alla registrazione della cacciagione e del pescato in presenza del defunto seduto.
Sul lato corto di nord-est (2) resti di stele a imitazione di granito e scene, danneggiate del defunto che assiste alla vendemmia, alla decantazione e all’imbottigliamento in giare del vino. Su altra parete (3), su tre registri sovrapposti, il defunto, che indossa ampi collari con decorazione di amuleti, in atto di tirare d’arco sotto uno stendardo in presenza di due file di soldati e sotto la supervisione di Thutmosi III e Amenhotep II seduti sotto un padiglione.
Suonatrice di nacchere. Rilievo di N. De Garis Davies
Oltre l’accesso ad una sala perpendicolare (7), il defunto e la moglie seduti e resti di scene di banchetto con due arpisti maschi, uno in piedi e l’altro seduto, e due suonatrici di nacchere; sul lato corto una stele (6) con il defunto in offertorio a Osiride, testi danneggiati e portatori di offerte. Poco oltre, su tre registri (5), due figli maschi (non sono indicati i nomi) offrono fiori, mentre una figlia offre vino al defunto e alla moglie; seguono (4) scene del defunto e della moglie (?) che offrono libagioni e unguenti su un braciere mentre uomini trasportano fiori e frutta.
Un corridoio adduce a una camera perpendicolare alla precedente; sulle pareti resti di scene della processione funeraria (8) e, su due registri danneggiati (9) i riti per la Cerimonia di apertura della bocca e scene di raccolta, vagliatura e immagazzinamento del frumento[7].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 34
Porter e Moss 1927, p. 303.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
Gardiner e Weigall 1913, p. 35
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5] Porter e Moss 1927, p. 303, confermata in edizione del 1970.
[6] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 292.
TT199 è inaccessibile; è noto tuttavia che su una parete sono abbozzati disegni di offertori e che sul soffitto sono riportati il nome e i titoli del defunto[6].
Fonti
^ Gardiner e Weigall 1913
^ Donadoni 1999, p. 115.
^ Gardiner e Weigall 1913, p. 34
^ Porter e Moss 1927, p. 303.
^ Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
^ Gardiner e Weigall 1913, p. 35
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5] Porter e Moss 1927, p. 303, confermata in edizione del 1970.