Necropoli tebane

TT139 – TOMBA DI PAIRY

Planimetria schematica della tomba TT139[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
PairiPrete wab[5] dinanzi ad Amon, Primo figlio reale dinanzi ad Amon, Supervisore dei contadini di AmonSheikh Abd el-QurnaXVIII dinastia  (Thutmosi IV?)ai piedi della collina; circa 50 m a ovest della TT57 e a poca distanza dalla TT100

Biografia

Sheroy, Profeta di Ptah e Hathor, fu suo padre; Henutnefert il nome della moglie, Ptahmosi e Amenhotep quello dei figli[6].

La tomba

L’ingresso della TT139 da un cortile interrato. Da: O’Neill, Megan C. “The Decorative Program of the Eighteenth-Dynasty Tomb of Pairy (TT 139).” (2015).
Processione funeraria in un acquerello di Nina de Garis Davies(cat. MET 35.101.3)

L’accesso alla tomba si apre in un cortile; un breve corridoio, sulle cui pareti (1 in planimetria[7]) il defunto e la famiglia (tra cui una fanciulla indicata come “concubina reale”) versano unguenti in libagione, adduce ad una sala trasversale i cui dipinti parietali sono alquanto danneggiati. Sono tuttavia rilevabili (2) il figlio Ptahmosi con fiori di papiro; poco oltre (3) i figli Amenhotep e, forse, Ptahmosi, offrono mazzi di fiori al defunto e alla moglie, e il defunto che offre liste di offerte ai propri genitori.

Amenhotep offre fiori ai genitori. Da: O’Neill, Megan C. “The Decorative Program of the Eighteenth-Dynasty Tomb of Pairy (TT 139).” (2015).
Particolare della processione funebre, Metropolitan Museum di New York (cat. MET 35.101.3.)

Su quattro registri sovrapposti (4), il defunto e la moglie con file di portatori in offertorio a Osiride, scene della processione funebre con il trasporto del sarcofago e delle suppellettili funerarie, il rito dell’apertura della bocca officiato da due preti sulla mummia e il pellegrinaggio ad Abydos.

La barca funeraria con il sarcofago di Pairy. Da: O’Neill, Megan C. “The Decorative Program of the Eighteenth-Dynasty Tomb of Pairy (TT 139).” (2015). ©Schott-Archiv (Ägyptologie der Universität Trier)
Barca del Pellegrinaggio ad Abydos in un acquerello di Charles K. Wilkinson

Sopra una porta (5) i Figli di Horus e testi in ieratico datati all’anno terzo di Smenkhara-Ankhkheperura, con inni ad Amon di Pewah, Scriba delle divine offerte di Amon nel tempio di Ankhkheperura. Un ultimo rilievo ancora leggibile rappresenta (6) scene (non terminate) del banchetto funebre con il figlio Ptahmosi che offre liste di offerte al defunto e alla madre[8].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28
  4. Porter e Moss 1927,  p. 252.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28-29

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      I preti “wab”, ma anche “uab”, o “uebu”, appartenevano al basso clero ed erano incaricati della manutenzione degli strumenti del culto e degli oggetti comunque ad esso connessi. A loro competeva il lavacro e l’abbigliamento giornaliero della statua del dio presso cui operavano e a loro competeva il trasporto della statua del dio (generalmente su una barca sacra) durante le cerimonie. Erano gerarchicamente sottoposti ad un “grande prete wab” cui competevano le operazioni giornaliere di culto della divinità.

[6]      Porter e Moss 1927,  p. 252.

[7]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 248.

[8]      Porter e Moss 1927,  pp. 252-254.

Necropoli tebane

TT138 – TOMBA DI NEDJEMGER

Nedjemger in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT138[1] [2]

Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
NedjemgerSupervisore del giardino del Ramesseum nei possedimenti di AmonSheikh Abd el-QurnaXIX dinastia  (Ramses II)nella pianura; a nord del recinto del Ramesseum; non lontano dalle coltivazioni

Biografia

Unica notizia biografica ricavabile dai dipinti, il nome della moglie: Nesha[5].

La tomba

L’accesso alla tombe si apre in un cortile in cui si trova anche quello alla TT259. Planimetricamente, la TT138 si presenta con la forma a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo. Un corridoio dà accesso ad una sala trasversale sulle cui pareti sono visibili, in tre registri sovrapposti (1-2-3 in planimetria[6]), brani tratti dal Libro delle Porte, scene della processione funeraria con due barche, il sarcofago trainato, prefiche, portatori di cibi e preti che officiano dinanzi alla mummia e una prefica che presenta il defunto alla propria piramide, il giardino del Ramesseum con il pilone del tempio e shaduf.

I giardini del Ramesseum raffigurati nella TT138. Rilievo di N. De Garis Davies

Su altra parete (4) il defunto e la famiglia in offertorio al re e ad Horus (?), segue (5) una scena con il defunto e la moglie seduti dinanzi a tre dee e (6) il defunto e la famiglia dinanzi a Osiride e a tre dee.

Nedjemger e Nesha ricevono omaggi floreali. Rilievo di N. De Garis Davies

Un breve corridoio, sulle cui pareti (7-8) sono riportati testi sacri ed è rappresentato il defunto e la famiglia dinanzi a Osiride, Iside, Nephtys e Anubi, immette in una cappella in cui, su due registri (9), il defunto e la moglie in presenza della confessione negativa e scena di psicostasia con Thot che annota l’esito della pesatura del cuore mentre Horus e Harsiesi presentano il defunto a Osiride. Poco discosto (10) l’Ogdoade dinanzi a Osiride e alla Maat alata.

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 251.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28-29
  6. Porter e Moss 1927,  pp. 251-252.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Porter e Moss 1927,  p. 251.

[6]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 251.

Necropoli tebane

TT137 – TOMBA DI MOSE

Planimetria schematica della tomba TT137[1] [2]

Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
MoseCapo dei lavori del Signore delle Due TerreSheikh Abd el-QurnaXIX dinastia  (Ramses II)casa di Ahmed Ali[5]; nella pianura; a nord della TT136

Biografia

Bak, Capo dei lavori nel Luogo dell’eternità, fu suo padre; Tekhu sua madre. Taikharu fu il nome della moglie[6].

La tomba

La tomba ripete, planimetricamente, la struttura a “T” rovesciata tipica delle sepolture del periodo.

Ad un corridoio di accesso segue una sala trasversale da cui un secondo corridoio, sulle cui pareti sono individuabile tracce di dipinto del defunto e della moglie in adorazione di tre dee, immette in una sala perpendicolare alla precedente i cui dipinti parietali sono illeggibili; un secondo corridoio, sulle cui pareti sono visibili un uomo inginocchiato e il cartiglio di Ramses II e formule d’offertorio, immette in una piccola camera senza alcuna decorazione leggibile[7].

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 251.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28
  5. Porter e Moss 1927,  p. 251.
  6. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28-29

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.

[6]              Porter e Moss 1927,  p. 251.

[7]              Porter e Moss 1927,  p. 251.

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

INCORONAZIONE DI TOLOMEO VIII

Edfu, Tempio di Horus
Epoca Tolemaica

Incoronazione del sovrano Tolomeo VIII Evergete II a opera di Nekhhet e Uadjit

Tolomeo VIII Evergete II, che regnò nel 164 a. C. è di nuovo dal 145 al 116 a. C., viene incoronato re delle Due Terre da Nekhbet e Uadjit ( Uto), dee dell’Alto e Basso Egitto.

Il sovrano indossa il gonnellino shendut, la coda di toro, la Corona Doppia, la barba divina e l’ureo sulla fronte.

Sopra la testa del re compaiono i due cartigli con incisi il suo nome di nascita e quello dinastico.

Fonte e fotografia

Egitto la terra dei faraoni – Regine Sculz, Matthias Seidel – Edizioni Konemann

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

TESTA DI IGNOTO

O “TESTA VERDE DI BERLINO”

Inizio epoca tolemaica
Grovacca, altezza 21,5 cm
Berlino Agyptisches Museum
Acquisito J. Simon 1894 – n. 12 500

La “Testa verde di Berlino” rappresenta uno dei capolavori della scultura tardo egizia, per quanto la datazione non sia ancora del tutto certa.

Il viso è quello di un uomo florido, sono visibili i segni dell’età, ma a parte le rughe alla radice del naso e sulla fronte, e il labbro superiore leggermente corrugato, la pelle è liscia e ulteriormente enfatizzata dalla calvizie.

Le cavità oculari sono delimitate da arcate sopracciglia pronunciate e da nette rughe che delimitano le occhiaie.

Agli angoli degli occhi sono visibili le “zampe di gallina”.

Due profondi solchi partono dalle narici e raggiungono gli angoli della bocca.

Si tratta di una rappresentazione assolutamente realistica e fedele dal punto di vista anatomico di una figura maschile, un egizio come se ne possono incontrare oggigiorno per le strade del Cairo.

Fonte e fotografie:

  • Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek – Edizioni Phaidon
  • Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra
  • Foto Il Sestante

C'era una volta l'Egitto, III Periodo Intermedio, XXV Dinastia

I FARAONI NERI – SHEBITQO

Di Piero Cargnino

A Shabaka succede il fratello Shebitqo (o Shebitku), entrambi figli di Pianki.

Shebitqo, almeno inizialmente, si appropria di un ruolo di prestigio nella politica internazionale in modo particolare nel Medio Oriente. Il suo praenomen o nome del trono, Djedkare, significa “perseverare è l’anima di Ra”; sua moglie era una sorellastra figlia di Pianki, Arty – tanto si evince da un frammento della statua JE 49157 del Sommo Sacerdote di Amon Haremakhet, figlio di Shabaka, rinvenuta nel tempio di Mut a Karnak.

Shebitqo regnò forse dodici anni (Sesto Africano gliene attribuisce quattordici, Eusebio di Cesarea dodici, in realtà la data attestata più alta a livello archeologico è il 3° anni di regno).

In politica estera, Shebitqo, dovette sostenere il difficile confronto con la potenza assira che per la seconda volta si rivolse contro Israele alla cui richiesta di aiuto il faraone nero non poté sottrarsi. La vicenda della difesa di Gerusalemme è avvolta dall’alone della leggenda: sembra infatti che Shebitqo non si sia mai congiunto con le truppe nubiane del fratello Taharqa richiamate per l’occasione ed inviato in aiuto delle città fenice contro re Sennacherib che assediava Gerusalemme. L’assedio si concluse inverosimilmente con la fuga precipitosa dell’esercito assiro, causata da un avvenimento che le fonti tramandano come miracoloso. La Bibbia parla dell’intervento di un angelo sterminatore, Erodoto di un esercito di topi che avrebbe reso inservibili le armi dei nemici. Resoconti ambedue inverosimili; secondo gli storici si trattò forse di un’improvvisa pestilenza.

Certo è che Gerusalemme si salvò, ma non grazie a Shebitqo. E qui va detto che l’egittologo Brunet, prima e Baker poi, hanno fatto notare che i regni di Shabaka e Shebitqo andrebbero invertiti. Michael Bányai nel 2013 ha pubblicato, in una rivista mainstream, molti argomenti a favore di tale inversione. Dalle prove archeologiche evidenziate nel 2016/2017 appare chiaro che Shebitqo regnò prima di Shabaka; ciò risulta evidente nel bordo superiore dell’iscrizione sulla stele di Karnak.

Baker, e poi Frederic Payraudeau scrissero che la “Divina Adoratrice di Amon” Shepenupet I, l’ultima Adoratrice libica, era ancora in vita durante il regno di Shebitqo perché compare in atto di eseguire riti, descritta come “vivente” sul muro ed all’esterno della cappella Osiride-Héqadjet costruita durante il suo regno. All’interno, Amenirdis I, sorella di Shabaka, è rappresentata come Adoratrix con un nome di incoronazione.

Pertanto Sepenupet I successe a Amenirdis I come “Divina Adoratrice di Amon” durante il regno di Shebitqo; questo dettaglio dimostra che Shabaka non può precedere Shebitqo.

Una delle prove più evidenti che Shabaka governò dopo Shebitqo è stata dimostrata dalle caratteristiche architettoniche delle piramidi reali kushite a El Kurru. Solo nelle piramidi di Pianki (Ku 17) e Shebitqo (Ku 18) le camere funerarie sono strutture a taglio aperto con un tetto a sbalzo, mentre le sottostrutture delle camere funerarie completamente scavate si trovano nelle piramidi di Shabaka (Ku 15), Taharqa (KU 1) e Tantamani (KU 16). L’evidenza del design della piramide mostra anche che Shabaka deve aver governato dopo, e non prima, Shebitqo. Ciò favorisce anche una successione Shebitqo-Shabaka nella XXV dinastia.

Va detto inoltre che nella statua del Sommo Sacerdote di Amon, Haremakhet, figlio di Shabaka, si definisce

Da notare che sulla statua di Haremakhet non viene fatto assolutamente cenno a Shebitqo, che dovrebbe aver governato tra Shabaka e Taharqa. L’assenza di questo re è strana poiché l’intento del testo della statua era quello di rendere una sequenza cronologica dei re che regnarono durante la vita di Haremakhet. Questa sarebbe un’ulteriore prova a sostegno del fatto che fu Shebitqo a regnare per primo e Shabaka gli succedette. Una possibile spiegazione per l’omissione di Shebitqo dalla statua di Haremakhet era che Shebitqo era già morto quando Haremakhet nacque sotto Shabaka.

Per concludere vorrei evidenziare il fatto che da parte della loro patria nubiana ci siano giunte ben poche tracce sia di Shabaka che di Shebitqo, a parte le piramidi di Kurru ed un cimitero di cavalli sempre a Kurru. Su di una stele al Museo Egizio di Torino sono raffigurati Shabaka e Shebitqo seduti insieme (Shebitqo è seduto dietro Shabaka) di fronte ad un tavolo delle offerte. Secondo William J. Murnane questa è una prova che ci sia stata una coreggenza reale tra questi due re. Il Museo di Torino, prima, poi Robert Morkot e Stephen Quirke, hanno analizzato la stele ed hanno confermato che l’oggetto è un falso. Per la maggior parte degli studiosi non ci fu alcuna coreggenza tra Shabaka e Shebitqo.

Fonti e bibliografia:

  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Frédéric Payraudeau, “Retour sur la succession Shabaqo-Shabataqo”, 2014
  • Robert Morkot, “The Black Pharaohs: Egypt’s Nubian Rulers”, The Rubicon Press, 2000 Henry Breasted, “The Philosophy of a Memphite Priest”, Leipzig, 1901
Necropoli tebane

TT136 – TOMBA DI SCONOSCIUTO

Planimetria schematica della tomba TT136[1] [2]

Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
sconosciutoScriba reale… del Signore delle Due TerreSheikh Abd el-QurnaXIX dinastiacasa di Umar Ahmed[5];  nella pianura; a circa 100 m dal recinto del Ramesseum, leggermente a nord dell’entrata ovest

Biografia

Nessuna notizia biografica ricavabile[6].

La tomba

L’abitazione che nasconde l’accesso alla TT136. Da: Salvoldi, Daniele. “Some remarks on TT 136 and its interpretation.” Egitto e Vicino Oriente 31 (2008): 39-48.

Poche sono le rimanenze pittoriche; in un corridoio di accesso scene del defunto (?) in adorazione di una divinità e testi sacri. Dinanzi a uno dei pilastri i resti di una statua, verosimilmente del defunto[7]

I pilastri osiriaci della TT136. Da: Salvoldi, Daniele. “Some remarks on TT 136 and its interpretation.” Egitto e Vicino Oriente 31 (2008): 39-48.

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28
  4. Porter e Moss 1927,  p. 250.
  5. Gardiner e Weigall 1913, pp. 28-29

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Fino a tempi molto recenti, alcune delle tombe vennero adibite ad abitazioni o a pertinenze di abitazioni, come stalle, cantine, depositi e magazzini. Tale impiego, protrattosi per millenni, come è intuibile, ha ulteriormente favorito il danneggiamento di già precarie rappresentazioni parietali o, in taluni casi, ha addirittura causato la perdita o la demolizione di pareti o colonne, o pilastri. I riferimenti di Gardiner e Weigall ad abitazioni private debbono perciò essere intese in tal senso e fanno riferimento, come è ovvio, agli anni in cui le rilevazioni ebbero luogo considerando che la pubblicazione del “Topographical Catalogue” risale al 1913.

[6]              Porter e Moss 1927,  p. 250.

[7]              Porter e Moss 1927,  pp. 250-251.

Età Tarda, Mai cosa simile fu fatta

RIVESTIMENTO DELLA MUMMIA DI HEQAEMSAF

Oro, pietre dure, faience
Lunghezza cm 145, Larghezza cm 46
Saqqara, Tomba di Heqaemsaf
Scavi del Servizio Antichità diretti da Barsanti 1903
XXVI Dinastia
Museo Egizio del Cairo – JE 35923 = CG 53668

La tomba intatta di Heqaemsaf, soprintendente delle barche reali, fu scoperta nella necropoli di Saqqara vicino alla piramide di Unis.

Il suo ricco corredo funerario comprendeva modellini di imbarcazioni, vasellame, vasi canopi, 401 ushabty di faience, molti gioielli e un sarcofago in calcare contenente un secondo sarcofago in legno dipinto, in cui era stata deposita la mummia.

Essa, al momento della sepoltura, era stata coperta con un prezioso rivestimento sul quale era poi adagiato un lenzuolo di lino.

Il rivestimento della mummia, trovato in frammenti e ricomposto da Daressy, è costituito da una maschera d’oro lavorata a sbalzo, fissata ad una lunga rete che copriva tutto il corpo del defunto.

Il volto è cinto da una parrucca con striature nero – verdastre, ottenute tramite l’inserimento di pasta vitrea nei solchi.

Gli occhi sono eseguiti ad intarsio: il globo oculare è di feldspato, le pupille sono in ossidiana, le palpebre e le sopracciglia sono in lapislazzuli.

Il mento è ornato da una barba che si arresta al medesimo livello delle ciocche della parrucca.

La rete unita alla maschera è composta da fili di perle affusolate in oro, lapislazzuli e amazzonite, che creano una continua e regolare alternanza di fasce colorate.

I singoli nodi che uniscono tra loro le perle sono inoltre tornati da un piccolo disco di rame dorato.

La rete e bordata da una lunga fila di rettangoli in oro, lapislazzuli e amazzonite intercalati secondo uno schema preciso lungo tutto il suo perimetro, ma ormai mancanti nella parte inferiore, che risulta danneggiata.

Sulla rete, all’altezza del petto , è fissata una larga collana usekh, che termina sulle spalle con due grandi teste di falco in oro lavorate a sbalzo.

È composta da 18 fili di perle di forma diversa e colore:

  • 7 fili di perle cilindriche di lapislazzuli amazzonite, separati tra loro da 8 fili di piccole perle d’oro
  • 1 filo di perle tonde d’oro e amazzonite
  • 1 filo di perle dorate a goccia
  • 1 filo di perle tonde in lapislazzuli, miste a perle d’oro.

Sotto la collana, all’altezza dell’addome, si trova un’immagine di Nut, ricavata da una sottile foglia d’oro fissata alla rete.

La dea del cielo, sormontata dal disco solare, ha le braccia e le ali aperte in segno di protezione ed è inginocchiata su una lunga banda d’oro che riporta un’iscrizione a sbalzo contenente la preghiera rivoltale da Heqaemsaf.

La parte inferiore dell’invocazione non si è conservata.

Su entrambi i lati della colonna di geroglifici si trovano le figure dei due figli di Horus, protettori delle viscere del defunto.

Le quattro divinità hanno il corpo mummiforme e le loro teste riproducono le effigie dei loro animali sacri.

Sulla destra del defunto si trovano Amseti e Duamutef, mentre a sinistra Hapi è Qebehusenuef.

Fonte e fotografie

Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Silvia Einaudi – fotografie di Araldo De Luca – Edizioni White Star

Età Tolemaica, Mai cosa simile fu fatta

STATUA DI REGINA TOLEMAICA

Calcare, con tracce di pittura e doratura
Età Tolemaica – Altezza cm 47,5
Karnak, Tempio di Amon-Ra, cortile della Cachette
Scavi di George’s Legrain
Museo Egizio del Cairo – JE 38582

La statua ritrae una figura femminile che Indossa una lunga veste aderente, impreziosita da un nastro rosso annodato sopra l’ombelico, che richiama nella forma in nodo isiaco.

La donna Indossa una parrucca tripartita, che conserva ancora tracce di pittura nera, trattenuta da una fascia di colore rosso.

I suoi tratti fisionomici sono molto idealizzati, gli occhi a mandorla, la quasi assenza di sopracciglia e la bocca piccola sono caratteristiche che consentono di attribuire statua agli inizi del periodo tolemaico.

La figura è ritratta incedente con la gamba sinistra avanzata.

Il braccio destro è disteso lungo il fianco, mentre quello sinistro è piegato sotto il seno, su cui appoggia lo scettro floreale.

Il collo è impreziosito da un’ampia collana ricoperta di foglia d’oro come i bracciali ai polsi.

In mancanza di iscrizioni ( le colonne sul basamento avrebbero dovuto contenere dei geroglifici che però non sono stati redatti) il personaggio non può essere identificato con precisione.

Fonte

I Tesoro dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.

Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – foto di Araldo De Luca – Edizioni White Star

Mai cosa simile fu fatta

STATUA DI HOREMAKHET

GRAN SACERDOTE DI AMON

Da Karnak, XXV Dinastia
Quarzite
Museo Nubiano di Aswan

Figlio del sacerdote kushita Shabaka, Horemakhet fu gran sacerdote di Amon a Tebe durante il regno paterno e quelli dei due successori, Shabaka e Taharka.

In questa statua Horemakhet è raffigurato in piedi, con la gamba sinistra in avanti, Indossa un gonnellino plissettato e al collo ha una collana e un amuleto ankh, simbolo della vita.

La statua è di stile egizio, salvo nei tratti che evidenziano l’origine kushita.

Fonte

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electa

Fotografia della statua intera: Giada Miccinesi