Necropoli tebane

TT12 – TOMBA DI HERY

Hery in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT12[1]

Epoca:                                   XVII-XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[2]Dinastia/PeriodoNote[3]
HerySovrintendete ai granai della regina e madre del re AhhotepDra Abu el-NagaXVII dinastia (Seqenenra Ta’o); XVIII dinastia  (Amenhotep I)a nord, accessibile dalla TT11

Biografia

Ahmosi fu la madre di Hery che ricopriva l’incarico di Sovrintendete ai granai della sposa del re e della regina madre.

Mesu fu sua moglie; Ahmose, Amenmes, i figli e Bakamun e Tjentnub le figlie.

Mesu aspira il profumo da un loto

La tomba

La tomba di Hery (scritto anche Hray o Hari) è sita nei pressi della TT11, e funge da collegamento con una terza tomba, la TT399. Costituita da un lungo corridoio, in un dipinto parietale sono rappresentati i figli Ahmose, Amenmes, e le figlie Bakamun e Tjentnub, nell’atto di presentare offerte al loro padre.

Un rilievo rappresenta la “signora Mesu” nell’atto di aspirare il profumo da un fiore di loto. In altra scena il defunto a caccia di gazzelle, a piedi, nel deserto. All’interno della tomba si trovano anche graffiti in demotico risalenti al periodo tolemaico.

Hery a caccia di gazzelle nel deserto

Fonti

  1. Porter e Moss 1927,  p. 21.
  2. Gardiner e Weigall 1913
  3. Donadoni 1999,  p. 115.
  4. Porter e Moss 1927,  p. 21.
  5. Porter e Moss 1927,  pp. 22-23.
  6. Porter e Moss 1927,  pp. 23-24.

[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[3]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

Necropoli tebane

TT11 – TOMBA DI DJEHUTY

Djehuty in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT11[1]

Epoca:                                   XVIII Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[2]Dinastia/PeriodoNote[3]
DjehutySupervisore al tesoro e agli operaiDra Abu el-NagaXVIII dinastia (Hatshepsut / Thutmosi III)a nord del villaggio, ai piedi della collina settentrionale, a nord-ovest del deposito

Biografia

Djehuty fu Supervisore al tesoro e Sovrintendente degli operai, Dediu fu sua madre.

La tomba

La tomba di Djehuty è sita nei pressi della TT12, collegata a quest’ultima attraverso una terza tomba, la TT399. Recenti scavi hanno consentito la scoperta, all’interno del cortile della TT11, di una sepoltura, risalente al Medio Regno, intestata a un non meglio identificato Iker.

Nello stesso cortile (1 e 2 in planimetria) scene di offertorio e testi crittografici; due uomini con unguenti ed abiti, nonché arpisti, due donne con sistri e due preti che officiano dinanzi al defunto. È inoltre presente (3) una stele (parzialmente distrutta) con inno ad Amon e, oltre la porta di accesso alla TT11, la cosiddetta “stele Northampton[4]” (5 in planimetria) e, poco discosta (4), una statua del defunto.

Modello tridimensionale della tomba di Djehuty. 
Da sinistra a destra: cortile e facciata, aula trasversale, corridoio e cappella. Fonte: Djehuty Project

Un breve corridoio, sulle cui pareti (6) un inno a Ra, dà accesso ad una sala trasversale in un angolo della quale si apre l’accesso alla TT12. Anche in questo caso i dipinti parietali sono alquanto danneggiati: i resti di un carro e alcuni uomini (7), frammenti di una stele (8) con testo autobiografico e un indirizzo ai viventi, due portatori di offerte (9) dinanzi al defunto seduto. Nei pressi del corridoio di accesso alla TT12, scene di caccia e pesca (13) e nuovamente una stele autobiografica (12) con insegnamenti ai viventi; poco oltre (11) i titoli del defunto e (10) il defunto, la madre e un altro uomo, sotto la cui sedia una scimmia mangia dei fichi, che ricevono offerte da tre file di uomini, che recano anche tori. Il tutto è allietato da un concerto di arpisti, cantanti, scimmie danzanti, liutiste, flautiste e un danzatore, in presenza di musicisti e scimmie danzanti.

Particolare di una delle scene rituali funerarie della cappella. Fonte: Djehuty Project

Dalla camera trasversale un secondo corridoio, sulle cui pareti (14) è riportato un testo, adduce ad una perpendicolare alla precedente; sulle pareti (15) liste di offerte e scene del pellegrinaggio ad Abydos e (16) il defunto a caccia di tori selvaggi e struzzi nel deserto. Seguono (17), su due registri sovrapposti, scene di rituali sulla mummia e il defunto seduto con una lista delle offerte; un breve corridoio (18) con testi di offertorio, conduce ad una camera rettangolare, con nicchia che verosimilmente conteneva una volta due statue. Anche in questo caso, come nella TT12, sono presenti graffiti in demotico risalenti al periodo tolemaico.

Parete ovest della cappella con le statue sedute di Djehuty e dei suoi progenitori. Fonte: Djehuty Project

Rinvenimenti

Dalla TT11 provengono quattro vasi canopi[5] ; vasi in alabastro[6]; un piatto in oro dono al defunto, quale generale, del re Thutmosi III[7]; un piatto in argento (incompleto)[8]; un pugnale in bronzo[9]; una tavoletta in pietra con testi incisi[10] ; una tavoletta in alabastro con testi incisi[11].

Fonti

  1.  Porter e Moss 1927,  p. 21.
  2.  Gardiner e Weigall 1913
  3.  Donadoni 1999,  p. 115.
  4.  Porter e Moss 1927,  p. 21.
  5.  Porter e Moss 1927,  pp. 22-23.
  6.  Porter e Moss 1927,  pp. 23-24.

[1]    La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 20.

[2]    le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[3]    Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[4]    Si tratta di una stele in cui vengono menzionati, tra l’altro, due obelischi da 108 cubiti (circa 56 m), secondo la traduzione di Kurt Sethe in Urkunden der 18. Dynastie: “Sono stato il direttore supremo che ha dato gli ordini. Ho guidato gli artigiani al lavoro su due grandi obelischi di 108 cubiti completamente ricoperti di elettro che hanno riempito le Due Terre con la loro luce”. Alla sommità i cartigli di Thutmosi III e, molto verosimilmente perché molto danneggiati, quelli di Hatshepsut; seguono un testo con inno ad Amon-Ra, i titoli di Djehuty e l’elencazione dei suoi compiti con l’indicazione degli edifici e dei materiali di cui era responsabile, nonché delle costruzioni per conto di Amon che sono state realizzate sotto la sua direzione nell’area di Waset (ovvero Tebe): un portale, un pavimento del complesso templare di Karnak, un santuario in ebano e uno in granito, due portali per il tempio di Karnak, gioielli, are sacrificali, il portale “Apparizione di Amon”, ma anche vestiario, vasi, scatole. Un’ultima scena, semidistrutta, lo vede come destinatario, per conto del re, di tributi (in specie incenso) provenienti dalla Terra di Punt.

[5]      Oggi al Museo egizio di Firenze (cat. 2222-5).

[6]      Di cui due al Museo di Leida (Paesi Bassi) (cat. 229 e 386); uno al Museo del Louvre (Parigi) (cat. 1127); quattro al Museo Egizio di Torino.

[7]      Oggi al Louvre (cat. 713).

[8]      Oggi nella collezione Anastasi e Raifé al Louvre (cat. 4886).

[9]      Oggi al Hessisches Landesmuseum di Darmstadt.

[10]     Museo di Leida.

[11]     Museo egizio di Torino (cat. 6227).

C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XX Dinastia

IL FARAONE RAMSES IX

Di Piero Cargnino

Dopo il breve regno di Ramses VIII sul trono delle Due Terre salì Amon-her-khepshef Khaemwaset, il IX della serie dei ramessidi; il suo nome del trono era Neferkare Setepenre che significa “Bella è l’anima di Ra, prescelta da Ra”.

Non si conoscono i  suoi legami con la famiglia reale anche perché, riuscire a ricostruire la parte finale della XX dinastia è un grosso problema. Alcuni pensano che fosse un figlio di Montuherkhepshef, quindi un nipote di Ramses III; questo lo deducono dal fatto che nella tomba della moglie di Mentuherkhopshef, la KV10, della regina Takhat sulle pareti essa viene nominata con il titolo prominente di “Madre del re”. Poiché nessun altro re della XX dinastia pare abbia avuto una madre con questo nome, probabilmente si tratta proprio di Ramses IX.

  

Altri lo ritengono figlio di Ramses VII o addirittura di Ramses VIII, ma questa è l’ipotesi meno plausibile come quella che fosse figlio di Ramses III. Il Papiro di Torino 1932+1939 gli assegna un regno di 18 anni e 4 mesi.

Certo che come sovrano non superò di molto il suo predecessore, la situazione interna dell’Egitto rimase precaria precipitando ulteriormente verso la completa decadenza. Si hanno notizie di rivolte in Nubia che vennero sedate solamente grazie all’intervento delle tribù dei Nehesy, eterne alleate degli egizi.

  

Ramses IX era forse l’indiscusso sovrano nel Nord ma al sud chi gestiva il potere, forse superiore al suo, era il grande pontefice di Karnak.

Nel X anno di regno di Ramses IX si verificò un episodio che può essere considerato a tutto titolo come un anticipo della dissoluzione dello stato unitario che porterà  alla fine del Nuovo regno. Il Primo Profeta di Amon, Amenhotep, fece realizzare un rilievo dove la sua immagine aveva la stessa statura di quella del faraone, questo a disprezzo della tradizionale gerarchia iconografica attribuendosi in tal modo la stessa dignità del sovrano. In questo caso Ramses IX riuscì ad avere ancora un sussulto di dignità e fece allontanare Amenhotep dal suo incarico.

  

Per una delle rare fortune dell’archeologia gli ultimi anni della XX dinastia abbondano di testimonianze scritte più di qualsiasi altro periodo. La provenienza di queste testimonianze è principalmente Medinet Habu e il villaggio di Deir el-Medina dove nella prima metà del XIX secolo venne trovati numerosi papiri, di cui molti frammentati, che oggi arricchiscono le grandi collezioni d’Europa, primo fra tutti il Museo Egizio di Torino grazie alla collezione Drovetti.

  

Da alcuni testi apprendiamo che un sempre maggior numero di libici arriva in Egitto come operai ma principalmente come mercenari la cui affidabilità lasciava molto a desiderare. Si trattava forse di invasori o discendenti di prigionieri di guerra incorporati nell’esercito egizio che si erano uniti ed avrebbero potuto creare gravi tumulti. Questo non lo sappiamo ma lo si  può dedurre dalle disastrose ripercussioni sulla popolazione locale. Come abbiamo già accennato sempre più spesso le razioni dovute ai lavoratori arrivavano a volte con due mesi di ritardo. La fame stimolava l’avidità che portava gli abitanti a venir meno alla Maat e, consapevoli degli immensi tesori con i quali si facevano seppellire i regnanti e i nobili dei tempi passati, portavano anche i più onesti a tentare di saccheggiarne le tombe.

  

Certo che i saccheggi erano una pratica che si trascinava da lungo tempo ma ora, con i tempi che correvano, la miseria si era diffusa a tal punto da rendere inefficaci anche i controlli. Se di una cosa si può rendere merito a Ramses IX è quella di aver cercato di contrastare al massimo i saccheggi nelle tombe delle necropoli reali che andavano sempre aumentando in modo particolare durante gli anni 16 e 17 del suo regno. I numerosi papiri processuali di questa epoca, trovati in ottimo stato, ci aiutano a far luce sugli arresti ed i processi iniziati intentati da Ramses IX e continuati per quasi tutta la generazione successiva.

Due papiri tra i più famosi sono: il “Papiro Abbot” e il “Papiro Leopold II-Amherst” i quali descrivono gli avvenimenti in una forma decisamente drammatica da apparire come romanzi.

Anche i testimoni, seppure innocenti e quindi rilasciati, subivano la bastonatura. Ciò non avveniva per mera crudeltà bensì per il fatto che le persone chiamate a testimoniare, durante gli interrogatori mettevano in evidenza le gravi circostanze politiche e le carenze del potere che diversamente non dovevano trapelare o peggio finire nei papiri di quest’epoca. Invece ne finirono molte di queste notizie che noi oggi possiamo trovare nei suddetti papiri ma anche su numerosi altri come: il “Papiro BM 10054” e nel recto dei “papiri BM 10053 e BM 10068” e pare anche nel “Papiro Mayer B”, che tratta del saccheggio della tomba di Ramses VI.

  

Persino il villaggio di Deir el-Medina venne considerato a rischio di saccheggio tanto che gli archivi ivi custoditi vennero trasferiti a Madinet Habu. Durante questa crisi divenne chiaro che gran parte delle tombe reali e nobili della necropoli tebana erano state saccheggiate e diventava sempre più difficile cogliere i responsabili anche perché, probabilmente, alcuni di essi facevano parte di coloro che dovevano sorvegliarle se non addirittura che le avevano costruite.

Un altro esempio che possiamo riportare è quello del sindaco di Tebe Pesiur, acerrimo nemico del suo collega sindaco di Tebe occidentale, Pwero accusandolo di negligenza nell’attuare efficacemente la sicurezza della necropoli e di essere colpevole di questa ondata di incursioni dei ladri di tombe. Le accuse si rivelarono infondate in quanto a Pwero emerse che aveva svolto un ruolo di primo piano nella commissione visiriale istituita per indagare sui furti e come tale non poteva essere accusato di negligenza. La cosa fu così chiara che, per non cadere vittima delle sue stesse accuse, Pesiur sparì.

  

Anche come costruttore, Ramses IX non brillò più di tanto nonostante i suoi 18 anni di regno, la maggior parte dei suoi interventi più significativi si concentrarono nel tempio del sole a Heliopolis oltre all’aver fatto decorare  il muro a nord del settimo pilone nel tempio di Amon-Ra a Karnak. A suggerire una flebile influenza residua egizia in Asia il suo nome è stato rinvenuto a Gezer in Canaan. Grande Sposa Reale di Ramesse IX fu Baketwernel dalla quale ebbe due figli, uno dei quali Nebmaatre, fu Sommo Sacerdote a Heliopolis dove il suo nome compare insieme a quello del re, l’altro figlio, Montuherkhopshef, che era forse l’erede designato a succedergli, premorì a suo padre e venne sepolto nella tomba KV19 in un primo tempo destinata a Sethirkhepsef.

Scoperta e scavata da Giovanni Battista Belzoni nel 1817, la tomba KV19 possiede delle decorazioni che si possono definire le migliori della Valle, così le descrive Belzoni:

La tomba però non conteneva la mummia del principe che non è mai stata trovata ne identificata tra quelle senza nome. All’interno della KV19 era presente un numero imprecisato di sepolture intrusive probabilmente della XXII dinastia.

  
  

Alla sua morte Ramses IX fu sepolto nella tomba KV6 e la sua mummia fu spostata più volte prima di essere nascosta, come molte altre, nella cachette DB320 a Deir el-Bahari dove venne trovata nel 1881. Si trovava all’interno di una delle due bare di Neskhons. moglie del Sommo Sacerdote Tebano Pinedjen II.

  

E’ curioso il fatto che la mummia di Ramses IX presenti gli arti spezzati, il collo rotto e sia priva del naso. La sua tomba, a causa dell’incuria, si trova oggi in stato di degrado e l’esistenza stessa dei suoi rilievi è in forte pericolo.

Fonti e bibliografia:

  • Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Alan Gardiner e  R.O. Faulkner,”The Wilbour Papyrus”, Oxford, 1941-1952
  • Alfred Heuss ed alt, “I Propilei”,  Verona, Mondadori, 1980
  • Nichelas Reeves, Richard Wilkinson, “The complete Valley of the Kings”, Thames & Hudson, 2000
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Alberto Siliotti, “Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane”, White Star, 2010
  • Alberto Siliotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
  • Erik Hormung, “La Valle dei Re”, trad. di Umberto Gandini, ET Saggi, Torino, Einaudi, 2004
  • Cyril Aldred, “Una statua del re Neferkarē’ Ramesse IX”, JEA 41, 1955
Kemet Djedu

UN’OFFERTA CHE IL RE DÀ

L’ALIMENTAZIONE NELL’ANTICO EGITTO

Di Livio Secco

  

Ho svolto la quarta lezione del Corso di Egittologia, Anno VI, nell’ambito delle attività dell’UniTre di Torino presentando la conferenza “UN’OFFERTA CHE IL RE DÀ – L’alimentazione nell’antico Egitto (Prima parte: gli alimenti)” che è una disamina sul nutrimento nell’antico Egitto.
Non potendo sintetizzare due ore di lezione in un brevissimo post mi permetto di dare solo delle indicazioni di massima di alcuni degli elementi che sono stati trattati.

Ricordo anche che la formulazione funeraria ḥtp-di-(ny-)swt [hetep-di-nisut] un’offertà che il re dà… è quella tradizionale.
Essa è considerata sorpassata dalla grammatica di Grandet & Mathieu. I due filologi francesi propendono per la traslitterazione d-(ny-swt)-ḥtp [ed nisut hetep] e la traducono con possa il re placare…
Ho preferito, solo in questo caso, rimanere (ancora un po’) fedele all’Egittologia Classica.

Esempio di scrittura geroglifica che specifica il dettaglio delle derrate alimentari che il defunto riceverà nell’Aldilà. La stele è la C14 di Irtysen custodita al Louvre.

Alimentazione: il cibo è cultura
L’argomento sembra leggero ma non dobbiamo dimenticare che il cibo, oltre ad essere una risorsa materiale, è da sempre un fatto culturale nella storia dell’Uomo. Il tema dimostra tutta la sua importanza già solo nella dimensione degli incontri.
Nel tentativo di svilupparlo in modo più esaustivo possibile ne sono derivate sei ore di conferenze suddivise in tre lezioni. Quella qui documentata è la prima che mostra, suddividendoli per origine, quali erano gli alimenti presenti sulle tavole degli Egizi.

Alimentazione: il cibo sulle stele funerarie
La lezione inizia con l’analisi di due stele funerarie perché in esse sono spesso indicate le offerte alimentari per i defunti.
Nella prima stele si analizza una formulazione molto sintetica dove viene semplicemente indicata la richiesta di alimenti che il faraone fa agli dei per la vita ultraterrena del defunto.
Nella seconda invece, più estesa in dimensioni, la richiesta prevede il dettaglio delle derrate alimentari per quantità e tipologia.
La lezione prosegue identificando le tipologie di animali, vegetali e minerali che formavano l’alimentazione nell’antico Egitto.

Alimentazione: dal regno animale
La conferenza prosegue suddividendo gli alimenti per regno di origine: animale, vegetale e minerale. Poi specifica per ognuno di essi quali erano le tipologie usate e quelle invece che erano mancanti perché non ancora diffuse.
Per quanto riguarda l’origine animale, oltre ai bovini e agli ovini, facevano parte della dieta egizia anche gli avicoli predati con la cacciagione oppure con l’uccellagione.
Oltre ad essi c’erano i risultati della pesca anche se si trattava quasi esclusivamente di elementi di acqua dolce. Interessante il tentativo di allevamento di specie selvatiche come le iene, le gru, gli struzzi, gli orici, i bubali, eccetera.

Lavorazione nel mattatoio. Il macellaio rimprovera il garzone incitandolo a tenere alta la zampa: “Tira verso di te!”

Regno vegetale: le verdure
Per quanto riguarda il regno vegetale erano importantissime le coltivazioni di granaglie come orzo e farro, non certo il moderno frumento che era sconosciuto. Così com’erano sconosciuti i pomodori, le melanzane, le patate, i peperoni, le arachidi, i fagioli, i fagiolini, gli spinaci e le carote.
Gli egizi invece apprezzavano molto le fave, le lenticchie, i piselli, i ceci, i cetrioli, le zucche, le angurie e le insalate di vari tipi. Per cucinare e per l’illuminazione erano usati gli oli di moringa, di balanite, di ricino, di lino e di olivo, sebbene quest’ultimo fosse di importazione e quindi costoso.

Verdure sconosciute: pomodori, melanzane, patate, peperoni, arachidi, fagioli, fagiolini, spinaci, carote.

Regno vegetale: la frutta
Per quanto riguarda la frutta, essa era poco varia a causa dell’orografia del territorio per cui era limitata a datteri di diverse varietà, fichi, carrube, giuggiole, mandorle, melograni e raramente le mele poiché le piantumazioni in Egitto non attecchivano facilmente.
Sconosciuti erano gli agrumi, i cachi, le albicocche, le ciliegie, le pesche, le nespole, le prugne, i fichi d’India, le banane e i frutti di bosco per ovvie ragioni climatiche.
Storia a parte la fa l’uva per il consumo del fresco e per la vinificazione. Data l’importanza di questo argomento, l’enologia è il tema di monografia che sarà presentata successivamente a completamento dell’alimentazione nell’antico Egitto.

Frutta sconosciuta: agrumi, kaki, albicocca, ciliegie, pesca, nespole, prugna, fico d’india, banane, frutti di bosco.
Altri alimenti sconosciuti: pepe, peperoncino, canna da zucchero, tè, cacao, caffè.

Regno minerale
Per quanto riguarda il regno minerale il natron, il sale marino e il salgemma erano gli elementi base come pure l’allume di rocca.
Il natron oltre ad essere sicuramente importante per le attività di mummificazione, rientrava in tutti i processi di igienizzazione per la pulizia personale e delle stoviglie. Ovviamente all’epoca i saponi non erano ancora stati inventati.

Per dimostrare l’importanza del cibo nell’antico Egitto, la lezione è iniziata presentando una classica formula funeraria offertoria.
L’iscrizione in geroglifico della formula dice che il re fa un’offerta ad una divinità affinché questa conceda, a sua volta, un’invocazione d’offerta allo scopo di fornire al defunto tutto il cibo necessario alla sua sopravvivenza nell’Aldilà.

Poiché il geroglifico è una scrittura magica che invera la realtà, pronunciare anche solo i nomi dei cibi equivale a renderli reali. Questo significa che le tombe e i templi egizi hanno funzionato anche oggi 21 dicembre 2023. I sovrani e i defunti egizi, oggi, sono stati colmati di ogni loro necessità per la vita nell’Oltretomba.

L’invocazione d’offerta poteva presentarsi in due modi:
– sintetica
– dettagliata

  


Questo è un esempio di formula funeraria offertoria SINTETICA.
La stele deriva dalla tomba di Meni, che fu il direttore dei templi delle piramidi dei sovrani Pepi I (2276-2228+25) e Mer-en-Ra (ca.2227-2217+25), ma che visse fino al regno di Pepi II (2216-2153+25). La tomba del funzionario è a Dendera, appartiene all’Antico Regno, ed è datata alla VI dinastia (ca.2305-2118+25). È un esempio di un’invocazione di offerta alimentare breve senza il dettaglio delle derrate. Il testo si legge da destra a sinistra, dall’alto verso il basso.

  

E’ venuto il momento di esemplificare una formula offertoria DETTAGLIATA.
Per fare ciò consideriamo la stele dell’artigiano scultore Irtysen custodita presso il Museo del Louvre e conosciuta con il codice C14. Si tratta di un manufatto risalente al regno di Mentuhotep II, un sovrano dell’XI dinastia e quindi appartenente al Medio Regno.

Le tre lezioni sull’alimentazione degli Egizi hanno inaugurato la Collana dei Quaderni di Egittologia, infatti riportano il progressivo 1, 2 e 3. Chi volesse approfondire il discorso li può trovare qui:

I NUTRIMENTI: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/unofferta-che-il-re-da…/

LA CUCINA: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/unofferta-che-il-re-da…/

PREPARAZIONE, CONCETTI E VISITA MERCATALE: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/unofferta-che-il-re-da…/

  
III Periodo Intermedio, Mai cosa simile fu fatta, Sarcofagi

I SARCOFAGI DELLA XXV DINASTIA

Coperchio del sarcofago interno di Renpetnefret

Legno

Altezza 176 cm

Museo Egizio di Torino

C. 2231/1

  

Coperchio del sarcofago interno di Tapeni

Legno

Altezza 191 cm

Museo Egizio di Torino

C. 2215/1

Coperchio del sarcofago interno di Tamit

Legno

Altezza 173 cm

Museo Egizio di Torino

C. 2218/01

I sarcofagi della XXV Dinastia hanno chiari elementi distintivi che possiamo riconoscere negli esemplari delle tre sorelle, Tapeni, Tamut e Renpetnefret, figlie del sacerdote di Amon Ankh-Khonsu.

Le tre mummie sono conservate in un sarcofago antropoide, a sua volta contenuto in un sarcofago rettangolare a colonnette. (qeresu).

La decorazione dei sarcofagi riproduce l’ambiente della camera sepolcrale, con le dee Iside e Nefti ai piedi e alla testa dello stesso, un arcaismo che lega questi sarcofagi ai modelli del Medio e Nuovo Regno, una fila di divinità disposte intorno alla mummia.

La raffigurazione della dea Nut sul petto, anche questo motivo ripreso dal Nuovo Regno, è il pilastro djed sulla schiena connettono il sarcofago con la terra e il cielo, la dea Nut, e il mondo ultraterreno, il pilastro djed simbolo del dio Osiride.

Diminuiscono la dimensione e la varietà dei dipinti, mentre aumentano i testi sacri tratti dal Libro dei Morti.

I testi sono disposti in bande diversi colori, arancione, giallo e verde.

Tra le bande di testo sono raffigurate divinità stanti e occhi udjat sopra i piedi.

Sarcofago esterno di Renpetnefret
Legno, larghezza 207 cm.
Museo Egizio di Torino - C. 2232

L’alveo del sarcofago esterno imita la tomba del dio Osiride, come conferma la presenza del fregio khekeru, elemento decorativo della parte superiore delle pareti in struttura architettoniche a partire all’antico Regno, e il motivo serekh, decorazione a linee verticali e orizzontali che imita la faccia di un palazzo.

Sui lati corti corti sono raffigurati, a una estremità le dee Iside e Nefti, il disco solare adorato da due babbuini, all’altra estremità il geroglifico neferet che indica la dimora di Osiride o del defunto, situata a Occidente.

  

Il coperchio, bombato, raffigura il cielo identificato con la dea Nut ed è diviso in due parti da una colonna di testo: una metà raffigura il viaggio notturno, l’altra metà raffigura il viaggio diurno dell’imbarcazione del Sole.

Entrambi le barche sono trainate con corde da divinità, personificazione di corpi celesti.

I testi sono costituiti principalmente dalla forma canonica di offerta in cui si supplica il dio affinché protegga il defunto.

  

La cassa esterna è così contemporaneamente rifugio per le defunto durante la veglia notturna e santuario dove si potranno risvegliare a nuova vita per ascendere al cielo in modo da unirsi al dio sole e partecipare con lui al suo eterno e ciclico viaggio.

Fonte

Museo Egizio di Torino – Fondazione del Museo delle Antichità Egizie di Torino – Franco Cosimo Panini Editore.

Necropoli tebane

TT10 – TOMBA DI PENBUY E KASA

Penbuy (in alto) e Kasa (in basso) in geroglifici
Planimetria schematica della tomba TT10[1]

Epoca:                                   XIX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[2]Dinastia/PeriodoNote[3]
Penbuy e KasaServi nel Luogo della Verità[4]  Deir el-MedinaXIX dinastia (Ramses II)in alto, estremità ovest della collina sul versante che declina a ovest verso il tempio

Biografia

Non definito è il rapporto esistente tra Penbuy, titolare della sepoltura, e Kasa, né sono chiare le relative condizioni e, nonostante alcune rappresentazioni, lo stesso sesso.

Secondo una stele conservata a Torino (cat. 50037), Kasa era il figlio di Penbuy. La situazione non è chiarita tuttavia dalla stele stessa che fa riferimento a Penbuy al femminile, di cui Kasa sarebbe il figlio; il rapporto di parentela tra Penbuy e Kasa sembrerebbe tuttavia derivare dalla prima moglie di Penbuy, Amentwosret, ma non è chiaro se costei fosse sorella o figlia di Kasa.

I dipinti parietali non valgono a chiarire la situazione poiché in non buone condizioni, con difficoltà di lettura dei nomi dei personaggi: in una scena Kasa e sua moglie Bukha-nef sono rappresentati con una figlia; in un’altra scena, è rappresentato un corteo funebre in cui le mummie sembrano essere Kasa, suo figlio Nebamentet, sua moglie Bukha-nef e una “Signora della casa” di nome Hathor.

Le mummie sono precedute da un figlio di nome Nefermesenut e da sua figlia Sheritre. Lo stesso nome, Sheritre, risulta essere inoltre quello della moglie di un altro figlio, menzionato nei testi, Ptahmose.

Sul soffitto della cappella funeraria, alcune iscrizioni fanno riferimento a Penbuy e a sua moglie Amentetwosret, altre a Kasa e sua moglie Bukha-nef.

In altri dipinti parietali, Penbuy e suo fratello Penshen’abu sono rappresentati dinanzi ad Amenhotep I, Ahmose Nefertari ed ai faraoni Seti I, Ramses I ed Horemheb. In un’altra scena, Ramses II ed il visir Paser sono riportati mentre eseguono un offertorio a Ptah ed Hathor.

Padre di Penbuy fu, verosimilmente, Iri[5]. Mogli di Penbuy furono Amentwosret e Irnefer, mentre moglie di Kasa fu, forse, Bukha-nef.

La tomba

TT10 si sviluppa con andamento irregolare.

Ad un corridoio di accesso ne segue un secondo, più largo del precedente, privo di decorazioni. Un terzo corridoio dà accesso ad una anticamera/cappella sulle cui pareti sono rappresentati, tra l’altro, una coppia seduta a banchetto (con un gatto ed alcune oche sotto una sedia), scene di offertorio di gente, con candele, a Kasa rappresentato con moglie e figlia. Restano alcune tracce di un rilievo di pellegrinaggio ad Abydos, mentre scene di trasporto funebre sono forse riferite a Kasa. In altra scena, Penbuy gioca al senet con la moglie nei pressi di un laghetto; poco discosto scene di adorazione di genti ad Amenhotep I ed alla madre Ahmose Nefertari, in presenza degli dei Horus, Amon, Khnum, Ptah e Sekhmet.

Il soffitto è ripartito in quattro parti, ognuna della quali, a sua volta, suddivisa in quattro: uno scarabeo alato; due scene rappresentanti due coppie inginocchiate con testi sacri; le dee Iside e Nephtys in adorazione del simbolo dell’Occidente (ovvero del mondo dei morti); una dea, in forma di vacca, presso uno stagno; il sole al tramonto tra un uomo e un serpente; due immagini di coppie inginocchiate e un uomo inginocchiato nei pressi di uno stagno.

Un breve corridoio porta alla camera funeraria: sulla parete di fondo le statue di Osiride e Horus, sulle pareti una processione che vede Ramses II, seguito dal Visir Paser (TT110) e dallo Scriba del Luogo della Verità, Ramose (TT7), dinanzi a Ptah e Hathor. In altra scena Penbuy, in compagnia del fratello Penshenabu, in adorazione dei re Amenhotep I, e della madre di costui Ahmose Nefertari, Seti I (?), Ramses I e Horemheb; poco discosto, Penbuy, Kasa ed un figlio adorano Hor-sa-iset, in altra scena, Ramses II e Paser adorano Hathor in forma di vacca sacra, signora della montagna dell’Occidente. Penbuy e Kasa ed un figlio adorano Thot.

Sul soffitto, a volta, Anubi, Thot e i quattro figli di Horus.


[1]    La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]    le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[3]    Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[4]    Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.

[5]       Nome ricavato da una tavole da offerte oggi al Museo egizio di Torino (cat. 1559).

Necropoli tebane

TT9 – TOMBA DI AMENMOSE

Amenmose in geroglifici

Planimetria schematica della tomba TT9[1]

Epoca:                                   XX Dinastia

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[2]Dinastia/PeriodoNote[3]
AmenmoseServo nel Luogo della Verità[4] e incantatore degli scorpioniDeir el-MedinaXX dinastia (Ramses III)alla sommità della fila delle tombe, a sud della TT213 e leggermente a nord della TT210

Biografia

Amenmose fu Servo nel Luogo della verità ed “incantatore” di scorpioni. Sua moglie era Tent-hom.

La tomba

Di forma irregolare, la TT9 è costituita da un unico locale cui si accede da una corte in cui si trovano due stele: in una una dea e il defunto in offertorio ad Anubi/sciacallo, il defunto in offertorio del disco solare, la dea Hathor ed il defunto, accomapgnato da Anubi, dinanzi a Osiride; nell’altra gente in offertorio alla mummia presso la piramide della tomba e scene di banchetto.

Ushabti di Amnmose proveniente dalla TT9. Da: Barberis, Elettra, et al. “A shabti of the Egyptian priest Amenmose unveiled.” Journal of Cultural Heritage 58 (2022): 122-129.

All’interno della tomba, i dipinti parietali rappresentano la dea Nut accanto al defunto e alla moglie, dodici uomini in fila che adorano una divinità, una processione funeraria e scene di un pellegrinaggio ad Abydos. In altre scene: pesatura alla presenza di Thot in sembianze di babbuino, banchetti funebri, offertorio del defunto agli dei ed al defunto e sua moglie.


[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[3]       Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[4]      Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.

Sarcofagi, Testi

SARCOFAGO DI USAI

Il sarcofago di Usai a Bologna.

Il sarcofago è in legno di sicomoro dipinto, di forma rettangolare con quattro pilastrini che ne rifiniscono gli angoli e con un coperchio a forma bombata.

Sopra, alle due estremità del coperchio, sono posti due sciacalli accovacciati rivolti l’uno verso l’altro, che rappresentano la divinità dei morti delle due parti dell’Egitto. Tra i due sciacalli, in mezzo al coperchio, sta seduto in posizione di riposo un grande sparviero dorato, simbolo di Ra. Altri quattro più piccoli si vedono sopra i pilastrini (uno dei quattro e mancante).

Nella parte sinistra superiore del coperchio (vedi Tavole 1 e 2), e dipinta una barca sacra trainata da 10 personaggi.

Innanzi ai personaggi, è presente un testo che riporta i nomi dei genitori del defunto. Stessa rappresentazione con alcune differenziazioni si trova sui personaggi sulle barche.

Le due fiancate lunghe sono illustrate da divinità antropomorfe, 6 sul lato destro e 6 sul lato sinistro. Davanti a ogni personaggio, il testo comincia con la classica formula

Dd-mdw in ”Recitazione di”, citando successivamente una divinità. Le divinità sono le seguenti:

• Tavola 1: Imsety, Duamutef, Hapy, Qebehsenuef, Anubi, Horus-Khenty-Irty.1

  

• Tavola 2: Imsety, Hapy, Duamutef, Qebehsenuef, Anubi, Geb.

La traduzione completa in PdF è inserita nella pag. web del gruppo al link:

https://laciviltaegizia.org/wp-content/uploads/2023/12/sarcofago-di-usai.pdf

Foto: Museo civico archeologico Bologna.

Kemet Djedu

UN AMULETO DELLA XXVI DINASTIA

Di Livio Secco

  

Tra gli oggetti della XXVVI Dinastia mostrati QUI, viene mostrato un amuleto custodito presso il Museo Louvre di Parigi. Attira la nostra attenzione perché possiede una breve iscrizione geroglifica con un cartiglio. Quale sovrano cita?

L’amuleto è catalogato con il numero di inventario E22634 (N° anc. coll. : Curtis n°135) e, ovviamente, fa parte del Département des Antiquités égyptiennes.
Il Louvre ci informa che il reperto è stato restaurato perché era frammentato. Le sue dimensioni sono: 12,3 cm di altezza, 5,7 cm di larghezza e 0,6 cm di spessore. Per il museo il materiale con cui è stato realizzato è faience silicea. Il testo è stato inciso e il colore del manufatto è blu turchese.
Oggi è esposte nell’ala Sully, sala 643, vetrina 23.

Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici a chi non li avesse ancora studiati.

Per iniziare il proprio percorso filologico consiglio:


Grammatica primo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica secondo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Grammatica terzo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-alla…/

Dizionario egizio – italiano 12000 lemmi in geroglifico (primo volume) https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-12-egizio…/

Dizionario egizio – italiano 12000 lemmi in geroglifico (secondo volume) https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-22-egizio…/

  
Mai cosa simile fu fatta

LA XXVI DINASTIA (664/525 a.C.)

IL CROLLO DI TEBE E IL RINASCIMENTO SAITA

Psammetico I offre libagioni a Ra-Harakhti

Dopo Il successo iniziale la dinastia etiopica si rivelò incapace di riportare l’Egitto ad un grado di coesione sufficiente a respingere l’assalto degli Assiri. Gli Assiri saccheggiando Tebe nel 664 avanti Cristo pongono fine al dominio kushita.

L’Egitto ritorna ad essere indipendente sotto una stirpe di sovrani originari di Sais, nel delta occidentale. L’eccessiva libertà goduta dai principi delle varie città, sotto i sovrani libici, aveva reso impossibile l’unificazione del paese. In quest’epoca gli Assiri, che erano nel fiore della loro potenza, calarono in Egitto e la sottoposero a tributo: sconfitti I re etiopi, fondarono sui principi locali la loro potenza. Uno di questi principi, Psammetico I, si ribellò e riunì tutto l’Egitto sotto il suo potere.

Pendente di collana con iscrizione celebrativa della Heb Sed di Psammetico I. Parigi, Museo del Louvre

Sembra che nell’anno 9 del suo regno Psammetico I abbia soppresso gli ultimi feudatari, sostituiti tosto da governatori regi. Questa volta al feudalesimo era definitivamente finito.

Testa di statua regale (Psammetico I?). Periodo tardo dell’Egitto, tra il 664 e il 525 a.C. Museo Egizio, Torino.

Per più di un secolo l’Egitto rimase sotto l’autorità della dinastia Saita. I sovrani saitici allo scopo di legittimare il loro trono si fanno difensori e sostenitori proprio del Rinascimento della cultura egiziana. Benché questa tendenza sia presente dall’inizio della dinastia e come prosecuzione di ciò che già i sovrani kushita avevano fatto, la rivalutazione dell’Antico diviene un fenomeno di grande portata culturale soprattutto con il regno di Amasi.

Testa di Amasis in ardesia. Arenaria silicizzata, Ägyptisches Museum und Papyrussammlung, Altes Museum, Berlino. XXVI dinastia
Questo ritratto è particolare per il viso allungato e largo, la bocca prominente e dalle pieghe che danno più un’area sprezzante che un sorriso. Amasis (versione greca del nome Egizio Iah-mase, Ahmose), era un generale di Apries e fu posto sul trono dall’esercito poiché il suo predecessore, Apries, era talmente filelleno da alienarsi Il favore della popolazione egizia e delle truppe native.

La lotta contro gli stranieri invasori genera presso gli Egizi uno spirito nazionalistico che avvalorando la propria civiltà, ” se la pone davanti come qualcosa che debba essere conquistata”.

L’artista sente le opere del passato come un “suo presente fantastico”, l’interesse generale è rivolto in particolare alla tradizione dell’arte egizia del Regno Antico e Medio: “la razionalità impassibile delle più antiche esperienze figurative è assunta a modello”

” Tutto il paese stava risorgendo e tornando all’antico splendore, I templi riebbero parte dei loro averi, una nuova ricchezza inondò l’Egitto” .

La diffusa nostalgia per le antiche glorie fu incanalata al restauro di antichi monumenti. Vennero ripulite e risistemate le piramidi menfite, rievocati ” i prestigiosi titoli protocollari dei millenni precedenti e riesumata l’antica letteratura mortuaria caduta in disuso”

Statuetta lignea di personaggio ammantellato. Museo del Cairo. La grandiosità delle impostazioni di questa figura, completamente nascosta sotto le vesti che cancellano ogni allusione al corpo anatomicamente considerato, risale al Regno Antico. Non ci sono pieghe, non cambiamenti di luce: ma la vita non manca nell’acutissimo giocare del ritmo, proprio secondo il modo di espressione delle più grandi opere menfite.
In un’opera come questa lo spirito del passato rivive immediatamente, e senza scorie culturali: il neoclassicismo diviene qui semplice e umana classicità. Fonte: Sergio Donadoni.

Si può ben parlare Rinascimento Egizio, ma in realtà si tratta di due movimenti diversi: il primo si potrebbe definire neoclassicismo, per il ritorno al passato; il secondo, molto più interessante, è proteso alla ricerca di nuove vie di espressione e muove verso certe singolari forme di verismo e astrattismo, accentuando la purezza geometrica delle forme.

Cerimonia funebre dalla tomba di Nespaqashuty l. New York Brooklyn Museum
Il dolore per la morte è per l’artista saitico un’emozione di tale intensità da indurlo ad abbandonare qualsiasi schema e a soffermarsi sul movimento disordinato e convulso delle braccia sollevate nel tipico gesto del cordoglio, in una scena che non ha paralleli, per la drammaticità e forza emotiva, nell’arte contemporanea.

“Nella realizzazione delle statue si utilizzano pietre di estrema durezza che consentono di ottenere superfici levigate e luminose. Il leggero sorriso, che rischiara i volti in quest’epoca, diverrà una delle caratteristiche della scultura greca arcaica” .

Statua del Visir Nespaqashuty, Il Cairo museo egizio
La scultura in Slovacca, capolavoro della 26esima dinastia, è ispirata alle statue di scriba dell’Antico Regno. Della Statua colpisce l’estremo nitore e la perfetta geometria delle superfici che rendono la figura umana un insieme di forme astratte di straordinaria lucentezza. La lettura esclusiva esclusivamente frontale dell’Opera è suggerita dalla deformazione dei fianchi, che combaciano con gli avambracci senza alterare il senso di perfezione dell’insieme.
Statua-cubo di Pakharkhonsu. Il Cairo museo egizio
La statua cubo ha una forma che riscuote un largo successo di tutte le epoche della storia egizia. Nel corso dell’eta’ saitica la sua struttura chiusa e geometrica riceve un’impostazione ancora più astratta che tende ad eliminare o a inglobare le forme del corpo all’interno di uno schema impostato su una rigida simmetria.

FONTE:

  • SERGIO DONADONI-ARTE EGIZIA-GHIBLI
  • MAURIZIO DAMIANO-ANTICO EGITTO-ELECTA
  • L’ANTICO EGITTO-LEONARDO
  • FEDERICO A.ARBORIO MELLA-L’EGITTO DEI FARAONI-MURSIA
  • VOCI DAL PASSATO
  • MEDITERRANEO ANTICO
  • WIKIPEDIA
  • ARALDO DE LUCA