C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

BAY – IL CANCELLIERE ONNIPOTENTE

Di Piero Cargnino

Vi chiederete perché voglio dedicare la mia attenzione ad una figura che passerebbe forse del tutto inosservata a coloro che seguono la storia egizia raccontata attraverso i grandi, o meno grandi, faraoni che hanno governato le Due Terre. Personalmente la trovo interessante anche perché arriva al crepuscolo di una grande dinastia, la XIX, alla quale seguiranno momenti meno esaltanti per l’Egitto e poi perché è comunque storia dell’Egitto.

Bay, Ramesse Khamenteru, anche Iarsu, funzionario già sotto i faraoni Merenptah ed Amenmesse, se non addirittura di Ramses II, sotto il regno di Siptah assurge ai più alti gradini della burocrazia egizia. Oggi diremmo “uno che si è fatto da se”, non si sa come, ma si era fatto da se. Come ci sia arrivato è tutto da vedere, potrebbe essergli tornata utile una probabile relazione con la madre di Siptah, una concubina di Seti II (o di Amenmesse) di origini cananee, la siriana Tia’a.

Le sue origini erano siriane, era un Hurrita, lo troviamo per la prima volta durante il regno di Seti II, dapprima come scriba e maggiordomo, posizione assai importante nell’antico Egitto. E’ probabile però che i primi incarichi gli siano stati affidati in precedenza da Merenptah o addirittura da Ramses II. Assunse una grande importanza, tanto da diventare un politico determinante sul finire della XIX dinastia al punto, come già detto in precedenza, da autodefinirsi:

Sicuramente dovette ricoprire un ruolo preminente a corte poiché in alcune raffigurazioni compare in piedi dietro al trono di Siptah, o dietro al sovrano mentre questi fa offerte ad Amon, una posizione mai occupata da un personaggio di origini non nobili. Una figura simile, chiamata Iarsu, viene descritta in questo periodo nel “Grande Papiro Harris” anche se nulla ci prova che si tratti della stessa persona. Bay potrebbe aver rivestito dapprima il ruolo di sacerdote, lo testimonierebbe una sua statuetta rinvenuta nel tempio di Eliopoli.

Sul finire del regno di Seti II divenne cancelliere assumendo un ruolo di primo piano anche nei confronti dell’ascesa al trono dell’adolescente Siptah. Acquisì un potere talmente elevato che, su vari monumenti del re, a dispetto di quanto prevedeva l’arte ufficiale egizia, che il faraone venisse ritratto in scala maggiore rispetto a ogni altro personaggio, con l’unica eccezione delle divinità, su numerosi monumenti compare con le stesse dimensioni del re.

Non solo, ma su alcune iscrizioni Bay si pone come colui che pose il re << sul trono di suo padre >> senza che venga specificato come e perché ciò sarebbe avvenuto. Durante il suo terzo anno di regno Siptah lo nominò responsabile del proprio culto personale. In tutta la storia egizia non incontriamo alcun personaggio, di stirpe plebea, che possa vantare un potere così elevato presso la corte di un faraone.

L’importanza raggiunta dovette essere tale che il faraone Seti II (ma più probabilmente Siptah) gli concessero di farsi costruire una tomba nella Valle dei Re (la KV13). Un privilegio decisamente inaudito mai concesso ad alcuno tanto meno ad un personaggio straniero. La sua tomba, come quella della regina Tausert (KV14) fa parte di un complesso di tre tombe, con quella di Siptah, solo che le loro sono copie più piccole di quella del re.

Su alcune tavolette emerse dagli scavi a Ras Shamre emerge una serie di scambi epistolari tra Ugarit e Bay dove quest’ultimo compare come << Capo delle guardie del Corpo del Grande Re, del Re d’Egitto >>.

In un primo momento si pensò che Bay avesse continuato nei suoi incarichi anche durante il regno della regina Tausert ma il recentissimo rinvenimento di un ostrakon, scoperto nel 2000 da Pierre Grandet e pubblicato su BIFAO (Bulletin de l’Institut Français d’Archéologie Orientale), col titolo “L’execution du chancelier Bay”, rivela una realtà del tutto diversa.

In effetti Bay venne giustiziato già nel quinto anno di regno di Siptah, sul recto dell’ostrakon è riportato un annuncio per gli operai che stavano lavorando alla sua tomba. Il testo recita:

Subito si provvide a cancellare il nome di Bay dalla tomba e lo stesso venne del tutto censurato forse ad opera dei successori, principalmente di Sethnakht che decisero che non doveva essere considerato alcun successore legittimo di Seti II, cosa che in parte aveva già fatto la regina Tausert che fece scalpellare i cartigli di Siptah. Questo ci induce a pensare che Bay dovette averla combinata proprio grossa, si raccontava che avesse avuto una tresca con la regina Tausert della quale fu anche amante. Secondo alcuni si tratta solo di ipotesi non confermate da alcun riscontro, non solo ma Bay venne giustiziato nel quinto anno del regno di Siptah, almeno due anni prima che Tausert ascendesse al trono.

Bay, ormai considerato traditore, non fu sepolto nella sua lussuosa tomba che venne usurpata parecchi anni dopo dal principe Montuherkhepshef, figlio di Ramses IX. Il “Papiro Harris” non è certo tenero nei confronti di Bay in quanto afferma che nel periodo in cui era in carica l’Egitto attraversò un periodo di caos durante il quale si negavano addirittura le offerte agli dei.

Il successore di Tausert, Sethnakht, primo re della XX dinastia, fece espellere dall’Egitto tutti gli asiatici che erano stati fatti arrivare da Bay i quali fuggendo abbandonarono molto oro, argento e rame che, nel frattempo, avevano rubato. L’editto di Sethnakht è riportato su di una stele sull’isola di Elefantina. E per finire torniamo a parlare di Esodo. Nei suoi Aegyptiaca Manetone racconta che, in questo periodo, un sacerdote di nome Osarseph guidò un numero imprecisato di lebbrosi asiatici fuori dall’Egitto, molti vedono in questo l’Esodo di Mosè. Secondo alcuni studiosi, Bay sarebbe il biblico Giuseppe mentre Osarseph potrebbe essere Mosè.

