Planimetria schematica dell’area di Deir el-Bahari con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti[1]
Deir el-Bahari (Dayr al-baḥrī, il cui significato letterale è: Il monastero del mare) è un’area sulla sponda occidentale del Nilo, di fronte alla città di Luxor, in Egitto, che ospita alcuni complessi funerari egizi.
I Templi funerari più importanti, esistenti nella piana di Deir el-Bahari, noti anche come “Templi del milione di anni”, sono quelli di Montuhotep II (XI dinastia), di Hatshepsut e Thutmosi III (XVIII dinastia); poco discosti, ma tuttavia ricompresi nell’area della Necropoli tebana e per citare solo i più importanti, sono anche il Tempio funerario di Seti I, quello di Ramses III a Medinet Habu, e il Ramesseum del faraone Ramses II (XIX dinastia).
Nella spianata di Deir el-Bahari sono inoltre ospitate alcune Tombe dei Nobili tra cui la TT320 (nota anche come DB320, “Deir Bahari 320”, o come “cachette” di Deir el-Bahari) che, all’atto della scoperta, alla fine del XIX secolo, conteneva 45 mummie di re e funzionari di corte qui raccolte per preservarle dalle razzie dei violatori di tombe della Valle dei Re. Ancora nell’ambito delle Tombe dei Nobili che qui si trovano, di interesse, la TT353[2] di Senenmut[3], funzionario regio e architetto cui si deve la costruzione del tempio di Hatshepsut[4].
Tempio funerario di Mentuhotep II
È il tempio più antico dell’area e risale alla XI dinastia. È costituito, di fatto, da più terrazzamenti che si poggiano alle pareti naturali. Nell’ampio piazzale che fronteggiava il tempio, e in cui erano piantate 55 tamerici e 4 sicomori per ciascun lato della rampa che conduceva al piano più alto, intervallate a statue del re, si trova “Bab el-Hosan”, ovvero la “porta del cavallo” così detta poiché il cavallo di Howard Carter accidentalmente vi inciampò consentendo la scoperta del lungo corridoio sotterraneo che adduce al cenotafio regale scavato sotto il tempio. Tramite una rampa ascensionale si accede ad una seconda terrazza su cui si ergeva un portico colonnato che ricopriva un lungo muro che doveva essere completamente ricoperto di iscrizioni. Varie sono state le ipotesi ricostruttive del complesso funerario; il monumento sommitale, è stato interpretato spesso come piramidale, o un tumulo, ma oggi si tende a credere che si trattasse, piuttosto, di una mastaba.
Un pozzo, e il susseguente tunnel, discendono per 150 m per terminare nella camera funebre che si trova a 45 metri di profondità rispetto al cortile. La camera funebre ospita un sarcofago che in origine conteneva la cassa lignea di Montuhotep II.
Risalente alla XVIII dianstia, era denominato “djeser djeseru“, ovvero “sublime dei sublimi”. Architettonicamente si riallaccia completamente all’adiacente Tempio di Montuhotep II in una sorta di manifesto politico giacché Hatshesput voleva riallacciarsi a quello che viene definito il “Rinascimento egizio” costituito dalla XI dinastia, ultima prima dei disordini e dell’incertezza politica da cui deriverà, peraltro, il Secondo Periodo Intermedio e l’avvento delle dinastie Hyksos, prima della riunificazione iniziata con la XVII dinastia tebana e compiutasi con la XVIII cui Hatshepsut apparteneva.
Venne costruito demolendo il precedente tempio funerario di Amenofi I[5] e identico alla struttura del tempio di Montuhotep è lo sviluppo su più terrazze; identica anche la scelta di far avanzare il tempio sino ad incontrare la roccia penetrando all’interno della medesima. Terrazze e porticati si susseguono per una profondità, tra l’ingresso ed il muro posteriore dell’ultima terrazza, di circa 200 m; la larghezza del complesso, misurata sulla seconda terrazza, è di circa 100 m. Nella parte più bassa si apriva il viale, fiancheggiato da sfingi colossali con il volto di Hatshepsut, che dal Tempio a valle, sul fiume, conduceva all’ingresso e proseguiva sin sulla rampa di accesso alla seconda terrazza, o terrazza intermedia. Fiancheggiavano il viale e l’ingresso sicomori, tamarindi, palme, forse albicocchi e tralci di vite, mentre in due laghetti artificiali crescevano piante di papiro ed arbusti di incenso provenienti dalla terra di Punt.
Tempio funerario di Thutmosi III
Anch’esso risalente alla XVIII dinastia e al faraone Thutmosi III, è il più piccolo dei tre. Occupa un ristretto spazio tra i due templi di Montuhotp II e Hatshepsut, è oggi molto deteriorato e di difficile individuazione; fu costruito a ridosso della scarpata integrandosi tra i due templi più grandi[6].
Scoperto di recente da una équipe polacca è stato sottoposto a consistenti operazioni di anastilosi[7]
Tombe della necropoli
Sono presenti, nell’area di Deir el-Bahari, 12 tombe rientranti nella più grande Necropoli tebana e, segnatamente nel più ampio concetto di Tombe dei Nobili ripartite su più necropoli distinte. Le sepolture di Deir el-Bahari risalgono a periodi comunque connessi ai templi funerari esistenti: XI, XVIII e XX dinastia, nonché in un caso alla XXVI[8]:
TT308 Kemsit Profetessa di Hathor; unico ornamento del re
TT310 sconosciuto Cancelliere del re del Basso Egitto
TT311 Kheti Tesoriere del re del Basso Egitto
TT312 Nespakhashuty Governatore della città e Visir
TT313 nota anche come MMA513 Henenu Grande amministratore
TT314 Horhotep Portatore del sigillo del re del Basso Egitto
TT315 Ipi Governatore della città, Visir e giudice
TT316 Neferhotep Capo degli arcieri
TT319 Nofru (Regina sposa di Montuhotep II)
TT320 nota anche come DB320 cache di Deir el-Bahari (vari)
TT351 Abau Scriba della cavalleria
TT353 Senenmut Alto Amministratore
Attacco terroristico del 1997
Deir el-Bahari è stato luogo di un brutale attacco terroristico (noto anche come “massacro di Luxor”): alle ore 08,45 circa del 17 novembre 1997, infatti, un nucleo di armati della Jihād Ṭalīʿat al-Fatḥ (“Jihād dell’avanguardia della vittoria”), travestiti da guardie della sicurezza e dotati di fucili automatici e armi da taglio, fece irruzione nel piazzale antistante il tempio. L’assalto, durato 45 minuti, portò all’uccisione di complessive 62 persone[9]. Durante la fuga i terroristi vennero intercettati da forze di sicurezza locali ma, escluso un ferito, gli altri riuscirono a fuggire.
I cadaveri dei fuggitivi, verosimilmente per suicidio, vennero poi rinvenuti, alcuni giorni dopo, in una caverna.
Bibliografia
Margaret Bunson, Enciclopedia dell’Antico Egitto, La Spezia, Fratelli Melita Editori, 1995, ISBN 88-403-7360-8.
Maurizio Damiano-Appia, Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane, Mondadori, ISBN 88-7813-611-5
Edda Bresciani, Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto, De Agostini, ISBN 88-418-2005-5
Guy Rachet, Dizionario Larousse della civiltà egizia, Gremese Editore, ISBN 88-8440-144-5
Paul Bahn, Dizionario Collins di archeologia, Gremese Editore, ISBN 88-7742-326-9
Mario Tosi, Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto, vol. II, Ananke, ISBN 88-7325-115-3
Bertha Porter e Rosalind L.B. Moss, Topographical Bibliography of Ancient Egyptian hierogliphic texts, reliefs, and paintings. Vol. 1, Oxford, Oxford at the Clarendon Press, 1927.
[1]La planimetria non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe in alcune aree, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.
[2]Porter e Moss 1927, pp. 139-142 per la TT71; 417-418 per la TT353 contenente, tra l’altro, rilievi astronomici.
[3]Allo stesso personaggio fa capo anche la TT71 che si trova nella vicina necropoli di Sheikh Abd el-Qurna.
[4]Edda Bresciani, Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto, pag. 114
[5]Guy Rachet, Dizionario Larousse della civiltà egizia, pag. 111
[6]*Maurizio Damiano-Appia, Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane, pag.93
Planimetria schematica dell’area di Qurnet Murai con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti[1]
Qurnet Murai è un’area sita sulla sponda occidentale[2] del Nilo, in Egitto, di fronte all’attuale città di Luxor[3].
Si tratta di una delle necropoli che costituiscono la cosiddetta Necropoli tebana, iscritta dall’UNESCO nella lista come Patrimonio dell’umanità, e che ricomprende le necropoli di el-Khokha, el-Tarif, Dra Abu el-Naga e Sheikh Abd el-Qurna.
L’area complessiva che ne deriva è meglio nota come Tombe dei Nobili che ospita quasi 500 tombe di funzionari e dignitari delle corti faraoniche, dai tempi più remoti del Predinastico fino al periodo Tolemaico, con particolare concentrazione di sepolture relative alle dinastie XVIII-XIX e XX, confluenti nel Nuovo Regno. Benché non strettamente riservata ai nobili, rientra nell’area anche la necropoli degli operai di Deir el-Medina che costruivano le tombe, e garantivano la manutenzione, anche alle tombe delle vicine Valle dei Re e Valle delle Regine.
Traduzione di Gurnet Murai è “Picco di Murrai“, con riferimento ad un santo locale il cui monastero copto si ergeva alla sommità della collina che sovrasta la piana, leggermente a nord di Deir el-Medina.
Ospita tombe principalmente del Periodo ramesside.
Tombe della necropoli
La necropoli ospita 18 tombe specialmente della XVIII, XIX e XX dinastia; sono presenti inoltre una tomba del Periodo Tardo e di quello Tolemaico:
TT40 – Amenhotep-Huy, Viceré di Kush (XVIII dinastia, Tutankhamon);
TT221 – Hormin, Scriba delle truppe nel Palazzo del re ad ovest di Tebe (XIX dinastia, Ramses III;
TT222 – Heqamaatranakht detto anche Turo, Primo Profeta di Monthu (XX dinastia);
TT223 – Karakhamon, Primo prete “ka” (?) (Periodo tardo);
TT235 – Userhet, Primo Profeta di Monthu (XX dinastia);
TT272 – Khaemopet, Padre divino di Amon nell’occidente, Prete lettore nel tempio di Sokar (XX dinastia)
TT273 – Sayemiotf, Scriba nei possedimenti del suo Signore (Periodo ramesside);
TT274 – Amenwahsu, Primo profeta di Monthu, di Tod e di Tebe, Prete “sem” nel Ramesseum nei domini di Amon (XIX/Ramses II – Merenptah);
TT275 – Sebekmose, Capo prete “wab”, Padre divino nel tempio del re Amenhotep III e di Sokar (Periodo ramesside);
TT276 – Amenemopet, Supervisore del tesoro di oro e argento, Giudice, Supervisore del gabinetto (XVIII/Thutmose IV);
TT277 – Amenemonet, Padre divino nel regno di Amenhotep III (XIX dinastia);
TT278 – Amenemheb, Mandriano di Amon-Ra (XX dinastia);
TT380 – Ankhefen-Re-Horakhty, Capo in Tebe (Periodo tolemaico);
TT381 – Amenemonet, Messaggero del re per ogni terra (XIX/Ramses II);
TT382 – Usermontu, Primo Profeta di Monthu (XIX/Ramses II);
TT383 – Merymose, Viceré di Kush (XVIII/Amenhotep III).
Tombe “perdute”
È noto inoltre che la necropoli ospiti altre 3 tombe, risalenti alle stesse dinastie, ma di queste si sono perse le tracce poiché non idoneamente identificate topograficamente. Le stesse, perciò, sono prive di specifica numerazione e contrassegnate dalla lettera “D” iniziale:
D1 – Nehy, Viceré di Nubia (XVIII dinastia);
D2 – (?) (Nuovo Regno);
D3 – Supervisore alle tenuta reale (XVIII dinastia?).
Fonti
Donadoni 1999, , p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, , p. 12.
Porter e Moss 1927.
Bibliografia
Sergio Donadoni, Tebe, Milano, Electa, 1999, ISBN 88-435-6209-6.
Mario Tosi, Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto – 2 voll.-, Torino, Ananke, 2005, ISBN 88-7325-115-3.
Alexander Henry Rhind, Thebes, its Tombs and their tenants, Londra, Longman, Green, Longman & Roberts, 1862.
Nicholas Reeves e Araldo De Luca, Valley of the Kings, Friedman/Fairfax, 2001, ISBN 978-1-58663-295-3.
Nicholas Reeves e Richard Wilkinson, The complete Valley of the Kings, New York, Thames & Hudson, 2000, ISBN 0-500-05080-5.
Alan Gardiner e Arthur E.P. Weigall, Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes, Londra, Bernard Quaritch, 1913.
Donald Redford, The Oxford Encyclopedia of Ancient Egypt, Oxford, Oxford University Press, 2001, ISBN 978-0-19-513823-8.
John Gardner Wilkinson, Manners and Customs of the Ancient Egyptians, Londra, John Murray, 1837.
Bertha Porter e Rosalind L.B. Moss, Topographical Bibliography of Ancient Egyptian hierogliphic texts, reliefs, and paintings. Vol. 1, Oxford, Oxford at the Clarendon Press, 1927.
[1]La planimetria non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe in alcune aree, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.
[2]I campi della Duat, ovvero l’aldilà egizio, si trovavano, secondo le credenze, proprio sulla riva occidentale del grande fiume.
[3]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
L’Egitto è una regione che presenta una notevole ricchezza di materiali diversi: vi si trovano pietre di vari colori e durezze, Calcare bianco, Arenaria ocra, Quarzite rossa o gialla, Granito rosa, Granodiorite nera. Gneiss grigio vento di bianco, Grovacca verde, Steatite bruna ecc..
Sin dall’epoca Predinastica, gli Egizi, hanno sfruttato questi materiali, prima per la produzione di vasellame, in seguito nell’architettura e nella statuaria.
Spesso non ci si limitava all’impiego di pietre locali, ma le si reperiva in luoghi distanti da quelli in uso, in base ai criteri estetici o di simbolicità.
In certi casi, per la realizzazione di oggetti preziosi, erano importati dal Medio Oriente anche dei materiali particolari, come l’ossidiana o il lapislazzuli, non presenti nel territorio Egiziano.
Per quanto riguarda la statuaria, sin dall’inizio dell’ Antico Regno, periodo in cui le sculture raffigurano principalmente il faraone e i membri dell’élite, e fino all” Epoca Romana, sono impiegate diverse pietre, la cui funzione non è sempre chiara.
Si riscontra una tendenza all’uso di materiali a seconda del periodo, come il caso delle pietre di colore scuro attestate con frequenza durante il Medio Regno.
La scelta delle pietre da impiegare nella statuaria è soggetta a diversi fattori : talvolta si usano delle tipologie facili da reperire e da lavorare, come il calcare o l’arenaria, altre volte si scelgono rocce dure provenienti da siti lontani, come la Grovacca ( dal deserto orientale) o lo Gneiss anortositico ( dal deserto nubiano occidentale).
Sono alternative che rispondono a esigenze di tipo ideologico o estetico, a seconda dei casi.
Il materiale usato dipende inoltre dallo status sociale del personaggio rappresentato.
CALCARE
Il calcare è la pietra più comune in Egitto.
È diffuso sulle sponde del Nilo, lungo gli 800 km che separano Edfu dal Cairo.
Fino al regno di Tutmosi III ( 1458-1525 a. C.) è la pietra più usata in architettura, poi soppiantata dall’arenaria.
Per quanto riguarda la statuaria, il calcare è usato frequentemente, ma in proporzioni variabili a seconda dei periodi.
La signora Hel Calcare, 115 x 52 x 35 cm. Nuovo Regno, XIX Dinastia Provenienza: Saqqara (?) Museo Egizio di Torino C. 7352, Vecchio fondo 1824 – 1888
Sia nell’architettura sia nella statuaria, gli egizi usavano il calcare locale; in alcuni casi si rincorreva a calcari fini di cave specifiche : calcari bianchi a grana molto fine delle cave di Tura, a sud-est del Cairo, o a calcari induriti, abbastanza simili, per colore, e struttura alla calcite ( o Alabastro), del Medio Egitto.
CALCITE (alabastro)
La calcite, nota anche come Alabastro, è una pietra che ritroviamo spesso in ambito funerario, impiegata per i vasi cosmetici o canopi, oltre che per altri oggetti del corredo.
Più rare sono le attestazioni in ambito architettonico: è usata per esempio per le cappelle delle barche della XVIII Dinastia a Karnak, o anche per gli altari dei temi solari.
Sfinge di Menfi Calcite, altezza 425 cm – Nuovo Regno, XVIII Dinastia, probabilmente regno di Tutmosi III (1458-1425 a. C.)
L’impiego nella statuaria rimane marginale, ma costante, all’antico Regno all”Epoca Tolemaica, soprattutto per statue di piccole dimensioni
La pietra, la cui cava principale si trova a Hatnub, nel Medio Egitto a 30 km a est del Nilo, è molto fragile e si presta poco alla realizzazione di statue di grandi dimensioni, con alcune eccezioni: la sfinge di epoca tutmoside a Menfi, e due colossi seduti di Amenjotep III che si ergevano di fronte al terzo pilone del suo tempio di Kom el-Hettan.
In questo caso, i frammenti trovati in scavi recenti attestano interventi di riparazione, e aggiunta di materiale, durante il regno dello stesso Amenhotep.
ARENARIA
L’arenaria è una roccia sedimentaria composta da sabbia agglomerato che mostra una grana molto spessa, diffusa lungo il Nilo del sud dell’ Egitto ( verso Edfu) e la Nubia (Sudan settentrionale)
Le principali cave, che si trovano nella zona di Gebel el-Silsila, sono l’ideale per studiare i metodi di estrazione e di trasporto dei blocchi di pietra nell’età faraonica.
Pilastri giubilari di Tutmosi I Arenaria, altezza 500 cm Nuovo Regno – Karnak, Tempio di Amon, cortile della Uadjit
Questa roccia, relativamente tenera se paragonate a pietre dure come i granitoidi o alcuni tipi di calcare, conosce un grande impiego nell’architettura monumentale soprattutto a partire dalla XVIII Dinastia fino all’epoca Romana.
Nella statuaria l’arenaria è usata soprattutto per le sculture prodotte in serie, come le sfingi che fiancheggiano i viali processionali, per esempio le sfingi con la testa di ariete di Karnak, o per le statue giubilari, che rappresentano il sovrano sotto le sembianze del dio Osiride, che spesso sono parte integrante di alcuni cortili templari.
QUARZITE (Arenaria silicificata)
Una varietà di arenaria estremamente dura, chiamata comunemente “quarzite”, è stata usata nella Statuaria dal regno di Djedefra ( 2482 – 2375), e soprattutto dalla fine del Medio Regno, per statue raffiguranti il sovrano e gli altri dignitari.
I due giacimenti di questa pietra si trovano agli estremi della valle del Nilo : uno a sud, vicino alle cave di granito e granodiorite di Assuan, il secondo, più importante, a nord di Kom el-Shmat, i prossimità di Eliopoli, che sorgeva nella zona dell’attuale area orientale del Cairo.
Sfinge di Tutmosi III Quarzite, 13 x 6,8 x 14,5 – Nuovo Regno, XVIII Dinastia Eliopoli, zona del tempio. Scavi Schiaparelli 1903 – 1906, ora al Museo Egizio di Torino (S. 2673)
La prossimità della città del dio del sole e i colori di questa pietra, che spaziano dal giallo-l’arancione, al rosso -viola coprono tutte le tonalità del sole, hanno fatto sì che la quarzite sia stata, già dall’ Antico Regno, associata al sole e alla ciclicità del tempo.
Proprio per questa ragione, la quarzite è stata spesso impiegata per la realizzazione di elementi architettonici e monumenti che sottolineano il legame tra il sovrano e il dio solare.
Questa “solarizzazione ” è evidente nelle camere dei sepolcrali dei sovrani del Medio Regno, collocate sotto la piramide o nell’ipogeo, costituite da enormi blocchi di tale materiale.
Nella statuaria la quarzite è spesso usata per la realizzazione di sfingi e delle statue colossali del sovrano che si ergevano di fronte all’ingresso degli spazi sacri.
I più famosi sono i colossi detti “di Memnone”, che rappresentano il faraone Amenhotep III, posti a fianco dell’entrata del suo “Tempio dei Milioni di Anni” a Kom el-Hettan, in cui il sovrano figura come una vera e propria incarnazione terrena del dio solare.
GRANITO
Come la quarzite, il granito, di colore rosa, è stato presto associato al dio solare.
Lo si ritrova prevalentemente impiegato negli elementi architettonici utilizzati per la costruzione delle piramidi dell’ Antico Regno e dei Templi funerari si usa anche per gli obelischi, che in qualche modo sono rappresentazioni in pietra dei raggi solari.
Inoltre, è usato i tutte le epoche faraoniche per un gran numero di statue soprattutto regali e spesso di dimensioni monumentali, che si ergevano di fronte ai piloni dei Templi o dei cortili, rappresentando il faraone come se fosse formato di sostanza solare.
Ariete del dio Amon che protegge Amenhotep III Granito, 120 x 83 x 203 cm – Nuovo Regno, XVIII Dinastia Da Tebe, ora al Museo Egizio di Torino (C 836) Collezione Drovetti 1824
Il granito è una pietra dura, le cui cave si trovano ad Assuan, nel sud del paese, nella prima cateratta, frontiera naturale fra L’Egitto e la Nubia.
Lí sono stati trovati, oltre ai monumenti blocchi incompiuto e numerose tracce di estrazione, anche gli utensili usati per la lavorazione di questo materiale, sopratutto martelli di dolerite, una pietra estremamente dura.
Questi materiali si usavano per percuotere la pietra facendone saltare le schegge.
Quando è levigato, il granito assume una superficie lucida come il vetro, su cui si riflettono i raggi del sole, questo lo rende particolarmente adatto per le statue destinate agli spazi aperti, in virtù anche della sua resistenza al tempo e alle interperie.
GRANODIORITE
Pietra della stessa famiglia del granito la granodiorite ( denominazione che include anche sottogruppi geologico come il gabbro e la diorite), di colore grigio scuro o nero è usata molto frequentemente, dapprima durante il Predinastico come materiale per recipienti in pietra, poi, attraverso tutta l’epoca faraonica, per la scultura e per numerosi elementi architettonici.
Il suo impiego più frequente si manifesta a partire dal tardo Medio Regno, per ciò approssimativamente la metà del repertorio statuario conservato, tanto regale quanto privato, è scolpito in granodiorite.
Statua di Unnefer, “servitore” della dea Neith e sovrintendente dell’anticamera, figlio di Djedbastetiuefankh Granitoide, 35 x 21 x 37 cm. Epoca Tarda, XXX Dinastia Da Tebe, Collezione Drovetti, 1824 Museo Egizio di Torino – C. 3028
La diffusione delle pietre scure ( che comprendono anche grovacca e Steatite) nelle raffigurazioni umane è spesso messa in relazione dagli egittologi con lo sviluppo, a partire dal Medio Regno, del culto di Osiride, Dio dell’oltretomba e della terra fertile dell’Egitto associati al colore nero, insieme al bianco che simboleggia la sua rinascita nell’ Oltretomba.
Da questo periodo, infatti, si può osservare in numerosi casi l’associazione fra pietre rosse (quarzite o granito) e bianche o nere ( calcare o calcite e granodiorite) nell’architettura o nel programma statuario degli edifici sacri, per esempio il tempio funerario di Sesostri III a Abido, o quello di Amenhotep III aKom el- Hettan, che assimilano così il sovrano alle due divinità dell’ eternità, il Signore dell’ Aldilà Osiride e il sole , Amon-Ra, che rinasce ogni giorno.
GROVACCA (pietra di Bekhen)
La grovacca, che troviamo a volte anche chiamata “Scisto” ed è confusa molte volte con il basalto, è una pietra verde scuro dalla grana molto fine e omogenea, le cui cave si trovano nello Uadi Hammamat, nel deserto orientale, a circa 80 km all’antica città di Coptos.
Per estrarre questa pietra e portarla nella Valle del Nilo, era necessario organizzare imponenti spedizioni, ma questo non ha impedito agli Egizi di usare la grovacca senza quasi interruzione dal Predinastico all’ Epoca Romana per statue, anche di grandi dimensioni, oggetti cosmetici, elementi architettonici, ma anche grandi sarcofagi.
Statua a cubo di Merenptah, ” padre divino” e sacerdote di Bastet Gneiss Anortositico, 40 x 20 x 27 cm. Epoca Tarda, XXV Dinastia Da Menfi (?) – Collezione Drovetti 1824 Museo Egizio di Torino – C. 3063
La grana fine della grovacca permette un altissimo livello di raffinatezza nella resa dei dettagli e un estrema levigatura, con riflessi satinati.
Questa caratteristica, insieme al colore della pietra, che permette di evocare l’aspetto della statuaria in bronzo, ne ha determinato il grande successo ancora in Epoca Romana.
GNEISS ANORTOSITICO
Lo gness è una pietra molto dura, le cui uniche cave si trovano a Gebel el-Asr, nel deserto nubiano occidentale, 40 km a ovest di Abu Simbel.
Nonostante la lontananza del giacimenti e la difficoltà di scolpire questa pietra, lo gneiss fu usato già nel Predinastico per la produzione di vasi e teste di mazze, e successivamente, dall’ Antico Regno, anche per la statuaria.
Pur essendo sicuramente un materiale di grande pregio, non diventò mai la pietra più comune, ma si ritrova regolarmente nel reperto regale ed, entro certi limiti, anche nella statuaria privata.
Parte inferiore della statua naofora del sacerdote Shepseshor, con immagine del dio Osiride Grovacca, 24 x 11,5 x 23 cm Epoca Tarda, Provenienza ignota Vecchio Fondo (1824-1888) Museo Egizio di Torino – C. 3024
La struttura grigia dello gneiss presenta venature o screziature nere o bianche, che lo rendono facilmente riconoscibile.
Dato il livello sociale generalmente molto alto dei personaggi rappresentati, le sculture in gneiss riflettono di solito la più alta qualità esecutiva e provengono sicuramente dagli atelier più prestigiosi, in parecchi casi gli scultori hanno sfruttato le venature per intensificare l’ espressività dei ritratti.
STELCITE
Lastelcite è una roccia metamorfica molto tenera, di colore generalmente grigio, la sua facile lavorazione permette una scultura molto veloce.
La sua solidità veniva assicurata con una cottura.
Usata in Egitto e nella Mesopotamia fin dal Neolitico per la produzione di perle e dalle epoche storiche per sigilli, la steatite è usata nella statuaria dal tardo Medio Regno, per la realizzazione di effigi dei membri della classe media dell’amministrazione, funzionari e dignitari provinciali.
Le statue sono di piccole dimensioni, dovute in parte alla struttura della roccia, che prima della cottura è molto fragile, e dal fatto che i giacimenti di steatite si trovano a grande distanza dal Nilo ( fra gli 80 e 120 kml, nei massicci montagnosi del deserto orientale, tale distanza rende difficile il trasporto, senza danni, di grandi blocchi di un materiale così fragile.
Statuetta del dio Bes Steatite vetrificata, 7,5 x 3,2 x 2 cm Epoca Tarda, provenienza ignota Museo Egizio di Torino, Vecchio fondo 1824 – 1888 C 671
Appena realizzata, la statuetta di steatite doveva essere cotta per essere solidificata e ottenere una superficie rossa o nera ( a seconda della presenza o meno di ossigeno durante la cottura).
L’aspetto finale faceva apparire queste statuette simili a quelle degli alti dignitari eseguite usando “vere” pietre dure : granodiorite, grovacca , quarzite.
Grazie all’impiego della steatite, personaggi con meno elevatura sociale potevano beneficiare di statue in un materiale relativamente economico ma che aveva l’aspetto di pietre più nobili.
La dea Taueret Steatite, 10,2 x3, 8 x 52 cm Epoca Tarda, provenienza ignota Museo Egizio di Torino, Vecchio fondo 1824 – 1888 C. 527
A partire dal Nuovo Regno, gli artigiani sfruttano le proprietà di questa pietra per la produzione di statuette e amuleti in steatite invetriata: la scultura, in questo caso, viene coperta da una specie di “smalto” a base di rame, che diventa blu o verde durante la cottura, e nell’aspetto ricorda le pietre semi-preziose come il turchese e il lapislazzuli.
PORFIDO
Il porfido, pietra screziata di colore porpora nero o verde, non è usata nella statuaria egizia prima dell’ Epoca Tarda e risulta rara fino a quando L’Egitto non passa sotto il controllo romano.
Da quel momento il porfido viene usato per produrre ornamenti architettonici, oggetti di pregio, statue.
Nella scultura di stile egizio rimane abbastanza marginale: il colore purpureo della pietra, così come la sua durezza rendono il porfido legato principalmente ai lavori commissionati dal potere centrale di Roma.
Statua porta stendardo del ” servitore nella Sede della Verità” Ramose, con immagine del dio Amon Legno, 78 x 18,5 x 47 cm – Nuovo Regno, XIX – XX Dinastia Provenienza: Deir el-Medina Museo Egizio di Torino, Collezione Drovetti 1824 – C. 3046
Anche se è simbolo del potere imperiale, il porfido rosso, è comunque una pietra di origine egizia le cui cave si trovano nel deserto orientale, fra il Nilo e il Mar Rosso, all’altezza di Assiut, nel giacimenti che i romani chiamavano Mons Porphyrites, Mons Claudianus o Igneus Mons, e che oggi in arabo si chiama Gebel Abu Dukhan.
Falco Porfido rosso, 17, 5 x. 7,5 x 16 cm Epoca Romana – Provenienza ignota Collezione Drovetti 1824 Museo Egizio di Torino – C. 983
L”unico esempio di statua in porfido rosso conservato al Museo Egizio di Torino è un prodotto molto raffinato, che raffigura un falco, databile probabilmente all’inizio dell’ Epoca Romana.
Nonostante la durezza della pietra, presenta una superficie levigata, dal riflesso lucente.
Gli occhi erano in origine intarsiati, per renderne l’espressione particolarmente viva.
LEGNO
Ricco di pietre molto diverse, L’Egitto è al contrario abbastanza povero di legno.
Gli alberi che crescono sulle rive del Nilo, spesso sono storti o poco alti, che non permettono di realizzare sculture di grandi dimensioni.
Nel caso della statua del ” servitore nella Sede della Verità” Ramose, lo scultore è riuscito a produrre una statua quasi completa da un unico pezzo di legno, ma ha dovuto scolpire i piedi e la base come elementi separati.
Anche se le caratteristiche e la tipologia appartengono al periodo ramesside, il trattamento stilistico differisce dalla scultura contemporanea in pietra, con un corpo allungato e una testa prominent.
Scolpire un legno compatto è più difficile che lavorare alcune delle pietre usate comunemente nella statuaria egizia, come il calcare, l’arenaria, e richiede una specifica esperienza, che probabilmente si trovava solo in laboratori di artigiani specializzati, esperti nella lavorazione del legno.
La statua di Ramose esprime tutta l”abilità dello scultore nella resa dei contrasti tra le superfici levigate e quelle mosse dalle striature della parrucca e dell’abito, che riflettono una particolare cura per i dettagli.
MARMO
Il marmo è poco usato nella statuaria Egizia, non esistono giacimenti di questa pietra nelle vicinanze del Nilo.
Solo all’inizio dell’Epoca Tolemaica, che vede sovrani ellenici alla guida del paese, si sviluppa in Egitto la scultura in marmo, produzione caratteristica della scultura greca.
Testa marmorea di una regina tolemaica Marmo, Periodo Ellenistico. Altezza 38,1 cm British Museum of Londra – Acquistata da George Baldwin 1785-96 2002.66
Importato dalle regioni del Mediterraneo settentrionale, il marmo, era usato soprattutto per statue composite, fatte cioè di più pezzi assemblati, essenzialmente in stile greco, che raffigurano il sovrano o le divinità.
Fonte
Le statue del Museo Egizio di Torino – Simon Connor – Franco Cosimo Panini Editore
Planimetria schematica dell’area di el-Khokha ed el-Assasif con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti[1]
El-Khokha è un’area sita sulla sponda occidentale[2] del Nilo, in Egitto, di fronte all’attuale città di Luxor[3].
Si tratta di una delle necropoli che costituiscono la cosiddetta Necropoli tebana, iscritta dall’UNESCO nella lista come Patrimonio dell’umanità, e che ricomprende le necropoli di Qurnet Murai, el-Tarif, Dra Abu el-Naga e Sheikh Abd el-Qurna. L’area complessiva che ne deriva è meglio nota come Tombe dei Nobili dacché ospita quasi 500 tombe di funzionari e dignitari delle corti faraoniche, dai tempi più remoti del Predinastico fino al periodo Tolemaico, con particolare concentrazione di sepolture relative alle dinastie XVIII-XIX e XX, confluenti nel Nuovo Regno. Benché non strettamente riservata ai nobili, rientra nell’area anche la necropoli degli operai di Deir el-Medina che costruivano le tombe, e garantivano la manutenzione, anche alle tombe delle vicine Valle dei Re e Valle delle Regine.
Traduzione di el-Khokha è “Collina delle nettarine” o, secondo altra versione “Collina del favo“. Si tratta di una piccola collina a nord-est di Sheikh Abd el-Qurna. Ospita alcune tombe della VI dinastia, nonché circa 60 riconducibili alla XVIII e XIX dinastia; la vicinanza con l’area di Abd el-Qurna fa sì che, spesso, le due aree non vengano geograficamente distinte.
Tombe della necropoli
La necropoli ospita 57 tombe specialmente della XVIII, XIX e XX dinastia:
TT32 – Thutmose, Amministratore del tempio di Amon
TT39 – Puimre, Secondo Profeta di Amon;
TT47 – Userhat, Supervisore delle stanze private del re;
TT48 – Amenemhat, detto anche Surer, Capo amministratore, XVIII dinastia periodo di Amenhotep III;
TT49 – Neferhotep, Capo scriba di Amon, XIX dinastia;
TT172 – Mentiyw, Maggiordomo reale, figlio dell’harem; XVIII dinastia (da Tuthmosis III ad Amenhotep II);
TT173 – Khay , Scriba delle divine offerte degli dei di Tebe (XIX dinastia);
TT174 – Ashakhet, Profeta di Mut (XX dinastia);
TT175 – sconosciuto (XVIII dinastia);
TT176 – Userhet, Servo di Amon (XVIII dinasia);
TT177 – Amenemopet, Scriba della Verità nel Ramesseo nei domini di Amon (XIX dinastia, Ramses II);
TT178 – Kenro, detto anche Nefferpet, Scriba del tesoro di Amon-Ra (XIX dinastia, Ramses II);
TT179 – Nebamon, Scriba contabile nel granaio delle divine offerte ad Amon (XVIII dinastia, Hatshepsut);
TT180 – Unknown (XIX dinastia)
TT181 – Ipuky e Nebamon, Scultore del Faraone e responsabile delle sculture delle teste del re (XVIII dinastia);
TT182 – Amenemhat, Scriba della stuoia (XVIII/Thutmose III);
TT183 – Nebsumenu, Capo amministratore e amministratore nella casa di Ramses II (XIX/Ramses II);
TT184 – Nefermenu, Sindaco di Tebe, Scriba reale (XIX/Ramses II);
TT185 – Senioker, Tesoriere del dio, Principe ereditario, diovino Cancelliere (Primo periodo intermedio)
TT186 – Ihy, Governatore (Primo periodo intermedio)
TT187 – Pakhihet, Prete “wab” di Amon (XX dinastia);
TT188 – Parennefer, Maggiordomo reale;
TT198 – Riya, Capo del magazzino di Amon a Karnak (Periodo ramesside);
TT199 – Amenarnefru, Supervisore dei magazzini (XVIII dinastia);
TT200 – Dedi, Governatore dei deserti, Capo delle truppe del faraone (XVIII/Tuthmosis III – Amenhotep II);
TT201 – Re, Primo araldo del re (XVIII dinastia);
TT202 – Nakhtamun, Profeta di Ptah Signore di Tebe, Prete dinanzi ad Amon (XIX dinastia);
TT203 – Wennefer, Padre divino di Mut Divine Father of Mut (XIX/Ramses II);
TT204 – Nebanensu, Marinaio del Primo Profeta di Amon (XVIII dinastia);
TT372 – Amenkhau, Supervisore dei carpentieri del tempio di Ramses III (XX dinastia);
TT373 – Amenmessu, Scriba dell’altare del Signore delle Due Terre;
TT374 – Amenemopet, Scriba tesoriere nel ramesseum;
TT405 – Khenti, Nomarca (Primo periodo intermedio);
Tombe “perdute”
È noto inoltre che la necropoli ospiti altre 5 tombe, risalenti alle stesse dinastie, ma di queste si sono perse le tracce poiché non idoneamente identificate topograficamente. Le stesse, perciò, sono prive di specifica numerazione e contrassegnate dalla lettera “B” iniziale:
B1 – Mehehy, Prete di Amon (ubicazione persa, Periodo ramesside);
B2 – Amenneferu, Prete (ubicazione persa, XVIII dinastia);
B3 – Hauf (ubicazione persa, Periodo tardo);
B4 – Oggi identificata con la TT41;
B5 – Oggi identificata con la TT386.
Fonti
Donadoni 1999, , p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, , p. 12.
Manniche 1987, , p. 2.
Donadoni 1999, , p. 116.
Porter e Moss 1927.
Bibliografia
Sergio Donadoni, Tebe, Milano, Electa, 1999, ISBN 88-435-6209-6.
Mario Tosi, Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto – 2 voll.-, Torino, Ananke, 2005, ISBN 88-7325-115-3.
