C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

AKHENATON  –  IL FIGLIO DEL SOLE

Di Piero Cargnino

Nel rispetto della correttezza storica dobbiamo dire che il vero erede al trono, alla morte di Amenhotep III, era il figlio primogenito del sovrano e della Grande Sposa Reale Tiye, Thutmosi, successore designato dallo stesso faraone. quel poco che si sa di lui è che morì giovane in circostanze piuttosto oscure intorno al trentesimo anno di regno del padre.

Amenhotep IV sale dunque al trono nei primi giorni di “tybi”, primo mese della stagione di “peret”. Nonostante sia stato oggetto di una “damnatio memoriae” che non ha eguali a causa della sua rivoluzione che toccò non solo la religione ma ogni espressione artistica e culturale che si protraeva da oltre un millennio e mezzo, rompendo con l’ormai tradizionale stile di vita del popolo egizio, di lui conosciamo parecchio. La sua figura così originale e rivoluzionaria ha suscitato grande interesse negli studiosi e non solo perché fu faraone d’Egitto ma per il ruolo che ha avuto sia nella società del suo tempo che nella religione, e non parlo solo della religione dell’antico Egitto, le implicazioni del suo pseudo monoteismo precorrono i tempi delle attuali religioni monoteistiche. Freud vide in lui il mentore di Mosè e l’ispiratore del monoteismo ebraico. Secondo alcuni, che non condivido, è visto come la vittima dell’Esodo, per altri come un oppressore o un fanatico. Non condivido alcuna di queste opinioni, solo un soggetto eccezionale poteva dare origine ad una visione così diversa ed in un certo senso persino moderna del mondo che ci circonda.

In lui non c’è più nulla del sovrano guerriero, conquistatore e massacratore dei suoi nemici, dell’essere superiore e divino che si rivolge alle divinità come ai propri simili. Ora il sovrano è innanzitutto un uomo, un poeta che scrive inni che anticipano i salmi di Davide, un uomo che si fa rappresentare come un comune mortale, seppur grottesco, come un marito e padre affettuoso che sorregge tra le braccia i propri figli. Certo che un personaggio simile, oggetto della peggiore damnatio memoriae, ignorato da tutte liste reali, sparì completamente dalla storia egizia finché non fu scoperto, nel XIX secolo il sito archeologico di Amarna dove Amenhotep IV, che cambiò il suo nome in quello di Akhenaton (colui che compie il volere di Aton) , aveva fondato la sua nuova capitale Akhetaton (Orizzonte di Aton).

La sua stessa moglie, Nefertiti è famosa al pari di lui, noi la conosciamo per la bellezza che traspare dal suo busto, oggi conservato al Neues Museum di Berlino, che si pensa la rappresenti. La regina appare sempre con la sua elegante figura al fianco del marito in scene domestiche mentre gioca con le figliolette o mentre, col marito sfila con grande eleganza sul cocchio reale. Molte sono le scene che raffigurano la famiglia reale nell’intimità quotidiana con la fedele moglie che riempie di vino il boccale del sovrano.

Le scene che rappresentano Akhenaton e Nefertiti ci sorprendono per il loro realismo come una fedele rappresentazione di felicità coniugale. Certo che i faraoni ebbero più mogli ma quello che distingue la Grande Sposa Reale di Akhenaton è l’amore che il sovrano prova per lei.

Su di una grande stele confinaria della nuova città di Akhetaton così il re  descrive sua moglie:

Innegabile l’amore per le figlie, che nell’Egitto faraonico non si riscontrano eguali, sempre in compagnia dei genitori. Le scene che si presentano ai nostri occhi e che ci parlano della vita di questo faraone compaiono su vari monumenti al punto che parecchi scrittori e studiosi contemporanei lo considerano il più moderno ed il più comprensibile di tutti quegli antichi faraoni-dei che lo hanno preceduto.

Una simile figura non può non piacere, nonostante l’abisso di tempo che ci separa,  Akhenaton ha entusiasmato generazioni di egittologi, James Henry Breasted ebbe a scrivere:

Un tale entusiasmo espresso da un’autorità così eminente non può che coinvolgere altri nel giudizio. Arthur Weigall, egittologo inglese ne condivise le opinioni:

In tempi più moderni si è affermata la tendenza a ridimensionare la figura di Akhenaton riducendone la fisionomia in modo meno attraente conformandola al solo aspetto religioso. Senz’altro è questo l’aspetto che più ispira la sua figura ma non sempre, e non da tutti, considerata nel modo corretto.

Si parla di  Akhenaton come di colui che ha ispirato il monoteismo, niente di più errato. Per monoteismo, dal greco “monos” unico, solo e “theos” dio, si intende che esista un solo dio universale, che sta al di sopra di tutto, lui solo è da adorare. Quello di Akhenaton è invece una forma ibrida che lo storico delle religioni Friedrich Maximilian Müller ha coniato per definire coloro che adorano una divinità, invocandola e celebrandola come unica senza per questo avere una vera e propria concezione monoteistica. Si tratta di una finezza concettuale che parrebbe non trovare conferma nella rivoluzione religiosa intrappresa dal “faraone eretico” che sradicò il culto degli altri dei imponendo il culto di Aton, ma vedremo che non è così.

Aton non è il dio stesso ma l’iconografia del disco solare, la rappresentazione del dio sole Ra e veniva adorato come creatore di tutte le cose, come colui che provvedeva ai bisogni di tutte le creature con i suoi raggi benefici che davano vita alla sola famiglia reale, era poi compito del suo intermediario in terra, il faraone, trasmettere i benefici a tutto il popolo che si sottometteva al dio Aton. Le manifestazioni dell’Aton avvenivano di giorno quando esso splendeva in cielo, allora gli umani potevano aspirare al successo o alla perfezione, la notte, priva dello splendore dell’Aton era da temere.

Amenhotep IV sale al trono che fu del padre, le notizie più autorevoli che possediamo al riguardo ci provengono dalla corrispondenza minutamente documentata nell’archivio di Amarna dove si custodivano le famose tavolette, ovvero la corrispondenza tenuta dai sovrani egizi a partire da Amenhotep III fino al primo anno di regno di Tutankhamon.

In un primo tempo Amenhotep IV adorava ancora Amon-Ra, sappiamo che fino al suo quarto anno di regno il primo profeta di Amon era ancora nel pieno delle sue funzioni. Nelle cave di arenaria di Gebel Silsila, su di una stele il faraone compare in atto di adorare Amon-Ra e l’iscrizione che accompagna la sua figura ci rivela che il re, appare ancora sotto la tutela di Amon, nel testo il re si definisce come “il primo Hem-netjer” della divinità, ossia come il:

Dall’iscrizione si può dedurre che in questo periodo non vi fosse ancora una completa rigidità nell’utilizzo del nome Aton. L’immagine del sovrano è rivolta ad Amon e su di essa compare la scritta:

Da notare che nella stele di Gebel Silsila non è rappresentato  Ra-Horakhty bensì lo stesso Amon e che Amenhotep IV si definisca come suo “amato”, questo ci porta a concludere che, almeno all’inizio del suo regno, il faraone ammettesse la coesistenza pacifica del nuovo culto con quello del dio di Tebe.

Non ci è dato a sapere come il clero di Amon accettasse l’insolita assunzione da parte del re del titolo di sommo sacerdote ma sicuramente non bene. Quando Amenhotep IV salì al trono l’impero egizio, costruito dai grandi faraoni guerrieri precedenti, si trovava in una difficile situazione. I fedeli alleati Mitanni erano continuamente sottoposti alle scorribande dei loro vicini di Hatti che fomentavano rivolte anche presso gli stati vassalli della Siria. Tanto per completare il quadro i predoni Hapiru scorrazzavano per la Siria creando disordini ovunque.

Quindi era il caso che in Egitto tornasse un faraone forte come i precedenti, che marciasse con il suo esercito, spingendosi fin dentro l’Asia, per domare le insurrezioni e riportare l’ordine precedente. Purtroppo quel faraone non era Amenhotep IV, i suoi consiglieri erano sua madre Tiye e sua moglie Nefertiti che non condividevano idee di guerra. Il sovrano, incurante delle questioni belliche, si immergeva sempre più nella sua teologia filosofeggiante.

La sua visione era quella di un regno permeato dalla fede in un dio universale che doveva troneggiare su tutta la terra e non solo sull’Egitto, il Sole, l’Aton. Amenhotep IV si dedicò ad elaborare una serie di progetti architettonici, fece decorare l’ingresso meridionale del recinto del tempio di Amon-Ra dove vennero rappresentate scene di adorazione del dio solare Ra-Horakhty.

Ordinò la costruzione di un grande complesso nella zona orientale di Karnak dedicato all’Aton che chiamò “Gempaaton” (Aton è stato trovato). Il complesso sii componeva di una serie di costruzioni tra cui un palazzo ed un edificio chiamato “Hwt Benben” (Palazzo della Pietra Benben) che dedico alla moglie Nefertiti. La sua smania architettonica si affermò anche nella costruzione di altri due edifici presso il Nono pilone del tempio di Karnak, edifici che vennero chiamati “Rud-menu” e “Teni-menu”.

Con il nome di Amenhotep IV il sovrano compare ancora in alcune tombe di nobili a Tebe, la TT192 di Kheruef, la TT188 di Parennefer dove Amenhotep IV e Nefertiti compaiono assisi in trono con il disco dell’Aton sulle loro teste, nella TT55 di Ramose lo troviamo sulla parete occidentale rappresentato secondo lo stile tradizionale, assiso in trono mentre al suo cospetto compare Ramose. Sulla parete di fronte è rappresentata la coppia reale, Amenhotep IV e Nefertiti, affacciati alla finestra delle apparizioni, sulle loro figure spicca l’Aton nella sua forma di disco solare.

Le ultime volte che troviamo il faraone con il nome di  Amenhotep IV è su due lettere, scoperte a Gurob, che il funzionario Apy (o Ipy) scrive al sovrano nel quinto anno del suo regno. Terzo mese di peret, diciannovesimo giorno. Dalle lettere di Amarna si evince che quel periodo fu denso di acute tensioni sociali ed economiche, la causa principale è da attribuire ad un decadimento nell’economia dei contadini che progressivamente si indebitavano. Come abbiamo già descritto in precedenza, questa situazione causava la fuga dei debitori verso altri stati, questi però avevano raggiunto una specie di estradizione per cui ai fuggiaschi non rimaneva che darsi alla macchia verso zone inospitali dove si mescolavano ai predoni Hapiru.

Incurante degli avvenimenti che lo circondavano il giovane faraone era intriso dal suo culto che andava elaborando e, non pago di aver innalzato a Karnak il tempio all’Aton, mutò anche il nome della capitale Tebe (la città di Amon) che da allora fece chiamare “la città dello splendore di Aton”.

Ovviamente questo inasprì le tensioni con il clero di Amon che durante la XVIII dinastia si era arricchito a dismisura acquisendo un notevole potere. Certo che il clero avrebbe potuto urlare al sacrilegio ed in qualche modo sostituire il faraone, ma Amenhotep IV era dotato di una grande forza di carettere e per di più proveniva da una progenie di sovrani troppo illustre per poter essere messo da parte dalla casta sacerdotale seppur così potente. Il conflitto che ne nacque diventò così aspro per il sovrano che la sua permanenza a Tebe non era più tollerabile. Amenhotep IV decise dunque di allontanarsi, anche fisicamente, da Tebe e dall’invadenza dei sacerdoti di Amon,  nell’anno V del suo regno decise di costruire una nuova capitale dopo aver scelto personalmente il sito. Questo si trovava nel XV nomo dell’Alto Egitto a circa  400 chilometri a nord di Tebe e circa 320 a sud di Menfi.

La nuova capitale venne chiamata Akhetaton, “L’orizzonte di Aton”. La scelta del territorio era condizionata dalle sue convinzioni, il luogo doveva essere vergine sia sotto il profilo politico che, e specialmente, religioso, nel contempo si trovava in una posizione all’incirca equidistante dalle due capitali precedenti permettendo il normale svolgimento dei due ruoli, amministrativo e religioso. Si trattava di una città fondata a nuovo nel senso che tutto era nuovo, i suoi abitanti, che dovevano professare la fede ad Aton, i suoi palazzi come le abitazioni civili ed i templi, tutti dedicati all’Aton. I confini della città vennero delimitati da 15 “Stele di confine” sulle quali era dichiarata l’appartenenza del territorio ad Aton. I sacerdoti erano pochi in quanto il compito di presentare le offerte all’Aton era riservato al faraone ed alla sua famiglia, queste consistevano nel bruciare incenso e cantare gli inni al dio accompagnati da nenie apposite.

