“COSE (ANCORA PIÙ) MERAVIGLIOSE”

EGITTOMANIA – PARTE I

Un porta-documenti in mogano e argento del 1809 a forma di sacrario egizio, basato sui disegni di Denon

Non c’è una data precisa in cui esplose in Europa. O meglio, esiste (forse) una data di nascita del termine “egittomania” e, curiosamente è antecedente anche alla spedizione in Egitto di Napoleone.

In una lettera datata 20 marzo 1797 Frederick Augustus Hervey, quarto conte di Bristol e vescovo di Derry scrive infatti amabilmente a Wilhelmine Encke, contessa di Lichtenau, proponendole un viaggio in Egitto e menziona “l’egittomania di cui mi sono innamorato e di cui non riesco a fare a meno”. Non sappiamo se la proposta del conte celasse intenzioni più…maliziose, peraltro molto pericolose visto che la contessa era l’amante “ufficiale” di Federico Guglielmo II di Prussia, ma la morte del re di Prussia ed il conseguente arresto ed esilio di Wilhelmine pone fine a qualunque progetto. Il termine però era “nato”.

Frederick Augustus Hervey, quarto conte di Bristol. È lui l’inventore del termine “Egittomania”?
Wilhelmine Encke, contessa di Lichtenau. Non riuscirà mai a vedere l’Egitto, per sua sfortuna.

Sappiamo invece che divampò velocemente su entrambe le sponde della Manica, tanto che Sir Joan Soane (che molti di voi conoscono e che ritroveremo più avanti alle prese con Belzoni) nel 1806 si lamenta del “misero tentativo di imitare il carattere e la forma delle opere [architettoniche egizie] in spazi piccoli e limitati […] La mania egizia si è diffusa ulteriormente: persino i nostri mobili sono decorati con le forme simboliche dei costumi religiosi e di altro tipo dell’Egitto”.

Una vignetta satirica sulla moda “egittomane” pubblicata il 24 ottobre 1798 dopo la vittoria ad Abukir. A sinistra, una donna indossa un abito bianco simil-mummia decorato da coccodrilli. Di fronte a lei, il vestito dell’uomo è ancora più stravagante, composto da cappotto, gilet e stivali di pelle di coccodrillo. Il suo cappello sfoggia anche un coccodrillo giallo brillante. Royal Museum di Greenwich, ID PAF3864

Tutto finisce nel calderone dell’egittomania: abiti, arredamento, accessori, architettura. Già nel 1798, una vignetta ironizza sull’abbigliamento stravagante che richiama la terra del Nilo dopo le vittorie di Nelson. Molte altre ne seguiranno.

In quest’altra vignetta del 1806 di Thomas Rowlandson intitolata “Antichità Moderne”, ora al Met, in una sala piena di oggetti d’antiquariato egiziani una giovane donna viene abbracciata da un ufficiale, che la trascina in un sarcofago per scopi non proprio archeologici. MetMuseum 56.567.5
Il Temple Mill a Leeds, completato nel 1840; particolare del cornicione con l’emblema del sole alato e capitelli dei pilastri papiriformi. Fonte: Historic England
L’invito alla sbendatura di una mummia, a quanto pare eventi popolari nell’Inghilterra di metà XIX secolo

Un anonimo servitore dell’aristocrazia scrive pochi anni dopo che il suo principale è caduto vittima di “quell’egittomania che è diventata così diffusa, e che ha minacciato a un certo punto di far ripiombare le nostre sedie e i nostri tavoli nella barbarie”. Decisamente non un estimatore del nuovo modo di adornare i mobili, ma c’è poco da fare: soprattutto nell’Inghilterra vittoriana l’egittomania diventerà una moda, un tormentone che troverà la sua apoteosi nell’Esposizione Internazionale di Londra del 1851.