Sul cancelliere Bay vedi anche: IL GRAN CANCELLIERE D’EGITTO BAY

Fonti e bibliografia:

  • Pierre Grandet, “L’execution du chancelier Bay O. IFAO 1864”,  BIFAO 100, 2000
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alfred Heuss e al., “I Propilei”. I, Verona, Mondadori, 1980
  • Università di Cambridge, “Storia Antica. II, 3. Il Medio Oriente e l’area Egea 1380-1000 a.C.”, Milano, Il Saggiatore, 1975
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

IL FARAONE SIPTAH

Di Piero Cargnino

Abbiamo già parlato di Siptah in altra occasione, di lui si è per molto tempo ritenuto che fosse figlio di Seti II e della prima Grande Sposa Reale Takhat, alcuni obiettano che potrebbe essere stato il figlio della terza Sposa di Seti II, la siriana Tia’a. Secondo alcuni egittologi che hanno esaminato un rilievo custodito al Louvre (E 26901) hanno notato che il nome di Siptah è affiancato a quello di Sutulja, una concubina reale, nel rilievo Sutulja viene definita come madre di Siptah. Sul padre è stata avanzata l’ipotesi secondo cui potrebbe essere il figlio del faraone Amenmesse poiché, come lui, durante la XX dinastia era considerato illegittimo.

Che sia di stirpe reale non dovrebbero esistere dubbi in quanto compare in una statua seduto sulle ginocchia di un Faraone mancante della testa. Salito al trono intorno ai 10 – 12 anni ebbe un regno molto breve, poco più di cinque anni, alla sua morte non era ancora ventenne. Erede dei grandi Seti I e Ramses II, fu l’ultimo sovrano della discendenza maschile, ultimo della XIX dinastia che si chiuderà con la regina Tausert, vedova di Seti II e forse matrigna di Siptah.

Data la giovane età gli egittologi suppongono che abbia governato con la reggenza della Grande Sposa Reale di Seti II, Tausert. In questo periodo comparivano due sovrani con lo stesso nomen, Ramses Siptah e Merenptah Siptah ma grazie agli studi dell’egittologo Alan Gardiner è stato appurato che si trattava dello stesso Siptah che, intorno al secondo o terzo anno di regno, inspiegabilmente, cambiò il prenomen da Ramses Siptah a Meremptah Siptah.

Va detto che il regno di Siptah, come quello seguente della regina Tausert, furono condizionati fortemente dalla figura di un funzionario di corte, il cancelliere Bay, un personaggio non di nobili origini, giunto nella sua posizione non si sa come, raggiunse un grado di influenza a corte decisamente inusuale tanto da autodefinirsi: << Grande Sovrintendente dei Sigilli dell’intero Paese, Colui che pose il Re sul trono di Suo Padre; amato dal suo Signore: Bay >>. Una strana, oltre che interessante figura della quale parleremo in seguito.

Siptah fu sepolto nella Valle dei Re, nonostante la sua tomba, la KV47 non fosse ancora terminata. Nel 1905, quando Edward Russell Ayrton la scoprì era in cattive condizioni e l’egittologo si limitò a scavare i corridoi e l’anticamera prima di smettere per il timore di crolli. Rilievi epigrafici vennero effettuati nel 1907 da Harold Jones ma fu solo nella campagna di scavi del 1912-13 che Harry Burton proseguì gli scavi giungendo fino alla camera funeraria. Anche Howard Carter, nel 1922, eseguì alcuni scavi ma solo nei pressi dell’ingresso. Passarono oltre settant’anni finché nel 1994 il Supremo Consiglio delle Antichità egizio procedette ad effettuare lavori di consolidamento e restauro che vennero ripresi e conclusi nel 1999 dal MISR Projet Mission Siptah-Ramses X.

In un primo tempo già Ayrton e poi Burton ipotizzarono che la KV47 avesse ospitato la mummia di Siptah e della madre Tia’a. All’interno della tomba sono chiaramente visibili segni di manomissione o tentativi di usurpazione infatti i cartigli di Siptah risultano abrasi e poi, in seguito, restaurati ma solo pittoricamente. Gli studiosi escludono che si tratti di una sorta di damnatio memoriae in quanto non esistono motivazioni che possano suffragare una simile ipotesi.

La tomba KV47 segue il tipico sviluppo delle tombe della XIX dinastia, dall’ingresso si accede, attraverso una scala in leggera pendenza, a tre corridoi sempre in pendenza, da qui si sbuca in una prima camera molto piccola dalla quale parte un brevissimo corridoio che porta ad una camera grande il cui soffitto è sorretto da quattro pilastri. Da questa camera si dipartono due corridoi in piano al termine dei quali si trovano l’anticamera e la camera funeraria anch’essa sorretta da quattro pilastri.

Tra l’anticamera e la camera funeraria, sulla sinistra, si incontra un corridoio che si interrompe quasi subito perché se proseguito avrebbe intercettato la tomba KV32 che si trova molto vicina.

Solo i primi corridoi sono ben rifiniti e decorati con le “Litanie di Ra” e capitoli del “Libro dei Morti”, in una immagine si vede il re al cospetto di Ra-Horakhti. Tutto il resto della tomba, compresa la camera funeraria, non venne mai finito. Al centro della camera funeraria si trova il sarcofago di Siptah decorato con Anubi ed una serie di demoni dell’oltretomba, anche sul sarcofago si notano i cartigli abrasi.

Ayrton rinvenne inoltre frammenti di un altro sarcofago oltre ad altri di due sarcofagi antropoidi e due vasi canopi. All’interno del sarcofago erano contenute ossa relative a sepolture postume, forse della XXI dinastia. La mummia, come quella di molti altri faraoni, venne riposta nella tomba di Amenhotep II (KV35) durante la XXI dinastia e venne trovata da Victor Loret nel 1898. Il corpo, pesantemente danneggiato dai predatori, risultava chiaramente deformato, probabilmente da poliomielite, la  gamba sinistra più corta ed il piede deformato.

Fonti e bibliografia:

  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alfred Heuss e al., “I Propilei”. I, Verona, Mondadori, 1980
  • Università di Cambridge, “Storia Antica. II, 3. Il Medio Oriente e l’area Egea 1380-1000 a.C.”, Milano, Il Saggiatore, 1975
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

IL FARAONE SETI II

Di Piero Cargnino

Seti II salì al trono alla morte del padre Merenptah ed avrebbe regnato per circa sei anni anche se durante il suo regno dovette far fronte all’interferenza di Amenmesse, di cui abbiamo già parlato in precedenza. C’è da dire che questo è un periodo abbastanza oscuro per l’Egitto, i pochi dati di cui dispongono gli studiosi non permettono neppure di tracciare una sequenza sicura nella successione degli ultimi sovrani della XIX dinastia. Addirittura Ramses III, nella sua lista degli antenati, salta da Seti II a Sethnakht, suo padre, primo faraone della XX dinastia.

Come già ampiamente spiegato in precedenza, Amenmesse non ebbe mai il controllo di tutto l’Egitto ma solo quello dell’Alto Egitto e non è neppure certo che Seti II si sia imposto con una vera e propria guerra civile o più semplicemente con un serrato confronto politico. Alcuni sostengono che Seti II potrebbe aver sposato la regina Takhat dalla quale avrebbe avuto come figlio proprio Amenmesse, ipotesi ritenuta inverosimile in quanto Seti II era già in età assai avanzata, per quei tempi, cosa che renderebbe poco credibile che potesse avere già un figlio in età adatta a tentare la scalata al potere.

Sposò però la Regina Tausert dalla quale ebbe un figlio Siptah. Tausert, alla morte di Seti II diventerà coreggente del figlio ancora fanciullo ed alla morte prematura di Siptah diverrà lei stessa faraone.

Seti II esercitò una certa attività edilizia, inoltre restaurò ed ampliò altri monumenti oltre ad usurpare quelli di suoi predecessori in particolare quelli eretti da Amenmesse. Il suo breve regno non fu caratterizzato da guerre o campagne militari oltre i confini egiziani.

Alla sua morte Seti II venne dapprima sepolto nella tomba KV14 della Grande Sposa Reale Tausert, poi trasferito nella KV15 che era ancora in costruzione ma venne frettolosamente ultimata.

In seguito ai già più volte citati saccheggi, durante la XXI dinastia, la sua mummia fu trasferita nella tomba di Amenhotep II (KV35) dove venne rinvenuta.

La sua tomba, come molte altre, era già conosciuta fin dall’antichità, già nel 1737 Richard Pocoke eseguì una prima mappatura ma una mappatura più approfondita venne eseguita durante la spedizione di Napoleone nel 1799. In seguito venne esplorata da James Burton nel 1825, la tomba venne ulteriormente rilevata da Ippolito Rosellini ed in seguito da Karl Richard Lepsius nel 1844. Fu poi Haward Carter ad eseguire  scavi sistematici nel 1903.

L’ingresso alla tomba avviene attraverso una piccola entrata dalla quale si accede a  tre lunghi corridoi in leggera pendenza dopo i quali si accede ad un’anticamera sorretta da quattro pilastri, sempre proseguendo troviamo la camera funeraria, da questa prosegue un breve corridoio mai finito. Tutti i locali sono intonacati di bianco e denunciano la fretta che dovette assillare gli esecutori in quanto il re venne sepolto prima ancora che i lavori fossero ultimati, all’inizio si trovano dei bassorilievi mentre proseguendo questi sono sostituiti da decorazioni solo dipinte.

Le decorazioni della tomba si sono conservate molto bene, inspiegabilmente però si riscontra che i cartigli di Seti II furono dapprima scritti, poi cancellati ed in seguito riscritti, la motivazione di ciò è del tutto inspiegabile.

All’ingresso della tomba troviamo un motivo predominante che si ripete poi in altre parti della tomba, si tratta della rappresentazione della dea Maat inginocchiata sulle piante araldiche dell’Alto e Basso Egitto. Sulle pareti dei tre corridoi che seguono sono rappresentasti, a partire dal primo e poi a seguire, le “Litanie di Ra” ed il “Libro dell’Amduat”, segue una piccola camera dove sono rappresentate suppellettili funerarie in modo talmente realistico che ricordano alcune di quelle trovate nella tomba di Tutankhamon. L’anticamera è decorata con i testi del “Libro delle Porte” mentre i quattro pilastri presentano su ciascun lato una grande figura, il breve corridoio che segue non è mai stato ultimato.

La mummia di Seti II venne sbendata da Elliot Smith nel 1905 e presenta un uomo di mezza età, alto 1 metro e 64 centimetri accuratamente imbalsamato anche se la violenza, di cui è stata oggetto da parte dei saccheggiatori in cerca di gioielli e amuleti preziosi, l’ha ridotta molto male, il capo è stato mozzato con asce o coltelli così come le braccia e le dita, tanto che l’avambraccio destro con la mano non sono mai stati trovati.

A dispetto di così tanta crudeltà e violenza, sono stati trovati alcuni amuleti in faience che erano stati legati ai piedi. Con spirito di umana pietà i sacerdoti della XXI dinastia restaurarono, per quanto possibile, la mummia in occasione del suo trasbordo dalla KV15 alla KV35, la avvolsero poi in un sudario sul quale trascrissero la vicenda dei suoi resti. A seguire vi parlerò della statua colossale di Seti II, che fa bella mostra di se, con i suoi 5,16 metri di altezza e del peso di 6 tonnellate, nella Galleria dei Re del Museo Egizio di Torino. Insieme a un’altra simile, oggi conservata al Louvre, questa statua si trovava originariamente davanti all’ingresso di una cappella edificata da Seti II nel gran cortile del tempio di Karnak.

IL TORINESE COLOSSO DI OSIMANDIA

Visitando il Museo Egizio di Torino, dopo aver ammirato i reperti esposti, si raggiunge il piano terreno e ci si trova immersi nella meravigliosa Galleria dei Re, allestita in occasione delle Olimpiadi di Torino del 2006 dallo scenografo Dante Ferretti, premio Oscar nel 2005, (“The Aviator” di Martin Scorzese). Sul fondo, si staglia una colossale statua.

Trattasi di una statua in arenaria quarzosa molto compatta di colore giallo rossastro, alta 5,16 metri e del peso di 6 tonnellate che raffigura il faraone Sethi II Merenptah in piedi con veste sacerdotale e regge un’insegna sacra. La postura, stante, caratteristica delle statue maschili antico egizie, col piede sinistro avanzato ed il peso del corpo insistente sulla gamba destra verticale costituisce un esempio di notevole statuaria monumentale capace di esprimere la stabilità e la forza del re attraverso l’armonia della muscolatura e la geometricità dei volumi e delle linee.

Sul capo cinge la corona “Atef” ornata lateralmente da due piume di struzzo. Al fianco sinistro porta uno stendardo sulla cui sommità si trovava un’immagine del dio Seth oggi non più presente. Tenuto conto che, a parte un’iscrizione sul retro della statua, tutte le altre iscrizioni sono state abrase, questo porta a pensare che, anche la mancanza dell’immagine di Seth, sia stata un’azione deliberata.

La statua, contrassegnata col n. Cat. 1383, faceva parte della Collezione Drovetti e ad essa era stato assegnato il nome de “Il torinese colosso di Osimandia”.

Così iniziano le “Osservazioni intorno all’età, ed alla persona rappresentata dal maggiore colosso del Reale Museo Egiziano di Torino”, opera del Cav. Giulio Cordero di S. Quintino, edita dall’Accademia delle Scienze di Torino in data 19 agosto 1824. L’opera viene pure ricordata dal Prof. Silvio Curto nel suo libro dove ne fornisce una dettagliata spiegazione.

Parlando della statua di Sethi II il S. Quintino racconta che essa fu trovata dal Drovetti nelle rovine di Tebe nel 1818, con un’altra uguale ma rotta in più pezzi che fu portata a Roma. Trasportata a Livorno con la nave norvegese Trondheim, vi rimase fino al 24 gennaio 1824 quando il re Carlo Felice concluse col Drovetti il contratto di acquisto della sua Collezione. Presa in consegna ufficialmente, il Cav. di S. Quintino la fece trasportare, sempre via mare, a Genova e da qui a Torino dove giunse a settembre 1824. Intanto Carlo Felice aveva fatto sistemare la Collezione Drovetti nel Palazzo dell’Accademia delle Scienze, costituendo così un museo che era unico del genere al mondo, non solo ma documentava compiutamente l’antica civiltà egizia, nell’arte, nella storia, nella religione ed in ogni altro aspetto. Direttore venne nominato lo stesso Cav. S. Quintino. Il colosso venne collocato nel cortile nel Palazzo dell’Accademia delle Scienze, dove rimase per tutto il gelido inverno torinese. Frattanto già dal maggio dello stesso anno era giunto a Torino un giovane orientalista di Grenoble che due anni prima aveva trovato la chiave per decifrare i geroglifici, tale Jean Francois Champollion. Accolto entusiasticamente dai più, lo fu meno dal S. Quintino, fermo nelle sue idee reazionarie mentre lo Champollion vantava un passato bonapartista. Tra i due ne nacque un contrasto che si accentuò quando Champollion, rese noto il suo sdegno nel vedere che il colosso, che secondo lui apparteneva al re “Osimandia”, se ne stava abbandonato alle intemperie. Nonostante tutto il Direttore, alle prese con i tanti problemi che causava la sistemazione dei reperti, ad un certo punto accettò una collaborazione pertanto favoriva in tutti i modi Champollion fino a diventare un suo ardente sostenitore circa la lettura fonetica dei geroglifici.

Sorse però una nuova contesa tra gli studiosi circa l’attribuzione al re “Osimandia” del colosso. Questo sovrano viene citato una sola volta da Diodoro Siculo nella “Biblioteca”, I, 47, dove lo storico descrive, ma non per conoscenza diretta, un grandioso edificio a Tebe, fronteggiato da due statue colossali, chiamato appunto “Sepolcro di Osimandia”. Quando poi Champollion si recò in Egitto con la spedizione Franco-Toscana del 1828-29, riuscì a stabilire che l’edificio in questione era appartenuto a Ramses, che egli individuò come il III. A questo punto gli studiosi chiarirono che “Osimandia” altro non era che il prenome di Ramses II il Grande ovvero “User-maat-Ra”.

La disputa continuò finché, nel 1839, il primo compilatore di un “Catalogo illustrato dei monumenti egizii del Regio Museo di Torino”, descriveva con esattezza la statua come appartenuta al faraone Sethi II della XIX dinastia. A puro titolo di curiosità possiamo dire che mancano iscrizioni dell’epoca di Seti II ma in compenso, come era in uso agli inizi dell’ottocento quando il commercio di reperti era ancora legale, troviamo le iscrizioni di coloro che scoprivano o negoziavano i reperti:

“DECOUVERT PAR. j. RIFAUD / sculpteur . au . SERVICE / DE . MR . DROVETTI / A Thebès . 1818”
“FORT FRA EGYBTEN / TIL LIVORNO . I . SKIBET / TRONHIEN cap n. RICHELIEU / 1819”.

Fonti e bibliografia:

  • Cyril Aldred, “I Faraoni: l’impero dei conquistatori”, Milano, Rizzoli, 2000
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 2002
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Christiane Desroche-Noblecourt e AA.VV . “Egitto” – Rizzoli Editore, 1981
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2006
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Bari, Laterza, 1990
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Alfred Heuss e atri., “I Propilei”, Verona, Mondadori, 1980

Per “Il torinese colosso di Osimandia”:

  • Prof. Silvio Curto, “Attraverso l’Egittologia”, ed. Egyptbook s.a.s. Dicembre 2001
  • Cav. Giulio Cordero di S. Quintino, “Lezioni archeologiche intorno ad alcuni monumenti del Regio Museo Egiziano di Torino”, Stamperia Reale 1824
  • Paolo Bondielli, “Anche le statue parlano, anzi…scrivono!”, Articolo da Mediterraneo Antico, 2020)
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

IL “FARAONE” AMENMESSE  E LA REGINA TAKHAT

Di Piero Cargnino

Amenmose (Nato da Amon), ellenizzato in Amenmesse, portava il nome regale di Menmira-Setepenra (Eterno come Ra, Scelto da Ra) accompagnato dellepiteto Hekauaset (Signore di Tebe). Tutti questi nomi per indicare un’effimero sovrano di cui non si conosce con certezza il padre, potrebbe essere un figlio di Merenptah e della regina Takhat, o uno degli innumerevoli figli di Ramses II o addirittura di Seti I.

Governò parte dell’Egitto per un breve periodo, 3 o 4 anni. Secondo alcuni egittologi, tra questi Kennet Kitchen e Jurgen von Beckerath, Amenmesse non fu mai designato a succedere al trono di Merenptah, molto probabilmente, approfittando di una momentanea debolezza di Seti-Merenptah (Seti II), vero principe ereditario, mentre questi si trovava in Asia, si creò un regno fittizio nell’Alto Egitto.

Il regno di Amenmesse e la sua posizione all’interno della XIX dinastia sono particolarmente oscuri. La maggior parte degli egittologi ritiene che Seti II sia salito al trono alla morte del padre Merenptah senza l’intermezzo di Amenmesse e che quindi costui non debba essere considerato un vero faraone ma forse semplicemente un governatore locale, o un membro della famiglia reale, che si arrogò il diritto alla successione, successione che non gli riuscì per cui fu solo un temporaneo appropriarsi dei poteri, in modo particolare in Nubia e nella tebaide.

A Tebe si trovano alcune attestazioni riferite ad Amenmesse mentre non se ne trovano di relative al terzo e quarto anno di Seti II. Questo ci porta a pensare che Seti II salì al trono ed iniziò la costruzione della sua tomba a Tebe ma nel suo terzo anno di regno perse il controllo dell’Alto Egitto a causa della rivolta di Amenmesse che, oltre ad autoproclamarsi re, tentò pure di usurpare la tomba di Seti II, non ancora terminata, e ne fece sfregiare le pareti. Seti II non si fece attendere, attaccò le truppe di Amenmesse e le sconfisse entrando trionfatore a Tebe. Subito ordinò il ripristino della propria tomba.

Dalle varie iscrizioni che si è potuto reperire diventa molto complesso capire fin dove si può prestare fede, queste sono state più volte modificate a turno da Amenmesse e Seti II. Quello che pare certo è che la madre di Amenmesse fosse effettivamente una “regina Takhat”, ma chi fosse in realtà  costei è oggetto di dibattito, sappiamo che uno dei suoi titoli è quello di “Figlia del Re”, ma quale Re? Merenptah o Ramses II? Su una lista di principesse, oggi al Louvre risalente al cinquantatreesimo anno di regno di Ramses II compare il nome di una Takhat, che potrebbe essere coetanea di Seti II.

Takhat compare in molte sculture con Amenmesse, in particolare su una di esse, presente nel complesso templare di Karnak, Takhat viene indicata come “Figlia del Re e Sposa del Re”, (si può facilmente intuire che la parola “Sposa” è stata successivamente impressa sulla originale “Madre”).

Gli egittologi Dodson e Hilton suggeriscono che il titolo di madre venne sostituito da quello di sposa quando Seti II riconquistò l’intero Egitto riappropriandosi del potere, se così fosse allora Takhat potrebbe aver sposato Seti II precedentemente. A questo punto Amenmesse sarebbe figlio di Seti II  che si sarebbe ribellato al proprio padre cercando di strappargli il trono.

Il dilemma si complica se si esamina un’altra statua, sempre proveniente da Karnak ma oggi al Museo del Cairo, dove Takhat viene sempre nominata come “Figlia del Re e Sposa del Re”, senza che siano state apportate modifiche, mentre il nome del re è stato più volte modificato, secondo Dodson e Hilton in origine era Seti, poi fu modificato in Amenmesse quando questi la usurpò, infine, con la conquista definitiva del potere, rimodificato in Seti.

Un’altra teoria suggerisce che Seti non sposò mai Takhat, sostituì solo il nome per cancellare ogni traccia di suo figlio Amenmesse. Altri ancora ritengono che Takhat fosse figlia di Merenptah cosa che porterebbe a pensare che Seti II e Amenmesse sarebbero stati fratellastri. Questo tira e molla di sostituzioni di nomi e titoli si protrae ancora, nella Grande Sala Ipostila del tempio di Amon a Karnak, sei statue in quarzite che raffiguravano Amenmesse, pare che Seti II che le abbia modificate apponendovi i suoi cartigli.

Alla sua morte Amenmesse fu sepolto nella Valle dei Re nella tomba conosciuta come KV10. La tomba fu profanata già fin dall’antichità anche se il principale profanatore fu proprio Seti II il quale ordinò che le iscrizioni e le immagini dipinte sulle pareti venissero raschiate ed in parte furono usurpate dagli incaricati di Seti II, cancellando ogni riferimento ad Amenmesse.

All’interno della tomba furono rinvenute tre mummie due femminili e una maschile, secondo alcuni si tratterebbe di Amenmesse, della madre Takhat e di una probabile sposa di nome Baketurel. E’ più facile però che si tratti di sepolture successive in quanto si può ritenere che Seti II abbia fatto distruggere il corpo di Amenmesse allo scopo di infliggergli la più terribile delle punizioni per la religione egizia, con la distruzione del corpo gli veniva impedito di raggiungere la vita eterna. Inoltre un tale atto dovette servire da esempio e sottolineare la gravità del tradimento.

Per quanto riguarda la regina Takhat fu sepolta nella stessa tomba di Amenmesse in un sarcofago che era appartenuto a una principessa e regina di nome Anuketemheb del tutto sconosciuta, forse una figlia di Ramses II. In seguito la tomba fu usurpata da componenti della famiglia di Ramses IX.

Fonti e bibliografia:

  • Frank Joseph Yurco, “Amenmesse era il viceré di Kush, Messuwy?”, Jarce34, 1997
  • Aidan Dodson, “La tomba del re Amenmesse: alcune osservazioni”., DE 2,  1985
  • Cyril Aldred, “I Faraoni: l’impero dei conquistatori”, Milano, Rizzoli, 2000
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 2002
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Christiane Desroche-Noblecourt e AA.VV . “Egitto” – Rizzoli Editore, 1981
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2006
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Bari, Laterza, 1990
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Alfred Heuss e atri., “I Propilei”, Verona, Mondadori, 1980
III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta

IL III PERIODO INTERMEDIO E L’ARTE

Il colosso di Ramses II usurpato da Pinodem nel tempio di karnak ” la statua riconoscibile davanti alle sue gambe è quella di Nefertari”

Con la morte di Ramses XI, ultimo dei ramessidi, il basilare dualismo della Terra Dei Faraoni si spezza in due in modo inaspettato e nuovo. Solamente i primi tre ramessidi si distinguono per gesta degne di menzione, gli altri otto anni si possono considerare spettatori più o meno passivi della disgregazione del loro paese.

Collier in oro appartenente a Pinodem I
Parigi Museo del Louvre.

La decadenza dell’Egitto è dovuta principalmente al progressivo frazionamento dell’Alto Egitto “in grandi feudi sacerdotali” e al fatto di avere abbandonato il regno all’oligarchia che ha distrutto a proprio profitto la potenza regia.

Triade in oro e lapislazzuli di Osorkon II – Parigi Museo del Louvre
Le piccole e effigi di Osiride, Iside e Horus testimoniano la perizia artistica degli orefici dell’epoca.

Si crea “una specie di “feudalesimo sacerdotale” e il potere in mano ai sacerdoti si cristallizza sempre più in un immobilismo ereditario”.

Statua in granito del Visir Hor, Il Cairo Museo Egizio.
La posizione del personaggio è ispirata a modelli statuari dell’Antico Regno.
Il contrappunto tra le superfici lisce e iscritte, la testa calva e i tratti idealizzati rispondono invece a canoni artistici del terzo periodo intermedio.

Smendes successore di Ramses Xi inaugura una “nuova monarchia”.

Smendes, governatore di Pi Ramses, ribattezzata Tanis, sposando Tentamon, una ramesside, sale al trono del basso Egitto. Smendes, pur possedendo solo il delta, da Manetone viene messo in testa alla XXI dinastia. La dinastia ramesside condivide di fatto il potere con i re sacerdoti “che governano Tebe e aree limitrofe, con il benestare del faraone, a cui erano spesso uniti da un legame parentale”. In questo periodo di crisi interna, nel Basso Egitto i generali eleggono uno di loro sovrano. “E poiché l’esercito era per la maggior parte composto di mercenari libici, e libici ne erano i capi, anche i re furono libici”.

A destra: la magnifica maschera funeraria di Psusennes I è in oro e lapislazzuli, con occhi e sopracciglia in vetro nero e bianco; a differenza di quella di Tutankhamon, non reca iscrizioni.
Definita “uno dei capolavori del tesoro di Tanis”, oggi si trova nel Museo egizio del Cairo.
È larga 38 centimetri e alta 48 centimetri.
«Le dita delle mani e dei piedi [del faraone] furono coperte da ditali d’oro, e fu sepolto con sandali d’oro ai piedi. I ditali delle mani sono i più elaborati mai scoperti, con unghie scolpite. Ogni dito recava un elaborato anello d’oro con lapislazzuli o altre pietre semi-preziose.» (Bob Brier)
A sinistra: parte superiore del sarcofago in argento di Psusennes I. Il sarcofago esterno e quello mediano di Psusennes I furono riciclati da sepolture precedenti nella Valle dei Re, attraverso una spoliazione delle ricchissime tombe del Nuovo Regno attuata normalmente dai regnanti durante il Terzo periodo intermedio. Un cartiglio sul robusto sarcofago in granito indica che tale oggetto conteneva originariamente la salma di Merenptah, tredicesimo figlio e immediato successore di Ramses II. La salma di Psusennes I fu infine rinchiusa in un sarcofago, creato appositamente per lui, interamente in argento con inserti d’oro. Dal momento che in Egitto l’argento era assai più raro dell’oro, il feretro argenteo di Psusenne I costituisce una sontuosa sepoltura di grande ricchezza negli anni del declino dell’Egitto.
Dettaglio del sarcofago argenteo di Psusennes I, Museo egizio del Cairo.

La spaccatura dell’Egitto non determinò lo spezzarsi della tradizione, l’arte rimase tipicamente egiziana. Lo stato del Nord proseguendo la tradizione monarchica ramesside si ispira alle sue forme e al suo stile per il desiderio di immortalarne i fatti. Entra largamente in uso la pratica di attribuirsi opere di predecessori, grazie alla apposizione del proprio nome; Tanis in particolare viene arricchita di pietre di statue di monumenti di epoca ramesside, sottratti al basso Egitto.

Il sarcofago d’argento a testa di falco di Shoshenq II (XXII dinastia) fu scoperto a Tanis nel 1839 da Pierre Montet.
Pettorale di Shoshenq II

Una certa influenza del Vicino Oriente si riscontra nelle opere di alta oreficeria e nelle suppellettili in metallo e pietre preziose rinvenute nelle tombe reali di Tanis da Pierre Montet. Questi tesori Oggi sono esposti al Museo Egizio del Cairo.

VEDI ANCHE: L’ORO DI TANIS

Statua della principessa Karomama. La divina adoratrice di Amon, Karomama, era nipote di Osorkon I.
Il suo titolo la poneva a capo delle più alte gerarchie religiose e le assicurava un potere enorme, specie, nell’area tebana. La sua preziosa statua è un esempio delle nuove tecniche della lavorazione del metallo nel terzo periodo intermedio; si sviluppano Infatti sia la fusione del bronzo che le incrostazione di metalli preziosi.
Probabilmente da Karnak XXII dinastia Parigi Louvre.

È al sud però che inizia a svilupparsi un più originale linguaggio artistico: l’aristocrazia tibana da inizio a un certo gusto arcaizzante che si svilupperà e si diffonderà a partire dalla venticinquesima dinastia. Dopo la morte di Akhenaton, l’arte dei primi ramessidi seppe conservare la delicatezza che aveva ereditato; ma in tutto ciò che accade dopo non si sarebbe ritrovata quella sensibilità che, salvo poche eccezioni, era stata una caratteristica dei passati splendori.

Statua di Meresamon (Berlino, Agyptsches Museum).
La bocca atteggiata a un lieve sorriso è una caratteristica convenzione artistica del terzo periodo intermedio, mentre i seni pronunciati precorrono il modellato del corpo femminile delle epoche successive

FONTI:

  • SERGIO DONADONI-ARTE EGIZIA-GHIBLI
  • MAURIZIO DAMIANO-ANTICO EGITTO-
  • ELECTA
  • STORIA DELLE CIVILTÀ DELL’ANTICO EGITTO-JACQUES PIRENNE-SANSONI
  • L’ANTICO EGITTO-LEONARDO ARTE
  • WIKIPEDIA
Pictures

Head of Queen Hatshepsut

This head comes from one of the twenty-four colossal Osiris statues that decorate the portico of the third terrace of her mortuary temple at Deir el Bahari.

Hatshepsut was the sister-wife of Thutmosis II and became the fifth pharaoh of the 18th Dynasty.

The queen is portrayed as Osiris with male attributes like the ceremonial beard and depicted with reddish-brown skin, a colour usually restricted to men in ancient Egyptian art, in contrast to the pale yellowish colour reserved for women.

New Kingdom

Dynasty 18, reign of Hatshepsut (1479-1458 BC)

Height: 61 cm, Width: 55 cm

Painted Limestone

Place of discovery: Thebes, Deir el-Bahari, Mortuary Temple of Hatshepsut

Egyptian Museum Cairo

Pictures

Statue of a Crouching Lion

The lion is shown in a somewhat unusual position, looking to the side.

The name of King Ramesses II is inscribed on his shoulder, and his remarkable title: “Montu in the two lands”.

This is also the name of one of the colossal statues of the king, known as Pi-Ramesses.

Limestone;

Dynasty 19 – New Kingdom; bought in Qantir in 1943; JE. 86121.

Egyptian Museum Cairo

Kemet Djedu, Tutankhamon

LA MASCHERA DI TUTANKHAMON NON È DI TUTANKHAMON

Di Livio Secco

Nel 2015 Nicholas Reeves (Università dell’Arizona) affermava che, già da qualche tempo, aveva cercato di dimostrare come la celeberrima maschera d’oro non fosse stata prodotta per Tutankhamon, ma per una donna che lo aveva preceduto sul trono.

L’egittologo aveva identificato questo personaggio con gli antroponimi Ankh-kheperu-Ra e Nefer-neferu-Aton e la riteneva una coreggente di Akhenaton.
Aggiungo che questa regnante potrebbe essere stata la grande sposa del re Nefertiti oppure Meryt-Aton, la primogenita della coppia reale. Quest’ultima prese il posto della madre quando Nefertiti scomparve dalla scena senza che se ne sia ancora determinato il motivo: defunta? Decaduta? Ritirata?

Le convinzioni di Reeves erano determinate dall’analisi di un cartiglio posto sulla maschera che sembra evidenziare un rimaneggiamento del materiale allo scopo di far comparire un nuovo nome al posto di quello originale. Finalmente nel settembre 2015 Reeves venne a contatto con Mahmoud Al-Halwagy, allora Direttore del Museo del Cairo e, per mezzo di questi, con il fotografo del Museo, Ahmed Amin.
Essi fornirono all’egittologo l’IMMAGINE 1 che Reeves stesso definisce particolarmente nitida e dettagliata.


L’IMMAGINE 2 è solo un mio ingrandimento della precedente.

Lo stesso Reeves ammetteva serenamente che, data l’importanza di quella che lui definisce una scoperta, volle da subito coinvolgere qualche collega specialista per ottenerne anche dei suggerimenti e non solo degli avvalli. In soccorso a Reeves vennero Ray Johnson e Marc Gabolde.
La prima cosa da fare fu replicare graficamente il cartiglio di Tutankhamon mettendo in evidenza i segni ancora visibili della precedente iscrizione.

La restituzione grafica che se ne derivò fu l’IMMAGINE 3, quella qui raffigurata in verde. In rosso sono evidenziati i segni dell’iscrizione precedente che gli artigiani egizi non riuscirono a nascondere del tutto. Per meglio discuterli con il lettore ho numerato la serie delle impronte che gli egittologi hanno analizzato nel loro tentativo di ridefinire il nome del predecessore.

Nell’IMMAGINE 4 diamo la traduzione del cartiglio repertato. Quello originale, in verde, si legge da destra a sinistra mentre noi, per convenzione internazionale, lo riportiamo da sinistra a destra concordando con il senso di lettura occidentale.


Si tratta del Quarto Protocollo Reale di Tutankhamon, il nome di intronizzazione. È il nome con il quale la diplomazia conosce il re d’Egitto all’estero. Insieme al Quinto, il nome di famiglia, è l’unico racchiuso dal cartiglio.
Per R.J. Leprohon lo si traduce: “Il possessore delle manifestazioni di Ra”. Nel cartiglio si presenta una doppia metatesi onorifica per il disco solare (rꜤ, [ra], dio Ra) e per lo scarabeo (ḫpr, [keper] dio Khepri). La dizione mȜꜤ-ḫrw, [maa-keru], “giusto di voce”, significa che il defunto non ha mentito durante la psicostasia (=pesatura dell’anima) relativamente al suo corretto comportamento in vita e quindi può risiedere nell’Aldilà con gli dèi.

Una cosa che da subito Reeves non si spiegava era la doppia impronta 1 che si notava tra i due segni mȜꜤ-ḫrw, i due geroglifici dopo il cartiglio di Tutankhamon. La doppia impronta presentava, per entrambe, un tratto angolare. Inoltre, a loro volta, i due tratti risultavano allineati reciprocamente.

I tre egittologi si concentrarono sugli ultimi tre che, a loro avviso, rappresentavano una maggiore facilità di interpretazione.
L’impronta 6 non poteva che essere l’arrotondamento del cartiglio precedente. Questo permetteva di capire che i due cartigli sovrapposti iniziavano dallo stesso punto.

L’impronta 4 era composta da quattro tratti verticali.
Cos’erano? La soluzione era proprio a portata di mano.
Infatti non potevano che essere le zampe fossorie sinistre di uno scarabeo che era originariamente posizionato più a sinistra di quello attuale. L’analisi dell’impronta 4 suggeriva che a destra della stessa, lo spazio precedentemente più largo era occupato da un altro geroglifico che era stato fatto sparire.

L’impronta 5, però, ne rilevava due caratteristiche: la parte superiore era stondata mentre la parte inferiore doveva essere verticale. Per Reeves, Gabolde e Johnson non c’erano dubbi. Il segno cancellato era un Ꜥnḫ [ank]

A suffragare pienamente la materializzazione del nome cancellato si poteva benissimo aggiungere l’impronta 3. Essa non poteva che essere la sequenza delle tre barrette affiancate che nella grafia geroglifica indica il plurale e che si leggono w [u].

Fermandosi un istante a visualizzare il lavoro fin qui svolto gli egittologi si resero conto che il primo antroponimo del cartiglio cancellato era formato dalla sequenza rꜤ+Ꜥnḫ+ḫpr+w, cioè, considerando la metatesi onorifica: Ꜥnḫ-ḫprw-rꜤ [ank-keperu-ra] Ankh-kheperu-Ra. (L’antroponimo divino rꜤ Ra è in metatesi onorifica, quindi anteposto agli altri segni).
Esattamente quello che Reeves ipotizzava da anni, ma che ora poteva parzialmente documentare. Parzialmente, perché il nome della coreggente era doppio.

Infatti esistono due versioni del nome Ankh-kheperu-Ra:
1) La prima incorporava anche l’epiteto mr(y) nfr-ḫprw-rꜤ [meri nefer-keperu-ra] ed era la versione esclusivamente usata dalla donna coreggente di Akhenaton (iscrizione al maschile).
2) La seconda, senza epiteto supplementare, sembra usata soltanto dal successore, l’effimero Smenkhkara.

Ma dove avrebbe potuto essere posizionato il secondo epiteto? Ovviamente non restava che lo spazio alla sinistra dei segni fin qui riconosciuti in corrispondenza dell’impronte 2 e 3. Inoltre le righe orizzontali all’interno del cesto (nb [neb]) facevano ipotizzare la precedente presenza di un segno orizzontale allungato come quello del canale (mrt [meret], al genere femminile).
In questo modo si risolveva anche il fatto che, con la lettura da destra a sinistra, l’epiteto supplementare, posizionandosi a sinistra, dimostrava di essere appunto il secondo nome della coreggente.

Non restava che risolvere ancora un problema.
I due cartigli, l’originale della coreggente Ankh-kheperu-Ra, meret Nefer-kheperu-Ra, e quello di Neb-kheperu-Ra avevano dimensioni diverse, infatti comprendevano antroponimi molto diversi. Quello precedente e originale era più lungo, quello seguente, che gli era stato sovrapposto, era più corto.
La spiegazione fu fornita da Ray Johnson che, analizzata meglio la squadratura dell’impronta 1, riconobbe la base del cartiglio originale.
La differenza di lunghezza dei due cartigli fu risolta brillantemente in questo modo. Una volta ricoperto il cartiglio della coreggente con il Quarto Protocollo di Tutankhamon, lo spazio eccedente fu impegnato dalla formula mȜꜤ-ḫrw [maa-keru] “giusto di voce” mettendo gli abituali due geroglifici (base di statua e remo) affiancati e in verticale.

L’inumazione di Tutankhamon, in una tomba che non era a mappatura regale, aveva già ampiamento dimostrato la frettolosità della sepoltura, a causa di un decesso inaspettato. Evidentemente anche il corredo funebre del sovrano non era stato ancora approntato e lo si era formato attingendo da altri corredi ai quali era stato sostituito il nome del precedente possessore.
Come la celeberrima maschera, appunto, starebbe a dimostrare.

Per chi volesse approfondire l’argomento su Tutankkhamon è consigliabile la lettura dei Quaderni di Egittologia che ho dedicato al celeberrimo faraone:

QdE 35 I GEROGLIFICI DI TUTANKHAMON – Traduzione della KV62: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/i-geroglifici-di…/

QdE 36 IL SIMBOLO DEL RE – I sigilli della tomba di Tutankhamon: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/629547/il-simbolo-del-re/

QdE 37 I MARCATORI DI TUTANKHAMON – Il DNA di una dinastia: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/i-marcatori-di…/

QdE 38 SULLE TRACCE DEL RE – Il ritrovamento della famiglia di Tutankhamon: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/sulle-tracce-del-re/

Pictures

Goddess Nephthys

Goddess Nephthys wearing a headdress in the shape of a house and basket watches over the lungs with Hapi.

Four goddesses with open arms watch over the organs of the sovereign.

They are identified by the hieroglyphs on their heads and on the low reliefs of the sanctuary walls.

Each goddess faces and is associated with one of the four children of Horus whose duty was to preserve the king’s organs: the goddess Isis watches over the liver with Imset, Nephthys the lungs with Hapi, Neith the stomach with Duamutef and Selket the intestines with Qebehsenuf.

Characteristics typical of the art of Amarna can be seen in the slight rotation of the statues’ heads (compared to the frontal tradition of Egyptian statuary), the long neck stretching forwards and the naturalistic modelling of the bodies.

Detail of Canopic Shrine of Tutankhamon

Wood lined with stucco and gilded, glass paste

Tomb of Tutankhamon, KV 62

Valley of the Kings

Egyptian Museum, Cairo

Pictures

Bust of a young Roman man

The toga and curled hair indicate that this bust depicts a Roman man of high standing. It may represent a young Marcus Aurelius before he became emperor. His crown with a star-stamped disc, an emblem of Serapis (Greco-Egyptian god of the sun), reinforces this theory. Emperors, as servants of the imperial cult, were tasked with offering sacrifices on behalf of the faithful. Alternatively, the crown may identify him as a priest. This portrait bust was found at Kom Abu Billo (ancient Terenouthis) together with the bust of the early Antonine lady displayed nearby (JE 44672).

Roman, reign of Antoninus Pius, AD 138-161, Therenuthis, Kom Abu Billo, Marble, JE 39468