Dopo 5 anni, 8 mesi e 13 giorni di regno, il faraone con la sua famiglia si insediò nella nuova città di Akhetaton, un mese prima aveva cambiato il proprio nome con quello di Akhenaton “Aton è soddisfatto” mantenendo però il suo praenomen, o nome del trono, Neferkheperura.

Si è dibattuto a lungo, e si dibatte tutt’ora su quali siano state le azioni intraprese da Akhenaton per trascinare il popolo verso le sue idee religiose. Indubbiamente iniziò col limitare i riferimenti agli altri dei adottando, ed imponendo, un linguaggio religioso sempre più consono all’Aton, sicuramente però dovette prendere atto che la cosa non era sufficiente pertanto adottò una soluzione più drastica, ordinò che venissero cancellati tutti i riferimenti alle divinità tradizionali, in modo particolare quello di Amon anche quando questo era parte di nomi propri, Akhenaton fece persino scalpellare il nome del proprio padre Amenhotep III perché conteneva il nome di Amon. Stessa cosa fece per il nome “madre” il cui suono era simile a quello della dea Mut, sposa di Amon, fece cancellare il geroglifico rappresentante un avvoltoio, simbolo della dea Mut e della dea Nekhbet.

Al nome del dio Ra-Horakhti venne eliminato il geroglifico del falco rendendo praticamente illeggibile il nome. Solo il nome di Ra rimase invariato perché rappresentava il Sole. Stessa cosa dovette fare il resto del popolo quando il loro nome conteneva un riferimento ad una divinità.

Pare però che per i nomi propri non ci fosse l’obbligo di modificarli,  ad Amarna sono stati rinvenuti personaggi come Ahmose, (tomba TA3), e Thutmosi,  capo-scultore al quale viene attribuito il famoso busto di Nefertiti. Nelle tombe dei nobili ad Amarna sono stati inoltre trovati numerosi amuleti in faience che gli abitanti indossavano liberamente sui quali erano rappresentati gli dei Bes, Tueret o l’occhio di Horus. Questo dimostra che, nonostante la sua infatuazione per l’Aton, in fondo la sua politica fu relativamente tollerante.

Nel suo “enoteismo” rivoluzionario, il sovrano non è più la rappresentazione del dio, egli è “utile a Dio, che è utile a lui”, su di una stele a Karnak, nel tempio di Ptah si legge:

Con queste premesse il faraone del Sole si installò ad Akhetaton che subito abbellì di palazzi e templi per se e per la regina Nefertiti così come per tutta la famiglia reale, un grande tempio venne eretto per il “Disco solare”, centro della nuova religione.

Ugualmente consone alla grandezza della nuova città furono le dimore dei cortigiani che non avevano eguali nel resto del regno, così come le loro tombe per le quali venne predisposta una necropoli ai piedi delle colline a sud, cappelle decorate con simboli e rilievi in lode all’Aton.

Oggi possiamo ancora ammirare in una di queste tombe, quella del sacerdote Ay, dove si trova un inno, considerato opera dello stesso Akhenaton, nell’inno egli vagheggia nella sua religione universale, esalta l’universalismo dell’impero egizio in sostituzione del nazionalismo che per venti secoli aveva imperato nelle Due Terre. Il suo dio non fa differenza tra gli uomini, non importa la razza o la nazionalità, è il signore universale, Creatore di tutta la natura. Chiama Aton:

<<……padre e madre di tutti coloro che egli ha creato…….>>.

Nella sua filosofia religiosa spicca su tutto la Maat (la verità), mai prima d’ora così insistentemente citata, il suo nome appare sempre accostato ad essa “vivente nella verità”.  Akhenaton appare ovunque con la sua famiglia, gode dei rapporti famigliari e loro con lui mentre partecipano ai riti religiosi. Lui “E'”, tutto ciò che avviene intorno avviene per mezzo di lui, è ciò che lui vuole, Il suo scultore Bek afferma che quello che lui fa gli è giunto dagli insegnamenti del sovrano il quale istruì gli artisti della sua corte ad esprimere ciò che realmente vedevano dimenticando i vecchi canoni che erano usati in passato.

Così ammiriamo gli atteggiamenti istantanei e reali della vita animale, il cane in corsa, la preda che fugge, il toro che salta tra i papiri, questo perché è la verità, quella in cui viveva Akhenaton, il suo nuovo mondo. Nulla di più appariscente di questa verità troviamo anche nelle rappresentazioni del sovrano stesso, espressione di quella nuova arte che si doveva rappresentare.

Gli artisti lo rappresentavano non come in passato erano rappresentati idealisticamente i faraoni, belli, sempre giovani, ma come essi stessi lo vedevano, con tutte le sue deformità corporee.

Immerso nei suoi sogni religiosi e occupato ad abbellire la città dell’Aton, ovviamente trascurò gli affari di stato e le condizioni dell’impero, nonostante le sollecitazioni dei suoi stessi generali e dei sovrani dei paesi alleati. Quando, ad un certo punto, messo di fronte alla tragica realtà in cui si trovava l’impero capì, ma ormai era tardi. A nord gli Ittiti avevano minato l’influenza egizia in Siria mentre in Palestina la situazione era se non peggiore almeno simile, in Asia l’impero egizio praticamente non esisteva più. In una scena riferita all’anno dodicesimo di regno assistiamo ancora all’arrivo di tributi dall’Asia e da Kush ricevuti dal sovrano e dalla regina Nefertiti ma oltre non sono documentati altri arrivi.

Pare che fu proprio in quegli anni che la regina madre Tiye abbia fatto visita ad Akhenaton per metterlo al corrente delle disastrose condizioni in cui versava l’Egitto fuori dal suo piccolo mondo di Akhetaton, dove gli affari interni ed esterni risentivano della mancanza di una politica attiva, non bastava sognare, ora si doveva anche agire ed in fretta. Il popolo era fortemente risentito per la soppressione delle antiche divinità ed i sacerdoti avevano costituito un potente partito di opposizione, più o meno segreto tramando per riportare il paese agli antichi culti religiosi.

Le conseguenze della politica di Akhenaton non tardarono a farsi sentire. Il faraone cominciò a rendersi conto di non essere più in grado di gestire la situazione che si era venuta a creare, sia all’interno che all’esterno dell’Egitto. Istigato dai sacerdoti di Amon il popolo non era più disposto a rinnegare i suoi dei, secoli di storia stavano alle loro spalle e non era sufficiente un colpo di spugna dato da un tiranno per cancellarli. Dal canto loro i generali dell’esercito, abituati ad una condotta ferrea nella gestione dei rapporti con gli alleati ed ancor di più verso le quotidiane rivolte che avvenivano qual e la in Asia come al sud, entro quelli che erano i confini  tracciati dai precedenti re guerrieri, mal sopportavano la condotta pacifista del sovrano.

L’ascesa dell’impero ittita si faceva sentire pesantemente, l’Egitto aveva ormai perso il controllo su gran parte degli stati assoggettati col risultato che erano sempre meno i tributi che arrivavano minando la ricchezza del paese. Dalle notizie che apprendiamo dalle “Lettere di Amarna” si legge che gli stati vassalli ancora fecdeli reclamavano un consistente aiuto da parte dell’esercito egizio per far fronte alle razzie ed ai disordini creati dalle bande di Hapiru. Pressanti erano le richieste di aiuti da parte di Tushratta, re di Mitanni, sono molte le lettere inviate dal sovrano per ottenere appoggio dal faraone, ma a fronte di queste richieste nessuna notizia ci è giunta di campagne militari in quell’area. Unica azione militare di cui ci è giunta notizia è una breve campagna in Nubia contro una piccola tribù, gli Akayta. Solo quando la crisi si fece più profonda, minacciando di sprofondare in una tragedia, allora Akhenaton iniziò ad agire.

Venne combinato il matrimonio tra la figlia maggiore del sovrano Meryt-Aton, che era stata associata al trono dal padre, ed il principe Smenkhara, forse fratello dello stesso Akhenaton. Non risulta però che dopo il matrimonio Smenkhara sia stato nominato coreggente. Smenkhara venne subito inviato a Tebe con il compito di sedare i tafferugli generati dai sacerdoti di Amon.

Oltre ai vari problemi generatisi con la rivoluzione di Akhenaton, durante la seconda metà del suo regno scoppiò una grave epidemia di peste bubbonica o di qualche tipo di influenza che coinvolse l’intero Medio Oriente mietendo numerose vittime, pare che anche il re Ittita Suppiluliuma ne sia rimasto vittima. Secondo Zahi Hawass, in base a ritrovamenti scoperti nel sito di Amarna, si sarebbe trattato di peste nera. La stessa famiglia reale venne colpita, tra il dodicesimo ed il diciassettesimo anno di regno vennero a mancare  la regina madre Tiye oltre alle principesse Maketaton, Setepenra e Neferneferura, alcuni sostengono che anche la regina Nefertiti sarebbe morta per la stessa ragione, nulla però lo conferma.

Le ultime notizie della famiglia reale le troviamo sulle pareti della tomba di un cortigiano, Merira, nel secondo mese del dodicesimo anno di regno di Akhenaton, dopodiché non si trovano più fonti dalle quali sia possibile trarre informazioni certe. Pare che la “damnatio memoriae” alla quale fu sottoposto Akhenaton sia stata assai meticolosa da far sparire tutto quello che lo identificava. Nel dicembre 2012, in una cava di calcare a Deir el-Bersha, venne rinvenuta un’iscrizione che si riferiva esplicitamente al sovrano ed alla moglie Nefertiti risalente al sedicesimo anno, terzo mese di akhet, quindicesimo giorno. Alla luce di questo ritrovamento si può pensare che  Akhenaton abbia regnato per circa diciassette anni e con lui Nefertiti.

Sono state formulate numerose ipotesi, più o meno valide ma nessuna certa, secondo alcuni Nefertiti sarebbe sopravvissuta al marito ed avrebbe continuato a regnare travestita da uomo con il nome di “Neferneferuaton Ankheperura” o addirittura che abbia regnato lei con il nome di “Smenkhara”. In assenza di evidenze si può dire tutto ed il contrario di tutto, la fantasia non ha limiti. Per quanto riguarda Akhenaton non esiste nulla che parli della sua morte, possiamo affermare che dalla metà del suo regno fino a Tutankhamon ci troviamo nel più oscuro periodo della storia egizia.

Alcuni studiosi che hanno esaminato reperti funerari consistenti in un sarcofago di granito, un cofano per i vasi canopi, e varie statuette funerarie (ushabti)  riguardanti il faraone Akhenaton, ritengono che, almeno in un primo momento il faraone sia stato sepolto nella necropoli reale di Amarna. Il sarcofago, profanato e sfregiato, è stato restaurato e si trova in esposto al Museo Egizio del Cairo.

L’egittologo Zahi Hawass afferma che la mummia di Akhenaton venne traslata a Tebe quando, Tutankhaton (che aveva cambiato il suo nome in Tutankhamon), rinnegando la rivoluzione del padre, ripotò definitivamente la corte. Con la morte di Akhenaton ha termine la parentesi “eretica” del faraone del Sole, Di lui si parlerà solo in modo dispregiativo, nella “Iscrizione di Mes”, documento di epoca ramesside Akhenaton è citato come:

Non penserete mica che con la morte di Akhenaton la sua “rivoluzione religiosa” finisca così. Forse la “sua” rivoluzione è finita, ma potrebbe averne generata una successiva molto più grande e duratura, chissà……..!

Pare che sul finire del suo regno l’enfasi religiosa di Akhenaton di affermare ad ogni costo il culto dell’Aton iniziasse a vacillare, non nella fede ma nella possibilità di rendere il suo dio universale. La regina Nefertiti, per qualche ragione sconosciuta, forse cominciò a dissentire dai ripensamenti del marito e sembra che abbia deciso di ritirarsi in un palazzo nella zona settentrionale di Akhetaton portando con se il figlio Tutankhaton.

Secondo alcuni studiosi, Akhenaton morì l’anno successivo, il diciassettesimo di regno. Come abbiamo detto in precedenza nulla ci è dato a sapere da questo momento in poi. Si pensa che Tutankhaton avesse 8 o 9 anni quando sposò la sorella Ankhesepaaton, figlia maggiore di Akhenaton (forse fu anche sua sposa) che doveva avere circa 13 anni, fu più o meno in quel periodo che, salito al trono dopo la breve parentesi di Smenkhara (meno di un anno), la capitale venne trasferita a Tebe, sicuramente su consiglio del sacerdote Ay e della stessa Nefertiti ed il nuovo sovrano e sua moglie furono costretti a sostituire la parte teofora dei nomi che divennero Tutankhamon (Immagine vivente di Amon) e Ankhesenamon.

Fu così che la “Capitale del Sole” Akhetaton venne abbandonata ed in breve cadde in rovina. Si pensa che quando il giovane faraone fece riportare la capitale a Tebe, la mummia di  Akhenaton sia stata traslata nella tomba KV55 nella necropoli tebana. Esplorando la tomba nel 1907, Edward Ayrton rinvenne uno scheletro malridotto che recenti test genetici assegnerebbero al faraone eretico.

Il ritrovamento di quattro mattoni magici, recanti il cartiglio di Akhenaton, confermerebbero che quella è veramente la sua sepoltura, secondo Alan Gardiner, coloro che pietosamente provvidero alla sistemazione della tomba erano certamente suoi seguaci ed erano certi di seppellire proprio il loro signore.

Quello che resta della mummia trovata nella tomba KV55 venne sottoposta nel 2010 ad ulteriori accertamenti dai quali pare sia emerso che la mummia sarebbe appartenuta al padre genetico di Tutankhamon ed in quanto tale venne assegnata ad Akhenaton. Successive analisi effettuate sul DNA dei due feti rinvenuti nella tomba di Tutankhamon avrebbero rivelato che la mummia della KV55 non poteva appartenere al nonno delle bimbe come invece ci si aspettava essendo Akhenaton (forse) il padre di Tutankhamon e dell’unica sua moglie, Ankhesenamon. Si pensò dunque che la mummia fosse quella di Smenkhara e che fosse lui il padre di Tutankhamon, la cosa però sarebbe smentita dall’esame ortopedico eseguito sulla colonna vertebrale che assegnerebbe alla mummia un’età di non oltre 30 anni, incompatibile con quella probabile di Smenkhara.

Nel 2011 l’Università del Cairo conferma che il corpo di KV55 sia effettivamente quello di Akhenaton, a tutt’oggi però non esistono ancora pubblicazioni al riguardo.

Perché ho detto questo? Perché in ogni caso esiste sempre una, seppur piccola, possibilità che l’esame del DNA non sia in grado di stabilire esattamente il grado di parentela. Questo a titolo di cronaca, cosa che ci permette di sollevare un minimo dubbio sul fatto che la mummia trovata nella KV55 non sia appartenuta al faraone Akhenaton.

Esaminiamo ora alcune ipotesi, e sottolineo Ipotesi che non trovano alcun riscontro nella storia ne nell’archeologia ma che a mio parere non è opportuno trascurare.

Poniamo che Akhenaton in realtà non sia morto come si crede, o forse sì, ma la sua eresia enoteista morì con lui? Non aveva convertito l’intero Egitto ma di seguaci che credevano in lui ce ne saranno stati, e parecchi se avevano popolato un’intera città come Akhetaton. Dove finirono coloro che abitavano la città e seguivano il faraone nella sua eresia, partecipando attivamente con lui ed officiando riti all’Aton? Abbandonati dalla regina Nefertiti e dal nuovo faraone Tutankhamon, si trovarono a dover affrontare la rivolta del popolo istigato dai sacerdoti di Amon. Cosa gli rimaneva da fare? Raccogliere tutti i seguaci, che non erano pochi, e fuggire cercando un altro luogo dove poter continuare a professare la loro religione. E quì mi torna in mente l’Esodo, ne abbiamo parlato a proposito della cacciata degli Hyksos all’epoca di Ahmose analizzando tutte le variabili possibili che ci hanno portato ad ipotizzare che l’Esodo si fosse verificato proprio in quell’occasione.

Privi però di ogni riscontro storico o archeologico, proviamo a pensare che le cose non siano andate così. Dunque non ci rimane che verificare un’altra possibilità, sempre ammesso che ci sia stato effettivamente un episodio che si possa configurare come “Esodo”. Cito le parole del Prof. Francesco Lamendola, filosofo e storico, di cui ho già parlato in altra occasione, il quale circa i fatti relativi all’Esodo scrive:

Fonti e bibliografia:

  • Enrichetta Leospo e Mario Tosi “l potere del re il predominio del dio”, Ananke, 2005
  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Milano, Electa, 1999
  • Nicolas Reeves, “Akhenaten: Egypt’s False Prophet”, Londra, Thames & Hudson, 2000
  • Mario Tosi,  “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Torino, Ananke, 2005
  • Cyril Aldred, “Akhenaton il faraone del sole”, Grandi tascabili economici Newton, 1996
  • John Wilson, “Egitto, I Propilei” volume I, Arnoldo Mondadori, Milano, 1967
  • Agnès Cabrol, “Amenhotep III le magnifique”, ed. Le Rocher, 2000
  • A. Piankoff e E. Hornung, “Das Grab Amenophis’ III im Westtal der Könige”, 1961
  • William L. Moran, “Le lettere di Amarna”, Johns Hopkins University Press, 1992
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

PRELUDIO ALLA RIVOLUZIONE RELIGIOSA

Di Piero Cargnino

Come abbiamo detto in precedenza il regno di Amenhotep III fu un periodo di prosperità e di pace quale il popolo egizio non aveva mai conosciuto prima. Dalla Nubia e dall’Asia affluivano i migliori prodotti e beni preziosi. I rapporti tenuti con la Grecia e Micene erano ottimi ed anche con essi venivano importati ed esportati vari prodotti di artigianato e generi alimentari.

Numerosi dignitari contribuivano ad inviare al palazzo reale i loro prodotti, di molti di questi dignitari se ne conosce il nome che compare sulle loro statue e nelle tombe, in modo particolare quelli che sono stati impressi sui sigilli delle anfore contenenti cibarie, vino, birra da essi prodotta.

Grande interesse veniva dimostrato dal sovrano verso il proprio tempio funerario ma anche verso gli altri templi della capitale come di Karnak e Luxor; in un testo a lui dedicato compaiono lunghe epigrafi che elencano le sue elargizioni in oro e pietre dure da lui offerte per adornare i templi, si tratta di cifre veramente incredibili.

Particolarmente ingenti erano i doni che Amenhotep III elargiva al tempio di Amon-Ra il cui clero diventava sempre più ricco, e non solo doni ma anche titoli, il sacerdote di Amon, Ptahmose, fu il primo a riunire alla sua autorità sacerdotale anche quella di visir.

La ricchezza del clero era tale da creare potere e quel potere i sacerdoti lo usavano per interferire anche negli affari di stato cosa che era mal sopportata dalla corte. Certo non immaginavano la tempesta che si sarebbe abbattuta di li a poco sulle loro certezze sconvolgendo le antiche credenze ed i loro più cari ideali. La religione egizia, quale si tramandava da quasi duemila anni, scaturiva dall’insieme di numerosi culti tribali in origine indipendenti.

Ciascuna città, se non addirittura villaggio, aveva il suo dio protettore, spesso erano feticci il più delle volte in forma di animale, alcuni di questi acquisirono maggior prestigio di altri, vedi Bastet di Bubasti, la dea cobra Edjo di Buto, Thoth come ibis di Ermopoli e molti altri. Con l’unificazione l’Egitto si trovò a dover far fronte a questo problema che risolse elevando alcune divinità ad un rango superiore senza però abolire quelle di rango inferiore. Non solo ma, rappresentando gli stessi dei ora sotto una forma ora con un altro aspetto, riuscì a fondere le varie credenze senza abolirne alcuna.

Gli stessi dei sono rappresentati con aspetti che variano in funzione di un luogo o di un rituale, Thoth è di regola un uomo con la testa da ibis, ma viene anche rappresentato come cinocefalo o come la Luna; Khepri compare come uno scarafaggio con il corpo umano ma viene anche rappresentato come semplice scarafaggio, Hathor, la dea vacca di Dendera, era la stessa Hathor adorata a Menfi in forma di sicomoro, gli esempi potrebbero continuare a lungo.

Se poi pensiamo al dio sole Ra lo vediamo rappresentato come un uomo con la testa di falco ed il disco solare sul capo. Ra è forse la principale divinità dell’antico  Egitto identificato con il sole di mezzogiorno egli governava il mondo intero, la terra, il cielo e l’oltretomba, abitualmente era accostato ad Horus, da cui ebbe origine il dio Ra-Horakhti che vuol dire “Ra (che è) Horus dei due orizzonti”. Lo troviamo più tardi associato anche al dio Amon a formare il dio Amon-Ra. Un altro aspetto fondamentale del dio Ra è quello di Aton che in precedenza era solo un’altra forma di Ra.

Ancorché quando parliamo del dio Aton subito lo leghiamo indissolubilmente alla figura del faraone Amenhotep IV (Akhenaton) non dobbiamo trascurare il fatto che il culto di Aton era già assurto a maggior livello ben prima. Il termine “Aton” lo troviamo già in uso almeno dal Primo Periodo Intermedio e seguirà nel Medio Regno dove una delle prime volte che viene citato è nei Testi dei sarcofagi.

Un riferimento ancora più esplicito è contenuto nella Storia di Sinuhe dove si racconta che alla sua morte il re Ammenemes I si unisce al sole:

In questo caso il termine itn non si riferisce al sole come Ra bensì proprio con la parola “Aton”. Il disco solare che lo rappresenta. Più esplicita e comprensibile è invece la frase che contiene l’epiteto spesso usato per indicare “l’Aton vivente”:

in questo caso itn, tradotto con “disco” è chiaramente riferito al corpo celeste.

Quella che chiamiamo “rivoluzione religiosa”, attribuendola esclusivamente ad  Akhenaton col quale vedrà la reale introduzione, iniziò con Thutmose IV il quale forse rimase talmente colpito dal suo sogno, fatto mentre riposava sotto la testa della Sfinge, nel quale gli comparve Ra-Horemakhet (Harmakis). In seguito si diffuse ancor più con Amenhotep III, probabilmente condizionato dall’influenza asiatica che si era fatta maggiormente sentire in Egitto durante il suo regno.

Ed è proprio Amenhotep III che, inizia un percorso di lento ma inesorabile allontanamento della casa reale e di tutta la corte dall’enorme potere acquisito nel tempo dal clero di Amon di Karnak pur continuando con le sue elargizioni. Col tempo Amenhotep III iniziava a soffrire il prepotente affermarsi dei sacerdoti del dio Amon insofferenti al loro ruolo strettamente religioso.

Un primo segnale lo da trasferendo la residenza reale nella nuova reggia costruita a Malqata, località nei pressi di Tebe il cui antico nome era “Per-Hay” (Casa della Gioia), il palazzo era chiamato “palazzo dell’Aton abbagliante”.

Esaminando attentamente le iscrizioni coeve di Amenhotep III notiamo che l’uso del termine è assai più frequente del solito, cosa che ci porta a vedere in ciò un’anticipazione di quello che succederà di li a poco. Un curioso particolare che si allaccia a quanto sopra è il fatto che la barca usata dalla regina Tiye sul lago che il sovrano fece costruire per lei (di cui abbiamo parlato in precedenza), era chiamata “l’Aton risplende”. In una tomba della necropoli di Tebe, risalente al regno di  Amenhotep III, troviamo che l’occupante vantava il titolo di “Maggiordomo della Dimora dell’Aton”; con questo pare più che giustificato pensare che l’Aton fosse già adorato a Tebe prima di Akhenaton.

Un’altra testimonianza la troviamo nella stele di Suti e Hor dove è inciso un inno solare che esprime un pluralismo di credenze, di cui alcune del tutto innovative, che precorrono gli inni all’Aton di epoca successiva. Poi arriverà  Amenhotep IV (Akhenaton).

Fonti e bibliografia:

  • Enrichetta Leospo e Mario Tosi “l potere del re il predominio del dio”, Ananke, 2005
  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Ala Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Milano, Electa, 1999
  • Mario Tosi,  “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Torino, Ananke, 2005
  • Cyril Aldred, “Akhenaton il faraone del sole”, Grandi tascabili economici Newton, 1996
  • John Wilson, “Egitto, I Propilei” volume I, Arnoldo Mondadori, Milano, 1967
  • Agnès Cabrol, “Amenhotep III le magnifique”, ed. Le Rocher, 2000
  • A. Piankoff e E. Hornung, “Das Grab Amenophis’ III im Westtal der Könige”, 1961 William L. Moran, “Le lettere di Amarna”, Johns Hopkins University Press, 1992
Nuovo Regno, XVIII Dinastia

MAYA, TESORIERE DI TUTANKHAMON

Maya raffigurato davanti ad un tavolo d’offerte in un pannello dell’ingresso

Prendo spunto dal post recentemente pubblicato da Grazia Musso per approfondire la figura di Maya, uno dei personaggi più potenti alla corte di Tutankhamon e dei suoi successori e per mostrarvi le immagini della sua tomba, alcune delle quali da me scattate in occasione de mio viaggio in Egitto nello scorso mese di giugno.

Figlio di Weret, cantante di Amon e del dignitario Iuy, probabilmente crebbe alla corte di Amenhotep III ed iniziò la sua carriera con Akhenaton: egli era, forse, quel funzionario amarniano chiamato May che divenne così importante da ottenere il privilegio di costruirsi una tomba nella necropoli della nuova città voluta dal suo re, la TA 14.

Maya ritratto nelle camere ipogee della tomba mentre rende omaggio agli dei

Fu tuttavia durante il regno di Tutankhamon che raggiunse i vertici del potere, in quanto insieme ad Horemheb e ad Ay governò di fatto l’Egitto come componente di un Consiglio di reggenza reso necessario dalla giovanissima età del sovrano; risale a questo periodo la costruzione a Sakkara della sua tomba definitiva, che sorge accanto a quella di Horemheb.

Egli contribuì a rinsaldare il potere centrale e l’ordine interno messi in pericolo dall’incapacità e dal disinteresse di Akhenaton per i suoi doveri di sovrano e ripristinò il culto dei vecchi dei restaurandone i templi a spese dello Stato, mentre Horemheb rinforzava il prestigio internazionale dell’Egitto ed il dominio nel Vicino Oriente conducendo diverse campagne militari nei confronti dei vassalli asiatici in rivolta.

Maya raffigurato con dimensioni doppie del normale sullo stipite del portone d’ingresso del complesso funerario mentre rende omaggio ai quattro figli di Horus e ad Osiride (non visibile)

Alla morte di Tutankhamon, Maya ne organizzò il funerale, ed ebbe l’onore di depositare nella sua tomba due ushabti ed un modellino rappresentante un catafalco sul quale giace il sovrano mummificato, protetto dalla dea Iside che lo copre con le sue ali.

Probabilmente continuò a ricoprire la sua carica anche sotto Ay ed Horemheb.

Sono documentati in suo favore trentanove titoli di corte (alcuni dei quali onorari), diciotto amministrativi, tre varianti del titolo di scriba, sei relativi alla costruzione di opere ed otto religiosi.

Frammento di una scena che raffigurava Maya, la cui importanza è testimoniata dal grande numero di “oro del valore” che portava al collo e che il sovrano conferiva ai dignitari meritevoli.

I più importanti erano quelli di Sorvegliante del Tesoro, Scriba Reale, Portatore di ventaglio alla destra del re, Sorvegliante dei lavori nel Luogo dell’Eternità (Valle dei Re), Guardiano dei Segreti del Palazzo, Preferito del Re, Preferito di Horus (il Re) nel suo palazzo, Chi fa ciò che piace a sua maestà, Capo della festa di Amon a Karnak.

La moglie Meryt raffigurata con dimensioni doppie del normale sullo stipite del portone d’ingresso della tomba

Egli morì attorno al 1310 a. C., nel corso dell’anno 9 del regno di Horemheb, a circa cinquant’anni di età, almeno da quanto si desume dai suoi resti ossei trovati nella tomba.

Non avendo avuto eredi maschi (nella tomba risultano raffigurate solo due figlie, una chiamata Mayamen – menzionata nella scena – l’altra di nome Tjaou-en-maya, nominata in una stele ora al Rijksmuseum di Leiden), le sue esequie furono officiate dal fratellastro Nahuher, primo figlio di Henuntiunu, seconda moglie di suo padre.

La tomba di Maya, già in parte riportata alla luce da Lepsius e poi abbandonata e scomparsa sotto la sabbia, è stata nuovamente rintracciata nel 1986 a Sakkara, e poi scavata e restaurata tra il 1987 ed il 1999 da una spedizione congiunta della Egypt Exploration Society (EES) e del National Museum of Antiquities di Leiden, che già era entrato in possesso delle tre bellissime statue del tesoriere e di sua moglie Meryt (una di Maya, una di Meryt ed una della coppia), i cui piedistalli sono ancora visibili nella cosiddetta “camera delle statue” e nel cortile esterno.

Il complesso funerario sorge a sud della strada processionale di Unas, in uno dei quattro settori principali della necropoli utilizzata dai funzionari del Nuovo Regno che prestavano servizio a Menfi, città che con la restaurazione post amarniana era tornata ad essere la capitale dell’Egitto.

Pianta dell’area della necropoli del Nuovo Regno a Sakkara ove sorge la tomba di Maya e Meryt (in alto, in colore blu).

Esso è lungo quasi 44 metri e largo 16,5 metri ed è costruito secondo i canoni tipici dell’architettura funeraria menfita sviluppatasi con Thutmosis IV e Amenhotep III e rimasti in auge fino alla XX dinastia: la struttura della tomba doveva consentire al defunto di unirsi alla divinità solare e di partecipare ai suoi eterni cicli di vita e di rinascita, ma anche di tornare sulla terra per rendere omaggio agli dei.

Veduta prospettica delle tombe di Maya e di Horemheb, tra le quali è stata successivamente inserita quella di Tia, sorella di Ramses II

Per questo a Sakkara le tombe del Nuovo Regno hanno un orientamento est – ovest, recano iscrizioni di inni solari sulle pareti o su stele e prevedono sia camere sepolcrali ipogee che una sovrastruttura del tutto simile ad un piccolo tempio “a cannocchiale”, le cui pareti vanno gradatamente restringendosi fino alle cappelle destinate al culto del defunto, corrispondenti al sancta sanctorum; come i templi solari dell’Antico regno, inoltre, avevano una piramide in miniatura posta sul tetto o dietro la cappella centrale.

Talvolta esse avevano anche una cappella per il culto di una divinità, di solito Osiride, Hathor, o il toro Apis.

Per meglio comprendere la struttura del complesso, guardate le fotografie delle piantine che ho allegato, con l’indicazione dei vari ambienti.

Pianta della tomba di Maya: a destra, sul lato est, si nota il pilone, in mattoni crudi nel quale si apre un portale rivestito di lastre di calcare finemente decorate che immette nel primo cortile pavimentato con mattoni, il quale conserva sul lato occidentale una fila di colonne papiriformi.
Segue la grande sala delle statue (l’ambiente al centro), fiancheggiata da due magazzini, attraverso la quale si entra nel cortile interno lastricato e circondato da un colonnato sul quale ad ovest si affacciano tre cappelle per le offerte costruite con mattoni crudi e con il pavimento in terra battuta.
Dal cortile interno si accede alla parte sotterranea originale, che si estende all’esterno del perimetro della costruzione superiore, mentre nel cortile esterno si apre la scaletta individuata in pianta da un rettangolino, che permette di raggiungere gli ambienti decorati, ricostruiti nel corso del restauro.

Gli stipiti delle porte, gli architravi e le pareti del cortile interno erano ricoperte di lastre in calcare scolpite con scene a carattere religioso e con le immagini di Maya che attende ai suoi compiti istituzionali.

Molti rilievi furono asportati dai monaci copti del monastero di Apa Jeremias e si trovano ora al Museo del Cairo; altri furono rimossi da Lepsius che, come si è visto, li portò a Berlino dove finirono distrutti nel corso della seconda guerra mondiale; altri visitatori del XIX secolo completarono la spoliazione.

Un pozzo verticale scavato nella roccia dava l’accesso ai due piani ove avevano sede le camere sepolcrali; per facilitare il restauro e la visita degli unici tre ambienti sotterranei decorati, che si trovavano ben 22 metri sotto il livello del suolo, gli archeologi rimossero i rilievi intatti e le centinaia di frammenti rimasti e li ricomposero in un ambiente costituito da tre stanze unite da corti corridoi appositamente scavato sotto la superficie del cortile esterno della tomba ed accessibile grazie ad una piccola scala.

Al link seguente un bellissimo tour virtuale della tomba creato da Salma El Dardiry e Karim Mansour, che gestiscono il sito Describing Egypt: https://www.saqqara.nl/tombs/virtual-tour-maya/ 

Sul lato est del complesso funerario di Maya si trova la facciata, che ha l’aspetto di uno spesso ed alto pilone templare costituito di mattoni crudi legati da malta, nel quale si apre il portale che conduce al cortile esterno, e che è costituito da un ampio ed alto passaggio rivestito di lastre di calcare finemente decorate.

Il pilone d’ingresso come appare oggi; i due stipiti recano rilievi di Maya davanti alle offerte, e sono stati protetti con un’intelaiatura in legno dotata di una porta chiusa con un lucchetto, che il custode apre per gli occasionali visitatori (la tomba è piuttosto fuori mano e non è compresa nei giri turistici ordinari). Sopra questi rilievi ci sono pannelli esplicativi del complesso funerario

Gli stipiti del portale d’ingresso, oggi protetti da un’anta in legno chiusa con un lucchetto che viene aperta dal custode ai rari visitatori, rappresentano Maya assiso ai cui piedi sono state poste innumerevoli offerte.

Il passaggio presenta due registri: su quello superiore (di grandezza doppia del reale) è raffigurato da un lato Maya giustificato che si riunisce alla moglie ed alla matrigna defunte prima di lui e dall’altro che rende omaggio ad Osiride ed ai quattro Figli di Horus insieme a Merit.

Particolare della scena della parete interna sinistra del portale che raffigura Maya che rende omaggio ad Osiride ed ai quattro figli di Horus (qui non visibili). Dietro di lui era rappresentata anche sua moglie, ma del rilievo sopravvive ora solo una mano in posizione di preghiera.
Immagine di Osiride sulla parete sinistra dell’ingresso al complesso tombale.

Nei registri inferiori di destra e di sinistra, di dimensioni ridotte ma di fattura delicatissima, sono raffigurati due cortei di portatori di offerte, alcuni indicati per nome, forse in virtù del ruolo prestigioso rivestito nell’amministrazione statale: uno di loro è un fratello di Maya, un altro è lo scriba del tesoro Sennefer, un terzo è il segretario del defunto Ptahmose.

Il primo dei pannelli che raffigurano il corteo dei portatori di offerte. Qui si nota il cumulo di offerte per Maya.
Portatori di offerte (guanti e collari d’oro) sul registro inferiore posto sulla parete destra dell’ingresso
Il secondo e parte del terzo pannello raffiguranti i portatori di offerte nel secondo registro della parete interna sinistra dell’ingresso
Parte del terzo ed il quarto pannello raffigurante i portatori di offerte sul registro inferiore della parete interna sinistra dell’ingresso.

La porta di uscita del passaggio presenta l’architrave sovrastata da una modanatura a gola egizia ricollocata nella sua posizione originaria dopo che un terremoto aveva fatto crollare tutta la struttura, decorata con due scene speculari: Maya e Merit inginocchiati in adorazione davanti ad Anubi in forma di sciacallo disteso su un santuario, sopra il quale appare un occhio Udjat.

L’architrave del portale d’ingresso che si affaccia sul cortile esterno.
Le scene speculari dell’architrave interna che raffigurano Maya e Merit che rendono omaggio ad Anubi.

Attraverso il passaggio nel pilone si entra nel cosiddetto “cortile esterno” pavimentato con mattoni, dove è stato scavato l’ambiente nel quale sono state spostate le pareti decorate delle stanze sotterranee.

Superato il pilone d’ingresso, ci si trova qui, nel cortile esterno, e si ha la vista dei successivi ambienti della sovrastruttura della tomba.

Sul lato occidentale rimane traccia di una fila di colonne che in passato creavano un portico sotto il quale si trovava, probabilmente, la statua di Maya e Merit oggi custodita a Leida.

Da qui un breve corridoio dà ingresso alla “sala delle statue” in mattoni crudi, in origine intonacata e dipinta e fiancheggiata da due magazzini caratterizzati da una volta a botte; essa ospitava le statue singole dei due coniugi anch’esse in mostra a Leida ed introduceva al “cortile interno” lastricato, un tempo circondato da dodici colonne delle quali restano solo le basi, al centro del quale è situata l’apertura (ora risigillata) che conduce alla parte ipogea della tomba.

Superata la spoglia sala delle statue, si accede al cortile interno; la foto è stata scattata proprio uscendo dalla sala delle statue per dirigersi verso il fondo della struttura e le tre cappelle.
Uno dei frammenti rimasti in loco raffigura una scimmietta domestica, che sta sotto la sedia di Merit.

Sul lato ovest del cortile, in linea con l’ingresso, si affacciano tre cappelle di culto costruite in mattoni e con il pavimento in terra battuta, oggi non accessibili al pubblico e completamente spoglie.

Prefiche nel corteo funebre di Maya. Questo rilievo è custodito al Royal Ontario Museum di Toronto.
Maya. Non so dove sia attualmente custodito questo frammento

Della ricca decorazione di quest’area sopravvive oggi solo la fascia più vicina al terreno che reca ancora dei testi e la parte inferiore delle scene, che raffiguravano il corteo funebre di Maya, il dignitario al lavoro e una celebrazione in onore di Hathor.

Lo scriba di Maya, chiamato Ranefer, porta offerte al suo superiore defunto insieme alla sua famiglia.

Come si è detto i preziosi blocchi vennero in parte staccati da Lepsius e portata a Berlino dove andarono quasi tutti distrutti nei bombardamenti della seconda guerra mondiale; altri si trovano dispersi in svariati musei del mondo: al Cairo, a Leida, ad Amburgo, a Rochester (NY), a Francoforte, a Toronto ed a Baltimora.

Altri offerenti nel corteo portano un toro, mentre altri ne stanno macellando due.

Come si è già affermato, la tomba ha ben due piani di stanze sotterranee, solo tre delle quali, le uniche dipinte ed indicate nella piantina già pubblicata con le lettere H, K ed O, sono oggi visitabili perchè trasferite in un ambiente appositamente scavato per garantire la piena sicurezza dei turisti ed accessibile tramite una botola a livello del terreno ed una ripida scaletta.

L’ingresso alla parte sotterranea della tomba, nel cortile esterno: qui inizia la scaletta
La lastra di calcare che chiudeva l’ingresso alla parte sotterranea della tomba, spessa ben sette centimetri, è stata restaurata e poi collocata nel piccolo passaggio (altezza 1.59 m; larghezza 1m) tra gli ambienti K e O. Foto di Silvia Vitrò

La decorazione, parte incompleta, parte deteriorata, rappresenta i defunti Maya e Merit che rendono omaggio agli dei: questa iconografia era entrata in uso con Amenhotep III ed aveva sostituito la raffigurazione delle scene di vita quotidiana di moda nella prima metà della XVIII dinastia.

Secondo uno stile affermatosi nelle tombe di Deir el Medinah, le immagini ed i testi sono dipinti su di uno sfondo bianco in giallo dorato, che garantisce ai defunti la vita nell’Aldilà in quanto rappresenta l’oro, materiale incorruttibile dal quale gli Egizi ritenevano fossero costituiti il sole e la carne degli dei; i particolari ed i contorni delle immagini erano rifiniti in nero e rosso ed i gioielli e le parrucche in blu, ma questi colori ora sono quasi del tutto scomparsi.

Per non appesantire troppo il post illustrerò qui la sola sala H: per praticità di lettura, ho inserito la spiegazione delle singole pareti nella didascalia delle immagini.

Le panoramiche sono tratte mediante screenshot dal file relativo alla visita virtuale della tomba inserito nella parte seconda dei post su Maya; le fotografie sono tratte in parte da internet (indicherò l’autore nella didascalia, qualora sia noto), in parte sono state scattate da mia figlia Silvia Vitrò.

La parete nord della cosiddetta “anticamera” o “sala H”, la prima stanza che si incontra scendendo dalla scaletta: raffigura i coniugi che rendono omaggio ad Osiride ed a Nephtis, davanti ai quali vi è un tavolo di offerte. Foto di Silvia Vitrò
Parete sud della sala H: qui si trovava l’ingresso decorato che conduceva ad un annesso non iscritto, oggi chiuso ed intonacato di bianco. Sopravvivono sui lati lunghi dell’apertura due colonne di geroglifici con lodi ad Osiride ed a Sokar. Nell’immagine l’architrave, che presenta due immagini del dio sciacallo sopra un’edicola, due occhi udjat, un anello shen. Foto di Silvia Vitrò
A destra dell’apertura intonacata posta sulla parete sud della sala H si trovano le immagini di Nut e di Osiride, ai quali Maya e Merit, disegnati sull’adiacente parete ovest, rendono omaggio.
Parete ovest con le figure di Maya e Merit in atteggiamento di omaggio nei confronti di Osiride e Nut posti sulla parete sud.

Questa è la stanza con i rilievi più curati.

La PARETE SUD in particolare è la più bella dell’intera tomba.

Guardando da sinistra si notano Maya e Merit con le braccia alzate in adorazione davanti ad Osiride assiso sull’antico sedile cubico; dietro di lui Nut che tiene in mano un ankh ed Iside e Nephtys che reggono uno scettro; davanti ad Osiride è posto un tavolo ricco di offerte.

PARETE SUD: Guardando da sinistra a destra si notano Maya e Merit con le braccia alzate in adorazione davanti ad Osiride assiso sull’antico sedile cubico; dietro di lui Nut che tiene in mano un ankh ed Iside e Nephthys che reggono uno scettro; davanti ad Osiride è posto un tavolo ricco di offerte.
PARTICOLARE DELLA PARETE SUD: i due coniugi

La PARETE OVEST reca a destra un inno a Osiride in tredici colonne; al centro l’architrave dell’originario passaggio alla camera O, decorata con due rappresentazioni di Anubi, sormontate da due occhi wadjet e divise da un segno shen.

La PARETE OVEST reca a destra un inno a Osiride in tredici colonne; al centro l’architrave dell’originario passaggio alla camera O, ora chiuso, decorata con due rappresentazioni di Anubi, sormontate da due occhi wadjet e divise da un segno shen. La parte sinistra della parete mostra una rappresentazione di Merit che deve essere tuttavia riferita alla scena ritratta sulla parete nord.

La parte sinistra della parete mostra una rappresentazione di Merit che completa la scena ritratta sulla parete nord.

L’apertura che conduce alla stanza O in origine era stata sigillata con un blocco di calcare, costituito da tre lastre sovrapposte spesse 7 cm, che fu distrutto dai saccheggiatori per penetrare nella tomba; attualmente è stato restaurato e collocato nel piccolo passaggio tra gli ambienti H e K.

IL BLOCCO DI CALCARE che in origine sigillava l’apertura della stanza O restaurato e posto nel piccolo corridoio tra gli ambienti K e O. Esso raffigura in alto a sinistra il falco Sokar sulla sommità di una cappella, sovrastato da due occhi Wadjet. Sotto di lui Osiride assiso sul suo trono, con i quattro figli di Horus (piccolissimi) in piedi su di un loto posto di fronte a lui. Maya e Merit li fronteggiano in atteggiamento di adorazione.

Esso raffigura in alto a sinistra il falco Sokar sulla sommità di una cappella, sovrastato da due occhi Wadjet; sotto di lui Osiride assiso sul suo trono, con i quattro figli di Horus (piccolissimi) in piedi su di un loto posto di fronte a lui. Maya e Merit li fronteggiano in atteggiamento di adorazione.

La PARETE NORD si suddivide in tre parti:

  1. Maya in adorazione davanti a Geb.
  2. la coppia in adorazione di Sokar ieracocefalo con la corona Atef ed Anubi dalla testa canina (che si trova sulla parete adiacente).
  3. tra le due scene il muro di chiusura dell’annesso M, sul quale sono rappresentate Iside e Nephtys; l’architrave è decorato ancora una volta con due immagini di Anubi.
PARETE NORD: a destra Maya in adorazione davanti a Osiride; a sinistra Merit in adorazione di Upuaut, che insieme a Maya si trova sulla parete adiacente; al centro il muro che chiude l’annesso M, sul quale sono rappresentate Iside e Nephthys; l’architrave è decorata con due immagini di Anubi.
PARTICOLARE DELLA PARETE NORD: Maya in adorazione di Osiride
PARETE NORD: La coppia in adorazione di Sokar e di Upuaut (quest’ultimo sulla parete adiacente, a sinistra), Iside e Nephtys, e la coppia in adorazione di Geb (Merit si trova sulla destra, sulla parete adiacente)

LA PARETE EST presenta sulla destra l’immagine di Anubi, che, come già detto, completa la scena della parete nord; al centro si trova l’apertura che mette in comunicazione con la stanza successiva, a sinistra è stata raffigurata la solita scena di Anubi che prega sulla mummia del defunto, assistito da Iside e Nephtys.

Il registro centrale del pannello di sinistra della PARETE EST; Anubi pronuncia formule magiche sulla mummia di Maya: Testo, da Osirisnet: “Parole pronunciate da Anubi, che è bendato, quando pone le mani sulla mummia il cui volto è grazioso come quello di un Dio (?): I tuoi occhi ti appartengono. Il tuo occhio destro è la barca diurna, il tuo occhio sinistro è la barca notturna, Oh Osiride, vero scriba reale, che ama, Supervisore del Tesoro del Signore delle Due Terre, Maya, giustificato con il Grande Dio che è negli Inferi. “L’Osiride, scriba reale, il Supervisore di il Tesoro, Maya, giustificato” 

La decorazione di questo ambiente non è particolarmente curata e riproduce le scene già proposte nella sala K.

La PARETE SUD infatti è quasi identica a quella della Sala precedente, cos’ come la PARETE OVEST, decorata con d alcuni testi abbreviati ed un’immagine tratti dal capitolo 151A del Libro dei Morti; la PARETE NORD si divide in tre parti: a destra Maya in adorazione davanti a Osiride; a sinistra Merit in adorazione davanti ad Anubi cinocefalo (che accanto a Maya si trova sulla parete adiacente); al centro il blocco di calcare che chiude l’ingresso all’Annesso P con la raffigurazione di Iside e Nephtys ed un’architrave appena schizzata con l’immagine speculare di due Anubi, adagiati su due tombe o due edicole e con i consueti epiteti.

La PARETE SUD con Maya e Merit in adorazione davanti ad Osiride ed alle tre dee
Maya e Merit adorano Osiride e le tre dee.

La PARETE EST reca come si è detto la continuazione della scena che si estende sulla parete nord. Maya si trova di fronte ad Anubi cinocefalo, in piedi: accanto a lui è incisa la sua preghiera al dio: “…Possa tu concedere (la capacità) di entrare e lasciare la necropoli, giustificato da Osiride, lo scriba reale, il sorvegliante del tesoro, Maya”.

PARETE EST: Maya in adorazione di Anubi cinocefalo. Foto di Silvia Vitrò.


Merit è sulla parete adiacente e implora: …Sono venuta a te, Anubi, che esisterai per sempre, affinché tu mi conceda di essere tra i tuoi lodati che sono al tuo seguito. Possa io essere convocata per nome, possa io essere ritrovata nel giorno di Ro-setau. Che le offerte (cioè la formula dell’offerta) siano recitate per me davanti a te come per tutti i tuoi lodati. Per il Ka (della) cantante di Amon, la Signora della casa, Merit, giustificata nella necropoli, venerata in pace” (Testi da Osirisnet).

Particolare dei due coniugi che rendono omaggio alle divinità.

Sulla parete nella quale si trova l’apertura che mette in comunicazione la sala K e la sala O, si trovano due pannelli: su quello di destra vi è una rappresentazione di Upuaut che completa la scena adiacente sulla parete nord, su quello opposto i consueti tre registri con la rappresentazione di Anubi che recita formule magiche sulla mummia di Maya e che in forma di sciacallo veglia davanti ad una tomba.

Particolare delle tre dee.

FONTI DEL TESTO E DELLE IMMAGINI

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta

LA TOMBA DI MAYA

Di Grazia Musso

Statua assisa di Maya Saqqara, tomba di Maya
Pietra calcarea, altezza 216 cm – Leida, Rijsmuseum van Oudheden AST 1

L’alto funzionario siede su uno scanno con schienale, e nella mano sinistra trattiene una “stoffa amuleto”.
Maya Indossa un corpetto plissettato e una parrucca bipartita, con lembi a piccoli ricci che ricadono sul petto.
Per il morbido modellato del corpo e la finezza dei lineamenti questa statua assisa è una delle creazioni più notevoli della statuaria privata della fine della XVIII Dinastia.

La concessione di scavo accordata all’ équipe anglo- olandese era legata inizialmente al ritrovamento del complesso funerario di Maya.

Infatti, quando la spedizione prussiana diretta da Richard Lepsius aveva lavorato a Saqqara, nel 1843, alcuni blocchi della sovrastruttura ancora accessibile erano stati prelevati e portati a Berlino.

Lepsius indicò la posizione approssimativa della tomba su una piantina della necropoli e pubblicò i rilievi nella sua opera “Denkmaeler aus Aevypten und Aethiopien”.

Purtroppo quasi tutti i rilievi di Maya portati all’Egyptisches Museum di Berlino andarono distrutti sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Il Rijsmuseum van Oudheden di Leida nutriva inoltre un particolare interesse per la figura di questo funzionario, dal momento che era in possesso, già dagli anni Venti del XIX secolo, di tre magnifiche statue assise di Maya e della sua Sposa Merit, che dovevano provenire senza dubbio dalla sepoltura di Saqqara.

Statua assisa di Merit. Saqqara, tomba di Maya
Pietra calcarea, altezza 190 cm
Leida, Rijsmuseum van Oudheden AST 2
Con indosso una veste finemente plissettata Merit è seduta su una sedia con un alto schienale. Il volto è incorniciato da una pesante parrucca realizzata con la più grande cura per i particolari, che le scende quasi fino alla vita. Merit, in qualità di ” cantrice del tempio di Amon”, regge con la mano sinistra il menat.

Gli Scavi della tomba di Maya sono iniziati nel 1987, sebbene già un anno prima gli archeologi si fossero imbattuti casualmente nel relativo complesso sotterraneo, seguendo una diramazione trasversale che partiva dal pozzo di una tomba vicina.

Posta solo a pochi metri da quella di Haremhab, la sepoltura di Maya eguaglia, per forma e dimensione, l’architettura funeraria del suo predecessore nonché futuro sovrano.

In qualità di “soprintendente del tesoro” , Maya apparteneva al vertice della gerarchia amministrativa e aveva ricoperto questo importante incarico già sotto Tutankhamon e Ay.

Nella sua ulteriore funzione di ” sommo soprintendente ai lavori nel luogo per l’eternità egli era stato inoltre responsabile della pianificazione e realizzazione dei complessi funerari degli ultimi tre sovrani della XVIII Dinastia.

Probabilmente per questo gli fu concesso il privilegio di donare due oggetti alla tomba di Tutankhamon, un ushabti cerimoniale e un letto in miniatura con la figura distesa del dio Osiride.

Successivamente venne incaricato da Haremhab di soprintendente ai suoi imponenti progetti architettonici nel tempio di Amon-Ra a Karnak.

Si accede al complesso funerario di Maya, orientato da est a ovest, attraverso un ampio pilone decorato che si trova all’interno della volta, da due grandi ritratti in rilievo di Maya.

Seguiva un primo cortile con pavimentazione in mattoni e di cui si conserva ancora, solo sul lato occidentale, una fila di colonne papiroformi.

Maya mentre prega Osiride. – Saqqara, tomba di Maya ingresso del pilone
Pietra calcarea, altezza 65 cm
La pittura, in buono stato di conservazione, permette di farsi un’idea dell’originaria ricchezza cromatica dei bassorilievi. Il signore della tomba e la sua sposa Merit ( di cui si conserva solo la mano, dietro la spalla dello sposo) sono raffigurati come oranti, le mani alzate volte al dio Osiride, la cui figura in trono ( non riprodotta in questo particolare), fronteggiano la coppia.

L’attigua grande sala delle statue conduceva nel cortile interno circondato da un colonnato, come quello di Haremhab.

I rilievi sulle pareti sono dedicati in particolare a temi religiosi, come il corteo funerario o la venerazione della vacca-Hathor, ma mostrano anche l’ambito professionale del defunto, quando viene raffigurato mentre registra il numero di prigionieri e i loro animali.

Si è conservata particolarmente bene una breve processione di fedeli che recano offerte.

Sul lato occidentale del cortile si trovano la camera di culto e due cappelle laterali, il cui rivestimento in pietra calcarea decorata a rilievo è però andato perduto fin dall’antichità.

Scena di offerte. – Saqqara, tomba di Maya, secondo cortile
Pietra calcarea, altezza 90 cm
Indossando eleganti abiti plissettati e pesanti parrucche i personaggi della processione recano in offerta diversi bastoni fioriti, fiori e volatili. I loro volti non sono affatto ritratti realistici, testimoniano piuttosto la stilizzazione in auge sotto Tutankhamon.

In complesso la struttura ha subito gravi danni a opera di ladri sia antichi sia moderni (XIX secolo) e si è conservata solo una piccola parte delle decorazioni originarie.

Gli archeologi sono tuttavia stati ricompensati da un ritrovamento sorprendente: alcune stanze del complesso sotterraneo con le camere sepolcrali del funzionario e della sua sposa erano ancora decorate per intero, e mostrano la coppia in adozione delle divinità dell’Aldilà.

È singolare notare che nella scelta dei colori ci si è limitato a una tonalità giallo-oro: si tratta certamente di un’allusione allo stato di trasfigurazione dei defunti.

Fonte

Egizio la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann

Cose meravigliose, Tutankhamon

IL PICCOLO SARCOFAGO DONATO DA MAYA

Le foto originali di Burton dell’oggetto, chiuso in un sarcofago in miniatura

Questo oggetto è un reperto molto particolare: non faceva infatti parte del corredo funerario originale di Tutankhamon.

Fu lasciato nella tomba da Maya, Tesoriere del Faraone (presumibilmente lo stesso che ri-sigillò nell’antichità la tomba di Thutmosis IV), dopo il primo tentativo di saccheggio avvenuto poco tempo dopo la sepoltura del Faraone.

Le foto originali di Burton dell’oggetto, estratto dal suo sarcofago

Vi è riprodotto Tutankhamon che giace mummificato su un letto funerario con zampe leonine, protetto dalle ali spiegate di un uccello Ba che protegge la mummia con la sua ala sinistra e di un falco Sokar che fa lo stesso con la sua ala destra. Sulla testa il copricapo di lino Nemes; sulla fronte l’ureo (dorato); intorno al collo il collare Usekh, con spalline a testa di falco.

Al Museo del Cairo, nella foto di Sandro Vannini

Fu ritrovato mancante del flagello per il secondo saccheggio della tomba (Carter annotò che il lino che copriva l’oggetto era stato sollevato dai ladri per esaminarne il contenuto).

Carter chiese aiuto a Newberry per la corretta traduzione del testo sul letto funerario, allegata nelle immagini.

Il disegno originale di Carter, la traslitterazione e la traduzione inviata da Newberry

Un oggetto molto raffinato nella sua esecuzione, un gesto commovente di pietas da parte di chi aveva gestito la profanazione della tomba del Faraone.

Ora al Museo Egizio del Cairo, JE60720, Carter 331a

Kemet Djedu

UNA RAGAZZA DI NOME TAURET

Di Livio Secco

Questa statuetta di 17 cm di altezza, collezionata dal Metropolitan Museum of Art di New York, raffigura una donna. Poiché ella stringe in mano un fiore di NINFEA ancora chiuso in bocciolo, ci deriviamo l’informazione che in realtà si tratti di una ragazza, non sposata e che viveva ancora in famiglia. La commissione della statuetta non può che essere stata fatta dai suoi genitori per un solo motivo specifico: la ragazza è venuta a mancare all’affetto del padre e della madre che in questo modo continuano, emotivamente, a tenerla insieme a loro.

Sul retro dell’immagine c’è una brevissima colonna di geroglifici. Proviamo ad analizzarla insieme.

Come al solito ho aggiunto anche la pronuncia secondo la codifica IPA per permettere a coloro che non conoscono la scrittura geroglifica di poter pronunciare la litania.

 Il manufatto possiede però anche un’iscrizione sulla base sul lato sinistro.

Ovviamente ci eravamo già fatti l’idea che i commissionari della statua fossero stati i parenti, ma l’iscrizione che abbiamo precedentemente trascurato potrebbe rivelarci qualcosa di più.
Proviamo ad analizzarla insieme.

Per coloro che volessero accettare la sfida di questa stupenda ginnastica intellettuale che è la filologia egizia, non posso che consigliare uno strumentario pressoché completo:

Grammatica primo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica secondo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica terzo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Dizionario egizio-italianohttps://www.amazon.it/Dizionario-egizio…/dp/8899334129…

Kemet Djedu

AMENHOTEP II E MERETSEGER

Di Livio Secco

La statua di Amenhotep II custodita presso il Museo Egizio del Cairo con il numero di catalogo JE39394 rappresenta il Faraone protetto dalla dea Meretseger. È in piedi con la gamba sinistra protesa in avanti, indossa la corona bianca Hedjet dell’Alto Egitto e con un ureo che emerge dalla fronte. Entrambi i piedi poggiano sull’immagine dei nove archi, che rappresentano i nemici dell’Egitto. Il cartiglio con il nome Amenhotep II è inciso sulla fibbia della sua gonna. Dietro di lui, la dea tebana Meretseger sotto forma di cobra si avvolge attorno a lui e lo protegge.

Io mi permetto di aggiungere solo un commento filologico relativo al Protocollo Reale del sovrano. Lo studio del Protocollo Reale è purtroppo non semplice perché, per gli spazi brevi, non sempre è evidente la grammatica e siamo in presenza di metatesi grafiche ed onorifiche. Nonostante ciò lo studio del Protocollo Reale è importantissimo perché indica il programma politico del sovrano.

Per chi volesse approfondire l’argomento non posso che consigliare la lettura del Quaderno di Egittologia nr 22 – IL PROTOCOLLO REALE – Composizione dell’onomastica faraonica che potete trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/il-protocollo-reale/

C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL FARAONE AMENHOTEP III  “IL MAGNIFICO”

Di Piero Cargnino

Alla morte di Thutmosi IV sale al trono delle Due Terre suo figlio, Amenhotep III, figlio di  Mutemuia, concubina o sposa secondaria di Thutmosi IV. In una iscrizione conservata al British Museum, Mutemuia viene citata come:

ossia come colei che ha dato alla luce il principe già incoronato faraone.

Secondo l’egittologa inglese Christine el-Mahdy, poiché in iscrizioni precedenti non viene citata come “Madre del Dio”, in quanto concubina non poteva neppure essere la “Grande sposa Reale” di Thutmosi IV per cui pare legittimo pensare che i suoi titoli di prestigio “Grande sposa reale“, “Madre del re” e “Sposa del re” gli furono assegnati solo quando il figlio salì al potere, come infatti compare su di un’altra iscrizione successiva:

Per quanto riguarda Amenhotep III non aspettiamoci di vedere un nuovo faraone guerriero, non si hanno notizie di azioni militari di rilievo durante tutto il suo regno, regno che fu un periodo di prosperità e splendore artistico senza precedenti.

Con Amenhotep III finalmente l’Egitto raggiunse l’apogeo del potere, il prestigio internazionale è riconosciuto da tutti i paesi confinanti, il popolo gode di una relativa ricchezza e l’arte esprime tutta la sua raffinatezza; si può tranquillamente dire che questo fu uno dei periodi più sereni e fecondi dell’intera storia egizia.

Come già fece la regina Hatshepsut, anche Amenhotep III volle sfoggiare una sua origine divina, nella stanza detta “Camera della nascita” del tempio di Luxor fece rappresentare il mito della sua nascita divina, la “ierogamia”, il rapporto sessuale tra una divinità, Amon, e una mortale, la propria madre, Mutemuia, rapporto dal quale (ovviamente) nasce lui.

Con la Grande sposa Reale, Tiye, ebbe sei figli, quattro femmine e due maschi: Thutmosi, principe ereditario ma premorto, Amenhotep IV (Akhenaton), e le principesse Baketaton, Sitamon, Henuttaneb, Iside e Nebetah.

La regina Tiye rivestì una notevole influenza a corte e partecipò alla gestione del potere sia come sposa di Amenhotep III, del quale fu importante consigliera e confidente, che durante il regno del figlio Akhenaton cosa che la fece ricordare come una regina saggia, intelligente e forte. La sua importanza nella gestione del potere era riconosciuta da tutti i dignitari, anche quelli stranieri, al punto che persino i re di altri paesi erano disposti a trattare con lei o tramite lei.

È la prima Grande Sposa Reale il cui nome compare su atti ufficiali, l’egittologo australiano David O’Connor scrive in merito: “……nessuna regina precedente apparve mai in posizione tanto prominente nella vita del marito…..”.

Nella statuaria compare sempre accanto al marito, sia nelle tombe che nei rilievi che sulle stele. Come abbiamo detto alla morte di Amenhotep III continuò a svolgere lo stesso ruolo con il figlio Akhenaton, lo evidenziano alcune Lettere di Amarna, in modo particolare nella lettera EA26, dove il re Mitanni rimembra direttamente con lei le buone relazioni che lo legavano al defunto Amenhotep III ed esprime il desiderio che la cosa continui con il nuovo faraone Akhenaton.

Oltre alla Grande sposa Reale, Tiye, Amenhotep III ebbe numerose mogli straniere, fra queste: Gilukhipa, figlia del re Mitanni Shuttarna, Tadukhipa, figlia del re Tushratta anch’egli Mitanni, oltre alle figlie di due re di Babilonia, una figlia del re di Arzawa ed una del governante di Ammia (Siria).

Alcuni studiosi sostengono che  Amenhotep III potrebbe aver avuto, tra gli altri, un terzo figlio maschio da una sposa secondaria, Smenkhara che succederà al fratello Amenhotep IV (Akhenaton), secondo altre interpretazioni Smenkhara sarebbe invece figlio dello stesso Akhenaton.

Una curiosità di questo periodo è l’affermarsi di un’usanza particolare, per celebrare gli avvenimenti degni di nota si iniziò ad inciderli in geroglifico sul retro di scarabei dove compaiono sempre i nomi del re e della regina oltre a quelli dei loro famigliari. Uno di questi parla dell’uccisione, da parte del sovrano, di 102 feroci leoni in dieci anni; su di un altro della costruzione di un lago artificiale per lo svago della regina, vengono citate la misure del lago che fanno supporre trattarsi del lago Birket Habu, a sud di Medinet Habu.

Degno di nota è uno scarabeo che ci fornisce, quasi involontariamente notizie circa i confini dell’Egitto all’epoca, si tratta dello “Scarabeo del Matrimonio” (nome forse non del tutto appropriato) nel quale è citata la regina Tiye ed i suoi genitori seguiti dalle parole:

Forse Karoy si trovava oltre Napata e quindi apparteneva alla giurisdizione del vicerè, in quanto a Nahrin, (territorio dei Mitanni) forse era più un’aspirazione del re che non la realtà. Comunque l’amicizia tra Amenhotep III ed il principe Mitanni è confermata su un altro scarabeo che riporta l’anno 10 è riportato:

Per quanto riguarda le imprese militari di Amenhotep III sappiamo che nel quinto anno di regno scoppiò una rivolta in Nubia, nel distretto di Ibhe, dove si trovava una cava di pietre utilizzate per la piramide del re Merenre della VI dinastia. La rivolta venne sedata dall’esercito egiziano al comando del vicerè Mermose e si risolse con la cattura di un migliaio di prigionieri. La campagna è descritta in tre roboanti iscrizioni rupestri sulle rocce della prima cateratta nelle quali si parla che

Si nutrono forti dubbi che il sovrano vi abbia partecipato direttamente, su di una stele conservata al British Museum l’avvenimento viene raccontato con maggiore sobrietà. Comunque nella provincia nubiana Amenhotep III dette sfoggio della sua grandezza con la costruzione di templi imponenti, a Sedeinga fece costruire un tempio in nome della moglie Tiye dove essa divenne oggetto di culto, il tempio si chiamava Hat-Tiye  (La casa di Tiye).

Un secondo tempio venne fatto costruire a Soleb, a nord della terza cateratta, è il monumento faraonico più importante dell’attuale Sudan. Era dedicato al dio Amon-Ra di Karnak e all’”immagine vivente” di Amenhotep III, Nebmaatra, signore della Nubia, identificato con il dio lunare Khonsu Neferhotep, pare che l’architetto fosse Amenhotep figlio di Hapu.

Questo tempio ha fatto impazzire numerosi studiosi in quanto, su una colonna del tempio, compare un’iscrizione molto particolare, l’iscrizione farebbe riferimento al dio degli ebrei dove il nome compare in geroglifico come

Inutile dire che su questo fatto ci sono due correnti di pensiero, secondo alcuni gli Shasu sarebbero una tribù nomade che nulla ha a che vedere con Israele, altri affermano che fossero si una tribù nomade ma che da essa ebbero origine gli ebrei, per quanto ci riguarda lasciamoli dibattere. Piuttosto va notato che la costruzione di questo tempio a Soleb mette in risalto il desidero del faraone di rendere “solare” il culto della religione corrente, identificando la sua persona con l’aspetto creatore del dio solare viene messo in risalto l’intento di favorire la fertilità e quindi l’ordine universale. Questo nuovo programma teologico sfocerà poi nella religione voluta da Akhenaton che vede il dio Ra-Harakhti nel disco solare Aton.

Abbiamo accennato ad un personaggio che merita una maggiore attenzione, si tratta di  Amenhotep figlio di Hapu, di umili origini, i genitori erano contadini nella città di Atribi, odierna Benha sul Delta del Nilo. Divenne sacerdote del culto di Thot e scriba reale per gli affari militari, forse fu anche un comandante dell’esercito, ragione che lo portò ad essere notato dallo stesso Amenhotep III che lo nominò intendente al fianco di sua figlia Satamon.

La sua fu una carriera molto brillante, oltre a rivestire il ruolo di scriba reale divenne anche capo delle reclute e in seguito “capo di tutti i lavori del Re”. Come capo architetto fu anche supervisore alla costruzione del grande “Tempio di milioni di anni” di Amenhotep III, nella necropoli di Tebe di fronte all’odierna Luxor, sulla riva occidentale del Nilo.

Qui si incontrano due enormi statue di pietra, dall’aspetto abbastanza inquietante, che si ergono isolate nella pianura circostante osservando, dall’alto dei loro 18 metri, da millenni il lento scorrere del Grande Fiume. Sono le statue gemelle di Amenhotep III che facevano parte del Complesso Funerario. Il faraone è rappresentato assiso con le mani sulle ginocchia e lo sguardo rivolto ad est, verso il sole nascente, sulla parte anteriore del trono, a fianco delle sue gambe, due statue più piccole, che rappresentano la moglie Tiye e la madre Mutemuia, sono scolpite su un lato del trono a fianco delle sue gambe. Sui pannelli laterali è rappresentato il dio Nilo Hapy.

Sono i famosi “Colossi di Memmone” il cui nome gli fu assegnato dai greci che le associarono all’eroe mitologico Memmone, un re etiope, figlio di Eos dea dell’aurora, che corse in aiuto di Troia, in guerra con gli Achei, e morì per mano di Achille. I colossi svolgevano la funzione di guardiani dell’entrata del “Tempio di milioni di anni” di Amenhotep III che al suo tempo era il più grande ed opulento nell’intero Egitto, persino il tempio di Karnak, all’epoca di Amenhotep III, era più piccolo. Della sua imponenza oggi rimane ben poco oltre ai due colossi, costruito sul bordo della pianura alluvionale, non ha resistito all’erosione che ne ha minato le fondamenta.

Ma queste statue hanno una particolarità che le rese famose fin dall’antichità. Nel 27 a.C. un terremoto causò la parziale distruzione di uno dei Colossi: la parte superiore crollò, mentre quella inferiore riportò delle crepe. Un’antica leggenda racconta che dopo la rottura, ogni mattina all’alba, dalla metà inferiore della statua spezzata, proveniva uno strano suono. Si pensa che il fenomeno fosse causato dall’aumento della temperatura che, facendo evaporare la rugiada, produceva un suono simile ad un canto o una musica.

Il primo riferimento alla statua che cantava ci giunge dallo storico e geografo greco Strabone, che affermò di avere udito la musica durante un viaggio effettuato nel 20 a.C.. Altri viaggiatori, come il greco Pausania e i romani Tacito e Giovenale, descrissero il fenomeno, tanto che alla statua furono attribuiti poteri oracolari. La fama della statua che canta si sparse rapidamente ed arrivarono migliaia di visitatori tra cui diversi imperatori romani. Sulle statue sono inoltre leggibili oltre 90 graffiti di persone che avevano sentito cantare la statua. Lucio Flavio Filostrato nella sua opera, “Vita di Apollonio di Tiana” cita il canto della statua come il saluto dell’eroe Memmone alla madre Eos, dea dell’aurora. Tra i graffiti di persone importanti ce n’è uno di Giulia Balbilla, poetessa greca antica che si era recata in Egitto con la corte dell’imperatore Adriano e di sua moglie Vibia Sabina.

Intorno al 199 d.C. l’imperatore romano Settimio Severo, per ingraziarsi l’oracolo, ordinò il restauro delle statue. Da allora le statue non emisero più alcun suono.

Tornando agli affari interni del regno non va trascurato il fatto che l’apparente periodo di pace nella regione medio orientale portò l’Egitto ad una certa rilassatezza nel controllo del territorio ed in realtà ad una progressiva riduzione dell’influenza egiziana a vantaggio degli imperi orientali in particolare di quello Ittita. Sul fronte orientale si riscontra però un’intensa attività diplomatica di Amenhotep III nei confronti dei sovrani Assiri, Mitanni, Ittiti e di Babilonia documentata nelle “Lettere di Amarna”.

In una di queste lettere si evince che, mentre in Egitto giungevano spesso figlie di re stranieri date in spose al faraone, la cosa non era ricambiata, nella Lettera di Amarna EA 4 il re di Babilonia lamenta che:

Forse la ragione stava nel fatto che, secondo la tradizione egizia, chi avesse sposato una figlia del faraone avrebbe acquisito il diritto alla successione al trono d’Egitto, o forse si trattava semplicemente di affermare la superiorità dell’Egitto sugli altri regni. Abbiamo accennato più volte alle “Lettere di Amarna” vediamo di che si tratta.

Nel 1887 una contadina egiziana mentre stava raccogliendo del sabakh, una sorta di concime, tra le rovine di el-Amarna rinvenne per caso un gran numero di tavolette di creta che recavano incisioni incomprensibili apparentemente prive di alcun valore. Queste furono vendute per un’inezia sul mercato clandestino dove vennero acquistate da istituzioni museali mondiali e mercanti d’arte, ma in seguito più nessuno ne parlò e delle tavolette e del luogo di ritrovamento se ne persero le tracce. Delle tavolette si tornò a parlare in occasione della comparsa sui mercati clandestini di analoghi reperti, esaminate meglio si scoprì dunque il loro valore, si scatenò quindi una corsa alla loro ricerca, numerose campagne di scavo vennero organizzate da varie istituzioni, tra queste la campagna più importante venne condotta, nel 1891-1892, dagli egittologi inglesi William Mattheuw Flinder Petrie e John Pendlebury.

Le Lettere di Amarna costituiscono oggi un insieme di 380 reperti (oltre alle centinaia andate perdute o distrutte) oggi purtroppo sono sparse in diversi musei nel mondo ma soprattutto al British Museum di Londra, al Museo Egizio del Cairo ed al Museo dell’Asia Anteriore di Berlino. Le Lettere sono redatte in in lingua accadica, la più antica lingua semitica mai attestata, di origine semitica orientale parlata principalmente in Mesopotamia dagli Assiri e Babilonesi, il nome deriva dalla città di Akkad, ancora oggi non rintracciata con certezza e utilizza i caratteri cuneiformi. Tutte le tavolette (lettere) facevano parte dell’archivio di stato del faraone Akhenaton quando questi spostò la capitale da Tebe ad Akhetaton (Amarna).

Tratteremo ancora l’argomento quando parleremo del faraone “eretico”. A proposito di lui, non è certo che suo padre lo abbia nominato coreggente; su una Lettera di Amarna (EA 27) il re dei Mitanni Tushratta esprime rammarico per  per il fatto che Akhenaton non gli avrebbe inviato le statue d’oro promesse dal padre in dote al momento del matrimonio di  Amenhotep  III con sua figlia Tadukhipa. Ora, poiché la lettera è datata all’anno 2 del regno di Akhenaton, si deduce che, se coreggenza c’è stata, non sarebbe durata più di un anno o due.

Sul terzo pilone del Complesso templare di Karnak, quello di Amenhotep III, in un rilievo molto danneggiato a causa della “damnatio memoriae” cui fu sottoposto Akhenaton, compaiono padre e figlio su una barca sacra, per quanto possibile si legge:

Secondo la notizia diffusa dal Ministero Egiziano delle Antichità i recenti ritrovamenti nella tomba del visir Amenhotep-Huy, dove compaiono i cartigli di  Amenhotep  III e di Akhenaton incisi uno accanto all’altro, confermerebbero che ci sia stata una coreggenza di almeno otto anni. L’egittologo Peter Dorman ha respinto ogni ipotesi di coreggenza fra i due faraoni, basandosi sui rinvenimenti della tomba di Kheruef. Altra disputa che lasciamo agli egittologi.

Come è naturale che sia anche i faraoni invecchiano e si ammalano, proprio in alcune scene dalla tomba tebana di Kheruef,  Maggiordomo della “Grande sposa reale” Tiye, il sovrano viene rappresentato “indebolito e visibilmente sofferente”, cosa analoga è riscontrabile in una statuetta in serpentite, conservata al Metropolitan Museum of Art di New York, dove Amenhotep  III è riprodotto con abiti voluminosi e un ventre prominente.

L’esame della mummia del faraone rivelerà poi che questi era obeso e soffriva di artrite senza trascurare la pessima dentatura profondamente cariata. Ma dopo 38 o 39 anni di regno giunse per lui il momento di incamminarsi verso i “Campi di Iaru” e, forse secondo l’antica credenza, unirsi agli dei diventando una stella imperitura.

Amenhotep III fu un buon sovrano, forse anche amato ma certamente stimato tanto dai sudditi quanto dai sovrani stranieri che espressero il loro rammarico per la sua morte. Il re Tushratta scrisse:

Alla sua dipartita l’Egitto era una grande potenza, la sua influenza raggiungeva quasi l’intero oriente allora conosciuto così come nella Nubia a sud, rispettato e temuto da tutte le nazioni confinanti. Il guaio allora (come oggi) non era tanto la politica ma la religione, il clero di Amon con la sua influenza e le sterminate proprietà che gli garantivano una potenza era in grado di condizionare le decisioni dei regnanti, cosa che causerà la rivoluzione di  Akhenaton.

Amenhotep III il “Magnifico”, uno dei più grandi sovrani del Nuovo Regno, venne sepolto nella tomba che si era fatto costruire in una valle attigua alla Valle dei Re, la “Valle dell’Ovest” (in arabo “Biban el-Gurud” porta delle scimmie) e denominata WV22 (West Valley22) ma viene anche chiamata KV22 (King Valley22). Nel seguito vedremo che anche la sua mummia venne pietosamente trasportata nella tomba KV35 di Amenhotep II per preservarla dai saccheggi.

La tomba, aperta ed accessibile, era già nota perché visitata dall’esploratore inglese William George Browne ma venne ufficialmente “scoperta” dagli studiosi francesi R. E. Devilliers du Terrage e J. B. Prosper Jollois, che si erano recati in Egitto al seguito di Napoleone e, nel 1799 avevano seguito il generale Dasaix fino a Tebe. Delillers e  Jollois eseguirono rilievi epigrafici e ne tracciarono la mappatura, ulteriori rilievi vennero eseguiti nel 1828 da Ippolito Rossellini e nel 1844 da Richard Lepsius, nel 1898 si interessò alla tomba anche Victor Loret e nel 1915 Haward Carter che rinvenne cinque depositi di fondazione.

Nel 1959 Hornung e Piankoff eseguirono una rilevazione fotografica, dal 1989 gli studi sulla KV22 sono stati affidati in concessione alla Waseda University giapponese. Champollion visitò la tomba nel 1829 rilevando che alcune pareti erano ricoperte da pitture di straordinaria finezza, sono pitture e geroglifici stilizzati che ricordano lo ieratico.

Vediamo ora come si presenta la tomba seguendo sulla planimetria. La grande tomba si insinua nella roccia per 86 metri  seguendo un percorso che presenta due cambiamenti di direzione ad angolo retto. L’ingresso si apre su di una scala (a) che immette in un corridoio in pendenza (b) in fondo al quale si trova un’altra scala (c) ed un altro corridoio (d) che termina in un pozzo verticale (e), profondo quasi 5 metri, sul fondo del pozzo si apre un piccolo locale (e1).

Superato il pozzo si accede ad una camera con due pilastri (f), sul lato sinistro della parete di fondo tramite una scala si accede ad un breve corridoio (g) e tramite un’altra scala (h) si accede all’anticamera (i), le cui pareti, come quelle del pozzo presentano “scene reali”, figure di divinità quali Osiride, Anubi, Hathor, Nut e Amentit insieme al sovrano ed al suo ka.

Proseguendo si apre la grande camera funeraria a sei pilastri (j) che si presenta su due livelli nella quale si trova il sarcofago di Amenhotep III.

Le pareti della camera funeraria sono interamente ricoperte dai testi del “Libro dell’Amduat”, mentre sui sei pilastri è rappresentato il re in presenza di alcune divinità. Tutte le decorazioni sono pesantemente danneggiate e difficilmente leggibili. Anche qui intorno alla camera funeraria si trovano diversi annessi di cui i due più grandi, con il soffitto sorretto da un pilastro, si suppone che avessero la funzione di ulteriori camere funerarie, forse una di esse era per la regina Sanamon e l’altra per la regina Tiye.

Purtroppo oltre ai danni arrecati dal tempo si aggiungono i danni provocati dai visitatori che agli inizi del novecento rubarono e asportarono alcune parti delle pitture parietali, la cosa è particolarmente visibile nella parete sud del pozzo dove è raffigurata la dea Nut che riceve il re seguito da un personaggio che porta sul capo il segno del ka, com’è chiaramente visibile, il capo del faraone è stato completamente asportato.

Terrage e Jollois che visitarono la tomba nel 1799 riuscirono a percorrere solo un breve tratto a causa dei detriti che ostruivano il passaggio, in seguito la tomba venne visitata da molte persone al punto che al suo interno non venne più rinvenuto nessun reperto originale salvo alcuni frammenti di scarsa importanza rinvenuti durante gli scavi di Carter.

I resti della mummia di Amenhotep III vennero rimossi in passato e, dopo un precario restauro, furono trasferiti nella tomba di Amenhotep II, la KV35; quando venne rinvenuta da Loret nel 1898 si trovava in pessime condizioni, dall’etichetta che la contraddistingueva si poté risalire all’epoca del restauro corrispondente all’anno dodicesimo del faraone Smendes della XXI dinastia

Fonti e bibliografia:

  • Enrichetta Leospo e Mario Tosi “ll potere del re il predominio del dio”, Ananke, 2005
  • Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Ala Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
  • John Wilson, “Egitto, I Propilei” volume I, Arnoldo Mondadori, Milano, 1967
  • Agnès Cabrol, “Amenhotep III le magnifique”, ed. Le Rocher, 2000
  • Cyril Aldred, “Akhenaton il faraone del sole”, Grandi tascabili economici Newton, 1996
  • A. Piankoff e E. Hornung, “Das Grab Amenophis’ III im Westtal der Könige”, 1961
  • G. W. Bowersock, “The Miracle of Memnon”, American Society of Papyrologists, 1984 André e Étienne Bernand, “Les Inscriptions grecques et latines du colosse de Memnon”, Parigi, Bibliothèque d’étude de l’Institut français d’archéologie orientale, 31, diffusion Picard, 1969
Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta

IL COLOSSO DI RAMESSE II

Di Grazia Musso

Menfi, Tempio di Ptah
Pietra calcarea cristallina, altezza attuale 10,95 m.
Mut Rahina, parco archeologico

La statua, oggi sdraiata, una volta si erge a davanti al portale meridionale del tempio di Ptah.

Fa parte dei preziosi colossi del re.

Le proporzioni sono armoniche malgrado le dimensioni, la lavorazione e la levigatura della superficie sono di notevole qualità.

L’espressione mite è al contempo ieratica è caratteristica del primo stile del regno di Ramses II.

Fonte

Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann

Fotografie della statua coricata di Gian Piero Liori

Harem Faraonico

UN TRADIZIONALE TRIBUTO DELLA NUBIA AL FARAONE

Di Luisa Bovitutti

Concludo mostrandovi un originale dono che i sudditi nubiani erano soliti riservare al Faraone nel periodo compreso tra il regno di Hatshepsut e quello di Tutankhamon, raffigurati nella tomba di Amenhotep Huy ed altresì nelle sepolture tebane TT93 di Qenamon e TT65 di Nebamon-Imyseba sempre nell’ambito della rappresentazione del tributo nubiano, ed in quelle amarniane di Meryre II e di Huya, nella scena dell’omaggio ad Akhenaton in occasione del suo XII anno di regno.

La presentazione del tributo nubiano a Tutankhamon da parte di Huy, dietro il quale si trovano in basso il modellino grande, e sul registro sopra di esso i due modellini più piccoli. Disegno di Lepsius.
La scena nella tomba di Amenhotep Huy così come appare oggi.

Si tratta di modellini in oro del paesaggio di Wawat, che simboleggiano la ricchezza della Nubia e la piena vivificante del Nilo che da quella terra proviene, posati su basamenti o vassoi riccamente decorati.

Questi rilievi parietali sono piuttosto deteriorati ed i colori risultano scuriti da uno strato di vernice; fortunatamente gli archeologi che ebbero occasione di visitarle realizzarono dei disegni che ci permettono di avere un’idea della bellezza dell’oggetto originale.

Tomba di Kenamun: un modellino destinato al sovrano.
Disegno di Nina De Garis Davies

Tra i tributi nubiani raffigurati nella tomba di Huy figurano tre modellini, ben disegnati da Lepsius, a colori: nel più grande il paesaggio è disseminato da numerose palme sulle quali si arrampicano scimmie e babbuini per raggiungere i datteri; a terra svariati nubiani, alcuni liberi, altri incatenati. Due giraffe trattenute da due servi tramite una corda si allungano verso i frutti per poterli mangiare. Al centro, sopra una specie di cesto di pelle bovina, sorge una costruzione piramidale, forse una capanna, circondata da trofei.

Particolare del modellino più grande

La base del modellino è ornata da pelli di grossi felini e da placche rettangolari (forse stoffe) ornate da dischi d’oro; vi sono altresì incisi i cartigli di Tutankhamon, che sono stati erasi, e due nubiani schiena contro schiena, incatenati.

Tomba di Huya: l’omaggio ad Akhenaton per il XII anno di regno. Disegno di Norman De Garis Davies. Il modellino è nel primo registro in alto, poco a destra della metà della scena
Particolare della scena nella tomba di Huya, ad Amarna: il modellino è raffigurato sul registro in alto, a sinistra.
Tomba di Meryra II ad Amarna. Disegno di Norman De Garis Davies. L’immagine è poco leggibile, ma credo che il modellino sia nell’angolo a destra in alto. Si accettano altre proposte!

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