C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

IL “FARAONE” AMENMESSE  E LA REGINA TAKHAT

Di Piero Cargnino

Amenmose (Nato da Amon), ellenizzato in Amenmesse, portava il nome regale di Menmira-Setepenra (Eterno come Ra, Scelto da Ra) accompagnato dellepiteto Hekauaset (Signore di Tebe). Tutti questi nomi per indicare un’effimero sovrano di cui non si conosce con certezza il padre, potrebbe essere un figlio di Merenptah e della regina Takhat, o uno degli innumerevoli figli di Ramses II o addirittura di Seti I.

Governò parte dell’Egitto per un breve periodo, 3 o 4 anni. Secondo alcuni egittologi, tra questi Kennet Kitchen e Jurgen von Beckerath, Amenmesse non fu mai designato a succedere al trono di Merenptah, molto probabilmente, approfittando di una momentanea debolezza di Seti-Merenptah (Seti II), vero principe ereditario, mentre questi si trovava in Asia, si creò un regno fittizio nell’Alto Egitto.

Il regno di Amenmesse e la sua posizione all’interno della XIX dinastia sono particolarmente oscuri. La maggior parte degli egittologi ritiene che Seti II sia salito al trono alla morte del padre Merenptah senza l’intermezzo di Amenmesse e che quindi costui non debba essere considerato un vero faraone ma forse semplicemente un governatore locale, o un membro della famiglia reale, che si arrogò il diritto alla successione, successione che non gli riuscì per cui fu solo un temporaneo appropriarsi dei poteri, in modo particolare in Nubia e nella tebaide.

A Tebe si trovano alcune attestazioni riferite ad Amenmesse mentre non se ne trovano di relative al terzo e quarto anno di Seti II. Questo ci porta a pensare che Seti II salì al trono ed iniziò la costruzione della sua tomba a Tebe ma nel suo terzo anno di regno perse il controllo dell’Alto Egitto a causa della rivolta di Amenmesse che, oltre ad autoproclamarsi re, tentò pure di usurpare la tomba di Seti II, non ancora terminata, e ne fece sfregiare le pareti. Seti II non si fece attendere, attaccò le truppe di Amenmesse e le sconfisse entrando trionfatore a Tebe. Subito ordinò il ripristino della propria tomba.

Dalle varie iscrizioni che si è potuto reperire diventa molto complesso capire fin dove si può prestare fede, queste sono state più volte modificate a turno da Amenmesse e Seti II. Quello che pare certo è che la madre di Amenmesse fosse effettivamente una “regina Takhat”, ma chi fosse in realtà  costei è oggetto di dibattito, sappiamo che uno dei suoi titoli è quello di “Figlia del Re”, ma quale Re? Merenptah o Ramses II? Su una lista di principesse, oggi al Louvre risalente al cinquantatreesimo anno di regno di Ramses II compare il nome di una Takhat, che potrebbe essere coetanea di Seti II.

Takhat compare in molte sculture con Amenmesse, in particolare su una di esse, presente nel complesso templare di Karnak, Takhat viene indicata come “Figlia del Re e Sposa del Re”, (si può facilmente intuire che la parola “Sposa” è stata successivamente impressa sulla originale “Madre”).

Gli egittologi Dodson e Hilton suggeriscono che il titolo di madre venne sostituito da quello di sposa quando Seti II riconquistò l’intero Egitto riappropriandosi del potere, se così fosse allora Takhat potrebbe aver sposato Seti II precedentemente. A questo punto Amenmesse sarebbe figlio di Seti II  che si sarebbe ribellato al proprio padre cercando di strappargli il trono.

Il dilemma si complica se si esamina un’altra statua, sempre proveniente da Karnak ma oggi al Museo del Cairo, dove Takhat viene sempre nominata come “Figlia del Re e Sposa del Re”, senza che siano state apportate modifiche, mentre il nome del re è stato più volte modificato, secondo Dodson e Hilton in origine era Seti, poi fu modificato in Amenmesse quando questi la usurpò, infine, con la conquista definitiva del potere, rimodificato in Seti.

