Iniziamo l’analisi dei pilastri della camera funeraria della TT96 con il pilastro 1, facciata Est. Entrando nell’ipogeo è proprio la prima che si visualizza.
Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno studiati.
Basalto, altezza cm 96 Karnak, Tempio di Amon-Ra, cortile della Cachette Scavi di George’s Legrain 1904 – XXII Dinastia Museo Egizio del Cairo – JE 37512
Il visir è accosciato su una base parallelepipeda con gli spigoli posteriori smussati.
La posizione asimmetrica delle gambe, la destra ripiegata al petto e la.sinistra poggiata a terra, è piuttosto inusuale.
Appare sporadicamente nell’Antico Regno e, ripresa talvolts nel Nuovo Regno.
Hor Indossa unicamente un gonnellino corto completamente ricoperto di iscrizioni, che riportano i suoi titoli e quelli del padre, il sacerdote Iuatjek.
Completamente rasato, le orecchie piuttosto sporgenti ai lati del viso regolare, lineamenti delicati e sguardo sereno: le sopracciglia appena rilevate proseguono nella linea del naso diritto, le guance, piene, sono delimitate da due solchi poco profondi ai lati della bocca, piccola atteggiata a sorriso.
Il collo sottile poggia su ampie spalle modellate con cura, su cui sono disegnate a rilievo le clavicole.
Il resto del torace, più stilizzato, si restringe verso la vita, dove un’ampia cintura sostiene il gonnellino.
Minor attenzione sembra essere stata data a braccia e bacino e gambe, che appaiono piuttosto grossi e sproporzionati.
Manca il pilastro dorsale, fatto che, unitamente alla posizione di Hor e alla testa rasata, mostra una chiara volontà di riprendere modelli arcaici , risalenti all’ Antico Regno, cui la scultura di Epoca Tarda farà spesso riferimento.
Fonte
Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Rosanna Pirelli – Edizioni Withe Star
Grovacca, 16,5x9x7 cm Epoca Tarda, XXVI Dinastia – Provenienza ignota Museo Egizio di Torino, Vecchio fondo ( 1824-1888). C. 1393
Questo busto maschile, che porta spalla il cartiglio di un sovrano di nome Psammetico, illustra lo stile caratteristico della XXVI Dinastia, con un’estrema levigatezza della superficie, che appare quasi vellutata, e lineamenti cesellati con grande finezza, che emergono con precisione.
Si osserva una cura per il virtuosismo nell’uso dello scalpello e nel levigare le pietre, una raffinatezza e un equilibrio che, tuttavia, non riescono ad evitare un certo accademismo, la sensazione di una perfezione un po’ fredda.
Le statue di questo periodo presentano un volto ovale, con guance allungate, occhi posizionati in alto le linee del khol chiaramente indicate con un disegno quasi orizzontale.
Fonte
Le statue del Museo Egizio di Torino – Simon Connor – Franco Cosimo Panini Editore.
Sindaco del lago meridionale e del Lago di Sobek (Fayyum)
Sheikh Abd el-Qurna
XVIII dinastia (Thutmosi IV
versante nord-est della collina, a ovest della TT64
Biografia
Min, Supervisore ai sigilli, fu suo padre; sua madre fu Meryt, Nutrice della figlia del re Tiya, Sovrintendente dell’harem di Sobek di Shedty[5]. Paser fu suo figlio.
La tomba
Frammento di dipinto parietale dalla TT63 (Metropolitan Museum, cat. DP234743)
TT63 si sviluppa con forma a “T” rovesciata tipica di analoghe sepolture della XVIII dinastia. Ad un breve corridoio di accesso, in cui sono rappresentati il defunto e la moglie con un giovane figlio, e una donna che suona il sistro, segue un corridoio trasversale in cui i resti di due stele rappresentano il defunto in adorazione di Anubi, nonché soldati in marcia capitanati dallo stesso defunto ed un lungo testo molto danneggiato. In altre scene, il faraone Thutmosi IV assiso in trono che reca i Nove Archi sulla base[6]; il defunto accompagnato da Menna, Supervisore ai sigilli, e il defunto che ispeziona alcuni granai mentre uomini recano unguenti; sono presenti anche i resti di testi relativi alle ispezioni agli incensi e alle giare (forse di vino). Si è inoltre a conoscenza della presenza, poiché asportate, di rappresentazioni di popoli stranieri, tra cui nubiani e asiatici, nell’atto di versare tributi a Sobekhotep, alla presenza del re[7].
Tributi di popoli asiatici
Tributi di popoli nubiani
Tra i tributi, la pelle di un felino
Al corridoio trasversale segue un corridoio perpendicolare al primo sulle cui pareti sono presenti dipinti, anche in questo caso molto danneggiati; tra le altre scene, testi sacri, la processione funebre verso la Dea dell’Occidente (Hathor) con il trasporto di tre statue, due del re e una del defunto, nel pellegrinaggio ad Abydos. Poco oltre uomini che zappano la terra e innalzano un obelisco, mentre il defunto e la moglie, che suona il sistro, sono dinanzi ad Anubi e Osiride; il defunto e la moglie seduti in un giardino nei pressi di un laghetto, con alberi e divinità femminili. Un’ultima scena del corridoio vede il figlio della coppia, Paser, in atto di offertorio ai genitori ed alla principessa Tiya.
Il giardino con Soberhotep e la moglie davanti a tre dee. Rilievo di N. Davis
La tomba prosegue con un breve corridoio trasversale cui segue la camera funeraria, entrambe prive di dipinti.
Fonti
Porter e Moss 1927, p. 125.
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 22-23
Porter e Moss 1927, p. 125.
Porter e Moss 1927, planimetria p. 124.
Porter e Moss 1927, pp. 125-128.
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[6]L’iconografia dei “Nove Archi” è molto antica: il primo esempio noto si trova sul piedistallo di una statua di Djoser (oggi a Saqqara) in cui sono raffigurati nove archi, appunto, posti sotto i piedi del sovrano. Tale raffigurazione, solo iconografica e senza alcuna denominazione, verrà ripetuta fino al regno di [[Amenhotep III]]. Si tratta, tuttavia, di una denominazione “mobile” nel senso che i “Nove Archi” variano nel tempo ed ecco che, sotto Ramses II, ad esempio, fanno la loro apparizione nell’elenco Hittiti, Shasu, Sangar (Babilonia), Naharin etc., ma restano costanti gli Haw-Nebwt (in cui qualcuno ha voluto vedere gli Egei), i Tjekhenw (i Libici) e i Sekhetyw (gli Oasiti).
[7]Sono probabilmente provenienti da questa tomba i seguenti rilievi conservati in alcuni musei del mondo:
soldati con bambini e tributi, tra cui vasi decorativi con teste di gazzella e stambecchi (British Museum di Londra) (cat. 37991);
due portatori di offerte (British Museum, cat. 919) e fabbricanti di collane (British Museum, cat. 920);
nubiani portatori di tributi (British Museum, cat. 922);
nubiani con bambini e due siriani (Museo egizio di Firenze) (cat. 7608), probabilmente parte del rilievo cat. 37991 di cui sopra, al British Museum
La Statuaria e il recupero eclettico della tradizione.
Statua di un sacerdote di Amon detta statua Dattari. 381-362 a.C. Diorite, 20 1/16 x 6 1/4 x 5 1/2 pollici, Dinastia 30 Periodo Tardo. Museo di Brooklyn, Fondo Charles Edwin Wilbour, 52.89. Creative Commons-BY (Foto: Brooklyn Museum, 52.89_view2_SL4.jpg)
La statua è integra fino alla ginocchia, il resto è perso. Lunga iscrizione sulla colonna posteriore dove tutta la figura appoggia. Statua in pietra nera lucida (diorite?) di uomo in piedi, nome perduto, sacerdote di Amon. Composizione convenzionale, gamba sinistra avanzata, braccia lungo i fianchi con le mani che stringono piccole aste cilindriche; kilt semplice, parrucca arricciata. Profondo pilastro posteriore recante in alto rilievo la Triade Tebana seguita da tre colonne di testo incomplete nella parte finale.
Nell’ultima, lunga fase dell’età faraonica si incontrano e confrontono diverse tradizioni, con un denominatore comune: recuperare, ritrovare, salvare la propria identità.
Nella produzione statuaria si hanno esiti diversificati: la tradizione risulta come vivificata da nuovi rapporti, rivissuto nella sostanza e rapporta alla attualità e riprodotta fedelmente, come se ci si volesse riconoscere solo in quello che risale a tempo addietro.
Non sono pochi gli esemplari che sono datati come risalenti, per esempi, al Medio Regno, e che attenti esami hanno convito a far “scendere” di ben più di mille anni.
Statua cubo del sacerdote Ankhpakhered da Karnak – Museo Egizio del Cairo
Si tratta di una statuetta alta soltanto 23 cm in scisto verde conservata al cairo al N° JE 36993 attribuita alla XXV-XXVI din.. La conservazione è buona, una sola scheggiatura importante al gomito destro. Le iscrizioni si trovano in molte parti ad accezione delle fiancate verticali dello zoccolo. La data di ritrovamento è riportata in JdF 1903-1904, 48 ed è confermata dal Ms Legrain-Kuentz (Museo del Cairo), “Trouvée dans la cachette de Karnak le 31 Mars 1904” (G. Legrain). Tra le braccia sono riportati titolo e nome.
Anche in questa ricerca formale si scorge qualcosa di nuovo: la ricerca della perfezione e l’attenzione ai giochi di luce fanno intuire un’altra maniera di porsi davanti a un oggetto e all’arte.
Si può notare che la funzione primaria delle statue, quella funeraria, è scomparsa: ormai la statua votiva in un tempio che funge da garanzia di protezione e continuità dei riti.
Inoltre sono rare, rispetto al passato le statue dei sovrani, e comunque non fuori mura.
Scarsi sono, al momento, i reperti del periodo delle Dinastia XXI-XXIV, ma dalla XXII Dinastia c’è ne sono giunti di sorprendenti, che mostrano fra l’altro la maestria nella lavorazione del metallo.
Oltre a immagini di dimensioni ridotte raffiguranti divinità, si trovano figure di personaggi femminili nelle quali quali risulta tipica e curata la decorazione della superficie del bronzo in agemina di oro, rame e argento.
Statua seduta della principessa Shebensopdet, nipote di Osorkon II, suonatrice di sistro di Amon, e particolare del busto. Proveniente da Karnak, Museo Egizio del Cairo
Questa statua fu collocata nel tempio di Amon a Karnak da suo marito, lo scriba Hor, dopo la sua morte prematura. In granito, misura cm 83,5 di altezza e viene collocata al Terzo Periodo Intermedio, XXII dinastia, Karnak, Tempio di Amon intorno all’850 a.C. Collocazione attuale, Museo del Cairo. Sul cubo di seduta, sullo zoccolo e su altre parti del corpo si trovano diverse iscrizioni e raffigurazioni di Divinità. (Foto di Werner Forman/Universal Images Group/Getty Images)
Nella pietra le figure femminili da sole sono rare, e una si impone per sommare in sé recupero del passato e “devianze” nuove: la nipote di Osorkon II ( XXII Dinastia), Shebensopdey, ebbe l’onore di avere una statua di granito a Karnak da parte dello sposo.
Il tipi statuari adottati sono strettamente limitati dalla collocazione quasi esclusivamente templare; domina la Statua-cubo, oppure il personaggio seduto in posa detta assimetrica, con un ginocchio in alto, l’altra gamba appoggiata a terra, o la posa dello scriba seduto a gambe incrociate.
Non c è dubbio che i sovrani nubiani debbano aver impresso un notevole impulso alla ricerca dei modelli canonici.
D’altra parte sembra nascere proprio in questa epoca un’attenzione per il ritratto non convenzionale centrato sulla resa delle caratteristiche individuali.
Statua del visir Hori, da Karnak Museo Egizio del Cairo
La caratterizzazione di alcune statue di sovrani nubiani risulta anche dalle novità del loro costume, che vollero evidentemente combinare con quello tradizionale egizio.
Nell’età saitica quando il peculiare era stato introdotto nella produzione artistica dai nubiani fu ripudiato, mentre furono perfezionato la tendenza all’ arcaismo e l’aspetto idealizzante.
Tali qualità si combinarono con una scultura curata e sopratutto una finitura molto ricercata che ne costituisce lo spirito dominante.
Fonte
L’arte egizia – Alice Cartoccio, Gloria Rosati – Giunti
L’accesso alla tomba attraverso l’apertura scavata dagli archeologi: lo stato di conservazione è stupefacente! Nella nicchia i resti di una triade che vedeva il defunto al centro.
Nel dicembre 2007 un team di archeologi giapponesi guidati dal prof. Jiro Kondo della Waseda University di Tokyo, ha scoperto sulla riva occidentale del Nilo, nella necropoli tebana di El Khokha, la splendida tomba dell’alto dignitario Khonsu Em-Heb, che durante il regno di Amenhotep III (1387-1348 a.c.) era a capo dei depositi di grano e produttore di birra per il culto di Mut, la dea madre egizia.
La scena che si offrì agli archeologi una volta penetrati nella tomba
Nel registro inferiore Khonsu Em Heb, defunto, alla presenza di alcune nobildonne, riceve le offerte posate sultavolo davanti a lui e purificate dal sacerdote, che effettua fumigazioni e versa acqua lustrale. Nel registro superiore è Khonsu Em Heb, probabilmente con la moglie, che fa offerte agli dei: a sinistra ad Osiride, dietro il quale , in piedi, vi sono Iside e Nephtis, a destra ad Anubi. Nel terzo registro vi è il classico fregio kekheru sormontato dal disco solare, tipico dell’età ramesside.
Gli scavi sono stati effettuati in una zona ove sorgevano moderne abitazioni del villaggio di Gurnah, poi demolite, e l’entrata della tomba è venuta alla luce casualmente, mentre veniva ripulita la zona circostante la sepoltura denominata TT47, appartenente ad Userhat, Sovrintendente dell’harem reale sotto Amenhotep III.
Particolare della scena in cui il defunto e sua moglie ricevono offerte sulle quali il sacerdote versa acqua lustrale
La tomba di Khonsu Em-Heb ha l’architettura comune alle tombe tebane: a forma di T, con due corridoi corrispondenti ai due bracci della T e la camera sepolcrale costituita dal tratto verticale della lettera, ed ha mantenuto intatti gli splendidi dipinti che raffigurano scene di culto e di vita quotidiana.
Particolare di un gruppo di dolenti e di prefiche che manifestano platealmente il proprio dolore per la morte di Khonsu Em Heb. Le prefiche erano solite portare con sé delle bambine per insegnare loro “il mestiere”.
Sulla sinistra la mummia di Khonsu Em Heb è stata collocata in piedi davanti alla cappella antistante la tomba scavata nella montagna tebana. La cappelle è sovrastata da una piccola piramide e segnalata da una grande stele, di solito in onore di Osiride. I parenti, accanto alla mummia, si disperano, ed il sacerdote officiante si appresta ad iniziare il rito dell’apertura della bocca. Nel registro inferiore la barca che trasporta il catafalco con i resti mortali del defunto e la moglie in lacrime, che viene trainata da un’imbarcazione più piccola fin sulla riva occidentale del Nilo.
Il ruolo rivestito da Khonsu Em Heb era di grande rilievo, perchè nell’antico Egitto la produzione di birra era importantissima: essa, infatti, essa era di largo consumo presso ogni strato sociale, veniva utilizzata anche nelle cerimonie religiose come bevanda “sacra” e costituiva parte del corredo funebre degli appartenenti alle classi più ricche.
Il registro superiore reca un fregio kekheru, del quale ho già parlato; in quello intermedio il defunto e la moglie, seguiti da tre uomini e quattro donne rendono omaggio e fanno offerte a Ra Horakhti, dietro il quale si intravede Maat, la cui immagine è andata quasi completamente distrutta. Nel registro inferiore Thot, che ha preso parte al giudizio di Khonsu Em Heb ed alla pesatura del suo cuore annotandone l’esito positivo, presenta il defunto ormai “giustificato” ad Osiride, dietro il quale ci sono Iside e Nephtis.
Statua di Dio Falco, Monaco Bayerische Landsbank. Forse XXVI dinastia, 500 a.C. circa. Argento ed elettro. Altezza 27 cm Monaco, Bayerische Landesbank
“Alcuni dettagli stilistici nell’iconografia lasciano pensare ad artisti persiani; si vedono ad esempio il cobra, molto realistico, che manca della stilizzazione tipica dell’ureo-regale o l’orlo superiore della corona rossa, leggermente svasato” .
Gli sconvolgimenti politici determinati dalla conquista persiana e la conseguente riduzione dell’Egitto in satrapia, spalancano le porte all’ingresso di molti stranieri, che alimentano risentimenti xenofobi; ” ci si aggrappa di conseguenza a un passato aureo che ora annovera anche l’epoca saita”.
Malgrado questi sconvolgimenti l’arte mantiene livelli qualitativi e tecnici molto alti.
Le raffinate componenti dell’arte egizia, unitamente alla mentalità, entrano a far parte di quella persiana, sia in architettura dove i Persiani riprendono, ad esempio, le piante delle costruzioni religiose egiziane ed altri elementi caratteristici; l’incontro tra le due culture porta inevitabilmente cambiamenti nel modo di sentire degli artisti indigeni. Tutto ciò si avverte soprattutto nel campo della “statuaria che pur utilizzando la tipologia della XXVI dinastia, si rivolge a un reale interesse per la resa ritrattistica del volto”.
Un simulacro di un Dio falco, in argento ed elettro, forse risalente a quest’epoca era probabilmente posizionato ” nel Segreto del Naos, nella parte più intima del tempio” ; questa stupenda opera era fatta con una lega naturale di oro e argento e di epoca persiana (per l’Egitto era un minerale raro).
L’uso dell’argento, raro in Egitto, e alcuni particolari stilistici indicano una produzione persiana per la statua. “Probabilmente ci troviamo in presenza di una delle rarissime statuette di culto che si trovavano nel segreto del naos, nella parte più intima del tempio“.
“La squisita e fine arte saita, diventa, conformemente alla mentalità egiziana, un modello per le dinastie successive ” .
Tutto ciò risulta molto evidente durante la XXX che ne recupera sia le fogge sia la resa anatomica dei corpi.
Questo aspetto è palpabile nella resa naturalistica di un torso di Nectanebo I, e nei due leoni in granito dei Musei Vaticani, notevoli per la loro potenza e agilità muscolare.
TORSO DI NECTANEBO I al LouvreI leoni in granito di Nectanebo nel Cortile della Pigna, Musei Vaticani
Nectanebo I avrebbe rappresentato il dio Horo e il dio Seth riconciliati, simbolo di una regalità unica e forte sull’alto e basso Egitto.