Alexander Henry Rhind, Thebes, its Tombs and their tenants, Londra, Longman, Green, Longman & Roberts, 1862.
Nicholas Reeves e Araldo De Luca, Valley of the Kings, Friedman/Fairfax, 2001, ISBN 978-1-58663-295-3.
Nicholas Reeves e Richard Wilkinson, The complete Valley of the Kings, New York, Thames & Hudson, 2000, ISBN 0-500-05080-5.
Alan Gardiner e Arthur E.P. Weigall, Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes, Londra, Bernard Quaritch, 1913.
Donald Redford, The Oxford Encyclopedia of Ancient Egypt, Oxford, Oxford University Press, 2001, ISBN 978-0-19-513823-8.
John Gardner Wilkinson, Manners and Customs of the Ancient Egyptians, Londra, John Murray, 1837.
Bertha Porter e Rosalind L.B. Moss, Topographical Bibliography of Ancient Egyptian hierogliphic texts, reliefs, and paintings. Vol. 1, Oxford, Oxford at the Clarendon Press, 1927.
Lise Manniche, City of the Dead, il Cairo, American University in Cairo, 1987.
[1]La planimetria non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe in alcune aree, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.
[2]I campi della Duat, ovvero l’aldilà egizio, si trovavano, secondo le credenze, proprio sulla riva occidentale del grande fiume.
[3]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
Statua cubo di Hor, figlio di Ankhkhonsu. XX Dinastia; scisto, altezza cm 51 Karnak, Tempio di Amon-Ra, cortile della Cachette – Scavi di Georges Legrain 1904 Museo Egizio del Cairo – JE 37150
Questa bellissima scultura fu rinvenuta intatta all’interno della fossa, dove probabilmente in Epoca Tolemaica, furono sepolte le centinaia di statue che decoravano il tempio di Amon-Ra a Karnak.
Il personaggio effigiato si chiama Hor, ed era un sacerdote di Montu, la divinità con la testa di falco originaria di Armant, che prima di essere soppiantato da Amon-Ra, era patrono di Tebe.
Nonostante l’importanza di questa divinità fosse diminuita, Montu continuava ugualmente a ricevere l’appellativo di “Signore di Tebe’, come risulta dal l’iscrizione incisa sul davanti della statua.
Qui é anche riportata la genealogia di Hor, la cui famiglia, per almeno cinque generazioni, appare legata funzioni sacerdotali di ambiente Tebano.
Hor è effigiato nella classica posizione della statua-cubo, un tipo di scultura che fa la sua prima comparsa durante il Medio Evo e ricompare, a intervalli nel corso di tutta la storia faraonica successiva.
La scelta di questo modello statuario riporta all’arcaismo, che è una componente caratteristica di tutta l’arte della XXV Dinastia.
Il recupero di forme e stili di epoche anteriori rientra in quel tentativo, operato dai sovrani nubiani di affermare la propria legittimità al trono attraverso l’utilizzo di un linguaggio formale ispirato alla più pura “egizianità” riscontrabile in ogni manifestazione artistica del periodo.
Nella statua di Hor il rimando all’antico è testimoniato dalla scelta della doppia parrucca, che richiama i modelli del Nuovo Regno.
Si rileva anche una sorta di recupero degli schemi arcaici: lo dimostra il fatto che la statua-cubo non è risolta entro un’unità geometrica compatta, come negli schemi classici, ma attraverso una esaltazione del corpo dell’individuo, dove l’artista non conosce soltanto il modello da cui ha tratto ispirazione, ma anche dove questo tragga origine, ovvero dalla figura di uomo seduto sui propri calcagni.
In questo modo, contrariamente ad opere simili, la statua di Hor, più che racchiudere in un insieme raccolto il corpo della persona, gli permette di fuoriuscire in una serie di linee curve che rendono questa scultura vibrante e carica di tensione.
NOTA FILOLOGICA A CURA DI NICO POLLONE
Il testo inciso tra i piedi del personaggio riguarda le relazioni parentali, di nome proprio e di titolatura.
Li propongo così:
Fatto (generato-creato) dal grande figlio di suo figlio….
Grande padre…
Hor
Sacerdote stolista (il sacerdote addetto alla vestizione del dio) di Amon giustificato.
Fonte
Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – Edizioni White Star
Planimetria schematica dell’area di el-Khokha ed el-Assasif con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti[1]
El-Assasif è un’area sita sulla sponda occidentale[2] del Nilo, in Egitto, di fronte all’attuale città di Luxor[3]. Si tratta di una delle necropoli che costituiscono la cosiddetta Necropoli tebana, iscritta dall’UNESCO nella lista come Patrimonio dell’umanità, e che ricomprende le necropoli di Qurnet Murai, el-Tarif, Dra Abu el-Naga, el-Khokha e Sheikh Abd el-Qurna.
L’area complessiva che ne deriva è meglio nota come Tombe dei Nobili dacché ospita quasi 500 tombe di funzionari e dignitari delle corti faraoniche, dai tempi più remoti del Predinastico fino al periodo Tolemaico, con particolare concentrazione di sepolture relative alle dinastie XVIII-XIX e XX, confluenti nel Nuovo Regno. Benché non strettamente riservata ai nobili, rientra nell’area anche la necropoli degli operai di Deir el-Medina che costruivano le tombe, e garantivano la manutenzione, anche alle tombe delle vicine Valle dei Re e Valle delle Regine.
La piana di El-Assasif vista attraverso la porta in granito del tempio di Hatshepsut a Deir el-Bahari
La traduzione di el-Assasif è ignota[4]. Si tratta di una valle che si inerpica verso Deir el-Bahari, nei pressi del Tempio funerario di Hatshepsut, ed è delimitata a sud da el-Khokha e dalla collina di Sheikh Abd el-Qurna. Ospita alcune tombe della XVIII dinastia, nonché altre del Periodo ramesside, della XXV e XXVI dinastia.
Benché ospiti alcune delle più importanti tombe del Periodo Tardo, e segnatamente della XXV e XXVI dinastia, l’area sud della necropoli è di difficile individuazione giacché non esistono vestigia così visibili che possano aiutare a individuarla; si trova, di fatto, a circa 300 m a sud-ovest della TT34 di Montuemhet. Le tombe, inoltre, sono quasi del tutto coperte dal moderno abitato di Horobat tanto che, in alcuni casi, le abitazioni sono state ricavate all’interno delle stesse tombe e, nel corso dei millenni, larga parte delle murature originali sono state utilizzate per edificare le successive abitazioni. Alla metà degli anni ’70 del XX secolo le tombe della necropoli vennero visitate per l’ultima volta; in tale occasione l’egittologo tedesco Diethelm Eigner scattò alcune fotografie della TT223 nella parte ancora parzialmente accessibile e dichiarò che la stessa, e le tombe ad essa più prossime, erano così tanto invase da detriti, tanto danneggiate dall’essere state usate come abitazioni, stalle e come cave di materiali, che erano da considerarsi irrimediabilmente perse.
Il dissesto delle sepolture dell’area sud di el-Assasif venne ulteriormente accelerato negli anni ’90 dello stesso secolo per forti inondazioni che causarono il crollo di alcuni dei locali; ne conseguì che le stesse vennero praticamente dimenticate dalle istituzioni accademiche. Nel 2006, tuttavia, con il “South Asasif Conservation Project” dell’American University in Cairo, sotto la direzione dell’egittologa Elena Pischikova, si è iniziato un recupero di alcune delle più importanti: TT223 di Kerakhamon, considerato da Gardiner e Weigall come Principe ereditario[5]; TT390 di Irtyrau, Scriba femmina e Capo guardiano della Divina Adoratrice di Amon Nitocris I e TT391 di Karabasken, Quarto Profeta di Amon e Governatore di Tebe.
Tombe della necropoli
TT192 – Kharuef (XVIII dinastia);
AT28 – Amen-Hotep, Visir (XVIII dinastia);
TT34 – Mentuemhet (XXV dinastia);
TT27 – Sheshonq (XXVI dinastia);
TT33 – Pediamenopet (XXVI dinastia);
TT36 – Ibi (XXVI dinastia);
TT37 – Harwa (XXVI dinastia);
TT188 – Parennefer (XXVI dinastia);
TT279 – Pabasa (XXVI dinastia);
TT388 – sconosciuto (XXVI dinastia);
TT389 – Basa (XXVI dinastia);
TT410 – Mutirdis (XXVI dinastia);
TT414 – Ankhhor (XXVI dinastia);
Fonti
^ Donadoni 1999, , p. 115.
^ Gardiner e Weigall 1913, , p. 13.
^ Pischikova 2013.
^ Gardiner e Weigall 1913, p. 36.
Bibliografia
Sergio Donadoni, Tebe, Milano, Electa, 1999, ISBN 88-435-6209-6.
Mario Tosi, Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto – 2 voll.-, Torino, Ananke, 2005, ISBN 88-7325-115-3.
Alexander Henry Rhind, Thebes, its Tombs and their tenants, Londra, Longman, Green, Longman & Roberts, 1862.
Nicholas Reeves e Araldo De Luca, Valley of the Kings, Friedman/Fairfax, 2001, ISBN 978-1-58663-295-3.
Nicholas Reeves e Richard Wilkinson, The complete Valley of the Kings, New York, Thames & Hudson, 2000, ISBN 0-500-05080-5.
Alan Gardiner e Arthur E.P. Weigall, Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes, Londra, Bernard Quaritch, 1913.
Donald Redford, The Oxford Encyclopedia of Ancient Egypt, Oxford, Oxford University Press, 2001, ISBN 978-0-19-513823-8.
John Gardner Wilkinson, Manners and Customs of the Ancient Egyptians, Londra, John Murray, 1837.
Bertha Porter e Rosalind L.B. Moss, Topographical Bibliography of Ancient Egyptian hierogliphic texts, reliefs, and paintings. Vol. 1, Oxford, Oxford at the Clarendon Press, 1927.
Lise Manniche, City of the Dead, il Cairo, American University in Cairo Press, 1987.
Elena Pischikova, Tombs of the South Asasif Necropolis, il Cairo, American University in Cairo Press, 2013, ISBN 9789774166181.
[1]La planimetria non è in scala ed ha valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe in alcune aree, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.
[2]I campi della Duat, ovvero l’aldilà egizio, si trovavano, secondo le credenze, proprio sulla riva occidentale del grande fiume.
[3]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[4]Secondo una nota del testo di Gardiner e Weigall del 1913 (pag. 12, nota 1), Mahmhud Effendi Rushdy (non meglio precisato) avrebbe tradotto il termine come “passaggio sotterraneo per accedere all’aldilà”, ma gli stessi autori ritengono non esistere significato idoneo e, in tal senso, citano Macartney C.H. (non meglio precisato) ed un lexicon.
[5]Il titolo di principe ereditario non necessariamente indicava il successore al trono, ma era spesso usato come titolo semplicemente onorifico.
Scriba della contabilità (?) reale, Supervisore ai granai del Tempio / Responsabile dell’altare e Capo degli scribi del tempio del dominio di Amon
Sheikh Abd el-Qurna
XVIII dinastia (Hatshepsut) XX dinastia (Ramses X ?)
versante nord-est della collina, a poca distanza dalla TT64
Biografia
Il defunto e la moglie ricevono offerte di vino. Tempera su carta di N. Davies
TT65 venne realizzata, durante il regno di Hatshepsut (XVIII dinastia) per Nebamun, responsabile della contabilità reale e supervisore ai granai e usurpata successivamente, durante la XX dinastia, da Imyseba, Responsabile dell’altare del dio e Capo degli scribi di Amon.
Una doppia raffigurazione di Imyseba in adorazione del simbolo akhet
Si conoscono i nomi dei genitori, Amenhotep, Capo degli scribi di Amon-Ra in Karnak, e Mitemmeres, ma non è possibile stabilire a chi dei due defunti faccia riferimento. Analogo ragionamento per Tentpapersetha, moglie. Si ritiene tuttavia più plausibile che i legami di parentela riguardino Imyseba.
La tomba è stata in seguito inglobata nel Monastero copto di Ciriaco, lasciando evidenti danni alle figure sulle pareti. Foto digital-epigraphy.com
La tomba
L’ingresso della TT65
TT65 si apre in un ampio cortile e si sviluppa con forma a “T” rovesciata tipica di analoghe sepolture della XVIII dinastia. Ad un breve corridoio di accesso, in cui è rappresentato il defunto in adorazione, segue un corridoio trasversale il cui soffitto è sorretto da sei colonne, sulle cui pareti è rappresentato il defunto in atto di ricevere tributi, tra cui vasi decorati con teste di cane, di stambecchi, di cavalli, del dio Bes e anelli d’oro, da popoli stranieri nubiani e asiatici. In altra scena, Ramses IX assiste al trasporto della barca di Amon-Ra da parte di alcuni preti seguiti da Hathor che reca lo scettro e l’ureo[5].
Vasi raffigurati sulla parete meridionale decorati con Bes, anatre, grifoni, stranieri, teste di cavallo come copiati da E. Prisse d’Avennes nel XIX secolo.
La barca di Amon Ra dal corridoio della TT65
Poco discosto, ancora Ramses IX offre libagioni e mazzi di fiori al trasporto del dio affiancato dalle statue di dodici re poste sotto un baldacchino. Seguono il defunto, la moglie ed alcuni parenti, in offertorio a Osiride e Maat. Ancora Ramses IX dinanzi alla barca della Triade Tebana (Amon, Mut e Khonsu) portata dai sacerdoti[6] e seguita da statue di divinità e da suonatori di tamburo.
Nesamun, Secondo Sacerdote di Amon, ed altri religiosi
Poco oltre, il defunto in offertorio dinanzi alla Triade Tebana, sotto un baldacchino con testi sacri, mentre dinanzi si svolge un concerto di arpe, liuti, nacchere e tamburi.
Gli orafi presentano il loro lavoro a Nebamun. Tempera su carta di N. Davies
Sul soffitto, sorretto dalle colonne a loro volta decorate con scene e testi sacri: divinità, babbuini e alcuni ba adorano uno scarabeo alato e la personificazione del pilastro Djed; sfingi adorano il disco solare e il defunto che adora il sole dell’orizzonte. Il tutto è circondato da uccelli e da testi sacri.
Il capitolo 16 del Libro dei Morti sul soffitto della TT65
Un breve corridoio, in cui sono rappresentati pilastri Djed, adduce alla stretta camera/corridoio più interna, sulle cui pareti sono rappresentate cinque barche di Ra su due delle quali il defunto adora la divinità, il defunto e la moglie dinanzi ad Osiride, Iside, Nephtys e Sokar.
Osiride ed i quatro figli di Horus. Tempera su carta di N. Davies
Su un’altra parete, il Libro delle Porte ed altre barche di Ra in una delle quali un babbuino adora Kheper mentre Iside e Nephtys adorano il disco solare. Il soffitto è decorato con testi sacri e bucrani.
Un restauro iniziato negli anni 2000 ha riportato alla luce i vividi colori originali. Qui un’anatra dal soffitto policromo ed il rilievo effettuato prima del restauro
Fonti
Porter e Moss 1927, p. 129.
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 20-21
Porter e Moss 1927, p. 129.
Porter e Moss 1927, planimetria p. 124.
Porter e Moss 1927, pp. 129-132.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5]Il dipinto è sovrapposto ad uno precedente che rappresentava il dio Osiride.