Un’altra teoria suggerisce che Seti non sposò mai Takhat, sostituì solo il nome per cancellare ogni traccia di suo figlio Amenmesse. Altri ancora ritengono che Takhat fosse figlia di Merenptah cosa che porterebbe a pensare che Seti II e Amenmesse sarebbero stati fratellastri. Questo tira e molla di sostituzioni di nomi e titoli si protrae ancora, nella Grande Sala Ipostila del tempio di Amon a Karnak, sei statue in quarzite che raffiguravano Amenmesse, pare che Seti II che le abbia modificate apponendovi i suoi cartigli.

Alla sua morte Amenmesse fu sepolto nella Valle dei Re nella tomba conosciuta come KV10. La tomba fu profanata già fin dall’antichità anche se il principale profanatore fu proprio Seti II il quale ordinò che le iscrizioni e le immagini dipinte sulle pareti venissero raschiate ed in parte furono usurpate dagli incaricati di Seti II, cancellando ogni riferimento ad Amenmesse.

All’interno della tomba furono rinvenute tre mummie due femminili e una maschile, secondo alcuni si tratterebbe di Amenmesse, della madre Takhat e di una probabile sposa di nome Baketurel. E’ più facile però che si tratti di sepolture successive in quanto si può ritenere che Seti II abbia fatto distruggere il corpo di Amenmesse allo scopo di infliggergli la più terribile delle punizioni per la religione egizia, con la distruzione del corpo gli veniva impedito di raggiungere la vita eterna. Inoltre un tale atto dovette servire da esempio e sottolineare la gravità del tradimento.

Per quanto riguarda la regina Takhat fu sepolta nella stessa tomba di Amenmesse in un sarcofago che era appartenuto a una principessa e regina di nome Anuketemheb del tutto sconosciuta, forse una figlia di Ramses II. In seguito la tomba fu usurpata da componenti della famiglia di Ramses IX.

Fonti e bibliografia:

  • Frank Joseph Yurco, “Amenmesse era il viceré di Kush, Messuwy?”, Jarce34, 1997
  • Aidan Dodson, “La tomba del re Amenmesse: alcune osservazioni”., DE 2,  1985
  • Cyril Aldred, “I Faraoni: l’impero dei conquistatori”, Milano, Rizzoli, 2000
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 2002
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Christiane Desroche-Noblecourt e AA.VV . “Egitto” – Rizzoli Editore, 1981
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2006
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Bari, Laterza, 1990
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Alfred Heuss e atri., “I Propilei”, Verona, Mondadori, 1980
III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta

IL III PERIODO INTERMEDIO E L’ARTE

Il colosso di Ramses II usurpato da Pinodem nel tempio di karnak ” la statua riconoscibile davanti alle sue gambe è quella di Nefertari”

Con la morte di Ramses XI, ultimo dei ramessidi, il basilare dualismo della Terra Dei Faraoni si spezza in due in modo inaspettato e nuovo. Solamente i primi tre ramessidi si distinguono per gesta degne di menzione, gli altri otto anni si possono considerare spettatori più o meno passivi della disgregazione del loro paese.

Collier in oro appartenente a Pinodem I
Parigi Museo del Louvre.

La decadenza dell’Egitto è dovuta principalmente al progressivo frazionamento dell’Alto Egitto “in grandi feudi sacerdotali” e al fatto di avere abbandonato il regno all’oligarchia che ha distrutto a proprio profitto la potenza regia.

Triade in oro e lapislazzuli di Osorkon II – Parigi Museo del Louvre
Le piccole e effigi di Osiride, Iside e Horus testimoniano la perizia artistica degli orefici dell’epoca.

Si crea “una specie di “feudalesimo sacerdotale” e il potere in mano ai sacerdoti si cristallizza sempre più in un immobilismo ereditario”.

Statua in granito del Visir Hor, Il Cairo Museo Egizio.
La posizione del personaggio è ispirata a modelli statuari dell’Antico Regno.
Il contrappunto tra le superfici lisce e iscritte, la testa calva e i tratti idealizzati rispondono invece a canoni artistici del terzo periodo intermedio.

Smendes successore di Ramses Xi inaugura una “nuova monarchia”.

Smendes, governatore di Pi Ramses, ribattezzata Tanis, sposando Tentamon, una ramesside, sale al trono del basso Egitto. Smendes, pur possedendo solo il delta, da Manetone viene messo in testa alla XXI dinastia. La dinastia ramesside condivide di fatto il potere con i re sacerdoti “che governano Tebe e aree limitrofe, con il benestare del faraone, a cui erano spesso uniti da un legame parentale”. In questo periodo di crisi interna, nel Basso Egitto i generali eleggono uno di loro sovrano. “E poiché l’esercito era per la maggior parte composto di mercenari libici, e libici ne erano i capi, anche i re furono libici”.

A destra: la magnifica maschera funeraria di Psusennes I è in oro e lapislazzuli, con occhi e sopracciglia in vetro nero e bianco; a differenza di quella di Tutankhamon, non reca iscrizioni.
Definita “uno dei capolavori del tesoro di Tanis”, oggi si trova nel Museo egizio del Cairo.
È larga 38 centimetri e alta 48 centimetri.
«Le dita delle mani e dei piedi [del faraone] furono coperte da ditali d’oro, e fu sepolto con sandali d’oro ai piedi. I ditali delle mani sono i più elaborati mai scoperti, con unghie scolpite. Ogni dito recava un elaborato anello d’oro con lapislazzuli o altre pietre semi-preziose.» (Bob Brier)
A sinistra: parte superiore del sarcofago in argento di Psusennes I. Il sarcofago esterno e quello mediano di Psusennes I furono riciclati da sepolture precedenti nella Valle dei Re, attraverso una spoliazione delle ricchissime tombe del Nuovo Regno attuata normalmente dai regnanti durante il Terzo periodo intermedio. Un cartiglio sul robusto sarcofago in granito indica che tale oggetto conteneva originariamente la salma di Merenptah, tredicesimo figlio e immediato successore di Ramses II. La salma di Psusennes I fu infine rinchiusa in un sarcofago, creato appositamente per lui, interamente in argento con inserti d’oro. Dal momento che in Egitto l’argento era assai più raro dell’oro, il feretro argenteo di Psusenne I costituisce una sontuosa sepoltura di grande ricchezza negli anni del declino dell’Egitto.
Dettaglio del sarcofago argenteo di Psusennes I, Museo egizio del Cairo.

La spaccatura dell’Egitto non determinò lo spezzarsi della tradizione, l’arte rimase tipicamente egiziana. Lo stato del Nord proseguendo la tradizione monarchica ramesside si ispira alle sue forme e al suo stile per il desiderio di immortalarne i fatti. Entra largamente in uso la pratica di attribuirsi opere di predecessori, grazie alla apposizione del proprio nome; Tanis in particolare viene arricchita di pietre di statue di monumenti di epoca ramesside, sottratti al basso Egitto.

Il sarcofago d’argento a testa di falco di Shoshenq II (XXII dinastia) fu scoperto a Tanis nel 1839 da Pierre Montet.
Pettorale di Shoshenq II

Una certa influenza del Vicino Oriente si riscontra nelle opere di alta oreficeria e nelle suppellettili in metallo e pietre preziose rinvenute nelle tombe reali di Tanis da Pierre Montet. Questi tesori Oggi sono esposti al Museo Egizio del Cairo.

VEDI ANCHE: L’ORO DI TANIS

Statua della principessa Karomama. La divina adoratrice di Amon, Karomama, era nipote di Osorkon I.
Il suo titolo la poneva a capo delle più alte gerarchie religiose e le assicurava un potere enorme, specie, nell’area tebana. La sua preziosa statua è un esempio delle nuove tecniche della lavorazione del metallo nel terzo periodo intermedio; si sviluppano Infatti sia la fusione del bronzo che le incrostazione di metalli preziosi.
Probabilmente da Karnak XXII dinastia Parigi Louvre.

È al sud però che inizia a svilupparsi un più originale linguaggio artistico: l’aristocrazia tibana da inizio a un certo gusto arcaizzante che si svilupperà e si diffonderà a partire dalla venticinquesima dinastia. Dopo la morte di Akhenaton, l’arte dei primi ramessidi seppe conservare la delicatezza che aveva ereditato; ma in tutto ciò che accade dopo non si sarebbe ritrovata quella sensibilità che, salvo poche eccezioni, era stata una caratteristica dei passati splendori.

Statua di Meresamon (Berlino, Agyptsches Museum).
La bocca atteggiata a un lieve sorriso è una caratteristica convenzione artistica del terzo periodo intermedio, mentre i seni pronunciati precorrono il modellato del corpo femminile delle epoche successive

FONTI:

  • SERGIO DONADONI-ARTE EGIZIA-GHIBLI
  • MAURIZIO DAMIANO-ANTICO EGITTO-
  • ELECTA
  • STORIA DELLE CIVILTÀ DELL’ANTICO EGITTO-JACQUES PIRENNE-SANSONI
  • L’ANTICO EGITTO-LEONARDO ARTE
  • WIKIPEDIA
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Head of Queen Hatshepsut

This head comes from one of the twenty-four colossal Osiris statues that decorate the portico of the third terrace of her mortuary temple at Deir el Bahari.

Hatshepsut was the sister-wife of Thutmosis II and became the fifth pharaoh of the 18th Dynasty.

The queen is portrayed as Osiris with male attributes like the ceremonial beard and depicted with reddish-brown skin, a colour usually restricted to men in ancient Egyptian art, in contrast to the pale yellowish colour reserved for women.

New Kingdom

Dynasty 18, reign of Hatshepsut (1479-1458 BC)

Height: 61 cm, Width: 55 cm

Painted Limestone

Place of discovery: Thebes, Deir el-Bahari, Mortuary Temple of Hatshepsut

Egyptian Museum Cairo

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Statue of a Crouching Lion

The lion is shown in a somewhat unusual position, looking to the side.

The name of King Ramesses II is inscribed on his shoulder, and his remarkable title: “Montu in the two lands”.

This is also the name of one of the colossal statues of the king, known as Pi-Ramesses.

Limestone;

Dynasty 19 – New Kingdom; bought in Qantir in 1943; JE. 86121.

Egyptian Museum Cairo

Kemet Djedu, Tutankhamon

LA MASCHERA DI TUTANKHAMON NON È DI TUTANKHAMON

Di Livio Secco

Nel 2015 Nicholas Reeves (Università dell’Arizona) affermava che, già da qualche tempo, aveva cercato di dimostrare come la celeberrima maschera d’oro non fosse stata prodotta per Tutankhamon, ma per una donna che lo aveva preceduto sul trono.

L’egittologo aveva identificato questo personaggio con gli antroponimi Ankh-kheperu-Ra e Nefer-neferu-Aton e la riteneva una coreggente di Akhenaton.
Aggiungo che questa regnante potrebbe essere stata la grande sposa del re Nefertiti oppure Meryt-Aton, la primogenita della coppia reale. Quest’ultima prese il posto della madre quando Nefertiti scomparve dalla scena senza che se ne sia ancora determinato il motivo: defunta? Decaduta? Ritirata?

Le convinzioni di Reeves erano determinate dall’analisi di un cartiglio posto sulla maschera che sembra evidenziare un rimaneggiamento del materiale allo scopo di far comparire un nuovo nome al posto di quello originale. Finalmente nel settembre 2015 Reeves venne a contatto con Mahmoud Al-Halwagy, allora Direttore del Museo del Cairo e, per mezzo di questi, con il fotografo del Museo, Ahmed Amin.
Essi fornirono all’egittologo l’IMMAGINE 1 che Reeves stesso definisce particolarmente nitida e dettagliata.


L’IMMAGINE 2 è solo un mio ingrandimento della precedente.

Lo stesso Reeves ammetteva serenamente che, data l’importanza di quella che lui definisce una scoperta, volle da subito coinvolgere qualche collega specialista per ottenerne anche dei suggerimenti e non solo degli avvalli. In soccorso a Reeves vennero Ray Johnson e Marc Gabolde.
La prima cosa da fare fu replicare graficamente il cartiglio di Tutankhamon mettendo in evidenza i segni ancora visibili della precedente iscrizione.

La restituzione grafica che se ne derivò fu l’IMMAGINE 3, quella qui raffigurata in verde. In rosso sono evidenziati i segni dell’iscrizione precedente che gli artigiani egizi non riuscirono a nascondere del tutto. Per meglio discuterli con il lettore ho numerato la serie delle impronte che gli egittologi hanno analizzato nel loro tentativo di ridefinire il nome del predecessore.

Nell’IMMAGINE 4 diamo la traduzione del cartiglio repertato. Quello originale, in verde, si legge da destra a sinistra mentre noi, per convenzione internazionale, lo riportiamo da sinistra a destra concordando con il senso di lettura occidentale.


Si tratta del Quarto Protocollo Reale di Tutankhamon, il nome di intronizzazione. È il nome con il quale la diplomazia conosce il re d’Egitto all’estero. Insieme al Quinto, il nome di famiglia, è l’unico racchiuso dal cartiglio.
Per R.J. Leprohon lo si traduce: “Il possessore delle manifestazioni di Ra”. Nel cartiglio si presenta una doppia metatesi onorifica per il disco solare (rꜤ, [ra], dio Ra) e per lo scarabeo (ḫpr, [keper] dio Khepri). La dizione mȜꜤ-ḫrw, [maa-keru], “giusto di voce”, significa che il defunto non ha mentito durante la psicostasia (=pesatura dell’anima) relativamente al suo corretto comportamento in vita e quindi può risiedere nell’Aldilà con gli dèi.

Una cosa che da subito Reeves non si spiegava era la doppia impronta 1 che si notava tra i due segni mȜꜤ-ḫrw, i due geroglifici dopo il cartiglio di Tutankhamon. La doppia impronta presentava, per entrambe, un tratto angolare. Inoltre, a loro volta, i due tratti risultavano allineati reciprocamente.

I tre egittologi si concentrarono sugli ultimi tre che, a loro avviso, rappresentavano una maggiore facilità di interpretazione.
L’impronta 6 non poteva che essere l’arrotondamento del cartiglio precedente. Questo permetteva di capire che i due cartigli sovrapposti iniziavano dallo stesso punto.

L’impronta 4 era composta da quattro tratti verticali.
Cos’erano? La soluzione era proprio a portata di mano.
Infatti non potevano che essere le zampe fossorie sinistre di uno scarabeo che era originariamente posizionato più a sinistra di quello attuale. L’analisi dell’impronta 4 suggeriva che a destra della stessa, lo spazio precedentemente più largo era occupato da un altro geroglifico che era stato fatto sparire.

L’impronta 5, però, ne rilevava due caratteristiche: la parte superiore era stondata mentre la parte inferiore doveva essere verticale. Per Reeves, Gabolde e Johnson non c’erano dubbi. Il segno cancellato era un Ꜥnḫ [ank]

A suffragare pienamente la materializzazione del nome cancellato si poteva benissimo aggiungere l’impronta 3. Essa non poteva che essere la sequenza delle tre barrette affiancate che nella grafia geroglifica indica il plurale e che si leggono w [u].

Fermandosi un istante a visualizzare il lavoro fin qui svolto gli egittologi si resero conto che il primo antroponimo del cartiglio cancellato era formato dalla sequenza rꜤ+Ꜥnḫ+ḫpr+w, cioè, considerando la metatesi onorifica: Ꜥnḫ-ḫprw-rꜤ [ank-keperu-ra] Ankh-kheperu-Ra. (L’antroponimo divino rꜤ Ra è in metatesi onorifica, quindi anteposto agli altri segni).
Esattamente quello che Reeves ipotizzava da anni, ma che ora poteva parzialmente documentare. Parzialmente, perché il nome della coreggente era doppio.

Infatti esistono due versioni del nome Ankh-kheperu-Ra:
1) La prima incorporava anche l’epiteto mr(y) nfr-ḫprw-rꜤ [meri nefer-keperu-ra] ed era la versione esclusivamente usata dalla donna coreggente di Akhenaton (iscrizione al maschile).
2) La seconda, senza epiteto supplementare, sembra usata soltanto dal successore, l’effimero Smenkhkara.

Ma dove avrebbe potuto essere posizionato il secondo epiteto? Ovviamente non restava che lo spazio alla sinistra dei segni fin qui riconosciuti in corrispondenza dell’impronte 2 e 3. Inoltre le righe orizzontali all’interno del cesto (nb [neb]) facevano ipotizzare la precedente presenza di un segno orizzontale allungato come quello del canale (mrt [meret], al genere femminile).
In questo modo si risolveva anche il fatto che, con la lettura da destra a sinistra, l’epiteto supplementare, posizionandosi a sinistra, dimostrava di essere appunto il secondo nome della coreggente.

Non restava che risolvere ancora un problema.
I due cartigli, l’originale della coreggente Ankh-kheperu-Ra, meret Nefer-kheperu-Ra, e quello di Neb-kheperu-Ra avevano dimensioni diverse, infatti comprendevano antroponimi molto diversi. Quello precedente e originale era più lungo, quello seguente, che gli era stato sovrapposto, era più corto.
La spiegazione fu fornita da Ray Johnson che, analizzata meglio la squadratura dell’impronta 1, riconobbe la base del cartiglio originale.
La differenza di lunghezza dei due cartigli fu risolta brillantemente in questo modo. Una volta ricoperto il cartiglio della coreggente con il Quarto Protocollo di Tutankhamon, lo spazio eccedente fu impegnato dalla formula mȜꜤ-ḫrw [maa-keru] “giusto di voce” mettendo gli abituali due geroglifici (base di statua e remo) affiancati e in verticale.

L’inumazione di Tutankhamon, in una tomba che non era a mappatura regale, aveva già ampiamento dimostrato la frettolosità della sepoltura, a causa di un decesso inaspettato. Evidentemente anche il corredo funebre del sovrano non era stato ancora approntato e lo si era formato attingendo da altri corredi ai quali era stato sostituito il nome del precedente possessore.
Come la celeberrima maschera, appunto, starebbe a dimostrare.

Per chi volesse approfondire l’argomento su Tutankkhamon è consigliabile la lettura dei Quaderni di Egittologia che ho dedicato al celeberrimo faraone:

QdE 35 I GEROGLIFICI DI TUTANKHAMON – Traduzione della KV62: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/i-geroglifici-di…/

QdE 36 IL SIMBOLO DEL RE – I sigilli della tomba di Tutankhamon: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/629547/il-simbolo-del-re/

QdE 37 I MARCATORI DI TUTANKHAMON – Il DNA di una dinastia: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/i-marcatori-di…/

QdE 38 SULLE TRACCE DEL RE – Il ritrovamento della famiglia di Tutankhamon: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/sulle-tracce-del-re/

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Goddess Nephthys

Goddess Nephthys wearing a headdress in the shape of a house and basket watches over the lungs with Hapi.

Four goddesses with open arms watch over the organs of the sovereign.

They are identified by the hieroglyphs on their heads and on the low reliefs of the sanctuary walls.

Each goddess faces and is associated with one of the four children of Horus whose duty was to preserve the king’s organs: the goddess Isis watches over the liver with Imset, Nephthys the lungs with Hapi, Neith the stomach with Duamutef and Selket the intestines with Qebehsenuf.

Characteristics typical of the art of Amarna can be seen in the slight rotation of the statues’ heads (compared to the frontal tradition of Egyptian statuary), the long neck stretching forwards and the naturalistic modelling of the bodies.

Detail of Canopic Shrine of Tutankhamon

Wood lined with stucco and gilded, glass paste

Tomb of Tutankhamon, KV 62

Valley of the Kings

Egyptian Museum, Cairo

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Bust of a young Roman man

The toga and curled hair indicate that this bust depicts a Roman man of high standing. It may represent a young Marcus Aurelius before he became emperor. His crown with a star-stamped disc, an emblem of Serapis (Greco-Egyptian god of the sun), reinforces this theory. Emperors, as servants of the imperial cult, were tasked with offering sacrifices on behalf of the faithful. Alternatively, the crown may identify him as a priest. This portrait bust was found at Kom Abu Billo (ancient Terenouthis) together with the bust of the early Antonine lady displayed nearby (JE 44672).

Roman, reign of Antoninus Pius, AD 138-161, Therenuthis, Kom Abu Billo, Marble, JE 39468

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An imperial lady

Busts of this type were popular in Roman Egypt and were often used in funerary contexts.
It shows a middle- aged woman draped in a Greek tunic and a sleeveless coat.
Her elegant hairstyle with lavish braids and curls has been carefully modelled and wrapped around her head three times.
The curls and notches on her forehead confirm her high rank.
Perhaps she was Faustina the Elder, the wife of Emperor Antoninus Pius and the mother of the Roman emperor Marcus Aurelius.
It was found in Kom Abu Bilo the site of a temple dedicated to the goddess Hathor and a large necropolis with tombs spanning the period from the Old Kingdom to the Roman period.

Roman reign of Antoninus Pius,
AD 138-161.
Therenouthis. Kom Abu Billo, Marble, JE 44672

An imperial lady

Busts of this type were popular in Roman Egypt and were often used in funerary contexts.
It shows a middle- aged woman draped in a Greek tunic and a sleeveless coat.
Her elegant hairstyle with lavish braids and curls has been carefully modelled and wrapped around her head three times.
The curls and notches on her forehead confirm her high rank.
Perhaps she was Faustina the Elder, the wife of Emperor Antoninus Pius and the mother of the Roman emperor Marcus Aurelius.
It was found in Kom Abu Bilo the site of a temple dedicated to the goddess Hathor and a large necropolis with tombs spanning the period from the Old Kingdom to the Roman period.

Roman reign of Antoninus Pius,
AD 138-161.
Therenouthis. Kom Abu Billo, Marble, JE 44672

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Colossal head of the god Serapis

This head portrays Serapis, one of the most important gods in the Greek and Roman periods. Protector of the Ptolemaic rulers, according to Roman historian Tacitus, Serapis’s cult was established by Ptolemy I following a dream.
The founder of the Ptolemaic dynasty wanted to ensure the prosperity of his new capital, Alexandria. The cult soon spread across Egypt and the Mediterranean.

Serapis combines Greek iconography with Egyptian traditions.
In appearance he resembles the Greek god Zeus-with curly hair and a beard with locks.
His name, Serapis, derives from Osiris-Apis, the sacred bull of Memphis.
His divine wife was Isis and their son Harpocrates. Serapis’s cult was intended to unify the Egyptian and Greek populations.

Roman Period
Probably 1 Century AD
Medinet of Fayum

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Serdab Statue of Ti

The Serdab Statue of Ti, Overseer of the Pyramids of NIUSERRE.

The mastaba of Ti was discovered by Mariette in 1865, and is the largest and one of the finest of the private tombs at Saqqara.

See also: https://laciviltaegizia.org/2021/03/06/la-mastaba-di-ti/

Ti was a mighty official during the 5th Dynasty, and he held the title “Overseer of the Pyramids of Niuserre” and “Overseer of the Suntemples of Sahure, Neferikare and Niuserre, as well as controller of the farms and stock that belonged to the royal family.

Egyptian Museum, Cairo.