Al Museo Egizio del Cairo, nel vecchio allestimento di Piazza Tahrir, era esibito uno dei moltissimi componenti del corredo funerario di Tutankhamon oggetto del nostro post.
Insieme al trono cerimoniale è stato ritrovato questo poggiapiedi che, più probabilmente, era abbinato ad un più semplice scanno.
Realizzato in legno comune, è riccamente decorato con alcune scene di grande significato: vi sono rappresentati nove prigionieri, i tradizionali nemici dell’Egitto, quattro dei quali mostrano la pelle nera e cinque sono asiatici e libici.
Otto di essi indossano lunghe vesti, differenziate da alcuni dettagli nelle pieghettature. Uno invece (l’ultimo della fila dei cinque) porta una sorta di mantello che lascia intravedere alcune parti del corpo. Hanno tutti le mani legate e sono vincolati uno all’altro da una corda al collo.
I prigionieri sono dorati e le parti nude dei loro corpi sono in ebano o cedro. Lo sfondo della scena è costituito da piastrine di faience blu.
Ma perché ci sono i Nove Nemici dell’Egitto raffigurati su un simile manufatto? L’effetto reso è quello del faraone che calpesta i nemici e magicamente li rende inoffensivi e sottomessi.
A dividere in due la raffigurazione c’è una fascia didascalica che, ovviamente, analizziamo. Come di consueto ho aggiunto la pronuncia secondo la codifica IPA per far leggere i geroglifici a coloro che non li hanno (ancora) studiati.
Per chi volesse cimentarsi in questa stupenda ginnastica intellettuale posso consigliare i seguenti manuali:
abbastanza in alto, quasi sopra TT1; leggermente a nord di TT214
Biografia
Figlio di Sennedjem e di Inyferti (sepolti entrambi nella TT1); mogli Sahte e, forse, Esi. Di quest’ultima alcune suppellettili sono state rinvenute nella TT1. Due dei suoi numerosi figli si chiamavano Bunakhtef e Rahotep.
La tomba
La tomba è strutturata su due livelli, di cui uno sotterraneo e si apre in un cortile in cui si ergono alcune stele: una delle stele (1 in planimetria) è oggi illeggibile; in una (2) Khabekhnet appare con suo padre, Sennedjem, inginocchiato alla presenza di Ra; in un’altra (3) la barca di Ra adorata da babbuini mentre, in un altro registro, Sennedjem e la sua famiglia appaiono adorare Horus e Satet.
Un corridoio, sulle cui pareti sono rappresentati (4) il padre in adorazione del dio Min e il fratello Khonsu, con la moglie, in atto d’offertorio ai genitori, nonché un inno a Ra, dà accesso ad una camera rettangolare; sulle pareti (5), in quattro registri sovrapposti, celebrazioni nel tempio di Mut a Karnak con il viale di criosfingi, scene del pellegrinaggio ad Abydos e il defunto inginocchiato in offertorio a Min e alla dea Iside; seguono (6) scene della processione e del banchetto funerari e il padre e altri parenti del defunto in adorazione della dea Hathor e (7) frammenti di dipinto del defunto e della famiglia in adorazione di Iside, Osiride e Hathor.
Scena di imbalsamazione dalla tomba di Khabekhnet (autore: Sinhue20)
Tale rappresentazione è parzialmente coperta dalle statue (13) dei genitori del defunto sui cui piedistalli sono rappresentati altri parenti del defunto. Oltre l’accesso alla camera più interna, due statue (14) del defunto e della moglie con testi di offertorio a Mertseger; anche in questo caso una parte del dipinto (12), che rappresenta il defunto dinanzi al re Amenhotep I, alla regina Ahmose Nefertari e alla principessa Merytamun, è coperta dalle due statue (14). La scena prosegue (11) su quattro registri sovrapposti in cui il re Amenhotep I e il dio Amon sono trasportati da alcuni preti su un palanchino protetti dalla dea Maat; in altro registro, il defunto e la moglie vengono presentati a Osiride e Iside rispettivamente da Anubi e Horus. Poco discosto (10) il defunto in offertorio a due file composte da re, regine e principesse; inoltre il defunto e una figlia offrono libagioni al dio Ptah e uomini offrono libagioni al defunto e alla moglie. Su tre registri (9) il defunto e la moglie offrono libagioni alla statua di Amenhotep I e (8) i genitori adorano Ptah e Anubi mentre un uomo offre libagioni a Ramose, titolare della TT7, e a sua moglie.
Scene dalle pareti dell’atrio della TT2 di Khabeknet(autore: Lepsius)
Un corridoio, sulle cui pareti (15) sono rappresentati il defunto e la moglie in adorazione della Triade Tebana, costituita dagli dei AMon, Mut e Khonsu, adduce ad una cappella interna sulla cui parete di fondo (16) si trovano cinque statue: al centro il re (?) protetto, ai lati, da Osiride e la dea Iside su un lato e lo stesso dio e la dea Hathor sull’altro.
Nell’angolo nord del cortile antistante l’ingresso della cappella, un corridoio immette ad una camera in cui si apre la scala che adduce alla camera funeraria sotterranea. Nella sala di accesso (17) la statua del re protetta ai lati dalle statue di Osiride e di Ra; una scala, sulle cui pareti è riportato Hapi, adduce alla camera funeraria. Sulle pareti (19) il defunto e la moglie in offertorio al dio Thot; una dea Iside alata (20) sovrasta gli dei Osiride e Kheper che recano il cartiglio di un Nomo in forma di pesce. Anubi si prende intanto cura della mummia del defunto in forma di pesce, circondato da piccole statue di Iside, Nephtys e dei quattro figli di Horus. Seguono (21) il padre e la madre in offertorio a Ptah.
Scene dalle pareti dell’atrio della TT2 di Khabeknet (autore: Lepsius)
Oltre un corridoio che dà accesso ad una sala ancora più interna (25), il fratello Khons e sua moglie dinanzi a Ra ed Amenhotep I e il defunto e la moglie in offertorio ad Amenhotep I e alla regina Ahmose Nefertari. Alla sommità della parete più corta (23), specularmente a quanto riportato su quella opposta (20), la dea Nephtys alata sovrasta il dio Anubi che esegue riti sulla mummia circondata dalle dee Iside, Nephtus e da altre tre divinità femminili in presenza di una stele del dio Osiride.
[1] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, pp. 6-9.
[2] Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3] le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4] Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione dell’epoca.
Scena di lavori agricoli dalla TT1 [autore: The Yorck Project (2002)]
Sennedjem in geroglifici
Planimetria della TT1
Epoca: XIX Dinastia
Data della scoperta: 1 gennaio 1886 (da popolazioni locali)
Campagne di scavo: 1917/1924 e 1928/1930
Archeologo: Gaston Maspero dal 1 febbraio 1886
TT1 (Theban Tomb 1) è la sigla che identifica una delle Tombe dei Nobili [1][2] ubicate nell’area della cosiddetta Necropoli Tebana, sulla sponda occidentale[3]del Nilo dinanzi alla città di Luxor[4][5], in Egitto. Destinata a sepolture di nobili e funzionari connessi alle case regnanti, specie del Nuovo Regno, l’area venne sfruttata, come necropoli, fin dall’Antico Regno e, successivamente, sino al periodo Saitico (con la XXVI dinastia) e Tolemaico.
a sud e non lontano dalla sommità della collina; sotto e leggermente a nord della TT2
Biografia
Sennedjem[11][12] viveva a Deir el-Medina, nel villaggio, fondato da Thutmosi I, riservato alle maestranze che erano impiegate nella costruzione e successiva manutenzione delle sepolture, sia reali che dell’ampia area nota come Tombe dei Nobili. Figlio di Kabekhnet, Servo di Amon nella Città del sud (Tebe), e Tahennu; Iynferti[13] fu sua moglie, Khonsu e Khabekhnet (titolare della TT2) due dei suoi figli[14] .
Moglie di Khonsu fu Takemet[15], mentre di Khabekhnet è noto che avesse due mogli (di cui forse una di nome Rosu e l’altra, come la madre, Tahennu) e che due dei suoi numerosi figli si chiamavano Sakh e Isis[16][17][18].
La tomba
Scoperta intatta, nel 1886, da abitanti del luogo, venne presa in consegna il giorno successivo, 1 febbraio 1886, da Gaston Maspero evitando così danni ulteriori oltre quelli già causati alla porta di accesso, che risultava ancora imbullonata, e ad architravi e ritti. La tomba ed il suo corredo si presentavano ancora intatti e le operazioni di svuotamento si svolsero nel corso di due campagne pluriennali, la prima dal 1917 al 1924 e la seconda dal 1928 al 1930. All’atto della scoperta TT1 conteneva oltre 20 sepolture (9 in sarcofagi[19] e le altre semplicemente avvolte in bende) molte delle quali sicuramente ascrivibili alla famiglia del titolare Sennedjem.
Maschera funeraria di Khonsu, figlio di Sennedjem (autore: David Liam Moran)
La tomba di Sennedjem, con la sua sovrastruttura costituita da una piramide e dall’appartamento funebre sotterraneo, si trova all’interno di un cortile sopraelevato rispetto al piano di campagna, cui si accedeva per il tramite di una scala, ed è affiancata da altre due cappelle dette del “nord” e del “sud”, tutte sovrastate, in origine, da piramidi alte circa 7 m[20]; la cappella nord era dedicata al figlio Khonsu, mentre la cappella sud a un non meglio identificato Tjaro verosimilmente padre della moglie, e quindi suocero, del titolare di TT1. Il cortile antistante le tre cappelle[21], in cui si aprono due pozzi contrassegnati dai progressivi 1182 e 1183[22] era originariamente diviso in due da un muro che separava le due cappelle relative a Sennedjem da quella di Tjaro[23].
La piccola piramide della TT1 (autore: Roland Unger)
Della parte esterna, costituita da due piloni, dal cortile e da una cappella con piramide, non è rimasto nulla tranne i pyramidion: uno rinvenuto in frammenti tra le rovine e ricostruito, l’altro oggi al Museo di Torino. L’ingresso della tomba era protetta da una porta in legno di sicomoro, dipinta di giallo, con scene tratte dal capitolo 17 del Libro dei Morti ed oggi conservata al Museo egizio del Cairo. L’intero ipogeo presentava colorazione ocra, sia ad imitazione del colore del papiro, sia per ricordare quello dell’oro intesa come carne degli dei. Un pozzo nel cortile, a breve distanza dalla cappella centrale, dà accesso all’appartamento funerario sotterraneo.
Il dio Anubi opera sulla mummia di Sennedjem(autore: Jeff Dahl)
Osiride con lo scettro e il flagello (autore: Ignati)
La tomba presenta pitture parietali particolarmente ricche di decorazioni con complicate scene tratte dal Libro dei morti e, per la qualità, è stata ipotizzata la stessa mano di artista che aveva decorato la tomba di Nefertari.
Sono anche raffigurati il padre di Sennedjem, Khabenkenet, il figlio Bunakhtef, sacerdote vestito con una pelle di leopardo; il figlio Rahotep figura rappresentato su una barca, mentre il figlio Khonsu, in quanto erede del padre e come prete sem[24], officia il rito della Apertura della bocca sulla mummia del genitore.
Sennedjem raccoglie del lino, mentre sua moglie Inyferti lega i covoni(The Oxford encyclopedia of ancient Egypt )
Molto nota è anche la rappresentazione di Sennedjem, al cui fianco siede la moglie Inyferti, che gioca al senet spostando una pedina; in luogo dell’avversario, una tavola delle offerte. Questo perché la partita giocata è il simbolismo della faticosa strada verso la rinascita e che finirà solo quando il defunto sarà dichiarato giustificato.
Sennedjem, con la sua sposa, gioca al senet (autore: Mamienfr)
Tra le varie suppellettili, tipiche dei corredi funebri, sono stati rinvenuti due ostrakon contenenti parti delle avventure di Sinuhe.
Vaso dalla TT1 t di Sennedjem (Metropolitan Museum of Art(MET) di New York (MET DT202024) (autore: dono a WP del MIT)
Il corpo del titolare di TT1 era sepolto in un doppio sarcofago di cui il più interno, antropoide, recava una maschera funeraria; la moglie Iyneferti era deposta in un sarcofago antropoide ed analogamente era dotata di maschera funeraria, così come il figlio Khonsu che riposava in un duplice sarcofago di cui il più interno antropoide. Nella stessa sepoltura venne rinvenuto anche un sarcofago contenente la mummia della moglie di Khonsu, Takemet. Di altri quattro corpi non è stato possibile risalire con certezza alla parentela con il titolare Sennedjem essendo più probabile si tratti di figli di Khonsu e, quindi, nipoti del titolare di TT1. Le suppellettili funerarie, disseminate in varie collezioni nel mondo, comprendevano vasi canopi, ushabti e parti di mobilio[25]. I pezzi più importanti si trovano al Museo egizio del Cairo, al British Museum di Londra, a New York e Berlino[26].
La cappella a nord all’interno della tomba è dedicata al figlio di Sennedjem, Khonsu; qui è rappresentato anche un altro figlio di Sennedjem, Khabekhnet, la cui tomba, TT2, si trova a poca distanza.
Gran parte del corredo funebre costituito da vasi, mobilia e alimenti è oggi distribuito in numerosi musei mentre molti dei reperti non risultano ancora esposti[27]:
Museo egizio del Cairo:
Due ushabty di Sennedjem (MET) (autore: dono a WP del MIT)
oggetti della moglie Iyneferti:
sarcofago, coperchio della cassa più interna dedicato alla madre dal figlio Khonsu e maschera (Metropolitan Museum di New York, cat. MMA 86.1.5, MMA 86.1.6);scatola in legno con rappresentazione di gazzella (Museo del Cairo, cat. 27271);scatola per vasi canopi (Museo del Cairo, cat. 27306);sgabelli (cat. 27255a e 27255b);oggetti da trucco e vasellame (Metropolitan Museum, cat. MMA 86.1.7, MMA 86.1.8 e MMA 86.1.9);
Maschera funeraria di Ineferty (MET DP112984) (autore: dono a WP del MIT)e Ushabty di Ineferty (MET) (autore: dono a WP del MIT)
oggetti relativi al figlio Khabenkenet:
scatola per ushabti (Metropolitan Museum, cat. 86.1.16);scatola per ushabti con rappresentazione di uomo (forse lo stesso Khabenkenet) e donna seduti (Museo nazionale danese di Copenaghen, cat. 3506);scatola per ushabti con analoga rappresentazione (Museo di Stato “Puskin”, Collezione Golenischev, cat. 3848);
Ushabty di Khabekhnet e Ineferty (MET DT202025) (autore: dono a WP del MIT)
oggetti pertinenti a Esi, moglie di Khabenkenet (?):
sarcofago (Museo del Cairo, cat. 27309);scatola per vasi canopi (Museo del Cairo, cat. 27304);
oggetti relativi al figlio Khonsu:
sarcofago esterno di Khonsu con scene dal Libro dei Morti (cat. 27302);sarcofago intermedio e sarcofago interno, scatola vasi canopi e maschera (probabilmente appartenenti a Khonsu) (Metropolitan Museum, cat. da 86.1.1 a 86.1.4);tre bastoni da passeggio (Museo del Cairo, cat. 27310);
Sarcofagi antropoidi di Khonsu (MET DT202026) (autore: dono a WP del MIT)
Ushabty di Khonsu (MET) (autore: dono a WP del MIT)
oggetti pertinenti a Tamaket, moglie di Khonsu:
coperchio di sarcofago (Museo egizio di Berlino, cat. 10859);
scatola vasi canopi (Museo del Cairo, cat. 27305);
altri ritrovamenti:
scatola dipinta intestata a Ramosi (Museo egizio di Berlino, cat. 10195);
scatola per ushabti intestata a Ramosi (Metropolitan Museum, cat. da 86.1.15);
scatola per ushabti intestata a Paraemnekhu (Metropolitan Museum, cat. da 86.1.14);
due ostrakon con testo in scrittura ieratica recante l’inizio delle Avventure di Sinhue (Museo del Cairo, cat. 25216).
Scatola di cosmetici da TT1 (MET DT202028) (autore: dono a WP del MIT)
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[3] I campi della Duat, ovvero l’aldilà egizio, si trovavano, secondo le credenze, proprio sulla riva occidentale del grande fiume.
[4] Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[6] Le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[7] Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[8] Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.
[14] Dai rilievi parietali sono stati identificati almeno undici figli, anche se non è possibile stabilirne la progressione di nascita: Teti; Khabekhnet; Bunakhtef, detto Pakhar; Rahotep; Irynefer; Khonsu; Ramesu; Ahotep; Ranekhu; Hutep; Parahotep.
[15] Genitori di Takemet, e perciò suoceri di Sennedjem, furono molto verosimilmente Tjaro, la cui tomba si trova nello stesso cortile, accanto a quella di Sennedjem, e viene indicata normalmente come “cappella del sud”, e Taia nomi, entrambi, di origine Hurrita. Tale derivazione straniera verrebbe inoltre confermata dal nomignolo con cui veniva chiamato uno dei figli di Sennedjem e Iyneferti, Bunakhtef, detto Pakhar, ovvero “il Cananita”.
[19] Erano contenute in sarcofagi di pregevole fattura, singoli o doppi, i corpi di Sennedjem, di sua moglie Iyneferti, di suo figlio Khonsu e della moglie Tamekat, nonchèe i figli di questi ultimi: Prahotep, Taashen, Ramose, Isis e Hathor. La tomba conteneva inoltre i corpi di due feti, racchiusi in semplici casse di legno dipinto di giallo, e altri undici corpi avvolti in semplici bende.
[20] La prima cappella ad essere costruita fu quella di Tjaro (cappella sud), sovrastata da una piramide alta circa 7,50 m, con inclinazione di circa 50°, e con una facciata di circa 5 m. La cappella centrale, di Sennedjem, aveva una facciata larga circa 4,30 m ed era sovrastata da una piramide alta 7 m circa con un’inclinazione di circa 45°; di questa venne recuperato, in 13 pezzi, il pyramidion quasi per intero ricostruito. La cappella nord, di Khonsu, venne costruita per ultima e ricavata nello spazio rimanente del cortile dopo le due precedenti costruzioni; si innalzava su una facciata di circa 3 m ed era alta circa 6. Il pyramidion di questa venne rinvenuto quasi intatto ed è oggi al Museo Egizio di Torino.
[22] Il 1182 non ha connessioni con la TT1, scende per circa 6 m e adduce a due camere non iscritte; il 1183 è solo un pozzo che non ha sviluppo di alcun genere.
[23] Si ipotizza (Bruyere 1959) che il muro divisorio nel cortile per separare l’area riservata a Sennedjem da quella relativa a Tjaro, sia stato eretto da successori parecchio tempo dopo i decessi poiché non si giustificherebbe una tale operazione, che rendeva praticamente impossibile ogni cerimoniale funebre, se Tjaro fosse stato effettivamente il suocero di Sennedjem.
[24] Il “sem” era il prete, o l’erede, cui competeva la cerimonia di apertura della bocca per consentire al defunto di vivere pienamente della Duat.
Fig. 1: Schematizzazione delle posizioni reciproche delle necropoli dell’area tebana, in Egitto
L’area normalmente e genericamente indicata come “Tombe dei Nobili” comprende, di fatto, l’intera area tebana sulla riva occidentale[1] del Nilo dinanzi alla città di Luxor[2] destinata a sepolture di nobili e funzionari connessi alle case regnanti, specie della XVIII-XIX e XX dinastia (confluenti nel Nuovo Regno). L’area venne tuttavia sfruttata, come necropoli, fin dall’Antico Regno e, successivamente, sino al periodo Saitico (con la XXVI dinastia) e Tolemaico.
Le tombe censite (benché ad oggi non tutte individuabili sul terreno) sono oltre 400. Erano originariamente contrassegnate da uno o più coni funerari in argilla[3] infissi nella parete anteriore, che indicavano il nome, il titolo dell’occupante e, talvolta, brevi preghiere. Benché siano ad oggi stati recuperati oltre 400 coni funerari, solo per 80 di essi è stato possibile individuare la collocazione originaria.
Anche se non rientranti nella categoria dei “nobili”, si è soliti comprendere in tale ampia localizzazione e denominazione anche le necropoli degli operai e delle maestranze di Deir el-Medina che realizzavano le sepolture, specie reali, e che delle tombe curavano la manutenzione.
Si tratta nel complesso di sette distinte necropoli:
el-Assasif: situata a sud della necropoli di Dra Abu el-Naga, nella piana di Deir el-Bahari, ospita prevalentemente sepolture della XVIII – XXV e XXVI dinastia.
el-Khokha: sita nella piana di Deir el-Bahari, a poca distanza dalla necropoli di el-Asassif, ospita oltre 50 tombe della XVIII-XIX e XX dinastia, nonché 3 del Primo Periodo Intermedio.
el-Tarif: posta quasi all’ingresso della Valle dei Re, la necropoli di el-Tarif è la più antica dell’area tebana[2] e ospita tombe del tardo Primo Periodo Intermedio, del Medio Regno e del Secondo periodo intermedio, nonché mastabe attribuite ai principi locali risalenti all’Antico Regno (IV e V dinastia).
Dra Abu el-Naga: ospita oltre 150 sepolture suddivise in due aree; l’una risalente al Medio Regno costituita da circa 100 tombe, e l’altra del Nuovo Regno da 60.
Qurnet Murai: situata nei pressi del villaggio operaio di Deir el-Medina, si tratta di una piccola necropoli che ospita tombe di funzionari della XVIII-XIX-XX dinastia, nonché una del periodo tolemaico e una del periodo Saitico (XXVI dinastia).
Sheikh Abd el-Qurna: situata sull’altura che sovrasta la piana di Deir el-Bahari ed i complessi templari di Mentuhotep II, dell’XI dinastia, Thutmose III e Hatshepsut della XVIII, ospita pochissime tombe dell’XI e XII dinastia, nonché circa 150 della XVIII-XIX-XX dinastia.
Necropoli degli operai di Deir el-Medina: si tratta delle sepolture degli operai che operavano nella Valle dei Re. Tombe ad architettura cosiddetta “composita” in cui la sovrastruttura è costituita da una piccola piramide costruita in materiale povero e deperibile e da un ipogeo con un vano sotterraneo coperto da una volta a mattoni.
Deir el-Bahari: oltre ai Templi del Milione di Anni di Montuhotep II (XI Dinastia), Hatshepsut e Thutmosi III (XVIII Dinastia), nella spianata di Deir el-Bahari sono ospitate alcune Tombe dei Nobili, fra cui la famosa TT320 (nota anche come DB320, “Deir Bahari 320”, o come “cachette” di Deir el-Bahari) che, all’atto della scoperta, alla fine del XIX secolo, conteneva 45 mummie di re e funzionari di corte qui raccolte per preservarle dalle razzie dei violatori di tombe della Valle dei Re. Ancora nell’ambito delle Tombe dei Nobili che qui si trovano, di interesse, la TT353 di Senenmut, funzionario regio e architetto cui si deve la costruzione del tempio di Hatshepsut.
Nota Bene:
Tutte le planimetrie non sono in scala ed hanno valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe in alcune aree, nonché il “disordine” con cui le stesse sono state classificate.
Le immagini nel testo, salvo che non sia specificato diversamente, sono opera dell’autore. Sono state inserite con licenza Creative Commons e, perciò, chiunque può condividere, copiare, distribuire, trasmettere, o anche modificare i disegni a patto di indicare esplicitamente che sono state apportate modifiche, e riportare l’autore originale che, comunque, non ha alcun potere di approvazione delle modifiche apportate.
Fig. 2: Planimetria schematica dell’area di Deir el-Bahari con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti[4]
fig. 3: L’area di Deir el-Medina con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti
Fig. 4: L’area di Dra Abu el-Naga (area nord) con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti
Fig. 5: L’area di Dra Abu el-Naga (area sud) con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti
Fig. 6: L’area di el-Khokha ed el-Assasif con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti
F
Fig. 7: L’area di Qurnet Murai con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti
Fig. 8: L’area di Sheikh Abd el-Qurna (area nord) con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti
Fig. 9: L’area di Sheikh Abd el-Qurna (area sud) con l’indicazione delle Tombe dei Nobili presenti
Topografia dei luoghi
La riva occidentale del Nilo, ove si trovano le necropoli, presenta una fascia di terra coltivata (che in passato era soggetta alle benefiche inondazioni nilotiche) larga circa 2 km; segue, con il naturale innalzamento del terreno verso le colline, una fascia sterile che per prassi e come in altre aree del paese, non essendo utile alla coltivazione, veniva destinata alle necropoli. Ulteriore vantaggio derivava dalla stessa aridità che garantiva maggiore durata dei sepolcri. L’importanza dell’area funeraria è affermata, come per la città di Luxor, specie in Periodo ramesside dalla presenza di un funzionario che recava il titolo di “sindaco della città dell’Occidente”.
In corrispondenza di Karnak, che si trova sulla sponda orientale del Nilo, si trova, quasi all’imboccatura della Valle dei Re, la necropoli più antica di el-Taref seguita immediatamente da Qurna e, procedendo da nord verso sud: Dra Abu el-Naga, el-Assasif, Deir el-Bahari, El-Khokha[5] seguita da Sheikh Abd el-Qurna che un ampio vallone separa da Qurnet Marai dominata da una collina su cui si innalza il monastero copto che dà il nome alla retrostante valle di Deir el-Medina. Proseguendo verso sud si incontra la Valle delle Regine[6] , mentre ad est si trova Medinet Habu, con il tempio funerario di Ramses III a sud del quale si trova l’immensa area[7] occupata dal Palazzo reale di Amenhotep III, Malkata.
Storia della riscoperta
Di fatto, salvo rare eccezioni, la presenza delle sepolture nell’area tebana è sempre stata nota quanto meno alle popolazioni locali che ne fecero spesso abitazione, ricovero per animali o cave per materiale da costruzione[8]. In tal senso deve intendersi che non si possa trattare tout court di scoperta bensì di riscoperta dell’area e delle sepolture. Solo tuttavia con l’apertura massiccia dell’Egitto ai viaggiatori occidentali, intorno all’800, si iniziarono attività più distruttive degli apparati architettonici e artistici. Nel corso dei millenni molte tombe erano state tuttavia usurpate o riutilizzate fino al periodo romano ed oltre. Successivamente, nel periodo copto, sulle tombe o all’interno delle stesse, o sugli alti cumuli di terra da riporto derivanti dagli scavi abusivi, vennero erette alcune strutture chiesastiche o monasteriali, in arabo “deir”, che diedero, peraltro, il nome ad alcune delle necropoli[9].
Primo viaggiatore occidentale che raggiunse Tebe e le necropoli fu, agli inizi del XVIII secolo, l’abate francese Claude Sicard che nei suoi appunti di viaggio segnalò la presenza del “palazzo di Gurna” giacché con tale nome era noto, all’epoca, il Tempio funerario di Seti I di cui, oggi, non restano che labili tracce. Seguì le orme di Sicard a metà del ‘700, e fu anzi il primo viaggiatore a menzionare tombe private tebane, e a lasciarne rappresentazioni grafiche, il vescovo anglicano Richard Pococke. Nel 1799 fu la volta della spedizione napoleonica[10] seguita dai viaggi nell’area tebana di Giovan Battista Belzoni[11] che, durante la sua prima missione in Egitto (giugno-dicembre 1816) trattò non solo delle tombe, ma anche delle popolazioni locali e dei loro costumi[12].
Non molto dopo Belzoni, tra il 1828 e il 1829, la zona sarà rilevata, per la prima volta in maniera pienamente scientifica, dalla spedizione franco-toscana di Ippolito Rosellini e Jean-François Champollion, quindi dalla missione prussiana di Karl Richard Lepsius. Tra il 1824 e il 1828 soggiornerà nell’area John Gardner Wilkinson. Al 1837 risale la pubblicazione di tre volumi del Wilkinson “Manners and Customs of the Ancient Egyptians” recanti informazioni e disegni delle rappresentazioni parietali delle tombe.
I primi scavi archeologici sistematici, tuttavia, iniziarono nell’area, nel 1855, con Alexander Henry Rhind che lasciò traccia dei suoi lavori in “Thebes, its Tombs and their Tenants“[13], pubblicato nel 1862. Fu quindi la volta di Auguste Mariette che assunse la responsabilità dell’area in qualità di direttore del neo istituito Servizio delle Antichità. Ulteriori scavi nell’area vennero eseguiti nel 1878 da Victor Loret e, quindi da Flinders Petrie nel 1883.
Tra il 1907 e il 1939, le tombe furono oggetto di rilevazione e copia dei dipinti parietali a cura di una missione egiziana di cui facevano parte, tra gli altri, Norman e Nina de Garis Davies i cui lavori, in numero di oltre 300, sono oggi il cuore del dipartimento egiziano del Metropolitan Museum di New York. Nella maggior parte dei casi le riproduzioni riflettevano la situazione dei dipinti per come si trovavano all’atto del rilievo, compresi ogni danneggiamento causato dai millenni trascorsi o da intervento umano. In altri casi si preferì ricreare i dipinti per come dovevano essere quando nacquero.
Al 1913 risale la pubblicazione di “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes“, a cura di Alan Gardiner e Arthur Weigall, recante il primo elenco noto di 252 tombe.
Importante, per lo studio delle necropoli dell’area tebana, il volume 1 dell’opera di Bertha Porter e Rosalind Moss, in sette volumi nota come “Topographical Bibliography of Ancient Egyptian hierogliphic texts, reliefs, and paintings” la cui prima edizione, risalente al 1927, è stata poi successivamente sempre aggiornata ed ampliata dalla sola Rosalind Moss.
Molteplici sono state, successivamente, le missioni archeologiche di scavo nell’area provenienti da ogni parte del mondo: inglesi, francesi, americane, tedesche, italiane, ungheresi, polacche, giapponesi.
Sistema di numerazione delle tombe
Con il loro “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” del 1913, Alan Gardiner e Arthur Weigall per la prima volta elencano 252 tombe delle necropoli tebane. Nella “introduzione” al volume si precisa che la numerazione utilizzata (e marcata all’ingresso di ciascuna tomba), non segue un ordine topografico, bensì, orientativamente, quello delle scoperte. Tale criterio viene criticato dagli stessi autori, che, tuttavia, ne caldeggiano l’impiego a livello accademico onde evitare, per il futuro, incomprensioni e confusione nella già “caotica letteratura di egittologia“[14].
Dal 1913, ferma restando la numerazione assegnata da Gardiner e Weigall, le tombe di nuova scoperta sono state contrassegnate seguendo la stessa logica raggiungendo, ad oggi, il numero di 415 cui si debbono sommare altre tombe in attesa di assegnazione della numerazione o di cui, pur essendo nota storicamente ed archeologicamente l’esistenza, non è stata trovata traccia sul terreno.
Distribuzione delle tombe
Le Tombe dei Nobili sono distribuite cronologicamente in un arco che copre l’intera storia dell’antico Egitto, dall’Antico Regno al Periodo Tolemaico, con preminenza del Nuovo Regno e, segnatamente, della XVIII dinastia e del Periodo ramesside.
Tabella “A”: distribuzione per periodi
Tabella “A”: distribuzione per periodi
La tabella “A” riporta la distribuzione per periodo storico; nel caso della XVIII dinastia, più rappresentata, si è provveduto a differenziare il periodo in funzione dei regnanti.
Periodo
N.ro
Antico Regno
4
Primo Periodo Intermedio
1
Medio Regno
16
Nuovo Regno – XVIII dinastia (Ahmose I – Amenhotep I)
6
Nuovo Regno – XVIII dinastia (Thutmosi I – Thutmosi IV)
138
Nuovo Regno – XVIII dinastia (Amenhotep III – Horemheb)
39
Nuovo Regno-Periodo ramesside (?)
36
Periodo ramesside
188
XXI dinastia
3
Terzo Periodo Intermedio
2
XXV dinastia
3
Periodo Tardo
28
Periodo tolemaico
1
periodo non noto
10
Tabella “B”: distribuzione per necropoli
In tabella “B” la distribuzione per dinastie/periodi e per necropoli delle Tombe dei Nobili.
Sergio Donadoni, Tebe, Milano, Electa, 1999, ISBN 88-435-6209-6.
Mario Tosi, Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto – 2 voll.-, Torino, Ananke, 2005, ISBN 88-7325-115-3.
Alexander Henry Rhind, Thebes, its Tombs and their tenants, Londra, Longman, Green, Longman & Roberts, 1862.
Nicholas Reeves e Araldo De Luca, Valley of the Kings, Friedman/Fairfax, 2001, ISBN 978-1-58663-295-3.
Nicholas Reeves e Richard Wilkinson, The complete Valley of the Kings, New York, Thames & Hudson, 2000, ISBN 0-500-05080-5.
Alan Gardiner e Arthur E.P. Weigall, Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes, Londra, Bernard Quaritch, 1913.
Donald Redford, The Oxford Encyclopedia of Ancient Egypt, Oxford, Oxford University Press, 2001, ISBN 978-0-19-513823-8.
John Gardner Wilkinson, Manners and Customs of the Ancient Egyptians, Londra, John Murray, 1837.
Bertha Porter e Rosalind L.B. Moss, Topographical Bibliography of Ancient Egyptian hierogliphic texts, reliefs, and paintings. Vol. 1, Oxford, Oxford at the Clarendon Press, 1927.
[1] I campi della Duat, ovvero l’aldilà egizio, si trovavano, secondo le credenze, proprio sulla riva occidentale del grande fiume.
[2] Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3] I primi esempi di coni funerari risalgono alla XI dinastia, ma non sono iscritti. Originariamente policromi e lunghi fino ad oltre 50 cm, diminuiscono di dimensioni durante il Nuovo Regno. L’uso di tali manufatti è limitato, per quanto è dato di sapere, alla sola area tebana. L’alto numero di ritrovamenti, oltre 400, di cui solo una minima parte assegnabile a precise sepolture, è sintomatico della gran quantità di tombe mai scoperte, o andate distrutte nel corso dei millenni. La più vasta raccolta di coni funerari si trova presso il Petrie Museum di Londra.
[4] Le planimetrie qui riportate non sono in scala ed hanno valore esclusivamente di visione d’insieme; l’ubicazione delle singole sepolture non è topograficamente esatta, ma vuole visualizzare la concentrazione delle tombe in alcune aree, nonché il “disordine” con cui le stese sono state classificate.
[5] È incerto il significato del termine Assasif, mentre “favo” è la traduzione del termine Khokha.
[7] Il palazzo di Malkata occupava un’area di circa 350.000 mq.
[8] Tra gli anni quaranta e cinquanta del ‘900, uno degli architetti più famosi dell’Egitto, Hassan Fathy, progettò e realizzò un insediamento abitativo più prossimo alle sponde del Nilo, Qurna Girdida. Intento del governo era quello di trasferirvi la popolazione dei piccoli insediamenti che ancora occupavano le aree archeologiche causando notevoli danni anche a seguito degli scavi abusivi. L'”esperimento” non ebbe successo e le popolazioni locali occuparono solo in minima parte il nuovo abitato.
[9] Si vedano Deir el-Medina, ovvero Monastero della città, o Deir el-Bahari, Monastero del nord.
[10] Notevoli sono i disegni di Vivant Denon della tomba TT65 di Nebamun. Nel complesso, tuttavia, non molti sono i disegni relativi all’area sepolcrale tebana realizzati in loco. Nella pubblicazione finale della Description de l’Égypte furono tuttavia riportate numerose riproduzioni di testi e decorazioni che erano stati asportati e portati in Francia. Edme François Jomard riportò inoltre la descrizione di alcune tombe, nonché alcuni episodi sintomatici del trattamento cui le tombe, ed i relativi occupanti, venivano sottoposti giungendo addirittura ad usare le mummie, impregnate di bitume, come combustibile per i fuochi notturni. Nel suo resoconto, inoltre, Jomard mise in guardia gli esploratori dall’usare torce all’interno delle tombe data l’alta infiammabilità delle stesse mummie.
[11] Belzoni si avvalse anche della collaborazione di un agente locale, il greco Giovanni d’Athanasi detto “Yanni”, che iniziò, tuttavia, la stagione delle razzie sistematiche. Il d’Athanasi, infatti, non esitò a spogliare molte delle tombe note e, trovatene alcune intatte, a depredarle senza, tuttavia, lasciare alcuna traccia delle scoperte eseguite.
[12] Scrive Belzoni: «gli arabi di Gurna vivono presso l’entrata medesima delle caverne che hanno essi scoperte; innalzando muraglie di recinto, si formano abitazioni per essi e stalle per i loro cammelli, bufali, pecore, capre e cani. Il popolo di Gurna che si è arrogato il monopolio delle antichità, è gelosissimo quando i forestieri fanno ricerche per conto proprio guardandosi bene di mostrare i luoghi ove sanno certamente trovarsi qualche antichità…»
[13] Titolo completo: “Thebes, its Tombs and their Tenants ancient and present including a record of excavations in the Necropolis”.
[14] Le tombe sono riportate in ordine di scoperta in tabelle che vedono le seguenti colonne: numero; nome del/i titolare/i (in geroglifico con relativa traslitterazione); principale titolo/i del/i titolare/i (in geroglifico con relativa traduzione); periodo della sepoltura; sistema di chiusura (ove esistente, generalmente porta o cancello in ferro); ubicazione (precisazione della necropoli); riferimento alle fotografie panoramiche (tavole fuori testo) delle necropoli allegate da pag. 45 in poi.
[15] Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.
[16] Era compito dei preti “lettori” l’organizzazione delle cerimonie e la recitazione ad alta voce, durante le cerimonie sacre, degli inni previsti. Proprio per tale conoscenza delle invocazioni giuste e corrette, i “lettori” venivano considerati detentori di poteri magici.
[17] I preti “wab”, ma anche “uab”, o “uebu”, appartenevano al basso clero ed erano incaricati della manutenzione degli strumenti del culto e degli oggetti comunque ad esso connessi. A loro competeva il lavacro e l’abbigliamento giornaliero della statua del dio presso cui operavano e a loro competeva il trasporto della statua del dio (generalmente su una barca sacra) durante le cerimonie. Erano gerarchicamente sottoposti ad un “grande prete wab” cui competevano le operazioni giornaliere di culto della divinità.
Tra le tombe tebane della XIX e XX Dinastia, una delle immagini a corredo ha attirato la mia attenzione. Si tratta della tomba di Roy, identificata dal codice TT255.
Me n’ero occupato per scrivere una lezione sui riti funerari. Allego qui due diapositive che riguardano la scena del funerale di Roy.
PRIMA DIAPOSITIVA: Precedono i nobili, quattro portatori rasati che reggono un naos che potrebbe contenere i quattro vasi canopi che custodiscono gli organi interni del defunto. Sopra il naos c’è un’effige di Anubi accosciato. La didascalia che accompagna l’immagine dice, stranamente, che stanno trasportando dell’olio per rinfrescare colui che è nel sarcofago. I geroglifici didascalici sono sottodimensionati, segno che il pittore o lo scriba hanno calcolato male lo spazio necessario al testo. Lo scritto è stato riportato in un secondo tempo riducendo le dimensioni dei segni. Sotto il naos, inginocchiata, c’è una figura femminile in chiaro atteggiamento funerario e piangente con la mano destra tra i capelli. È identificata dalla didascalia geroglifica come ḥm(t).f sḫmt-ḥtp [hemet.ef sekemet-hetep] “la serva suaSekhmet-hotep (l’antroponimo significa “la dea Sekhmet è in pace“)”. Il fatto che sia identificata in modo così preciso può solo significare che fosse una persona di servizio particolarmente prediletta dal padrone.
SECONDA DIAPOSITIVA: Davanti ai due uomini piangenti c’è una donna anch’ella in atteggiamento funerario perché ha la mano destra sulla testa. In altre zone l’abbiamo già identificata come la moglie di Roy. I geroglifici incorniciati sono la sua didascalia relativa che riporta il suo grido disperato al marito: ḏd.n ḥmt.f [ʤed.en hemet.ef] Ha detto la sposa sua, mr(yt).f [merit.ef] la beneamata sua, nb(t)-tȜwy [nebet-taui] Nebet-tauy (La Signora delle Due Terre) mȜꜤ(t)-ḫrw [maat-keru] giusta di voce: “(i)m(i) ir kꜤw [imi ir kau] non fare l’abbandonare, (i)m(i) ir kꜤw pȜ ꜤȜ [imi ir kau pa aa] non fare l’abbandonare, o grande, (i)m(i) ir kꜤw.i [imi ir kau.i] non fare l’abbandonare di me!“ Il problema è che il verbo ḫȜꜤ [kaa] abbandonare è scritto per tre volte e tutte le tre volte in modo errato. Cioè per ben tre volte c’è scritto: (i)m(i) ir kꜤw [imi ir kau]. Invece la corretta grafia doveva essere: (i)m(i) ir ḫȜꜤ [imi ir kaa].
Spesso ritenute più ordinarie delle tombe dipinte dell’inizio del Nuovo Regno, le tombe tebane ramessidi sono criticate per i colori piatti e le figure pesantemente contornati , ma, di fatto, queste pitture rappresentano una consistente varietà e alcuni di esse denotano un’ottima decorazione, con caratteristiche interessanti.
Alcune scene che descrivono giardini o attività agricole (come nella tomba di Sennedjem) sono vivaci e ricche di particolari: volatili e animali sono disegnati con la massima cura.
Tomba di Sennedjem (TT 1)
Certo, nelle stesse scene le figure umane sono talvolta quasi caricaturale, rapidamente tracciate, con gambe troppo lunghe per i corpi sottili e abiti e gioielli così elaborati da rasentare il cattivo gusto.
Mentre alcune scene mostrano spiccata individualità e creatività, altre propongono una tale enfasi nei temi religiosi che sembrano aver soffocato ogni aspirazione dell’artista a oltrepassare le convenzioni.
Tomba di Khonsu (TT 31)
Entrambe le estremità di questo spettro si riscontrano nelle tombe di Roy e Shuroy a Dra Abu el-Naga: la prima possiede dipinti di buona fattura, ricchi di particolari suggestivi e innovativi, la seconda appare sbrigativa, addirittura trascurata, e priva di inventiva.
Tomba di Nefersekheru (TT 296)
Fonte
I tesori di Luxor e della Valle dei Re – Kent R. Weeks – Edizioni W Hite Star
Ramses VII, il cui nome completo era Usermaatra-Setepenra-Meriamon Ramses-Itiamon-Netehekaiunu, era figlio di Ramses VI e della Grande Sposa Reale Nubkhesbed, questo è anche attestato sul montante di una porta proveniente dal villaggio di Deir el-Medina. Di lui possediamo una documentazione estremamente scarsa, il “Papiro di Torino” (1883) attribuisce ad un imprecisato faraone del periodo un regno di 8 anni, poiché la data più alta attestata del regno di Ramses VII è l’anno 7, mese 5, alcuni ritengono trattarsi proprio di lui.
Secondo Jacobus Johansen Janssen, ciò si dovrebbe ad un ostrakon che è datato al secondo mese della stagione Shemu dell’anno 7 di Ramses VII, mentre per il ricercatore Raphael Ventura, che ha studiato il “Papiro di Torino” (1907-1908) si dovrebbero considerare undici anni di regno. Esistono anche altre ipotesi circa gli anni di regno ma poiché si differenziano di un anno o due al massimo non credo che sia il caso di citarle tutte.
Non si conosce il nome della sua Grande Sposa Reale, ma pare abbia avuto almeno un figlio chiamato Ramses,. secondo alcuni non sarà comunque lui che gli succederà al trono ma lo zio Ramses VIII, Pare che anche i successivi faraoni ramessidi provengano da Ramses VIII il quale era figlio di Ramses III.
Anche lui non deve essere stato un grande sovrano, sono lontani i tempi del Grande Ramses II, incapace o impotente non seppe dare all’Egitto un buon governo, la situazione economica continuava a precipitare, il prezzo del grano, forse anche grazie alle speculazioni del clero di Amon, che ormai cresceva senza freno alcuno, raggiunse un prezzo tale da renderlo quasi inaccessibile alla popolazione ed il tesoro della corte non riusciva più a fornire le dovute derrate agli operai.
Non agendo in alcun modo Ramses VII non faceva altro che peggiorare la situazione che si accentuerà ancor più sotto i regni che seguiranno. Notizie molto confuse parlano che in questo periodo si riscontrano anche problemi ai confini orientali. Anch’egli rispettoso delle tradizioni religiose, quando durante il suo regno morì un toro Mnevis, come i suoi predecessori, gli costruì una tomba e lo fece seppellire, con tanto di riti, nella necropoli dei tori sacri a Heliopolis. La tomba è rivolta a sud verso il tempio di Tem e si accede da una ampia porta larga 1,20 metri che conduce ad una camera di 5,86 per 7,79 metri. L’interno è decorato con rilievi che riproducono il re ed il toro Mnevis (che diventerà il dio Osiride-Mnevis) alla presenza delle divinità funerarie. Su un dipinto si può osservare il faraone che fa offerte al toro sacro che viene rappresentato sdraiato su di un piedistallo incorniciato dalle dee Iside e Nefti che lo proteggono. Per procedere all’apertura della tomba si dovette rimuovere dieci massicce lastre che formavano il soffitto, all’interno erano ancora presenti i resti dell’animale, le ossa e parte del legno del sarcofago. Nonostante la tomba fosse già stata saccheggiata fin dall’antichità, al centro delle ossa sono stati ritrovati uno scarabeo e alcune parti in bronzo che facevano parte del sarcofago. La tomba comprendeva anche una cappella di culto che venne rinvenuta nel 1902 da Ahmed bey Kamal nel sito di Arab el-Tawal, a nord del recinto principale della città del dio del sole.
La scoperta di questa tomba di Mnevis è di grande importanza in quanto poche tombe di Mnévis sono state portate alla luce a Heliopolis. La camera funeraria conteneva dieci vasi canopi, quattro in alabastro sicuramente appartenenti al toro mentre gli altri, in pietra calcarea, saranno state lasciate dopo il restauro della necropoli per preservarli dai saccheggi. Questa tomba si può considerare degna di un monumento reale, persino i mobili che accompagnavano il toro sacro, nella loro discreta semplicità ci danno un’idea delle lussuose sepolture di cui beneficiarono queste divine ipostasi.
Ramses VII morì, così, senza meriti ne gloria alle prese con una crisi irrisolvibile contro la quale però non riuscì a fare nulla. Neppure la sua tomba può trasmettere un senso di grandezza e di potere, la KV1 di piccole dimensioni è localizzata in un piccolo wadi, presso l’accesso alla necropoli, possiede comunque un ingresso monumentale benché non sia mai stata ultimata. Dopo l’ingresso si accede ad un corridoio trasformato in camera funeraria con un piccolo ampliamento del vano a causa dell’improvvisa morte del sovrano.
Nel corridoio sono presenti, a sinistra una processione degli dei solari Horakhti, Atum e Khepri con in testa il re, a destra, sempre il re in testa, una processione composta dagli dei Ptah, Sokar e Osiride, seguono capitoli del “Libro delle Porte” e dal “Libro delle Caverne”. Prima di quella che parrebbe una camera funeraria sono rappresentate le dee Uerethekau, Sekhmet e Bastet.
Il sarcofago non esiste, probabilmente il corpo venne sistemato in una fossa aperta nel pavimento sulla quale fu poi posta una grande lastra di pietra. Le pareti della “camera funeraria” presentano brani del “Libro della Terra” mentre sul soffitto sono rappresentate due raffigurazioni della dea Nut oltre alle costellazioni dello zodiaco egiziano. La difficile situazione economica del paese in quel momento sicuramente ha inciso di brutto.
La KV1 era anch’essa conosciuta fin dall’antichità, lo testimoniano numerosi graffiti greci e copti come pure si riscontra che venne utilizzata come abitazione da parte di eremiti cristiani. Sicuramente venne sepolto nella KV1 ma la sua mummia non fu mai trovata, non fu neppure trasportata nella cachette DB320 di Deir el-Bahari dove però, nel 1881, furono trovate quattro vasi in faience che riportavano il nome di Ramses VII il che potrebbe suggerire che uno dei corpi non identificati fosse suo.
Nel soffitto della “camera funeraria” della KV1 è raffigurata la dea leonessa Sekhmet (dea della guerra) forse a conferma di un detto antico egizio secondo il quale a volte la dea Sekhmet abbandonava le sembianze di leonessa per diventare un gatto, la dea dell’amore Bastet.
La capitale rimase a Pi-Ramses ed il sovrano potrebbe aver alloggiato presso la città di Tellel-Yahoudieh tra Heliopolis e Pi-Ramses. Su di una stele, oggi alla National Gallery of Victoria a Melbourne, in Australia, si trova un simbolo del culto di una statua del re, il dipinto presenta Ramses VII come una statua mentre deambula. Indossa la corona bianca (hedjet) dell’Alto Egitto e tiene in mano gli scettri Heka e Nekhekh, di fronte, sul segno séma-taouy, si trova il doppio cartiglio del re. I rapporti che Ramses VI intrattenne con L’Alto Egitto sono scarsamente attestati, da alcuni ostraka dove si evince la poca attenzione che veniva prestata alla sua tomba da parte degli operai di Deir el-Medina.
Fonti e bibliografia:
Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, n. 1, Roma, Aracne, 2005
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Alan Gardiner e R.O. Faulkner,”The Wilbour Papyrus”, Oxford, 1941-1952
Alfred Heuss ed alt, “I Propilei”, Verona, Mondadori, 1980
Nichelas Reeves, Richard Wilkinson, “The complete Valley of the Kings”, Thames & Hudson, 2000
Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
Alberto Siliotti, “Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane”, White Star, 2010
Alberto Siliotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
Erik Hormung, “La Valle dei Re”, trad. di Umberto Gandini, ET Saggi, Torino, Einaudi, 2004
Ramses Amonherkheoshef Netjerhekaiunu, “nato da Ra-Amon è con il suo forte braccio Dio sovrano di Iunu [Eliopoli]”, zio di Ramses V, alla morte del nipote che non ebbe alcun figlio, sali al trono come Ramses VI assumendo il nome regale di Nebmaatra Meriamon “Ra è Signore di Maat, amato da Amon”.
Figlio di Ramses III e della Grande Sposa reale Iside Ta-Hemdjert poté vantare il diritto alla successione. Secondo alcuni è probabile, ma non certo, che fosse figlio di Ramses III ma lui, per ribadire la sua origine diretta dal grande sovrano, fece iscrivere il suo nome nella lista dei figli di Ramses III nel tempio di Medinet Habu, tanto per chiarire le cose nei confronti di eventuali pretendenti indiretti ossia i discendenti dei fratelli di Ramesse III.
La sua Grande Sposa Reale fu Nubkhesbed (che vuol dire “oro e lapislazzuli”), da lei ebbe due figli, il primogenito, Amonherkhepsef, erede designato del padre, il quale però gli premorì. Amonherkhepsef venne comunque sepolto nella Valle dei Re ma, per mancanza di tempo per costruirgli una tomba, venne riutilizzata quella del cancelliere Bay (KV13), vissuto alla fine della XIX dinastia. La tomba fu nuovamente decorata appositamente per il principe con la rappresentazione di sue immagini. Per quanto riguarda il sarcofago venne riutilizzato quello della regina Tausert (prima sepolta nella vicina tomba KV14, poi traslata nella KV15) sostituendo il suo nome con quello del principe.
Altri figli di Ramses VI furono Ramses, che gli succederà al trono assumendo il nome di Ramses VII, Panebenkemyt ed una figlia, Iside, principessa e sacerdotessa alla quale venne assegnato il titolo di “Divina sposa di Amon” nel tempio di Karnak per poter avere ancora qualche rapporto con lo strapotere del clero. La regina Nubkhesbed è ricordata nella tomba KV13 del figlio Amonherkhepsef e su di una stele della figlia Iside a Copto.
Mentre a Tebe il Sommo Sacerdote di Amon aumentava la sua influenza sulla corte accumulando un potere tale da mettere in ombra quello del faraone, Ramses VI non faceva nulla per contrastarlo e la decadenza e l’indebolimento del potere centrale continuavano indisturbati e progredire e porteranno, nel giro di pochi decenni, alla fine del Nuovo Regno. Sfuma anche l’influenza egizia nel Sinai dove quello di Ramses VI è l’ultimo faraone del cui nome si abbia traccia.
La situazione interna molto instabile ebbe ripercussioni anche nel villaggio operaio di Deir el-Medina dove gli operai, addetti alla manutenzione delle tombe reali, vennero ridotti a 60 mentre nel villaggio aumentava un senso di timore verso un imprecisato nemico, fosse una guerra civile o movimenti di genti armate.
Forse con l’intento di allontanarsi il più possibile da Tebe, ormai completamente in mano al “Primo Profeta di Amon” Ramessenakht, che rese la sua carica ereditaria, Ramses VI trasferì la residenza reale nella regione del Delta a Tani. Come costruttore Ramses VI non ci ha lasciato molto, per lui era più semplice usurpare i monumenti già costruiti dai suoi predecessori sostituendo i cartigli.
Secondo il parere dell’egittologo Raphael Ventura, che ha ricostruito il “Papiro di Torino 1907+1908”, Ramses VI potrebbe aver regnato per otto anni interi, morì nel secondo mese del suo nono anno di regno. Anche l’egittologo olandese Jac J. Jansen concorda nell’assegnargli otto anni di regno, basandosi su quanto riportato sull’ostrakon IFAO 1425, che cita il prestito di un bue nell’ottavo anno di un re che non può che essere Ramses VI.
Il fatto che abbia regnato otto anni è stato dedotto anche da un grafito a Tebe (cat. 1860a) dove viene anche nominato il sacerdote Ramessenakht, graffito che in un primo tempo venne attribuito a Ramses X, attribuzione poi abbandonata a favore di Ramses VI.
Alla sua morte, come aveva già deciso in precedenza, venne posto nella tomba KV9 dove si trovava già suo nipote Ramses V, non è chiaro se rimasero entrambi nella stessa tomba. La tomba venne profanata dai ladri una prima volta 15 anni dopo la sepoltura, sul trono regnava da 9 anni Ramses IX e, una seconda qualche anno dopo quando il sarcofago in granito venne rovesciato e rotto e la mummia fu danneggiata. Anche la sua mummia fu riassestata e trasferita nella tomba KV35 di Amenhotep II.
Fonti e bibliografia:
Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, n. 1, Roma, Aracne, 2005
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Alan Gardiner e R.O. Faulkner,”The Wilbour Papyrus”, Oxford, 1941-1952
Alfred Heuss ed alt, “I Propilei”, Verona, Mondadori, 1980
Nichelas Reeves, Richard Wilkinson, “The complete Valley of the Kings”, Thames & Hudson, 2000
Christian Jacq, “La Valle dei Re”, traduzione di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
Alberto Siliotti, “Guida alla Valle dei Re, ai templi e alle necropoli tebane”, White Star, 2010
Alberto Siliotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
Erik Hormung, “La Valle dei Re”, trad. di Umberto Gandini, ET Saggi, Torino, Einaudi, 2004
Nuovo Regno, Diciottesima Dinastia, regno di Amenhotep IV – Akhenaton Dimensioni (senza lo zoccolo): 33,7 x 19,5 x 23,5 centimetri Folkwang Museum, Essen (Germania) (inv. P 100)
Testa in calcare cristallino di Nefertiti, da Tell el-Amarna
Questa testa, dalle dimensioni quasi reali, probabilmente decorava una delle quattordici stele confinarie reperite a Tell el-Amarna. I cippi furono eretti da Akhenaton (1377 – 1358 B.C.) dopo aver trasferito la propria residenza da Tebe alla nuova città di Akhetaton, sul sito dell’odierna Tell el-Amarna.
La testa cinge un copricapo-corona che si innalza ripido fino ad una cima piatta, un oggetto caratteristico nelle raffigurazioni di Nefertiti e a lei riservato.
Il viso, piuttosto danneggiato, ha perduto il mento, parte della bocca, il naso e l’orecchio destro.
La scultura vista lateralmente; sono evidenti i danni da essa riportati.
L’ureo al centro della fronte, sul corpo della corona, è stato anch’esso severamente danneggiato e strappato.
Una corona simile, come è noto, è indossata dal celeberrimo busto dipinto di Nefertiti che può essere ammirato nella collezione egizia dello Staatliche Museen di Berlino e che fu scoperto da Ludwig Borchardt nel 1912, durante la campagna di scavi ad Amarna, nell’atelier dello scultore Tuthmose.
Un raffronto col celeberrimo busto di Berlino
La pregevole scultura è stata acquisita dal Folkwang Museum nel 1961, nell’ottica dell’ampliamento della sua collezione archeologica.
Alabastro – Altezza 36,5 cm Museo Egizio di Torino – Collezione Drovetti, C 3208
I casi canopi prendono il loro nome dalla città di Canopo, nel Delta egizio, dove era venerato il dio Osiride che qui aveva la forma di un vaso panciuto sormontato da una testa umana.
I vasi canopi, presenti sempre nel numero di quattro nei corredi funerari, sono infatti forniti da coperchi che, dalla fine della XVIII Dinastia, assunsero l’aspetto di teste umane e animali.
La comparsa di questi particolari recipienti è legata alo sviluppo delle pratiche di imbalsamazione.
Il loro scopo era infatti quello di contenere le viscere del defunto asportare prima della fase di bendaggio del cadavere.
Gli organi, una volta prelevati, subivano un trattamento volto a garantirne la conservazione e ciascuno di essi veniva infine deposto in un determinato vaso canopo posto sotto la tutela di uno dei quattro figli di Horus :Hamset proteggeva il fegato contenuto nel vaso a testa umana, Hapi i polmoni contenuti nel vaso a testa di babbuino, Duanutef lo stomaco contenuto nel vaso a forma di sciacallo e infine Khebesenuef proteggeva gli intestini conservati nel vaso a testa di falco.
Sul corpo di ciascun vaso si trova in genere un’iscrizione in colonne che riporta il nome del dio associato a quello di una divinità femminile corrispondente, oltre al nome e alla titolatura del defunto che, nel caso di questi raffinati esemplari in Alabastro del Museo torinese, era il dignitario Wah-ib-Ra.
Fonte
I grandi musei, il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa