Mai cosa simile fu fatta

IL VILLAGGIO DI DEIR EL MEDINA

Di Grazia Musso

Sulla sponda occidentale del Nilo si trova una collina alta poche decine di metri.

Proprio alle sue spalle si trova il villaggio nel quale abitavano i lavoratori che scavarono e decorrono le tombe della Valle dei Re.

Oggigiorno è noto come Deir El Medina dal nome del monastero copto che sorse nel luogo in epoca cristiana, ma per gli egizi era “Il luogo di Maat a occidente di Tebe”.

In base ai dati disponibili sappiamo che Amenhotep I e sua madre Ahmosi-Nefertari erano adorati come protettori del villaggio dai “servi del Luogo della Verità”, fatto che sembrerebbe indicare che ne furono i fondatori.

Tuttavia, la documentazione archeologica suggerisce che fu invece Thutmosi I progettarlo, ammesso che il villaggio esistesse durante la XVIII Dinastia, dato che le evidenze al riguardo sono completamente inesistenti.

Si sà che personaggi come Ineni visir di Tebe, o Hapusenen, gran sacerdote di Amon, supervisionarono i lavori nella Valle dei Re, ma non si sa se esistesse già una forza di lavoro dedicata esclusivamente a tale compito.

Le tombe della XVIII Dinastia sono piccole e poco decorate, di modo che è possibile che fossero costruite da gruppi di lavoratori di Tebe.

Invece per il periodo corrisponde alla XIX Dinastia vi sono numerose testimonianze sull’esistenza di tale forza lavoro, che era stata istituita, forse, a partire dal gruppo di operai che vivevano ad Amarna.

Il villaggio, situato in una valle desertica, occupava il letto di un antico Wadi orientato in senso nord-sud e raggiunse l’estensione massima di 142 x 50 metri.

Nel suo apogeo, durante la XIX e la XX Dinastia, ci vivevano circa 1.200 persone.

Nelle sue vicinanze, su una collina situata a ovest del villaggio, si sviluppò una necropoli con le sepolture dei lavoratori.

Deir el Medina (ricostruzione di Jean Claude Golvin)

Essere scelto come membro degli “uomini della tomba” era una grande fortuna.

Essendo un compito che rivestiva la massima ideologia, dotare il sovrano di un luogo per il suo riposo eterno, si trattava di un lavoro di grande prestigio; non solo dal punto di vista della soddisfazione personale, ma anche dal punto di vista economico, visto che quando entravano nel gruppo ognuno di loro riceveva un importante incentivo: oltre alla casa e alla possibilità di costruirsi una tomba nella necropoli del villaggio, ricevevano un capanno nella valle, una vacca, un asino, capre, pecore, oltre un piccolo lotto di terra che avevano il permesso di coltivare al fuori orario di lavoro e del quale generalmente si occupava la loro famiglia.

I “regali” di benvenuto avevano il piccolo inconveniente di non poter essere venduti o ereditati, la proprietà passava al lavoratore successivo.

In molti casi era il primogenito che occupava il posto del padre, ma non era una prassi automatica, perché la decisione doveva essere approvata dal visir dopo aver ricevuto la raccomandazione di uno scriba e di un caposquadra.

Ogni dieci giorni i lavoratori, in squadre dai quaranta ai sessanta giorni, percorrevano i sentieri fino alla Valle dei Re.

Sotto la guida del caposquadra di turno, la “squadra del faraone” era divisa in due gruppi: la “parte sinistra” e la “parte destra “.

I lavori iniziavano con il semplice scavo della tomba, che, nella morbida pietra calcarea della zona tebana, procedeva abbastanza spedito.

Qualche difficoltà insorge a quando si incontravano grossi blocchi in selce o strati di roccia friabile.

I detriti dello scavo venivano portati fuori dalla tomba per mezzo di ceste.

Successivamente le pareti venivano levigate a scalpello, e, se necessario, migliorate e stuccate con gesso.

Alla fine di queste operazioni preliminari si seguivano i disegni preparatori che in un succedersi di fasi conducevano alla decorazione definitiva, l’ultimo stadio dei lavoratori prevedeva la stesura pittorica.

Sebbene la maggior parte dei sovrani del Nuovo Regno abbia regnato abbastanza a lungo per portare a termine la propria sepoltura, è singolare che la maggioranza dei complessi presenti parti incompiute.

Nel caso della tomba di Hatemhab pare quasi che gli operai abbiano abbandonato i lavori all’improvviso.

Dopo il decesso di un sovrano ci si concentrava innanzitutto sul completamento della decorazione, per cui erano a disposizione solo i 70 giorni dell’imbalsamazione e gli eventuali interventi sulla struttura della tomba si limitavano allo stretto necessario.

Il programma decorativo

Se durante la XVIII Dinastia le decorazioni interessavano solo le pareti e i pilastri della camera sepolcrale, l’anticamera e il pozzo, in epoca ramesside si verificò un cambiamento radicale : fu l’intero complesso a essere decorato con raffigurazioni e iscrizioni.

Mutarono anche le tecniche di esecuzione, dalla semplice pittura (XVIII Dinastia) si passò al bassorilievo e quindi all’incisione (XIX-XX Dinastia).

Divinità nella tomba di Thutmosi IV. Tebe ovest – Valle dei Re, tomba di Thutmosi IV ( KV 43)
La decorazione dei locali antistanti alla Camera sepolcrale con immagini delle divinità nell’atto di offrire i segni della vita, compare per la prima volta nella sepoltura di Thutmosi IV.
Su uno sfondo dorato, Hathor, dea protettrice della necropoli, Anubi e infine il dio dei morti Osiride, in forma di mummia, fronteggiano il sovrano.

Il grandioso repertorio iconografico delle tombe reali del Nuovo Regno si è svelato agli studiosi nel suo complesso significato solo dopo lunghe ricerche.

Ancora all’inizio del XX secolo, L’egittologo tedesco Adolf Ermanno lo definiva come frutto di “fantasie folli” e di “elucubrazioni mentali di pochi”.

Il Libro dell’Amduat, la più antica tra le Guide dell’Aldilà e l’unica utilizzata fino al periodo amarniano, restituisce un quadro dettagliato della concezione egizia relativa al viaggio notturno del dio solare nelle contrade dell”aldilà.

LA XII ora del “Libro dell’Amduat”. Tebe ovest, Valle dei Re – Camera di sepoltura di Thutmosi III (KV 34)
Nell’ultima delle dodici ore notturne il dio solare (nella barca) ringiovanisce, si trasforma in un grande serpente di 120 cubiti ( circa 62 metri), per splendere in cielo all’alba sotto forma di scarabeo e iniziare il proprio viaggio. L’estremità superiore della parete era tradizionalmente costituita dalla sequenza di geroglifici del cielo stellato e da fregi khekeru ( fasci di canne stilizzati).

Il Signore della tomba prendeva parte a questo viaggio e si rigenerava , come la divinità, in un ciclo eterno.

La versione in uso durante il Nuovo Regno, il Libro della Camera Nascosta, veniva inizialmente raffigurata sulle pareti della camera sepolcrale, affinché fosse il più possibile a contatto con il defunto.

I geroglifici in forma corsiva e le figure su uno sfondo ocra delle pareti riproducevano in scala maggiore il contenuto dei rotoli di papiro.

Vignetta del capitolo CX del “Libro dei Morti” nella Camera sepolcrale di Sennedjem
Tebe ovest (TT1). Le raffigurazioni del campo iaru, campo delle offerte o canneto, luogo paradisiaco dell’aldilà, circondato da corsi d’acqua, dove il signore della tomba e la sua sposa coltivano i campi, era una delle vignette più conosciute del Libro dei Morti. Il defunto può giungere in questo luogo di benessere e abbondanza dopo la sua trasfigurazione e dopo aver superato il giudizio del tribunale di Osiride. Solo così si avverano i desideri come quelli elencati dal titolo della formula: “Là aver potere, là essere trasfigurato, là arare e raccogliere, là fare l’amore, fare tutto ciò che già si è fatto in terra”. 

Fu intorno al 1500 a. C, che venne redatto il Libro dell’Amduat, ” ciò che è nell’aldilà”, il primo tentativo di fornire in immagini e testo una descrizione completa del mondo sotterraneo.

Nel registro medio che raffigura le singole ore, la barca del dio solare, accompagnata dal suo seguito, attraversa le dodici ore notturne su una sorta di anti-Nilo.

Il passaggio da un’ora all’altra è assicurato soltanto dalla dea Iside, che pronuncia una parola d’ordine.

Mentre la vicenda principale è sempre collegata al dio del sole, i registri laterali raffigurano gli abitanti dell”aldilà, che vengono riportati in vita al passaggio del dio.

Camera sepolcrale di Pashedu – Tebe ovest ( TT 3)
Sui lati dello stretto ingresso a volta sono raffigurati due sciacalli, ipostasi di Anubi, sdraiati su edifici a forma di scrigno, che proteggono l’ingresso della sepoltura. La parete posteriore della camera sepolcrale, esattamente al di sopra del luogo in cui era posto il sarcofago, reca raffigurazioni del capitolo CXXXVII del Libro dei Morti : “Formula per accendere le fiaccole per Osiride, re della necropoli ‘. Le fiaccole devono allontanare le tenebre del mondo sotterraneo e vengono recate a Osiride, assiso in trono di fronte alla catena montuosa occidentale, da un occhio udjat e da una divinità accovacciata.

Compaiono poi anche pericoli concreti da superare, come il nemico degli dei Apofi, appostato su un banco di sabbia con le sembianze di un enorme serpente, che intende prosciugare l’acqua del fiume sotterraneo per impedire alla barca di avanzare.

La fermata del corso del sole, equivarrebbe alla fine del mondo, per questo Apofi viene sconfitto da Ra.

Solo nella tomba di Haremhab , ultimo re della XVIII Dinastia, compare nel repertorio decorativo un’altra delle Guide dell’Aldilà, il cosiddetto Libro delle Porte.

Al pari del Libro di Amduat, illustra il viaggio notturno della barca del sole.

La separazione delle diverse ore non avviene, come nel Libro dell’ Amduat, attraverso un lungo blocco di testo, ma per mezzo della rappresentazione di portali merlati, che hanno dato appunto il nome al libro.

Vignetta del capitoli XCII del ” Libro dei Morti” nella camera sepolcrale di Irinefet – Tebe ovest ( TT 290).
Il titolo della formula del Libro dei Morti che illustra questa vignetta recita: ” Formula dell’ apertura della tomba per il ba e l’ombra di (nome del defunto), affinché esca alla luce del giorno e abbia il controllo delle sue gambe”. Come annunciato dalla formula, l’ombra nera del defunto si intravede nel vano della porta, davanti alla quale è raffigurato, come un cerchio nero, il disco solare che rischiara il mondo sotterraneo. L’anima l’uccello di Irinefet, il cosiddetto ba, è raffigurata due volte sia mentre abbandona la tomba sia quando vi fa ritorno. Per gli egizi era particolarmente importante mantenere nell’aldilà la piena libertà di movimento, poter abbandonare la tomba in sembianze diverse e potervi comunque tornare. La formula 92 del Libro dei Morti, come molte altre varianti, esprime questo auspicio

Fra i testi funerari del periodo ramesside è da ricordare il Libro delle Caverne.

La Caratteristica di questo libro è l’inserimento nella successione dei registri di immagini intercalare, per esempio quella di Nut; I testi che accompagnano le immagini sono sopratutto litanie.

Alla concezione del viaggio del dio solare nell’aldilà si affianca un’ulteriore teoria, secondo la quale il ciclo solare si compie nel corpo della dea del cielo Nut.

Mentre nelle tombe rupestri della XVIII Dinastia questa sfera celeste era simboleggiato da un soffitto piano, nel corso della XIX Dinastia, a partire da Sethy I, nella camera sepolcrale si fece ricorso a un soffitto a volta, dipinto, il così detto “soffitto astronomico”.

Soffitto della camera sepolcrale di Sethy I – Tebe ovest, Valle dei re ( KV 17)
Sopra la mummia del re defunto racchiuso nel suo sarcofago, si innalzava un soffitto recante una grandiosa raffigurazione dipinta di un cielo notturno, il celebre “soffitto astronomico”. La vasta raffigurazione comprende elenchi di stelle, costellazioni e segni zodiacali, come Orione, Sirio e il Grande Carro ( il Toro). Il sovrano poteva così ascendere al cielo nelle sembianze della propria anima, il ba.

Sotto la XX Dinastia tale decorazione venne sostituita dai così detti Libri del Cielo, nei quali compare come motivo centrale la doppia figura allungata di Nut.

Il legame tra il re e le principali divinità ultraterrene è documentato dalle scene sui pilastri della camera sepolcrale o nell’anticamera , la cui varietà si amplia costantemente nel corso del Nuovo Regno.

Oltre all’ottimo stato di conservazione e al brillante cromatismo, un altro aspetto rilevante delle decorazioni pittoriche di Deir el-Medina è il loro livello artistico.

Il disegno preparatorio che altrove si trova così spesso persino nei minimi dettagli, qui è presente solo nei contorni delle figure e nella suddivisione generale delle scene.

Horemheb porge doni alla dea Iside. Tebe ovest, Valle dei Re, tomba di Horemheb – (KV 57)
Horemheb, con indosso il nemes e un corto gonnellino, porge alla dea Iside due vasi sferici contenenti vino. L’ottimo stato di conservazione della pittura e l’alta qualità iconografica dell’opera fanno delle decorazioni parietali della tomba l’esempio più compiuto dell’arte pittorica del Nuovo Regno.

Le successive fasi della lavorazione pittorica, eseguite senza fare ricorso al disegno preliminare, testimoniano la grande abilità dei pittori, che seppero creare, con pennellate sicure e un grande senso della della suddivisione e della colorazioni delle superfici, immagini di estrema vivacità da temi per noi piuttosto rigidi.

I dettagli spesso solo accennati con poche pennellate, il tratto generoso dell’esecuzione che sovente rinuncia a correzioni, e la stesura del colore che a volte assomiglia quasi all’acquerello, conferiscono a queste pitture il loro straordinario fascino.

Per levigare gli oggetti venivano usate pietre arrotondate e lisce. Si utilizzavo anche scalpelli, come quelli raffigurati in questa foto. Gli scalpelli, quelli di bronzo erano molto diffusi ed erano utilizzati anche dai muratori. Con scalpelli venivano realizzati i fori e le incisioni,, e scolpiti i geroglifici su alcuni oggetti. L’uso dello scalpello è ampiamente documentato nei dipinti e nei rilievi.

Mentre le famiglie di Dei el-Medina vivevano nel villaggio, lasciando alle donne la cura di fare il pane, di tessere tessuti e accudire i bambini, gli uomini lavoravano a scavare e a decorare la tomba reale

La tomba del faraone, nella Valle dei Re, era il loro principale luogo di lavoro, ma anche l ‘esecuzione della tomba della regina o dei principi poteva tenerli pienamente occupati, non appena terminata quella del sovrano

Si stima che per lo scavo e la decorazione di una tomba si impiegassero all’incirca sei anni, la durata variava moltissimo dalle dimensioni dell’ipogeo.

Le condizioni del lavoro sono ben conosciute grazie agli archivi che, giorno dopo giorno, teneva lo scriva della tomba

Lavorazione di una statua.

  1. Terminata la statua, gli scultori la pulivano e incidevano i geroglifici del protocollo reale.
  2. Le statue di pietra erano spesso fissate a un pilastro dorsale e realizzate in modo da essere viste solo frontalmente.
  3. Per scolpire venivano usati scalpello di rame, a fine di togliere il materiale sovrabbondante.
  4. In genere le figure verticali erano raffigurate con la gamba sinistra in avanti.

L’illuminazione della tomba era la stessa utilizzata nelle case

Gli stoppini imbevuti di olio e accesi si consumavano lentamente in coppe.

Ogni stoppino durava quattro ore e in una giornata di lavoro ne erano necessari due, che ci permette di calcolare che si lavorava otto ore al giorno

La settimana lavorativa era di otto giorni, al termine della quale si avevano due giorni di riposo in cui gli uomini rientravano al villaggio per occuparsi delle proprie tombe e partecipare a riti e a feste religiose

Il mese egiziano era di trenta giorni, di cui sei festivi

Attrezzi, materiale di cantiere, papiri e ostraka raccontano il lavoro nelle tombe reali

Sugli ostraka, qui fotografati, son disegnate delle colonne. Gli artigiani che scolpivano capitelli e colonne avevano un ruolo importante nell’ambito dell’architettura Egizia. Essi si servivano di diversi attrezzi per scolpire i bassorilievi, come ad esempio battitori, piombini o spatole come quelle che si possono vedere appoggiate nella parte inferiore della fotografia

Lo studio di questo campo, particolarmente vivo, è completato dall’osservazione di alcune tombe della Valle dei Re rimaste incompiute.

Le pareti delle tombe di Horemheb e di Sethi I sono esempi eloquenti in questo senso, perché permettono di ricostruire la tecnica di lavoro, fase per fase.

Sembra che dopo lo scavo delle camere e dei corridoi, eseguito facendo saltare via la roccia calcarea per mezzo di scalpelli di bronzo, si passasse a levigare la superficie dei muri e dei soffitti.

Si stendeva quindi un fine strato di intonaco sulla superficie ripulita, per cancellare le asperità.

L’intonaco era poi smerigliato e ricoperto di un “latte di calce”, destinato a omogeneizzare il tutto.

Questo frammento di rilievo risale con ogni probabilità all’epoca amarniana. A sinistra si vedono diversi muratori impegnati ai lavori di costruzione che utilizzano come utensili, battitori e scalpelli metallici. A destra si vede una casa, con colonne di sostegno, alcuni mobili e vari elementi decorativi.

A quel punto interveniva lo “scriba dei contorni”, usualmente tradotto con “disegnatore”, il quale tracciava col pennello rosso le figure previste per le decorazione del monumento.

Talvolta lo eseguiva un correttore che rettificava gli errori con un colpo di pennello nero.

Poi veniva il turno dell’ scultore, che doveva fare colpo alle figure sbalzando in rilievo l’interno dei contorni preparati a pennello.

L’arte dell’ scultore stava nel conferire al rilievo un modellato molto sfumato e morbido .

I muscoli delle gambe, la rotondità delle guance, le forme piene del seno delle dee e delle regine sono suggerite da rilievi talvolta appena sporgenti ma molto espressivi.

Il pittore interveniva per ultimo con la sua tavolozza di colori, per animare con con tinte sempre vivaci le figure scolpite

  1. Per eliminare le irregolarità della superficie si stendeva uno strato di stucco livellando la parete.
  2. Lo strato di stucco veniva utilizzato anche come base per il disegno realizzato con pietre appuntite o carboncini
  3. Per definire le proporzioni del disegno gli artigiani usavano un reticoli sul quale ingrandire il bozzetto già realizzato.
  4. La superficie che doveva ospitare la scena veniva divisa in registri per ordinare la sequenza della storia.
  5. Il reticolo veniva tracciato applicando sulla parete delle corde sottili, tese e imbevute di pittura con un peso al capo inferiore.
  6. Il rilievo si otteneva scolpendo la parete con mazzuolo e poi sfumando i contorni secondo il tipo di rilievo
  7. Ogni artigiano si occupava di un preciso colore e lo applicava tutto in una volta. Più seguivano le tinteggiature successive.
  8. Lo sfondo del disegno era il primo strato di pittura che veniva dato sulla parete, asciugato il quale si procedeva alla colorazione dei diversi elementi.

Nei gruppi di artisti del Dei el-Medina i disegnatori vanno senza dubbio sempre distinti dai pittori: i primi erano capaci di eseguire il repertorio iconografico e mitologico fissato dallo Scriba della della Tomba e dal caposquadra, i secondi sapevano applicare i colori di cui essi stessi componevano le miscele.

Fonti

  • Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann
  • Le tombe reali d’Egitto – National Geographic
  • Egitto: Gli egizi straordinari artigiani -.De Agostini
  • Archeo – De Agostini Rizzoli
Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta, Sarcofagi

IL SARCOFAGO DI KHONSU

Di Grazia Musso

Legno stuccato e dipinto; altezza cm 125, larghezza c. 98, lunghezza cm 262
Deir el-Medina, tomba di Sennedjem
Scavi del Servizio delle Antichità Egiziano 1886
JE 27302

A Deir el-Medina Maspero rinvenne nel 1886 una sepoltura integra, il cui proprietario risultò l’operaio Sennedjem.

Nella tomba si rinvennero 20 corpi, di cui 9 perfettamente conservati all’interno del proprio sarcofago.

Tra questi, Khonsu, figlio di Sennedjem, come suo padre ” Servitore nella Sede della Verità”, così come si chiamava la necropoli reale tebana.

La mummia di Khonsu, conservata all’interno di due casse antripoidi, era stata trasportata nella tomba in un sarcofago posto su di una slitta, ritrovato abbandonato in un angolo della tomba.

Questo splendido reperto testimonia la capacità di questa piccola comunità, intenta giorno per giorno alla realizzazione di sepolture maestose, di sapere riutilizzare temi e motivi cari alla tradizione funeraria regale.

Il tema principale della decorazione è rappresentato dal capitolo 17 del Libro dei Morti, corredato da un ricco apparato iconografico dai colori brillanti.

In particolare la splendida scena su uno dei lati lunghi in cui Anubi prepara il corpo del defunto Osiride sul letto di morte, vegliato dalla moglie Iside.

Il capitolo 17, con le raffigurazioni relative, occupa i due lati lunghi del sarcofago, mentre due coppie di divinità femminili tutelari campeggiano sui due lati corti.

Fonte:

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta, Sarcofagi

IL SARCOFAGO DI LADY ASET

Di Grazia Musso

Legno ricoperto di tela struccata, dipinta e verniciata
Altezza cm 193,5, larghezza cm 47, profondità cm 31,18
Deir el-Medina, tomba di Sennedjem
Scavi del Servizio delle Antichità Egiziano 1886
Si trova al NMEC – JE 1935

La tomba dell’artigiano Sennedjem ha restituito non solo un ricco corredo funerario, ora smistato tra i vari musei del mondo, ma anche i sarcofagi di alcuni membri della famiglia.

Aset era la sposa del figlio si Sennedjem, Khabekhent, anch’egli artigiano e proprietario della tomba numero 2 della stessa necropoli.

La donna possedeva due sarcofagi antropomorfi: uno più esterno e modellato nella consueta forma di mummia, e uno intermedio , quello delle foto, che conteneva il corpo imbalsamato e protetto da un plastron.

Su questo coperchio, la distribuzione degli elementi decorativi e dei colori è tutta giocata sui contrasti.

Il corpo di Aset è avvolto in una candida e aderente tunica plisettata.

È raffigurata come ancora vivente e non come mummia, secondo una formula iconografica ereditata dal naturalismo amarniano.

Tralci di edera fiorita ricadono morbidamente sull’abito , ravvivando la simmetria dello sfondo con tinte brillanti e linee sinuose.

La rigorosa semplicità della veste contrasta con la ricchezza dei gioielli, indossati sulle dita, braccia e lobi delle orecchie.

Particolarmente sontuosa è l’ampia collana-usekh che ricopre i seni e li traduce in elementi decorativi.

Sulla fascia a motivi vegetali stilizzati che cinge la lunga parrucca è inserito il simbolo della rinascita, il fiore di loto, dal profumo dolce e soave che dona eternità.

Fonte:

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

Foto: Jacqueline Engel, Merja Attia

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta, Sarcofagi

IL SARCOFAGO DI SENNEDJEM

Di Grazia Musso

Legno stuccato, dipinto e verniciato, altezza cm. 185,5, larghezza max. cm 50, profondità cm 31
Deir el- Medina, Tomba di Sennedjem
Scavi del Servizio delle Antichità Egiziano 1886
Museo Egizio del Cairo – JE 27299

Come tutti i ” Servitori della Sede della Verità” – gli operai che lavorano nelle tombe della Valle dei Re – anche Sennedjem fu sepolto nella necropoli adiacente al villaggio di Deir el-Medina.

Questo è il sarcofago esterno dei due sarcofagi dell’artigiano.

Sagomato a mummia strettamente fasciata, che stringe fra le mani gli emblemi tit e djed, quest’ultimo mutilo nella parte superiore.

Sulla tipica parrucca ramesside, ornata da una banda a foglie lanceolate e frutti, si stende la dea protettrice di Nefti, cui corrisponde, sotto i piedi, l’immagine di Iside.

La collana – usekh che ricopre il petto del defunto è arricchita da una parure a motivi vegetali che culmina, alle due estremità, con il sacro loto azzurro.

Al di sotto, la dea del cielo Nut, alata e inginocchiata, introduce la lunga iscrizione centrale in cui si invoca il suo nome.

Nei riquadri, creati all’incrocio delle bande iscritte, campeggiano le figure di Anubi sul suo tabernacolo, di una dea che si appoggia sull’anello shen, è della dea del sicomoro, che si sporge dai rami per versare da bere a Sennedjem.

Questi, inginocchiato con le mani proteste ad accogliere il liquido prezioso è raffigurato con i capelli neri su un lato e bianchi sull’altro.

Fonte :

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo National Geographic – Edizioni White Star.

Mai cosa simile fu fatta, Statue, XIX Dinastia

STATUA DI PENMERNABU

Di Grazia Musso

Calcare dipinto, altezza 64 cm
Collezione Drovetti – C. 3032
Museo Egizio di Torino

Questa bella scultura in calcare bianco, con parti policrome, è uno dei reperti provenienti dal villaggio operaio di Deir el-Medina, situato sulla riva occidentale del Nilo, nei pressi dell’antica capitale Tebe.

Qui abitarono, a partire dall’inizio della XVIII Dinastia sino alla tarda età ramesside, gli artigiani incaricati di costruire e decorare le tombe della vicina Valle dei Re.

Designati comunemente ” servitori nella Sede della Verità”, questi uomini hanno lasciato numerose e spesso commoventi testimonianze della propria vita , provenienti soprattutto dalle loro piccole sepolture e cappelle funerarie, costruite a ridosso dell’abitato.

Anche Penmernabu, proprietario della scultura, era un “servitore nella Sede della Verità”, come risulta dalle iscrizioni incise sulla statua.

Egli è qui raffigurato in ginocchio nell’atto di offrire al dio Amon – Ra un piccolo altare su cui si trova una voluminosa testa d’ariete che oscura in parte la figura del dedicante.

L’ariete era l’animale sacro del dio Amon-Ra, destinatario dell’offerta, il dio, definito “Signore delle Due Terre”, in quanto nume tutelare della monarchia egizia era una delle principali divinità venerate a Deir El-Medina.
La testa dell’animale è dipinta a colori vivaci che contrastano con il bianco prevalente della scultura.

Al dio è indirizzata anche la preghiera scritta frontalmente, dove Penshenab invoca per sé la protezione divina.

La cura e l’attenzione dello scultore si sono concentrate sopratutto nella realizzazione delle teste dell’uomo e dell’ariete, le parti più importanti ed espressive dell’intera composizione, mentre il corpo del dedicante, che Indossa un lungo gonnellino plisettato, è abbozzato con minor precisione.

Il volto bianco di Penmernabu è animato da un’accesa policromia.
La parrucca nera è composta da lunghe ciocche scalate sotto le quali emergono piccoli riccioli che scendono sulle spalle.
Gli occhi sono bistrati, secondo la moda egizia, mentre la bocca, dipinta di rosso, sembra avere un fremito di vita.
Sulle spalle di Penmernabu sono raffigurate due piccole figure dipinte di blu, simili a tatuaggi. In questo modo il dedicante della scultura ha voluto sottolineare la propria devozione verso Amon-Ra, qui con alte piume sul capo e scettro uas in mano, e verso la regina Ahmosi-Nefertari, raffigurata sull’altra spalla , che fu oggetto di profonda venerazione tra la comunità operaia di Deir el-Medina.

Fonte

I grandi musei : Il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa

Mai cosa simile fu fatta, Templi, XIX Dinastia

IL TEMPIO DI LUXOR

Simbolo di rinnovamento

Di Grazia Musso

Pianta del tempio di Luxor

Il complesso templare di Luxor, identificato con la collina primordiale, fungeva da residenza meridionale del dio Amon – Ra e si presentava, in molti sensi, come luogo di rigenerazione delle forze divine.

In occasione della festa di Opet, Amon-Ra si spostava da Karnak a Luxor, per compiere la propria rigenerazione ; la componente divina del sovrano risultava così rafforzata dall’unione con i poteri vivifici della divinità.

Durante la festa delle decadi, poi, il dio veniva condotto da Karnak, passando per Luxor, a Medinet Habu, sulla riva occidentale del fiume, per assicurare la perennità della creazione.

La datazione degli edifici più antichi della zona di Luxor è ancora dibattuta, è certo che i sovrani thutmosidi si siano fatti erigere un grande tempio.

Nel grande cortile di Ramses II si è conservata una stazione delle barche tripartita destinata ad accogliere le imbarcazioni della triade divina di Karnak : Amon Mut e Khonsu.

Le grandi colonne papiroformi in granito rosso e l’architrave della facciata risalgono ai tempi di Hatshepsut ; Ramses II riutilizzò questi elementi, apponendovi il proprio nome.

Non è tuttavia possibile accertare se la costruzione risale ai tempi di Hatshepsut o se i diversi elementi siano stati presi da un altro edificio.

Amenofi III sostituì il tempio thutmoside con un grandioso santuario.

Il grande colonnato di Amenofi III, costruito verso la fine del suo regno. Le enormi colonne papiroformi richiamano piante di papiro con le ombrella aperte. Non è certo che i lavori architettonici furono portati a termine sotto Amenofi III o se furono completati durante il regno di Tutankhamon. Il grande colonnato in origine era chiuso da alte pareti e da un soffitto. Sia il soffitto che la parte superiore delle pareti sono andati perduti.

Attraverso un grande colonnato, formato da due file di sette colonne alte ciascuna 21,20 metri, si accede a un cortile scoperto, circondato da due ordini di colonne papiroformi a sud del quale si trovava una sala ipostila leggermente sopraelevata, dove erano collocate in origine, grandissime statue di Amenofi III che più tardi Ramses II fece spostare nel proprio cortile.

Il cortile delle feste di Amenofi III era una delle costruzioni più suggestive del Nuovo Regno.
È qui che si svolgevano i rituali delle grandi feste e che si presentava il re, coi propri poteri divini. La notevole ampiezza del cortile, circondato da una vera e propria selva di colonne, superava quella di ogni sala costruita fino ad allora. Contrariamente a quelle dell’imponente colonnato d’accesso, qui furono utilizzate colonne fascicolate che riproducevano piante di papiro. Il deterioramento delle pareti del cortile non permette di ricostruire l’apparato iconografico.

La scelta del numero complessivo delle colonne, dodici file di otto, nel cortile e nella sala legata alla concezione ermopolitana della creazione, alla base della quale figuravano otto divinità primigenie.

Anche la sala successiva conteneva otto colonne; a sud-est di questo ambiente si trovava una cappella, nella quale in occasione della festa di Opet veniva esposta la statua de Ka del sovrano, sede della forza divina del re.

Santuario delle barche nel primo cortile del tempio di Luxor. Ramses II fece integrare nel suo santuario delle barche tripartito alcune colonne e un’architrave risalenti al regno di Hatshepsut e di Thutmosi III. Quando si intervení sulle iscrizioni, in due casi si omise di correggere la forma femminile della parola ” amata”, è quindi possibile attribuire con certezza questi elementi architettonici alla regina

Seguendo l’asse del tempio, seguivano poi la sala della tavola delle offerte, il santuario delle barche e un’altra sala trasversale, sorretto da dodici colonne, questo ambiente era definito come il luogo mitico del cammino del sole, al di là del quale si trovavano le tre camere destinate ad accogliere le statue della triade tebana.

A oriente del santuario delle barche sorgevano due camere che contenevano le raffigurazioni della così detta ” leggenda della nascita”, ovvero il racconto delle origini divine del re e della sua designazione per volere del padre Amon-Ra.

Incoronazione di Amenhotep III (vedi: LE CORONE EGIZIE). Parte meridionale della sala di apparizione. Immediatamente dietro alla grande sala ipostila sorgeva la sala di apparizione. Qui si celebrava ogni anno il rinnovamento della natura divina del re e del suo Ka. Nella decorazione della sala il tema dell’incoronazione occupa un posto di primo piano. Nella scena qui riprodotta il sovrano è al cospetto del padre Amon, questi posa una mano sulla corona, adorna delle diverse insegne regie e divine e delle corna d’ariete di Amon. Il sovrano impugna nella mano destra lo scettro heqa e nella sinistra un segno della vita che sottolinea le sue qualità divine.

Un sensazionale ritrovamento nel cortile di Amenhotep III, risalente al 1989, consente di farsi un’idea della varietà delle figure che vi erano collocate : in una profonda fossa sono state rinvenute ventisei statue di sovrani e divinità risalenti al Nuovo Regno e all’Età Tarda.

Il reperto più spettacolare è una statua di Amenofi III stante su una slitta, ma anche il gruppo statuario di Haremhab inginocchiato davanti al dio della creazione Atum testimonia l’importanza di questo ritrovamento

Statua per processione di Amenhotep III. Pietra Arenaria silicificata, altezza 2,10 metri
Luxor, The Luxor Museum of Ancient Egyptian Art – J 838
.

La statua di Amenofi III su una slitta di processione è un pezzo eccezionale : il sovrano vi figura in posizione classica, con il piede sinistro avanzate, ma la presenza della slitta non ha alcun riscontro nell’iconografia scultorea. Il basamento e l’alto pilastro dorsale indicano chiaramente che il personaggio trainato sulla slitta non è il sovrano, bensì una sua statua. Il re Indossa la Doppia Corona con l’ureo sulla fronte, la barba regale e un gonnellino da cerimonia con un festone di urei al centro. Alcune parti della statua, sul petto e sulle braccia, sono un po’ ruvide ed è probabile che in origine fossero dorate, corrispondono infatti a un collare, a un pettorale e ad alcuni bracciali

Il dio Atum è il faraone Horemheb
Diorite, altezza 190 cm, profondità 151,5 cm,l arghezza 83,5 cm
Luxor, The Luxor Museum of Ancient Egyptian Art – J 837
Nel corso di ordinari lavori di consolidamento nel tempio di Luxor è stata scoperta nel 1989 un’importante Cachette contenente alcune statue di divinità.
Il primo reperto portato alla luce è stato il gruppo statuario con il faraone Horemheb inginocchiato in atto di omaggio ai piedi del dio Atum.
L’atteggiamento apparentemente fisso e severo del dio primigenio ne esprime tutta la dignità ; esso è raffigurato con la Doppia Corona e con iin mano l’ankh, il segno della vita.

A giudicare dalle ceramiche rinvenute, la sepoltura delle statue può essere messa in relazione con la ristrutturazione delle camere posteriori del tempio, effettuata intorno al 300d.C., quando i romani le utilizzarono per celebrarvi il culto imperiale.

Fonte

Egitto la terra dei faraoni – Regine Schulz e Matthias Seidel – Konemann

Mai cosa simile fu fatta, Statue, XIX Dinastia

RAMSES II CON AMON-RA E MUT

Di Grazia Musso

Gruppo scultoreo Ramses II con Amon-Ra e Mut.
Granito rosa, altezza 174 cm.
Museo Egizio di Torino, Collezione Drovetti – C. 767.

Questo gruppo scultoreo costituisce una chiara summa del culto religioso che gli antichi egizi dedicarono alla principale divinità del Nuovo Regno : il dio Amon-Ra, venerato nel grande tempio tebano di Karnak, luogo di provenienza della triplice statua.

Il faraone, Ramses II vi è raffigurato seduto su un largo trono fornito di spalliera, tra le figure di due divinità.

Alla destra del sovrano si trova Amon-Ra, mentre alla sinistra è rappresentata Mut la moglie del dio che costituisce, con quest’ultimo e con il figlio Khonsu, la triade alla quale fu consacrato il maggiore complesso templare di Tebe.

I tre personaggi si abbracciano creando un curioso intreccio di membra che attira lo sguardo dell’osservatore.

Questo gesto, tipico delle statue raffiguranti i coniugi, denota il profondo legame che esisteva tra il sovrano e le due divinità tutelari della monarchia, sottolineando altresì il ruolo di Ramses II come figlio di Amon-Ra e Mut, al posto di Khonsu.

In quanto tale il faraone risulta di conseguenza come un dio vivente in terra, intermediario tra il mondo divino e quello umano, destinatario della vaneraziond popolare.

I volti delle tre figure accennano a un sorriso, tipico della statuaria dell’epoca, e si differenziano principalmente per i diversi copricapi che conferiscono vivacità all’intera composizione.

A sinistra: il dio tebano, l’ unico ad avere la barba posticcia, indossa una bassa corona svasata, sormontata da due alte piume che costituiscono il suo tradizionale emblema.

Al centro: la dea, fasciata in un lungo abito aderente che sottolinea la morbidezza del suo corpo lasciando trasparire alcuni dettagli anatomici, indossa una parrucca tripartita , tipica dell’iconigrafia femminile sia regale sia privata.
Su di essa, ornata frontalmente con l’ureo, è appoggiato un basso modio che sorregge a sua volta le corna liriformi al cui interno si trova il disco solare.

A destra: il faraone concentra sul suo capo tutti i principali simboli della regalità : il nemes che incornicia il volto, il tradizionale serpente posto sulla fronte, le due corna di ariete che evocano l’animale sacro al dio Amon, il disco solare che sottolinea la natura divina del sovrano e infine due alte piume striate dalla sommità arrotondata.

Lo schienale del gruppo scultoreo è decorato con iscrizioni geroglifiche che riportano la titolatura e il nome del sovrano, entro il cartiglio, oltre ai nomi delle due divinità.

Fonte:

I grandi musei : Il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa

Mai cosa simile fu fatta, Ramses II, XIX Dinastia

RAMESSE II: IL GRANDE COSTRUTTORE

Di Franca Loi

Un bellissimo rilievo in calcare dipinto raffigurante Ramses II, forse proveniente dal tempio del faraone ad Abydos e realizzato nei primi due anni di regno. Lo stile suggerisce che sia stato realizzato dagli stessi artisti che hanno decorato il tempio adiacente di suo padre, Sety I. Ramses è rappresentato con il nemes, ureo e barba cerimoniale.
I colori vividi si sono preservati grazie al clima in Egitto. Il braccio è alzato probabilmente in gesto di offerta. (Testo di Patrizia Burlini)
MATERIALE: calcare, pigmento
DATA: ca. 1279-1213 B.C.E.
Dinastia XIX, nuovo Regno
DIMENSIONI 15 × 3 × 17 in., 48.5 lb. (38.1 × 7.6 × 43.2 cm, 22kg)
ACCESSION NUMBER 11.670
CREDIT LINE Museum Collection Fund
Brooklyn museum, New York
https://www.brooklynmuseum.org/opencollection/objects/3066

Ramses II, noto anche come Ramesse II, Ramsete II, e dagli antichi come Usermaatra Setepenra, ossia “colui che mantiene l’equilibrio e l’armonia, potente è la giustizia di Ra, eletto di Ra”.

Protocollo completo di Ramesse II

Ramses II salì al trono verso il 1304 o verso il 1279 1278, secondo il modo in cui viene interpretata la data sathiaca del Papiro Ebers. Molto giovane successe al padre Seti I e il suo regno fu uno dei più lunghi e sfarzosi. Senza dubbio è il faraone più famoso della storia egizia di cui ne è divenuto il simbolo al pari delle piramidi; la sua epoca rappresenta l’apice dello splendore e della ricchezza dell’Egitto.

Ramses II lasciò un’incancellabile traccia nella storia del vicino oriente; seppe Infatti imporsi in un’epoca molto importante per i continui confronti tra i grandi imperi orientali.

Grande costruttore coprì La Valle del Nilo di monumenti lasciando tracce di sé ovunque ( i più notevoli): ad Abido, a Luxor, a Karnak e a Tanis, che divenne la sua capitale.

Tempio di Karnak e i suoi Piloni.

Tempio di Karnak: sala ipostila. Osservando trasversalmente la sala i postila, sugli architravi sono ben visibili i nomi e i titoli di Ramesse II. I cartigli del sovrano si riconoscono chiaramente anche sulla colonna più vicina, insieme a una scena raffigurante Amon Ra e Amunet che ricevono manifestazioni di devozione da parte del re.

Il grande Pilone costruito da Ramesse secondo per il tempio di Luxor.

A Luxor ingrandì Il meraviglioso tempio di Ammone, costruito da Amenofi III, dotandolo di un cortile di 3000 mq. circondato da Portici. La sua ” politica assolutista si riflette nell’architettura per l’accumularsi di colossi i regali.

Il re diventa una vera e propria ossessione: negli intercolumni si erge dritto, tre volte più alto di un uomo; dinanzi ai Piloni, enormi statue del re seduto, inquadrano la porta. Nel grande cortile di Luxor undici figli di Ramesse sfilano incisi sulle mura.

Note: Ramses II fece costruire il pilone e lo fece precedere da due obelischi. Uno solo è in sito, l’altro è quello di place de la Concorde a Parigi (fu donato nel 1836). Fece costruire anche due sue statue colossali ai lati della porta, una delle quali, quella mutila è qui ritratta, nelle quali è raffigurato seduto in trono con accanto la regina Nefertari, e altre quattro statue in piedi di cui solo una, mutila, rimane. Nei rilievi è narrata la sua campagna contro gli Ittiti e i loro alleati e della battaglia cruciale di Qadesh, accompagnato dal testo geroglifico del cosiddetto “poema di Pentaur” che di quello scontro narra le vicende, esaltando il valore personale del re. Collocazione: Milano (MI), Raccolte Grafiche e Fotografiche del Castello Sforzesco. Civico Archivio Fotografico, fondo Vedute Estere, VE ALBO E 326-2/20. Titolo: Egitto – Luxor – Tempio di Luxor – Obelisco

A sinistra dell’ingresso principale di Luxor, un colosso purtroppo danneggiato raffigura Ramesse II assiso. Sulla base dell’obelisco sono raffigurati babbuini con le braccia levate nell’atto di adorare il sole all’alba.
L’obelisco di Luxor in place de la Concorde a Parigi.

In origine, erano due obelischi, costruiti dal faraone Ramses II circa 3200 anni fa, i quali erano posti all’ingresso del tempio di Luxor, in Egitto.

Nel 1829 Mehmet Ali Pascià, Wali e Chedivè dell’Egitto, offrì in dono alla Francia i due obelischi. Il primo obelisco arrivò a Parigi il 21 dicembre 1833. Tre anni dopo, il 25 ottobre 1836, il re Luigi Filippo lo inaugurò al centro di place de la Concorde.

L’altro obelisco rimase a Luxor in Egitto. Negli anni ’90 il presidente François Mitterrand rinunciò ufficialmente al secondo obelisco in favore degli egiziani.
Luxor: i figli di Ramesse II. Bassorilievo.
Rilievo di Ramses II orante. Staatliches Museum Ägyptischer Kunst, Monaco di Baviera.

Sulle mura del grande pilone di Luxor Ramesse II fece scolpire, sul modello dei quadri di Seti I, le fasi della campagna dell’anno V del suo regno contro gli ittiti. Il piano di battaglia è raffigurato dettagliatamente: descrive al popolo la vittoria del re e in geroglifici colorati è scritto il poema di Pentaur.

Delle sei statue colossali di Ramesse II, quattro sedute e due in piedi, che fiancheggiavano l’entrata del complesso templare di Luxor, ne restano solo due. Dei due obelischi in granito (davanti al portale), uno è nel sito, l’altro si trova a Parigi in Place de la Concorde.
Ramses II arricchì ed ampliò lo stupendo tempio di Ammone, dotandolo di un cortile di 3000 mq. circondato da portici e di un pilone a suo nome proprio davanti al colonnato come memoriale della battaglia di Qadesh.

Pur molto interessante l’opera non presenta più le qualità dei rilievi di Seti I: la nuova generazione di scultori, pur molto abili, ha perduto quel soffio di vita e quel desiderio di realismo, a volte eccessivo, propri della grande scuola amarniana.

Il Ramesseum visto nel suo insieme
Ramesseum: sala ipostila

Il suo tempio funerario noto come Ramesseum, sulla sponda occidentale del Nilo a Tebe, conserva ancora oggi molto della sua grandiosità primitiva, ma dal punto di vista architettonico non può essere paragonato alla sala ipostila di Karnak. E come al Luxor, e a Karnak sulle mura è spiegata la battaglia di Qadesh.

Come a Luxor e a Karnak sulle mura del Ramesseum è spiegata la battaglia di Kadesh: qui la città di Dapur nella Siria settentrionale, alleata degli Ittiti, è attaccata dall’esercito di Ramses. I soldati egiziani, tra i quali quattro principi designati con i rispettivi nomi, con scudi scatenano un assalto dal basso protetti da coperture e iniziano a scalare le mura con le scale a pioli. I difensori rispondono con archi e frecce, o con pietre, mentre alcuni abitanti, catturati fuori della città, supplicano i soldati con offerte di non fare loro del male. Da una scena del Ramesseum, tempio funerario di Ramesse II. Disegno di B. Garfi. 
Ramesseum: foto d’epoca.
Ramesse II in uno dei rilievi sulla battaglia di Qadesh: domina la scena prima della Battaglia, è seduto nel campo e informa gli ufficiali e i generali della posizione in cui si trova l’esercito egiziano.

Ovunque si trova il segno di Ramesse II: a Karnak completa la decorazione della Grande Sala Ipostila; ad Abido viene eretto un tempio, o cenotafio in pietra calcarea che costeggia il santuario di Seti I.

Karnak: Grande Sala Ipostila; in primo piano colonne Ramesse II.
In secondo piano si vede uno spicchio di una colonna di Amenhotep III con il capitello a fiore aperto.
In fondo si vede il montante delle finestre a “claustra” tra la diversa quota delle colonne di Ramesse II e quelle di Amenhotep III.

ABIDO: Cenotafio di Ramesse II
ABIDO: Tempio cenotafio di Ramesse II. Si trova a nord-ovest del Tempio Cenotafio di Seti I e molto vicino al Tempio di Osiride. Costruita in pietra calcarea da Ramses II, segue lo schema dei templi funerari di Tebe dell’epoca di questo re. Per quanto riguarda la decorazione, sono ancora numerosi i rilievi con la relativa policromia, molti dei quali ottimamente conservati pur essendo all’aperto. Il Tempio è formato nella sua struttura da un Portale e da un Pilone in granito che danno accesso a un peristilio o patio circondato da pilastri di Osiride. Tutti i pilastri sono in pietra calcarea. Il patio lascia il posto ad un portico, al quale si accede per mezzo di una rampa a gradoni al centro
ABIDO: Cenotafio di Ramesse II
I testi scolpiti sulla porta della prima sala del tempio dichiarano che L’opera è stata realizzata “come monumento per onorare suo padre Osiride… la costruzione di una soglia in pietra nera.”
ABYDOS: Nel 2019 è stata scoperta una sala reale e una pietra di fondazione del tempio di Ramesse II. Queste pietre venivano collocate nei quattro angoli dell’edificio, all’inizio dei lavori di costruzione. La titolatura di Ramesse nel nuovo ambiente a ridosso del suo tempio di Abido

È in Nubia soprattutto che gli architetti reali svolsero una attività eccezionale edificando sei templi rupestri. Qui è ampiamente documentata la “sua smania di autoglorificazione”; non possiamo però non esprimere la nostra ammirazione per gli stupefacenti templi di Abu Simbel, interamente scavati nella roccia: uno, con le quattro colossali statue di Ramesse II seduto che guardano il fiume, e’ consacrato ad Ammone e allo stesso re; l’altro ad Hathor ed alla regina Nefertari.

A Giovanni Battista Belzoni si deve il disseppellimento delle strutture templari di Abu Simbel, nella Nubia: voluti da Ramses II, i due templi, scavati nella roccia, nel corso dei secoli erano stati completamente ricoperti dalla sabbia. Dopo un lavoro estenuante, condotto a temperature al limite della sostenibilità fisica e con la riluttanza della manodopera, Belzoni riuscì ad entrare nel tempio principale il 1° agosto del 1817. Qui, sul muro settentrionale del santuario, appose la sua firma: un segnale indispensabile, vista la corsa alle antichità che si stava mettendo in moto, senza esclusione di colpi da parte dei partecipanti. Quando Belzoni giunse in vista dei templi di Abu Simbel eseguì questo bel disegno in cui si vedono il tempio di Ramesse II la cui facciata era ricoperta dalla sabbia e il piccolo tempio di Hathor e Nefertari. (Padova, Biblioteca Civica)
Giovanni Battista Belzoni nel ritratto del pittore Vincenzo Gazzotto conservato nei musei civici di Padova (foto Graziano Tavan)

Ad Abu Simbel l’architettura si fa scultura, tutto l’insieme acquista “opulenza e vivacità” e, come ampliamente dimostrato già al Luxor, la razionalità geometrica si trasforma ” in puro atto pittorico, il pilastro si fa statua “. Non c’è più davanti a noi l’architettura limpida e severa del più antico Egitto ma quella ” travagliata e barocca che in Egitto ha avuto la sua esperienza romantica “.

I due templi di Abu Simbel: sono interamente scavati nella roccia.
Abu Simbel: le 4 colossali statue di Ramesse II seduto che guardano il fiume Nilo.
Ai suoi piedi statue più piccole rappresentano i familiari.
La sala ipostila del tempio Maggiore imita il cortile di un tempio in muratura. Ai pilastri che dividono l’ambiente in tre navate si appoggiano figure colossali del sovrano ritratto con tutte le insegne del potere e come se fosse avvolto in una veste che copre anche i piedi. I pilastri su ciascun lato del vasto ambiente presentano il re con la corona Bianca, a sinistra, e con la corona rossa a destra. La grande sala fu visitata per la prima volta da Belzoni nel 1817.

Per le colossali opere da lui avviate aveva bisogno di grandi risorse, non trascurò nulla per procurarsene e si dedicò personalmente alla loro organizzazione. Sotto Ramesse II tutte le cave d’Egitto lavorarono per più di 50 anni per fornire di materiali le decine di enormi edifici, di centinaia di obelischi e statue, addirittura di intere città.

Rilievo di Abu Simbel: battaglia di Qadesh. Allora scoccando frecce Ramesse secondo irrompe tra le fila dei nemici con il suo carro
Il tempio grande di Abu Simbel fu spostato, insieme al tempio piccolo, su un’altura situata a circa 210 metri di distanza dalla riva occidentale del Nilo, 65 metri più in alto rispetto all’area del tempio originario. Nella foto: la posizione originaria del tempio e nella parte superiore la posizione odierna.

Come il Ramesseum anche i templi di Abu Simbel sembra siano stati commissionati dopo poco tempo la salita al trono del faraone e finiti nell’arco di venti anni. Sette anni più tardi un violento terremoto danneggio’ la struttura, uno dei colossi crollo’ e l’attività di restauro,allora avviata, non riuscì a recuperarlo.

Come ogni anno, come accade ormai da millenni, si ripete ad Abu Simbel il “Miracolo del Sole”, fenomeno che si verifica regolarmente, con una precisione da lasciar ancor oggi stupiti, due volte l’anno: il 22 febbraio e 22 ottobre. In questi due giorni, all’alba, i raggi del sole, oltrepassando la piccola porta incastonata tra i quattro colossi di Ramesse II, penetrano l’oscurità attraversando le due buie sale ipostile del tempio maggiore di Abu Simbel (la prima delle quali è sorvegliata da otto imponenti statue del sovrano nelle sembianze di un Osiride) fino a raggiungere il Santa Sanctorum ed illuminare il volto del grande faraone. Il Santuario contiene quattro statue assise, tutte hanno lo sguardo rivolto verso l’entrata e rappresentano il sovrano affiancato da tre delle principali divinità del pantheon egizio dell’epoca.

In questi fiabeschi templi l’architettura del Nuovo Regno raggiunse la sua più alta espressione!

Rilievo dalla tomba della regina Nefertari.
La tomba della regina Nefertari, sposa prediletta di Ramesse II, resta uno dei più bei monumenti funerari realizzati in età ramesside.la decorazione è eseguita in rilievo. Le figure nonostante la loro bellezza manifestano la staticità di tutta l’arte del periodo. All’immagine degli Dei, ormai consolidata da una lunga tradizione, si contrappone quella della regina abbigliata con l’elaborati vesti, trasparenti e plissettate, in voga alla sua epoca.

Una curiosità: Ramesse II è l’unico faraone della storia egiziana al quale sia stata intitolata una via del Cairo

FONTE:

  • STORIA DELLA CIVILTA DELL’ANTICO EGITTO – JACQUES PIRENNE- SANSONI EDITORE FIRENZE
  • ANTICO EGITTO- ANALISI DI UNA CIVILTÀ-BARRY J. KEMP- ELECTA
  • WIKIPEDIA
  • ALAN GARDINER-LA CIVILTÀ EGIZIA-EINAUDI
  • RAMESSE II-T.G.HENRY JAMES
  • ARCHEOLOGIAVOCIDALPASSATO
  • ALTAIRMULTIMEDIA
  • L’EGITTO DEI FARAONI-FEDERICO A.ARBORIO MELLA-MURSIA
  • TIZIANA GIULIANI
  • KHEKERU
Mai cosa simile fu fatta, Statue, XIX Dinastia

STATUINA DI PENBUI

Di Grazia Musso

Legno, altezza 60 cm
Museo Egizio di Torino, Collezione Drovetti – C. 3048

Tra le opere più raffinate provenienti dalla necropoli degli artigiani di Deir el-Medina, va annoverata questa statua lignea di pregiata fattura raffigurante un abitante del villaggio di nome Penbui, vissuto in epoca ramesside.

Il personaggio è raffigurato durante lo svolgimento di una processione religiosa, come testimoniano le due alte insegne che egli sorregge ai lati del corpo.

Sopra entrambe le aste si trova la figura di un dio: alla destra di Penbui è raffigurato Ptah e alla sua sinistra si è conservata in parte l’immagine di Amon-Ra.

A sinistra: Amon-Ra era il grande dio tebano nonché una delle principali divinità a livello nazionale. Il suo culto non poteva quindi mancare tra gli artigiani di Deir el-Medina che lo veneravano al fianco di divinità di carattere più popolare. Qui il dio è effigiato a torso nudo, con un gonnellino su cui poggia le mani. Dell’originaria corona sul capo rimangono solamente le tracce.

A destra: Nell’antico Egitto il dio Ptah era considerato il padrone degli artigiani e per questo era oggetto di culto tra la comunità di Deir el-Medina. Qui il dio è raffigurato secondo l’iconografia tradizionale, con una calotta aderente sul capo, la barba posticcia e un abito-guaina che gli avvolge il corpo. Nelle mani impugna lo scettro uas, emblema di potere.

La scultura è stata eseguita con una straordinaria cura per i dettagli e per il modellato del corpo, a dimostrazione dell’alto livello qualitativo raggiunto dagli artisti del villaggio.

Il volto di Penbui è incorniciato da una elaborata parrucca, tipica del periodo, e il lungo gonnellino che egli Indossa rappresenta, di per sé, un piccolo capolavoro di ebanisteria.

Il volto di Penbui, dai tratti idealizzati e dall’espressione serafica, è stato modellato con particolare grazia e morbidezza di forme. La preziosa parrucca che incornicia il viso è formata da un livello superiore di minute ciocche da cui fuoriescono riccioli più grandi che si posano sulle spalle. Il lavoro di intaglio eseguito dal l’artigiano per rappresentare la massa di capelli è di alto livello.

Le fitte pieghe della stoffa si incrociano all’altezza della vita creando un raffinato gioco di chiaro-scuri ulteriormente impreziosito dal davantino su cui si trova una colonna di geroglifici.

Altre iscrizioni ornano le due insegne laterali, il retro dei troni divini, il pilastro dorsale e il piedistallo della statua.

I testi, costituiti da formule di offerta e preghiere rivolte agli dei, contengono il nome e i titoli di Penbui, “guardiano nella Sede della Verità”, termine con cui si indicava la necropoli tebana.

Fonte:

I grandi musei : il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa

Mai cosa simile fu fatta, XIX Dinastia

USHABTY DI NIKA

Di Grazia Musso

Ushabty e cassetta porta ushabty di Nika.
Ushabty: arenaria, altezza cm 13,5 – C. 2656
Cassetta: legno, altezza 30,5 cm., larghezza 25 cm.
Museo Egizio di Torino – Collezione Drovetti

Con il termine ushabty, letteralmente ” colui che risponde”, si indicano le statuine che, a partire dal Medio Regno, entrarono a far parte dei corredi funerari.

Il loro scopo era quello di sostituire il defunto nei lavori agricoli che questi avrebbe dovuto svolgere nell’aldilà per procurarsi il sostentamento necessario alla sua nuova vita.

Per questo motivo le statuine tengono generalmente in mano le zappe con cui dissodare il terreno e un sacchetto contenente i semi a garanzia di un nuovo raccolto.

Il numero, la tipologia e la qualità degli ushabty rinvenuti nei corredi funerari sono estremamente vari.

Nel Nuovo Regno i sovrani e gli individui delle alte classi sociali potevano possedere centinaia di questi servitori in miniatura, fabbricati con diversi tipi di materiali: faience, terracotta, pietra, legno, bronzo.

A seconda delle epoche lo stile degli ushabty cambiò, rispecchiano mode e tendenze artistiche contemporanee, come nell’esemplare di Nika, caratterizzato dalla tipica acconciatura del periodo.

Sul corpo di questa statuina è scritta una formula tradizionale in cui l’ushaty dichiara di essere pronto a “rispondere” al defunto che gli chiede di lavorare al posto suo.

Molto spesso questi piccoli e devoti servitori erano depositi all’interno di cassette lignee decorate con vivaci scene policrome, come quella appartenuta allo stesso Nika.

Fonte

I grandi musei : Il museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa

Foto: Museo Egizio di Torino