C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

IL FARAONE SETI I

Di Piero Cargnino

Dopo meno di due anni di coreggenza col padre Ramses I, Seti-Merenptah (Uomo di Seth-amato da Ptah), figlio della Grande Sposa Reale Sitra, sale al trono, dopo essere stato Sommo Sacerdote di Seth, ed assume il nome regale Menmaatra (Stabile è la Giustizia di Ra).

Non è chiara la ragione per cui un faraone abbia assunto il nome di Seth, il nome di questa divinità non veniva più usato fin dalla II dinastia anche se il suo culto è sempre stato diffuso nel Delta. E’ un uomo nel pieno vigore fisico ed intenzionato a riportare l’Egitto ai fasti del passato superando quel che ancora restava dell’eresia  amarniana. Al trono con lui sale anche la sua Grande Sposa Reale Tuya di provenienza non regale ma figlia di un generale dell’esercito.

La durata del regno di Seti I non è ben definita ed è oggetto di varie interpretazioni, Manetone, che lo considera il fondatore della XIX dinastia, gli assegna una durata improponibile di 55 anni. Come per i suoi predecessori il compito maggiore consisteva nel ripristinare la sovranità egizia in Asia, in modo particolare nella terra di Canaan ed in Siria, territori considerati appetibili dall’espansionismo ittita. E’ curioso notare quanto la volontà di tornare ai vecchi dei si riscontri nella titolatura di questo faraone che per esteso è: Menmaatra Seti-Merenptah dove vengono citati Ra, Ptah, Amon e Seth, questo anche per ridimensionare in parte l’eccessivo potere che il clero di Amon di Karnak vantava prima della rivoluzione religiosa di Akhenaton e riaffermare il primato teologico del dio Ra.

Seti I si dedicò in modo particolare all’attività edilizia, le sue opere più importanti furono, tra le altre il completamento della grande Sala Ipostila a Karnak ed il suo tempio funerario ad Abydos sulle cui pareti volle realizzare l’importante rilievo, noto col nome di “Lista Reale di Abydos” dove lui rende omaggio a 76 suoi predecessori a partire da Narmer, estremamente utile come fonte per ricostruire la cronologia dei sovrani egizi.

Fece costruire numerosi obelischi in onore di Ra nel tempio di Eliopoli, uno di questi è il famoso “obelisco flaminio”, alto 26 metri,  completato poi dal figlio Ramses II, e che oggi svetta in Piazza del Popolo a Roma dove venne fatto portare dall’imperatore Augusto nel 10 a.C.. Su un lato compare un’iscrizione dove si afferma:

Certamente non trascurò la politica estera dove era necessario riportare un po’ d’ordine. Dalle scene di battaglia che ancora oggi possiamo ammirare, scolpite sulla parete esterna settentrionale della Grande Sala Ipostila a Karnak e su numerose stele, apprendiamo delle numerose campagne militari condotte in Medio Oriente, principalmente a Canaan, in Libia e in Nubia.

Fin dal primo anno di regno Seti I si dedicò a ristabilire la sovranità egizia ripristinando la “Via di Horus”, strada che, partendo dalla fortezza di Tjaru, all’estremità orientale del Delta, terminava in Palestina, nei rilievi del tempio di Karnak sono ben dettagliate le numerose fortezze e pozzi che costellavano la strada. Durante il percorso attraverso il Sinai vennero debellati i riottosi beduini detti Shasu, entrando in Canaan pretese tributi dalle varie Città-Stato presso le quali ebbe modo di soffermarsi. Non fu così per alcune altre, come Beir She’an e Yenoam contro le quali Seti I non partecipò direttamente ma inviò solo le sue truppe. La spedizione proseguì poi fino al Libano dove i sovrani locali si sottomisero cedendo come tributo una ingente quantità di legno di cedro. Tornato in patria Seti I si rivolse contro le tribù libiche dei Tehenu, dei Libu e dei Mashuash che premevano ai confini creando non pochi problemi, e li sconfisse. Durante l’ottavo anno di regno dovette inviare l’esercito per reprimere una rivolta in Nubia, non si recò egli stesso ma potrebbe averlo fatto come comandante il figlio, futuro Ramses II.

Il pericolo maggiore però arrivava dalla Siria, nonostante il trattato di pace stipulato a suo tempo dai sovrani ittiti con Amenhotep III e siglato con matrimoni reali, ultimo quello di Tadukhipa con Amenhotep III. Il trattato prevedeva il riconoscimento da parte ittita dei diritti egiziani sul regno di Amurru, sulla valle dell’Oronte e sulla città di Kadesh ottenendo in cambio la rinuncia da parte egiziana dei territori dei Mitanni conquistati da Tutmosi III.

Per fronteggiare la minaccia degli ittiti che erano avanzati in territorio egiziano, Seti I intraprese una campagna militare con la quale conseguì qualche successo arrivando a riconquistare il regno di Amurru e, anche se per poco, la città di Kadesh sulla quale ormai non aveva più alcuna influenza a causa della politica inetta di Akhenaton, impresa che non era riuscita a Tutankhamon ed a Horemheb. Per celebrare l’impresa Seti i fece erigere una stele dedicata agli dei Amon, Seth e Montu. I frutti della vittoria non durarono però a lungo, gli ittiti si ripresero presto Kadesh e Amurru a causa dell’impossibilità, o dell’incapacità da parte egizia di mantenere un congruo contingente militare in zona. A causa di ciò non è da escludere che sia stato raggiunto un accordo tra Seti I e Muwatalli II col quale vennero ridisegnati i confini. Ci proverà poi, ma senza successo, il figlio Ramses II a riconquistare Kadesh cinque anni dopo la morte di Seti I.

Per quanto riguarda le vittoriose campagne militari di Seti I ci sarebbe da avanzare qualche dubbio, come di consueto nei riguardi dei faraoni che sono molto propensi a glorificare i propri meriti magari usurpando quelli degli altri. Dagli studi effettuati sulle “lettere di Amarna” in un primo momento si pensò che con il regno di Akhenaton l’Egitto fosse sprofondato nel caos privo della fermezza di un sovrano che avesse polso. In realtà le cose non andarono proprio così, certo che per il faraone eretico esisteva quasi solo la religione dell’Aton e lui personalmente non seguiva molto i fatti dell’impero, meno che mai Tutankhamon, c’è da dire però che i suoi predecessori avevano creato una amministrazione statale molto efficiente che provvedeva alla gestione degli interessi dello stato anche senza precise direttive del sovrano.  

Oggi sono stati condotti studi più approfonditi per cui gli egittologi non credono che la politica di Akhenaton abbia portato alla perdita dell’impero, se si escludono quei pochi territori poi riconquistati da Seti I. Sicuramente Seti I, come molti altri prima e dopo di lui, ha fatto costruire monumenti anche importanti (alcuni li ha usurpati), riempiendoli di rilievi ed iscrizioni nelle quali vantava anche meriti non propriamente suoi o esagerando i suoi.

Secondo alcuni Seti I nominò il figlio Ramses coreggente intorno al suo nono anno di regno ma al riguardo non esistono fonti certe. L’egittologo canadese Peter J. Brand non crede che i rilievi presenti in vari templi di Karnak, Gurna e Abydos, dove sono raffigurati insieme Seti I e il figlio Ramses II, siano significativi per suffragare la coreggenza tra i due in quanto la maggior parte di essi vennero realizzati per volere di Ramses II dopo la morte di Seti I.

Sulla coreggenza o meno si sono espressi diversi egittologi tra cui William Murnane e Kenneth Kitchen e molti altri; In conclusione una coreggenza appare assai improbabile se fanno testo due importanti descrizioni che compaiono nel tempio di Abydos e su di una stele commemorativa a Kuban nelle quali Ramses II è sempre descritto come principe e non come coreggente, nelle iscrizioni sono riportati, oltre ai vari titoli militari, il titolo di “Primogenito del re” e “Principe ereditario ed Erede”.

Alla sua morte Seti I fu sepolto nella Valle dei Re in quella che oggi è chiamata KV17, (Tomba Belzoni). Questa fu scoperta per l’appunto da Giovanni Battista Belzoni nel 1817 mentre lavorava per Henry Salt. Alessandro Ricci, che lavorava con Belzoni, fu il primo a disegnare i rilievi della tomba che venne attribuita ad un ipotetico re Psammuthis.

Con la decifrazione dei geroglifici ad opera di Champollion nel 1822 si scoprì che apparteneva a Seti I. La tomba fu sottoposta a numerosi lavori di restauro e conservazione prima da Burton, poi da Rosellini e da Carter ed infine da Barsanti. Dal 1979 fino al 2000 è stata oggetto di mappatura, rilievi epigrafici e ad ulteriori lavori di conservazione e restauro.

Lunga 136 metri è la più profonda di tutte quelle del Nuovo Regno, è la prima che presenta tutte le pareti completamente decorate con bassorilievi e pitture dai colori molto vivaci. In essa compaiono per intero i testi del libro dell'”Amduat” e le “Litanie di Ra” oltre alla rappresentazione di molti dei, tra cui Hathor, Osiride, Ptah, Nefertum e Iside.

Le successive tombe del Nuovo Regno cercarono sempre di imitarla. Il sarcofago di Seti I è ricavato da un unico imponente blocco di alabastro decorato con rilievi in ogni sua parte, all’interno si trova un’immagine della dea Nut che avvolge il corpo del faraone.

Sulla parte esterna del sarcofago è inciso parte del “Libro delle Porte” oltre ad un testo sul viaggio notturno di Ra nell’oltretomba. Nel 1825 il sarcofago venne acquistato da Sir Soane del “Jhon Soane Museum”, dove si trova tutt’ora, era completamente bianco ma col tempo, a causa del clima e dell’inquinamento di Londra, ha assunto un colore bruno più scuro perdendo anche alcune decorazioni.

La mummia di Seti I, come quelle di altri faraoni, venne trasportata nella cachette di Deir el-Bahari dove fu rinvenuta nel 1881 e riconosciuta grazie al fatto che il suo nome era inscritto sul coperchio del sarcofago; traslata al Museo Egizio del Cairo fu sbendata da Gaston Maspero nel 1886. Gli esami condotti sulla mummia, che si trova in ottime condizioni, hanno rivelato che all’atto della morte Seti I non aveva ancora cinquant’anni.

Subito apparve una stranezza, forse a causa di una disattenzione degli imbalsamatori, il cuore, che la prassi prevedeva che fosse rimosso, mummificato e poi rimesso al suo posto, si trovava nella parte destra del torace anziché in quella sinistra.

La mummia, lunga 170 cm era talmente ben conservata che sbendandola Maspero ebbe a dire:

Prima di addentrarci nel grande tempio di Seti I ad Abydos vorrei parlare di una curiosità, il tempio racchiude una delle più enigmatiche raffigurazioni che rappresenta una manna per i più accaniti fanta-egittologi pieni di fantasia aliena sulla quale sono stati spesi fiumi di libri di fantarcheologia.

La scena in questione rappresenta un insieme molto confuso di glifi e geroglifici ai quali non è stato possibile dare una spiegazione pratica anche se studiosi esperti hanno chiarito quale mistero si cela dietro questi strani geroglifici. Certamente per alcuni esistono ancora molti dubbi ma la spiegazione data appare attendibile e fondata su basi concrete. Certo che se osservate in modo del tutto spontaneo vi trovate di fronte alla rappresentazione di quali armi disponeva l’esercito di Seti I, aerei a reazione, sottomarini, e persino elicotteri e, se vogliamo pure degli UFO.

Il tempio non è stato completato durante il ciclo di vita di Seti I, ma da suo figlio, Ramesses II, all’inizio del suo regno. Il lavoro fatto eseguire da Ramesses II è di qualità nettamente inferiore a quello di suo padre, lo si capisce dal lavoro scadente effettuato nelle varie modifiche apportate al tempio. Come risultato di questo “scadente” lavoro, alcuni iscrizioni sono state cesellate e riscolpite in fretta, utilizzando il gesso in alcuni casi solo per rintonacare le iscrizioni superflue, intonacature che ovviamente nei millenni si sono sbriciolate o seccate, facendo riaffiorare dalla pietra i vecchi geroglifici che si confondono con i nuovi.

Una spiegazione dettagliata di questi strani geroglifici QUI

A questo punto va detto che nulla di simile è mai stato riscontrato in nessun altro tempio, piramide o strutture presenti in Egitto. Pensare a soluzioni aliene o a civiltà precedenti appare comunque del tutto fuori luogo in quanto se tali glifi volessero proprio rappresentare i mezzi tecnologici a cui assomigliano il contesto in cui sono inseriti non permette la ricostruzione di una frase a senso compiuto. Il mondo accademico da come spiegazione che tale rappresentazione è solo frutto della casualità. “Omnes cogitant quod volunt”.

LA TOMBA KV17

Soffermiamoci ad ammirare la stupenda tomba di Seti I, la KV17 nella Valle dei Re, ne vale la pena.

Purtroppo Belzoni, per agevolare l’ingresso alla parte ipogea, fece scavare un profondo pozzo verticale quasi all’inizio dell’ingresso della tomba, questo riempiendosi d’acqua causò numerose inondazioni alle quali lo stesso Belzoni cercò di porvi rimedio innalzando un muro, la cosa però si rivelò inutile. Il tutto, con l’umidità, causò un’escursione termica che con la dilatazione delle rocce provocò parecchi crolli dell’intonaco dipinto. Come se ciò non bastasse, l’inesperienza delle tecniche di restauro in auge a quei tempi portò Belzoni e Wilkinson a cercare di ravvivare i colori parietali per mezzo di spugnature umide, cosa che fecero pure i visitatori della tomba in assenza di controlli. A questi danni se ne aggiunsero altri causati da interventi maldestri di ricercatori, spesso anche malintenzionati, che distrussero parti di intonaco affrescato nel tentativo di cercare altre camere nascoste, senza contare poi quelli che strapparono letteralmente parti di intonaco per portarseli via.

Oggi le pareti si presentano alquanto sbiadite e, per evitare di danneggiare ulteriormente i dipinti, con il vapore acqueo causato dalla respirazione dei molti visitatori la tomba è stata chiusa al pubblico per oltre dieci anni, dopo gli opportuni interventi il 1 novembre 2016 è stata riaperta contemporaneamente a quella di Nefertari.

Fortunatamente nel 1825 intervenne l’egittologo James Burton che dette inizio ad importanti lavori di protezione e consolidamento della tomba, fece erigere un nuovo muro di fronte all’ingresso riuscendo questa volta ad impedire ulteriori inondazioni, fece svuotare il pozzo verticale di Belzoni ed installò una robusta porta all’ingresso.

Gli interventi di Burton ottennero i risultati sperati e da allora la tomba KV17 non ha subito ulteriori inondazioni limitando così i danni. Sulla tomba tornò anche Carter, nella campagna del 1902-1903, durante la quale svolse numerosi lavori di restauro e consolidamento (in modo particolare nella camera funeraria) dove tentò, purtroppo senza successo, di sanare alcune crepe che si erano aperte nelle pareti.

<< Seguite sulla planimetria la descrizione della tomba >>.

Planimetria schematica della tomba KV17 della Valle dei Re – (dis. di Hotepibre)

L’ingresso avviene attraverso una breve scala (a) che sbuca in un corridoio in forte pendenza (b), questo termina in una nuova scala che da accesso ad un nuovo corridoio (c), anch’esso in pendenza che porta ad un pozzo verticale (d) profondo circa 6 metri. Superato il pozzo si accede ad una camera (e) con quattro pilastri delle dimensioni di 8 x 8 metri circa, da questa si accede ad una seconda camera (f), grande come la precedente, con due pilastri. Sulla sinistra della camera (e), tramite una scala che sbuca in un corridoio (g), dal quale si diparte un’ulteriore scala (h) si raggiunge l’anticamera (i) e da qui la camera funeraria (j) che si presenta su due livelli mentre sei pilastri sostengono l’imponente soffitto a volta.

Alla sinistra della camera funeraria si trova ancora una camera (m) con due pilastri mentre sul lato posteriore si trova una camera (n) con quattro pilastri disposta ortogonalmente rispetto all’asse principale della tomba. Quasi al centro del lato posteriore si estende uno scavo non rifinito, da qui si raggiunge una scala male intagliata nella roccia che prosegue attraverso un profondo budello (o) che prosegue nella Valle per oltre 150 metri.

Nel 2007 si è tentato di sgomberare il tunnel dalle macerie per accertarsi se si trovavano altri locali con esito negativo, dopo 150 metri il tunnel si interrompe bruscamente.

La tomba di Seti I viene altresì chiamata la “Cappella Sistina egiziana” in quanto è l’unica tomba della Valle dei Re ad avere tutte le pareti dei corridoi e delle camere interamente ricoperte di decorazioni, inoltre in essa sono contenuti tutti i testi religiosi relativi al culto del defunto.

Le decorazioni sono state eseguite con maestria inusuale, è la prima volta che le “Litanie di Ra” ed i capitoli del “Libro dell’Amduat” non vengono rappresentati nella camera funeraria ma solo sulle pareti dell’ingresso e dei primi due corridoi. Anche le pareti del pozzo sono decorate con immagini di Seti I in compagnia di divinità.

La camera (e) presenta capitoli del “Libro delle Porte” (descrizione della quinta ora) oltre ad una cappella dedicata a Osiride. Le pareti della camera (f), che Belzoni chiamò “Sala dei disegni”, sono per l’appunto ricoperte da disegni incompleti, mai terminati, che si riferiscono alle ore Nona, Decima e Undicesima dell’Amduat oltre a Seti I in compagnia di Ra-Horakhti.

Nel corridoio (g) e nel passaggio (h) è riportata la classica cerimonia dell’apertura della bocca e degli occhi mentre nell’anticamera (i) sono rappresentate molte divinità. La camera funeraria (j) presenta uno splendido soffitto a volta decorato con la volta blu intenso, gli astri e le più importanti costellazioni sono dipinte di un giallo pallido che spicca sul blu del soffitto.

Sulla pareti compaiono i testi del “Libro delle Porte” e di quello dell'”Amduat” dove è descritto il viaggio della barca solare di Ra, numerose altre divinità tra cui Anubi intento a praticare l’apertura della bocca con il dio Osiride. Interessanti anche le decorazioni dell’annesso (k) dove, nella Quarta ora del Libro delle Porte, alcuni geni minori mantengono vivo il fuoco dei “Pozzi Ardenti” dove finiscono i dannati.

Come abbiamo detto all’interno della camera funeraria si trovava il sarcofago di alabastro con una particolarità quasi unica nel suo genere, le sue pareti sono spesse solo 5 centimetri attraverso le quali filtra la luce. Al contrario il coperchio è spesso 30 centimetri e venne rinvenuto spezzato dai saccheggiatori. All’interno si trovavano parecchi oggetti, o parti di essi, tra cui degli ushabty in legno alti 1 metro, tutti i reperti si trovano oggi al Sir John Soane’s Museum di Londra.

In uno dei locali, all’interno della tomba, è stata trovata la mummia di un toro cosa che gli è valso anche il nome di “Tomba di Api”. Di Seti I è stata rinvenuta un’altra tomba ad Abydos la cui struttura ricorda quella della KV17, si tratta di un cenotafio al centro del quale si trova una vera e propria isola circondata dall’acqua, sull’isola è situato un falso sarcofago. Simbolica associazione al mito di Osiride ed alle forze primeve della creazione. Questa realizzazione ha fatto sorgere il dubbio che il profondo tunnel della KV17 sia stato realizzato allo scopo di intercettare l’acqua dal sottosuolo.  

Di grande interesse il tempio funerario di Seti I, che si trova più a nord di ogni altro tempio, purtroppo è assai lontano dalle mete più frequentate dai turisti, il faraone lo dedicò, oltre che ad Amon, al proprio padre, Ramses I.

Al contrario del figlio Ramesse II o della regina Hatshepsut, col tempo la fama di Seti I svanì (e non poteva essere diversamente con un figlio come Rsmses II), ed anche il suo tempio cadde nell’oblio, un vero peccato perché il tempio si presenta di una bellezza veramente ammirevole dove il turista si trova immerso nell’epoca del faraone.

Seti non fece in tempo a vedere finito il suo tempio perché morì prima ma il figlio amorevolmente lo fece completare. La parte esterna, ormai in rovina, non rende merito alla parte interna, le sale e le anticamere del tempio principale sono ben conservate così come alcuni dei rilievi molto interessanti dove Seti I ed il figlio Ramses II sono rappresentati insieme nell’atto di porgere offerte ad Amon.

Come detto in precedenza, il tempio racchiude la famosa lista reale che Seti I volle per venerare gli antichi sovrani la cui necropoli si trovava presso le sue mura e conteneva sia le tombe che i cenotafi dei suoi predecessori.

Sette cappelle, con soffitti a volta, presentano sulle pareti dettagliati rilievi che mantengono ancora una vivace colorazione, queste fanno parte del tempio ed erano destinate al culto del re e dei principali dei tra i quali Ptah e Amon. In fondo ad ognuna di esse è presente una falsa-porta, tranne in quella di Osiride che possiede una vera porta che da accesso a una serie di santuari interni.

Nella parte posteriore si trovano grandi stanze dedicate al culto di Osiride. In origine il tempio misurava 180 metri di lunghezza, oggi purtroppo la maestosità di questo monumento è appena percettibile in confronto alla sua antica grandezza, in buono stato si trovano attualmente circa 80 metri per una larghezza di circa 120 metri.

Il pilone d’ingresso e i due cortili anteriori del tempio, da cui oggi si accede attraverso un portico che immette direttamente nelle due sale ipostile, sono quasi del tutto ridotti in rovina. La seconda sala ipostila è collegata all’ala sud del tempio tramite un lungo corridoio che riporta, su una parete un interessante rilievo finemente lavorato dove compare Sethi I che, con il figlio Ramesse II,  stanno catturando un toro con una corda, la parete di fronte riporta la famosa “Lista dei Re”.

Facciamo ora un giro dietro al tempio e ci troviamo di fronte ad un’altra imponente costruzione religiosa, l’Osireion. Considerato uno dei più importanti monumenti sepolcrali, desta ancora oggi molte perplessità, non tutti concordano sul fatto che a farlo costruire sia stato proprio Seti I, la datazione è tutt’ora incerta e sono tante le ipotesi avanzate che si alimentano delle leggende legate al mito di Osiride (1).

Si ritiene che sia stato edificato nel luogo dove veniva custodita la testa di Osiride, era il centro religioso più importante dove si celebravano i cosiddetti “Misteri Osiriaci”, allo scopo venne utilizzata l’acqua perché secondo la leggenda il dio era stato sepolto su un’isola.

L’Osireion si raggiunge tramite una scala che parte dal tempio di Seti I ed è costituito da una estesa struttura in superficie, situata a circa 15 metri sotto il livello del tempio, e da un’ampia struttura sotterranea. Oggi purtroppo è per meta sepolto e in gran parte inaccessibile a causa delle infiltrazioni di acqua.

L’imponente struttura sotterranea, in parte sommersa dall’acqua, è costruita con enormi monoliti in granito rosa ed arenaria, alti da 4 a 8 metri, larghi circa 2,40 metri e con un peso medio da 100 a 200 tonnellate, lisci e perfettamente levigati incastrati e soprapposti con una precisione di altissimo livello tecnologico, non c’è traccia di malta o cemento, i blocchi sono assemblati tra loro solo con del fango; cosa che si riscontra solo in un altro posto in tutto l’Egitto, il tempio della Sfinge a Giza.

L’Osireion venne scoperto agli inizi del ‘900 dalla spedizione archeologica guidata dall’egittologo Flinders Petries, coadiuvato dalla dott.ssa Margaret Murray e per un certo periodo di tempo venne considerata da alcuni egittologi come l’ipogeo di Seti I, questo perché nel 1929 l’egittologo Henry Frankfort, docente presso l’Università di Londra, rinvenne un frammento di terracotta che riportava incisa la frase “Seti è al servizio di Osiride”.

Le pareti sono completamente prive di incisioni e geroglifici, su alcuni pilastri compaiono raffigurazioni di navi con le vele ammainate ed eccezionalmente il “Fiore della Vita”, un simbolo che troviamo in tutte le antiche culture del mondo.

A rendere ancora più affascinante il mistero che avvolge questa meravigliosa costruzione, è il riscontrare che il livello di perfezione con cui le pietre sono incastrate l’una con l’altra è inferiore al margine di errore ammesso oggi nel calcolo delle migliori autostrade moderne. Molti blocchi sono stati fissati con cambrette di metallo (bronzo?), metodo che veniva utilizzato in tutto il mondo, sono state rinvenute per la prima volta dagli archeologi dopo gli scavi condotti nella storica città greca di Delfi, sede del famoso oracolo.

(1) – Il Mito di Osiride  –  (per chi ancora non lo conosce)

Osiride e Seth erano figli del dio della terra Geb e della dea del cielo Nut. Osiride sposò la sorella Iside. Tra i due fratelli sorse una rivalità per cui Seth decise di uccidere suo fratello Osiride. Costruì un sarcofago e durante una festa disse che lo regalava a chi fosse riuscito ad entrarci perfettamente. Osiride cadde nell’inganno e appena entrò nel sarcofago Seth lo chiuse dentro e lo gettò nel Nilo. Il sarcofago scese lungo il fiume e raggiunse il mare dove si fermò a Biblo, qui si incastrò in una acacia e col tempo ne venne avvolto. Iside, dopo molte peripezie, venne in possesso del corpo di Osiride, cercando di rianimarlo rimase fecondata ed al momento giusto partorì Horo. Un giorno però Seth trovò il corpo di Osiride e si infuriò a tal punto che lo tagliò in vari pezzi che disperse per tutto l’Egitto. Iside ritrovò tutti i pezzi (con l’eccezione del fallo, mangiato da un pesce gatto) e lo ricompose. Con l’aiuto della sorella Nefti lo riportò in vita usando i suoi poteri magici. Osiride però non poteva più vivere sulla terra quindi diventò il re dei morti. Un’altra versione narra che Iside non trovò i pezzi in cui fu sezionato Osiride ma questi furono trovati dagli egizi che provvidero ad innalzare un tempio su ciascuno dei pezzi del dio. La storia è stata tramandata come mito per millenni tanto da essere ritenuta una realtà; è quindi giustificato pensare che per gli antichi egizi l’Osireion custodisse la reliquia più importante del dio.

Fonti e bibliografia: 

  • Alessandro Roccati, “L’area tebana, Quaderni di Egittologia”, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Murray Margaret, “The Osirion at Abydos”, British School of Egyptian Archeology, Londra, 1904.
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. I, Torino, Ananke, 2004
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Edda Bresciani, “Grande enciclopedia illustrata dell’antico Egitto”, De Agostini, 2005
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”,  Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, trad. di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’Antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
  • Alfred Heuss et al., “I Propilei. I, Verona, Mondadori, 1980
  • Erik Hornung, “La Valle dei Re”, traduzione di Umberto Gandini, Torino, Einaudi, 2004)

(Le foto sono dell’amico Giuseppe Fornara che ringrazio vivamente)

Tutankhamon

LA STATUA DI ANUBI

Di Andrea Petta

“Io sono qui a proteggere l’Osiride, Nebkheperure, il Signore dell’Eternità”

Legno stuccato e dipinto (sacrario: legno stuccato e dorato), altezza 60 cm (118 cm totali), lunghezza 64 cm (273 totali). Carter 261, JE 61444

È uno degli oggetti più iconici della tomba: la statua di Anubi posta all’ingresso della Stanza del Tesoro a vigilare sui vasi canopici del Faraone nonché tutti gli altri oggetti preziosi e sacri che in tale stanza erano conservati. La statua era rivolta verso ovest, sottolineando il ruolo di Anubi come guardiano delle necropoli.

Anubi nella sua posizione originale; alle sue spalle si intravede la testa della Vacca Celeste ed il sacrario dei vasi canopici protetto dalle quattro dee. Tra le zampe la tavoletta da scriba di Meritaton
Il disegno originale di Carter che descrive il reperto. La mano del pittore naturalista emerge anche da un semplice disegno.

Il dio giace accucciato su un sacrario dorato, a sua volta appoggiato ad una slitta/palanchino con due lunghe sbarre in legno per il trasporto da parte dei sacerdoti durante la cerimonia funebre.

La statua al Museo Egizio del Cairo

L’aspetto è volutamente temibile, inteso ad essere terrificante per i predoni che avessero violato la tomba. Purtroppo non è stato sufficiente a fermare gli antichi tombaroli, visto che l’interno stesso del sacrario è stato violato.

Realizzato in legno stuccato e dipinto, ha orecchie, collare ed una sorta di fascia raffigurata legata intorno al collo dorati, come anche le sopracciglia ed il contorno degli occhi, realizzati in calcite ed ossidiana. Gli artigli sono in argento.

Il drappo con le frange avvolto intorno al corpo di Anubi, risalente all’epoca di Akhenaton
Il particolare delle ghirlande legate al collo di Anubi

Il santuario, anch’esso in legno stuccato, è dorato e principalmente decorato con simboli djed (stabilità), legati ad Osiride, e tyet (vita), legati ad Iside. Per la sua forma trapezoidale, Carter lo definì “pilonico” vista la somiglianza con i piloni dei principali templi di Tebe. È diviso in scomparti che contenevano amuleti, gioielli ed oggetti per la mummificazione.

Quando è stata ritrovata, la statua era avvolta in un panno di lino, con una garza di lino sottile e due corone floreali di ninfea (Nymphaea coerulea) e fiordalisi legate intorno al collo, con una tavoletta da scriba appoggiata tra le zampe recante i cartigli di Meritaton, una delle figlie di Akhenaton.

La tavoletta da scriba di Meritaton ritrovata tra le sue zampe

Fu necessario separare la statua dal sacrario per permetterne l’uscita dalla tomba (il sarcofago esterno di Tutankhamon era ancora in situ ed impediva l’uscita con le lunghe stanghe del palanchino).

Appena davanti al sacrario, tra le stanghe del palanchino ed in pratica sulla soglia fisica della Stanza del tesoro fu trovato da Carter un quinto “mattone magico” a forma di torcia (un mattoncino di argilla forato, con uno stoppino dalla sommità dorata) che riportava la scritta:

Io sono colui che impedisce alla sabbia di soffocare la camera segreta, colui che respinge con la fiamma del deserto chi vorrebbe respingerlo. Io ho incendiato il deserto, ho confuso le strade. Io sono qui a proteggere l’Osiride, Nebkheperure, il Signore dell’Eternità”.

Il quinto mattone magico, il “mattone-torcia” con l’estremità dorata

L’iscrizione proviene dalla formula 151 del Libro dei Morti, ma su questo mattoncino nascerà una leggenda.

Il mattone non poteva essere usato come torcia, vista la doratura sulla sommità, ma Carter notò sul pavimento dei frammenti di carbone intorno ad esso; è quindi molto probabile che sia stato usato una fiamma reale in un rito funebre collegato ai mattoni magici. Da notare che i mattoni stessi non erano posizionati nella tomba nel modo corretto, forse una svista durante il ripristino dopo l’antico saccheggio.

La posizione del mattone magico tra le stanghe del palanchino di trasporto, che cade esattamente sulla soglia della Camera del Tesoro. Si intravedono i residui di carbone notati da Carter, testimonianza di un rito funebre collegato ai mattoni stessi.

Nota: il panno di lino al collo di Anubi riporta la data del VII anno di regno di Akhenaton, probabilmente l’anno di nascita di Tutankhamon. È palesemente usato, tanto che anche Gardiner faticò a decifrare il cartiglio di Akhenaton, lavato ripetutamente e portava ancora i segni della stiratura. Senza nessuna “pretesa” archeologica, mi piace pensare che quel panno abbia avvolto un neonato destinato a diventare, suo malgrado, uno dei Faraoni più famosi della storia.

Il drappo con le frange avvolto intorno al corpo di Anubi, con i cartigli di Akhenaton

Fonti:

  • Richard H. Wilkinson, Kent Weeks – The Oxford Handbook of the Valley of the Kings. Oxford University Press, 2016
  • Guasch Jané, About the Orientation of the Magical Bricks in Tutankhamun’s Burial Chamber. Journal of the American Research Center in Egypt 2012.
  • Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
  • Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
  • Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
  • Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
  • Foto: Museo Egizio del Cairo, Henry James, The Griffith Institute
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

IL FARAONE RAMSES I

Di Piero Cargnino

Verso la fine del suo regno, in assenza di eredi, Horemheb decise di associarsi al trono il vecchio generale Pramesse, futuro Ramses I che designò quale suo successore. Fu una scelta fortunata poiché da quella scelta sorsero poi i grandi faraoni quali Seti I e Ramses II, niente male come inizio della XIX dinastia.

Certo, Pramesse non era di sangue reale, d’altronde non lo era neppure Horemheb, proveniva comunque da una famiglia aristocratica di stirpe guerriera originaria del Delta, probabilmente da Avaris (la città degli Hyksos) dove veniva adorato il dio Seth.

Secondo l’egittologo scozzese Kenneth Kitchen sarebbe nato pochi anni prima di Tuthankhamon, il padre era un comandante dell’esercito, capo degli ardieri, di nome Seti, fratello dell’ufficiale Khaemuaset la cui moglie, Tamuadjesi, parente del viceré di Kush, era a capo dell’harem di Amon. Questo per capire che Horemheb non aveva scelto a caso, ma si era rivolto ad un personaggio di alto lignaggio elevandolo al rango di visir.

L’elenco delle prestigiose cariche che ricoprì Pramesse, prima di diventare Ramses, non è cosa da poco:

Salendo sul trono delle Due Terre, Pramesse, mutò il suo nome in Ramses, si dotò del nome regale di Menpehtira (Ra è durevole di forza), consapevole, forse, che sarebbe stato il capostipite di una dinastia che avrebbe dovuto riportare l’Egitto alla sua grandezza, nella scelta del suo nome regale cercò di imitare il titolo del grande Ahmose, fondatore della XVIII dinastia, il cui nome, Nebpehtira significa “Ra è Signore della forza”, mantenendo anche il nome di Ramses (Ra lo ha generato).

Trovandosi in età già avanzata designò come principe ereditario e successore il proprio figlio Seti avuto dalla Grande Sposa Reale Sitra.

Ramses I non godette a lungo del potere regale, Manetone, secondo Giuseppe Flavio, gli assegna un anno e quattro mesi, durata che non si scosta di molto da quella indicata sull’unica stele datata, proveniente da Wadi Halfa, che riporta la data dell'”anno 2, II peret, giorno 20″, dove Ramses I ordina di inviare provviste ai sacerdoti di Ptah a Buhen e di edificare una cappella ad Abydos. Ma pare che la stele non sia stata eretta da Ramses I bensì dal figlio Seti I che ne collocò un’altra vicina con la data del primo anno del proprio regno.

Durante il suo regno si resero necessarie numerose spedizioni militari in Siria a causa dei ripetuti tentativi da parte delle popolazioni locali di riconquistare i loro possedimenti. Non si hanno altre notizie della sua politica estera come sono scarse quelle di politica interna, da alcuni rilievi riportanti il suo nome, presenti sul secondo pilone del tempio di Karnak, si potrebbe pensare che abbia in qualche modo contribuito al completamento della trasformazione del cortile aperto di Horemheb nella grande Sala Ipostila del tempio.

Il suo regno fu così breve che ne risentì anche la sua tomba che si presenta assai piccola e rifinita frettolosamente. Identificata come KV16 nella Valle dei Re, la tomba fu scoperta da Belzoni nel 1817, si presenta incompleta, consiste in due scalinate molto ripide che terminano in un corridoio attraverso il quale si raggiunge l’anticamera incompleta.

Alcuni vani laterali sono stati scavati frettolosamente per consentire di deporvi il corredo funebre, i muri non contengono rilievi ma sono semplicemente lisciati e decorati con scene che rappresentano il sovrano che viene accolto dalle divinità oltre ad alcuni brani di testi funerari.

Il sarcofago in granito rosso è molto grande ma incompleto, è ricoperto con testi sacri dipinti in giallo ma non incisi.

La sua mummia venne traslata nella cachette di Deir el-Bahari (DB320) durante il regno del faraone Siamon nel 970 a.C., come quelle di altri faraoni per preservarle dalle razzie ormai endemiche nella Valle dei Re. Nel 1871 la mummia fu illegalmente rubata dalla famiglia Abd el-Rassul e venduta al mercato di Luxor per 7 sterline a James Douglas, dopo vari passaggi finì in Canada per essere poi esposta al Museo di Niagara Falls senza che alcuno sapesse il suo valore e a chi apparteneva. Nel 1999 si riuscì a stabilire che la mummia era del Faraone Ramses I e venne ceduta per due milioni di dollari al Museo “Michael C. Carlos” di Atlanta. Nel 2003, la mummia venne restituita all’Egitto con un atto di donazione firmato dall’allora segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità, il dott. Zahi Hawass. Dopo un temporaneo soggiorno al Museo del Cairo, venne trasferita al Museo di Luxor dove, dopo 130 anni può riposare nella sua terra natia.

Parlando della XIX dinastia in generale abbiamo citato che alcuni collocano il periodo narrato nella Bibbia come la schiavitù e l’esodo degli ebrei dall’Egitto in questo periodo e, più precisamente identificano in Ramses I il “Faraone dell’oppressione” citato nell’Esodo come colui che rende schiavo il popolo d’Israele. Oggi la maggioranza degli studiosi ritiene che l’episodio della schiavitù e dell’esodo faccia parte di una letteratura immaginaria enfatizzata dai sacerdoti ebrei nel periodo della deportazione a Babilonia per creare un passato storico-religioso al popolo giudeo che ritornava a Gerusalemme.

Fonti e bibliografia: 

  • Alessandro Roccati, “L’area tebana, Quaderni di Egittologia”, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. I, Torino, Ananke, 2004
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997 
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, trad. di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’Antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
  • Alfred Heuss et al., “I Propilei. I, Verona, Mondadori, 1980
  • Erik Hornung, “La Valle dei Re”, traduzione di Umberto Gandini, Torino, Einaudi, 2004
Pictures

Healing image of the army writer Hor

The statue is covered with magical spells and figures of gods.

In his hands Hor holds a so-called Horusstele with an image of the god Harpocrates who protects against snakes and scorpions.

The god Bes above Harpocrates.
Crocodiles under Harpocrates feet.

Granodiorite; origin unknown;

Early Greek Period (332-305 BC)

Turin, Museo Egizio, inv. c. 3030 [tt 173]

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=2585772664932479&id=100004993125345&mibextid=Nif5oz

Kemet Djedu

FRUSTRAZIONE FILOLOGICA…GINECOLOGICA!

Sto finendo di preparare il XVIII Laboratorio di Filologia Egizia che dovremmo iniziare a novembre.

Tra gli argomenti che proporrò quest’anno, c’è anche il Papiro Ginecologico di Kahun.

Qui vi presento la prima prescrizione del terzo foglio.

Il papiro ginecologico di Kahun fu repertato dal celeberrimo egittologo inglese Flinders Petrie durante i suoi scavi del 1889 nella località di el-Lahun, una località situata nella regione del Fayyum conosciuta anche come Kahun.

Fu datato al regno di Amenemahat III (1818-1773 a.C.), sovrano che si colloca all’interno della XII dinastia (1939+16-1760) e quindi appartiene al Medio Regno (1980+16 – 1760 a.C.).

Dal punto di vista dimensionale è uno dei maggiori papiri di quell’epoca essendo lungo 100 cm per 32 cm di altezza.

Come ne anticipa la definizione il papiro è il più antico trattato medico conosciuto e si occupa di problematiche ginecologiche e di ostetricia. Infatti i suoi temi sono la fertilità, la gravidanza, la contraccezione e alcune malattie tipicamente femminili.

Il documento si compone di sole tre pagine suddivise in trentaquattro colonne orizzontali scritte come d’abitudine da destra a sinistra.

Parlo di frustrazione perché al momento della traduzione le parti corrotte dei papiri non permettono di ricostruire i concetti originariamente scritti e ciò comporta una delusione di non poco conto. Ma l’importanza dei lavori di traduzione è soprattutto la documentazione e, questo genere di disperazione, fa parte del gioco.

Ho aggiunto, come di consueto, la parte fonetica secondo il codice IPA per far leggere i geroglifici anche a chi non li ha studiati.

A chi, invece, volesse approcciare questa stupenda ginnastica intellettuale non posso che consigliare questo strumentario pressoché completo:

Grammatica primo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica secondo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica terzo livellohttps://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Dizionario egizio-italianohttps://www.amazon.it/Dizionario-egizio…/dp/8899334129…

C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

ERNESTO SCHIAPARELLI  –  LA  TOMBA DI KHA E MERIT

Di Piero Cargnino

Sull’argomento vedi anche: LA TOMBA DI KHA E MERIT

La XVIII dinastia è finita, prima però di addentrarmi nella XIX vorrei parlare, con una sorta di campanilismo, di un gioiello che possediamo qui al Museo Egizio di Torino, l’unica tomba egizia mai saccheggiata nell’antichità, (quella di Tutankhamon era già stata profanata nell’antichità), la tomba di Kha e di sua moglie Merit, (TT8).

Già scopritore della tomba di Nefertari, moglie di Ramses II nel 1904, considerata tra le tombe più belle della Valle delle Regine, l’egittologo piemontese, allora direttore del Museo Egizio di Torino, Ernesto Schiaparelli,  nel 1906, scavando nella necropoli di Deir el-Medina, scopre la tomba dell’architetto reale Kha, perfettamente intatta e con un ricco corredo funerario che fu portato interamente a Torino dove si trova tutt’ora.

L’architetto Kha era di umili origini anche se parlare di umili origini in quel tempo è perlomeno improprio. Nell’antico Egitto non esisteva una vera e propria distinzione in classi sociali ed economiche, pare che i cittadini vivessero sì su livelli diversi ma con una numerosa classe media.

Grazie ai suoi meriti divenne prima scriba (come riportato su due dei suoi bastoni da passeggio), arrivando a ricoprire l’incarico di supervisore alla costruzione delle tombe reali nella necropoli di Tebe.

Prestò servizio principalmente alla corte del faraone Amenhotep III ma aveva già svolto incarichi sotto Amenhotep II e Thutmosi IV (circa vent’anni prima di Tutankhamon). Direttore dei Lavori Reali, certamente non apparteneva ad un livello molto basso nella scala sociale, basta pensare che a quei tempi il costo di un semplice sarcofago era pari al costo di una mucca e nella tomba di Kha i sarcofagi erano ben cinque (inseriti gli uni negli altri), si deduce che doveva godere di una certa agiatezza.

Certo che alcuni di questi sarcofagi sono dorati ma la doratura è talmente sottile (10-11 micron) che tutto l’oro che li ricopre complessivamente è pari a quella di un dente d’oro. Stessa cosa si può dire per il lino che era un materiale costoso, nella tomba di Kha ne erano contenute grandi quantità oltre a numerosi abiti e biancheria, quasi tutta ricamata con il suo monogramma.

Parlando della scoperta, Schiaparelli racconta che la porta era così ben conservata che, al momento di entrare chiese la chiave al suo domestico il quale molto seriamente gli rispose: “Non so dove sia signore”. Lo spettacolo che si presentò all’interno lasciò l’egittologo senza fiato.

Due enormi sarcofagi in legno laccati di nero e coperti da teli per ripararli dalla polvere, uno lungo la parete di fondo e l’altro, un po’ più piccolo lungo la parete di destra.

Dai suoi attrezzi, trovati nella tomba, si nota che sono tutti piuttosto consumati, da ciò si deduce che oltre che supervisore fosse anche lui un lavoratore che si mescolava agli altri artigiani, forse fu per una forma di “rispetto professionale” che la sua tomba non fu mai violata dai suoi contemporanei.

Sicuramente era una persona molto scaltra poiché costruì la sua tomba in un luogo nascosto a circa 25 metri dalla cappella funerari di famiglia sotto la quale ci si aspettava che si trovasse. Talmente nascosta che neppure alcuni secoli dopo, quando le violazioni erano un fatto quotidiano, la sua tomba era ormai dimenticata ed introvabile.

Kha iniziò a costruire la sua tomba con il relativo sarcofago parecchio prima di morire, disgraziatamente sua moglie Merit gli premorì, fu così che Kha gli cedette il suo sarcofago.

Il fatto che per Merit sia stato usato il sarcofago giù predisposto per Kha e riadattato è così evidente che essendo Merit parecchio più piccola, onde evitare che il corpo potesse spostarsi, vennero posti dei rotoli di bendaggio sopra il capo della mummia (vedere la foto).

Una volta aperto il sarcofago di Merit apparve un secondo sarcofago antropomorfo in legno stuccato, bitumato e con doratura a foglia. Secondo Schiaparelli Merit era collocata sul fianco sinistro, tesi che cozza con le foto dell’epoca che la mostrano distesa sulla schiena e con il fatto che la mummia non presenta malformazioni, che si sarebbero prodotte col tempo, che denotino la sua collocazione sul fianco.

Meravigliosa la maschera funebre di Merit in lino stuccato con doratura a foglia e con inseriti di pietre preziose e vetro colorato.

Il sarcofago esterno di Kha è simile a quello di Merit ma molto più massiccio.

Al suo interno si trova un secondo sarcofago antropomorfo in legno dorato e bitumato. Il secondo sarcofago ne conteneva un terzo, sempre antropomorfo ed anch’esso in legno stuccato e dorato, bitumato all’interno.

Sul secondo sarcofago di Kha venne rinvenuto, piegato senza molta cura, il suo  libro dei morti. Un enorme papiro lungo 13,80 mt. contenente oltre 30 capitoli destinati anche alla consorte.

Le mummie sono in ottimo stato di conservazione all’interno dei loro sarcofagi e raramente vengono messe in mostra.

All’interno della tomba di dimensioni modeste trovavano posto, alla rinfusa (lo si vede dalle foto originarie), circa 500 oggetti che avrebbero dovuto servire a Kha e sua moglie Merit nell’aldilà.

Oltre agli immancabili vasi canopi, una serie di mobili, tra cui due letti con poggiatesta, vari cofanetti che risultarono pieni di biancheria di lino, tra cui 17 tuniche di Kha, alcune in lino leggero ed altre in lino più pesante, altri cofanetti  contenevano recipienti per profumi, balsami e creme oltre ad un paio di forbici, rasoi da barba e una pietra per affilare.

Vennero inoltre rinvenuti oltre 50 perizomi molti dei quali puliti e ben ripiegati mentre molti altri, consunti, sporchi e bucherellati erano conservati a parte.

Numerose brocche e vasi uno dei quali bellissimo in terracotta biancastra dipinta che reca ancora il tappo di tela che copre il collo sul quale spicca l’occhio udjat dipinto.

Numerosi pani impastati in varie forme alcuni dei quali su di un tavolino di canne.

Alcuni sgabelli tra cui uno pieghevole in legno di sicomoro con le quattro gambe incrociate che terminano in teste di anatra scolpite con intarsi in ebano ed uno sgabello che denuncia chiaramente la sua funzione (wc), una bellissima sedia ad alto schienale, posta di fronte al sarcofago di Merit, sulla quale era poggiata una statuetta lignea con una ghirlanda di fiori essiccati, due piccoli ushabti, una piccola zappa ed un modellino di sarcofago.

In un cofanetto era riposta con cura la stupenda parrucca di Merit di lunghi capelli arricciati, si tratta di capelli umani lunghi 54 cm., che formano lunghe trecce arricciate e intrecciate nella parte finale. Tre di esse, lunghe e spesse scendono sulla schiena mentre due più piccole incorniciano il viso.

Sono presenti tra l’altro vari doni tra cui un cubito rivestito di foglia d’oro che reca un’iscrizione del faraone Amenofi II (quello esposto è una copia) probabile dono del faraone al suo architetto, una coppa di bronzo con l’iscrizione del faraone Amenofi III, una situla di bronzo a forma di secchio recante il nome di un sacerdote Userhat, figlio dello scriba Sau, una tavolozza da scriba forse appartenuta ad un certo Amenmes.

Numerosi bastoni che pare non siano appartenuti tutti a Kha in quanto su alcuni si leggono nomi di altre persone tra cui Neferhebef e Khaemwaser. Il dono più strano è un bellissimo gioco della Senet probabilmente offerto da un suo operaio di nome Benermerit.

Sottoposto ai raggi X, sul corpo di Kha è evidente  un ampio collare e pesanti orecchini entrambe d’oro.

Fonti e bibliografia:

  • Eleni Vassilika, “La Tomba di Kha”, Scala, 2010
  • Anna Maria Donadoni Roveri, “Dal Nuseo al Museo, Passato e Futuro Museo Egizio di Torino”, 1989
  • Silvio Curto, Renato Grilletto, “Le mummie del Museo Egizio di Torino”, 1989
  • Beppe Moiso, “Ernesto Schiaparelli e la tomba di Kha”,  Ed. Adarte – 2008
  • Eleni Vassilika, “I capolavori del Museo Egizio di Torino, 2009
  • Ernesto Schiaparelli, “La tomba intatta dell’architetto Kha nella necropoli di Tebe”, Milano, 1927
  • Enrico Ferraris, “La tomba di Kha e Merit”, Bologna, Franco Cosimo Panini, 2019
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Milano, Electa, 1999
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Torino, Ananke, 2005
  • Peis Luca, “Il papiro di Kha”, Monaco, LiberFaber, 2017) Le foto (ove non indicato diversamente) sono opera di Giacomo Franco Lovera, fotografo ufficiale
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

LA XIX DINASTIA

Di Piero Cargnino

Con Horemheb ci siamo lasciati alle spalle la XVIII dinastia e ci apprestiamo a parlare della XIX.

In realtà Manetone non fa terminare la XVIII dinastia con Horemheb ma tra quest’ultimo e Sethi I inserisce altri 4 faraoni: Ramesses, Harmesses, Amenophis e Sethos (chiamato anche Ramesses), solo da questo punto fa partire la XIX Dinastia con Sethi I. Come ci hanno tramandato i suoi epitomi principali, Giuseppe Flavio, Sesto Giulio Africano ed Eusebio da Cesarea, i quali però non peccavano certo di precisione, le notizie mostrano delle lacune dovute a ripetizioni ed inserimenti di alcuni faraoni nella dinastia precedente.

Rifacendosi ai dati forniti ed alle, seppur scarse testimonianze archeologiche, si è comunque potuto ricostruire la cronologia della XIX dinastia, e la durata dei regni dei vari sovrani, in modo abbastanza soddisfacente nonostante l’esito non soddisfi ancora tutti gli studiosi. L’inizio della dinastia viene accettato dalla maggior parte degli studiosi in quanto è stato calcolato utilizzando la segnalazione di Teone di Alessandria, astronomo dell’epoca, secondo il quale durante il regno del faraone Menophreos (Menophres) si sarebbe verificata la levata eliaca di Sirio nel capodanno del calendario civile egizio (1º giorno del 1º mese della 1ª stagione). Se si considera la datazione del ciclo sotiaco  di 1460 anni civili egizi, l’evento si può datare al 1320 a.C., se invece si considera un ciclo sotiaco  di 1456 anni civili egizi, l’evento si può datare al 1316 a.C., come si vede la differenza è trascurabile. Quì è però in corso una disputa tra gli egittologi che non sono d’accordo sull’identificazione del faraone Menophreos fatta da Teone, alcuni pensano che si tratti di una deformazione del praenomen di uno dei due faraoni della dinastia: Ramses I Menpehtira o Seti I Menmaatra. In linea di massima, però, il fatto che Seti I abbia adottato come nome Nebty (nome delle “Due Signore”) quello di “Weham meswe” farebbe propendere per considerare che l’inizio del nuovo ciclo sothiaco sia avvenuto sotto il suo regno.

Con l’inizio della XIX dinastia l’Egitto pare riaversi dalla terribile esperienza della “rivoluzione religiosa”, ma non sarà un ritorno al passato, si può notare un sensibile deterioramento nell’arte, nella letteratura ed in generale nella cultura del popolo. La classica lingua antica si trasforma avvicinandosi sempre più alla lingua parlata la quale ha inglobato numerose parole straniere, i testi appaiono trasandati e privi di quella enfasi dei tempi passati come se gli scribi non capissero più il significato della loro stessa cultura.

Le tombe ed i templi non raccontano più le belle scene di vita quotidiana, con pitture e colori vivaci ma sono in massima parte rivolte a descrivere i pericoli che si possono incontrare nell’aldilà. I soggetti più ricorrenti sono: la psicostasia, la pesatura del cuore davanti a Osiride, citata nel capitolo 125 del “Libro dei Morti” e il “Libro dei Cancelli” che illustra gli ostacoli che il defunto  incontrerà nel viaggio notturno attraverso gli Inferi, anche se ovunque compaiono molte scene guerresche dai colori vivaci la cui fattura però si presenta relativamente rozza con didascalie sempre più adulatrici verso il sovrano di turno piuttosto che reali ed istruttive.

Nonostante ciò in questo periodo compaiono ancora opere di grande magnificenza e grandiosità, questa è l’epoca meglio conosciuta dal turista che non si perde a fare confronti con le opere molto più raffinate delle epoche precedenti.

La XIX dinastia è caratterizzata da due distinti periodi che testimoniano i mutamenti che accadono spesso nelle famiglie reali. Il periodo iniziale ci presenta sovrani autorevoli e guerrieri che fanno di tutto per riportare l’Egitto ai fasti di un tempo dopo la brutta avventura dell’ultima fase della XVIII dinastia. Questo fino a Ramses II, ma nel secondo periodo, già con suo figlio Merenptah, si avverte l’inizio di quello che sarà  un profondo conflitto dinastico che condurrà ad un nuovo sfaldamento del potere reale.

Con i primi faraoni si avverte la grande aspirazione di riacquistare il prestigio e l’influenza che fu ai tempi di Thutmosi III. In questo periodo troviamo testi molto lunghi che spesso superano il centinaio di righe dove è evidente la più classica regolarità di elementi più antichi, i testi iniziano con la classica cantilena dove vengono elogiati tutti i meriti del sovrano e formulate tutte le lodi a lui indirizzate, poi inizia il testo vero e proprio. Gli ideali esposti presentano una floridezza di espressione che giustifica la prolissità del testo pur essendo ben lontana dalla compostezza epigrafica conosciuta in passato.

Ovvio notare che spesso vengono ripresi ed adattati al sovrano testi dell’età aurea della XVIII dinastia senza però che questi appaia come il sovrano severo di un tempo. Ora il faraone viene descritto come un padre accorto ed amoroso che conosce i bisogni dei suoi sudditi, che si immedesima nelle loro sofferenze ponendosele come un problema da risolvere, è presente anche la volontà del sovrano di alleviare le sofferenze dei lavoratori delle miniere d’oro situate in pieno deserto.

Su di una stele nel deserto presso  una miniera d’oro destinato al suo tempio ad Abydos, Seti I si preoccupa di aprire cisterne per rifornire d’acqua coloro che estraggono l’oro, riporta la stele:

Purtroppo, come abbiamo detto, la situazione politica dell’ultimo periodo della XIX dinastia denuncia un’assenza assoluta del potere centrale, il Papiro Harris parla di “anni vuoti”. L’unità del paese viene mantenuta grazie alla solida struttura della burocrazia amministrativa che, ben organizzata, in alcuni casi addirittura ereditaria, riesce a supportare alla mancanza di direttive dando una discreta continuità alla gestione dello stato.

I faraoni sono identificati con certezza solo per la prima parte della dinastia, i restanti sono talmente effimeri che alcuni cancellano i predecessori scalpellando i loro nomi dai monumenti per cui è estremamente difficile ricostruire una sequenza corretta.

Per tutto il periodo la capitale ufficiale rimane Tebe mentre l’apparato burocratico si divide tra Pi-Ramses e Menfi mantenendo un equilibrio con il clero di Amon. Alcuni studiosi vedono nella XIX dinastia il periodo narrato nella Bibbia come la schiavitù e l’esodo degli ebrei dall’Egitto. Come abbiamo già visto in precedenza, pare ormai assodato che non si possa inserire l’evento biblico in questo periodo per tutta una serie di ragioni che abbiamo già affrontato ed altre che vedremo in seguito.

Così finisce la XIX dinastia, in una sorta di assoluta anarchia spesso addirittura in assenza di un sovrano anche solo fittizio. Vediamo ora nel dettaglio i faraoni ed i loro regni.

Fonti e bibliografia: 

  • Alessandro Roccati, “L’area tebana, Quaderni di Egittologia”, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. I, Torino, Ananke, 2004
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’Antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
  • Alfred Heuss et al., “I Propilei. I, Verona, Mondadori, 1980
  • Erik Hornung, “La Valle dei Re”, traduzione di Umberto Gandini, Torino, Einaudi, 2004
Tutankhamon

GLI STENDARDI A FORMA DI FALCO

Lo sguardo fiero di Gemehsu, con l’occhio in ossidiana ed il contorno in pasta vitrea blu con sfumature rosse a ricordare l’udjat

Carter 238b e 238c. Legno dorato con inserti in pasta di vetro. Altezza totale con il piedistallo 65.5 e 59 cm

Questi due stendardi quasi gemelli furono ritrovati da Carter in una delle casse verniciate in nero presenti nella Camera del tesoro.

Lo stendardo 283b raffigura Sopdu, il “Signore delle Terre Straniere” dell’Antico Regno (indicato come “Falco dell’Arabia” da Carter), già menzionato nei Testi delle Piramidi ed in documenti della I Dinastia.

Sopdu è anche il nome con cui gli Egizi indicavano la stella Sirio, la cui apparizione sull’orizzonte indicava l’inizio della stagione Akhet (quella dell’inondazione del Nilo), così importante per la vita in Egitto. Sopdu era la divinità del deserto orientale e dei quattro angoli della terra (con Seth, Horus e Thot). In associazione con Horus era definito “lo Scaltro”, venerato nel Nuovo Regno soprattutto nel Delta Orientale del Basso Egitto.

Sopdu esposto al Museo Egizio del Cairo (ora trasferito al Grand Egyptian Museum)

L’oro della placcatura è rossiccio, ad indicare una percentuale molto alta di rame.

Simile all’Horus di Nekhen (Hyerakopolis, l’antica capitale dell’Alto Egitto) per la corona piumata che porta, Sopdu ha gli occhi in pasta vitrea blu/nera ed il becco in pasta vitrea nera (Carter la scambiò per bronzo nella descrizione dei reperti). Sulla schiena porta il flagello reale ed indica quindi la sovranità del Faraone nella parte orientale dell’Egitto.

Lo stendardo 283c è più raffinato come lavorazione e materiali (spettacolare il dettaglio dell’occhio in pasta vitrea e ossidiana) e rappresenta Gemehsu, un’altra divinità ritratta come falconide ed associata ad Horus, raffigurato mummiforme e anch’esso con il flagello reale che sporge dalla schiena.

In questo caso il flagello è in bronzo dorato, mentre il becco è in argento. Sulla schiena ha inciso un segno “neheh”, il tempo ciclico (alba/tramonto, nascita/morte, le stagioni e così via) che come vediamo ricorre molto spesso nella simbologia funeraria egizia.

La foto “ufficiale” del Museo Egizio del Cairo

Entrambi i rapaci hanno dei pettorali disegnati che ricordano nei disegni alcuni di quelli del Faraone e ritrovati nella tomba, con un contrappeso (chiamato “mankhet”) sulla schiena.

Nella vista frontale si vede bene il pettorale cesellato sul corpo di Gemehsu

Insieme ad altre divinità ritrovate nella Stanza del Tesoro rappresentavano la maestà del Faraone ed il dominio su tutti i territori, nonché la loro protezione per il defunto.

Anche Gemehsu è ora al Grand Egyption Museum al Cairo

Fonti:

  • Museo Egizio del Cairo
  • Grand Egyptian Museum, Giza
  • Howard Carter, Tutankhamon, 1984
  • Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
  • Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
  • The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
  • Foto: Museo Egizio del Cairo, Henry James, Tutankhamon , The Griffith Institute
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IL FARAONE HOREMHEB

Di Piero Cargnino

Il faraone Djeserkheperura Setepenra Horemheb Meriamon, generalissimo, già comandante in capo dell’esercito durante i regni di Akhenaton prima e di Tutankhamon poi, proveniva da Eracleopoli ed era probabilmente il figlio di un funzionario qualsiasi. In seguito al ritrovamento di una tomba dei nobili ad Amarna dove fu sepolto il generale Paatonenhab, il cui nome significa “Festosa presenza di Aton”, alcuni studiosi suppongono che il defunto sia lo stesso Horemheb, Nicolas Grimal lo esclude in quanto nessuna prova oggettiva supporta  tale identificazione.

Alla morte di Tutankhamon sicuramente avrà cercato di far valere i suoi diritti a succedere al trono in quanto poteva vantare il titolo di “Idnw” (Rappresentante del Signore delle Due Terre), che non era certo un titolo trascurabile, inoltre pare che Tutankhamon lo avesse già designato come “Iry-pat” (principe ereditario).

Proprio in base a ciò, Horemheb sicuramente era nelle condizioni di esercitare sul giovane sovrano un forte ascendente come si può rilevare da un’iscrizione sul pilastro posteriore di una sua statua, conservata al Museo Egizio di Torino, che rappresenta un faraone in piedi con il gonnellino shendit, a fianco del dio Amon di dimensioni maggiori perché è più importante del faraone. Nell’iscrizione viene precisato che era anche suo compito “…….calmare il faraone quando andava in collera…….”.

Secondo alcuni studiosi però la statua rappresenterebbe in realtà il faraone Tutankhamon e sarebbe stata usurpata da Horemheb. Purtroppo per lui l’astuto Ay decise di sposare la vedova di Tutankhamon, Ankhesenamon, assicurandosi un diritto ancora più importante. Alla morte di Ay caddero tutti gli ostacoli per cui la successione gli spettò di diritto.

Appena asceso al trono volle dimostrare la sua ferrea intenzione di tornare alle antiche tradizioni religiose, osteggiate durante il regno del faraone eretico. Dette subito l’avvio ad una profonda damnatio memoriae nei confronti di Akhenaton e dei suoi successori, tutto quello che era di Amarna venne destinato all’oblio, della città nessuno più si curò e questa cadde in rovina. Horemheb  è considerato come il restauratore della stabilità politica e religiosa dopo il caos creato da Akhenaton. Iniziò una serie di progetti costruttivi attingendo i materiali dalle demolizioni dei monumenti del faraone eretico e della moglie Nefertiti oltre ad usurpare parecchie opere di Tutankhamon e Ay sostituendo i loro nomi col proprio.

Sarà l’ultimo faraone della XVIII dinastia, anche se alcuni studiosi lo vorrebbero porre già nella XIX. La sua ascesa al potere, oltre ai diritti vantati che abbiamo citato sopra, la dovette in gran parte all’appoggio del clero di Amon di Tebe ed al fatto che sposò la sorella della regina Nefertiti, Mutnodjmet, forse figlia di Ay. Questo matrimonio gli servì solo per legittimare ancor più il suo diritto al trono, in precedenza Horemheb era già sposato con la nobildonna Amenia, morta prematuramente prima di diventare regina. Una magnifica statua dove è rappresentato con la sposa Amenia si trova oggi al British Museum di Londra (cat. EA36).

Non è chiaro per quanti anni governò le Due Terre, gli studiosi sono divisi nell’assegnare la durata, secondo alcuni regnò poco meno di quindici anni, secondo altri più si trenta, altri ancora gliene attribuiscono cinquantanove.  Dal punto di vista scientifico ci si rifà alle etichette di 168 giare di vino studiate dall’archeologo Geoffrey T. Martin nel 2006-2007 che si trovavano all’interno della tomba di Horemheb, la  KV57, otto di queste riportano il 14° anno di regno e nessun’altra riporta una data superiore. Da altre documentazioni si evidenzia che, mentre risultano documentati gli anni fino al 13°, altri riferimenti che citano una durata di 27, 33 e perfino 59 lasciano molto perplessi.

Viene spontaneo pensare che, dopo una damnatio memoriae così violenta nei confronti dei suoi predecessori, Horemheb si sia attribuito anche tutti i loro anni di regno. La cosa appare più evidente dalle iscrizioni e dalle statue così da far comparire che egli sia succeduto direttamente ad Amenhotep III, faraone ancora in un certo senso soggetto al clero di Amon.

Oggi la maggior parte degli studiosi propende per assegnargli tredici o quattordici anni di regno. Il suo regno vide la completa restaurazione del potere del clero di Amon, ogni riferimento all’eresia amarniana venne cancellato o distrutto, i nomi e le effigi vennero scalpellati. A parlarci di queste riforme sono la “Stele dell’incoronazione”, oggi al Museo Egizio di Torino, la stele del “Grande Editto” eretta ai piedi del decimo pilone a Karnak; oltre a queste stele, nella “Stele della Restaurazione”, usurpata da Horemheb a Tutankhamon, vengono resi noti tutti i provvedimenti presi per ripristinare il culto degli antichi dei dopo il periodo amarniano.

Horemheb avviò una rilevante attività edilizia che interessò il restauro e l’ampliamento dei templi di varie divinità, venne pure iniziata la costruzione della Grande Sala Ipostila a Karnak. Sempre a Karnak Horemheb fece edificare il IX ed il X pilone utilizzando gran parte del materiale recuperato dalle demolizioni di Akhetaton.

In politica estera cambiò poco tranne alcuni interventi per sedare rivolte in Nubia. Pare che Horemheb non abbia avuto figli; in realtà avrebbe forse potuto avere eredi ma la sorte gli fu avversa; quando venne ritrovata la mummia della sua Grande Sposa Reale Mutnodjemet nella prima tomba che si era fatto costruire a Saqqara prima di salire al trono, ceduta in seguito alla moglie, si scoprì che la mummia della regina conteneva i resti di un feto oltre a mostrare segni d’aver partorito varie volte, si può supporre che la regina Mutnodjemet sia morta di parto.

In quanto faraone Horemheb si fece costruire una nuova tomba nella Valle dei Re, la KV57. All’interno della tomba compare per la prima volta il “Libro delle Porte”, opera analoga al “Libro dell’Amduat”, si tratta del racconto del viaggio notturno della barca solare di Ra nella Duat. Il dio deve attraversare dodici porte fortificate e sorvegliate da serpenti giganteschi che sputano fuoco per poter rinascere all’alba. (per approfondire sul Libro delle Porte rimando a Mario Tosi, citato in fonte, pag. 187).

La tomba di Horemheb fu completamente spogliata intorno al quarto anno del governo di Herihor, primo profeta di Amon che dette origine ad una dinastia parallela che governò l’Alto Egitto durante il Terzo Periodo Intermedio (1066 a.C. circa).

Non si ha notizia della sua mummia. Senza eredi Horemheb decise di associarsi al trono il vecchio generale Pramesse, futuro Ramses I che designò quale suo successore. Questo gesto di Horemheb viene visto come una preparazione alla fortunata dinastia che seguirà in quanto Pramesse vantava una buona discendenza, fra questi il futuro faraone Seti I e, forse, anche del figlio Ramses II. Per questa sua rosea visione del futuro alcuni lo vorrebbero come iniziatore della XIX dinastia. 

Gebel el-Silsila, (Jabal al-silsila “Monte della catena), è una località situata 14 chilometri a sud di Edfu e 14 chilometri a nord di Kôm Ombo. Nell’antico Egitto il Nilo qui era conosciuto come Khennui e Gebel el-Silsila rivestiva una notevole importanza in quanto rappresentava il confine con la Nubia.  A tal proposito Arthur Weigall afferma che il nome Silsila sia una corruzione romana del nome originale egiziano Khol-Khol, che significa appunto barriera o frontiera.

Sulla riva occidentale c’è un’alta colonna di roccia che è stata soprannominata “The Capstan” a causa di una leggenda locale che afferma che esisteva una volta una catena (Silsila in arabo) che andava dalle Est alle West Banks. Li si trovavano importanti cave di pietra che vennero sfruttate dai costruttori egizi principalmente durante il Nuovo Regno e poi fino al periodo greco-romano.

Durante la XVIII dinastia, i viaggiatori presero l’abitudine di intagliare piccoli santuari nelle scogliere, dedicandoli a una varietà di divinità del Nilo e al fiume stesso. Tra la stele di Horemheb a nord e la stele Ramesside del Nilo a sud, sono state rinvenute trentadue cappelle scavate nella roccia, le cui pareti sono interamente ricoperte da graffiti ed iscrizioni. I proprietari dei santuari, per quanto si possa accertare, erano alti ufficiali della XVIII dinastia.

Lo Speos di Horemheb

Piccoli santuari furono tagliati da Tuthmose I, Hatshepsut e Tuthmose III, prima che Horemheb costruisse qui il suo tempio scavato nella roccia. Col tempo Gebel Silsila divenne un importante centro di culto e ogni anno all’inizio della stagione dell’inondazione venivano praticate offerte e sacrifici agli dei associati al Nilo per garantire il benessere del paese per il prossimo anno. Horemheb, ultimo re della dinastia XVIII si fece scolpire nella roccia una cappella molto più grande, o Speos, fuori dalla collina all’estremità settentrionale del sito.

La cappella era dedicata ad Amun-Re e ad altre divinità collegate al fiume Nilo. Il monumento consiste in una facciata di cinque porte separate da pilastri di diverse larghezze, all’interno si trova una lunga sala trasversale con tetto a volta e una camera più piccola oblunga sul retro, il santuario.

Tutte le pareti sono ricoperte di rilievi e iscrizioni, in alcuni punti  parecchio danneggiate, ma in altri ci sono alcuni rilievi di altissima qualità. Horemheb però non ha mai completato lo Speos, e la decorazione è stata successivamente completata da re e nobili che hanno scolpito le loro stele e iscrizioni sui muri.

Molti dei re della XIX dinastia lasciarono il segno in qualche modo. Le divinità raffigurate sulle pareti, oltre ad Amun-re, sono Sobek nella forma di un coccodrillo, il dio a testa di ariete Khnum della prima cataratta, Satet di Elefantina, Anuket, dea di Sehel, Tauret come un ippopotamo e Hapi, dio del Nilo. Oltre a quelli di Horemheb, nei rilievi appaiono i cartigli di Rameses II, Merenptah, Amenemesse, Seti II, Siptah e Rameses III.

Fonti e bibliografia: 

  • Alessandro Roccati, “L’area tebana, Quaderni di Egittologia”, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. I, Torino, Ananke, 2004
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’Antico Egitto”, Melita edizioni, 1995
  • Alfred Heuss et al., “I Propilei. I, Verona, Mondadori, 1980
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998 
  • Alberto Siliotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • Elio Moschetti, “Horemheb. Talento, fortuna e saggezza di un re”, Torino, Ananke, 2001
  • Erik Hornung, “La Valle dei Re”, traduzione di Umberto Gandini, Torino, Einaudi, 2004