La parete sud della KV62 di Tutankhamon presenta Tutankhamon accolto da Anubi ed Hathor Proviamo a leggere le iscrizioni parietali.
Lo studio del Protocollo Reale è importantissimo perché esso, letto e tradotto nella giusta sequenza, rappresenta il programma politico del sovrano. Purtroppo sono frequenti i fenomeni di metatesi onorifica, grafica e quelli di scrittura difettiva che ne rendono difficoltosa la traduzione. Inoltre, molto spesso, ci si dimentica che l’onomastica è antropocentrica riducendo la traduzione ad un mero esercizio pedagogico e didattico. Il nome del re è tutt’altro che uno slogan pubblicitario.
Come consueto ha aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati.
Le pareti della camera funeraria del celeberrimo faraone sono stati oggetto delle Traduzioni Archeologiche (TA) del Corso Grammaticale di secondo livello, di una lezione di Egittologia e del relativo Quaderno nr 35 che gli interessati possono trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/i-geroglifici-di…/
Qualche anno fa, con i miei allievi, traducemmo il Papiro Harris 500 dove sono riportate alcuni brani che possono davvero essere definiti Liriche d’Amore.
La narrazione rappresenta il discorso di due innamorati che testimoniano le loro emotività, i loro desideri, le loro paure e le loro ansie.
I discorsi di lei e di lui si alternano nelle diverse “stanze” dando libertà alla fantasia del lettore di ricreare la situazione di due innamorati che si desiderano.
In questo brevissimo passaggio, preso dalla quinta stanza, parla lui.
Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far pronunciare l’egizio a chi non lo ha (ancora) studiato.
BUON SAN VALENTINO A TUTTI.
Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati. A chi volesse intraprendere questa interessantissima ginnastica intellettuale posso consigliare la seguente strumentistica pressoché completa:
Al PENNMUSEUM di Filadelfia, ovviamente Stato della Pennsylvania, è custodito un ornammento che lo stesso museo definisce come “Perlina lentoide in faience blu. La parte superiore è incisa e il retro è piatto. Ci sono due fori per l’infilatura a ciascuna estremità, che si collegano a un canale centrale sul retro della perlina”.
Ad essere sinceri il testo geroglifico riportato sopra è abbastanza complesso da definire, figuriamoci da leggere. Però, con l’aiuto del Museo, ce la potremo fare.
Il reperto è lungo 5,21 cm, largo 1,5 cm e profondo 0,6 cm. Fu realizzato tra il 1075 e il 945 a.C. ed appartiene alla XXI dinastia.
Interessante che il sovrano identificato non abbia il nome iscritto in un cartiglio.
Lo studio del Protocollo Reale è importantissimo perché esso, letto e tradotto nella giusta sequenza, rappresenta il programma politico del sovrano. Purtroppo sono frequenti i fenomeni di metatesi onorifica, grafica e quelli di scrittura difettiva che ne rendono difficoltosa la traduzione. Inoltre, molto spesso, ci si dimentica che l’onomastica è antropocentrica riducendo la traduzione ad un mero esercizio pedagogico e didattico. Il nome del re è tutt’altro che uno slogan pubblicitario.
Come consueto ha aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora!!) studiati.
A chi volesse intraprendere questa interessantissima ginnastica intellettuale posso consigliare la seguente strumentistica pressoché completa:
il sarcofago in quarzite di Tutankhamon ubicato nella KV62 è stato oggetto del nostro XVII LABORATORIO DI FILOLOGIA EGIZIA. Ne abbiamo analizzato e tradotto tutte quattro le facciate. Vi allego qui le pagine iniziali di ogni lato per mostrarvi la tipologia di lavoro che abbiamo fatto sulle iscrizioni geroglifiche.
«Carneade! Chi era costui?» ruminava tra sé don Abbondio seduto sul suo seggiolone…
Già, chi era costui? Una domanda che ci siamo posti molto spesso al sentire un nome di cui sappiamo poco o niente… e allora, eccovi un altro nome, a cui potremmo tranquillamente assegnare la stessa frase del povero Don Abbondio: Tania Head!
TANIA HEAD
Ma “chi era costei?”
Come avrà ormai imparato chi si ostina a leggere i miei articoli, parto sempre da lontano… o da quel che sembra lontano, per poi calare il lettore nel fatto; e anche questa volta non riesco a farne a meno rievocando una delle pagine più tragiche della nostra storia recente: l’11 settembre 2001.
Potremmo soffermarci sulle 2.603 vittime nel crollo delle Torri ma, per un attimo, faremo riferimento all’intervento di Wells Remy Crowther[1], uno degli eroici Vigili del Fuoco di New York che, prima di morire nel crollo, riuscirà a salvare ben diciotto persone. Dopo l’immane tragedia, nasce il World Trade Center Survivors Network, ed è proprio a tale organizzazione che, nel 2004, si presenta Tania Head che dichiara di essere una di quelle diciotto persone salvate da Crowther proprio mentre il fidanzato[2], Dave, moriva nel crollo della Torre Nord. Facile immaginare il clamore che suscita la notizia, le interviste, le conferenze, la visibilità della donna che, ben presto, diventa addirittura presidente dell’Associazione dei reduci e dei sopravvissuti.
Nel 2007, però, qualcuno decide di andare un po’ più in profondità scoprendo che qualcosa non torna: benché nelle sue interviste la Head abbia più volte dichiarato di essere andata quale volontaria in Thailandia per lo tsunami (26/12/2004), e a New Orleans per portare aiuto dopo l’uragano “Katrina” (25/08/2005), di fatto nessuno la conosce o l’ha mai vista. Anche le due lauree di cui la Head dice di essere titolare non sono mai state conseguite e non risulta abbia neppure mai frequentato università statunitensi. In verità, ha, infatti, frequentato l’università, ma a Barcellona, in Spagna, la sua terra natia; il suo vero nome è, infatti, Alicia Esteve Head, ed è arrivata negli Stati Uniti nel 2003, ben due anni DOPO l’attacco alle Torri Gemelle.
Per completezza, e per soddisfare la curiosità che certamente è stata suscitata da questo racconto, dirò che la donna, improvvisamente, scompare dai “radar” giornalistici fino al 2008 quando giunge notizia che si sia suicidata… debbo aggiungere che, anche in questo caso, si tratta di una bugia[3]?
E qui, ne sono certo, i lettori si staranno chiedendo come farò a ricollegarmi all’egittologia che è alla base del nostro sito… un briciolo di pazienza e ci arriveremo giacché se abbiamo iniziato chiedendoci chi era Carneade, e poi chi era Tania Head, ora è il momento di un altro nome altrettanto “misterioso”: Richard Adamson.
RICHARD ADAMSON
Richard Adamson sulla copertina di “The Forgotten Survivor” di Chris Ogilvie-Herald (2015)
E per scrivere di Adamson dobbiamo necessariamente fare un passo indietro e, dal tragico 2001, tornare all’affascinante novembre 1922, quando un egittologo inglese scopre il primo di sedici gradini che lo porteranno a fare la più grande scoperta di tutti i tempi.
Eh già, ci accingiamo a entrare proprio nella KV62, la tomba di Tutankhamon nella Valle dei Re e, irrimediabilmente, ci toccherà accennare, quanto meno, alla “maledizione” del Faraone bambino. Per non tediarvi troppo con discorsi che riguardano l’inesistenza di una tal maledizione, vi rimando a due articoli in questo stesso sito (troverete i link nella nota a pie’ di pagina)[4]. Mi preme, però, riportare qui una semplice tabella che elenca coloro che, per primi, ebbero la fortuna di trovarsi faccia a faccia con il giovanissimo Faraone della XVIII dinastia[5]:
Nome e cognome
Incarico nella spedizione
Nato nel
Morto nel
Età
Anni dopo il 1922
Lord Carnarvon
finanziatore del ritrovamento
1866
1923
57
1
Howard Carter
capo della spedizione
1874
1939
65
17
Arthur Cruttenden Mace
collaboratore
1874
1928
54
6
Alfred Lucas
chimico
1867
1945
78
23
Harry Burton
fotografo
1879
1940
61
18
Arthur R. Callender
ingegnere e disegnatore
1875
1936
61
14
Percy Newberry
egittologo
1869
1949
80
27
Alan H. Gardiner
egittologo filologo
1879
1963
84
41
James H. Breasted
egittologo storico
1865
1935
70
13
Walter Hauser
architetto
1893
1959
66
37
Lindsley Foote Hall
architetto
1883
1969
86
47
Richard Adamson
poliziotto
1901
1982
81
60
Brevemente, diremo che delle ventisei persone presenti all’apertura della tomba, solo sei morirono nell’arco dei dieci anni successivi; delle ventidue presenti all’apertura del sarcofago solo due morirono nei successivi dieci anni mentre delle dieci persone presenti allo sbendaggio della mummia, nessuna morirà sempre nei dieci anni successivi a questa operazione.
Lady Evelyn, figlia di Carnarvon, che partecipò attivamente alle fasi iniziali della scoperta della tomba e che, pare, sia stata la prima, in assoluto, ad accedervi, nata nel 1901, morì nel 1980: 79 anni e 58 anni dopo la scoperta. Il medico D.E. Derry, che eseguì la prima autopsia sul corpo di Tutankhamon, morì nel 1969, all’età di 87 anni e 47 anni dopo.
Ma quel che ci interessa (finalmente) è il nominativo che ho indicato in rosso e che dà il titolo a questo paragrafo: Richard Adamson, nato, forse, nel 1901 e morto nel 1982 a 81 anni.
LA SCOPERTA DI KV62
Dimenticate tutto quel che sapete della scoperta di KV 62!
Durante la preparazione della grande esposizione al British Museum[6], in occasione dei 50 anni dalla scoperta della tomba, sulla rivista “The New Statesman” apparve, il 14 aprile 1972, un articolo in cui, tra l’altro si leggeva:
«…gli scavi di Carter erano protetti da poliziotti militari assegnati dal nostro esercito in Egitto. Uno di questi, un brillante giovane di Leeds, notò due egiziani che frettolosamente ricoprivano qualcosa nella sabbia. Con inusuale efficienza prese la sua Brownie, li fotografò e segnò il luogo. IL giorno seguente, con l’aiuto dei suoi riferimenti guidò Carter nell’esatto posto… dove i due egiziani avevano coperto una rampa di scale… Se quel poliziotto non fosse stato così efficiente, non ci sarebbe stata alcuna mostra al British Museum. Il suo nome è Richard Adamson…»
E così, nonostante Carter e le migliaia di testi ne abbiano mai fatto menzione, dovremmo rivedere tutte le nostre conoscenze sulla scoperta della tomba di Tutankhamon.
Meno male…se non ci fosse stato quel poliziotto militare…
Già, ma quel poliziotto militare, quel tale Richard Adamson, è davvero mai stato in Egitto? Era davvero un Sergente della Polizia Militare assegnato alla spedizione Carter/Carnarvon? E davvero si deve a lui la più grande scoperta egittologica della storia? Davvero dormirà per quasi dieci anni all’interno della KV62 per proteggerla da ladri e vandali, come poi dichiarerà in una delle migliaia di interviste che rilascerà? E tutto questo ripeterà nelle oltre 1.500 conferenze che terrà, in tutto il mondo, dal 1968? …e confermerà addirittura all’allora Principe di Galles, attuale Carlo III d’Inghilterra, in un incontro riservato nel dicembre 1968? Davvero, per combattere la solitudine delle fredde notti nel deserto, sarà solito ascoltare l’Aida su un grammofono donatogli dallo stesso Carter?
Come si vede i quesiti sono davvero tanti e dobbiamo perciò rifarci a chi di questo personaggio ha fatto oggetto di studio e di un libro[7] che, per quanto piccolo (un centinaio di pagine e solo in inglese), è un condensato di informazioni, tra cui il testo che ho sopra tradotto, dimostrando una particolare acribia, con ricerche davvero degne, queste si, di un’indagine di polizia.
Alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, “comparve” sulla scena un tale Adamson che disse di aver partecipato alla missione e di essere stato, da Sergente della Polizia Militare inglese, il “guardiano” della tomba per sette anni. L’uomo infarcì il suo racconto di aneddoti tra cui il più clamoroso riguardava un grammofono che Carter gli avrebbe fornito per alleviare le lunghe ore di solitudine, specie notturne. Come “ultimo sopravvissuto” della spedizione, ottenne una certa notorietà al punto da essere ricevuto, come sopra accennato, addirittura dall’allora Principe Carlo d’Inghilterra e da tenere oltre 1.500 conferenze in tutto il mondo…
Qualcosa, in questo strano personaggio, che si era “ricordato” della sua partecipazione alla scoperta del secolo solo alla fine degli anni ’60 del secolo scorso, però non quadrava. E tra coloro che decisero di investigare c’era Chris Ogilvie Herald[8]che, nel 2005, pubblicò “The Forgotten Survivor”.
Il primo articolo che indichi Adamson come coinvolto nella scoperta della tomba di Tutankhamon, compare sul “Daily Mirror” del 16/08/1968, circa un anno dopo la morte di Lilian Kate Penfold che Adamson aveva spostato nel 1924… ma così siamo già troppo avanti rispetto alla scoperta di KV62 che, come tutti sappiamo, risale al novembre 1922 e, perciò, facciamo un passo indietro e cerchiamo di ricostruire la storia…
Adamson, dichiaratamente nato a Leeds nel 1901, nei suoi racconti, nelle sue conferenze e in tre libri a lui dedicati[9], afferma di essere stato destinato come Sergente della Polizia Militare in Egitto nel 1919. Nel 1920 sarebbe stato coinvolto, come “spia” infiltrata, nella cosiddetta “Cairo Conspiracy” e di aver attivamente partecipato all’arresto di Abdel-Rahman Bek Fhami[10], un nazionalista egiziano che, nel marzo 1919 aveva organizzato una cospirazione contro l’occupante inglese con attentati e omicidi di funzionari e ufficiali britannici. Durante il processo a Abdel-Rahman e altri 28 complici, Adamson, che pure disse di essere stato il principale testimone nel procedimento, dichiarò di svolgere attività di guardia del corpo del Presidente del Tribunale, il Generale Lawson.
È tuttavia noto che le forze di polizia britanniche in Egitto:
«…in particolare indirizzarono le indagini verso Abdel-Rahman Bek Fhami… mettendolo sotto stretta sorveglianza da parte di un agente segreto della polizia del Cairo, il Capitano Selim Zaki…»
Al processo, inoltre, il principale accusatore di Abdel-Rahman fu un altro complice, appartenente al partito nazionalista FAWD, Abdel- Saher al-Salamuti[11].
La segretezza del suo incarico, la dichiarata, ma non provata, partecipazione alle indagini per la “Cairo Conspiracy”, e il pericolo conseguente per la sua vita, per essere stato tra i principali artefici dello smascheramento della congiura stessa, avrebbero giustificato la sua assenza da ogni qualsivoglia fotografia relativa alla scoperta di KV62.
Nel 1981, dopo un viaggio in Egitto, durante il quale entrò nella KV62 accompagnato da John Lawton[12], quest’ultimo scrisse[13] che appena al termine del processo, nel 1920:
«…due giorni dopo, il suo nome apparve sull’ordine del giorno del Reggimento per la promozione da Caporale a Facente funzioni di Sergente (Acting Sergeant) e trasferito immediatamente a Luxor per presentarsi a Carter, presso il “Winter Hotel”, per la spedizione Carnarvon…»
Nel suo libro, però, Elain Edgar scrisse che Adamson raggiunse Luxor il 31 ottobre 1922. In altre parole, considerando il racconto di Lawson, che indica come impartito due giorni dopo la fine del processo l’ordine di “immediata” partenza, Adamson avrebbe impiegato ben due anni per percorrere i quasi 700 km dal Cairo.
Adamson non giustificò mai questo ampio lasso di tempo.
Come abbiamo sopra visto, nell’articolo del “The New Statesman” dell’aprile 1972, Adamson giunse a Luxor appena in tempo, per nostra fortuna, per scoprire l’ubicazione della KV62 e segnalarlo a Carter:
“Nel 1922 ero in Egitto, nella Valle dei Re, in servizio presso la Polizia Militare proprio mentre la spedizione archeologica di Lord Carnarvon ed Howard Carter stava scavando sotto la tomba di Ramses VI. Proprio pochi giorni prima che la concessione scadesse…”
Di fatto, ma si tratta di poca cosa, la concessione non era proprio quasi alla sua scadenza. Come si ricorderà, infatti, se è vero che Carnarvon aveva intenzione di lasciare, è altrettanto vero che Carter si era dichiarato disponibile ad assumere su di se la concessione stessa, convincendo lo sponsor a reiterare la licenza per un altro anno.
E così siamo arrivati alla scoperta di KV62 e all’incarico dichiarato da Adamson di dover far la guardia allo scavo proprio a far data dal 1922 per oltre dieci anni, fino al 1932 quando finalmente poté far rientro in Patria… o forse no?
Ogilvie, nella sua ricerca della verità, richiese al “General Register Office” (da noi diremmo l’Anagrafe) di Merseyside il certificato di famiglia di Adamson così scoprendo che lo stesso aveva sposato Lilian Kate Penfold il 24/12/1924. Quanto alla professione riportata sul certificato, questa risulta essere “Lance Corporal”, ovvero un livello leggermente inferiore a Caporale, il che viene confermato, peraltro, da una foto del matrimonio in cui Adamson indossa la divisa dell’esercito con, appunto, tali gradi.
Sul taschino sinistro dell’uniforme, inoltre, fa mostra di se un solo nastrino e nessuno di quelli che tutti i militari sfoggiavano purché avessero preso parte a missioni della Prima Guerra Mondiale.
Esiste, quindi, la prova che, almeno nel dicembre 1924 Adamson NON era in Egitto a proteggere la KV62. Ma il certificato fornisce altre informazioni altrettanto importanti, ad esempio, sulla nascita di almeno due dei suoi cinque figli: Ronald, infatti, nasce a Portsea e Landport, nell’Hampshire, il 23/12/1925. IN questo caso, la professione paterna viene indicata come “Motor Mechanic” e la residenza in Church Road a Landport.
Il 21/08/1927 è la volta di Edward che nasce a Portsmouth e la professione del padre viene riportata come “Tram Conductor”. Sempre per restare nel periodo in cui era dichiaratamente impegnato in Egitto per l’incarico di guardiania della KV62, nel 1930 nasce Robert e la professione, stavolta, è “Bus Conductor”[14].
Abbiamo così almeno quattro interruzioni del dichiarato, ininterrotto, servizio decennale in Egitto: 1924 per il matrimonio; 1925 per la nascita del primo figlio; 1927 per la nascita del secondo; 1930 per la nascita del terzo. È appena il caso di rammentare che non esiste prova di alcun viaggio dall’Egitto all’Inghilterra di Adamson, o viceversa della moglie verso Luxor che valgano a giustificare i concepimenti: marzo 1925 per Ronald, e novembre 1926 per Edward. Ed è altrettanto utile rammentare che tali viaggi, negli anni ’20 del ‘900, oltre ad essere particolarmente costosi, erano anche particolarmente difficoltosi e lunghi.
Ma Ogilvie non si fermò di certo qui nelle sua ricerche. L’autore, infatti, rivolse richiesta al registro storico del CPPTD[15]. Tale registro, che inizia però dal 1934, confermò, tuttavia, che dal 05/11/1934 Adamson fu effettivamente impiegato alla Portsmouth Corporation Tramways fino al 06/09/1939 quando, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, venne richiamato alla RAFVR (Royal Air Force Volunteer Reserve). Ed è proprio con questa uniforme che Adamson viene rappresentato in una fotografia del libro della Edgar, ma si tratta di una foto del 1940 e il grado è ancora. comunque, quello di Caporale.
Il libro della Edgar, pubblicato nel 1997, trae palesemente spunto non solo dai racconti in prima persona fatti da Adamson, ma anche dal testo di Wynne del 1969 e dall’articolo di Lawton del 1981. Tra le altre cose, la Edgar riporta che le uniche fotografie scattate da Adamson nella Valle dei Re sarebbero state da questo regalate al Museo Egizio del Cairo. Appare chiaro perciò che Ogilvie non poteva resistere dalla voglia di richiederle all’archivio museale ottenendo risposta negativa.
Poiché la Edgar riferisce che Adamson ha inoltre svolto un periodo di servizio in Turchia prima di essere assegnato alla Polizia Militare, Ogilvie non perde anche quest’occasione e rivolge istanza al “Military Police Museum” e all’ “Army Record Office” ottenendo in risposta che nei registri 1921/1945 non esiste alcuna traccia di Richard Adamson.
E, ancora la Edgar, precisa che, ad avvenuta scoperta della KV62, Adamson avrebbe pattugliato l’area circostante per evitare furti e danneggiamenti trascorrendo la notte sotto le stelle, davanti all’ingresso della tomba. Solo a gennaio 1923, quando l’anticamera fu sgombrata, Carter lo avrebbe autorizzato a spostare il letto all’interno della tomba dove dormirà fino al suo rientro in Patria nel 1932. Ma, di rimando, Ogilvie, fa presente che le predisposizioni di sicurezza della tomba erano ben differenti: al termine di ogni stagione di scavo, infatti, la tomba veniva chiusa; la scala riempita con tonnellate di terra, rocce e macerie che venivano poi rimosse all’inizio della successiva stagione di scavo come peraltro testimoniato da Jean Capart[16], egittologo belga, che in un suo libro[17] scrive:
«…il passaggio in pendenza, la scala e il piccolo pianerottolo su cui si apre l’entrata vengono bloccati. Prima con una barriera di pali e assi di legno, poi con blocchi di pietra…»
E, poco oltre:
«…questa mattina sono stato nella Valle di Biban el-Moluk, cioè la Valle dei Re, rimanendo sorpreso dell’attività che vi si stava svolgendo. Bambini trasportavano correndo le loro piccole ceste sotto la supervisione del loro “reis” per riempire di sabbia e scaglie di pietra il sito della tomba. Il terreno aveva già assunto il suo aspetto normale…»
Durante i periodi di chiusura della tomba la sicurezza era garantita dalla polizia locale; è inoltre bene precisare che, da poco dopo la scoperta, fino a ottobre dell’anno successivo, ottobre 1923, la KV62 restò chiusa, e sigillata, come sopra indicato. È perciò decisamente inverosimile, anzi impossibile, che Adamson possa aver dormito nella tomba e non corrisponde di certo al vero che la sua presenza fosse indispensabile.
Come scritto per “The Times” di Londra da Lord Carnarvon l’11 novembre 1922. Ovvero nell’imminenza delle scoperta:
«…Mr Carter e Mr, Callender, il suo assistente, sono soliti ora dormire all’interno della tomba…»
…cosa che durò comunque pochissimo tempo, fino alla sostituzione della grata di legno, posta a chiusura dell’ingresso, con una porta in acciaio chiusa con quattro catene e relativi lucchetti[18].
Come noto, la scoperta della tomba di Tutankhamon, e l’esclusiva rilasciata da Carnarvon al “The Times” di Londra, aveva suscitato non solo critiche da parte del Governo locale, che poteva avere notizie dell’evoluzione della scoperta solo leggendo proprio quel giornale, ma anche l’”assalto” di decine, centinaia, di corrispondenti di giornali di tutto il mondo che avrebbero fatto carte false pur di avere una qualsivoglia notizia da “vendere” ai propri editori (anche per giustificare le ingenti spese che questi dovevano sostenere per tenerli in Egitto). Può perciò sembrare realistico che, sapendo che qualcuno dormiva nella KV62, nessun giornalista abbia pensato di ricavarne un articolone da prima pagina? Ed è peraltro possibile immaginare che, pur volendo accettare per vero il racconto di Adamson, e volendo accettare la massima riservatezza del “poliziotto”, nessun giornalista abbia mai pensato di corrompere un qualsivoglia operaio locale che, dietro adeguato bakhsheesh, sarebbe stato ben felice di raccontare una notizia giornalisticamente così ghiotta?
E la “maledizione”? Ma ovviamente anche questa fu un’idea del nostro eroe; nel 1982, infatti, nel corso di un articolo dal titolo “I invented the King Tut Curse”, “ho inventato io la maledizione di Tut” scrisse:
«…Come Capo della Sicurezza (ndr: ulteriore promozione a Capo) temevo che la tomba potesse essere derubata… un reporter che aveva sentito parlare della maledizione suppose che si trattasse di un’invenzione per tener lontani i ladri… infatti, ma mi ero reso conto che sarebbe stato un buon sistema per salvare il tesoro…»
Ma ora facciamo nuovamente un passo in avanti e arriviamo al 1964 quando viene a mancare, all’età di 61 anni, Lilian Kate, sua moglie. È la data che fa, in qualche modo, da spartiacque tra il silenzio e la voglia di raccontare della sua esperienza come guardiano della Tomba più famosa dell’egittologia. A chi gli chiese perché non ne avesse mai parlato prima, Adamson disse che la moglie non gradiva e che non ne aveva mai parlato neppure con i suoi figli.
Un ulteriore perplessità riguardava anche i rapporti tra Adamson e l’amata moglie giacché non esiste traccia di epistolario tra i due nei sette anni di lontananza: pur volendo considerare una lettera al mese, sarebbe ipotizzabile l’esistenza di almeno una novantina di lettere e almeno da altrettante di risposta.
E invece, al 1968 risale il primo periodo di diffusione delle sue storie, con la partecipazione a trasmissioni, interviste e conferenze (alla fine ne terrà, come detto, oltre 1.500 in giro per il mondo). Durante queste ultime Adamson era solito presentare slide e fotografie, ma si trattava di documentazione già nota e pubblicata su libri e riviste, non esistendo immagini originali o inedite, come fece risaltare H.V.F. Winstone[19] anche nel suo “Howard Carter: and the discovery of the tomb of Tutankhamen”.
UN altro duro colpo alla veridicità di Richard Adamson, viene assestato con la lettura del suo stato di servizio militare. Ogilvie, infatti, chiese e ottenne dall’ “Army Personal Centre” lo stato di servizio del militare Adamson, ma questo non contiene documenti ufficiali dell’arruolamento, delle promozioni, dei trasferimenti e non fa menzione di un eventuale passaggio alla Polizia Militare.
Tutto il personale che aveva preso parte alla Prima Guerra Mondiale dal 1914 al 1918 (ma Adamson avrebbe avuto dai 14 ai 17 anni essendo nato nel 1901) era inoltre insignito della “Victory Medal” che, come sopra visto, Richard Adamson non sfoggia nella foto del suo matrimonio. IL personale che aveva comunque svolto attività all’estero, era inoltre insignito della “British World Medal” che, anche in questo caso Adamson non ha. L’assenza di decorazioni fu confermato a Ogilvie dal “National Archive” di Kew, nel Surrey, che detiene traccia di tutte le onorificenze militari concesse.
Anche per quanto riguardava il Reggimento “Duke of Wellington”, presso il cui 1° Battaglione di stanza a Gosport Adamson riferiva di aver prestato servizio dal 1918 al 1922, non esisteva riscontro, giacché, salvo un breve periodo in Scozia nel 1926, il Reggimento fu di stanza presso le St. Georges Barracks di Gosport dal 1923 al 1930 e non dal 1918 al 1922. E proprio al 1923 risale, verosimilmente, una fotografia che rappresenta Adamson, in uniforme dell’esercito, senza alcun grado[20] o decorazione, con altri diciotto commilitoni, dinanzi a una baracca sulla cui parete si legge “DW” (per “Duke of Wellington”) e “Gosport”.
Sembra perciò palese che nel 1923 Adamson non era in Egitto, non era Sergente (e neppure Caporale), e non apparteneva alla Polizia Militare.
In conclusione, nel 1972, in occasione della grande mostra presso il British Museum di Londra per il cinquantenario dalla scoperta della tomba KV62, Adamson si offrì come “official lecturer”, cioè docente, chiedendo solo il rimborso delle spese. Philip Taverner, uno degli organizzatori della Mostra, negò, però, la possibilità di rimborso e di poterlo perciò ospitare. Irritato da tale sfacciata offerta di Adamson, I.E.S. Edwards[21], Curatore della sezione Egizia, scrisse a Lady Evelyn Carnarvon[22], figlia di Lord Carnarvon, ancora in vita e che aveva partecipato alla scoperta della tomba di Tutankhamon, per chiedere se fosse a conoscenza della presenza durante gli scavi di Adamson:
«…con riguardo alla sua lettera e alla sua domanda, non ricordo se Mr. Adamson fosse in Egitto…»[23]
Nella sua lettera a Lady Evelyn[24]Edwards aveva scritto inoltre:
«…è mia convinzione che Mr. Adamson non sia mai stato aggregato alla missione di Lord Carnarvon. Afferma di esserlo stato e di aver operato come guardia del corpo di Mr. Carter, ma io non sono riuscito a trovare alcunché a supporto di tale dichiarazione. Due archeologi che lavoravano nelle immediate vicinanze della Valle dei Re ai tempi delal scoperta hanno negato di avere alcuna conoscenza della sua presenza. Miss Walker, nipote di Mr. Carter, mi ha detto che Carter non lo ha mai menzionato…»
In un’altra lettera[25]Edwards esprime ancora le sue perplessità:
«…Sono sorpreso che (Adamson) sia stato così abile con le sue storie con Peter Clayton & Co.[26], ma come ben sappiamo la gente crede in ciò in cui vuol credere, e questo ne è un buon esempio…»
Edwards eseguì, a sua volta, ricerche presso il Ministero della Difesa ottenendo risposte negative anche con riferimento a un possibile transito nella Polizia Militare. Approssimandosi la mostra del cinquantenario dalla scoperta di KV62, tuttavia, Edwards, pur convinto dell’esattezza delle sue sensazioni sul millantatore Adamson, ritenne che uno scandalo sarebbe stato sicuramente da evitare e controproducente:
«… Sarebbe facile smascherarlo ma questo significherebbe suscitare una tale confusione che sia meglio evitare…»
Si trattò certamente di una decisione saggia, visto il momento, ma consentì ad Adamson ancora di propalare le sue falsità per altri 10 anni circa.
Si capirà ora perché abbia iniziato questo articolo con la storia di Tania Head, altra millantatrice capace di manipolare la storia fino a prova contraria… mi piace, qui, concludere ripetendo la frase del Dr. Edwards:
«… la gente crede in ciò in cui vuol credere, e questo ne è un buon esempio…»
Roma, 10/03/2024 Giuseppe Esposito
Linea temporale degli eventi riguardanti Richard Adamson
(da “The Forgotten Survivor” di Chris Ogilvie Herald, 2005)
Data
Evento
Note
1901-1906
Nascita
Data esatta non conosciuta
1918-1922
Dichiara di essersi arruolato nell’Esercito
Data esatta non conosciuta
24/12/1924
Sposa Lilian Kate Penfold
A Portsea, Hampshire
1925
Congedato dall’esercito
Si stabilisce a Portsmouth
23/12/1925
Nascita di Ronald
Risulta Meccanico Motorista
25/08/1927
Nascita di Edward
Risulta Conducente di Tram
30/01/1930
Nascita di Robert
Risulta Conducente di Autobus
05/11/1934
Joins Portsmouth Corporation Tramways (PCT)
Risulta Conducente di Autobus per la PCT
05/04/1937
Nascita di Patrick
Risulta Conducente di Autobus
06/09/1939
Richiamato
Lascia la PCT
1939
RAFVR (RAF Volunteer Reserve)
Data di trattenimento sconosciuta
21/06/1941
Dimesso dalla RAFVR
Motivazione: invalidità
17/04/1942
Nascita di John
Risulta impiegato, Ministero del Lavoro
12/03/1948
Riassunto alla PCT
Risulta conducente di Autobus
18/06/1948
Lascia la PCT
Pensionato
1967
Morte di Lilian (moglie)
età 61 anni
1968
Comincia a parlare di Tutankhamon
Tiene le prime conferenze
16/08/1968
Compare il primo articolo su Adamson
Pubblicato dal Daily Mirror
1968
Udienza privata con il Principe Carlo
Conversazione sulla tomba di Tutankhamon
31/07/1969
Articolo su Adamson
Pubblicato dal Hampshire Telegraph
04/05/1972
Storia di Adamson pubblicata da Barry Wynne
“Behind the mask of Tutankhamon”
1980
Entra al ricovero per reduci
Royal Star & Garter, Richmond-Surrey
1981
Visita l’Egitto con John Lawton
Entra nella tomba di Tutankhamon
16/07/1982
Morto presso Royal Star & Garter
—
[1] Welles Remy Crowther (17 maggio 1977 – 11 settembre 2001), Commerciante di Borsa e Vigile del Fuoco volontario. Durante l’incendio portò in salvo oltre 18 persone dal 78° piano della Torre Sud. Il suo corpo venne ritrovato solo a marzo del 2002.
[2] Nelle molteplici interviste rilasciate, la Head fa riferimento a “Dave” talvolta come fidanzato, altre come marito. I familiari di “Dave”, dichiararono, tuttavia, di non conoscere Tania né di essere a conoscenza di una qualsivoglia relazione tra i due.
[3] Verrà, infatti, intercettata a New York nel 2011 e, nel 2012, verrà licenziata dalla Società di Assicurazioni per cui lavorava.
[5] troverete la stessa tabella nella voce “Maledizione di Tutankhamon” di Wikipedia Italia poiché l’ho scritta io.
[6] Inaugurazione il 28 marzo 1972, furono esposti 55 reperti.
[7] Chris Ogilvie Herald, “The forgotten survivor”, 2005: le informazioni riportate in quest’articolo sono tratte dal testo, in inglese, nella sua versione e-book. È perciò impossibile indicare le pagine e, come noto, anche le “posizioni” derivano dal tipo di lettore usato per visualizzarlo, e dalle dimensioni del carattere. Non risulta che il libro sia stato tradotto in italiano. Tutte i testi tra «» sono tratti dal libro di Ogilvie e da me tradotti.
[8] Già direttore della rivista «Quest for Knowledge» e Fondatore e responsabile dell’EgyptNews
[9] Barry Wynne “Behind the mask of Tutankhamon”, 1969, Pinnacle;
Elain Edgar, “A journey between souls: the Story of a Soldier and a Pharaoh”, 1997, Colin White & Laurie Boucke;
Wynne ed Edgar hanno scritto, dichiaratamente, a seguito di interviste, o diretta conoscenza, specie la Edgar, con il soggetto; senza approfondimenti o ricerche, come peraltro riportato da Ogilvie che, nel suo testo, pubblica i testi di scambi epistolari con i due autori.
Zwar dichiarò di aver ricavato le sue conoscenze dall’ascolto di nastri relativi alle conferenze tenute da Adamson.
[10] Abdel-Rahman Bek Fhami, nazionalista del WAFD Party (Wafd al-Miṣrī, ossia “Partito Egiziano della Delegazione”).
[11] Il processo si concluse con la condanna a morte di Abdel-Rahman, condanna che, dato il pericolo di insurrezioni, venne commutata in quindi anni di lavori forzati. Successivamente, salito al potere un governo nazionale retto da Saad Zaghlul, Abdel-Rahman venne scarcerato dopo soli quattro anni.
[12] John Lawton, 1949, produttore e registra televisivo, autore di racconti e romanzi gialli, storici e di spionaggio.
[13] Aramco (Arabian American Oil Company) – World Magazine, vol 32, n.ro 6 nov/dic 1981: “The last survivor” .
[14] Patrick nascerà nel 1937, ovvero dopo il periodo dichiaratamente di “servizio” in Egitto, e la professione riportata è ancora quella di “Bus Conductor”; nel 1942 sarà la volta di John, ma stavolta la professione è di impiegato.
[15] “City of Portsmouth Preserved Transport Depot”: associazione che cerca di preservare la storia della cittadina sotto il profilo dei trasporti cittadini.
[16]Jean Capart (Bruxelles, 21 febbraio 1877 – Etterbeek, 16 giugno 1947) è stato un egittologo belga. Direttore degli scavi di Nekheb dal 1937 al 1939 e poi nel 1945.
[17] “The tomb of Tutankhamen” 1923, George Allen & Unwin Limited, p. 64.
[18] “…we had a heavy wooden grille at the entrance passage, and a massive steel gate at the inner doorway, each secured by four padlocked chains…” (H. Carter)
[19] Harry Victor Frederick Winstone (3 August 1926 – 10 February 2010), membro della Royal Geographic Society, autore e giornalista inglese, specializzato in argomenti inerenti il Medio Oriente e l’Egitto.
[20] Si rammenterà che solo nella foto del matrimonio, risalente all’anno successivo, 1924, Adamson sfoggia i gradi di Caporale.
[21] Iorwerth Eiddon Stephen Edwards (21 July 1909 – 24 September 1996), “Commander of the Order of British Empire” e “Fellow of the British Academy” è stato un egittologo inglese e curatore del British Museum, considerato uno dei massimi esperti delle piramidi.
[22] Lady Evelyn Leonora Almina Herbert Beauchamp (15 August 1901 – 31 January 1980), nota in famiglia come Eve, era la figlia di George Herbert, 5° Conte di Carnarvon. Nel novembre 1922 lei, suo padre e l’archeologo Howard Carter furono le prime persone ad entrare nella tomba del faraone Tutankhamon. Sposò Sir Brograve Beauchamp, e morì nel 1980 all’età di 78 anni.
[23] Lettera da Lady Evelyn a I.E.S. Edwards, datata 22 novembre 1971, British Museum corrispondenza per la mostra su Tutankhamon, volume 5, documento 1685.
[24] Lettera da I.E.S. Edwards a Lady Evelyn Beauchamp, British Museum corrispondenza per la mostra su Tutankhamon, volume 5, documento 1684.
[25] Lettera da I.E.S. Edwards a Mrs, Reneé Lovegrove, parente di Howard Carter, British Museum corrispondenza per la mostra su Tutankhamon, volume 5, documento 1785.
[26] Nel 1969 Adamson era stato invitato ad una cena presso la “Royal Society of Medecine” di Londra da un ristretto gruppo che si era denominato “Shemsu Kmt” (i seguaci dell’Egitto) costituito da quattro soci: Frank Filce, odontoiatra ed egittologo, che, nel 1968, aveva collaborato con il Professor Harrison nell’esame odontoiatrico della mummia di Tutankhamon; Michael Cane, direttore di un’importante società pubblicitaria e membro di un team che aveva eseguito scavi nel delta nilotico; Ronald Bullock, docente di giurisprudenza ed esperto di geroglifici; Peter Clayton, egittologo, docente e autore di libri di egittologia tra cui il bestseller internazionale “Chronicle of Pharaos”. Era usanza di tale gruppo di amici invitare, una volta al mese, un personaggio importante nel campo dell’egittologia.
Queste lamine d’oro sbalzato sono state trovate sparse sul pavimento dell’anticamera e della camera del tesoro della tomba di Tutankhamon ed in origine ornavano i carri ed i finimenti dei cavalli del re ed i foderi delle sue armi; esse erano in pessime condizioni e Carter le ripose in una scatola e le fece trasportare al Cairo, dove rimasero fino al 2014, quando sono state restaurate ed analizzate nell’ambito di un progetto congiunto del Museo Egizio e dell’Istituto archeologico tedesco al Cairo, dell’Università di Tubinga e del Römisch-Germanisches Zentralmuseum di Mainz.
Le lamine prima del restauro. Fonte: Tutankhamun‘s Unseen Treasures: The Golden Appliqués – German Archaeological Institute Cairo
Una lamina circolare prima e dopo il restauro. Fonte: Tutankhamun‘s Unseen Treasures: The Golden Appliqués – German Archaeological Institute Cairo
La XVIII dinastia è caratterizzata da vivaci scambi culturali e commerciali tra l’Egitto, il Mediterraneo orientale ed il Vicino Oriente che ebbero un impatto significativo sulla tecnologia e l’arte egizie.
Le decorazioni in questione risentono di questi influssi, in quanto riproducono motivi tradizionali ma anche quelli “internazionali”, diffusi in tutto il Mediterraneo orientale durante la seconda metà del secondo millennio a.C..
Quelle con motivi egizi sono nello stile tipico post-amarniano e mostrano la potenza reale: il Faraone in trono o mentre scocca frecce ad un bersaglio, oppure che colpisce i nemici dell’Egitto o li travolge con il suo carro, o che li calpesta in forma di sfinge o di leone, oppure ancora nubiani e asiatici in ginocchio di fronte ai cartigli reali.
I motivi “internazionali” che si trovano spesso su piccoli oggetti come scatole, vasi, articoli da toeletta, intarsi di mobili, sigilli, armi e gioielli includono scene di combattimento con animali, capridi disposti simmetricamente che brucano i germogli degli alberi, piante a volute e spirali.
Queste applicazioni decorative erano realizzate a strati di pelle, gesso, tessuto e oro.
La foglia d’oro era comunemente prodotta martellando piccole porzioni di metallo inserito tra pelli di animale, ed assottigliandolo fino a raggiungere lo spessore desiderato, che nel nostro caso varia tra i 15 ed i 45 micron.
Per imprimere il disegno probabilmente la foglia d’oro è stata pressata con uno stampo insieme alla pelle, alla quale finiva per aderire, ed i contorni sono stati definiti con scalpelli e punzoni.
Successivamente la decorazione veniva cucita ad un supporto costituito da uno strato in pelle di colore rosso, uno strato di tessuto, uno strato di gesso ed un ultimo strato di lino.
FONTI:
GIULIANI T., Tesori nascosti dalla tomba di Tutankhamon: le lamine d’oro, a questo link:
Una ricostruzione a colori di quello che Carter poté vedere
Il tesoro e la storia di Tutankhamon non smettono mai di stupirci ed essere oggetto di post quotidiani.
Forse non tutti sanno che quando Howard Carter scoprì la mummia di Tut, vide che il faraone indossava una calotta decorata con perline e pietre preziose con una fascia d’oro che gli copriva le tempie.
Sopra la cuffia e sopra il capo bendato, era posto il famoso diadema composta da un nastro d’oro allacciato dietro la nuca, con gli urei. Sulla sommità della testa, vicino l’ureo, c’era l’avvoltoio Nekhbet .
Nelle foto qui sotto, scattate da Harry Burton durante le operazioni preliminari di studio della mummia, si vedono chiaramente il diadema, la fascia d’oro e la cuffia.
Foto di Burton in cui sono chiaramente visibili sia la calotta che la benda d’oro
Foto di Burton dove sono visibili il diadema e la banda d’oro
Posizionamento del l’avvoltoio Nekhbet
La cuffia, molto fragile, era stata realizzata in un tessuto di lino tipo batista. Era decorato con quattro urei ricamati arricchiti con splendide perline di maiolica blu e rosse e perline d’oro. Gli urei presentavano dei piccoli cartigli di Aton in lamina d’oro. La calotta era estremamente fragile, pertanto Carter decise di consolidarla, versando della cera di paraffina e lasciarla al suo posto.
La banda d’oro vista lateralmente e frontalmente
La calotta con gli urei
La cuffia con la fascia d’oro era sicuramente presente nel 1922 e nel 1929, ma già nel 1968 era scomparsa.
Che fine avranno fatto?
Resti della cuffia ancora visibili sul capo di Tut
Purtroppo oggi solo le foto ci testimoniano questa ulteriore incredibile raffinatezza di coloro che prepararono il giovane faraone per il suo viaggio nell’Aldilà.
Nel 2015 Nicholas Reeves (Università dell’Arizona) affermava che, già da qualche tempo, aveva cercato di dimostrare come la celeberrima maschera d’oro non fosse stata prodotta per Tutankhamon, ma per una donna che lo aveva preceduto sul trono.
L’egittologo aveva identificato questo personaggio con gli antroponimi Ankh-kheperu-Ra e Nefer-neferu-Aton e la riteneva una coreggente di Akhenaton. Aggiungo che questa regnante potrebbe essere stata la grande sposa del re Nefertiti oppure Meryt-Aton, la primogenita della coppia reale. Quest’ultima prese il posto della madre quando Nefertiti scomparve dalla scena senza che se ne sia ancora determinato il motivo: defunta? Decaduta? Ritirata?
Le convinzioni di Reeves erano determinate dall’analisi di un cartiglio posto sulla maschera che sembra evidenziare un rimaneggiamento del materiale allo scopo di far comparire un nuovo nome al posto di quello originale. Finalmente nel settembre 2015 Reeves venne a contatto con Mahmoud Al-Halwagy, allora Direttore del Museo del Cairo e, per mezzo di questi, con il fotografo del Museo, Ahmed Amin. Essi fornirono all’egittologo l’IMMAGINE 1 che Reeves stesso definisce particolarmente nitida e dettagliata.
L’IMMAGINE 2 è solo un mio ingrandimento della precedente.
Lo stesso Reeves ammetteva serenamente che, data l’importanza di quella che lui definisce una scoperta, volle da subito coinvolgere qualche collega specialista per ottenerne anche dei suggerimenti e non solo degli avvalli. In soccorso a Reeves vennero Ray Johnson e Marc Gabolde. La prima cosa da fare fu replicare graficamente il cartiglio di Tutankhamon mettendo in evidenza i segni ancora visibili della precedente iscrizione.
La restituzione grafica che se ne derivò fu l’IMMAGINE 3, quella qui raffigurata in verde. In rosso sono evidenziati i segni dell’iscrizione precedente che gli artigiani egizi non riuscirono a nascondere del tutto. Per meglio discuterli con il lettore ho numerato la serie delle impronte che gli egittologi hanno analizzato nel loro tentativo di ridefinire il nome del predecessore.
Nell’IMMAGINE 4 diamo la traduzione del cartiglio repertato. Quello originale, in verde, si legge da destra a sinistra mentre noi, per convenzione internazionale, lo riportiamo da sinistra a destra concordando con il senso di lettura occidentale.
Si tratta del Quarto Protocollo Reale di Tutankhamon, il nome di intronizzazione. È il nome con il quale la diplomazia conosce il re d’Egitto all’estero. Insieme al Quinto, il nome di famiglia, è l’unico racchiuso dal cartiglio. Per R.J. Leprohon lo si traduce: “Il possessore delle manifestazioni di Ra”. Nel cartiglio si presenta una doppia metatesi onorifica per il disco solare (rꜤ, [ra], dio Ra) e per lo scarabeo (ḫpr, [keper] dio Khepri). La dizione mȜꜤ-ḫrw, [maa-keru], “giusto di voce”, significa che il defunto non ha mentito durante la psicostasia (=pesatura dell’anima) relativamente al suo corretto comportamento in vita e quindi può risiedere nell’Aldilà con gli dèi.
Una cosa che da subito Reeves non si spiegava era la doppia impronta 1 che si notava tra i due segni mȜꜤ-ḫrw, i due geroglifici dopo il cartiglio di Tutankhamon. La doppia impronta presentava, per entrambe, un tratto angolare. Inoltre, a loro volta, i due tratti risultavano allineati reciprocamente.
I tre egittologi si concentrarono sugli ultimi tre che, a loro avviso, rappresentavano una maggiore facilità di interpretazione. L’impronta 6 non poteva che essere l’arrotondamento del cartiglio precedente. Questo permetteva di capire che i due cartigli sovrapposti iniziavano dallo stesso punto.
L’impronta 4 era composta da quattro tratti verticali. Cos’erano? La soluzione era proprio a portata di mano. Infatti non potevano che essere le zampe fossorie sinistre di uno scarabeo che era originariamente posizionato più a sinistra di quello attuale. L’analisi dell’impronta 4 suggeriva che a destra della stessa, lo spazio precedentemente più largo era occupato da un altro geroglifico che era stato fatto sparire.
L’impronta 5, però, ne rilevava due caratteristiche: la parte superiore era stondata mentre la parte inferiore doveva essere verticale. Per Reeves, Gabolde e Johnson non c’erano dubbi. Il segno cancellato era un Ꜥnḫ [ank]
A suffragare pienamente la materializzazione del nome cancellato si poteva benissimo aggiungere l’impronta 3. Essa non poteva che essere la sequenza delle tre barrette affiancate che nella grafia geroglifica indica il plurale e che si leggono w [u].
Fermandosi un istante a visualizzare il lavoro fin qui svolto gli egittologi si resero conto che il primo antroponimo del cartiglio cancellato era formato dalla sequenza rꜤ+Ꜥnḫ+ḫpr+w, cioè, considerando la metatesi onorifica: Ꜥnḫ-ḫprw-rꜤ [ank-keperu-ra] Ankh-kheperu-Ra. (L’antroponimo divino rꜤ Ra è in metatesi onorifica, quindi anteposto agli altri segni). Esattamente quello che Reeves ipotizzava da anni, ma che ora poteva parzialmente documentare. Parzialmente, perché il nome della coreggente era doppio.
Infatti esistono due versioni del nome Ankh-kheperu-Ra: 1) La prima incorporava anche l’epiteto mr(y) nfr-ḫprw-rꜤ [meri nefer-keperu-ra] ed era la versione esclusivamente usata dalla donna coreggente di Akhenaton (iscrizione al maschile). 2) La seconda, senza epiteto supplementare, sembra usata soltanto dal successore, l’effimero Smenkhkara.
Ma dove avrebbe potuto essere posizionato il secondo epiteto? Ovviamente non restava che lo spazio alla sinistra dei segni fin qui riconosciuti in corrispondenza dell’impronte 2 e 3. Inoltre le righe orizzontali all’interno del cesto (nb [neb]) facevano ipotizzare la precedente presenza di un segno orizzontale allungato come quello del canale (mrt [meret], al genere femminile). In questo modo si risolveva anche il fatto che, con la lettura da destra a sinistra, l’epiteto supplementare, posizionandosi a sinistra, dimostrava di essere appunto il secondo nome della coreggente.
Non restava che risolvere ancora un problema. I due cartigli, l’originale della coreggente Ankh-kheperu-Ra, meret Nefer-kheperu-Ra, e quello di Neb-kheperu-Ra avevano dimensioni diverse, infatti comprendevano antroponimi molto diversi. Quello precedente e originale era più lungo, quello seguente, che gli era stato sovrapposto, era più corto. La spiegazione fu fornita da Ray Johnson che, analizzata meglio la squadratura dell’impronta 1, riconobbe la base del cartiglio originale. La differenza di lunghezza dei due cartigli fu risolta brillantemente in questo modo. Una volta ricoperto il cartiglio della coreggente con il Quarto Protocollo di Tutankhamon, lo spazio eccedente fu impegnato dalla formula mȜꜤ-ḫrw [maa-keru] “giusto di voce” mettendo gli abituali due geroglifici (base di statua e remo) affiancati e in verticale.
L’inumazione di Tutankhamon, in una tomba che non era a mappatura regale, aveva già ampiamento dimostrato la frettolosità della sepoltura, a causa di un decesso inaspettato. Evidentemente anche il corredo funebre del sovrano non era stato ancora approntato e lo si era formato attingendo da altri corredi ai quali era stato sostituito il nome del precedente possessore. Come la celeberrima maschera, appunto, starebbe a dimostrare.
Per chi volesse approfondire l’argomento su Tutankkhamon è consigliabile la lettura dei Quaderni di Egittologia che ho dedicato al celeberrimo faraone:
“Io sono qui a proteggere l’Osiride, Nebkheperure, il Signore dell’Eternità”
Legno stuccato e dipinto (sacrario: legno stuccato e dorato), altezza 60 cm (118 cm totali), lunghezza 64 cm (273 totali). Carter 261, JE 61444
È uno degli oggetti più iconici della tomba: la statua di Anubi posta all’ingresso della Stanza del Tesoro a vigilare sui vasi canopici del Faraone nonché tutti gli altri oggetti preziosi e sacri che in tale stanza erano conservati. La statua era rivolta verso ovest, sottolineando il ruolo di Anubi come guardiano delle necropoli.
Anubi nella sua posizione originale; alle sue spalle si intravede la testa della Vacca Celeste ed il sacrario dei vasi canopici protetto dalle quattro dee. Tra le zampe la tavoletta da scriba di Meritaton
Il disegno originale di Carter che descrive il reperto. La mano del pittore naturalista emerge anche da un semplice disegno.
Il dio giace accucciato su un sacrario dorato, a sua volta appoggiato ad una slitta/palanchino con due lunghe sbarre in legno per il trasporto da parte dei sacerdoti durante la cerimonia funebre.
La statua al Museo Egizio del Cairo
L’aspetto è volutamente temibile, inteso ad essere terrificante per i predoni che avessero violato la tomba. Purtroppo non è stato sufficiente a fermare gli antichi tombaroli, visto che l’interno stesso del sacrario è stato violato.
Realizzato in legno stuccato e dipinto, ha orecchie, collare ed una sorta di fascia raffigurata legata intorno al collo dorati, come anche le sopracciglia ed il contorno degli occhi, realizzati in calcite ed ossidiana. Gli artigli sono in argento.
Il drappo con le frange avvolto intorno al corpo di Anubi, risalente all’epoca di Akhenaton
Il particolare delle ghirlande legate al collo di Anubi
Il santuario, anch’esso in legno stuccato, è dorato e principalmente decorato con simboli djed (stabilità), legati ad Osiride, e tyet (vita), legati ad Iside. Per la sua forma trapezoidale, Carter lo definì “pilonico” vista la somiglianza con i piloni dei principali templi di Tebe. È diviso in scomparti che contenevano amuleti, gioielli ed oggetti per la mummificazione.
Quando è stata ritrovata, la statua era avvolta in un panno di lino, con una garza di lino sottile e due corone floreali di ninfea (Nymphaea coerulea) e fiordalisi legate intorno al collo, con una tavoletta da scriba appoggiata tra le zampe recante i cartigli di Meritaton, una delle figlie di Akhenaton.
La tavoletta da scriba di Meritaton ritrovata tra le sue zampe
Fu necessario separare la statua dal sacrario per permetterne l’uscita dalla tomba (il sarcofago esterno di Tutankhamon era ancora in situ ed impediva l’uscita con le lunghe stanghe del palanchino).
Appena davanti al sacrario, tra le stanghe del palanchino ed in pratica sulla soglia fisica della Stanza del tesoro fu trovato da Carter un quinto “mattone magico” a forma di torcia (un mattoncino di argilla forato, con uno stoppino dalla sommità dorata) che riportava la scritta:
“Io sono colui che impedisce alla sabbia di soffocare la camera segreta, colui che respinge con la fiamma del deserto chi vorrebbe respingerlo. Io ho incendiato il deserto, ho confuso le strade. Io sono qui a proteggere l’Osiride, Nebkheperure, il Signore dell’Eternità”.
Il quinto mattone magico, il “mattone-torcia” con l’estremità dorata
L’iscrizione proviene dalla formula 151 del Libro dei Morti, ma su questo mattoncino nascerà una leggenda.
Il mattone non poteva essere usato come torcia, vista la doratura sulla sommità, ma Carter notò sul pavimento dei frammenti di carbone intorno ad esso; è quindi molto probabile che sia stato usato una fiamma reale in un rito funebre collegato ai mattoni magici. Da notare che i mattoni stessi non erano posizionati nella tomba nel modo corretto, forse una svista durante il ripristino dopo l’antico saccheggio.
La posizione del mattone magico tra le stanghe del palanchino di trasporto, che cade esattamente sulla soglia della Camera del Tesoro. Si intravedono i residui di carbone notati da Carter, testimonianza di un rito funebre collegato ai mattoni stessi.
Nota: il panno di lino al collo di Anubi riporta la data del VII anno di regno di Akhenaton, probabilmente l’anno di nascita di Tutankhamon. È palesemente usato, tanto che anche Gardiner faticò a decifrare il cartiglio di Akhenaton, lavato ripetutamente e portava ancora i segni della stiratura. Senza nessuna “pretesa” archeologica, mi piace pensare che quel panno abbia avvolto un neonato destinato a diventare, suo malgrado, uno dei Faraoni più famosi della storia.
Il drappo con le frange avvolto intorno al corpo di Anubi, con i cartigli di Akhenaton
Fonti:
Richard H. Wilkinson, Kent Weeks – The Oxford Handbook of the Valley of the Kings. Oxford University Press, 2016
Guasch Jané, About the Orientation of the Magical Bricks in Tutankhamun’s Burial Chamber. Journal of the American Research Center in Egypt 2012.
Howard Carter, Tutankhamon. Mondadori 1984
Thomas Hoving, Tutankhamon. Mondadori 1995
Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
Foto: Museo Egizio del Cairo, Henry James, The Griffith Institute
Lo sguardo fiero di Gemehsu, con l’occhio in ossidiana ed il contorno in pasta vitrea blu con sfumature rosse a ricordare l’udjat
Carter 238b e 238c. Legno dorato con inserti in pasta di vetro. Altezza totale con il piedistallo 65.5 e 59 cm
Questi due stendardi quasi gemelli furono ritrovati da Carter in una delle casse verniciate in nero presenti nella Camera del tesoro.
Lo stendardo 283b raffigura Sopdu, il “Signore delle Terre Straniere” dell’Antico Regno (indicato come “Falco dell’Arabia” da Carter), già menzionato nei Testi delle Piramidi ed in documenti della I Dinastia.
Lo stendardo con Sopdu nelle foto originali di Burton
Sopdu è anche il nome con cui gli Egizi indicavano la stella Sirio, la cui apparizione sull’orizzonte indicava l’inizio della stagione Akhet (quella dell’inondazione del Nilo), così importante per la vita in Egitto. Sopdu era la divinità del deserto orientale e dei quattro angoli della terra (con Seth, Horus e Thot). In associazione con Horus era definito “lo Scaltro”, venerato nel Nuovo Regno soprattutto nel Delta Orientale del Basso Egitto.
Sopdu esposto al Museo Egizio del Cairo (ora trasferito al Grand Egyptian Museum)
L’oro della placcatura è rossiccio, ad indicare una percentuale molto alta di rame.
Simile all’Horus di Nekhen (Hyerakopolis, l’antica capitale dell’Alto Egitto) per la corona piumata che porta, Sopdu ha gli occhi in pasta vitrea blu/nera ed il becco in pasta vitrea nera (Carter la scambiò per bronzo nella descrizione dei reperti). Sulla schiena porta il flagello reale ed indica quindi la sovranità del Faraone nella parte orientale dell’Egitto.
Lo stendardo 283c è più raffinato come lavorazione e materiali (spettacolare il dettaglio dell’occhio in pasta vitrea e ossidiana) e rappresenta Gemehsu, un’altra divinità ritratta come falconide ed associata ad Horus, raffigurato mummiforme e anch’esso con il flagello reale che sporge dalla schiena.
Lo stendardo con Gemehsu subito dopo la scoperta
In questo caso il flagello è in bronzo dorato, mentre il becco è in argento. Sulla schiena ha inciso un segno “neheh”, il tempo ciclico (alba/tramonto, nascita/morte, le stagioni e così via) che come vediamo ricorre molto spesso nella simbologia funeraria egizia.
La foto “ufficiale” del Museo Egizio del Cairo
Entrambi i rapaci hanno dei pettorali disegnati che ricordano nei disegni alcuni di quelli del Faraone e ritrovati nella tomba, con un contrappeso (chiamato “mankhet”) sulla schiena.
Nella vista frontale si vede bene il pettorale cesellato sul corpo di Gemehsu
Insieme ad altre divinità ritrovate nella Stanza del Tesoro rappresentavano la maestà del Faraone ed il dominio su tutti i territori, nonché la loro protezione per il defunto.
Anche Gemehsu è ora al Grand Egyption Museum al Cairo
Fonti:
Museo Egizio del Cairo
Grand Egyptian Museum, Giza
Howard Carter, Tutankhamon, 1984
Henry James, Tutankhamon – Edizioni White Star
Nicholas Reeves, The Complete Tutankhamun, 1998
The Griffith Institute, Tutankhamun: Anatomy of an Excavation. The Howard Carter Archives
Foto: Museo Egizio del Cairo, Henry James, Tutankhamon , The Griffith Institute