Oggetti rituali

IL DISCO IPOCEFALO

Ipocefalo di Irethorrou, XXX dinastia, lega di rame, oggi custodito al Louvre (cat. n. 3526). Diametro di 14,6 cm.,
Esso è suddiviso in due opposte sezioni, ognuna delle quali contiene più registri.
Il registro più ampio rappresenta la forma segreta di Amon Ra, raffigurato con quattro teste d’ariete che ne riflettono l’onnipotenza. I testi che compaiono sul disco sono rituali rivolti ai vari aspetti attribuiti al dio nella sua città sacra di Eliopoli. Egli è inoltre rappresentato come un uomo a due teste, nel registro superiore.
La seconda metà si divide in tre registri. In quello inferiore troviamo la Barca Solare notturna e quella della Luna, con sembianze di babbuino. Quello centrale contiene il riferimento al nome segreto del dio, evocato da tre geroglifici: un ariete, una foglia di ninfea e un leone, che costituiscono tre riferimenti grafici alla manifestazione del dio dal nome perfetto (non pronunciabile). La figura divina compresa in questo registro allude all’eterno ciclo del sole, con immagini inusuali che alludono alla complessità ed al mistero della divina essenza del dio Creatore.  https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010038138
https://egittophilia.freeforumzone.com/…/discussione…

Il disco ipocefalo (“che sta sotto la testa”) è un amuleto funerario a forma di disco piatto e solo occasionalmente concavo, generalmente realizzato in lino stuccato, oppure in papiro, bronzo, oro, legno o argilla, con un diametro variabile da 8,0 a 23,0 cm. che rappresentava il sole, simbolo di rinascita perché gli Egizi ritenevano che viaggiasse la notte attraverso il mondo dei morti per poi risorgere il giorno successivo in quello dei vivi.

Esso venne utilizzato dalla XXVI alla XXX dinastia – tra il 662 ed il 342 a. C. – per le sepolture dei membri del clero e dei loro familiari ed in particolare a Tebe per i sacerdoti e le sacerdotesse di Amon, ad Akhmim per quelli di Min ed a Menfi per quelli di Ptah.

Ipocefalo di Neshorpakhered, da Tebe, tardo periodo tolemaico, oggi al BritishMuseum di Londra. In alto è raffigurata una divinità a due teste in forma umana che regge uno stendardo del dio Upuaut dalla testa di sciacallo. A sinistra e a destra due barche sulle quali viaggiano un falco con le ali spiegate e una figura mummiforme con testa di falco chiaramente riconoscibile come il dio del sole. Di fronte a lui è raffigurato lo scarabeo, anch’esso manifestazione del sole. Nel registro centrale il dio Amon Ra è raffigurato come una divinità mummiforme con quattro teste di ariete, adorato da coppie di babbuini. Ruotando il disco di 180 gradi, si trova il terzo registro che raffigura una mucca di fronte ai quattro figli di Horus e ad uno scarabeo. Dietro di essa c’è una figura femminile la cui testa è l’occhio “wedjat” all’interno di un disco, e una figura seduta con il braccio alzato che affronta un serpente con gambe umane. Questa parte dell’oggetto è parzialmente danneggiata.
https://www.britishmuseum.org/collection/object/Y_EA36188

Il disco ipocefalo doveva essere preparato secondo le istruzioni dei cosiddetti “testi supplementari” che nel corso dei secoli furono gradualmente integrati nel Libro dei Morti.

L’incantesimo 162 (“formula per far nascere una fiamma sotto la testa del beato”) prescriveva infatti che venisse posto sotto la testa del defunto perchè lo proteggesse nell’Oltretomba e perchè, grazie alle formule magiche ed alle invocazioni ad Amon su di esso iscritte, emettesse la luce e l’energia che gli avrebbero dato la vita ultraterrena, facendolo “apparire di nuovo come uno che è sulla terra” e trasformandolo in un dio.

Ipocefalo di Tanetirt, suonatrice di sistro di Amon Ra, cartonnage,
da Tebe, 300 a. C., ora al RMO di Leiden, Foto di Rob Koopman da Leiderdorp, Paesi Bassi
https://commons.wikimedia.org/…/File:Hypocephalus_(rmo…

Le superfici degli ipocefali erano riccamente decorate e iscritte; normalmente sul bordo si trova inciso un testo circolare (quasi sempre un estratto dal citato capitolo 162 del Libro dei Morti), che delimita la sezione interna a sua volta suddivisa in due, tre o quattro registri orizzontali.

Il tipo a quattro registri con due emisferi opposti che rappresentano sopra il mondo degli uomini e il cielo diurno e sotto, specularmente, l’Oltretomba e il cielo notturno è stato forse il primo ad essere utilizzato ed è il più diffuso.

Ipocefalo del sacerdote di Thot di nome Pa-sheri-Khonsu, Diametro 14.5 cm, realizzato in papiro, Museo civico di Bologna, Numero di inventario: MCA-EGI-EG_2025.
Nel registro centrale è riconoscibile Amon-Ra con quattro teste di ariete, accoccolato al suolo e adorato da quattro babbuini; attraverso questa immagine si associava il defunto al sole e alla sua rinascita eterna salutata appunto dai babbuini con alte grida.
http://www.museibologna.it/…/47680/id/48733/oggetto/48737/

La decorazione dei registri era personalizzata, perché ognuno di essi aveva iconografia e testi differenti, scelti dal committente in base alla propria sensibilità.

Elemento imprescindibile era l’immagine della vacca sacra perché il capitolo 162 del libro dei morti descriveva l’ipocefalo come un pezzo di papiro nuovo sul quale è stata disegnata una vacca da collocare sotto la testa del defunto, ma non sempre queste indicazioni venivano rispettate.

Tutti, comunque, riportano le immagini di divinità solari (di solito Amon Ra) e formule magiche che garantivano al defunto a poco prezzo una protezione analoga a quella offerta dalle iscrizioni nelle tombe e dai papiri funerari.

Ipocefalo di Tasheritenkhonsu, XXVI dinastia – Periodo tardo – greco romano, lino e gesso, Diametro di 21,20 cm., BM/Grande numero EA35875. L’amuleto è decorato con quattro registri recanti le tradizionali immagini di Amon Ra con quattro teste di ariete il cui sorgere è salutato dai babbuini urlanti, della vacca sacra, delle divinità (Sokar?, Hathor? e Khnum) e dei Figli di Horus.
https://www.britishmuseum.org/collection/object/Y_EA35875

FONTI:

Tutankhamon

LE LAMINE DECORATIVE DI TUTANKHAMON

Queste lamine d’oro sbalzato sono state trovate sparse sul pavimento dell’anticamera e della camera del tesoro della tomba di Tutankhamon ed in origine ornavano i carri ed i finimenti dei cavalli del re ed i foderi delle sue armi; esse erano in pessime condizioni e Carter le ripose in una scatola e le fece trasportare al Cairo, dove rimasero fino al 2014, quando sono state restaurate ed analizzate nell’ambito di un progetto congiunto del Museo Egizio e dell’Istituto archeologico tedesco al Cairo, dell’Università di Tubinga e del Römisch-Germanisches Zentralmuseum di Mainz.

Le lamine prima del restauro. Fonte: Tutankhamun‘s Unseen Treasures: The Golden Appliqués – German Archaeological Institute Cairo
Una lamina circolare prima e dopo il restauro. Fonte: Tutankhamun‘s Unseen Treasures: The Golden Appliqués – German Archaeological Institute Cairo

La XVIII dinastia è caratterizzata da vivaci scambi culturali e commerciali tra l’Egitto, il Mediterraneo orientale ed il Vicino Oriente che ebbero un impatto significativo sulla tecnologia e l’arte egizie.

Le decorazioni in questione risentono di questi influssi, in quanto riproducono motivi tradizionali ma anche quelli “internazionali”, diffusi in tutto il Mediterraneo orientale durante la seconda metà del secondo millennio a.C..

Quelle con motivi egizi sono nello stile tipico post-amarniano e mostrano la potenza reale: il Faraone in trono o mentre scocca frecce ad un bersaglio, oppure che colpisce i nemici dell’Egitto o li travolge con il suo carro, o che li calpesta in forma di sfinge o di leone, oppure ancora nubiani e asiatici in ginocchio di fronte ai cartigli reali.

I motivi “internazionali” che si trovano spesso su piccoli oggetti come scatole, vasi, articoli da toeletta, intarsi di mobili, sigilli, armi e gioielli includono scene di combattimento con animali, capridi disposti simmetricamente che brucano i germogli degli alberi, piante a volute e spirali.

Queste applicazioni decorative erano realizzate a strati di pelle, gesso, tessuto e oro.

La foglia d’oro era comunemente prodotta martellando piccole porzioni di metallo inserito tra pelli di animale, ed assottigliandolo fino a raggiungere lo spessore desiderato, che nel nostro caso varia tra i 15 ed i 45 micron.

  

Per imprimere il disegno probabilmente la foglia d’oro è stata pressata con uno stampo insieme alla pelle, alla quale finiva per aderire, ed i contorni sono stati definiti con scalpelli e punzoni.

Successivamente la decorazione veniva cucita ad un supporto costituito da uno strato in pelle di colore rosso, uno strato di tessuto, uno strato di gesso ed un ultimo strato di lino.

FONTI:

Kemet Djedu

I QUATTRO PILASTRI DELLA TT96

Tomba di Sennefer

Per venire incontro alla curiosità dei nostri amici egittofili sulle iscrizioni della tomba TT96 di Sennefer e Meryt (vedi SENNEFER E MERYT), ho pensato di pubblicarne qui una parte, cioè le sedici iscrizioni che decorano le altrettante facce dei quattro pilastri della camera funeraria della tomba.

La descrizione completa della tomba TT96 di Sennefer QUI

Per coloro che si impegnano nella Filologia Egizia può essere un’interessante esercitazione. Essendo la superficie scrittoria molto limitata, i geroglifici non sono nient’altro che didascalie brevi, ripetute e contestualizzate alla rappresentazione.

L’immagine dei quattro lati dei pilastri è presa da Osirisnet.net.
Tutti i disegni sui quale ho (ri)iscritto i geroglifici originali nella posizione corretta sono stati fatti dal mio primogenito Fabio quand’era ancora un ragazzino.

Kemet Djedu

PILASTRO 1 – TT96

LATO EST (PRIMA PARTE)

MERYT OFFRE DELLA MIRRA A SENNEFER

Iniziamo l’analisi dei pilastri della camera funeraria della TT96 con il pilastro 1, facciata Est. Entrando nell’ipogeo è proprio la prima che si visualizza.

Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno studiati.

  

LATO SUD (SECONDA PARTE)

MERIT OFFRE DEL CIBO A SENNEFER

LATO OVEST (TERZA PARTE)

MERIT E LA FIGLIA OFFRONO FIORI A SENNEFER

LATO NORD (QUARTA PARTE)

MERIT E SENNEFER SOTTO UN ALBERO SED

  
III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta

STATUA DEL VISIR HORI

Basalto, altezza cm 96
Karnak, Tempio di Amon-Ra, cortile della Cachette
Scavi di George’s Legrain 1904 – XXII Dinastia
Museo Egizio del Cairo – JE 37512

Il visir è accosciato su una base parallelepipeda con gli spigoli posteriori smussati.

La posizione asimmetrica delle gambe, la destra ripiegata al petto e la.sinistra poggiata a terra, è piuttosto inusuale.

Appare sporadicamente nell’Antico Regno e, ripresa talvolts nel Nuovo Regno.

  

Hor Indossa unicamente un gonnellino corto completamente ricoperto di iscrizioni, che riportano i suoi titoli e quelli del padre, il sacerdote Iuatjek.

Completamente rasato, le orecchie piuttosto sporgenti ai lati del viso regolare, lineamenti delicati e sguardo sereno: le sopracciglia appena rilevate proseguono nella linea del naso diritto, le guance, piene, sono delimitate da due solchi poco profondi ai lati della bocca, piccola atteggiata a sorriso.

Il collo sottile poggia su ampie spalle modellate con cura, su cui sono disegnate a rilievo le clavicole.

Il resto del torace, più stilizzato, si restringe verso la vita, dove un’ampia cintura sostiene il gonnellino.

Minor attenzione sembra essere stata data a braccia e bacino e gambe, che appaiono piuttosto grossi e sproporzionati.

Manca il pilastro dorsale, fatto che, unitamente alla posizione di Hor e alla testa rasata, mostra una chiara volontà di riprendere modelli arcaici , risalenti all’ Antico Regno, cui la scultura di Epoca Tarda farà spesso riferimento.

Fonte

Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Rosanna Pirelli – Edizioni Withe Star

Foto: Museo Egizio del Cairo, Heidi Kontkanen

Pictures

Head of an acrobat figurine

Small limestone carved feminine head of an acrobat figurine.

Middle Kingdom 12th Dynasty (1939-1760)/ 13th Dynasty (1759-ca.1630)

Tomb QH31

Qubbet el-Hawa

Tombs of the Nobles

West Bank of Aswan.

Nubian Museum Aswan

III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta

BUSTO DI UN DIGNITARIO

Grovacca, 16,5x9x7 cm
Epoca Tarda, XXVI Dinastia – Provenienza ignota
Museo Egizio di Torino, Vecchio fondo ( 1824-1888). C. 1393

Questo busto maschile, che porta spalla il cartiglio di un sovrano di nome Psammetico, illustra lo stile caratteristico della XXVI Dinastia, con un’estrema levigatezza della superficie, che appare quasi vellutata, e lineamenti cesellati con grande finezza, che emergono con precisione.

  

Si osserva una cura per il virtuosismo nell’uso dello scalpello e nel levigare le pietre, una raffinatezza e un equilibrio che, tuttavia, non riescono ad evitare un certo accademismo, la sensazione di una perfezione un po’ fredda.

Le statue di questo periodo presentano un volto ovale, con guance allungate, occhi posizionati in alto le linee del khol chiaramente indicate con un disegno quasi orizzontale.

Fonte

Le statue del Museo Egizio di Torino – Simon Connor – Franco Cosimo Panini Editore.

Necropoli tebane

TT63 – TOMBA DI SOBEKHOTEP

Sobekhotep in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT63[1] [2]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
SobekhotepSindaco del lago meridionale e del Lago di Sobek (Fayyum)Sheikh Abd el-QurnaXVIII dinastia  (Thutmosi IVversante nord-est della collina, a ovest della TT64

Biografia

Min, Supervisore ai sigilli, fu suo padre; sua madre fu Meryt, Nutrice della figlia del re Tiya, Sovrintendente dell’harem di Sobek di Shedty[5]. Paser fu suo figlio.

La tomba

Frammento di dipinto parietale dalla TT63 (Metropolitan Museum, cat. DP234743)

TT63 si sviluppa con forma a “T” rovesciata tipica di analoghe sepolture della XVIII dinastia. Ad un breve corridoio di accesso, in cui sono rappresentati il defunto e la moglie con un giovane figlio, e una donna che suona il sistro, segue un corridoio trasversale in cui i resti di due stele rappresentano il defunto in adorazione di Anubi, nonché soldati in marcia capitanati dallo stesso defunto ed un lungo testo molto danneggiato. In altre scene, il faraone Thutmosi IV assiso in trono che reca i Nove Archi sulla base[6]; il defunto accompagnato da Menna, Supervisore ai sigilli, e il defunto che ispeziona alcuni granai mentre uomini recano unguenti; sono presenti anche i resti di testi relativi alle ispezioni agli incensi e alle giare (forse di vino). Si è inoltre a conoscenza della presenza, poiché asportate, di rappresentazioni di popoli stranieri, tra cui nubiani e asiatici, nell’atto di versare tributi a Sobekhotep, alla presenza del re[7].

Tributi di popoli asiatici  
Tributi di popoli nubiani
Tra i tributi, la pelle di un felino

Al corridoio trasversale segue un corridoio perpendicolare al primo sulle cui pareti sono presenti dipinti, anche in questo caso molto danneggiati; tra le altre scene, testi sacri, la processione funebre verso la Dea dell’Occidente (Hathor) con il trasporto di tre statue, due del re e una del defunto, nel pellegrinaggio ad Abydos. Poco oltre uomini che zappano la terra e innalzano un obelisco, mentre il defunto e la moglie, che suona il sistro, sono dinanzi ad Anubi e Osiride; il defunto e la moglie seduti in un giardino nei pressi di un laghetto, con alberi e divinità femminili. Un’ultima scena del corridoio vede il figlio della coppia, Paser, in atto di offertorio ai genitori ed alla principessa Tiya.

Il giardino con Soberhotep e la moglie davanti a tre dee. Rilievo di N. Davis

La tomba prosegue con un breve corridoio trasversale cui segue la camera funeraria, entrambe prive di dipinti.

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 125.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Gardiner e Weigall 1913, pp. 22-23
  5. Porter e Moss 1927,  p. 125.
  6. Porter e Moss 1927,  planimetria p. 124.
  7. Porter e Moss 1927,  pp. 125-128.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      O Shedet, ovvero il Fayyum.

[6]      L’iconografia dei “Nove Archi” è molto antica: il primo esempio noto si trova sul piedistallo di una statua di Djoser (oggi a Saqqara) in cui sono raffigurati nove archi, appunto, posti sotto i piedi del sovrano. Tale raffigurazione, solo iconografica e senza alcuna denominazione, verrà ripetuta fino al regno di [[Amenhotep III]]. Si tratta, tuttavia, di una denominazione “mobile” nel senso che i “Nove Archi” variano nel tempo ed ecco che, sotto Ramses II, ad esempio, fanno la loro apparizione nell’elenco Hittiti, Shasu, Sangar (Babilonia), Naharin etc., ma restano costanti gli Haw-Nebwt (in cui qualcuno ha voluto vedere gli Egei), i Tjekhenw (i Libici) e i Sekhetyw (gli Oasiti).

[7]      Sono probabilmente provenienti da questa tomba i seguenti rilievi conservati in alcuni musei del mondo:

  • soldati con bambini e tributi, tra cui vasi decorativi con teste di gazzella e stambecchi (British Museum di Londra) (cat. 37991);
    • due portatori di offerte (British Museum, cat. 919) e fabbricanti di collane (British Museum, cat. 920);
    • nubiani portatori di tributi (British Museum, cat. 922);
    • nubiani con bambini e due siriani (Museo egizio di Firenze) (cat. 7608), probabilmente parte del rilievo cat. 37991 di cui sopra, al British Museum
III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta

IL RECUPERO DELLA TRADIZIONE

La Statuaria e il recupero eclettico della tradizione.

Nell’ultima, lunga fase dell’età faraonica si incontrano e confrontono diverse tradizioni, con un denominatore comune: recuperare, ritrovare, salvare la propria identità.

Nella produzione statuaria si hanno esiti diversificati: la tradizione risulta come vivificata da nuovi rapporti, rivissuto nella sostanza e rapporta alla attualità e riprodotta fedelmente, come se ci si volesse riconoscere solo in quello che risale a tempo addietro.

Non sono pochi gli esemplari che sono datati come risalenti, per esempi, al Medio Regno, e che attenti esami hanno convito a far “scendere” di ben più di mille anni.

Anche in questa ricerca formale si scorge qualcosa di nuovo: la ricerca della perfezione e l’attenzione ai giochi di luce fanno intuire un’altra maniera di porsi davanti a un oggetto e all’arte.

Si può notare che la funzione primaria delle statue, quella funeraria, è scomparsa: ormai la statua votiva in un tempio che funge da garanzia di protezione e continuità dei riti.

Inoltre sono rare, rispetto al passato le statue dei sovrani, e comunque non fuori mura.

Scarsi sono, al momento, i reperti del periodo delle Dinastia XXI-XXIV, ma dalla XXII Dinastia c’è ne sono giunti di sorprendenti, che mostrano fra l’altro la maestria nella lavorazione del metallo.

Oltre a immagini di dimensioni ridotte raffiguranti divinità, si trovano figure di personaggi femminili nelle quali quali risulta tipica e curata la decorazione della superficie del bronzo in agemina di oro, rame e argento.

Nella pietra le figure femminili da sole sono rare, e una si impone per sommare in sé recupero del passato e “devianze” nuove: la nipote di Osorkon II ( XXII Dinastia), Shebensopdey, ebbe l’onore di avere una statua di granito a Karnak da parte dello sposo.

Il tipi statuari adottati sono strettamente limitati dalla collocazione quasi esclusivamente templare; domina la Statua-cubo, oppure il personaggio seduto in posa detta assimetrica, con un ginocchio in alto, l’altra gamba appoggiata a terra, o la posa dello scriba seduto a gambe incrociate.

Non c è dubbio che i sovrani nubiani debbano aver impresso un notevole impulso alla ricerca dei modelli canonici.

D’altra parte sembra nascere proprio in questa epoca un’attenzione per il ritratto non convenzionale centrato sulla resa delle caratteristiche individuali.

La caratterizzazione di alcune statue di sovrani nubiani risulta anche dalle novità del loro costume, che vollero evidentemente combinare con quello tradizionale egizio.

Nell’età saitica quando il peculiare era stato introdotto nella produzione artistica dai nubiani fu ripudiato, mentre furono perfezionato la tendenza all’ arcaismo e l’aspetto idealizzante.

Tali qualità si combinarono con una scultura curata e sopratutto una finitura molto ricercata che ne costituisce lo spirito dominante.

Fonte

  • L’arte egizia – Alice Cartoccio, Gloria Rosati – Giunti
Tombe, XVIII Dinastia

LA TOMBA DI KHONSU EM HEB, BIRRAIO DI MUT

Nel dicembre 2007 un team di archeologi giapponesi guidati dal prof. Jiro Kondo della Waseda University di Tokyo, ha scoperto sulla riva occidentale del Nilo, nella necropoli tebana di El Khokha, la splendida tomba dell’alto dignitario Khonsu Em-Heb, che durante il regno di Amenhotep III (1387-1348 a.c.) era a capo dei depositi di grano e produttore di birra per il culto di Mut, la dea madre egizia.

La scena che si offrì agli archeologi una volta penetrati nella tomba
Nel registro inferiore Khonsu Em Heb, defunto, alla presenza di alcune nobildonne, riceve le offerte posate sultavolo davanti a lui e purificate dal sacerdote, che effettua fumigazioni e versa acqua lustrale.
Nel registro superiore è Khonsu Em Heb, probabilmente con la moglie, che fa offerte agli dei: a sinistra ad Osiride, dietro il quale , in piedi, vi sono Iside e Nephtis, a destra ad Anubi.
Nel terzo registro vi è il classico fregio kekheru sormontato dal disco solare, tipico dell’età ramesside.

Gli scavi sono stati effettuati in una zona ove sorgevano moderne abitazioni del villaggio di Gurnah, poi demolite, e l’entrata della tomba è venuta alla luce casualmente, mentre veniva ripulita la zona circostante la sepoltura denominata TT47, appartenente ad Userhat, Sovrintendente dell’harem reale sotto Amenhotep III.

Particolare della scena in cui il defunto e sua moglie ricevono offerte sulle quali il sacerdote versa acqua lustrale


La tomba di Khonsu Em-Heb ha l’architettura comune alle tombe tebane: a forma di T, con due corridoi corrispondenti ai due bracci della T e la camera sepolcrale costituita dal tratto verticale della lettera, ed ha mantenuto intatti gli splendidi dipinti che raffigurano scene di culto e di vita quotidiana.

Particolare di un gruppo di dolenti e di prefiche che manifestano platealmente il proprio dolore per la morte di Khonsu Em Heb. Le prefiche erano solite portare con sé delle bambine per insegnare loro “il mestiere”.
Sulla sinistra la mummia di Khonsu Em Heb è stata collocata in piedi davanti alla cappella antistante la tomba scavata nella montagna tebana. La cappelle è sovrastata da una piccola piramide e segnalata da una grande stele, di solito in onore di Osiride. I parenti, accanto alla mummia, si disperano, ed il sacerdote officiante si appresta ad iniziare il rito dell’apertura della bocca.
Nel registro inferiore la barca che trasporta il catafalco con i resti mortali del defunto e la moglie in lacrime, che viene trainata da un’imbarcazione più piccola fin sulla riva occidentale del Nilo.

Il ruolo rivestito da Khonsu Em Heb era di grande rilievo, perchè nell’antico Egitto la produzione di birra era importantissima: essa, infatti, essa era di largo consumo presso ogni strato sociale, veniva utilizzata anche nelle cerimonie religiose come bevanda “sacra” e costituiva parte del corredo funebre degli appartenenti alle classi più ricche.

Il registro superiore reca un fregio kekheru, del quale ho già parlato; in quello intermedio il defunto e la moglie, seguiti da tre uomini e quattro donne rendono omaggio e fanno offerte a Ra Horakhti, dietro il quale si intravede Maat, la cui immagine è andata quasi completamente distrutta.
Nel registro inferiore Thot, che ha preso parte al giudizio di Khonsu Em Heb ed alla pesatura del suo cuore annotandone l’esito positivo, presenta il defunto ormai “giustificato” ad Osiride, dietro il quale ci sono Iside e Nephtis.

FONTI: