Sindaco della Città Meridionale (Tebe), Scriba reale
Dra Abu el-Naga
XIX dinastia
usata come magazzino da Gaz Shemi; sotto la casa di Gaad Hamad
Biografia
Uniche notizie note sono il nome del padre, Huy, Giudice e Sindaco, e della moglie Nezemt-net[5].
La tomba
TT164 è inaccessibile e già nella catalogazione data nel 1913 da Alan Gardiner e Arthur Weigall viene indicata come “usata come magazzino”.
Si è a conoscenza della presenza di un inno a Osiride, di scene con musici e di un uomo inginocchiato, di quattro preti portatori di statuette reali e di una scena con il defunto seduto e di altri inni sacri.[6]
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Porter e Moss 1927, p. 276.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 30-31
Gardiner e Weigall 1913, p. 31
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Sindaco della Città Meridionale (Tebe), Supervisore dei granai di Amon
Dra Abu el-Naga
XVIII dinastia
parzialmente incendiata; a breve distanza, a nord-est della TT161 versante sud della collina
Biografia
Kenamon e Mut-Tuy. Met Museum 30.4.192
Unica notizia, ricavabile da un cono funerario intestato a Kenamon, è il nome della moglie Mut-Tuy. Lo stesso nome del titolare della tomba è stato ricavato da un cono funerario[7][8].
La tomba
TT162 è inaccessibile e già nella catalogazione data nel 1913 da Alan Gardiner e Arthur Weigall viene indicata come “parzialmente incendiata”. Planimetricamente la tomba si presenta con forma a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo. Un corridoio dà accesso a una sala trasversale: sulle pareti (1 in planimetria[9]), su due registri sovrapposti, il defunto seguito dalla moglie e dal quattro donne con sistri e fiori, offre incenso su un braciere mentre tre uomini offrono libagioni al defunto (?); navi da carico siriane e siriani che trasportano merci ad un mercato. Sulla parete opposta (2), solo frammenti di un uomo con una pila di giare.
Le navi mercantili siriane. Da: THE JOURNAL OF EGYPTIAN ARCHAEOLOGY VOL. 33
Altre immagini (4) del defunto con altri due uomini che offrono mazzi di fiori e uccelli al re e assistono a scene di aratura; sulla parete opposta (3), su due registri, il defunto e la moglie seduti, con una scimmia, un’oca e un cane sotto la sedia; in due scene il figlio, sotto la cui sedia è rappresentato materiale scrittorio da scriba, in qualità di prete sem[10] offre libagioni al defunto e il defunto, seguito dalla moglie, da portatori di offerte e da parenti, in offertorio di aromi su un braciere.
Particolari dei soffitti decorati Met Museum 30.4.97 e 30.4.98
Dalla sala trasversale si accede direttamente ad una sala perpendicolare alla precedente, senza alcun corridoio di immissione. Sulle pareti, molto danneggiate, il defunto incontra i genitori (5); il defunto con la moglie (6) e familiari in offertorio a Osiride; su due registri (7) scene della processione funeraria, in presenza di Anubi e Hathor, e del pellegrinaggio ad Abydos con barche che trasportano cavalli; i resti (8) di scene della processione funeraria, con portatori di offerte e prefiche[11].
Fonti
^ Gardiner e Weigall 1913
^ Donadoni 1999, p. 115.
^ Porter e Moss 1927, p. 275.
^ Gardiner e Weigall 1913, pp. 30-31
^ Gardiner e Weigall 1913, p. 31
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[7] Georges Daressy (1864-1938), egittologo francese, ricavò i titoli del defunto e, tra gli altri, quello di “Occhi del re nelle terre del nord e orecchie di Haremmaat…”.
proprio sopra la casa bianca di Abdullah Ahmed Soliman
Biografia
Il Giardiniere delle divine offerte di Amon Nakht. Da: Manniche, Lise. “The Tomb of Nakht, the Gardener, at Thebes (No. 161) as Copied by Robert Hay.” The Journal of Egyptian Archaeology 72 (1986)
Padre di Nakht fu Guraru, Giardiniere delle divine offerte di Amon; sua madre fu Kay e sua moglie Tahemt. Huynefer fu uno dei figli, a sua volta Giardiniere delle offerte floreali di Amon[5].
I titoli di Nakht riportati nella tomba e sullo stipite della porta di ingresso. Da: Bryan, B. M., & Dorman, P. F. (Eds.). (2023). Mural Decoration in the Theban Necropolis (Vol. 2).
La tomba
Planimetricamente la tomba si presenta difforme dalla “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo: è infatti costituita da una sala oblunga al termine della quale si apre una camera più interna. Un corridoio dà accesso alla prima sala; sulle pareti (1 e 2 in planimetria[6]) il defunto offre incenso su un braciere in presenza di preti officianti, mentre la moglie accompagna un figlio, seguita da altri quattro figli (non sono riportati i nomi) con mazzi di fiori, e quattro figlie (anche in questo caso non sono riportati nomi) con offerte.
Dettagli degli omaggi floreali. Da: Bryan, B. M., & Dorman, P. F. (Eds.). (2023). Mural Decoration in the Theban Necropolis (Vol. 2).
Poco oltre, il figlio Huynefer, Giardiniere delle divine offerte, seguito da fratelli e sorelle, offe mazzi di fiori di Amon ai genitori, una figlia in offertorio ai genitori con un concerto di musici: arpisti e liutisti, fanciulle con arpe da spalla, lire, liuti, doppi flauti e tamburelli; il defunto ispeziona l’irrigazione dei giardini in presenza di alcuni ospiti.
Nakht e Kay ricevono le offerte dei figli. Da: Manniche, Lise. “The Tomb of Nakht, the Gardener, at Thebes (No. 161) as Copied by Robert Hay.” The Journal of Egyptian Archaeology 72 (1986)
Sulla opposta parete (4) il defunto e la moglie rientrano nella tomba dopo aver partecipato alla festa per il nuovo anno e (5), su cinque registri, scene della processione funeraria con riti dinanzi alla mummia e il defunto e la moglie che adorano Osiride; scene del pellegrinaggio ad Abydos e portatori di suppellettili funerarie in presenza di Anubi seduto.
La processione funebre. Da: Manniche, Lise. “The Tomb of Nakht, the Gardener, at Thebes (No. 161) as Copied by Robert Hay.” The Journal of Egyptian Archaeology 72 (1986)
Poco oltre (6), su due registri, il defunto e la moglie offrono mazzi di fiori di loto e di papiro a Osiride, Amenhotep I e alla regina Ahmose Nefertari; il figlio Huy[7], in qualità di prete, reca una lista di offerte e officia cerimonie sulla mummia.
Un corridoio, sulle cui pareti (7) sono rappresentati il defunto e la moglie in adorazione di Osiride e di Anubi e il defunto che offre mazzi di fiori a Thutmosi III, ad Amenhotep I e al principe Ahmosi Sipaar, immette in una piccola camera rettangolare[8].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Porter e Moss 1927, p. 274.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 30-31
Gardiner e Weigall 1913, p. 31.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[6] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 272.
[7] Non è dato di sapere se si tratta di un altro figlio o se, data la medesima radice del nome (Huy), si tratti di un diminutivo del figlio Huynefer già in altre scene menzionato.
Parliamo ora della XXVI dinastia; è opinione diffusa tra gli studiosi che il vero fondatore della dinastia e quindi faraone a tutti gli effetti sia stato Psammetico I che Manetone pone invece al quarto posto.
Il suo nome, contrariamente a quanto si pensa non è straniero, gli epitomi di Manetone lo chiamano Psammetichos, ma invece deriva dell’egizio Psametek che potrebbe significare “venditore di vini di Metjek”, con riferimento ad una località non identificata. Nessuna allusione all’attualità ma solo che il nome lo troviamo nel racconto di Erodoto il quale afferma che il sovrano aveva usato come coppa per libagioni il suo elmo.
Alcuni studiosi ritengono che si tratti di un’errata trascrizione di un nome magari assiro. Gli annali assiri lo riportano come Nebuskhezibanni, qualcuno crede di poterlo identificare con un Tushamilki, che compare su un cilindro in cuneiforme, si tratterebbe di un rivoltoso al potere di Ashurbanipal aiutato da Gige di Lidia. Noi continueremo a chiamarlo Psammetico I.
Figlio di Necao I, è considerato il fondatore della XXVI dinastia con la quale inizia il “Tardo Periodo Dinastico”, regnò 54 anni secondo Sesto Africano e 45 secondo Eusebio di Cesarea; di lui testimoniano varie fonti non solo egizie ma anche assire.
Dal punto di vista archeologico Psammetico I appare in una stele di Api subito dopo Taharka; stranamente non viene fatto alcun cenno a Tanutamani. In quel tempo la situazione in Egitto vedeva un gran numero di principi che governavano il loro piccolo territorio in modo indipendente ed aspiravano tutti a formare un’alleanza per meglio difendersi dallo straniero anziché combattersi l’un l’altro. Secondo quanto narra Erodoto, la salita al potere di Psammetico I sarebbe la logica conseguenza della guerra da lui condotta contro una lega di dodici principi egizi, che lui chiama “Dodecarchia” descrivendola, nel suo solito modo fantasioso. Tale versione non concorda con gli annali assiri.
Psammetico I in rilievo che fa offerte al dio Atum – (Ph. Osama Shukir Muhammed Amin )
Nella sua narrazione Erodoto afferma che Psammetico I dovette fuggire in Siria per scampare a Sabacos che aveva ucciso suo padre Necao I (cosa impossibile per ragioni cronologiche). Sempre Erodoto, dopo essersi dilungato nel racconto di battaglie che coinvolsero Gige, re della Licia che, aggredito dalle orde dei Cimmeri, riuscì a ricacciarle grazie all’aiuto di Assurbanipal. Forse è proprio a questi fatti, alterandoli un po’, che si riferisce Erodoto quando racconta che furono gli Ioni e i Cari, i cui soldati erano ricoperti di bronzo, ad aiutare Psammetico I a conquistare il dominio sugli altri principi del Delta.
Nulla ci parla dei primi anni di Psammetico I; le prime notizie documentate le troviamo in una grande stele scoperta a Karnak che reca una data anteriore all’anno 9 di regno del faraone, dove viene menzionato che, tramite alcune alleanze, Psammetico I si era impadronito della tebaide, garantendosi così la nomea di riunificatore delle Due Terre. La stele riferisce inoltre che, nel suo ottavo anno di regno, Psammetico I aveva inviato, con una potente flotta fino a Tebe, in quel momento governata da Montuemhat, vassallo degli assiri ora di Psammetico, sua figlia Nitocris costringendo la “Divina Adoratrice di Amon” in carica, Amenardis II, ad adottarla perché gli succedesse nel titolo allo scopo di garantirsi il controllo della tebaide.
Come già detto Nitocris, a quanto ne sappiamo, fu l’unica Divina Adoratrice ad adottare un nome Horo che la poneva sullo stesso piano del faraone.
Con il regno di Psammetico I si sviluppa l’immigrazione di popolazione greca, vengono incentivati i commerci e si innesca uno scambio di informazioni storiche che continuerà a lungo, sempre sotto il severo controllo di una campagna nazionalista seguita personalmente dal faraone stesso. Questo scambio di culture con la Grecia diventa un elemento fondamentale per lo sviluppo storico dell’Egitto.
In primo luogo, grazie alle testimonianze greche, diventa possibile un collegamento degli avvenimenti egiziani con quelli della Grecia; in secondo luogo porta alla nascita di un’impostazione monetaria, assente in Egitto, necessaria per pagare i mercenari greci.
Si iniziò a sviluppare, anche in campo letterario, l’uso della forma di scrittura demotica, in precedenza adottata come una sorta di stenografia. Anche nella religione avvennero radicali cambiamenti fondati soprattutto sulla “Teogonia Menfita” circa la creazione del mondo e sui rapporti tra gli dei. Non ultimo venne ampliato l’uso delle “Ipostasi” animali di divinità e venne definitivamente allontanata dal pantheon ufficiale la figura di Seth.
Nel 653 Pasammetico I riesce a scacciare gli ultimi residui delle guarnigioni assire portando così a termine la tanto agognata riunificazione dell’Egitto. Secondo alcuni Psammetico I avrebbe inseguito gli assiri fino ad Ashdod, in Palestina, però non esiste la certezza che ciò sia realmente avvenuto, gli assiri probabilmente si sarebbero ritirati senza confronti militari vista la debolezza in cui versava il loro esercito.
Frammento della testa coronata del faraone Psammetico I della XXVI Dinastia (foto Maurizio Zulian)
Divenuto sovrano di tutto l’Egitto Psammetico I trasferì la sua capitale a Menfi da dove iniziò una severa riorganizzazione dello stato. Dapprima fece ampliare il Serapeo di Saqqara indi rivolse la sua attenzione allo sviluppo del commercio grazie alla presenza di mercanti fenici e greci che svolsero un ruolo fondamentale per le sorti dell’economia del paese al punto che Psammetico I concesse loro il permesso di fondare una loro città, Naucrati, sul ramo canopico del Nilo.
In politica non destituì i principi locali a lui fedeli come Mentuhemat di Tebe o Samtutefnakht di Eracleopoli, ma dove era necessario insediò nelle varie province governatori di nomina reale. Riorganizzò l’esercito su base nazionale anche attraverso provvedimenti di coscrizione obbligatoria pur mantenendo inquadrati i mercenari greci, fenici ed ebrei. A protezione delle frontiere schierò truppe libiche sul fronte nubiano e truppe greche al confini occidentale e orientale.
Al fine di contrastare un tentativo di invasione da parte degli Sciti, nel 629 a.C. inviò l’esercito ad Ashdod in Palestina; nel 616 a.C., preoccupato che l’alleanza tra i Media e Babilonia potesse costituire una futura minaccia per l’Egitto, Psammetico I intervenne a fianco degli assiri per evitare che questa ne cadesse preda.
I frammenti del torso e della testa coronata di Psammetico I – (Ph. by Maurizio Zulian)
Recentemente al Cairo, durante degli scavi in un’area dove sorgeva l’antica Heliopolis, è stata rinvenuta una colossale statua in quarzite, in origine alta 8 metri. Dalla forma, anche se è completamente frammentata, in un primo tempo si pensò fosse appartenuta al faraone Ramses II ma poi è stato accertato che si tratta in realtà del faraone Psammetico I.
Fonti e bibliografia:
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
Uniche notizie biografiche ricavabili dalle pitture parietali, il nome del padre, Pedemut, e quello della madre, Tahibet.
La tomba
L’ingresso attualmente murato della TT160. Foto di Bernard M. Adams
Planimetricamente la tomba presenta una forma differente da quella a “T” rovesciata tipica delle sepolture del Nuovo Regno: una camera rettangolare, oblunga, è seguita da un’altra posizionata ortogonalmente alla prima; a queste segue un’ultima camera quasi quadrata.
Poche e molto danneggiate le scene parietali; nel corridoio di accesso resti di scene con il defunto e la moglie dinanzi a cinque divinità (?).
Sulle pareti della prima camera quattro nicchie, quasi agli angoli, contengono scene del defunto in offertorio e testi sacri. Un secondo corridoio, sulle cui pareti è rappresentato il defunto seduto e sono trascritti testi sacri, immette in una seconda sala le cui decorazioni sono distrutte, così come distrutte sono quelle della terza sala cui si accede per il tramite di un altro corridoio[7].
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 30-31
Gardiner e Weigall 1913, p. 31
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
Un ritratto di Raia prima e dopo il restauro. Da: “Conservation Training Field School, Draa Abu el Naga-TT 159” Abdel Ghafour El Sayed Motawe Ali
Unica notizia biografica ricavabile dalle pitture parietali, il nome della moglie, Mutemwia[6].
La tomba
L’ingresso della TT159. Da: “Conservation Training Field School, Draa Abu el Naga-TT 159” Abdel Ghafour El Sayed Motawe Ali
Planimetricamente la tomba, che si apre in un ampio cortile, si presenta con forma a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo, con una sala trasversale e una sala perpendicolare alla prima. Un corridoio dà accesso ad una camera trasversale sulle cui pareti (1 in planimetria[7]) brani del Libro delle Porte, il defunto e la moglie dinanzi ad un pilastro Djed umanizzato e scene della processione funeraria in presenza di Simut[8].
L’interno della TT159
Sul lato corto occidentale (2), su due registri sovrapposti, ancora brani del Libro delle Porte, il defunto e la moglie (?) dinanzi a guardiani armati di coltello; scribi, preti e prefiche dinanzi alla mummia. Poco oltre (3), su tre registri, il defunto in atto di offertorio. Sul lato corto orientale (5) brani del Libro delle Porte, il defunto e la moglie dinanzi a divinità sotto un padiglione, gruppo di servi e portatori di offerte, e un prete sem[9] dinanzi al defunto e alla moglie.
La celebrazione dei riti per i defunti
Seguono (4), su quattro registri, brani del Libro delle Porte, resti di scene del defunto e della moglie dinanzi a divinità, un figlio (nome non indicato), seguito da portatori di offerte, preti in atto di offrire libagioni al defunto e il traino del sarcofago da parte di buoi.
Le iscrizioni della TT159 prima e dopo il restauro effettuato dall’American Research Center in Egypt. Da: “Conservation Training Field School, Draa Abu el Naga-TT 159” Abdel Ghafour El Sayed Motawe Ali
Un corridoio, sulle cui pareti (6) è rappresentato il defunto con la moglie, immette in una sala rettangolare, con andamento perpendicolare alla precedente. Sulle pareti (7-8), solo abbozzate, scene del figlio che offre vasi per libagioni. Sul fondo (9) statue sedute del defunto e della moglie; sulla parete un uomo in adorazione.[10]
Fonti
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Porter e Moss 1927, p. 266.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 30-31
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[7] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 264.
[8] Nell’anno XX di regno di Amenhotep III, Simut era Quarto Profeta di Amon. Venne promosso al rango di Secondo Profeta nell’anno XXIV. Simut fu anche Supervisore della Casa dell’argento e Firmatario di tutti i contratti di Karnak. Una sua immagine si trova nella TT55 di Ramose; l’ubicazione della sua tomba, pure scoperta nel XIX secolo, è oggi sconosciuta
[9] Il “sem” era il prete, o l’erede, cui competeva la cerimonia di apertura della bocca per consentire al defunto di vivere pienamente della Duat.
Periodo Tolemaico Faience, altezza cm 18 Provenienza sconosciuta Leida, Rijsmuseum van Oudheden – F 1937/6.9
Il faraone regnante era considerato l’incarnazione del dio Horus, che di solito si manifestava in forma di falco.
Per questo motivo veniva associato al cielo, ai corpi celesti e al concetto stesso di sovranità.
L’intima assimilazione tra il re e il falco è un tema concepito già dai primissimi faraoni.
Il nome regale era iscritto all’interno di una facciata di palazzo sormontata dal falco di Horus.
In forma monumentale, tale tema fu espresso per la prima volta dal sovrano Chefren, il costruttore della seconda piramide di Giza.
Una maestosa statua seduta, oggi conservata al Museo del Cairo , lo ritrae seduto, con il falco appollaiato in cima allo schienale del trono nell’atto di circondargli la testa con le ali.
Successivamente, il tema si sviluppò in un’associazione sempre più intima tra uomo e animale, come ben illustra la statuetta seduta della fotografia, risalente all’epoca tolemaica.
Vista frontalmente, essa non mostra altro che un sovrano seduto su un trono basso con indosso il copricapo regale, nemes, e un corto gonnellino.
La veduta posteriore mostra un corpo umano trasformato nella schiena, nelle ali e nella coda di un falco.
I papiri “magici” sono caratterizzati dalla sostituzione del testo con immagini accompagnate solo da alcune leggende. Queste immagini hanno origine dalle vignette degli incantesimi, delle illustrazioni convenzionali dei capitoli del Libro dei Morti e da altri testi funerari. Una delle più belle copie di papiro mitologico è quella di Khonsu-mes che si andrà qui ad esaminare.
La base di questa analisi è supportata dal lavoro di Alexander Piankoff completata il più possibile da altri studi e con l’aggiunta delle trascrizioni/traduzioni dei testi.
PARTE 2
Questa seconda parte è rinchiusa tra il tracciato che compie il sole nella sua quotidianità. Ovvero da est a ovest qui indicato dalle parole dei cardinali indicati dalle parole situate a sinistra, (est) e a destra (ovest).
A suo interno sono richiamati i termini legati alla durata del tempo e della vita.
PARTE 3
In questa parte del papiro, ci si addentra più concretamente all’interno del libro dei Morti, evidenziandone alcuni capitoli. Il capitolo più complesso è il N° 149 e 150. Essi presentano una serie numerata che raffigura 14 o 15 “tumuli” o “collinette” tutti diversi l’uno dall’altro. Nel papiro di Khonsu-Mes c’è solo un richiamo simbolico di tre tumuli a cui non è allegato nessun testo, invece presente negli altri papiri citati più avanti
Il papiro di Khonsu-Mes non contiene nessun testo del Libro dei Morti, perciò chi vuole leggere i capitoli citati, dovrà per forza ricorrere alla lettura di altri papiri. Qualche immagine è allegata ed è proveniente soprattutto dal papiro Ani.
Queste sono le citazioni ai capitoli e i loro titoli come indicati nel papiro di Jufanch di Torino.
Cap CLIX. Titolo: Senza Titolo
Cap CLI. Titolo: Senza Titolo
Cap LXXXI. Titolo: Formula per compiere la trasformazione in fiore di loto.
Cap LXXXVI. Titolo: Formula per compiere la trasformazione in Rondine.
Cap LXXXVII. Titolo: Formula per compiere la trasformazione nel serpente Sa-Ta.
PARTE 4 PAPIRO A
Questa parte rappresenta la parte più intrigante del papiro. Solo una serie di ipotesi la riguardano.
Due personaggi femminili, sono rappresentate ai lati di una sfera sormontata dal segno del sole all’orizzonte N26.
Esse versano da un vaso un qualcosa di non identificato. Di fronte a ciascuna vi è una breve scritta geroglifica che si presume sia il nome delle due “divinità” ?
Questa questione la potete leggere nell’immagine.
All’interno della sfera se ne trovano altre due, più piccole, una sull’altra collegate da 9 file di pallini. Ai lati di questi puntini si trovano 8 zappatori, 4 per lato.
La spiegazione più in dettaglio la leggete nelle immagini.
Non ho potuto rendere più semplice la lettura visto i vari accostamenti sulla interpretazione dei testi.
PARTE 5 PAPIRO A
Con questa parte termina l’analisi del papiro A di Khonsu-mes.
Spero di aver portato il mio contributo all’analisi di questo bel papiro.
Grazie a coloro che hanno avuto la costanza di leggere il tutto.
Fonti:
Piankoff-Rambova: Mythological papyri Texts
Hans Demel, “Der Totenpapyrus des Chonsu-Mes”
Vatican coffin conference V1 – edited by ALESSIA AMENTA and HÉLÈNE GUICHARD
Dizionari
Faulkner, Hannig, Openglyph, Budge, Erman Woerterbuck, e altri
Se qualcuno vuole fare osservazioni, prego fornire le note bibliografiche da cui sono state estrapolate, per rimanere così nell’ambito di dati scritti e non solo di sensazioni.
Stando a Manetone la XXVI dinastia inizia con due insignificanti e semisconosciuti sovrani, ma a quanto si evince dalle scarse testimonianze che si posseggono, questi erano solo principi locali che governavano ancora a Sais.
Secondo le opinioni degli studiosi neppure il terzo citato da Manetone, Necao I di Sais, il quale assunse titoli faraonici, sarebbe da considerare iniziatore della dinastia, alcuni lo considerano un “proto-saita” niente di più. Questo sovrano lo troviamo citato in diverse forme il cui nome varia a seconda delle fonti comunque tutte derivate dall’egizio “Nekau”, i soliti Sesto Africano ed Eusebio da Cesarea lo riportano come Nechao, negli annali assiri lo troviamo come Niku, altrove la possiamo trovare anche come Neko.
Si pensa che fosse figlio di Tefnakht ed, in quanto signore di Sais, si sia autoproclamato faraone nonostante la maggior parte degli storici tende a fare di suo figlio Psammetico I il reale fondatore della XXVI dinastia. Per quanto riguarda Necao I abbiamo già parlato in precedenza, fu coinvolto in un complotto contro Ashurbanipal che sgominò i rivoltosi e catturò Necao portandolo a Ninive. Dopo essere stato graziato, Assurbanipal, impegnato a combattere altrove, lo reinsediò come governatore a Sais, contando sulla lealtà di un alleato egizio.
Tra i pochi reperti archeologici relativi a questo faraone spicca una tavoletta in ceramica smaltata che raffigura Horus con i cartigli di Necao. Secondo gli storici Necao I morì nel 664 a.C. presso Menfi combattendo contro gli ultimi tentativi kushiti di impadronirsi del Delta.
Fonti e bibliografia:
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996
Con il termine “Tardo Periodo Dinastico” si intende quel periodo della storia egizia che segue la XXV dinastia. Comprende le dinastie dalla XXVI alla XXXI, e costituisce un’epoca particolare per l’Egitto che perde definitivamente la sua autonomia a causa delle diverse invasioni straniere che si susseguono nell’occupazione del territorio.
Con la fine della XXV dinastia, sconfitta da Ashurbanipal, la potenza degli assiri era al suo apogeo. Il re assiro aveva sconfitto ovunque i regni della regione mesopotamica ma da qui ad essere tranquillo ce ne vuole. I monarchi sconfitti erano troppo fieri della loro indipendenza per sopportare troppo a lungo l’occupazione straniera.
Fu il regno di Elam, nell’attuale Iran occidentale, il primo a sollevarsi contro l’invasore, intorno all’VIII sec. a.C., ma Ashurbanipal contrattaccò subito e conquistò Elam per la terza e ultima volta giungendo fino alla capitale Susa che saccheggiò e incendiò. Superato da poco questo pericolo, il fratello di Ashurbanipal, il traditore Shamashshumukin, sovrano semiindipendente di Babilonia, si coalizzò con numerosi stati confinanti i quali si rivoltarono contro l’oppressore assiro.
A questo punto si presentò per gli assiri un grosso problema per quanto riguarda il possesso del Delta del Nilo a causa della scarsità di truppe che poteva ivi lasciare. Si trattava dunque di fidarsi dei governatori locali, da lui stesso nominati, metodo usato in precedenza dal sovrano Esarhaddon.
Ashurbanipal scelse dunque Necao, principe di Sais, che aveva in precedenza catturato e tradotto a Ninive, tuttavia Necao, unico tra i congiurati, venne graziato da Assurbanipal che aveva riconosciuto in lui un uomo abile e intraprendente tanto che, coi tempi che correvano lo reinsediò a Sais, gli perdonò la sua ribellione, lo coprì di doni, vesti, gioielli e altri tesori e suo figlio Psammetico venne fatto signore di Atribi.
<<……..gli restituì come residenza Sais dove mio padre lo aveva nominato re. Ad Atribi nomunai suo figlio Nabushezibanni, trattandolo con maggiore amicizia e favore di quanto non avesse fatto mio padre…….>>.
Manetone lo pone come terzo re della XXVI dinastia saitica ponendo davanti a lui due misteriosi, e non meglio identificati sovrani, Stephinates e Nechepsos.
A questo punto, prima di affrontare la storia dei faraoni che appartengono alla XXVI dinastia è necessario fare chiarezza tra le varie notizie di cui disponiamo. Manetone, per mezzo di Eusebio da Cesarea, riporta come primo sovrano della dinastia Ammeris l’Etiope. Non esistono dati archeologici ai quali sia possibile collegare questo nome. Poiché Manetone lo chiama l’Etiope ciò porta a pensare che costui fosse un comandante militare nubiano di Shabaka (XXV dinastia) che l’avrebbe posto al governo della città di Sais dopo la sconfitta di Boccoris (XXIV dinastia).
Sempre Eusebio da Cesarea, riportando Manetone pone al secondo posto nella XXVI dinastia un certo Stephinates che, come sopra, non compare su alcun reperto archeologico. contrariamente ad Eusebio, Sesto Africano, che ignora Ammeris, lo pone invece come fondatore della XXVI dinastia. Secondo alcuni autori l’assonanza del nome Stephinates (forma grecizzata) con quello egizio di Tefnakht farebbe pensare che questi avrebbe potuto essere allacciato all’antica casata che governava da tempo la città di Sais, forse un parente discendente del primo Tefnakht oltre che uno dei suoi successori al governo di Sais. In questo caso potrebbe aver regnato in posizione di vassallaggio più o meno indipendente dalla XXV dinastia e, sempre secondo Manetone, aver lasciato il governo al suo successore Nekaub (o Necheopsos) che, secondo Kim Ryholt sarebbe il padre del futuro Necao.
Anche Nekaub, che Manetone pone al terzo posto nella XXVI dinastia, lo troviamo solo in Sesto Africano e Eusebio da Cesarea, per una volta concordi nel chiamarlo Necheopsos ed assegnargli un regno di sei anni.
Dopo tutte queste notizie è opportuno dire che per la maggior parte degli studiosi nessuno dei tre sopra citati abbiano ricoperto un ruolo di sovrani della XXVI dinastia ma siano stati semplicemente principi di Sais vassalli della XXV dinastia.
Fonti e bibliografia:
Salima Ikram, “Antico Egitto” , Ananke, 2013
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
Kenneth Kitchen, “Il terzo periodo intermedio in Egitto (1100–650 a.C.)” 3a ed, (Warminster: 1996