[6]Il dipinto è sovrapposto ad un altro precedente che rappresentava il defunto intento a controlli sui prodotti delle aree paludose settentrionali con i capi delle popolazioni del Delta nilotico.
Horus e Thot purificano Hatshepsut (la sagoma è stata cesellata), Karnak
La questione della presunta damnatio memoriae di Hatshepsut è molto interessante e le posizioni espresse dagli egittologi non sempre sono concordi.
Dopo l’uscita di scena di Hatshepsut ed in particolare con Thutmosis III ed Amenhotep II le sue statue di Deir el-Bahari furono frantumate ed i blocchi gettati in una cava, le sue immagini vennero erase o sostituite con altre di oggetti ed i suoi cartigli furono parzialmente scalpellati dai monumenti e dai testi relativi ad eventi ufficiali del suo regno o sostituiti con quelli dei suoi successori o dei suoi predecessori Thutmosis I e II.
Rilievo di Hatshepsut cesellato, Deir El Bahari
Non sono stati rinvenuti documenti ufficiali che spieghino il motivo di tale proscrizione, e per risolvere questo enigma gli studiosi hanno elaborato diverse ipotesi, che vedono come principali indiziati Thutmosis III o il suo successore Amenhotep II, od ancora il clero di Osiride.
La più suggestiva di esse, seguita da Gardiner, da Cimmino e dagli egittologi più risalenti è quella che attribuisce la responsabilità di tali devastazioni a Thutmosis III, il quale, vissuto per anni all’ombra della matrigna usurpatrice, dopo essersi liberato della sua presenza ingombrante si sarebbe vendicato di lei cancellandola dalla storia.
Rilievo di Hatshepsut cesellato, Deir El Bahari
Altri, tra i quali lo studioso canadese Donald Redford, ritennero più semplicemente che egli, figlio di una moglie secondaria di Thutmosis II, avesse voluto ribadire la sua legittimazione al trono ricollegandosi direttamente ai thutmosidi che lo precedettero ed escludendo la grande Hatshepsut dalla linea dinastica, tanto che il nome di lei non compare nella lista degli antenati che egli fece realizzare nel tempio di Karnak.
In realtà dalle fonti si apprende che Hatshepsut non prevaricò mai il giovane sovrano ma ne rispettò sempre il ruolo regale esercitando con saggezza le sue mansioni di reggente e facendosi carico dell’educazione politico-militare di costui per prepararlo a svolgere al meglio i suoi compiti di governo.
Ella lo fece rappresentare sui monumenti da solo o accanto a lei ma in posizione assolutamente paritetica (si vedano, ad esempio, i rilievi della Cappella rossa) e con il tempo gli attribuì incarichi non puramente rappresentativi ma di grande responsabilità, tanto che come comandante supremo delle forze armate guidò l’esercito egizio in vittoriose campagne di conquista dimostrando in seguito notevoli doti militari che gli sono valse l’attuale soprannome di “Napoleone d’Egitto”.
Statua di Hatshepsut a cui è stato scalpellato il volto. Met Museum
Un’altra ipotesi, proposta come la più verosimile dall’egittologa Christiane Desroches Noblecourt, individua il principale artefice del tentativo di damnatio memoriae di Hatshepsut nel clero di Osiride, il quale, nulla opponendo Thutmosis III, avrebbe punito la sovrana per aver ridimensionato il plurimillenario culto del dio dei morti (e di conseguenza il potere dei suoi sacerdoti), rivalutando in particolare quello di Amon, al punto da identificarsi come sua divina figlia.
Infine alcuni studiosi ritengono che il vero fautore della damnatio memoriae di Hatshepsut fu Amenhotep II, anch’egli figlio della sposa minore Merira Hatshepsut, che si sarebbe trovato a misurarsi con un pretendente al trono che rappresentava gli Ahmosidi, alla quale Hatshepsut era legata per parte di madre (della cui esistenza, peraltro non v’è prova alcuna).
I cartigli di Hatshepsut, un tempo affiancati a quelli di Thutmosis III sono stati scrupolosamente abrasi (Tempio di Deir El Bahari)
Per confermare il proprio ruolo di erede si sarebbe sostituito alla matrigna in molte raffigurazioni, tagliando ogni legame con tale linea dinastica, scegliendo al di fuori della famiglia le spose reali (delle quali non è pervenuto neppure il nome) e ridimensionando il loro potere per evitare che potessero esercitare la reggenza.
La dottoressa J. Tyldesley, infine, e così altri, hanno più semplicemente spiegato che i successori di Hatshepsut ne avrebbero oscurato il ricordo per evitare che altre donne, seguendo il suo glorioso esempio, si sentissero legittimate ad esorbitare dal ruolo attribuito loro dalle regole dinastiche per attribuirsi prerogative reali, senza rispettare la Maat ed infrangendo una tradizione che prevedeva che il sovrano fosse un uomo, al limite affiancato da una grande sposa reale.
FONTI:
Christiane Desroches Noblecourt, La regina misteriosa, Milano 2003
Matteo Rubboli per Vanilla Magazine, Hatshepsut, la regina che divenne faraone
Federica Ruggero per Historicaleye.it, Hatshepsut figlia del re, sorella del re, sposa del dio, grande sposa reale.
Alan Gardiner, La civiltà egizia, Torino 1997
Franco Cimmino, Hasepsowe e Tuthmosis III, Milano 1994
versante nord-est della collina, più in basso, a sud-est della TT63
Biografia
Heqaerneheh, nutrice dl Figlio del re, fu figlia di Hekreshu, a sua volta Tutore del figlio del re.
Offerte presentate da Heqaerneheh. Rilievo di N. Davies
La tomba
TT64 si sviluppa con forma a “T” rovesciata tipica di analoghe sepolture della XVIII dinastia. Ad un breve corridoio di accesso, in cui è rappresentata la defunto in adorazione, segue un corridoio trasversale in cui Heqaerneheh affianca il giovane principe mentre versa unguenti e brucia offerte in un braciere; segue il padre (?), Hekreshu, con il piccolo sulle ginocchia mentre un uomo offre un mazzo di fiori ad Amon e al padre della defunta. Una stele reca i resti di un offertorio ad Anubi in veste di sciacallo.
Dettaglio del decoro delle pareti. Rilievi di N. Davies
In altra scena il padre Hekreshu offre un fiore di papiro completamente sbocciato al Kha di Thutmosi IV posizionato sotto un chiosco che sovrasta alcuni prigionieri; poco oltre la defunta, con alcuni principi, offre mazzi di fiori al padre che regge il giovane principe sulle ginocchia; anche in questo caso, sono presenti alcuni prigionieri al di sotto dello sgabello. Poco oltre, la defunta, seguita da alcuni uomini che portano mazzi di fiori, ne offre a Thutmosi IV e al suo kha sotto un chiosco ai cui lati si trovano due asiatici.
Coni funerari di Heqaerneheh, ora al Met Museum, e la loro trascrizione
Un breve passaggio, in cui alcuni dipinti non terminati rappresentano la defunta che entra, su una parete, ed esce, sull’altra dalla tomba, consente l’accesso ad una piccola camera finale in cui i resti di alcune scene riguardano la defunta in offertorio dinanzi ad Anubi.
E’ probabile che la TT64 sia la “Tomba Bankes”, dall’archeologo che la saccheggiò nel 1819 portandosi in Inghilterra buona parte dei decori. Bankes riporta nelle sue note il cartiglio di Thutmosi IV, rendendo la “identificazione” molto probabile.
Fonti
Porter e Moss 1927, p. 125.
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 22-23
Porter e Moss 1927, p. 128.
Porter e Moss 1927, planimetria p. 124.
Porter e Moss 1927, pp. 128-129.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.