L’apoteosi dell’egittomania vittoriana: l’allestimento del Crystal Palace all’Expo di Londra del 1851

Ma tutto questo non sarà nulla rispetto alla seconda “ondata” che seguirà la scoperta della tomba di Tutankhamon. Ma questa è un’altra storia…

Necropoli tebane

TT186 – TOMBA DI IHY

Planimetria schematica della tomba TT186 collegata alla TT405[1] [2]

Epoca:                                   VI – X Dinastia (Primo Periodo Intermedio)

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
IhyGovernatore del Nomo[5]El-KhokhaPrimo Periodo Intermedio (VI-X dinastia)[6]casa di Sagar (una donna)[7]; versante est, a nord TT48

Biografia

Unico dato ricavabile, il nome della moglie, Imy, Profetessa di Hathor[8].

La tomba

E’ una della tombe più antiche della necropoli giacché, come l’adiacente TT405, risale al Primo Periodo Intermedio. Dalla TT186, molto danneggiata, si accede alla TT405 di Khenti, a sua volta Nomarca[9].

Sulle pareti (1/nero in planimetria[10]), resti di un pesce arpionato e, ben leggibile, il nome di una donna: Intefes.

Sui pilastri (A) il defunto con due piccoli figli (?) e la moglie; (B) testi sacri. Su altre pareti (2) una barca in ambiente palustre e scene di caccia all’ippopotamo; poco oltre (3) il defunto, con un cane sotto la sedia, con la famiglia ed alcuni assistenti e su tre registri sovrapposti: scene di banchetto in presenza di danzatori, danzatrici e suonatrici di arpa e nacchere, portatori di offerte e uomini che riempiono un granaio.

Scene di pesca sulla parete occidentale della TT186. Da: Saleh, Mohamed. Three Old-kingdom tombs at Thebes: I, the tomb of Unas-Ankh no 413: II, the tomb of Khenty no. 405: III, the tomb of Ihy no. 186. Vol. 14. von Zabern, 1977.

Seguono (4) il defunto e i familiari che sovrintendono a lavori: raccolta del bestiame, pulitura del pesce, cattura di tori, asini e capre[11].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 32
  4. Porter e Moss 1927,  p. 291.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Non è specificato di quale Nomo si tratti.

[6]      Gardiner e Weigall 1913, p. 33

[7]      Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.

[8]      Porter e Moss 1927, p. 291, confermata in edizione del 1970.

[9]      In planimetria i riferimenti alle due tombe sono differenziati in diverso colore, nero per la TT186 e rosso per la TT405.

[10]     La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 291-293.

[11]     Porter e Moss 1927, pp. 291-293.

Necropoli tebane

TT185 – TOMBA DI SENIOKER

Planimetria schematica dell’area di el-Khokha ed el-Assasif[1] [2]

Epoca:                                   VI – X Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
SeniokerPrincipe ereditario, Divino CancelliereEl-KhokhaPrimo Periodo Intermedio (VI-X dinastia)versante est; a nord di TT184 e sopra TT48

Biografia

Nessuna notizia[5].

La tomba

La posizione delle TT184 e TT185, “coperte dall’abitazione Bet Boghdady. Fonte: https://tt184en.blogspot.com/

La TT185 è stata a lungo inglobata nell’abitazione moderna chiamata Bet Boghdady. Da anni una spedizione ungherese è al lavoro per recuperare gli interni della TT185 e dell’adiacente TT184.

Le iscrizioni recuperate finora della TT185. Fonte: https://tt184en.blogspot.com/

Le iscrizioni recuperate finora della TT185. Fonte: https://tt184en.blogspot.com/

Precedentemente erano accessibili solo gli stipiti d’accesso, su cui è identificabile il defunto, dotato di scettro Kherep, con alcuni collaboratori[6].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 32
  4. Porter e Moss 1927,  p. 291.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33
  6. Gardiner e Weigall 1913, p. 33

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 291, confermata in edizione del 1970.

[6]      Porter e Moss 1927,  pp. 291.

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta, Templi

IL TEMPIO DI KNUM AD ESNA

Tempio di Knum, facciata della sala ipostila

Per maggiori informazioni sul restauro del tempio di Esna vedi anche: IL RESTAURO DEL TEMPIO DI ESNA


L’ egizia Lunyt e greca Latopolis è un villaggio dell’Alto Egitto in mezzo al quale vi è l’imponente tempio di Esna era dedicato al dio artefice Knum e alla sua controparte femminile, la dea Neith.

Knum è il dio creatore, infatti è il vasaio, colui che nella mitologia crea sulla ruota l’immagine dell’uomo in argilla che poi viene animata dalla potenza divina.

Il tempio è un inno alla sua opera, cioè alla creazione e alla natura.

I capitelli della sala ipostila sono fitomorfi, con papiri e loto i cui colori variano dal rosso al blu, al bianco al verde per rendere più movimentata la scena e variare la ripetizione dello stesso schema.

Capitello con foglie di loto

A Esna i resti visibili del tempio sono circa 9 metri più in basso del livello della città moderna.

Il tempio presenta una struttura classica, ma l’unica parte completamente alla luce è la sala ipostila.

La facciata è formata da 6 colonne con sendidi capitelli, collegati da intercolunni che arrivano più o meno a metà dell’altezza delle colonne.

Le sue pareti sono interamente decorate di rilievi : due inni crittografici a Knum che sono scritti quasi completamente l’uno con il segno geroglifico dell’ l’ariete, l’altro con quello del coccodrillo.

La sala ipostila presenta 24 colonne, il tempio fu ampliato da diversi imperatori romani, a partire da Claudio nel I secolo d. C. fino a Decio nel II secolo d. C., ed è quindi la struttura templare più tarda che si sia conservata in Egitto.

Geroglifici sulle colonne e sullo splendido soffitto del tempio di Esna.
Fatto costruire nel II secolo a. C. dai faraoni Tolomeo VI è Tolomeo VII, ma decorato durante l’impero Romano.
Si tratta quindi di una scrittura geroglifici di una fase finale della civiltà egizia.
Foto Eirestok/Shutterstock
Fonte Rivista Archeologia Viva settembre /ottobre 2003

Fonte e fotografie:

  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra
  • Egitto 4000 anni di arte – Jaromur Malek – Edizioni Phaifon
  • L’arte egizia – Alice Cartocci, Gloria Rosati Scala, Giunti
  • Rivista Archeologia Viva settembre/ottobre
  • Foto di Wirestok/Shutterstok
Autentici falsi

LA STATUETTA DI HATHOR

Statuetta di Hathor in forma di vacca, Barnes Foundation, Philadelphia, inv. A68, vetro blu

Albert C. Barnes fu un collezionista americano che fondò nel 1922 la Barnes foundation a Philadelphia, un museo che ospita 4000 opere, tra cui molti dipinti impressionisti e non solo. Grande esperto di arte moderna e contemporanea, Barnes tuttavia non lo era altrettanto nell’arte antica e acquistò molti pezzi che solo recentemente si sta scoprendo essere falsi.

È il caso di questa Hathor in forma di vacca sacra in vetro blu (A68) con un disco solare tra le corna e una figura umana che succhia il latte. Rappresentazioni simili sono abbastanza frequenti nell’Antico Egitto e la figura umana di solito rappresenta un faraone.

La statuetta fu acquistata da Barnes a Parigi nel 1923 presso il commerciante Georges Manolakos.

Era etichettata come “vacca sacra”, datata al 2000 a. C. e fu acquistata per 3.000 franchi, una cifra importante per l’epoca. Manokolas non fornì informazioni sulla provenienza.

Il curatore Carl Walsh ha studiato a fondo la statuetta deducendo che si tratti di un falso.

Innanzitutto, il materiale (vetro) è molto insolito: statuette simili furono realizzate in faïence o pietra, ma non in vetro, nel corso dell’intera storia egizia. Il vetro era una tecnologia relativamente recente, utilizzata a partire dal Nuovo Regno (1550-1069 a.C) per produrre piccoli oggetti di lusso.

La statuetta mostra inoltre tecniche di lavorazione moderne. Si nota che è stata realizzata da uno stampo composto da due metà (tecnica mai riscontrata nell’Antico Egitto) e che il vetro è stato sottoposto ad un raffreddamento repentino (anche questa tecnica mai utilizzata).

La riga obliqua che si nota a partire dalle zampe verso il dorso, è il segno del doppio stampo

La fattura dell’oggetto devia dai canoni dell’arte egizia: la vacca è piuttosto tozza e non presenta le proporzioni corrette, né gli occhi stilizzati, né le corna sottili e curve che si riscontrano nelle rappresentazioni di Hathor. La figura del sovrano è abbozzata e non presenta i simboli regali.

Inoltre, rappresentazioni di Hathor che allatta il sovrano sono molto rare e non esistono statuette del genere, il che è comprensibile dato che si trattava di immagini regali che erano custodite in luoghi sacri all’interno dei templi.

Afferma Carl Walsh :

Nonostante sia stata riconosciuta come falsa, la statuetta resta in esposizione e le motivazioni per questa scelta sono, a mio parere, interessanti e meritano di essere condivise perché offrono spunti di riflessione:

https://www.barnesfoundation.org/…/research-notes…

Necropoli tebane

TT184 – TOMBA DI NEFERMENU

Nefermenu in geroglific
Planimetria schematica della tomba TT184[1] [2]

Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
NefermenuSindaco della Città del Sud (Tebe) e Scriba realeEl-KhokhaXIX dinastiaversante est; sopra la TT48

Biografia

La posizione delle TT184 e TT185, “coperte dall’abitazione Bet Boghdady. Fonte: https://tt184en.blogspot.com/

Nessuna notizia era ricavabile, almeno fino al 1970[5]. Una missione ungherese, nel 1995, ha individuato il nome della moglie in Mery, Cantatrice di Amon. La stessa missione sta ancora procedendo allo studio della TT184[6].

La tomba

TT184 si sviluppa con planimetria ad angolo retto: da un’anticamera, infatti, si diparte un ramo a 90 gradi rispetto alla medesima. Nell’anticamera: il nome del defunto (1 in planimetria[7]) e un uomo che porta una statuetta sul capo; poco oltre (2), su tre registri sovrapposti, scene e testi dal Libro delle Porte, una donna seduta e preti che officiano offrendo libagioni al defunto e alla moglie (di cui non viene indicato il nome).

Sala trasversale, registro inferiore. Da: Fábián, Z. “Theban Tomb 184 (Nefermenu) and the upper section of the south slope of El-Khokha hillock—2005.” Acta Archaeologica 58.1 (2007): 1-42.

Sulla parete opposta (3) brani del Libro delle Porte, il defunto che adora una divinità e portatori di offerte dinanzi al defunto e alla moglie; in una nicchia (4) una statua.

La statua di Nefermenu

Un corridoio ad angolo retto, sulle cui pareti (5) sono riportati due uomini seduti, immette in un’altra sala sulle cui pareti (6–7) il defunto è rivolto verso l’accesso al locale. Poco oltre (8) la moglie rivolta verso il marito della scena precedente e i due in atto di offertorio, seguono (9) brani del Libro delle Porte, il defunto con Thot e Onnefer, scene di psicostasia con Horus che sottopone il risultato a Osiride e alla Dea dell’Occidente (Mertseger). Sulla parete opposta (10) trascrizione di litanie e un uomo in adorazione della barca di Sokar e Mert, un altro uomo con l’immagine di Maat mentre Horud si intrattiene a colloquio con Osiride. Sul fondo, in una nicchia (12), una stele oggi illeggibile[8].

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 206.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Gardiner e Weigall 1913, p. 32
  5. Porter e Moss 1927,  p. 290.
  6. Gardiner e Weigall 1913, pp. 32-33
  7. Gardiner e Weigall 1913, p. 33

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 289, confermata in edizione del 1970.

[6]      Sito missione archeologica ungherese: TT184, su tt184en.blogspot.it.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 282.

[8]      Porter e Moss 1927,  pp. 290-291.

Kemet Djedu

UN CARTIGLIO IN FAIENCE

Il Ministro del Turismo e delle Antichità ci parla degli scavi fatti sul sito di Tel Habwa ubicato nel Sinai settentrionale.

