Il gruppo statuario che mostra il dio Amon che protegge il giovane Tutankhamon è davvero particolare.
La statua è particolare perché ha subìto una damnatio memoriae già nell’antichità. Infatti le braccia del dio, poggiate sul sovrano a scopo protettivo, furono spezzate così come fu mutilata l’immagine del re. Ovviamente lo scopo fu quello di impedire che si realizzasse la tutela divina.
Poiché la statua reca un’iscrizione posteriore, ne facciamo qui il commento filologico.
Come sempre ho aggiunto la pronuncia secondo la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno studiati.
Ricordo, come sempre, che il Protocollo Reale del re è uno studio importante per l’Egittologia e la Filologia Egizia in particolare. Infatti la corretta traduzione permette di comprendere il programma politico e la situazione che si era creata nel regno al momento della salita al trono del nuovo sovrano. Per chi fosse intenzionato ad approfondire l’argomento consiglio la lettura del Quaderno di Egittologia nr 22, IL PROTOCOLLO REALE – Composizione dell’onomastica faraonica che potrete trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/
La celeberrima arma di Ahmose rappresentata è uno dei reperti più famosi dell’inizio della XVIII Dinastia.
Mi permetto di dettagliare alcuni aspetti del reperto sia dal punto di vista oplologico che filologico.
Il manufatto è un’arma cerimoniale. Sia la legatura che i materiali con il quale è prodotto non reggerebbero un’uso bellico. La sua destinazione è quindi di sola rappresentanza per celebrare un evento importante. Verosimilmente la vittoria sugli Hyksos.
Sulla lama ci sono diverse raffigurazioni che commento in dettaglio con le illustrazioni. Sul secondo registro del lato riconoscibile con il Protocollo Reale c’è la classica raffigurazione del re che giustizia un nemico. E’ molto probabile che si tratti, appunto, di un Hyksos.
Mi sembra inutile precisare che si tratti di una raffigurazione mitologica, cerimoniale e politica. Il re non ammazzava nessuno in prima persona in quel modo.
Il manufatto si trova al Museo di Luxor. In passato fu anche esposto al Museo Egizio del Cairo nella sala P53. Il suo numero di catalogo è JE 4673.
Aggiungo anche un dettaglio oplologico poiché il reperto è spesso accompagnato con definizioni errate: si tratta di un’ACCETTA, non di una scure né, peggio, di un’ascia.
Con la morte (o l’Esodo) di Akhenaton si chiude quella parentesi storica che alcuni chiamano “Rivoluzione religiosa”, tornano gli dei che fin dagli albori della civiltà hanno vegliato sul popolo egizio. Chi siede sul trono delle Due Terre dopo il faraone eretico è un enigma che ancora oggi fa scervellare molti studiosi.
Secondo alcuni sarebbe Smenkhara ma altri obiettano che varie fonti antiche parlano di una regina che però non è identificata, potrebbe trattarsi di Nefertiti, Grande Sposa Reale di Akhenaton o più probabilmente si tratterebbe di Merytaton (Ankhtkheperura Meri-Neferkheperura), prima figlia di Akhenaton e Nefertiti. Su di un monumento è citata come “l’unica figlia del Re”, anche se in realtà dopo la costruzione del monumento, Akhenaton ebbe molte altre figlie.
Merytaton “Colei che è amata da Aton”, sarebbe stata in seguito la “Grande Sposa Reale” di Smenkhara, fratellastro o figlio dello stesso Akhenaton. Il condizionale è d’obbligo in quanto la quasi totale assenza di dati storici, dovuta alla “damnatio memoriae” voluta principalmente dal faraone Horemheb, non permette una ricostruzione delle sequenze degli immediati successori di Akhenaton.
Smenkhara viene a volte confuso da alcuni con la stessa Nefertiti o con Merytaton con la quale condivide la prima parte del suo nome, Ankheperura Smenkhara-Djeser-Kheperu. Nel 1845, durante l’esplorazione della tomba di Merira II, sovrintendente della regina Nefertiti, scriba reale, maggiordomo, sovrintendente dei due tesori e sovrintendente dell’harem reale di Nefertiti, venne trovata una rappresentazione di Smenkhara e Merytaton nelle vesti di faraone e di “Grande Sposa Reale”, sovrastati dai raggi dell’Aton mentre premiano Merire.
Oggi i nomi non compaiono più ma quando li vide Lepsius, nel 1850, erano ancora ben visibili e l’egittologo li copiò. Non mi dilungo a raccontarvi la grande confusione che si venne a creare, cercherò di spiegarla in poche parole. I due nomi erano: <<“Ankhtkheperura meri” [amato da] “Neferkheperura” >> e << “Neferneferuaton meri” [amato da] “Uaenra” >>, ma sia Neferkheperura che Uaenra erano i nomi reali di Akhenaton, (li amava tutti e due?).
Nella stele di Berlino (cat. 17813) compare un rilievo dove è raffigurato Akhenaton con un altro re in un atteggiamento che parrebbe affettuoso se non addirittura intimo. Di conseguenza per tutta la seconda metà dell’800 e fino agli anni ’70 del novecento si pensava che lo stesso Smenkhara fosse nominato con svariati epiteti femminili in quanto tra i due ci sarebbe stato un rapporto omosessuale.
Gli egittologi Marc Gabolde e James Peter Allen esaminando alcuni oggetti provenienti dalla tomba di Tutankhamon che recavano il nome di Neferneferuaton, appellato come “desiderato/a da Akhenaton”, in origine erano iscritti come Akhet-en-hyes “utile al suo sposo”; mentre il primo epiteto potrebbe anche riferirsi a Smenkhara, il secondo, che parla di uno sposo, non può che riferirsi ad una donna.
Va detto inoltre che per quanto riguarda Merytaton il suo sesso è confermato dalle forme femminili presenti nel suo cartiglio e dal suo epiteto “Akhet-en-hyes” (Utile al Suo Sposo). Nella foto n. 4 sono riprodotti tre cartigli esplicativi. <<Ankheperura nella versione femminile (93, 94) e in quella maschile (95). 93: Ankheperura desiderata da Neferkheperura (Akhenaton). 94: Ankhteperura desiderata da Uaenra Akhenaton). 95: Ankheperura desiderato da Uaenra >>.
Che Smenkhara abbia sposato Merytaton non ci dovrebbero essere dubbi in quanto viene chiamato da Akhenaton “suo genero”, questo porterebbe a pensare che, almeno nell’ultima parte del suo regno sia stato nominato coreggente con il faraone. Unico indizio archeologicamente testato di cui disponiamo circa la durata del regno di Smenkhara è la data dell’anno 1 che compare su una giara di vino proveniente “dalla casa di Smenkhara”.
Secondo Aidan Dodson Smenkhara non avrebbe mai regnato ma sarebbe stato solo coreggente di Akhenaton a partire dal tredicesimo anno di regno di quest’ultimo. James Allen pensa che sia stato un effimero successore dell’altrettanto effimera Neferneferuaton (Merytaton). Altri ipotizzano che abbia regnato due o tre anni perché su alcune giare di vino trovate ad Amarna compare la dicitura “anno 2, “anno 3” sebbene il nome del faraone non compaia.
Capite in che terreno ci stiamo muovendo? Se poi ci rivolgiamo agli epitomi di Manetone la confusione nella conoscenza di questo periodo sale alle stelle, essi riportano che ad Akhenaton successe:
<<………sua figlia Achencheres per 12 anni e 1 mese, poi suo fratello Rathotis (che verrebbe associato a Tutankhamon) per 9 anni……..>>.
Secondo l’egittologo Marc Gabolde Achencheres sarebbe Neferneferuaton (Merytaton) e a causa di un errore di trascrizione sarebbero stati riportati 12 anni e 1 mese anziché 2 anni e 1 mese. In un simposio tenutosi al Metropolitan Museum of Art, venne affermato che:
<< Non esiste un consenso generale sull’ordine di successione di Neferneferuaton e Smenkhara. A causa della grave scarsità di prove che permettano di fissare le date dei loro regni con certezza, l’ordine di successione dipende dall’interpretazione soggettiva delle evidenze archeologiche conservatesi >>.
Bene, mentre questi due “effimeri sovrani” spariscono nel nulla, forse seguendo le sorti di Aketaton, qualcuno già pensava al dopo e si stava organizzando per lasciare la città e tornare a Tebe. Questo era Ay, un personaggio molto influente alla corte di Akhenaton, maestro dei cavalli imparentato con Nefertiti, alcuni pensano che fosse addirittura il padre. Da quello statista potentissimo che era, con un’esperienza di 25 anni riuscì a staccarsi dal credo di Aton divenendo il primo reggente al trono durante il regno di Tutankhamon, cosa che gli permise di succedere a quest’ultimo al momento della sua morte prematura.
Fonti e bibliografia:
Elio Moschetti, “Akhenaton storia di un’eresia”, Torino, Ananke, 2009
Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, La Spezia, Melita Edizioni, 1995
Alfred Heus et al., “I Propilei”, vol. I, Verona, Mondadori, 1980
Alan Gardine, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Franco Cimmino, “Akhenaton e Nefertiti, Storia dell’eresia amarniana”, Milano, Bompiani, 2002
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Aidan Dobson e Dyan Hilton, “The Complete Royal Families of Ancient Egypt”, Thames & Hudson, 2004
Cyril Aldred, “Akhenaton il Faraone del sole”, Newton & Compton, 1979
Idy fu un antico Egizio che visse durante il periodo della VI dinastia (ca 2305-2118 (+25) a.C.) ricoprendo l’incarico di nomarca. Potremmo associare questa funzionalità alla carica di governatore di un nomo o provincia. Nella sua tomba e con il suo corredo funerario si auto celebra anche con i titoli di “Tesoriere Reale” e “Sacerdote ritualista”.
Tra i reperti della sua sepoltura c’è un oggetto particolarmente curioso. Si tratta di un tavolo offertorio fatto in rame, quindi decisamente costoso. Il tavolo ha una forma particolare e su ben due lati assume il profilo del geroglifico ḥtp [hetep] che, appunto, significa “offerta”. Il tavolo è completamente accessoriato di tutto il vasellame necessario alla sua funzionalità e quindi è dotato di ben tredici diversi tipi di vasi per ogni tipologia di impiego, utili ad una corretta esecuzione dei riti offertori.
Sul profilo del mobile c’è un’iscrizione che ci parla del defunto.
Qual è la particolarità del tavolo? La fotografia ci tradisce. In realtà è molto piccolo. Non è un vero tavolo ma soltanto un … modellino. Si trova al British Museum di Londra e porta il numero di catalogo EA5315.
Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far pronunciare il geroglifico anche a chi, purtroppo per lui, non si è ancora messo a studiarlo!
Oggi vi porto indietro nel tempo ad Heracleion, nota anche come Thonis, una città dell’antico Egitto situata nel Delta del Nilo le cui rovine si trovano oggi sommerse nella baia di Abukir, a 2,5 km dalla costa.
La città si trovava in origine su una delle isole del Delta del Nilo, ed era attraversata da una rete di canali. Possedeva diversi ancoraggi ed un grande tempio dedicato a Khonsu, che i greci identificarono poi con Eracle. In tempi successivi, il culto di Amon divenne preminente.
I piloni del Tempio di Khonsu visti dalla piazza al suo esterno.
All’interno del cortile al Tempio di Khonsu.
Era anche il luogo della celebrazione dei Misteri di Osiride, che si compiva ogni anno durante il mese di khoiak. Il dio nella sua barca cerimoniale veniva portato in processione dal tempio cittadino di Amon fino al suo santuario a Canopo.
Heracleion prosperò particolarmente tra il VI ed il IV secolo a.C. come dimostrato da numerosi ritrovamenti archeologici: in questo periodo fu probabilmente il principale porto d’Egitto. Il faraone Nectanebo I, che regnò dal 380 al 362 a.C., ordinò molte aggiunte al tempio.
Tempio di Hapy a Thonis/Heracleion.
La città affondò nel VI o VII secolo d.C., probabilmente a causa di grandi terremoti e/o inondazioni.
Le rovine sommerse vennero infine individuate e riscoperte dall’archeologo subacqueo francese Franck Goddio nel 2000. Fino ad allora, gli studiosi non avevano la certezza che Heracleion e Thonis fossero un’unica città.
Colossi di Amon posti fuori dal Tempio che ospitava una parte interamente a lui dedicata.
Testimonianze Anteriori alla Riscoperta:
Fino a tempi assai recenti, la città di Heracleion era nota solamente da poche fonti letterarie ed epigrafiche.
Nel periodo greco le origini leggendarie di Heracleion venivano fatte risalire al XII secolo a.C.. Secondo la tradizione, Paride ed Elena vi rimasero bloccati durante la loro fuga da Menelao, prima che iniziasse la guerra di Troia. Inoltre, Eracle stesso avrebbe visitato la città, la quale avrebbe poi preso da lui il nome.
Un mercante al grande mercato di Thonis/Heracleion.
Tra le testimonianze storiche antiche, la città viene citata da Diodoro Siculo e Strabone, oltre che da Erodoto.
Una fonte riferisce che la città fosse un emporion, allo stesso modo della più famosa Naucratis.
Tra i reperti che la menzionano c’è la cosiddetta Stele di Naucratis, realizzata sotto Nectanebo I: nella stele si specifica che un decimo delle tasse d’importazione delle merci giunte a Thonis/Heracleion stava al santuario di Neith a Sais. Una copia identica di tale stele è stata ritrovata proprio nel sito subacqueo dove sorgeva Heracleion. Viene citata anche nel Decreto di Canopo, onorante da Tolomeo III.
Le case di Thonis/Heracleion.
Khonsu è una divinità egizia appartenente alla religione dell’antico Egitto, dio della luna, del tempo, della guarigione e della giovinezza. Il suo nome significa Viaggiatore e potrebbe riferirsi al viaggio della luna attraverso il cielo notturno. Era anche il dio che misurava il passare del tempo, caratteristica condivisa con l’altro dio lunare Thot: mentre quest’ultimo determinava il tempo in generale, Khonsu era legato al tempo degli uomini. Era inoltre parte della triade tebana insieme ad Amon e Mut di cui era considerato figlio.
Si riteneva che proteggesse coloro che viaggiavano di notte. Come dio della luce nella notte, Khonsu era invocato come protettore contro gli animali selvatici, oltreché come dio guaritore in generale. Gli egizi credevano che, quando Khonsu si produceva nella luna crescente, la potenza sessuale si incrementasse, le donne concepissero, le mandrie diventassero fertili e le narici e le gole si riempissero di aria pura.
I moli navali di Thonis/Heracleion.
Mentre numerose divinità, nel corso della storia egizia, furono fuse ad altri dei, Khonsu cominciò viceversa a essere adorato in molteplici aspetti, ad esempio Khonsu-Bambino e Khonsu-di-Tebe.
Un altro ruolo di Khonsu era quello di accompagnare il ba (anima) dei defunti nella duat (aldilà).
Un evento particolare della vita di questa regina – faraone è la rappresentazione della sua teogamia.
Hatshepsut, figlia del defunto Thutmose I, è sposa di Thutmose II e, quindi, è regina d’Egitto. Alla morte prematura del coniuge, padre di Thutmose III generato con una regina secondaria, diventa tutrice del nuovo re poiché è un fanciullo di circa sei anni. L’Egitto è, perciò, governato dalla coreggenza della matrigna Hatshepsut con il figliastro Thutmose III.
Volendo proseguire la sua permanenza sul trono, ma non essendo più la sposa del re in carica, decide di affermarne la miracolosa predestinazione. Dai Racconti di re Cheope deriva la mitologia del dio Ra che ingravida la sposa di un sacerdote di Ra facendole partorire i primi tre re della V dinastia. Da quel momento i re titoleranno il Quinto Protocollo Reale come Figlio di Ra. Hatshepsut, supportata dal clero amoniano di Karnak, replica l’unione carnale di un dio, questa volta Amon, con la Grande Sposa Reale Ahmose di Thutmose I per generare Hatshepsut stessa che, in questo modo, resterebbe sul trono d’Egitto per eredità divina. La nascita è raffigurata sulle pareti del tempio di Deir el Bahari.
COME FA L’AMORE UN DIO
Il dio Amon decide di procreare una figlia. Per far ciò ha bisogno di una regina. Perciò invia il dio Thot a prendere informazioni su di Ahmose, grande sposa del re Thutmose I. Questi ritorna dicendo che è una donna bellissima.
Nel rilievo epigrafico tratto dalla tavola 47 del volume 2 di Naville, si può vedere Thot che, per mano, accompagna di notte Amon nelle stanze private della regina. Poi lo lascia solo con lei che dorme.
Per non spaventarla Amon prende le sembianze del re e si avvicina ad Ahmose. Ma il profumo del dio è particolare ed è molto intenso. L’aroma si diffonde immediatamente nella stanza buia e la regina si sveglia.
Come al solito ho aggiunto la pronuncia secondo la codifica IPA in modo che anche coloro che non hanno studiato filologia egizia possano pronunciare la scrittura geroglifica.
UN’ANNUNCIAZIONE… EGIZIA
Il dio Amon, dopo aver ingravidato la regina, fa comunicare ad Ahmose il suo stato. L’incarico è dato a Thot, dio del linguaggio e della scrittura.
Quello a cui assistiamo è una vera e propria ANNUNCIAZIONE. Qui si tratta di quello che, tecnicamente, chiamiamo annunciazione muta, cioè non viene comunicato nulla di preciso a parole. E’ sufficiente, infatti, analizzare le figure. Thot è davanti alla regina con il braccio alzato per eloquenza, mentre Ahmose sembra irrigidita e sorpresa di quando Thot le sta rivelando.
Il testo di Thot, in realtà, potrebbe essere semplicemente andato perso. Infatti la colonna 1 è stata abrasa in precedenza ed è stata poi riscolpita con una didascalia amoniana che non è pertinente alla situazione. Anche le colonne 5 e 7 sono corrotte a metà e avrebbero potuto recare qualche testo dettagliato in merito all’annunciazione.
Qui vi riporto le colonne didascaliche di Ahmose (1, 2 e 3).
Il tema dell’Annunciazione non è una caratteristica della religione cristiana – cattolica. Come si è visto è molto più antico. C’è da specificare però che gli artisti europei ne hanno diversificato la rappresentazione. Gli storici dell’arte hanno assegnato a loro delle terminologie latine che provo ad illustrarvi con degli esempi.
Per tornare a Thot e ad Ahmose: quale secondo voi è la tipologia cristiana per la nostra annunciazione… egizia?
Per coloro che volessero affrontare questa stupenda GINNASTICA INTELLETTUALE non posso che consigliare il seguente strumentario pressoché completo:
Ignoriamo tutto, non esistono prove storiche o archeologiche che possano supportare le notizie che ci troviamo a leggere solo sulla Bibbia. Ignoriamo il secolo in cui si sarebbero svolti i fatti, ignoriamo perfino se davvero il popolo ebreo sia mai stato in Egitto. Più approfondisco le mie ricerche e più mi rendo conto che, praticamente privi di prove archeologiche o storiche, ciascuno scrive un po’ quello che immagina a seconda della propria interpretazione, alcuni arrampicandosi sui vetri per scovare un indizio che, magari un po’ forzato se non addirittura manipolato, possa confermare la sua tesi.
La realtà è che a tutt’oggi, al di fuori della fede religiosa, non esiste l’ombra di una prova, e ripeto, storica o archeologica, che ci permetta di confermare con assoluta certezza che sia mai avvenuta la discesa in Egitto del popolo ebraico ed il conseguente Esodo, almeno come viene raccontato nella Bibbia.
Prima di arrivare al nocciolo della questione, ovvero: “Gli ebrei sono stati realmente schiavi in Egitto? e “L’Esodo è avvenuto davvero come ce lo racconta la Bibbia?”, vorrei iniziare prendendo l’argomento un po’ alla larga. Non vorrei immergermi in una diatriba religiosa dalla quale non se ne esce più, ma per rispetto alla storia dell’antico Egitto, almeno come la conosciamo noi, vedrò di seguire le diverse ipotesi che fior di studiosi hanno formulato. Ci terrei però ad esprimere anche le mie opinioni in proposito (da profano) ma non privo della capacità di ragionare.
Quello che per me è un punto fondamentale è quello di stabilire innanzitutto “Chi erano gli Ebrei?”. Si può parlare di ebrei come popolo prima che Giosuè fondasse Gerusalemme? Se riusciamo a risolvere questo enigma dopo, forse, sarà tutto più facile.
L’Enciclopedia Treccani alla voce Ebrei specifica:
<< Persone appartenenti al “popolo” ebraico o comunque legate all’identità religiosa e storica israelitica. Il nome Ebrei, di origine incerta, entrò nell’uso comune attraverso la letteratura dell’età ellenistica per designare quel gruppo di tribù del Vicino Oriente antico apparse nella seconda metà del II millennio a.C. in Palestina, costituitesi in seguito in una entità politica e religiosa >>.
E’ qui sorge un’altra domanda: “Che cosa s’intende per popolo?”. Faccio ancora ricorso all’Enciclopedia Treccani che definisce Popolo:
<< Il complesso degli individui di uno stesso paese che, avendo origine, lingua, tradizioni religiose e culturali, istituti, leggi e ordinamenti comuni, sono costituiti in collettività etnica e nazionale, o formano comunque una nazione, indipendentemente dal fatto che l’unità e l’indipendenza politica siano state realizzate >>.
Bene a quanto risulta dalle testimonianze riportate nella Bibbia stessa, all’epoca della presunta discesa in Egitto e fino al successivo Esodo, non esisteva alcun complesso di individui accomunati dalla stessa fede religiosa o politica da potersi considerare “popolo ebraico”. Si può iniziare a parlare di un “popolo ebraico”, unito, però solo da un rapporto religioso anche se non ancora un’entità sovrana, solo al termine del presunto peregrinare attraverso il Sinai, quando Mosè riuscì finalmente ad affermare il Dio unico a coloro che lo seguivano (anche se in effetti coloro che lo seguivano erano ancora credenti in molti dei).
Molti studiosi sostengono che il termine “ebrei” lo si trova citato per la prima volta in un papiro risalente alla XIII dinastia e rinvenuto a Tebe, il cosiddetto “Papiro di Brooklin” n. 35.1446 nel quale viene riportato un lungo elenco di nomi di servitori della corte di Khutawy.
In esso si racconta che il visir Ankhu riceve in dono, per ordine del sovrano, del cibo da ripartire fra tutti i suoi collaboratori di molti dei quali vengono citati i nomi. L’interesse storico del papiro sta nel fatto che 45 nomi su 79, sono palesemente asiatici, cosa questa che confermerebbe la notevole presenza in Egitto di gente proveniente dalla Palestina prima ancora dell’invasione degli Hyksos. Privi di connotazioni etniche comuni e senza linguaggio comune; i loro nomi personali denunciavano una provenienza semitica, ma anche hurrita o indo-europea. Mi pare ovvio supporre che in Egitto dimorassero popolazioni di origine palestinese, siriana o cananea.
Nel papiro si parla inoltre della presenza di Hapiru (o Habiru o Apiru), nome principalmente usato nel II millennio a.C. per identificare gruppi di persone appartenenti ad una classe sociale inferiore, che vivevano ai margini della società. Un’altra citazione degli “Apiru” la troviamo su di una scena parietale, rinvenuta durante gli scavi di un monumento egizio risalente all’epoca della regina Hatshepsut e Tutmosi III (1470 a.C. circa). In essa sono rappresentati uomini che lavorano ad un pigiatoio per il vino. La didascalia sotto l’immagine porta scritto: “Estrazione del vino degli Apiru”.
Gli Apiru sono inoltre citati in una lettera presente sul Papiro di Leiden, risalente all’epoca di Ramesse II (1250 a.C. circa), dove vengono impartite le seguenti disposizioni:
“…….distribuire grano agli uomini dell’esercito e agli Apiru che trainano la pietra per il grande pilone di Ramses II…….”.
Come specificato in precedenza, molti studiosi hanno ritenuto di associare il termine Apiru o Habiru o Hapiru con Ebrei; questo in virtù di una presunta assonanza che passa attraverso il termine “Ivri” (o evriu) da cui Ebrei. Io penso che già non sappiamo di preciso come, a quei tempi, venisse pronunciata oralmente la parola Apiru, e forse neppure la parola Ebrei, che caso mai l’assonanza la intuiamo solo oggi.
L’argomento che stiamo affrontando è estremamente delicato per l’importanza che riveste nei confronti delle tre religioni monoteiste, Ebraismo, Cristianesimo e Islam. Lungi da me l’idea di scoprire se la Bibbia, o meglio, l’Antico Testamento (Pentateuco), rappresenta un testo sacro storico-religioso o se in esso siano contenuti miti e leggende provenienti da un lontano passato e comuni a diverse antiche culture mediorientali. In linea di massima la maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che i testi biblici furono scritti a partire dal VII secolo a.C. anche se le date esatte della compilazione di queste scritture restano a tutt’oggi fonte di interrogativi.
Secondo alcuni studiosi la Bibbia, o almeno gran parte di essa, sarebbe stata composta durante il periodo successivo all’esilio babilonese (587 – 539 a.C.) e potrebbe rappresentare la base su cui un popolo oppresso intendeva affermare una propria identità storica e religiosa dopo oltre mezzo secolo di esilio.
Secondo il professor Eliezer Piasetzky, l’alfabetizzazione presente nelle fasi terminali del Regno di Giuda (600 a.C.), sarebbe stata tale da costituire il primo passo verso la redazione di molti scritti veterotestamentari. Sicuramente ci troviamo di fronte a successive riscritture di testi molto più antichi dai quali gli autori (quaranta secondo alcuni), hanno attinto, ma soprattutto a racconti e tradizioni tramandate più che altro oralmente dal popolo e solo più tardi, quando, in seguito all’“Editto di Ciro” (Esdra: 6:3-5), gli ebrei poterono tornare a Gerusalemme, i vari testi furono riuniti in libri ai quali fu dato un titolo ed in seguito integrati in quella che sarà la Bibbia.
Possiamo anche pensare che durante la cacciata degli Hyksos un gruppo, secondo alcuni sarebbero i famosi Hapiru (o Habiru), abbia scelto di andarsene per proprio conto senza seguire gli altri asiatici seguendo un personaggio di spicco tra di loro (Mosè?), il quale si era creato un unico Dio (chissà perche?) ed in suo nome abbia promesso ai suoi seguaci di portarli in una fantomatica “Terra Promessa”. La Bibbia stessa ci dice che i seguaci di Mosè non erano fedeli a quel Dio che veniva imposto loro e che loro manco ne avevano mai sentito parlare. Ma allora perché girovagare per 40 anni nel deserto del Sinai? Sempre la Bibbia ci dice che gli “Israeliti” non obbedirono al Dio di Mosè e infransero spesso i suoi comandamenti, furono perciò puniti con 40 anni di peregrinazione prima di giungere nella Terra Promessa.
La vicenda del Patriarca legislatore che attraversa il Mar Rosso, si dirige a sud nel Sinai dove vaga per 40 anni e riceve le tavole della Legge dal suo Dio, si può includere nel mito, sacro e nobile, della narrazione biblica. La quale narrazione biblica ci presenta una delle tante contraddizioni, ci descrive il Monte Sinai non in Sinai ma in Arabia.
<<………ora questa Agar significa il Sinai, un monte nell’Arabia, e corrisponde alla Gerusalemme d’oggi………>> (Galati, 4:25).
Questa è la teoria che colloca l’Esodo in concomitanza con la cacciata degli Hyksos, condivisibile? Personalmente la ritengo poco probabile.
Proviamo ora a guardare la vicenda da un altro punto di vista. Con Amenhotep III avviene il primo distacco vero e proprio della casa regnante dal centro cultuale per eccellenza del dio Amon a Karnak, il sovrano infatti fece costruire una nuova reggia oltre il Nilo, a Malqata, dove fece costruire anche il suo complesso funerario del quale oggi rimangono solo più gli enormi Colossi di Memmone.
Questo allontanò ulteriormente la casa reale dalle interferenze dei sacerdoti del dio Amon i quali erano sempre più invadenti verso il potere politico del sovrano. Come abbiamo accennato in precedenza, già con Thutmosi IV iniziarono ad affermarsi nuove idee e proposte religiose dal contenuto spirituale e sociale profondamente innovativo, si nota un certo distacco dal culto di Amon in favore di quello che con Akhenaton troverà una piena affermazione, Aton, ovvero il “disco solare”.
Il padre della psicanalisi, Sigmund Freud scrive in proposito:
<< Il credo ebraico, come è noto, recita “Shemà Israel Adonai Elohenu Adonai Ehad”. Se la somiglianza del nome dell’egizio Aton alla parola ebraica Adonai e al nome divino siriaco Adonis non è casuale, ma proviene da una vetusta unità di linguaggio e significato, così si potrebbe tradurre la formula ebraica: “Ascolta Israele il nostro Dio Aton (Adonai) è l’unico Dio”. >>.
Particolarmente evidente è la forte influenza della cultura e della religione enoteistica del dio Aton (Adonai per gli “ebrei”) sulla cultura ebraica ed il suo monoteismo (notare però che Adonai è plurale e significa “Miei Signori”).
Importante notare che non esiste alcuna rappresentazione antropomorfa di Aton. Il pensiero vola alla Bibbia:
<<………Non ti farai immagine scolpita, ne forma simile ad alcuna cosa che è lassù nel cielo………>> (Es. 20:4).
Cogliendo le somiglianze tra la visione religiosa del faraone eretico e gli insegnamenti di Mosè, Sigmund Freud è stato il primo a sostenere che Mosè era in realtà un egiziano. Ora Ahmed Osman, con recenti scoperte archeologiche e documenti storici, sostiene che Akhenaton e Mosè fossero la stessa persona. In una splendida rivisitazione della storia dell’Esodo, Osman dettaglia gli eventi della vita di Mosè/Akhenaton:
<<……….è stato allevato da parenti israeliti, ha governato l’Egitto per diciassette anni, fatto arrabbiare molti dei suoi sudditi, sostituendo il tradizionale pantheon egizio con il culto di Aton, ed è stato costretto ad abdicare al trono. Ritirandosi nel Sinai con i suoi sostenitori egiziani e israeliti, è morto fuori dalla vista dei suoi seguaci, presumibilmente per mano di Seti I, dopo un fallito tentativo di riconquistare il suo trono >>.
Un po di fantasia non guasta mai. Oltre Freud, anche gli egittologi Arthur Weigall e Jan Assmann, dell’Università di Costanza, e molti altri hanno posto in evidenza le numerose analogie tra Mosè, adoratore di Adonai e Akhenaton adoratore di Aton.
Un’ulteriore analogia la troviamo nelle moltissime similitudini tra “L’Inno ad Aton”, scritto sulle pareti della tomba inutilizzata del visir Ay, con quelle contenute nel Salmo biblico n. 104. La tesi secondo cui Mosè sarebbe lo stesso Akhenaton è però contestata da molti i quali affermano che il faraone sarebbe morto in Egitto prima dell’eventuale Esodo. A questo punto si potrebbe ipotizzare che Mosè sia stato un seguace di Akhenaton, fedele all’Aton, e che, con il fallimento della rivoluzione religiosa e la probabile persecuzione contro i fedeli atoniani da parte del clero di Amon abbia deciso di scappare dall’Egitto con i suoi adepti.
Mosé, secondo gli antichi egizi significava “figlio di” poi la tradizione ebraica lo ha fatto derivare dal termine “Masciah” che significa “salvato dalle acque”; secondo i più si tratta di un nome decisamente egiziano che diversi faraoni portarono. Mosè quindi deve aver vissuto fin dall’inizio la deriva in favore del culto atoniano e l’educazione che ricevette nella corte del faraone fu tale per cui venne iniziato al culto di Aton. Nato probabilmente sotto Amenhotep III divenne poi un cortigiano di Akhenaton e come lui seguace del culto di Aton. D’altronde la Bibbia, nella Genesi, parla sempre di un dio che non è conosciuto da tutti, egli è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e, anche di Giuseppe, sono loro che parlano con il dio, il popolo non viene mai coinvolto se non per interposta persona.
Con la morte di Giuseppe cala il silenzio, un silenzio che dura fino all’avvento della schiavitù ad opera del faraone:
<<……..che non aveva conosciuto Giuseppe………>> (Es. 1:8).
Da quel momento gli ebrei sarebbero diventati schiavi in Egitto. In Genesi 15:13, Dio dice ad Abramo:
<< …….i tuoi discendenti dimoreranno come stranieri in un paese che non sarà loro: saranno fatti schiavi e saranno oppressi per 400 anni……>>,
cosa che viene confermata dallo stesso Mosè in Esodo 12:40-41 quando afferma:
<<…….i figli di Israele abitarono in Egitto per quattrocentotrent’anni……>>.
A questo punto possiamo immaginare che dopo quattro secoli qualcuno ancora si ricorda del dio di Abramo? Tanto meno Mosè che, indipendentemente da come si vuol considerare la sua nascita, è a tutti gli effetti un egiziano e come tale la sua vita si svolge alla corte del faraone.
Manetone scrive che Mosè divenne sacerdote del Sole in Egitto per un periodo di tredici anni. In realtà egli parla di una figura semi leggendaria che chiama Osarseph (altro nome di Mosè secondo Manetone, il quale specifica che tale nome deriva da Osiride e che la parte finale seph è una variante di Seth). Anche Giuseppe Flavio, nel suo “Contra Apione” associa Osarseph al profeta ebraico affermando che fu un alto sacerdote del clero di Osiride della città di Eliopoli durante il regno del faraone Amenhotep senza precisare quale.
Forse non è errato pensare che la figura di Mosè, magari non proprio come lo descrive la Bibbia, sia realmente esistita. Indipendentemente dalla sua nascita ed infanzia quale gli viene attribuita nella Bibbia, Mosè visse presso la corte del faraone e:
<<……istruito in tutta la sapienza degli egiziani. Infatti era potente in parole e in opere……>> (Atti 7:22).
Manetone parla di lui citandolo come Osarseph che Giuseppe Flavio, nel suo “Contra Apione”, in seguito associa ad un alto sacerdote del clero di Osiride. Sempre Giuseppe Flavio, nelle “Antiquitates Iudaicae”, aggiunge che Mosè fu mandato dallo stesso faraone a guidare l’esercito egiziano contro gli etiopi, che erano avanzati da sud impossessandosi di molte città, per cui divenne un potente generale dell’esercito egiziano.
Di lui la Bibbia dice che, seppur formatosi presso la famiglia reale, ad un certo punto non condivise più i metodi disumani coi quali venivano trattati gli ebrei “schiavi” e decise di aiutarli ad uscire da quella situazione. Fin qui il racconto della Bibbia e di alcuni storici antichi dei quali non si nutre piena fiducia.
Ma vediamo prima quando Giuseppe e con lui Giacobbe (Israele) sarebbero scesi in Egitto. Come ho detto in precedenza Dio dice ad Abramo che i suoi discendenti:
<<…….saranno fatti schiavi e saranno oppressi per 400 anni……>> (Gen. 15:13).
Datando il regno del faraone Akhenaton intorno al 1350 a.C. e quello di Ramses al 1280 a.C. in tutti e due i casi risalendo di 400 anni ci troviamo agli inizi dell’invasione degli Hyksos circa il 1720 a.C.. Questo ci porterebbe a pensare che Giuseppe sia stato, come asseriscono alcuni, un principe semita, sceso in Egitto con gli Hyksos dove poi si sarebbe stabilito con la sua gente. Questo ci porterebbe a scartare l’ipotesi che porrebbe l’Esodo al tempo della cacciata degli Hyksos avvenuta intorno al 1530 a.C.
Ad esclusione della Bibbia nulla ci dice quali furono i faraoni coinvolti nella vicenda della riduzione in schiavitù del popolo ebraico. L’unico nome riconducibile ad un faraone egizio è quello di Ramses quando vengono citate le città che gli ebrei avrebbero costruito:
<<…….ed edificarono città come luoghi da magazzini per faraone, cioè Pitom e Raamses…….>> (Es. 1:11).
Stando alla Bibbia dunque, il faraone che: <<……..non aveva conosciuto Giuseppe……..>> (Es. 1:8), e che quindi ridusse in schiavitù gli ebrei sarebbe Ramses II.
Qui però sorgono delle contraddizioni, l’antica città di Pitom (in egiziano Pi-Atum, “casa di Atum”), che si trova nella zona dei Laghi Amari nel Delta orientale del Nilo, era già stata costruita durante il regno del faraone Horemheb, predecessore di Ramses I (nonno di Ramses II), la città non subì modifiche in seguito. Pi-Ramses, capitale dell’antico Egitto durante tutto il periodo ramesside è un’antica città perduta il cui nome significa letteralmente “Casa di Ramses”. In seguito a recenti rilevamenti si è potuto stabilire che doveva trovarsi presso un ramo del Nilo oggi del tutto scomparso nel Delta, si troverebbe nei pressi dell’odierno villaggio di Kathana-Qantir a circa 100 chilometri dal Cairo.
Pi-Ramses fu edificata sotto il controllo di Paramses, visir di Horemheb, che poi salirà al trono con il nome di Ramses I, in seguito verrà ampliata sotto Seti I ed arriverà ad inglobare il tempio del dio Seth sulle antiche rovine di Avaris, ex capitale degli Hyksos occupata da popolazioni di Habiru provenienti dalla terra di Canaan. La città fu del tutto abbandonata agli inizi della XX dinastia quando il ramo del Delta si prosciugò e tutte le pietre e le statue delle divinità furono spostate nella nuova capitale Tanis che si trova più a nord.
I riscontri archeologici non ci parlano mai di una massa così consistente di schiavi presenti in Egitto, e di questo ne abbiamo parlato in molte occasioni. La Bibbia invece tende a rimarcare la condizione di schiavitù cui sarebbe stato sottoposto il popolo d’Israele:
<< ………gli egiziani resero i figli d’Israele schiavi……la dura schiavitù alla malta d’argilla……con ogni forma di schiavitù nel campo, si, ogni loro forma di schiavitù nella quale li impiegavano come schiavi sotto la tirannia……>> (Es. 1:13,14).
Non ci viene in aiuto neppure un testo inciso su di una stele, la “Stele di Merenptah” che descrive, tra l’altro, l’esito vittorioso di una spedizione militare condotta da Merenptah, figlio di Ramses II, verso la terra di Canaan.
Tra i popoli e le città sconfitti viene citato:
<<……Ysrir è desolata e non ha più seme……>>,
molti studiosi moderni avrebbero identificato Ysrir con Israele. Si tratterebbe pertanto della prima testimonianza storica extrabiblica relativa al popolo ebraico.
Ma se l’interpretazione è corretta sorge un’altra contraddizione. Ramses II regnò intorno al 1279-1212 a.C., ipotizzando che l’Esodo degli ebrei, impegnati a costruire le sue città (!), sia avvenuto verso la fine del suo regno e che la spedizione militare di Merenptah si sia verificata verso la metà del suo regno, che durò una decina d’anni, è praticamente impossibile che gli israeliti si trovassero già a Canaan perché, come dice la Bibbia vagarono nel deserto del Sinai per 40 anni. A fronte di tutte queste contraddizioni proviamo ora a collocare l’Esodo un po’ prima negli anni, magari al tempo di Akhenaton.
CHI ERA MOSE’?
Penso che, nonostante le molte contraddizioni ed inesattezze storiche e bibliche, un personaggio quale Mosè deve essere sicuramente esistito. Secondo alcuni Mosè altri non era se non lo stesso Akhenaton. L’identificazione del faraone ribelle Akhenaton col Mosè biblico dell’esodo ebraico, appare estremamente logica. Sono infatti facilmente rintracciabili le numerose analogie storiche, circostanziali e cronologiche tra i due personaggi. Particolarmente evidente è la forte influenza della cultura e della religione enoteistica del dio Aton (Adonai per gli “ebrei”) sulla cultura ebraica ed il suo monoteismo. La cosa potrebbe essere verosimile poiché non si sa più nulla di lui da un certo periodo in poi, la damnatio memoriae cui fu soggetto, principalmente durante il regno del faraone Horemheb fu talmente meticolosa da cancellare quasi completamente il suo ricordo.
Arriviamo dunque al momento in cui Akhenaton prende coscienza che l’opposizione nel paese, sobillata soprattutto dal clero di Amon, si fa sempre più forte assumendo anche caratteri di rivolta. Come abbiamo già detto in Egitto e parte del Medio Oriente, pare si sia verificata un’epidemia molto grave la cui natura resta in gran parte sconosciuta. Forse proprio a causa di questa epidemia nella famiglia reale avvennero molte morti, dapprima la regina madre Tiy (intorno al 13º anno di regno) seguita dopo poco dalle giovanissime principesse Setepenra e Neferneferura. Queste morti furono precedute, intorno al 12º anno di regno, dalla morte della secondogenita, Maketaton (morta forse di parto). Tutti questi lutti dovettero colpire duramente il sovrano già provato dalla delusione dovuta alla consapevolezza dell’ormai imminente fallimento del suo culto atoniano. A complicare ulteriormente le cose pare che intorno al dodicesimo anno di regno, la sposa reale Nefertiti esca di scena, di lei non si sa più nulla, secondo alcuni cadde in disgrazia, ma potrebbe anche essere morta. In un edificio situato a sud della città di Akhetaton, detto Maruaten, il nome di Nefertiti è stato cancellato ed al suo posto compare quello della figlia maggiore Merytamun che pare sia poi andata sposa a Smenkhara, successore di Akhenaton.
In una tomba di Amarna Akhenaton e Nefertiti sono rappresentati insieme mentre offrono dell’oro al defunto ma inspiegabilmente al posto dei loro cartigli compaiono quelli di Smenkhara e Merytamun, questo porterebbe a pensare che Akhenaton non era più presente ad Akhetaton prima che il nuovo faraone lasciasse Amarna per Tebe. A questo punto non ci sono che due spiegazioni, o Akhenaton era morto oppure aveva già lasciato Amarna con i suoi seguaci per dirigersi in Palestina sotto le spoglie di Mosè.
Secondo altri studiosi Akhenaton morì intorno al suo diciassettesimo allo di regno ma Akhetaton non fu abbandonata subito, a succedere al trono salì dunque Smenkhara, sarà lui a lasciare Amarna abbandonando l’eresia dell’Aton. Una testimonianza ci arriva da un graffito in ieratico trovato a Qurna e risalente al terzo anno di regno di Smenkhara dove un certo Pwah innalza un inno al dio ancestrale:
<<……scriba delle offerte di Amon nel palazzo di Ankhkeprure (prenome di Smenkhara) a Tebe…..>>.
E’ evidente che l’eresia era già stata abbandonata. Certo Akhenaton potrebbe essere morto ma non dimentichiamo il generale Thutmose che Manetone cita come Osarseph ripreso anche da Giuseppe Flavio nel suo “Contra Apione”. Nato forse durante il regno di Amenhotep III o addirittura di Thutmosi IV, con molta probabilità da genitori egiziani facenti parte della corte se non addirittura da una sposa secondaria di uno dei due faraoni citati sopra, [Thut] Mose fu partecipe a pieno titolo della vita di corte e con questa condivise le nuove tendenze religiose ormai orientate verso l’Aton. Quasi certamente affiancò Amenhotep IV nella sua rivoluzione religiosa, che porterà il faraone a mutare il suo nome in Akhenaton, e con lui partecipò alle sorti dell’Egitto incluso il trasferimento della capitale ad Akhetaton.
Come abbiamo già accennato in precedenza Flavio Giuseppe, nelle “Antiquitates Iudaicae”, identifica Mosè con il generale Thutmose, a parziale conferma di ciò, su vari testi egiziani è attestato che il faraone Akhenaton fece sedare un’insurrezione nubiana, nell’odierno Sudan e questo avvenne nel suo dodicesimo anno di regno, a guidarla fu il generale Thutmose. Possiamo quindi immaginare una collaborazione molto stretta fra il faraone e Mosè entrambi adoratori dell’Aton.
Alla morte di Akhenaton sale al trono Smenkhara che cede al clero di Amon e cancella l’eresia atoniana. Mosè raccoglie i seguaci di Aton e con essi parte per cercare una nuova terra dove professare il suo credo. Certo non erano molti come ci racconta la Bibbia:
<<……i figli d’Israele partivano da Ramses per Succot in numero di seicentomila……>> (Es. 12:37).
Coloro che seguirono Mosè non erano quindi gli schiavi biblici bensì normali cittadini di Amarna, magari pure benestanti, che se ne andavano portandosi dietro tutti i loro averi, oro, argento, gioielli e vestiti oltre a rifornimenti per il viaggio. Non credo che se si fosse trattato di schiavi, liberati dal faraone dopo le dieci piaghe, questi gli avrebbe pure dato:
<<……oggetti d’argento e oggetti d’oro e mantelli……ed essi spogliarono gli egiziani……>> (Es. 12:35,36).
Certamente Mosè si vide costretto a cambiare qualcosa del credo atoniano, in quanto enoteista il credo ammetteva la presenza, seppur marginale di altri dei, prima fra tutti la Maat. Mosè fonda perciò un nuovo credo, monoteista, che vede un unico dio che non ha nome:
<<……Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dèi al di fronte a me…….non ti farai idolo né immagine scolpita di ciò che è lassù nel cielo……>> (Es. 20:2,3,4).
Riguardo a quest’ultima parte viene solo ribadito quello che già esisteva nel credo dell’Aton infatti non esiste alcuna rappresentazione antropomorfa del dio atoniano, Aton rappresenta solo il disco solare.
Un’ultima considerazione che mi pare doveroso fare perché ci troveremo tra poco a dover affrontare è che, mentre tutto ciò che riguardava Amarna per quanto possibile fu cancellato dalla damnatio memoriae, così come i personaggi che non seguirono Mosè ma che erano coinvolti nell’amministrazione, un personaggio molto influente alla corte di Akhenaton non solo mantenne la sua posizione ma la migliorò diventando in seguito faraone, fu il maestro dei cavalli Ay, forse per il fatto di essere imparentato con la regina e, come tale, avere una grande influenza negli affari di stato in quanto il faraone che seguirà Smenkhara, ovvero Tutankhamon, era ancora un fanciullo.
Fonti e bibliografia:
Sigmund Freud, “L’uomo Mosè e la religione monoteistica”, Bollati Boringhieri, Torino 2002.
Johannes Lehmann, “Mosè l’egiziano” Garzanti, Milano 1987
Flavio Barbero, “La Bibbia senza segreti”, Grosseto : Magazzinidelcaos, 2008
Giovanni Garbini, “Storia e ideologia nell’Israele antico”, Brescia, 1986
Edda Bresciani, “Letteratura e poesia dell’Antico Egitto”, Torino, Einaudi, 1969
Pietro Rossano ed altri, “Nuovo Dizionario di Teologia Biblica”, Milano, edizioni Paoline, 1996
Martin McNamara, “I Targum e il Nuovo Testamento”, Bologna, 1978
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, 2003
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, 1961
Mario Liverani, “Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele”, Roma-Bari, Laterza, 2003
Werner Keller, “La Bibbia aveva ragione”, Garzanti, 1956
Carlos Alberto Bisceglia, “Alla ricerca del libro di Yahweh”, Cassandra 2, 2019
Nel rispetto della correttezza storica dobbiamo dire che il vero erede al trono, alla morte di Amenhotep III, era il figlio primogenito del sovrano e della Grande Sposa Reale Tiye, Thutmosi, successore designato dallo stesso faraone. quel poco che si sa di lui è che morì giovane in circostanze piuttosto oscure intorno al trentesimo anno di regno del padre.
Amenhotep IV sale dunque al trono nei primi giorni di “tybi”, primo mese della stagione di “peret”. Nonostante sia stato oggetto di una “damnatio memoriae” che non ha eguali a causa della sua rivoluzione che toccò non solo la religione ma ogni espressione artistica e culturale che si protraeva da oltre un millennio e mezzo, rompendo con l’ormai tradizionale stile di vita del popolo egizio, di lui conosciamo parecchio. La sua figura così originale e rivoluzionaria ha suscitato grande interesse negli studiosi e non solo perché fu faraone d’Egitto ma per il ruolo che ha avuto sia nella società del suo tempo che nella religione, e non parlo solo della religione dell’antico Egitto, le implicazioni del suo pseudo monoteismo precorrono i tempi delle attuali religioni monoteistiche. Freud vide in lui il mentore di Mosè e l’ispiratore del monoteismo ebraico. Secondo alcuni, che non condivido, è visto come la vittima dell’Esodo, per altri come un oppressore o un fanatico. Non condivido alcuna di queste opinioni, solo un soggetto eccezionale poteva dare origine ad una visione così diversa ed in un certo senso persino moderna del mondo che ci circonda.
In lui non c’è più nulla del sovrano guerriero, conquistatore e massacratore dei suoi nemici, dell’essere superiore e divino che si rivolge alle divinità come ai propri simili. Ora il sovrano è innanzitutto un uomo, un poeta che scrive inni che anticipano i salmi di Davide, un uomo che si fa rappresentare come un comune mortale, seppur grottesco, come un marito e padre affettuoso che sorregge tra le braccia i propri figli. Certo che un personaggio simile, oggetto della peggiore damnatio memoriae, ignorato da tutte liste reali, sparì completamente dalla storia egizia finché non fu scoperto, nel XIX secolo il sito archeologico di Amarna dove Amenhotep IV, che cambiò il suo nome in quello di Akhenaton (colui che compie il volere di Aton) , aveva fondato la sua nuova capitale Akhetaton (Orizzonte di Aton).
La sua stessa moglie, Nefertiti è famosa al pari di lui, noi la conosciamo per la bellezza che traspare dal suo busto, oggi conservato al Neues Museum di Berlino, che si pensa la rappresenti. La regina appare sempre con la sua elegante figura al fianco del marito in scene domestiche mentre gioca con le figliolette o mentre, col marito sfila con grande eleganza sul cocchio reale. Molte sono le scene che raffigurano la famiglia reale nell’intimità quotidiana con la fedele moglie che riempie di vino il boccale del sovrano.
Le scene che rappresentano Akhenaton e Nefertiti ci sorprendono per il loro realismo come una fedele rappresentazione di felicità coniugale. Certo che i faraoni ebbero più mogli ma quello che distingue la Grande Sposa Reale di Akhenaton è l’amore che il sovrano prova per lei.
Su di una grande stele confinaria della nuova città di Akhetaton così il re descrive sua moglie:
<<…….amabile nel volto, gioiosa con la Doppia Piuma, signora della felicità, favotita dalla benevolenza, nell’udire la sua voce si prova la felicità, signora della grazia, grande di amore, la cui indole conforta il Signore delle Due Terre……..>>.
Innegabile l’amore per le figlie, che nell’Egitto faraonico non si riscontrano eguali, sempre in compagnia dei genitori. Le scene che si presentano ai nostri occhi e che ci parlano della vita di questo faraone compaiono su vari monumenti al punto che parecchi scrittori e studiosi contemporanei lo considerano il più moderno ed il più comprensibile di tutti quegli antichi faraoni-dei che lo hanno preceduto.
Una simile figura non può non piacere, nonostante l’abisso di tempo che ci separa, Akhenaton ha entusiasmato generazioni di egittologi, James Henry Breasted ebbe a scrivere:
<<…Con lui morì uno spirito quale il mondo non aveva mai veduto prima……..che si discosta da una lunga serie di faraoni convenzionali e incolori per disseminare idee troppo al di là e al di sopra della possibilità di comprensione del tempo in cui visse…>>.
Un tale entusiasmo espresso da un’autorità così eminente non può che coinvolgere altri nel giudizio. Arthur Weigall, egittologo inglese ne condivise le opinioni:
<<………Per una volta noi possiamo scrutare dritto nella mente di un sovrano dell’Egitto e vedervi qualcosa di quello che vi si agita……..tutto è degno di ammirazione……..>>.
In tempi più moderni si è affermata la tendenza a ridimensionare la figura di Akhenaton riducendone la fisionomia in modo meno attraente conformandola al solo aspetto religioso. Senz’altro è questo l’aspetto che più ispira la sua figura ma non sempre, e non da tutti, considerata nel modo corretto.
Si parla di Akhenaton come di colui che ha ispirato il monoteismo, niente di più errato. Per monoteismo, dal greco “monos” unico, solo e “theos” dio, si intende che esista un solo dio universale, che sta al di sopra di tutto, lui solo è da adorare. Quello di Akhenaton è invece una forma ibrida che lo storico delle religioni Friedrich Maximilian Müller ha coniato per definire coloro che adorano una divinità, invocandola e celebrandola come unica senza per questo avere una vera e propria concezione monoteistica. Si tratta di una finezza concettuale che parrebbe non trovare conferma nella rivoluzione religiosa intrappresa dal “faraone eretico” che sradicò il culto degli altri dei imponendo il culto di Aton, ma vedremo che non è così.
Aton non è il dio stesso ma l’iconografia del disco solare, la rappresentazione del dio sole Ra e veniva adorato come creatore di tutte le cose, come colui che provvedeva ai bisogni di tutte le creature con i suoi raggi benefici che davano vita alla sola famiglia reale, era poi compito del suo intermediario in terra, il faraone, trasmettere i benefici a tutto il popolo che si sottometteva al dio Aton. Le manifestazioni dell’Aton avvenivano di giorno quando esso splendeva in cielo, allora gli umani potevano aspirare al successo o alla perfezione, la notte, priva dello splendore dell’Aton era da temere.
Amenhotep IV sale al trono che fu del padre, le notizie più autorevoli che possediamo al riguardo ci provengono dalla corrispondenza minutamente documentata nell’archivio di Amarna dove si custodivano le famose tavolette, ovvero la corrispondenza tenuta dai sovrani egizi a partire da Amenhotep III fino al primo anno di regno di Tutankhamon.
In un primo tempo Amenhotep IV adorava ancora Amon-Ra, sappiamo che fino al suo quarto anno di regno il primo profeta di Amon era ancora nel pieno delle sue funzioni. Nelle cave di arenaria di Gebel Silsila, su di una stele il faraone compare in atto di adorare Amon-Ra e l’iscrizione che accompagna la sua figura ci rivela che il re, appare ancora sotto la tutela di Amon, nel testo il re si definisce come “il primo Hem-netjer” della divinità, ossia come il:
<< Primo profeta di Ra-Horakhti che esalta all’orizzonte nel suo nome la luce solare [Shu] che è Aton >>.
Dall’iscrizione si può dedurre che in questo periodo non vi fosse ancora una completa rigidità nell’utilizzo del nome Aton. L’immagine del sovrano è rivolta ad Amon e su di essa compare la scritta:
<<Il re dell’Alto e del Basso Egitto, [Neferkheperu]ra [Uaenra], il figlio di Ra, del suo corpo, Amenhotep, la cui durata di vita è grande >>, mentre sull’immagine del dio è scritto: << Parole da recitare da parte di Amon-Ra, il re degli dei: [io ti ho dato] vita, stabilità e dominio>>.
Da notare che nella stele di Gebel Silsila non è rappresentato Ra-Horakhty bensì lo stesso Amon e che Amenhotep IV si definisca come suo “amato”, questo ci porta a concludere che, almeno all’inizio del suo regno, il faraone ammettesse la coesistenza pacifica del nuovo culto con quello del dio di Tebe.
Non ci è dato a sapere come il clero di Amon accettasse l’insolita assunzione da parte del re del titolo di sommo sacerdote ma sicuramente non bene. Quando Amenhotep IV salì al trono l’impero egizio, costruito dai grandi faraoni guerrieri precedenti, si trovava in una difficile situazione. I fedeli alleati Mitanni erano continuamente sottoposti alle scorribande dei loro vicini di Hatti che fomentavano rivolte anche presso gli stati vassalli della Siria. Tanto per completare il quadro i predoni Hapiru scorrazzavano per la Siria creando disordini ovunque.
Quindi era il caso che in Egitto tornasse un faraone forte come i precedenti, che marciasse con il suo esercito, spingendosi fin dentro l’Asia, per domare le insurrezioni e riportare l’ordine precedente. Purtroppo quel faraone non era Amenhotep IV, i suoi consiglieri erano sua madre Tiye e sua moglie Nefertiti che non condividevano idee di guerra. Il sovrano, incurante delle questioni belliche, si immergeva sempre più nella sua teologia filosofeggiante.
La sua visione era quella di un regno permeato dalla fede in un dio universale che doveva troneggiare su tutta la terra e non solo sull’Egitto, il Sole, l’Aton. Amenhotep IV si dedicò ad elaborare una serie di progetti architettonici, fece decorare l’ingresso meridionale del recinto del tempio di Amon-Ra dove vennero rappresentate scene di adorazione del dio solare Ra-Horakhty.
Ordinò la costruzione di un grande complesso nella zona orientale di Karnak dedicato all’Aton che chiamò “Gempaaton” (Aton è stato trovato). Il complesso sii componeva di una serie di costruzioni tra cui un palazzo ed un edificio chiamato “Hwt Benben” (Palazzo della Pietra Benben) che dedico alla moglie Nefertiti. La sua smania architettonica si affermò anche nella costruzione di altri due edifici presso il Nono pilone del tempio di Karnak, edifici che vennero chiamati “Rud-menu” e “Teni-menu”.
Con il nome di Amenhotep IV il sovrano compare ancora in alcune tombe di nobili a Tebe, la TT192 di Kheruef, la TT188 di Parennefer dove Amenhotep IV e Nefertiti compaiono assisi in trono con il disco dell’Aton sulle loro teste, nella TT55 di Ramose lo troviamo sulla parete occidentale rappresentato secondo lo stile tradizionale, assiso in trono mentre al suo cospetto compare Ramose. Sulla parete di fronte è rappresentata la coppia reale, Amenhotep IV e Nefertiti, affacciati alla finestra delle apparizioni, sulle loro figure spicca l’Aton nella sua forma di disco solare.
Le ultime volte che troviamo il faraone con il nome di Amenhotep IV è su due lettere, scoperte a Gurob, che il funzionario Apy (o Ipy) scrive al sovrano nel quinto anno del suo regno. Terzo mese di peret, diciannovesimo giorno. Dalle lettere di Amarna si evince che quel periodo fu denso di acute tensioni sociali ed economiche, la causa principale è da attribuire ad un decadimento nell’economia dei contadini che progressivamente si indebitavano. Come abbiamo già descritto in precedenza, questa situazione causava la fuga dei debitori verso altri stati, questi però avevano raggiunto una specie di estradizione per cui ai fuggiaschi non rimaneva che darsi alla macchia verso zone inospitali dove si mescolavano ai predoni Hapiru.
Incurante degli avvenimenti che lo circondavano il giovane faraone era intriso dal suo culto che andava elaborando e, non pago di aver innalzato a Karnak il tempio all’Aton, mutò anche il nome della capitale Tebe (la città di Amon) che da allora fece chiamare “la città dello splendore di Aton”.
Ovviamente questo inasprì le tensioni con il clero di Amon che durante la XVIII dinastia si era arricchito a dismisura acquisendo un notevole potere. Certo che il clero avrebbe potuto urlare al sacrilegio ed in qualche modo sostituire il faraone, ma Amenhotep IV era dotato di una grande forza di carettere e per di più proveniva da una progenie di sovrani troppo illustre per poter essere messo da parte dalla casta sacerdotale seppur così potente. Il conflitto che ne nacque diventò così aspro per il sovrano che la sua permanenza a Tebe non era più tollerabile. Amenhotep IV decise dunque di allontanarsi, anche fisicamente, da Tebe e dall’invadenza dei sacerdoti di Amon, nell’anno V del suo regno decise di costruire una nuova capitale dopo aver scelto personalmente il sito. Questo si trovava nel XV nomo dell’Alto Egitto a circa 400 chilometri a nord di Tebe e circa 320 a sud di Menfi.
La nuova capitale venne chiamata Akhetaton, “L’orizzonte di Aton”. La scelta del territorio era condizionata dalle sue convinzioni, il luogo doveva essere vergine sia sotto il profilo politico che, e specialmente, religioso, nel contempo si trovava in una posizione all’incirca equidistante dalle due capitali precedenti permettendo il normale svolgimento dei due ruoli, amministrativo e religioso. Si trattava di una città fondata a nuovo nel senso che tutto era nuovo, i suoi abitanti, che dovevano professare la fede ad Aton, i suoi palazzi come le abitazioni civili ed i templi, tutti dedicati all’Aton. I confini della città vennero delimitati da 15 “Stele di confine” sulle quali era dichiarata l’appartenenza del territorio ad Aton. I sacerdoti erano pochi in quanto il compito di presentare le offerte all’Aton era riservato al faraone ed alla sua famiglia, queste consistevano nel bruciare incenso e cantare gli inni al dio accompagnati da nenie apposite.
Dopo 5 anni, 8 mesi e 13 giorni di regno, il faraone con la sua famiglia si insediò nella nuova città di Akhetaton, un mese prima aveva cambiato il proprio nome con quello di Akhenaton “Aton è soddisfatto” mantenendo però il suo praenomen, o nome del trono, Neferkheperura.
Si è dibattuto a lungo, e si dibatte tutt’ora su quali siano state le azioni intraprese da Akhenaton per trascinare il popolo verso le sue idee religiose. Indubbiamente iniziò col limitare i riferimenti agli altri dei adottando, ed imponendo, un linguaggio religioso sempre più consono all’Aton, sicuramente però dovette prendere atto che la cosa non era sufficiente pertanto adottò una soluzione più drastica, ordinò che venissero cancellati tutti i riferimenti alle divinità tradizionali, in modo particolare quello di Amon anche quando questo era parte di nomi propri, Akhenaton fece persino scalpellare il nome del proprio padre Amenhotep III perché conteneva il nome di Amon. Stessa cosa fece per il nome “madre” il cui suono era simile a quello della dea Mut, sposa di Amon, fece cancellare il geroglifico rappresentante un avvoltoio, simbolo della dea Mut e della dea Nekhbet.
Al nome del dio Ra-Horakhti venne eliminato il geroglifico del falco rendendo praticamente illeggibile il nome. Solo il nome di Ra rimase invariato perché rappresentava il Sole. Stessa cosa dovette fare il resto del popolo quando il loro nome conteneva un riferimento ad una divinità.
Pare però che per i nomi propri non ci fosse l’obbligo di modificarli, ad Amarna sono stati rinvenuti personaggi come Ahmose, (tomba TA3), e Thutmosi, capo-scultore al quale viene attribuito il famoso busto di Nefertiti. Nelle tombe dei nobili ad Amarna sono stati inoltre trovati numerosi amuleti in faience che gli abitanti indossavano liberamente sui quali erano rappresentati gli dei Bes, Tueret o l’occhio di Horus. Questo dimostra che, nonostante la sua infatuazione per l’Aton, in fondo la sua politica fu relativamente tollerante.
Nel suo “enoteismo” rivoluzionario, il sovrano non è più la rappresentazione del dio, egli è “utile a Dio, che è utile a lui”, su di una stele a Karnak, nel tempio di Ptah si legge:
<<………Dio ha fatto sì che le vittorie della mia maestà fossero più grandi [di quelle] di ogni altro re. La mia Maestà ha ordinato che il Suo altare sia fornito di ogni bene……..>>.
Con queste premesse il faraone del Sole si installò ad Akhetaton che subito abbellì di palazzi e templi per se e per la regina Nefertiti così come per tutta la famiglia reale, un grande tempio venne eretto per il “Disco solare”, centro della nuova religione.
Ugualmente consone alla grandezza della nuova città furono le dimore dei cortigiani che non avevano eguali nel resto del regno, così come le loro tombe per le quali venne predisposta una necropoli ai piedi delle colline a sud, cappelle decorate con simboli e rilievi in lode all’Aton.
Oggi possiamo ancora ammirare in una di queste tombe, quella del sacerdote Ay, dove si trova un inno, considerato opera dello stesso Akhenaton, nell’inno egli vagheggia nella sua religione universale, esalta l’universalismo dell’impero egizio in sostituzione del nazionalismo che per venti secoli aveva imperato nelle Due Terre. Il suo dio non fa differenza tra gli uomini, non importa la razza o la nazionalità, è il signore universale, Creatore di tutta la natura. Chiama Aton:
<<……padre e madre di tutti coloro che egli ha creato…….>>.
Nella sua filosofia religiosa spicca su tutto la Maat (la verità), mai prima d’ora così insistentemente citata, il suo nome appare sempre accostato ad essa “vivente nella verità”. Akhenaton appare ovunque con la sua famiglia, gode dei rapporti famigliari e loro con lui mentre partecipano ai riti religiosi. Lui “E'”, tutto ciò che avviene intorno avviene per mezzo di lui, è ciò che lui vuole, Il suo scultore Bek afferma che quello che lui fa gli è giunto dagli insegnamenti del sovrano il quale istruì gli artisti della sua corte ad esprimere ciò che realmente vedevano dimenticando i vecchi canoni che erano usati in passato.
Così ammiriamo gli atteggiamenti istantanei e reali della vita animale, il cane in corsa, la preda che fugge, il toro che salta tra i papiri, questo perché è la verità, quella in cui viveva Akhenaton, il suo nuovo mondo. Nulla di più appariscente di questa verità troviamo anche nelle rappresentazioni del sovrano stesso, espressione di quella nuova arte che si doveva rappresentare.
Gli artisti lo rappresentavano non come in passato erano rappresentati idealisticamente i faraoni, belli, sempre giovani, ma come essi stessi lo vedevano, con tutte le sue deformità corporee.
Immerso nei suoi sogni religiosi e occupato ad abbellire la città dell’Aton, ovviamente trascurò gli affari di stato e le condizioni dell’impero, nonostante le sollecitazioni dei suoi stessi generali e dei sovrani dei paesi alleati. Quando, ad un certo punto, messo di fronte alla tragica realtà in cui si trovava l’impero capì, ma ormai era tardi. A nord gli Ittiti avevano minato l’influenza egizia in Siria mentre in Palestina la situazione era se non peggiore almeno simile, in Asia l’impero egizio praticamente non esisteva più. In una scena riferita all’anno dodicesimo di regno assistiamo ancora all’arrivo di tributi dall’Asia e da Kush ricevuti dal sovrano e dalla regina Nefertiti ma oltre non sono documentati altri arrivi.
Pare che fu proprio in quegli anni che la regina madre Tiye abbia fatto visita ad Akhenaton per metterlo al corrente delle disastrose condizioni in cui versava l’Egitto fuori dal suo piccolo mondo di Akhetaton, dove gli affari interni ed esterni risentivano della mancanza di una politica attiva, non bastava sognare, ora si doveva anche agire ed in fretta. Il popolo era fortemente risentito per la soppressione delle antiche divinità ed i sacerdoti avevano costituito un potente partito di opposizione, più o meno segreto tramando per riportare il paese agli antichi culti religiosi.
Le conseguenze della politica di Akhenaton non tardarono a farsi sentire. Il faraone cominciò a rendersi conto di non essere più in grado di gestire la situazione che si era venuta a creare, sia all’interno che all’esterno dell’Egitto. Istigato dai sacerdoti di Amon il popolo non era più disposto a rinnegare i suoi dei, secoli di storia stavano alle loro spalle e non era sufficiente un colpo di spugna dato da un tiranno per cancellarli. Dal canto loro i generali dell’esercito, abituati ad una condotta ferrea nella gestione dei rapporti con gli alleati ed ancor di più verso le quotidiane rivolte che avvenivano qual e la in Asia come al sud, entro quelli che erano i confini tracciati dai precedenti re guerrieri, mal sopportavano la condotta pacifista del sovrano.
L’ascesa dell’impero ittita si faceva sentire pesantemente, l’Egitto aveva ormai perso il controllo su gran parte degli stati assoggettati col risultato che erano sempre meno i tributi che arrivavano minando la ricchezza del paese. Dalle notizie che apprendiamo dalle “Lettere di Amarna” si legge che gli stati vassalli ancora fecdeli reclamavano un consistente aiuto da parte dell’esercito egizio per far fronte alle razzie ed ai disordini creati dalle bande di Hapiru. Pressanti erano le richieste di aiuti da parte di Tushratta, re di Mitanni, sono molte le lettere inviate dal sovrano per ottenere appoggio dal faraone, ma a fronte di queste richieste nessuna notizia ci è giunta di campagne militari in quell’area. Unica azione militare di cui ci è giunta notizia è una breve campagna in Nubia contro una piccola tribù, gli Akayta. Solo quando la crisi si fece più profonda, minacciando di sprofondare in una tragedia, allora Akhenaton iniziò ad agire.
Venne combinato il matrimonio tra la figlia maggiore del sovrano Meryt-Aton, che era stata associata al trono dal padre, ed il principe Smenkhara, forse fratello dello stesso Akhenaton. Non risulta però che dopo il matrimonio Smenkhara sia stato nominato coreggente. Smenkhara venne subito inviato a Tebe con il compito di sedare i tafferugli generati dai sacerdoti di Amon.
Oltre ai vari problemi generatisi con la rivoluzione di Akhenaton, durante la seconda metà del suo regno scoppiò una grave epidemia di peste bubbonica o di qualche tipo di influenza che coinvolse l’intero Medio Oriente mietendo numerose vittime, pare che anche il re Ittita Suppiluliuma ne sia rimasto vittima. Secondo Zahi Hawass, in base a ritrovamenti scoperti nel sito di Amarna, si sarebbe trattato di peste nera. La stessa famiglia reale venne colpita, tra il dodicesimo ed il diciassettesimo anno di regno vennero a mancare la regina madre Tiye oltre alle principesse Maketaton, Setepenra e Neferneferura, alcuni sostengono che anche la regina Nefertiti sarebbe morta per la stessa ragione, nulla però lo conferma.
Le ultime notizie della famiglia reale le troviamo sulle pareti della tomba di un cortigiano, Merira, nel secondo mese del dodicesimo anno di regno di Akhenaton, dopodiché non si trovano più fonti dalle quali sia possibile trarre informazioni certe. Pare che la “damnatio memoriae” alla quale fu sottoposto Akhenaton sia stata assai meticolosa da far sparire tutto quello che lo identificava. Nel dicembre 2012, in una cava di calcare a Deir el-Bersha, venne rinvenuta un’iscrizione che si riferiva esplicitamente al sovrano ed alla moglie Nefertiti risalente al sedicesimo anno, terzo mese di akhet, quindicesimo giorno. Alla luce di questo ritrovamento si può pensare che Akhenaton abbia regnato per circa diciassette anni e con lui Nefertiti.
Sono state formulate numerose ipotesi, più o meno valide ma nessuna certa, secondo alcuni Nefertiti sarebbe sopravvissuta al marito ed avrebbe continuato a regnare travestita da uomo con il nome di “Neferneferuaton Ankheperura” o addirittura che abbia regnato lei con il nome di “Smenkhara”. In assenza di evidenze si può dire tutto ed il contrario di tutto, la fantasia non ha limiti. Per quanto riguarda Akhenaton non esiste nulla che parli della sua morte, possiamo affermare che dalla metà del suo regno fino a Tutankhamon ci troviamo nel più oscuro periodo della storia egizia.
Alcuni studiosi che hanno esaminato reperti funerari consistenti in un sarcofago di granito, un cofano per i vasi canopi, e varie statuette funerarie (ushabti) riguardanti il faraone Akhenaton, ritengono che, almeno in un primo momento il faraone sia stato sepolto nella necropoli reale di Amarna. Il sarcofago, profanato e sfregiato, è stato restaurato e si trova in esposto al Museo Egizio del Cairo.
L’egittologo Zahi Hawass afferma che la mummia di Akhenaton venne traslata a Tebe quando, Tutankhaton (che aveva cambiato il suo nome in Tutankhamon), rinnegando la rivoluzione del padre, ripotò definitivamente la corte. Con la morte di Akhenaton ha termine la parentesi “eretica” del faraone del Sole, Di lui si parlerà solo in modo dispregiativo, nella “Iscrizione di Mes”, documento di epoca ramesside Akhenaton è citato come:
<<……..al tempo del Nemico di Akhetaton […] Akhetaton [dove] il faraone [fu]……..>>.
Non penserete mica che con la morte di Akhenaton la sua “rivoluzione religiosa” finisca così. Forse la “sua” rivoluzione è finita, ma potrebbe averne generata una successiva molto più grande e duratura, chissà……..!
Pare che sul finire del suo regno l’enfasi religiosa di Akhenaton di affermare ad ogni costo il culto dell’Aton iniziasse a vacillare, non nella fede ma nella possibilità di rendere il suo dio universale. La regina Nefertiti, per qualche ragione sconosciuta, forse cominciò a dissentire dai ripensamenti del marito e sembra che abbia deciso di ritirarsi in un palazzo nella zona settentrionale di Akhetaton portando con se il figlio Tutankhaton.
Secondo alcuni studiosi, Akhenaton morì l’anno successivo, il diciassettesimo di regno. Come abbiamo detto in precedenza nulla ci è dato a sapere da questo momento in poi. Si pensa che Tutankhaton avesse 8 o 9 anni quando sposò la sorella Ankhesepaaton, figlia maggiore di Akhenaton (forse fu anche sua sposa) che doveva avere circa 13 anni, fu più o meno in quel periodo che, salito al trono dopo la breve parentesi di Smenkhara (meno di un anno), la capitale venne trasferita a Tebe, sicuramente su consiglio del sacerdote Ay e della stessa Nefertiti ed il nuovo sovrano e sua moglie furono costretti a sostituire la parte teofora dei nomi che divennero Tutankhamon (Immagine vivente di Amon) e Ankhesenamon.
Fu così che la “Capitale del Sole” Akhetaton venne abbandonata ed in breve cadde in rovina. Si pensa che quando il giovane faraone fece riportare la capitale a Tebe, la mummia di Akhenaton sia stata traslata nella tomba KV55 nella necropoli tebana. Esplorando la tomba nel 1907, Edward Ayrton rinvenne uno scheletro malridotto che recenti test genetici assegnerebbero al faraone eretico.
Il ritrovamento di quattro mattoni magici, recanti il cartiglio di Akhenaton, confermerebbero che quella è veramente la sua sepoltura, secondo Alan Gardiner, coloro che pietosamente provvidero alla sistemazione della tomba erano certamente suoi seguaci ed erano certi di seppellire proprio il loro signore.
Quello che resta della mummia trovata nella tomba KV55 venne sottoposta nel 2010 ad ulteriori accertamenti dai quali pare sia emerso che la mummia sarebbe appartenuta al padre genetico di Tutankhamon ed in quanto tale venne assegnata ad Akhenaton. Successive analisi effettuate sul DNA dei due feti rinvenuti nella tomba di Tutankhamon avrebbero rivelato che la mummia della KV55 non poteva appartenere al nonno delle bimbe come invece ci si aspettava essendo Akhenaton (forse) il padre di Tutankhamon e dell’unica sua moglie, Ankhesenamon. Si pensò dunque che la mummia fosse quella di Smenkhara e che fosse lui il padre di Tutankhamon, la cosa però sarebbe smentita dall’esame ortopedico eseguito sulla colonna vertebrale che assegnerebbe alla mummia un’età di non oltre 30 anni, incompatibile con quella probabile di Smenkhara.
Nel 2011 l’Università del Cairo conferma che il corpo di KV55 sia effettivamente quello di Akhenaton, a tutt’oggi però non esistono ancora pubblicazioni al riguardo.
<< Le moderne tecniche di analisi permettono di misurare il grado di somiglianza di due DNA, che si esprime in “centimorgans” (cM). Senza addentrarci nel significato di tale unità di misura, diciamo solo che il numero scende rapidamente con la distanza di parentela: tra padre e figlio è circa 3500 cM, mentre tra cugini di primo grado scende a 874 cM. Dunque i valori ammissibili sono compresi tra un minimo ed un massimo, con una media più probabile >>.
Perché ho detto questo? Perché in ogni caso esiste sempre una, seppur piccola, possibilità che l’esame del DNA non sia in grado di stabilire esattamente il grado di parentela. Questo a titolo di cronaca, cosa che ci permette di sollevare un minimo dubbio sul fatto che la mummia trovata nella KV55 non sia appartenuta al faraone Akhenaton.
Esaminiamo ora alcune ipotesi, e sottolineo Ipotesi che non trovano alcun riscontro nella storia ne nell’archeologia ma che a mio parere non è opportuno trascurare.
Poniamo che Akhenaton in realtà non sia morto come si crede, o forse sì, ma la sua eresia enoteista morì con lui? Non aveva convertito l’intero Egitto ma di seguaci che credevano in lui ce ne saranno stati, e parecchi se avevano popolato un’intera città come Akhetaton. Dove finirono coloro che abitavano la città e seguivano il faraone nella sua eresia, partecipando attivamente con lui ed officiando riti all’Aton? Abbandonati dalla regina Nefertiti e dal nuovo faraone Tutankhamon, si trovarono a dover affrontare la rivolta del popolo istigato dai sacerdoti di Amon. Cosa gli rimaneva da fare? Raccogliere tutti i seguaci, che non erano pochi, e fuggire cercando un altro luogo dove poter continuare a professare la loro religione. E quì mi torna in mente l’Esodo, ne abbiamo parlato a proposito della cacciata degli Hyksos all’epoca di Ahmose analizzando tutte le variabili possibili che ci hanno portato ad ipotizzare che l’Esodo si fosse verificato proprio in quell’occasione.
Privi però di ogni riscontro storico o archeologico, proviamo a pensare che le cose non siano andate così. Dunque non ci rimane che verificare un’altra possibilità, sempre ammesso che ci sia stato effettivamente un episodio che si possa configurare come “Esodo”. Cito le parole del Prof. Francesco Lamendola, filosofo e storico, di cui ho già parlato in altra occasione, il quale circa i fatti relativi all’Esodo scrive:
<<……..Non è che ignoriamo il momento preciso: ignoriamo tutto; ignoriamo i nomi dei faraoni che vi sarebbero stati coinvolti; ignoriamo il secolo in cui si sarebbero svolti; ignoriamo perfino se davvero vi era un popolo ebreo in Egitto……..>>.
Fonti e bibliografia:
Enrichetta Leospo e Mario Tosi “l potere del re il predominio del dio”, Ananke, 2005
Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
Come abbiamo detto in precedenza il regno di Amenhotep III fu un periodo di prosperità e di pace quale il popolo egizio non aveva mai conosciuto prima. Dalla Nubia e dall’Asia affluivano i migliori prodotti e beni preziosi. I rapporti tenuti con la Grecia e Micene erano ottimi ed anche con essi venivano importati ed esportati vari prodotti di artigianato e generi alimentari.
Numerosi dignitari contribuivano ad inviare al palazzo reale i loro prodotti, di molti di questi dignitari se ne conosce il nome che compare sulle loro statue e nelle tombe, in modo particolare quelli che sono stati impressi sui sigilli delle anfore contenenti cibarie, vino, birra da essi prodotta.
Grande interesse veniva dimostrato dal sovrano verso il proprio tempio funerario ma anche verso gli altri templi della capitale come di Karnak e Luxor; in un testo a lui dedicato compaiono lunghe epigrafi che elencano le sue elargizioni in oro e pietre dure da lui offerte per adornare i templi, si tratta di cifre veramente incredibili.
Particolarmente ingenti erano i doni che Amenhotep III elargiva al tempio di Amon-Ra il cui clero diventava sempre più ricco, e non solo doni ma anche titoli, il sacerdote di Amon, Ptahmose, fu il primo a riunire alla sua autorità sacerdotale anche quella di visir.
La ricchezza del clero era tale da creare potere e quel potere i sacerdoti lo usavano per interferire anche negli affari di stato cosa che era mal sopportata dalla corte. Certo non immaginavano la tempesta che si sarebbe abbattuta di li a poco sulle loro certezze sconvolgendo le antiche credenze ed i loro più cari ideali. La religione egizia, quale si tramandava da quasi duemila anni, scaturiva dall’insieme di numerosi culti tribali in origine indipendenti.
Ciascuna città, se non addirittura villaggio, aveva il suo dio protettore, spesso erano feticci il più delle volte in forma di animale, alcuni di questi acquisirono maggior prestigio di altri, vedi Bastet di Bubasti, la dea cobra Edjo di Buto, Thoth come ibis di Ermopoli e molti altri. Con l’unificazione l’Egitto si trovò a dover far fronte a questo problema che risolse elevando alcune divinità ad un rango superiore senza però abolire quelle di rango inferiore. Non solo ma, rappresentando gli stessi dei ora sotto una forma ora con un altro aspetto, riuscì a fondere le varie credenze senza abolirne alcuna.
Gli stessi dei sono rappresentati con aspetti che variano in funzione di un luogo o di un rituale, Thoth è di regola un uomo con la testa da ibis, ma viene anche rappresentato come cinocefalo o come la Luna; Khepri compare come uno scarafaggio con il corpo umano ma viene anche rappresentato come semplice scarafaggio, Hathor, la dea vacca di Dendera, era la stessa Hathor adorata a Menfi in forma di sicomoro, gli esempi potrebbero continuare a lungo.
Se poi pensiamo al dio sole Ra lo vediamo rappresentato come un uomo con la testa di falco ed il disco solare sul capo. Ra è forse la principale divinità dell’antico Egitto identificato con il sole di mezzogiorno egli governava il mondo intero, la terra, il cielo e l’oltretomba, abitualmente era accostato ad Horus, da cui ebbe origine il dio Ra-Horakhti che vuol dire “Ra (che è) Horus dei due orizzonti”. Lo troviamo più tardi associato anche al dio Amon a formare il dio Amon-Ra. Un altro aspetto fondamentale del dio Ra è quello di Aton che in precedenza era solo un’altra forma di Ra.
Ancorché quando parliamo del dio Aton subito lo leghiamo indissolubilmente alla figura del faraone Amenhotep IV (Akhenaton) non dobbiamo trascurare il fatto che il culto di Aton era già assurto a maggior livello ben prima. Il termine “Aton” lo troviamo già in uso almeno dal Primo Periodo Intermedio e seguirà nel Medio Regno dove una delle prime volte che viene citato è nei Testi dei sarcofagi.
Un riferimento ancora più esplicito è contenuto nella Storia di Sinuhe dove si racconta che alla sua morte il re Ammenemes I si unisce al sole:
<<………Egli salì al cielo e si unì col disco solare, e le membra del dio si fusero in colui che lo aveva creato………>>.
In questo caso il termine itn non si riferisce al sole come Ra bensì proprio con la parola “Aton”. Il disco solare che lo rappresenta. Più esplicita e comprensibile è invece la frase che contiene l’epiteto spesso usato per indicare “l’Aton vivente”:
<<……..Signore di tutto ciò che il disco circonda……..>>;
in questo caso itn, tradotto con “disco” è chiaramente riferito al corpo celeste.
Quella che chiamiamo “rivoluzione religiosa”, attribuendola esclusivamente ad Akhenaton col quale vedrà la reale introduzione, iniziò con Thutmose IV il quale forse rimase talmente colpito dal suo sogno, fatto mentre riposava sotto la testa della Sfinge, nel quale gli comparve Ra-Horemakhet (Harmakis). In seguito si diffuse ancor più con Amenhotep III, probabilmente condizionato dall’influenza asiatica che si era fatta maggiormente sentire in Egitto durante il suo regno.
Ed è proprio Amenhotep III che, inizia un percorso di lento ma inesorabile allontanamento della casa reale e di tutta la corte dall’enorme potere acquisito nel tempo dal clero di Amon di Karnak pur continuando con le sue elargizioni. Col tempo Amenhotep III iniziava a soffrire il prepotente affermarsi dei sacerdoti del dio Amon insofferenti al loro ruolo strettamente religioso.
Un primo segnale lo da trasferendo la residenza reale nella nuova reggia costruita a Malqata, località nei pressi di Tebe il cui antico nome era “Per-Hay” (Casa della Gioia), il palazzo era chiamato “palazzo dell’Aton abbagliante”.
Esaminando attentamente le iscrizioni coeve di Amenhotep III notiamo che l’uso del termine è assai più frequente del solito, cosa che ci porta a vedere in ciò un’anticipazione di quello che succederà di li a poco. Un curioso particolare che si allaccia a quanto sopra è il fatto che la barca usata dalla regina Tiye sul lago che il sovrano fece costruire per lei (di cui abbiamo parlato in precedenza), era chiamata “l’Aton risplende”. In una tomba della necropoli di Tebe, risalente al regno di Amenhotep III, troviamo che l’occupante vantava il titolo di “Maggiordomo della Dimora dell’Aton”; con questo pare più che giustificato pensare che l’Aton fosse già adorato a Tebe prima di Akhenaton.
Un’altra testimonianza la troviamo nella stele di Suti e Hor dove è inciso un inno solare che esprime un pluralismo di credenze, di cui alcune del tutto innovative, che precorrono gli inni all’Aton di epoca successiva. Poi arriverà Amenhotep IV (Akhenaton).
Fonti e bibliografia:
Enrichetta Leospo e Mario Tosi “l potere del re il predominio del dio”, Ananke, 2005
Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Ala Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
Sergio Donadoni, “Tebe”, Milano, Electa, 1999
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Torino, Ananke, 2005
Cyril Aldred, “Akhenaton il faraone del sole”, Grandi tascabili economici Newton, 1996
John Wilson, “Egitto, I Propilei” volume I, Arnoldo Mondadori, Milano, 1967
Agnès Cabrol, “Amenhotep III le magnifique”, ed. Le Rocher, 2000
A. Piankoff e E. Hornung, “Das Grab Amenophis’ III im Westtal der Könige”, 1961 William L. Moran, “Le lettere di Amarna”, Johns Hopkins University Press, 1992
Maya raffigurato davanti ad un tavolo d’offerte in un pannello dell’ingresso
UNA CARRIERA STREPITOSA
Prendo spunto dal post recentemente pubblicato da Grazia Musso per approfondire la figura di Maya, uno dei personaggi più potenti alla corte di Tutankhamon e dei suoi successori e per mostrarvi le immagini della sua tomba, alcune delle quali da me scattate in occasione de mio viaggio in Egitto nello scorso mese di giugno.
Figlio di Weret, cantante di Amon e del dignitario Iuy, probabilmente crebbe alla corte di Amenhotep III ed iniziò la sua carriera con Akhenaton: egli era, forse, quel funzionario amarniano chiamato May che divenne così importante da ottenere il privilegio di costruirsi una tomba nella necropoli della nuova città voluta dal suo re, la TA 14.
Maya ritratto nelle camere ipogee della tomba mentre rende omaggio agli dei
Fu tuttavia durante il regno di Tutankhamon che raggiunse i vertici del potere, in quanto insieme ad Horemheb e ad Ay governò di fatto l’Egitto come componente di un Consiglio di reggenza reso necessario dalla giovanissima età del sovrano; risale a questo periodo la costruzione a Sakkara della sua tomba definitiva, che sorge accanto a quella di Horemheb.
Egli contribuì a rinsaldare il potere centrale e l’ordine interno messi in pericolo dall’incapacità e dal disinteresse di Akhenaton per i suoi doveri di sovrano e ripristinò il culto dei vecchi dei restaurandone i templi a spese dello Stato, mentre Horemheb rinforzava il prestigio internazionale dell’Egitto ed il dominio nel Vicino Oriente conducendo diverse campagne militari nei confronti dei vassalli asiatici in rivolta.
Maya raffigurato con dimensioni doppie del normale sullo stipite del portone d’ingresso del complesso funerario mentre rende omaggio ai quattro figli di Horus e ad Osiride (non visibile)
Alla morte di Tutankhamon, Maya ne organizzò il funerale, ed ebbe l’onore di depositare nella sua tomba due ushabti ed un modellino rappresentante un catafalco sul quale giace il sovrano mummificato, protetto dalla dea Iside che lo copre con le sue ali.
Probabilmente continuò a ricoprire la sua carica anche sotto Ay ed Horemheb.
Sono documentati in suo favore trentanove titoli di corte (alcuni dei quali onorari), diciotto amministrativi, tre varianti del titolo di scriba, sei relativi alla costruzione di opere ed otto religiosi.
Frammento di una scena che raffigurava Maya, la cui importanza è testimoniata dal grande numero di “oro del valore” che portava al collo e che il sovrano conferiva ai dignitari meritevoli.
I più importanti erano quelli di Sorvegliante del Tesoro, Scriba Reale, Portatore di ventaglio alla destra del re, Sorvegliante dei lavori nel Luogo dell’Eternità (Valle dei Re), Guardiano dei Segreti del Palazzo, Preferito del Re, Preferito di Horus (il Re) nel suo palazzo, Chi fa ciò che piace a sua maestà, Capo della festa di Amon a Karnak.
La moglie Meryt raffigurata con dimensioni doppie del normale sullo stipite del portone d’ingresso della tomba
Egli morì attorno al 1310 a. C., nel corso dell’anno 9 del regno di Horemheb, a circa cinquant’anni di età, almeno da quanto si desume dai suoi resti ossei trovati nella tomba.
Non avendo avuto eredi maschi (nella tomba risultano raffigurate solo due figlie, una chiamata Mayamen – menzionata nella scena – l’altra di nome Tjaou-en-maya, nominata in una stele ora al Rijksmuseum di Leiden), le sue esequie furono officiate dal fratellastro Nahuher, primo figlio di Henuntiunu, seconda moglie di suo padre.
LA TOMBA
La tomba di Maya, già in parte riportata alla luce da Lepsius e poi abbandonata e scomparsa sotto la sabbia, è stata nuovamente rintracciata nel 1986 a Sakkara, e poi scavata e restaurata tra il 1987 ed il 1999 da una spedizione congiunta della Egypt Exploration Society (EES) e del National Museum of Antiquities di Leiden, che già era entrato in possesso delle tre bellissime statue del tesoriere e di sua moglie Meryt (una di Maya, una di Meryt ed una della coppia), i cui piedistalli sono ancora visibili nella cosiddetta “camera delle statue” e nel cortile esterno.
Il complesso funerario sorge a sud della strada processionale di Unas, in uno dei quattro settori principali della necropoli utilizzata dai funzionari del Nuovo Regno che prestavano servizio a Menfi, città che con la restaurazione post amarniana era tornata ad essere la capitale dell’Egitto.
Pianta dell’area della necropoli del Nuovo Regno a Sakkara ove sorge la tomba di Maya e Meryt (in alto, in colore blu).
Esso è lungo quasi 44 metri e largo 16,5 metri ed è costruito secondo i canoni tipici dell’architettura funeraria menfita sviluppatasi con Thutmosis IV e Amenhotep III e rimasti in auge fino alla XX dinastia: la struttura della tomba doveva consentire al defunto di unirsi alla divinità solare e di partecipare ai suoi eterni cicli di vita e di rinascita, ma anche di tornare sulla terra per rendere omaggio agli dei.
Veduta prospettica delle tombe di Maya e di Horemheb, tra le quali è stata successivamente inserita quella di Tia, sorella di Ramses II
Per questo a Sakkara le tombe del Nuovo Regno hanno un orientamento est – ovest, recano iscrizioni di inni solari sulle pareti o su stele e prevedono sia camere sepolcrali ipogee che una sovrastruttura del tutto simile ad un piccolo tempio “a cannocchiale”, le cui pareti vanno gradatamente restringendosi fino alle cappelle destinate al culto del defunto, corrispondenti al sancta sanctorum; come i templi solari dell’Antico regno, inoltre, avevano una piramide in miniatura posta sul tetto o dietro la cappella centrale.
Talvolta esse avevano anche una cappella per il culto di una divinità, di solito Osiride, Hathor, o il toro Apis.
Per meglio comprendere la struttura del complesso, guardate le fotografie delle piantine che ho allegato, con l’indicazione dei vari ambienti.
Pianta della tomba di Maya: a destra, sul lato est, si nota il pilone, in mattoni crudi nel quale si apre un portale rivestito di lastre di calcare finemente decorate che immette nel primo cortile pavimentato con mattoni, il quale conserva sul lato occidentale una fila di colonne papiriformi. Segue la grande sala delle statue (l’ambiente al centro), fiancheggiata da due magazzini, attraverso la quale si entra nel cortile interno lastricato e circondato da un colonnato sul quale ad ovest si affacciano tre cappelle per le offerte costruite con mattoni crudi e con il pavimento in terra battuta. Dal cortile interno si accede alla parte sotterranea originale, che si estende all’esterno del perimetro della costruzione superiore, mentre nel cortile esterno si apre la scaletta individuata in pianta da un rettangolino, che permette di raggiungere gli ambienti decorati, ricostruiti nel corso del restauro.
Gli stipiti delle porte, gli architravi e le pareti del cortile interno erano ricoperte di lastre in calcare scolpite con scene a carattere religioso e con le immagini di Maya che attende ai suoi compiti istituzionali.
Molti rilievi furono asportati dai monaci copti del monastero di Apa Jeremias e si trovano ora al Museo del Cairo; altri furono rimossi da Lepsius che, come si è visto, li portò a Berlino dove finirono distrutti nel corso della seconda guerra mondiale; altri visitatori del XIX secolo completarono la spoliazione.
Un pozzo verticale scavato nella roccia dava l’accesso ai due piani ove avevano sede le camere sepolcrali; per facilitare il restauro e la visita degli unici tre ambienti sotterranei decorati, che si trovavano ben 22 metri sotto il livello del suolo, gli archeologi rimossero i rilievi intatti e le centinaia di frammenti rimasti e li ricomposero in un ambiente costituito da tre stanze unite da corti corridoi appositamente scavato sotto la superficie del cortile esterno della tomba ed accessibile grazie ad una piccola scala.
Sul lato est del complesso funerario di Maya si trova la facciata, che ha l’aspetto di uno spesso ed alto pilone templare costituito di mattoni crudi legati da malta, nel quale si apre il portale che conduce al cortile esterno, e che è costituito da un ampio ed alto passaggio rivestito di lastre di calcare finemente decorate.
Il pilone d’ingresso come appare oggi; i due stipiti recano rilievi di Maya davanti alle offerte, e sono stati protetti con un’intelaiatura in legno dotata di una porta chiusa con un lucchetto, che il custode apre per gli occasionali visitatori (la tomba è piuttosto fuori mano e non è compresa nei giri turistici ordinari). Sopra questi rilievi ci sono pannelli esplicativi del complesso funerario
Gli stipiti del portale d’ingresso, oggi protetti da un’anta in legno chiusa con un lucchetto che viene aperta dal custode ai rari visitatori, rappresentano Maya assiso ai cui piedi sono state poste innumerevoli offerte.
Il passaggio presenta due registri: su quello superiore (di grandezza doppia del reale) è raffigurato da un lato Maya giustificato che si riunisce alla moglie ed alla matrigna defunte prima di lui e dall’altro che rende omaggio ad Osiride ed ai quattro Figli di Horus insieme a Merit.
Particolare della scena della parete interna sinistra del portale che raffigura Maya che rende omaggio ad Osiride ed ai quattro figli di Horus (qui non visibili). Dietro di lui era rappresentata anche sua moglie, ma del rilievo sopravvive ora solo una mano in posizione di preghiera.
Immagine di Osiride sulla parete sinistra dell’ingresso al complesso tombale.
Nei registri inferiori di destra e di sinistra, di dimensioni ridotte ma di fattura delicatissima, sono raffigurati due cortei di portatori di offerte, alcuni indicati per nome, forse in virtù del ruolo prestigioso rivestito nell’amministrazione statale: uno di loro è un fratello di Maya, un altro è lo scriba del tesoro Sennefer, un terzo è il segretario del defunto Ptahmose.
Il primo dei pannelli che raffigurano il corteo dei portatori di offerte. Qui si nota il cumulo di offerte per Maya.
Portatori di offerte (guanti e collari d’oro) sul registro inferiore posto sulla parete destra dell’ingresso
Il secondo e parte del terzo pannello raffiguranti i portatori di offerte nel secondo registro della parete interna sinistra dell’ingresso
Parte del terzo ed il quarto pannello raffigurante i portatori di offerte sul registro inferiore della parete interna sinistra dell’ingresso.
La porta di uscita del passaggio presenta l’architrave sovrastata da una modanatura a gola egizia ricollocata nella sua posizione originaria dopo che un terremoto aveva fatto crollare tutta la struttura, decorata con due scene speculari: Maya e Merit inginocchiati in adorazione davanti ad Anubi in forma di sciacallo disteso su un santuario, sopra il quale appare un occhio Udjat.
L’architrave del portale d’ingresso che si affaccia sul cortile esterno.
Le scene speculari dell’architrave interna che raffigurano Maya e Merit che rendono omaggio ad Anubi.
LA SOVRASTRUTTURA
Attraverso il passaggio nel pilone si entra nel cosiddetto “cortile esterno” pavimentato con mattoni, dove è stato scavato l’ambiente nel quale sono state spostate le pareti decorate delle stanze sotterranee.
Superato il pilone d’ingresso, ci si trova qui, nel cortile esterno, e si ha la vista dei successivi ambienti della sovrastruttura della tomba.
Sul lato occidentale rimane traccia di una fila di colonne che in passato creavano un portico sotto il quale si trovava, probabilmente, la statua di Maya e Merit oggi custodita a Leida.
Da qui un breve corridoio dà ingresso alla “sala delle statue” in mattoni crudi, in origine intonacata e dipinta e fiancheggiata da due magazzini caratterizzati da una volta a botte; essa ospitava le statue singole dei due coniugi anch’esse in mostra a Leida ed introduceva al “cortile interno” lastricato, un tempo circondato da dodici colonne delle quali restano solo le basi, al centro del quale è situata l’apertura (ora risigillata) che conduce alla parte ipogea della tomba.
Superata la spoglia sala delle statue, si accede al cortile interno; la foto è stata scattata proprio uscendo dalla sala delle statue per dirigersi verso il fondo della struttura e le tre cappelle.
Uno dei frammenti rimasti in loco raffigura una scimmietta domestica, che sta sotto la sedia di Merit.
Sul lato ovest del cortile, in linea con l’ingresso, si affacciano tre cappelle di culto costruite in mattoni e con il pavimento in terra battuta, oggi non accessibili al pubblico e completamente spoglie.
Prefiche nel corteo funebre di Maya. Questo rilievo è custodito al Royal Ontario Museum di Toronto.
Maya. Non so dove sia attualmente custodito questo frammento
Della ricca decorazione di quest’area sopravvive oggi solo la fascia più vicina al terreno che reca ancora dei testi e la parte inferiore delle scene, che raffiguravano il corteo funebre di Maya, il dignitario al lavoro e una celebrazione in onore di Hathor.
Lo scriba di Maya, chiamato Ranefer, porta offerte al suo superiore defunto insieme alla sua famiglia.
Come si è detto i preziosi blocchi vennero in parte staccati da Lepsius e portata a Berlino dove andarono quasi tutti distrutti nei bombardamenti della seconda guerra mondiale; altri si trovano dispersi in svariati musei del mondo: al Cairo, a Leida, ad Amburgo, a Rochester (NY), a Francoforte, a Toronto ed a Baltimora.
Altri offerenti nel corteo portano un toro, mentre altri ne stanno macellando due.
LA SOTTOSTRUTTURA DIPINTA – LA SALA H
Come si è già affermato, la tomba ha ben due piani di stanze sotterranee, solo tre delle quali, le uniche dipinte ed indicate nella piantina già pubblicata con le lettere H, K ed O, sono oggi visitabili perchè trasferite in un ambiente appositamente scavato per garantire la piena sicurezza dei turisti ed accessibile tramite una botola a livello del terreno ed una ripida scaletta.
L’ingresso alla parte sotterranea della tomba, nel cortile esterno: qui inizia la scaletta
La lastra di calcare che chiudeva l’ingresso alla parte sotterranea della tomba, spessa ben sette centimetri, è stata restaurata e poi collocata nel piccolo passaggio (altezza 1.59 m; larghezza 1m) tra gli ambienti K e O. Foto di Silvia Vitrò
La decorazione, parte incompleta, parte deteriorata, rappresenta i defunti Maya e Merit che rendono omaggio agli dei: questa iconografia era entrata in uso con Amenhotep III ed aveva sostituito la raffigurazione delle scene di vita quotidiana di moda nella prima metà della XVIII dinastia.
Secondo uno stile affermatosi nelle tombe di Deir el Medinah, le immagini ed i testi sono dipinti su di uno sfondo bianco in giallo dorato, che garantisce ai defunti la vita nell’Aldilà in quanto rappresenta l’oro, materiale incorruttibile dal quale gli Egizi ritenevano fossero costituiti il sole e la carne degli dei; i particolari ed i contorni delle immagini erano rifiniti in nero e rosso ed i gioielli e le parrucche in blu, ma questi colori ora sono quasi del tutto scomparsi.
Per non appesantire troppo il post illustrerò qui la sola sala H: per praticità di lettura, ho inserito la spiegazione delle singole pareti nella didascalia delle immagini.
Le panoramiche sono tratte mediante screenshot dal file relativo alla visita virtuale della tomba inserito nella parte seconda dei post su Maya; le fotografie sono tratte in parte da internet (indicherò l’autore nella didascalia, qualora sia noto), in parte sono state scattate da mia figlia Silvia Vitrò.
La parete nord della cosiddetta “anticamera” o “sala H”, la prima stanza che si incontra scendendo dalla scaletta: raffigura i coniugi che rendono omaggio ad Osiride ed a Nephtis, davanti ai quali vi è un tavolo di offerte. Foto di Silvia Vitrò
Parete sud della sala H: qui si trovava l’ingresso decorato che conduceva ad un annesso non iscritto, oggi chiuso ed intonacato di bianco. Sopravvivono sui lati lunghi dell’apertura due colonne di geroglifici con lodi ad Osiride ed a Sokar. Nell’immagine l’architrave, che presenta due immagini del dio sciacallo sopra un’edicola, due occhi udjat, un anello shen. Foto di Silvia Vitrò
A destra dell’apertura intonacata posta sulla parete sud della sala H si trovano le immagini di Nut e di Osiride, ai quali Maya e Merit, disegnati sull’adiacente parete ovest, rendono omaggio. Parete ovest con le figure di Maya e Merit in atteggiamento di omaggio nei confronti di Osiride e Nut posti sulla parete sud.
LA SALA K DEDICATA A MAYA
Questa è la stanza con i rilievi più curati.
La PARETE SUD in particolare è la più bella dell’intera tomba.
Guardando da sinistra si notano Maya e Merit con le braccia alzate in adorazione davanti ad Osiride assiso sull’antico sedile cubico; dietro di lui Nut che tiene in mano un ankh ed Iside e Nephtys che reggono uno scettro; davanti ad Osiride è posto un tavolo ricco di offerte.
PARETE SUD: Guardando da sinistra a destra si notano Maya e Merit con le braccia alzate in adorazione davanti ad Osiride assiso sull’antico sedile cubico; dietro di lui Nut che tiene in mano un ankh ed Iside e Nephthys che reggono uno scettro; davanti ad Osiride è posto un tavolo ricco di offerte.
PARTICOLARE DELLA PARETE SUD: i due coniugi
La PARETE OVEST reca a destra un inno a Osiride in tredici colonne; al centro l’architrave dell’originario passaggio alla camera O, decorata con due rappresentazioni di Anubi, sormontate da due occhi wadjet e divise da un segno shen.
La PARETE OVEST reca a destra un inno a Osiride in tredici colonne; al centro l’architrave dell’originario passaggio alla camera O, ora chiuso, decorata con due rappresentazioni di Anubi, sormontate da due occhi wadjet e divise da un segno shen. La parte sinistra della parete mostra una rappresentazione di Merit che deve essere tuttavia riferita alla scena ritratta sulla parete nord.
La parte sinistra della parete mostra una rappresentazione di Merit che completa la scena ritratta sulla parete nord.
L’apertura che conduce alla stanza O in origine era stata sigillata con un blocco di calcare, costituito da tre lastre sovrapposte spesse 7 cm, che fu distrutto dai saccheggiatori per penetrare nella tomba; attualmente è stato restaurato e collocato nel piccolo passaggio tra gli ambienti H e K.
IL BLOCCO DI CALCARE che in origine sigillava l’apertura della stanza O restaurato e posto nel piccolo corridoio tra gli ambienti K e O. Esso raffigura in alto a sinistra il falco Sokar sulla sommità di una cappella, sovrastato da due occhi Wadjet. Sotto di lui Osiride assiso sul suo trono, con i quattro figli di Horus (piccolissimi) in piedi su di un loto posto di fronte a lui. Maya e Merit li fronteggiano in atteggiamento di adorazione.
Esso raffigura in alto a sinistra il falco Sokar sulla sommità di una cappella, sovrastato da due occhi Wadjet; sotto di lui Osiride assiso sul suo trono, con i quattro figli di Horus (piccolissimi) in piedi su di un loto posto di fronte a lui. Maya e Merit li fronteggiano in atteggiamento di adorazione.
La PARETE NORD si suddivide in tre parti:
Maya in adorazione davanti a Geb.
la coppia in adorazione di Sokar ieracocefalo con la corona Atef ed Anubi dalla testa canina (che si trova sulla parete adiacente).
tra le due scene il muro di chiusura dell’annesso M, sul quale sono rappresentate Iside e Nephtys; l’architrave è decorato ancora una volta con due immagini di Anubi.
PARETE NORD: a destra Maya in adorazione davanti a Osiride; a sinistra Merit in adorazione di Upuaut, che insieme a Maya si trova sulla parete adiacente; al centro il muro che chiude l’annesso M, sul quale sono rappresentate Iside e Nephthys; l’architrave è decorata con due immagini di Anubi.
PARTICOLARE DELLA PARETE NORD: Maya in adorazione di Osiride
PARETE NORD: La coppia in adorazione di Sokar e di Upuaut (quest’ultimo sulla parete adiacente, a sinistra), Iside e Nephtys, e la coppia in adorazione di Geb (Merit si trova sulla destra, sulla parete adiacente)
LA PARETE EST presenta sulla destra l’immagine di Anubi, che, come già detto, completa la scena della parete nord; al centro si trova l’apertura che mette in comunicazione con la stanza successiva, a sinistra è stata raffigurata la solita scena di Anubi che prega sulla mummia del defunto, assistito da Iside e Nephtys.
Il registro centrale del pannello di sinistra della PARETE EST; Anubi pronuncia formule magiche sulla mummia di Maya: Testo, da Osirisnet: “Parole pronunciate da Anubi, che è bendato, quando pone le mani sulla mummia il cui volto è grazioso come quello di un Dio (?): I tuoi occhi ti appartengono. Il tuo occhio destro è la barca diurna, il tuo occhio sinistro è la barca notturna, Oh Osiride, vero scriba reale, che ama, Supervisore del Tesoro del Signore delle Due Terre, Maya, giustificato con il Grande Dio che è negli Inferi. “L’Osiride, scriba reale, il Supervisore di il Tesoro, Maya, giustificato”
LA SALA O
La decorazione di questo ambiente non è particolarmente curata e riproduce le scene già proposte nella sala K.
La PARETE SUD infatti è quasi identica a quella della Sala precedente, cos’ come la PARETE OVEST, decorata con d alcuni testi abbreviati ed un’immagine tratti dal capitolo 151A del Libro dei Morti; la PARETE NORD si divide in tre parti: a destra Maya in adorazione davanti a Osiride; a sinistra Merit in adorazione davanti ad Anubi cinocefalo (che accanto a Maya si trova sulla parete adiacente); al centro il blocco di calcare che chiude l’ingresso all’Annesso P con la raffigurazione di Iside e Nephtys ed un’architrave appena schizzata con l’immagine speculare di due Anubi, adagiati su due tombe o due edicole e con i consueti epiteti.
La PARETE SUD con Maya e Merit in adorazione davanti ad Osiride ed alle tre dee
Maya e Merit adorano Osiride e le tre dee.
La PARETE EST reca come si è detto la continuazione della scena che si estende sulla parete nord. Maya si trova di fronte ad Anubi cinocefalo, in piedi: accanto a lui è incisa la sua preghiera al dio: “…Possa tu concedere (la capacità) di entrare e lasciare la necropoli, giustificato da Osiride, lo scriba reale, il sorvegliante del tesoro, Maya”.
PARETE EST: Maya in adorazione di Anubi cinocefalo. Foto di Silvia Vitrò.
Merit è sulla parete adiacente e implora: …Sono venuta a te, Anubi, che esisterai per sempre, affinché tu mi conceda di essere tra i tuoi lodati che sono al tuo seguito. Possa io essere convocata per nome, possa io essere ritrovata nel giorno di Ro-setau. Che le offerte (cioè la formula dell’offerta) siano recitate per me davanti a te come per tutti i tuoi lodati. Per il Ka (della) cantante di Amon, la Signora della casa, Merit, giustificata nella necropoli, venerata in pace” (Testi da Osirisnet).
Particolare dei due coniugi che rendono omaggio alle divinità.
Sulla parete nella quale si trova l’apertura che mette in comunicazione la sala K e la sala O, si trovano due pannelli: su quello di destra vi è una rappresentazione di Upuaut che completa la scena adiacente sulla parete nord, su quello opposto i consueti tre registri con la rappresentazione di Anubi che recita formule magiche sulla mummia di Maya e che in forma di sciacallo veglia davanti ad una tomba.
Particolare delle tre dee.
FONTI DEL TESTO E DELLE IMMAGINI
MARTIN THORNDIKE G., La tomba di Maya e Meryt. I rilievi, le iscrizioni e il commento”, memorie di scavo EES 99, Egypt Exploration Society, 2012