Kemet Djedu

UN’OFFERTA CHE IL RE DÀ

L’ALIMENTAZIONE NELL’ANTICO EGITTO

Di Livio Secco

  

Ho svolto la quarta lezione del Corso di Egittologia, Anno VI, nell’ambito delle attività dell’UniTre di Torino presentando la conferenza “UN’OFFERTA CHE IL RE DÀ – L’alimentazione nell’antico Egitto (Prima parte: gli alimenti)” che è una disamina sul nutrimento nell’antico Egitto.
Non potendo sintetizzare due ore di lezione in un brevissimo post mi permetto di dare solo delle indicazioni di massima di alcuni degli elementi che sono stati trattati.

Ricordo anche che la formulazione funeraria ḥtp-di-(ny-)swt [hetep-di-nisut] un’offertà che il re dà… è quella tradizionale.
Essa è considerata sorpassata dalla grammatica di Grandet & Mathieu. I due filologi francesi propendono per la traslitterazione d-(ny-swt)-ḥtp [ed nisut hetep] e la traducono con possa il re placare…
Ho preferito, solo in questo caso, rimanere (ancora un po’) fedele all’Egittologia Classica.

Esempio di scrittura geroglifica che specifica il dettaglio delle derrate alimentari che il defunto riceverà nell’Aldilà. La stele è la C14 di Irtysen custodita al Louvre.

Alimentazione: il cibo è cultura
L’argomento sembra leggero ma non dobbiamo dimenticare che il cibo, oltre ad essere una risorsa materiale, è da sempre un fatto culturale nella storia dell’Uomo. Il tema dimostra tutta la sua importanza già solo nella dimensione degli incontri.
Nel tentativo di svilupparlo in modo più esaustivo possibile ne sono derivate sei ore di conferenze suddivise in tre lezioni. Quella qui documentata è la prima che mostra, suddividendoli per origine, quali erano gli alimenti presenti sulle tavole degli Egizi.

Alimentazione: il cibo sulle stele funerarie
La lezione inizia con l’analisi di due stele funerarie perché in esse sono spesso indicate le offerte alimentari per i defunti.
Nella prima stele si analizza una formulazione molto sintetica dove viene semplicemente indicata la richiesta di alimenti che il faraone fa agli dei per la vita ultraterrena del defunto.
Nella seconda invece, più estesa in dimensioni, la richiesta prevede il dettaglio delle derrate alimentari per quantità e tipologia.
La lezione prosegue identificando le tipologie di animali, vegetali e minerali che formavano l’alimentazione nell’antico Egitto.

Alimentazione: dal regno animale
La conferenza prosegue suddividendo gli alimenti per regno di origine: animale, vegetale e minerale. Poi specifica per ognuno di essi quali erano le tipologie usate e quelle invece che erano mancanti perché non ancora diffuse.
Per quanto riguarda l’origine animale, oltre ai bovini e agli ovini, facevano parte della dieta egizia anche gli avicoli predati con la cacciagione oppure con l’uccellagione.
Oltre ad essi c’erano i risultati della pesca anche se si trattava quasi esclusivamente di elementi di acqua dolce. Interessante il tentativo di allevamento di specie selvatiche come le iene, le gru, gli struzzi, gli orici, i bubali, eccetera.

Lavorazione nel mattatoio. Il macellaio rimprovera il garzone incitandolo a tenere alta la zampa: “Tira verso di te!”

Regno vegetale: le verdure
Per quanto riguarda il regno vegetale erano importantissime le coltivazioni di granaglie come orzo e farro, non certo il moderno frumento che era sconosciuto. Così com’erano sconosciuti i pomodori, le melanzane, le patate, i peperoni, le arachidi, i fagioli, i fagiolini, gli spinaci e le carote.
Gli egizi invece apprezzavano molto le fave, le lenticchie, i piselli, i ceci, i cetrioli, le zucche, le angurie e le insalate di vari tipi. Per cucinare e per l’illuminazione erano usati gli oli di moringa, di balanite, di ricino, di lino e di olivo, sebbene quest’ultimo fosse di importazione e quindi costoso.

Verdure sconosciute: pomodori, melanzane, patate, peperoni, arachidi, fagioli, fagiolini, spinaci, carote.

Regno vegetale: la frutta
Per quanto riguarda la frutta, essa era poco varia a causa dell’orografia del territorio per cui era limitata a datteri di diverse varietà, fichi, carrube, giuggiole, mandorle, melograni e raramente le mele poiché le piantumazioni in Egitto non attecchivano facilmente.
Sconosciuti erano gli agrumi, i cachi, le albicocche, le ciliegie, le pesche, le nespole, le prugne, i fichi d’India, le banane e i frutti di bosco per ovvie ragioni climatiche.
Storia a parte la fa l’uva per il consumo del fresco e per la vinificazione. Data l’importanza di questo argomento, l’enologia è il tema di monografia che sarà presentata successivamente a completamento dell’alimentazione nell’antico Egitto.

Frutta sconosciuta: agrumi, kaki, albicocca, ciliegie, pesca, nespole, prugna, fico d’india, banane, frutti di bosco.
Altri alimenti sconosciuti: pepe, peperoncino, canna da zucchero, tè, cacao, caffè.

Regno minerale
Per quanto riguarda il regno minerale il natron, il sale marino e il salgemma erano gli elementi base come pure l’allume di rocca.
Il natron oltre ad essere sicuramente importante per le attività di mummificazione, rientrava in tutti i processi di igienizzazione per la pulizia personale e delle stoviglie. Ovviamente all’epoca i saponi non erano ancora stati inventati.

Per dimostrare l’importanza del cibo nell’antico Egitto, la lezione è iniziata presentando una classica formula funeraria offertoria.
L’iscrizione in geroglifico della formula dice che il re fa un’offerta ad una divinità affinché questa conceda, a sua volta, un’invocazione d’offerta allo scopo di fornire al defunto tutto il cibo necessario alla sua sopravvivenza nell’Aldilà.

Poiché il geroglifico è una scrittura magica che invera la realtà, pronunciare anche solo i nomi dei cibi equivale a renderli reali. Questo significa che le tombe e i templi egizi hanno funzionato anche oggi 21 dicembre 2023. I sovrani e i defunti egizi, oggi, sono stati colmati di ogni loro necessità per la vita nell’Oltretomba.

L’invocazione d’offerta poteva presentarsi in due modi:
– sintetica
– dettagliata

  


Questo è un esempio di formula funeraria offertoria SINTETICA.
La stele deriva dalla tomba di Meni, che fu il direttore dei templi delle piramidi dei sovrani Pepi I (2276-2228+25) e Mer-en-Ra (ca.2227-2217+25), ma che visse fino al regno di Pepi II (2216-2153+25). La tomba del funzionario è a Dendera, appartiene all’Antico Regno, ed è datata alla VI dinastia (ca.2305-2118+25). È un esempio di un’invocazione di offerta alimentare breve senza il dettaglio delle derrate. Il testo si legge da destra a sinistra, dall’alto verso il basso.

  

E’ venuto il momento di esemplificare una formula offertoria DETTAGLIATA.
Per fare ciò consideriamo la stele dell’artigiano scultore Irtysen custodita presso il Museo del Louvre e conosciuta con il codice C14. Si tratta di un manufatto risalente al regno di Mentuhotep II, un sovrano dell’XI dinastia e quindi appartenente al Medio Regno.

Le tre lezioni sull’alimentazione degli Egizi hanno inaugurato la Collana dei Quaderni di Egittologia, infatti riportano il progressivo 1, 2 e 3. Chi volesse approfondire il discorso li può trovare qui:

I NUTRIMENTI: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/unofferta-che-il-re-da…/

LA CUCINA: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/unofferta-che-il-re-da…/

PREPARAZIONE, CONCETTI E VISITA MERCATALE: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/unofferta-che-il-re-da…/

  
III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta, Sarcofagi

I SARCOFAGI DELLA XXV DINASTIA

Coperchio del sarcofago interno di Renpetnefret

Legno

Altezza 176 cm

Museo Egizio di Torino

C. 2231/1

  

Coperchio del sarcofago interno di Tapeni

Legno

Altezza 191 cm

Museo Egizio di Torino

C. 2215/1

Coperchio del sarcofago interno di Tamit

Legno

Altezza 173 cm

Museo Egizio di Torino

C. 2218/01

I sarcofagi della XXV Dinastia hanno chiari elementi distintivi che possiamo riconoscere negli esemplari delle tre sorelle, Tapeni, Tamut e Renpetnefret, figlie del sacerdote di Amon Ankh-Khonsu.

Le tre mummie sono conservate in un sarcofago antropoide, a sua volta contenuto in un sarcofago rettangolare a colonnette. (qeresu).

La decorazione dei sarcofagi riproduce l’ambiente della camera sepolcrale, con le dee Iside e Nefti ai piedi e alla testa dello stesso, un arcaismo che lega questi sarcofagi ai modelli del Medio e Nuovo Regno, una fila di divinità disposte intorno alla mummia.

La raffigurazione della dea Nut sul petto, anche questo motivo ripreso dal Nuovo Regno, è il pilastro djed sulla schiena connettono il sarcofago con la terra e il cielo, la dea Nut, e il mondo ultraterreno, il pilastro djed simbolo del dio Osiride.

Diminuiscono la dimensione e la varietà dei dipinti, mentre aumentano i testi sacri tratti dal Libro dei Morti.

I testi sono disposti in bande diversi colori, arancione, giallo e verde.

Tra le bande di testo sono raffigurate divinità stanti e occhi udjat sopra i piedi.

Sarcofago esterno di Renpetnefret
Legno, larghezza 207 cm.
Museo Egizio di Torino - C. 2232

L’alveo del sarcofago esterno imita la tomba del dio Osiride, come conferma la presenza del fregio khekeru, elemento decorativo della parte superiore delle pareti in struttura architettoniche a partire all’antico Regno, e il motivo serekh, decorazione a linee verticali e orizzontali che imita la faccia di un palazzo.

Sui lati corti corti sono raffigurati, a una estremità le dee Iside e Nefti, il disco solare adorato da due babbuini, all’altra estremità il geroglifico neferet che indica la dimora di Osiride o del defunto, situata a Occidente.

  

Il coperchio, bombato, raffigura il cielo identificato con la dea Nut ed è diviso in due parti da una colonna di testo: una metà raffigura il viaggio notturno, l’altra metà raffigura il viaggio diurno dell’imbarcazione del Sole.

Entrambi le barche sono trainate con corde da divinità, personificazione di corpi celesti.

I testi sono costituiti principalmente dalla forma canonica di offerta in cui si supplica il dio affinché protegga il defunto.

  

La cassa esterna è così contemporaneamente rifugio per le defunto durante la veglia notturna e santuario dove si potranno risvegliare a nuova vita per ascendere al cielo in modo da unirsi al dio sole e partecipare con lui al suo eterno e ciclico viaggio.

Fonte

Museo Egizio di Torino – Fondazione del Museo delle Antichità Egizie di Torino – Franco Cosimo Panini Editore.

Necropoli tebane

TT10 – TOMBA DI PENBUY E KASA

Penbuy (in alto) e Kasa (in basso) in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT10[1]

Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[2]Dinastia/PeriodoNote[3]
Penbuy e KasaServi nel Luogo della Verità[4]  Deir el-MedinaXIX dinastia (Ramses II)in alto, estremità ovest della collina sul versante che declina a ovest verso il tempio

Biografia

Non definito è il rapporto esistente tra Penbuy, titolare della sepoltura, e Kasa, né sono chiare le relative condizioni e, nonostante alcune rappresentazioni, lo stesso sesso.

Secondo una stele conservata a Torino (cat. 50037), Kasa era il figlio di Penbuy. La situazione non è chiarita tuttavia dalla stele stessa che fa riferimento a Penbuy al femminile, di cui Kasa sarebbe il figlio; il rapporto di parentela tra Penbuy e Kasa sembrerebbe tuttavia derivare dalla prima moglie di Penbuy, Amentwosret, ma non è chiaro se costei fosse sorella o figlia di Kasa.

I dipinti parietali non valgono a chiarire la situazione poiché in non buone condizioni, con difficoltà di lettura dei nomi dei personaggi: in una scena Kasa e sua moglie Bukha-nef sono rappresentati con una figlia; in un’altra scena, è rappresentato un corteo funebre in cui le mummie sembrano essere Kasa, suo figlio Nebamentet, sua moglie Bukha-nef e una “Signora della casa” di nome Hathor.

Le mummie sono precedute da un figlio di nome Nefermesenut e da sua figlia Sheritre. Lo stesso nome, Sheritre, risulta essere inoltre quello della moglie di un altro figlio, menzionato nei testi, Ptahmose.

Sul soffitto della cappella funeraria, alcune iscrizioni fanno riferimento a Penbuy e a sua moglie Amentetwosret, altre a Kasa e sua moglie Bukha-nef.

In altri dipinti parietali, Penbuy e suo fratello Penshen’abu sono rappresentati dinanzi ad Amenhotep I, Ahmose Nefertari ed ai faraoni Seti I, Ramses I ed Horemheb. In un’altra scena, Ramses II ed il visir Paser sono riportati mentre eseguono un offertorio a Ptah ed Hathor.

Padre di Penbuy fu, verosimilmente, Iri[5]. Mogli di Penbuy furono Amentwosret e Irnefer, mentre moglie di Kasa fu, forse, Bukha-nef.

La tomba

TT10 si sviluppa con andamento irregolare.

Ad un corridoio di accesso ne segue un secondo, più largo del precedente, privo di decorazioni. Un terzo corridoio dà accesso ad una anticamera/cappella sulle cui pareti sono rappresentati, tra l’altro, una coppia seduta a banchetto (con un gatto ed alcune oche sotto una sedia), scene di offertorio di gente, con candele, a Kasa rappresentato con moglie e figlia. Restano alcune tracce di un rilievo di pellegrinaggio ad Abydos, mentre scene di trasporto funebre sono forse riferite a Kasa. In altra scena, Penbuy gioca al senet con la moglie nei pressi di un laghetto; poco discosto scene di adorazione di genti ad Amenhotep I ed alla madre Ahmose Nefertari, in presenza degli dei Horus, Amon, Khnum, Ptah e Sekhmet.

Il soffitto è ripartito in quattro parti, ognuna della quali, a sua volta, suddivisa in quattro: uno scarabeo alato; due scene rappresentanti due coppie inginocchiate con testi sacri; le dee Iside e Nephtys in adorazione del simbolo dell’Occidente (ovvero del mondo dei morti); una dea, in forma di vacca, presso uno stagno; il sole al tramonto tra un uomo e un serpente; due immagini di coppie inginocchiate e un uomo inginocchiato nei pressi di uno stagno.

Un breve corridoio porta alla camera funeraria: sulla parete di fondo le statue di Osiride e Horus, sulle pareti una processione che vede Ramses II, seguito dal Visir Paser (TT110) e dallo Scriba del Luogo della Verità, Ramose (TT7), dinanzi a Ptah e Hathor. In altra scena Penbuy, in compagnia del fratello Penshenabu, in adorazione dei re Amenhotep I, e della madre di costui Ahmose Nefertari, Seti I (?), Ramses I e Horemheb; poco discosto, Penbuy, Kasa ed un figlio adorano Hor-sa-iset, in altra scena, Ramses II e Paser adorano Hathor in forma di vacca sacra, signora della montagna dell’Occidente. Penbuy e Kasa ed un figlio adorano Thot.

Sul soffitto, a volta, Anubi, Thot e i quattro figli di Horus.


[1]    La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]    le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[3]    Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[4]    Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.

[5]       Nome ricavato da una tavole da offerte oggi al Museo egizio di Torino (cat. 1559).

Necropoli tebane

TT9 – TOMBA DI AMENMOSE

Amenmose in geroglifici

Planimetria schematica della tomba TT9[1]

Epoca:                                   XX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[2]Dinastia/PeriodoNote[3]
AmenmoseServo nel Luogo della Verità[4] e incantatore degli scorpioniDeir el-MedinaXX dinastia (Ramses III)alla sommità della fila delle tombe, a sud della TT213 e leggermente a nord della TT210

Biografia

Amenmose fu Servo nel Luogo della verità ed “incantatore” di scorpioni. Sua moglie era Tent-hom.

La tomba

Di forma irregolare, la TT9 è costituita da un unico locale cui si accede da una corte in cui si trovano due stele: in una una dea e il defunto in offertorio ad Anubi/sciacallo, il defunto in offertorio del disco solare, la dea Hathor ed il defunto, accomapgnato da Anubi, dinanzi a Osiride; nell’altra gente in offertorio alla mummia presso la piramide della tomba e scene di banchetto.

Ushabti di Amnmose proveniente dalla TT9. Da: Barberis, Elettra, et al. “A shabti of the Egyptian priest Amenmose unveiled.” Journal of Cultural Heritage 58 (2022): 122-129.

All’interno della tomba, i dipinti parietali rappresentano la dea Nut accanto al defunto e alla moglie, dodici uomini in fila che adorano una divinità, una processione funeraria e scene di un pellegrinaggio ad Abydos. In altre scene: pesatura alla presenza di Thot in sembianze di babbuino, banchetti funebri, offertorio del defunto agli dei ed al defunto e sua moglie.


[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[3]       Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[4]      Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.

Sarcofagi, Testi

SARCOFAGO DI USAI

Il sarcofago di Usai a Bologna.

Il sarcofago è in legno di sicomoro dipinto, di forma rettangolare con quattro pilastrini che ne rifiniscono gli angoli e con un coperchio a forma bombata.

Sopra, alle due estremità del coperchio, sono posti due sciacalli accovacciati rivolti l’uno verso l’altro, che rappresentano la divinità dei morti delle due parti dell’Egitto. Tra i due sciacalli, in mezzo al coperchio, sta seduto in posizione di riposo un grande sparviero dorato, simbolo di Ra. Altri quattro più piccoli si vedono sopra i pilastrini (uno dei quattro e mancante).

Nella parte sinistra superiore del coperchio (vedi Tavole 1 e 2), e dipinta una barca sacra trainata da 10 personaggi.

Innanzi ai personaggi, è presente un testo che riporta i nomi dei genitori del defunto. Stessa rappresentazione con alcune differenziazioni si trova sui personaggi sulle barche.

Le due fiancate lunghe sono illustrate da divinità antropomorfe, 6 sul lato destro e 6 sul lato sinistro. Davanti a ogni personaggio, il testo comincia con la classica formula

Dd-mdw in ”Recitazione di”, citando successivamente una divinità. Le divinità sono le seguenti:

• Tavola 1: Imsety, Duamutef, Hapy, Qebehsenuef, Anubi, Horus-Khenty-Irty.1

  

• Tavola 2: Imsety, Hapy, Duamutef, Qebehsenuef, Anubi, Geb.

La traduzione completa in PdF è inserita nella pag. web del gruppo al link:

https://laciviltaegizia.org/wp-content/uploads/2023/12/sarcofago-di-usai.pdf

Foto: Museo civico archeologico Bologna.

Kemet Djedu

UN AMULETO DELLA XXVI DINASTIA

Di Livio Secco

  

Tra gli oggetti della XXVVI Dinastia mostrati QUI, viene mostrato un amuleto custodito presso il Museo Louvre di Parigi. Attira la nostra attenzione perché possiede una breve iscrizione geroglifica con un cartiglio. Quale sovrano cita?

L’amuleto è catalogato con il numero di inventario E22634 (N° anc. coll. : Curtis n°135) e, ovviamente, fa parte del Département des Antiquités égyptiennes.
Il Louvre ci informa che il reperto è stato restaurato perché era frammentato. Le sue dimensioni sono: 12,3 cm di altezza, 5,7 cm di larghezza e 0,6 cm di spessore. Per il museo il materiale con cui è stato realizzato è faience silicea. Il testo è stato inciso e il colore del manufatto è blu turchese.
Oggi è esposte nell’ala Sully, sala 643, vetrina 23.

Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici a chi non li avesse ancora studiati.

Per iniziare il proprio percorso filologico consiglio:


Grammatica primo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica secondo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica terzo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Dizionario egizio – italiano 12000 lemmi in geroglifico (primo volume) https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-12-egizio…/

Dizionario egizio – italiano 12000 lemmi in geroglifico (secondo volume) https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-22-egizio…/

  
Mai cosa simile fu fatta

LA XXVI DINASTIA (664/525 a.C.)

IL CROLLO DI TEBE E IL RINASCIMENTO SAITA

Psammetico I offre libagioni a Ra-Harakhti

Dopo Il successo iniziale la dinastia etiopica si rivelò incapace di riportare l’Egitto ad un grado di coesione sufficiente a respingere l’assalto degli Assiri. Gli Assiri saccheggiando Tebe nel 664 avanti Cristo pongono fine al dominio kushita.

L’Egitto ritorna ad essere indipendente sotto una stirpe di sovrani originari di Sais, nel delta occidentale. L’eccessiva libertà goduta dai principi delle varie città, sotto i sovrani libici, aveva reso impossibile l’unificazione del paese. In quest’epoca gli Assiri, che erano nel fiore della loro potenza, calarono in Egitto e la sottoposero a tributo: sconfitti I re etiopi, fondarono sui principi locali la loro potenza. Uno di questi principi, Psammetico I, si ribellò e riunì tutto l’Egitto sotto il suo potere.

Pendente di collana con iscrizione celebrativa della Heb Sed di Psammetico I. Parigi, Museo del Louvre

Sembra che nell’anno 9 del suo regno Psammetico I abbia soppresso gli ultimi feudatari, sostituiti tosto da governatori regi. Questa volta al feudalesimo era definitivamente finito.

Testa di statua regale (Psammetico I?). Periodo tardo dell’Egitto, tra il 664 e il 525 a.C. Museo Egizio, Torino.

Per più di un secolo l’Egitto rimase sotto l’autorità della dinastia Saita. I sovrani saitici allo scopo di legittimare il loro trono si fanno difensori e sostenitori proprio del Rinascimento della cultura egiziana. Benché questa tendenza sia presente dall’inizio della dinastia e come prosecuzione di ciò che già i sovrani kushita avevano fatto, la rivalutazione dell’Antico diviene un fenomeno di grande portata culturale soprattutto con il regno di Amasi.

Testa di Amasis in ardesia. Arenaria silicizzata, Ägyptisches Museum und Papyrussammlung, Altes Museum, Berlino. XXVI dinastia
Questo ritratto è particolare per il viso allungato e largo, la bocca prominente e dalle pieghe che danno più un’area sprezzante che un sorriso. Amasis (versione greca del nome Egizio Iah-mase, Ahmose), era un generale di Apries e fu posto sul trono dall’esercito poiché il suo predecessore, Apries, era talmente filelleno da alienarsi Il favore della popolazione egizia e delle truppe native.

La lotta contro gli stranieri invasori genera presso gli Egizi uno spirito nazionalistico che avvalorando la propria civiltà, ” se la pone davanti come qualcosa che debba essere conquistata”.

L’artista sente le opere del passato come un “suo presente fantastico”, l’interesse generale è rivolto in particolare alla tradizione dell’arte egizia del Regno Antico e Medio: “la razionalità impassibile delle più antiche esperienze figurative è assunta a modello”

” Tutto il paese stava risorgendo e tornando all’antico splendore, I templi riebbero parte dei loro averi, una nuova ricchezza inondò l’Egitto” .

La diffusa nostalgia per le antiche glorie fu incanalata al restauro di antichi monumenti. Vennero ripulite e risistemate le piramidi menfite, rievocati ” i prestigiosi titoli protocollari dei millenni precedenti e riesumata l’antica letteratura mortuaria caduta in disuso”

Statuetta lignea di personaggio ammantellato. Museo del Cairo. La grandiosità delle impostazioni di questa figura, completamente nascosta sotto le vesti che cancellano ogni allusione al corpo anatomicamente considerato, risale al Regno Antico. Non ci sono pieghe, non cambiamenti di luce: ma la vita non manca nell’acutissimo giocare del ritmo, proprio secondo il modo di espressione delle più grandi opere menfite.
In un’opera come questa lo spirito del passato rivive immediatamente, e senza scorie culturali: il neoclassicismo diviene qui semplice e umana classicità. Fonte: Sergio Donadoni.

Si può ben parlare Rinascimento Egizio, ma in realtà si tratta di due movimenti diversi: il primo si potrebbe definire neoclassicismo, per il ritorno al passato; il secondo, molto più interessante, è proteso alla ricerca di nuove vie di espressione e muove verso certe singolari forme di verismo e astrattismo, accentuando la purezza geometrica delle forme.

Cerimonia funebre dalla tomba di Nespaqashuty l. New York Brooklyn Museum
Il dolore per la morte è per l’artista saitico un’emozione di tale intensità da indurlo ad abbandonare qualsiasi schema e a soffermarsi sul movimento disordinato e convulso delle braccia sollevate nel tipico gesto del cordoglio, in una scena che non ha paralleli, per la drammaticità e forza emotiva, nell’arte contemporanea.

“Nella realizzazione delle statue si utilizzano pietre di estrema durezza che consentono di ottenere superfici levigate e luminose. Il leggero sorriso, che rischiara i volti in quest’epoca, diverrà una delle caratteristiche della scultura greca arcaica” .

Statua del Visir Nespaqashuty, Il Cairo museo egizio
La scultura in Slovacca, capolavoro della 26esima dinastia, è ispirata alle statue di scriba dell’Antico Regno. Della Statua colpisce l’estremo nitore e la perfetta geometria delle superfici che rendono la figura umana un insieme di forme astratte di straordinaria lucentezza. La lettura esclusiva esclusivamente frontale dell’Opera è suggerita dalla deformazione dei fianchi, che combaciano con gli avambracci senza alterare il senso di perfezione dell’insieme.
Statua-cubo di Pakharkhonsu. Il Cairo museo egizio
La statua cubo ha una forma che riscuote un largo successo di tutte le epoche della storia egizia. Nel corso dell’eta’ saitica la sua struttura chiusa e geometrica riceve un’impostazione ancora più astratta che tende ad eliminare o a inglobare le forme del corpo all’interno di uno schema impostato su una rigida simmetria.

FONTE:

  • SERGIO DONADONI-ARTE EGIZIA-GHIBLI
  • MAURIZIO DAMIANO-ANTICO EGITTO-ELECTA
  • L’ANTICO EGITTO-LEONARDO
  • FEDERICO A.ARBORIO MELLA-L’EGITTO DEI FARAONI-MURSIA
  • VOCI DAL PASSATO
  • MEDITERRANEO ANTICO
  • WIKIPEDIA
  • ARALDO DE LUCA
Necropoli tebane

TT8 – TOMBA DI KHA E MERIT

Kha (in alto) e Merit (in basso) in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT8[1]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Data Scoperta:                     1906

Archeologo:                          Ernesto Schiaparelli

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[2]Dinastia/PeriodoNote[3]
Kha e sua moglie MeritArchitetto e Capo della Grande CasaDeir el-Medina[4]XVIII dinastia (Amenhotep II – Thutmosi III – Amenhotep III)leggermente distante dalla falesia; sotto e non lontana dalla TT211 e dalla TT212
   

  

Sull’argomento vedi anche: https://laciviltaegizia.org/2021/08/25/la-tomba-di-kha-e-merit/

Biografia

Kha fu Capo architetto dei lavori della Necropoli Tebana al servizio, in special modo, del faraone Amenhotep III. Userhat, Prete “wab”[5] e lettore[6] della regina madre Mutnofret e servo del “kha” della statua della principessa Sitamon, e Nakht furono i figli della coppia.

La tomba di Kha, ritrovata intatta a nord di Deir el-Medina dall’egittologo italiano Ernesto Schiaparelli nel 1906, conteneva il corpo e il corredo funerario anche della moglie Merit. La presenza di una tomba era tuttavia nota già dal XIX secolo; si riscontrano rappresentazioni grafiche della cappella esterna in John Gardiner Wilkinson e Karl Richard Lepsius7], cappella che, tuttavia, non era sita nelle immediate vicinanze della tomba scoperta da Schiaparelli. Il Pyramidion della cappella esterna, in forma di piccola piramide, si trova oggi al Museo del Louvre di Parigi.

La cappella durante gli scavi di Schiaparelli del 1906
Interno della cappella funeraria di Kha e Merit, 1906
Il pyramidion della cappella di Kha, conservato al Museo del Louvre di Parigi

Il corpo di Kha, indagato in maniera non invasiva mediante esame ai raggi x, presenta un ampio collare d’oro e pesanti orecchini dello stesso metallo prezioso [7]. Giaceva in un duplice sarcofago di cui quello esterno “a cassa” e quello più interno antropomorfo in legno di cedro, completamente nero, con rifiniture di lamina d’oro, che ne rappresenta le sembianze con parrucca bicolore nero e oro; più semplice, benché ugualmente decorato e laminato in oro, il sarcofago antropomorfo contenente i resti della moglie Merit la quale, premorta al marito, ricevette per la sepoltura un sarcofago a lui già predestinato[8]. Vennero rinvenuti nella tomba anche i vasi canopi nonché oggetti espressamente funerari e, di particolare interesse, della vita quotidiana e lavorativa dei due titolari tra cui tuniche, vesti, biancheria intima, parrucche, tavole per il gioco del senet, suppellettili, mobilio, resti di cibo, strumenti di misurazione.

Statuetta raffigurante Kha

Tra questi, particolarmente interessanti sono due cubiti (unità di misura pari a 52,5 cm), uno in legno di acacia ripiegabile, contenuto in un astuccio di pelle rossa con una piccola cinghia per poterlo agganciare alla cintura, l’altro ricoperto in lamina d’oro, recante incisioni dedicatorie, diretto dono del faraone Amenhotep III sotto cui si esplicò, in special modo, l’attività lavorativa di Kha.

Alcuni oggetti ritrovati intatti nella tomba di Kha
(autore: Museo Egizio Torino)

La tomba conteneva anche oggetti personali della moglie Merit, tra cui gioielli, cosmetici, strumenti per il trucco e una parrucca nera (di capelli autentici), perfettamente conservata, ancora intrisa di grasso derivante dall’usanza, durante le cerimonie mondane, di apporre sopra il capo coni gelatinosi contenenti aromi e profumi che, sciogliendosi gradualmente, disperdevano le essenze di cui erano impregnati[9].

Oggetti personali di Merit (autore: Jean-Pierre Dalbera)
La parrucca, in capelli autentici, di Kha

Tutti gli oggetti ritrovati nella tomba (mummie, sarcofagi, papiri iscritti (tra cui una versione completa del Libro dei morti), abiti, lenzuola, coperte, letti, tavolini, sedie, armadietti, casse, biancheria, oggetti di toletta e rituali, attrezzi da lavoro e cibarie, corone di fiori) sono oggi esposti, nella stessa collocazione in cui furono scoperti, presso il Museo Egizio di Torino. La quantità, la completezza e la qualità dei medesimi costituisce ad oggi un unicum nel panorama delle scoperte compiute nella Necropoli tebana.

Suppellettili dalla tomba TT8 di Kha

La tomba

Scoperta nel 1906, quasi contestualmente alla scoperta, nella Valle dei Re, della tomba KV55 la TT8 è, architettonicamente, estremamente semplice ed è distribuita su due distinti e separati locali, una cappella e la camera funeraria vera e propria. Nella cappella, ad un corridoio segue un’unica sala rettangolare al fondo della quale si apre una nicchia poco profonda. Sulle pareti, il defunto e la consorte ricevono offerte da un figlio, mentre una figlia cinge il collo di Kha con un collare. In un diverso registro, due musiciste suonano una sorta di liuto e un’arpa mentre due (?) danzatrici si esibiscono.

Parte superiore di una parete in una copia di Charles K. Wilkinson (Metropolitan Museumdi New York (cat. MET 30.4.3) (dono a WP del MMA)

Su un’altra parete, i due defunti, Kha e Merit, accompagnati dalla figlia offrono a Osiride fiori e un bue inghirlandato.

La tomba vera e propria, sita sul versante opposto della collina, era sovrastata da una piramide il cui pyramidion (oggi al Museo del Louvre di Parigi, cat. 13988) reca scene del defunto inginocchiato con inni indirizzati a Ra.

Il sarcofago in legno laminato d’oro di Kha

Tra i tanti oggetti, oggi al Museo egizio di Torino:

  • sarcofago antropomorfo e due bare di Kha (cat. 8210, 8316, 8318);
  • una statuetta di Kha e la sedia su cui venne rinvenuta (cat. 8335 e 8333);
  • dieci scatole (cat. 8378, 8600, 8593, 8615, 8314, 8450, 8514, 8515, 8527);
  • tre scatole[10] (cat. 8212, 8213, 8617);
  • una scatola[11] (cat. 8613);
  • vaso in alabastro e giara (cat. 8385 e 8323);
  • due secchi in metallo (cat. 8394 e 8244);
  • vasi in ceramica (cat. 8224, 8356, 8357);
  • contenitore per ushabti (cat. 8338);
  • due bastoni da passeggio (cat. 8417 e 8418);
  • due sgabelli a tre gambe (cat. 8505 e 8506);

 

Sarcofago antropomorfo di Merit
  • sarcofago antropomorfo, bara, scatola e scatola da parrucca di Merit (cat. 8517, 8470, 8479, 8493);
  • bicchiere in metallo del figlio Userhat (cat. 8231);
  • due bastoni intestati a Neferhabef e Khaemwaset, Capo del Gran COnsiglio (cat. 8551 e 8625);
  • cubito in legno rivestito d’oro (dono di Amenhotep I) (cat. 8647);
  • coppa in elettro con cartiglio di Amenhotep III (cat. 8355).

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[3]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[4]      Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.

[5]      I preti “wab”, ma anche “uab”, o “uebu”, appartenevano al basso clero ed erano incaricati della manutenzione degli strumenti del culto e degli oggetti comunque ad esso connessi. A loro competeva il lavacro e l’abbigliamento giornaliero della statua del dio presso cui operavano e a loro competeva il trasporto della statua del dio (generalmente su una barca sacra) durante le cerimonie. Erano gerarchicamente sottoposti ad un “grande prete wab” cui competevano le operazioni giornaliere di culto della divinità.

[6]      Era compito dei preti “lettori” l’organizzazione delle cerimonie e la recitazione ad alta voce, durante le cerimonie sacre, degli inni previsti. Proprio per tale conoscenza delle invocazioni giuste e corrette, i “lettori” venivano considerati detentori di poteri magici.

[7]      Si tratta, archeologicamente, di uno dei primi casi di uomo recante tale monile.

[8]      Giacché il sarcofago previsto per l’architetto Kha era troppo grande per il corpo, più minuto, della moglie, gli interspazi vennero riempiti con lini recanti, tuttavia, il monogramma di lui.

[9]      La parrucca, nello stile classico della XVIII dinastia, è costituita da capelli, umani, lunghi circa 54 cm, con scriminatura centrale; i capelli, verso le estremità, sono intrecciati. Due lunghe e spesse trecce sono sul retro della parrucca, mentre due, più sottili, andavano a incorniciare il viso. IL tutto è strutturato con trama e stretti nodi. La parrucca venne rinvenuta in una scatola appositamente realizzata di 111 x 49 cm.

[10]     Sul coperchio di queste è riportato il figlio, Nakht, in atto di offertorio ai genitori.

[11]     Sul coperchio una coppia in offertorio al defunto e alla moglie.

Necropoli tebane

TT7 – TOMBA DI RAMOSE

Ramose in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT7[1]

Epoca:                                    XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[2]Dinastia/PeriodoNote[3]
RamoseScriba nel Luogo della Verità[4](artigiano reale)Deir el-MedinaXIX dinastia (Ramses II)alla sommità della fila delle tombe, a nord della TT216, in alto sopra la TT212

Biografia

Aldilà della semplice carica di Scriba, così come riportato nei rilievi della TT7, l’importanza di Ramose, quale scriba della necropoli, è attestata da tre tombe a lui intestate (oltre la TT7, la TT212 e la TT250), nonché da oltre un centinaio di monumenti che a lui fanno riferimento o che a lui siano espressamente dedicati. Di lui esistono tracce e riferimenti in almeno altre quattro tombe dell’area[5] e veniva considerato tra i maggiorenti più ricchi del villaggio di Deir el-Medina.

Ramose era figlio di Amenemhab, Segretario e Ufficiale Giudiziario di Corte, e Kakaia; marito di Mutemwia, figlia di Huy e Neferetkau, Kenherkhepeshef fu suo figlio adottivo[6]. Il primo incarico noto di Ramose fu di “Scriba nella casa di Men-Kheperu-Ra” ovvero del Tempio di Milioni di Anni di Thutmosi IV; a lui sono inoltra ascrivibili i titoli di: Tesoriere capo nella casa di Men-Kheperu-Ra; Direttore d’amministrazione nel dipartimento del direttore della documentazione sigillata; Scriba contabile del bestiame di Amon-Ra; Assistente scriba per la corrispondenza del Principe ereditario; Servo nei domini di Amon-Ra e Amministratore dei domini funerari nei campi di Amon-Ra.

Per quanto attiene all’incarico indicato sulla sua tomba “fu nominato Scriba del Luogo della Verità nell’anno 5°, il 3° mese di akhet, giorno 10, del re dell’Alto e Basso Egitto Usermaatra-Setepenra, vita, prosperità a salute, il figlio di Ra, Ramses, amato da Amon” (da un ostrakon, oggi al Museo Egizio del Cairo, cat. CG25671).

La tomba

La tomba, mai pubblicata se non in Porter e Moss 1927, è costituita da una sola sala cui si accede da un cortile, circondato da un muro in mattoni di pietra, in cui si apre il pozzo di accesso alla TT265. Ai lati della porta, due nicchie ospitavano altrettante stele di cui ne resta oggi solo una raffigurante la dea Hathor e un testo; all’ingresso il defunto che adora Atum e Ra-Horakhti, nonchè i resti di una dea Nut con le braccia aperte. La sala, la cui decorazione danneggiata ricopriva tutte le pareti, presenta scene in cui appaiono i faraoni Amenhotep I, e sua madre Ahmose Nefertari, Horemheb e Thutmosi IV; in un’altra scena compare Ramses II, seguito dal visir Paser (TT106), in offertorio alla Triade tebana: Amon, Mut e Khonsu; su altra parete la barca di Osiride affiancata dalle dee Iside e Nephtys.

A Ramose sono inoltre intestate altre due tombe della stessa necropoli di Deir el-Medina: TT212 e TT250[7].

Stele dalla TT7 di Ramose (Museo Egizio di Torino, cat. 50066)


[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[3]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[4]      Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.

[5]      TT336 dello scultore Neferrenpet: Ramose e sua moglie Mutemwia, talvolta abbreviata in Wia, recano offerte allo scriba reale Huy, fratello di Neferrenpet e padre di Mutemwia;

  • TT219 di Nebenmaat, Servo nel Luogo della verità, ma il testo, riportato da Bruyere 1952, è oggi perso;
    • TT4 dello scultore Ken, in cui il Visir Paser (TT106) e lo Scriba reale Ramose offrono libagioni a Maat;
    • TT10 di Penbui e Kasa, servi del Luogo della Verità, in cui Paser e Ramose, dinanzi a Ramses II, offrono libagioni a Ptah e Hathor.

[6]      Una tavola di offerte, oggi al Museo del Louvre di Parigi (cat. E.13998), reca i nomi di Ramose e Khenirkhopshef, si ritiene provenga proprio dalla TT7 e testimonia di tale adozione.

[7]      Le tre tombe fatte realizzare da Ramose avevano, molto verosimilmente, differenti destinazioni: la TT7 fu quella a lui riservata, mentre la TT250 era destinata alla sepoltura delle maestranze che servivano nelle sua proprietà di sesso femminile (tanto che la tomba è spesso anche indicata come “tomba delle schiave”); non altrettanto chiara la destinazione della TT212 rimasta in fase iniziale di realizzazione. Per estensione si è ritenuto che potesse essere prevista per la servitù di casa di sesso maschile. Una delle tombe era sormontata da un Pyramidion, oggi al Museo Egizio di Torino, il cui testo è stato tradotto, nell’ambito del Progetto Rosetta, da Jean-Jacques Charlet nel 2009.

Necropoli tebane

TT6 – TOMBA DI NEBNEFER E NEFERHOTEP

Nebnefer (in alto) e Neferhotep (in basso) in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT6 [1]

Epoca:                       XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[2]Dinastia/PeriodoNote[3]
Neferhotep e NebneferRispettivamente Capo degli operai e operaio nel Luogo della Verità (artigiani reali)[4]  (artigiano reale)Deir el-MedinaXIX dinastia (Horemheb – Ramses II)alla sommità della fila delle tombe, nei pressi di TT217, proprio a sud della TT216

Biografia

La tomba ospita Neferhotep, capo degli operai, e suo figlio Nebnefer, operaio. Iyemwaw fu la moglie di Neferhotep, che gli diede altri figli, oltre Nebnefer: Nakhy, Scriba del Signore delle Due Terre e carrista nell’esercito del re; Mose, Ufficiale ai trasporti di sua Maestà, allevatore di cavalli e portatore del tempio di Usermaatre Setepenre (Ramses II); Turo e una figlia di nome Tuya. Neferhotep era “Capo della squadra di tribordo”[5] e contemporaneo di Sennedjem, titolare della TT1.

Iy era il nome della moglie del figlio Nebnefer[6] mentre figli della coppia furono Neferhotep (stesso nome del padre e usualmente indicato come Neferhotep II)[7], Henutmehyt e Iyemwaw (stesso nome della madre). Nebnefer svolse il suo incarico di operaio dall’anno quinto all’anno trentesimo/quarantesimo di Ramses II, mentre Visir erano Paser TT106 e, successivamente, Khay TT173; successivamente, molto verosimilmente, assunse anch’egli l’incarico di “Capo della squadra di tribordo” per i lavori delle tombe di Pached, Kaha e Ankherkhauy.

La tomba

L’ingresso della TT6, di fianco alla TT216 del figlio Neferhotep II

La TT6 è affiancata, sulla destra, dalla TT216 di Neferhotep II (figlio di Nebnefer e nipote di Neferhotep I); il ritrovamento di un pyramidion lascia intendere che l’ingresso fosse verosimilmente sovrastato da una piccola piramide.

La posizione della TT6

Da un cortile, in cui si trovano due stele oggi illeggibili (1 e 2 in planimetria), si accede ad un corridoio sulle cui pareti (3) si trovano resti di testo; una sala rettangolare, reca sulle pareti (4) resti di testo e disegni di uccelli sul soffitto. Poco oltre (5-6) su due registri il defunto in adorazione del ka e Neferhotep e la moglie che ricevono offerte da un uomo e una donna; seguono (7-8) il defunto, la moglie e una bambina che adorano Osiride, sono inoltre menzionati entrambi i titolari, Nebnefer e Neferhotep, quest’ultimo indicato come Capo Operaio nel Luogo della Verità.

La camera trasversale. Foto: osirisnet
Il soffitto della sala trasversale. Foto: osirisnet

Su altre pareti (9-10-11-12), sul lato destro è rappresentato Nebnefer con sua moglie Iy in atto di adorare la dea Hathor; in un’altra scena Nebnefer, sua moglie e la madre di quest’ultima, Ese, sono destinatari di offerte; in un altro registro, in cui Nebnefer e sua moglie adorano Ra-Horakhti, viene esplicitamente citato l’essere figlio del dignitario del Lato Occidentale, Capo Operaio nel Luogo della Verità, Neferhotep.

Dame omaggiano Neferhotep e la moglie; altri quattro personaggi maschili sono andati persi. Foto: osirisnet

Seguono rappresentazioni di Neferhotep e sua moglie Iyemwaw con alcuni figli: Nakhy, scriba dell’esercito e carrista di Sua Maestà; Mose, funzionario ai trasporti di Sua Maestà, stalliere e portatore del tempio di Usermaatra Setepenra (Ramses II). Una figlia, Tuya, è rappresentata in atto di adorazione dei genitori. In una cappella, sul fondo della sala (13-14-15), su due registri, persone dinanzi ad Anubi e Ra-Horakhti in veste di falco; il defunto e la famiglia dinanzi a Khnum, Satis, Anukis, Horus. Il soffitto, a volta, presenta tre dee con babbuini e due iscrizioni parallele, una relativa a Nebnefer e sua moglie, l’altra per Neferhotep e sua moglie

Nebnefer e Iy in adorazione di Ra. Foto: osirisnet

Nella camera funeraria (16-17) i defunti in adorazione o intenti in occupazioni familiari, nonché (18) brani del Libro dei Morti, la rappresentazione (19) dei Campi di Iaru e brani del Libro delle Porte (20).

Il soffitto della cappella. Foto: osirisnet

Un rilievo, rappresentante Nebnefer, sua moglie e i suoi figli nell’atto di offrire fiori ad Amon è oggi al British Museum di Londra (cat. 447).


[1]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 2.

[2]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[3]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[4]      Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.

[5]      Gli operai di Deir el-Medina impegnati nella realizzazione delle tombe, vuoi della Valle dei Re, come per le Tombe dei Nobili, erano divisi in squadre a seconda del lato della tomba di loro spettanza durante i lavori. La terminologia normalmente usata era di tipo marinaresco: si avevano così squadre di “babordo” e di “tribordo”, a seconda, rispettivamente, che operassero sul lato sinistro o destro della tomba. Colleghi di Neferhotep, “Capo della squadra di babordo”, furono dapprima Baki e poi Pached.

[6]      Iy era sorella della dama Isis, come risulta dalla tomba TT250 di Ramose, Scriba del luogo della Verità in cui le due sorelle sono rappresentate insieme. Nella TT10, inoltre, Nebnefer risulta essere presente al funerale di Kasa.

[7]      Anche Neferhotep II proseguì nell’incarico paterno e del nonno a partire dall’anno quarantesimo di regno di Ramses II; partecipò alla realizzazione della propria tomba, la più ampia dell’area di Deir el-Medina, TT216 e provvide a lavori di miglioramento della stessa TT6 del padre e del nonno