Nella relazione narra anche di un certo numero di importanti edifici che sono stati repertati in tre strati consecutivi, tutti risalenti alla XXVI dinastia. Il Ministro descrive anche i depositi di fondazione appartenenti a uno di questi edifici (l’ultimo strato archeologico presente sul sito) e mostra un piccolo manufatto in faience che reca l’iscrizione di un cartiglio.

Proviamo a farne l’analisi filologica. Come consueto ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a chi non li ha studiati.

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

MIETITURA DEL LINO

Bassorilievo in pietra calcarea

Mietitura del lino, nella tomba di Petosiri, sommo sacerdote del dio Thot a Tina El-Gebel.

I templi tolomaici conservarono quasi per intero la struttura faraonica, forse perché esistevano santuari specifici per le divinità e quindi non era necessario unire le due religioni.

Lo stesso vale per le tombe, almeno nel periodo tolemaico, però con alcune eccezioni, fra cui la tomba di Petosiri a Tina el-Gabel

Si tratta di una tomba familiare con sovrastrutture che ricorda un tempio, e la decorazione a rilievo presenta una mescolanza di stili egizi ed ellenistici.

Le scene in stile ellenistico si trovano sopratutto nella parte esterna della sovrastruttura e riproducono temi legati all’agricoltura, all’allenamento e al lavoro artigianale, ma anche un sacrificio secondo le modalità della religione greca.

Lo stile egizio è preminente all’interno, dove prevalgono i temi funerari e religiosi.

Le figure si attengono alle convenzioni rappresentative egizie, come dimostra la disposizione della spalla e dell’avambraccio destri dell’uomo che lega il lino, altre sono invece puramente ellenistiche, come le persone ritratte in visione frontale e di tre quarti.

Le convenzioni artistiche egizie non vennero modificate per creare qualcosa di nuovo e si preferì piuttosto utilizzare entrambi gli stili.

Fonte

Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

PRIGIONIERI IN CATENE

Provenienza sconosciuta
Cartonnage, Altezza 30 cm
Museo Egizio di Torino

Prigionieri in catene all’estremità di un sarcofago

La coppia di prigionieri con le braccia legate si trova sul lato esterno di un sarcofago in corrispondenza dei piedi.

Il cartonnage, un materiale simile alla cartapesta che consiste fondamentalmente di papiro, lino e stucco ( pietra calcarea macinata e mescolata a un collante), fu utilizzato sopratutto per sarcofagi antropomorfi durante il I millennio a. C.

Questo era il sarcofago di una persona comune, ma la scena si ispira al concetto tradizionale dei nemici “sotto i sandali del faraone”, cioè soggiogati, umiliati e calpestati.

Le due figure raffigurano due tipi razziali: un asiatico e un nubiano, le figure sono dipinte all’interno della sagoma di un paio di sandali, i piedi del defunto.

Durante l’età Tolemaica e Romana il concetto venne riadattato per renderlo valido anche per le persone comuni.

L’interpretazione più plausibile è che l’immagine fosse legata al concetto del trionfo sui nemici che il dio solare riportava durante il suo viaggio nell’oltretomba, per poter risorgere al mattino.

Anche le persone comuni desideravano prendere parte al ciclo solare, per assicurarsi la rinascita nella vita ultra terrena.

Fonte: Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon

Foto: Museo Egizio di Torino

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

STATUA DI HOR

Probabilmente da Sa el-Hagar (Sais)
Granito, Altezza 113 cm
Agyptisches Museum, Berlino.

Hor, comandante in capo del Basso Egitto,

Si conosce l’identità del personaggio grazie all’iscrizione sul pilastro dorsale.

Le caratteristiche della scultura consentono di datarla all’ Età Tolemaica, o poco più tardi, ma non è noto il periodo in cui Hor sia vissuto.

Due caratteristiche distinguono la statua da quelle più tradizionali : i capelli corti e l’abbigliamento, la tunica a scollo a V e l’ampia toga.

Il viso è riprodotto realisticamente, la fronte corrugata, le guance e la bocca segnate dalle rughe.

Il viso si iscrive perfettamente alla corrente naturalistica della scultura Tolemaica.

Fonte

Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaido