Tra i bracciali di Psusennes I, questi sono forse i più particolari, sia per la foggia sia per la “provenienza”.
Con un diametro esterno di 6.1 cm ed un’altezza di 4.5 cm, sono formati da sette anelli sovrapposti di circa 6 mm di diametro, divisi in semi anelli dalla chiusura a scomparsa e dalla cerniera sul lato opposto, composte entrambe da tre tubuli verticali a piccoli anelli.
In oro massiccio, pesano 128 grammi ciascuno.
All’interno degli anelli 3 e 5 è inciso un testo su due righe in geroglifici, che riporta il proprietario (“Il Re, il Signore delle Due Terre, il Primo Profeta di Amon-Ra, il Re degli Dei, Figlio di Ra, Psusennes, amato da Amon”) e colei che l’ha donato: “Fatto per la Sua Maestà dalla Grande Sposa Reale, Signora delle Due Terre, Mutnodjemet”.
Si vede all’interno degli anelli 3 e 5 l’iscrizione di Mutnodjemet
Sappiamo quindi da questa iscrizione che i bracciali furono donati a Psusennes dalla moglie e sorella Mutnodjemet. Da notare però che Montet, anche a causa di altre iscrizioni della tomba e di un altro bracciale, aveva interpretato la scritta come “…Psusennes Amato da Amon, NATO DALLA Grande Sposa Reale…” attribuendo a Mutnodjemet il ruolo di madre del Faraone. Tuttora il ruolo di Mutnodjemet è oggetto di discussione tra gli esperti.
La foto originale di Montet della coppia di bracciali
Comunque stessero le cose, Mutnodjemet sembra ricoprire un ruolo importante alla morte di Psusennes, o che la sua memoria sia venerabile in quella data. La sua tomba era a fianco di quella di Psusennes, ma lei in quella tomba non c’è, e forse non c’è mai stata.
Ma allora, cosa è successo a Mutnodjemet? Cercheremo più avanti di capirlo
FONTI:
Pierre Montet, La nécropole royale de Tanis (Parigi, 1951):
Pierre Montet, Les constructions et le tombeau de Psousennes à Tanis (1951)
Tanis: tesori dei faraoni, Henri Stierlin e Christiane Ziegler , Seuil, 1987Tesori d’Egitto – Le meraviglie del Museo Egizio del Cairo, Francesco Tiradritti
Parlare dei faraoni della XX dinastia è un problema, come abbiamo detto in precedenza gli epitomatori di Manetone fanno riferimento a quanto avrebbero appreso dallo stesso nelle sue “Aegyptiaca” cioè che regnarono dodici sovrani di Diospoli (Tebe) per 135 o 178 anni, anche se in realtà furono solo dieci.
La XIX dinastia finì con un periodo di anarchia, dopo i regni di Siptah e Tausert, ma subito giunse Sethnakht che con tutta probabilità non era di stirpe reale ma un comandante dell’esercito nel quale aveva già servito fin dai tempi di Merenptah. Potrebbe essere stato imparentato in qualche modo con la famiglia reale ma non certo al punto da vantare diritti alla successione. Visto lo sfacelo provocato dai sovrani che lo avevano preceduto, Sethnakht si ribellò ed assunse i pieni poteri riportando rapidamente l’ordine in tutto l’Egitto.
Sethnakht fu il primo sovrano della XX dinastia ma di lui non sappiamo quasi nulla. Il suo glorioso passato come militare lo portò a rifiutare di essere considerato successore di Siptah e Tausert tanto che non li considerò mai ritenendosi successore di Seti II. Da alcuni viene considerato un usurpatore (ma di chi?), dopo Tausert non è che ci fossero pretendenti al trono. Dal suo nome teoforo riferito a Seth si può ritenere che la sua provenienza fosse il Delta del Nilo.
Abbiamo già accennato, parlando di Tausert, del fatto che alla sua morte, o poco prima, scoppiò una guerra civile il cui svolgimento è raccontato sulla Stele di Elefantina fatta incidere nel secondo anno di regno di Sethnakht nella quale si parla di una guerra civile innescata da suoi oppositori nel nord dell’Egitto appoggiati da non meglio specificati mercenari “asiatici”. Sethnakht emerse vittorioso dalla contesa riuscendo a schiacciare i suoi oppositori ed a impadronirsi dell’oro, ornamenti e vesti preziose che avevano accumulato i mercenari asiatici. A questo punto si dedicò alla ricostruzione e riorganizzazione del suo regno. Troviamo conferma anche nel Papiro Harris che attribuisce a Sethnakht il merito di aver riportato l’ordine e la tranquillità nell’intero Egitto.
La sua Grande Sposa Reale, e madre dell’erede Ramses III, fu Tiy-Mereneset, forse figlia di Merenptah. Si pensava che il suo regno fosse durato 2 o 3 anni ma nel 2007 è stata rinvenuta una stele di quarzo, appartenuta a Bakenkunshu “Primo Profeta di Amon” dove è citato il quarto anno di regno di Sethnakht. In quanto a costruzioni non troviamo opere di rilievo ad eccezione del tempio di Amon-Ra a Karnak che Sethnakht fece iniziare ma a completarlo ci penserà poi suo figlio Ramses III. Fece anche iniziare la costruzione della tomba KV11 che sarà poi del figlio Ramses III, ma dovette interrompere i lavori perché durante lo scavo andò a sconfinare nella KV10 di Amenmesse.
Quando Sethnakht assunse al trono fece traslare il corpo di Seti II nell’attuale KV15 usurpando la tomba e forse facendo distruggere il corpo di Tausert sostituendosi a lei nelle decorazioni parietali. Va chiarito che queste sono solo supposizioni poiché nulla dimostra che ciò corrisponda al vero.
La tomba KV14 venne fatta ampliare da Sethnakht rendendola una delle più estese della Valle dei Re, dall’ingresso si dipartono otto corridoi in discesa attraverso i quali si raggiunge una camera funeraria con soffitto a volta sorretto da otto pilastri con quattro camere incompiute agli angoli, probabilmente questa doveva essere la camera funeraria di Tausert e forse dello stesso Seti II.
Sul lato posteriore, due corridoi in piano portano alla camera funeraria che il faraone Sethnakht aveva fatto costruire per se, qui si trova un sarcofago in granito danneggiato con il relativo coperchio, segue un altro corridoio, non ultimato. I corridoi sono decorati con i capitoli del “Libro dei Morti” e del “Libro delle Porte”, in quella che avrebbe dovuto essere la camera di Tausret si trova un soffitto astronomico e sulle pareti testi del “Libro delle Porte” e del “Libro delle Caverne”. Molto simile a questa è anche la camera funeraria di Sethnakt.
Per quanto riguarda il sarcofago di Sethnakht si pensa che anche questo sia stato usurpato a Seti II. Alla sua morte, Sethnakht venne in un primo tempo collocato nella tomba KV14 poi non si hanno più notizie sulla collocazione della sua mummia.
Nel 1898, l’egittologo Victor Loret scoprì la tomba KV35, la tomba, inizialmente prevista per Amenhotep II, venne usurpata poi agli inizi del Terzo Periodo Intermedio. Durante la XXI dinastia venne utilizzata come deposito per la mummie che venivano riposte nelle varie stanze della tomba per salvarle dalle incursioni dei ladri che si facevano sempre più frequenti. Mentre le mummie collocate nel locale h2 della tomba sono state riconosciute, negli altri locali si trovano numerosi corpi o resti non identificabili. Secondo alcuni la mummia di Sethnakht sarebbe la cosiddetta “mummia nella barca” (una mummia rinvenuta già sbendata, forse per un antico saccheggio, riversa in una barca rituale di legno).
Inutile dire che altri non la pensano così, l’egittologo Aidan Dodson non concorda con l’assegnazione a Sethnakht della mummia in quanto a suo parere sarebbe la mummia di un parente di Amenhotep II proprietario della tomba. Il dibattito non ha più ragione di esistere perché nel frattempo la “mummia nella barca” è sparita in seguito ad un saccheggio nel 1901 prima che fosse possibile ogni analisi.
Fonti e bibliografia:
Cyril Aldred, “I Faraoni: l’impero dei conquistatori”, Milano, Rizzoli, 2000
Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 2002
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
Christiane Desroche-Noblecourt e AA.VV . “Egitto” – Rizzoli Editore, 1981
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2006
Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Bari, Laterza, 1990
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Alfred Heuss e atri., “I Propilei”, Verona, Mondadori, 1980
Condivido con voi la falsa porta di Khenu perché l’immagine è molto suggestiva. Soprattutto per me che m’interesso di Filologia Egizia. Non nego che mi piacerebbe utilizzare il reperto come un Laboratorio Breve.
Intanto ne vediamo insieme, velocemente, tre parti. Si tratta dell’architrave maggiore, della tabella e dell’architrave medio. L’architrave minore non lo considero perché riporta una parte del testo delle altre superfici analizzate e quindi non è originale da tradurre.
Come al solito ho aggiunto la codifica fonetica IPA per far leggere i geroglifici a chi non li avesse ancora studiati (cosa aspettate?)
Per coloro che volessero cimentarsi in questa stupenda ginnastica intellettuale che è la Filologia Egizia, non posso che consigliare i seguenti testi:
Papiro – Altezza cm 37, Lunghezza cm 450 Tebe Ovest, Tomba della regina Inhapy – Scavi del Servizio delle Antichità Egiziano 1881 XXI Dinastia, Pontificato e regno di Pindujem I Museo Egizio del Cairo – SR VIII. II488.
All’inizio del Terzo Periodo Intermedio, L’Egitto meridionale era governato di fatto dai sommi sacerdoti di Amon.
Pindujem I non fece altro che ratificare una situazione già consolidata, quando, nella seconda parte del suo lungo pontificato, decise di assumere la titolatura faraonica.
Il suo nome racchiuso nei cartigli compare su questo pregiato esemplare del Libro dei Morti, il cui ritrovamento è legato a una delle più clamorose scoperte della storia dell’egittologia : nel 1881, a Deir el-Bahari, sulla riva occidentale del Nilo di fronte a Karnak, furono rinvenute le mummie dei più grandi faraoni del Nuovo Regno, che erano state nascoste dai sacerdoti di Amon nella tomba rupestre della regina Inhapy, nel tentativo di sottrarle alla devastazione dei ripetuti saccheggi delle sepolture reali.
Insieme agli antichi sovrani, erano sepolti anche alcuni membri del clero di Amon, fra cui Pinudjem I; la sua mummia, deposta nel sarcofago appartenuto a Thutmosi I, era in parte sbendata e custodiva fra le gambe un rotolo di papiro contenente alcuni capitoli illustrati del Libro dei Morti.
Questo testo funerario, i primi esemplari del quale risalgono alla fine della XVIII Dinastia, consiste in una raccolta di formule magico-religiose destinate ad accompagnare il defunto nel suo viaggio.
Destinato in un primo tempo al sovrano e ai membri della famiglia reale il Libro dei Morti si diffuse ben presto fra i ceti più abbienti; veniva sistemato nel sarcofago, sotto le mani o fra le gambe del defunto, oppure riposto in un vano nella parete della tomba.
I testi, scritti con inchiostro nero e rosso, erano incorniciati in alto e i basso da linee orizzontali colorate, illustrati da raffinati disegni dipinti in colori vivaci.
I papiri erano di dimensioni variabili, perché diverso era il numero delle formule e delle immagini a seconda delle possibilità economiche del committente.
I capitoli non avevano una successione prestabilita, solo durante la XXVI Dinastia venne fissata la sequenza delle 165 formule canoniche, alle quali ne vanno aggiunte altre 30 recentemente individuate.
Il Libro dei Morti è stato convenzionalmente diviso dagli egittologi in 5 sezioni che comprendono:
I testi relativi alla sepoltura (Capitoli 1-30)
L’allontanamento dei nemici e l’invocazione di alcune divinità (Capitoli 31-63)
L’uscita dalla tomba e l’assunzione di forme diverse per agevolare gli spostamenti nell’aldilà (Capitoli 64-92)
L’attraversamento nel cielo sulla barca solare e l’ arrivo al cospetto di Osiride, dio dei morti (Capitoli 93-125)
La descrizione dell’Oltretomba (Capitoli 126-165)
Nel capitolo 125, punto cruciale del testo, il defunto deve affrontare il giudizio di un tribunale costituito da 42 divinità e presieduto dal dio Osiride, Anubi e Horo procedendo alla pesatura del cuore e Thot che registra il risultato: se il giudizio è negativo il cuore viene dato in pasto ad Ammut, se positivo, il defunto vivrà felicemente nelle fertili campagne dell’Oltretomba.
La scena che accompagna questo capitolo compare frequentemente sui papiri.
Il Libro dei Morti di Pindujem contiene i Capitoli 23, 27, 30, 71, 72, 110, 135 e 141.
Le raffigurazioni rappresentano: Pinudjem in adorazione al cospetto di Osiride, l’uscita dalla tomba, la pesatura del cuore, Ra emergente all’oceano primordiale con Mehet-uret ( la Grande Inondazione) e Thot dalla testa di Ibis; una serie di divinità ripartite in registri all’interno di una cornice naos sormontata da un fregio di piume, emblemi della dea Maat; i campi di Iaru, regno dei beati, nel quale il defunto è intento a occupazioni agresti; i 42 giudici del tribunale di Osiride, davanti a due divinità femminili assise, Maat, la giustizia, e Maaty, la doppia giustizia.
Fonte
I Tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star
Per le fotografie ringrazio Nico Pollone per la sua disponibilità.
Per quanto riguarda la XX dinastia, oltre al solito Manetone (che va sempre preso con cautela) ci viene in aiuto il famoso Papiro Harris. Risalente al regno di Ramses IV il papiro scritto in ieratico è di carattere religioso-storico e chi parla è Ramses III. La parte religiosa non è altro che un elenco di donazioni fatte dallo stesso Ramses III ai templi delle varie divinità da Tebe a Eliopoli a Menfi, Karnak e molti altri, elenco che occupa quasi per intero il papiro e si conclude con la richiesta di benedizione al proprio figlio Ramesse IV. Nella parte storica del papiro vengono narrati gli avvenimenti e i torbidi sociali che hanno caratterizzato l’inizio della dinastia e di come Ramesse III avesse riportato la stabilità riorganizzando l’amministrazione dello stato e soprattutto l’esercito.
Nel papiro il sovrano descrive le spedizioni da lui organizzate a Punt, per l’approvvigionamento della mirra, nel Sinai per il turchese, pietra magica molto ricercata, ed in un luogo non specificato per il rame. Sono descritte le varie guerre contro i popoli del mare condotte anche grazie all’integrazione nell’esercito dei Shardana e dei Mashuash fatti prigionieri che avevano fatto atto di sottomissione allo Stato. Ovviamente, come era uso in Egitto, il papiro a noi giunto, forse copia di un originale, voleva essere un elogio al padre Ramses III da parte del figlio perché incontrasse il favore degli dei nel suo viaggio nell’aldilà, nel contempo dimostrare la fedeltà di Ramses IV nei confronti del padre e dello stato, non deve essere preso alla lettera in quanto non ha alcuna pretesa storica.
Come abbiamo detto il papiro ci parla anche del periodo successivo alla morte della regina Tausert che fu caratterizzato da disordini che non permisero una successione immediata di Setnakht cosa che avvenne dopo un certo lasso di tempo. Lasso di tempo che potrebbe essersi protratto per qualche anno secondo un brano nel quale si paragona questo periodo ad uno precedente di depressione, anche se pare in gran parte immaginario:
<<………la terra d’Egitto fu gettata alla deriva, e ognuno aveva una propria legge, e per molti anni (?) non vi fu nessuno a governare, finché venne un tempo in cui lo stato egizio era formato da principi e capi di villaggio, e in alto e in basso gli uomini si uccidevano fra di loro. Poi venne un altro tempo fatto di anni vuoti, quando Arsu, un siriaco, si eresse a loro principe e rese tutto il paese tributario sotto il suo dominio………>>.
Il testo continua a raccontare di stragi e della negligenza verso il culto degli dei finché la pace non venne ristabilita con l’ascesa al trono del faraone Setnakht. E’ chiaro che lo scopo di questo brano è più che altro quello di esaltare il nuovo sovrano e per farlo lo scriba è ricorso a notizie che riguardano la XVIII e XIX dinastia e che risalgono a tempi precedenti la dominazione degli Hyksos.
Viene da pensare che l’accenno ad “Arsu, un siriaco” altro non sia che un velato riferimento a “colui che aveva fatto il re“, il cancelliere Bay.
Manetone parla di dodici sovrani di Diospoli (Tebe) che si sarebbero avvicendati al trono per 136 anni secondo Sesto Africano, o per 178 secondo Eusebio da Cesarea, racconta di un periodo di eventi emozionanti, e di almeno un grande faraone (che però non cita). Nonostante i nemici dell’Egitto, dopo le umilianti sconfitte subite in precedenza premessero sempre più ai confini, gli inizi della XX dinastia lasciavano presagire un periodo di relativo splendore.
In realtà i faraoni di questa dinastia furono dieci e se escludiamo Setnakht, Ramses III, Ramses IX e Ramses XI, la durata degli altri fu alquanto breve, decisamente inferiore a quella che Manetone cita per l’intera dinastia (in totale circa 110 anni). Questi faraoni continuarono a far scavare le loro tombe nella Valle dei Re ma non tutti i Ramessidi vennero sepolti nelle loro tombe e le mummie di almeno tre di essi furono in seguito traslate nella tomba di Amenhotep II con le altre.
Cosa strana è il fatto che, a differenza dei loro predecessori, i faraoni della XX dinastia costruirono le loro tombe secondo uno stile diverso, invece di occultare l’ingresso della tomba per prevenire eventuali violazioni, questi dotarono l’ingresso di un maestoso portale completamente visibile. Immaginatevi che manna per i razziatori di tombe. Va detto inoltre che questi, per la maggior parte insignificanti sovrani, si muovevano assai raramente dai loro palazzi nel Delta noncuranti dell’importanza e delle ricchezze che accumulavano i sacerdoti di Amon-Ra. Come vedremo questo atteggiamento avrà conseguenze molto gravi nella storia successiva.
Non si costruirono più grandiosi monumenti, salvo in alcuni casi, non scoppiarono più guerre con gli asiatici e con Ramses VI cessarono pure le spedizioni in Sinai. L’Egitto si trovò ad affrontare un progressivo e lento decadimento, ma nonostante tutto incontriamo in questo periodo numerose iscrizioni e papiri di grande interesse che trattano argomenti di varia natura completamente slegati fra loro come fossero articoli a se stanti senza alcun collegamento materiale o geografico tra loro. Verso la fine della dinastia il faraone era in effetti il sovrano solo del Nord mentre al Sud il vero sovrano era il pontefice di Karnak.
Come abbiamo detto questo è un periodo dove abbondano le testimonianze scritte più che in qualsiasi altro periodo della storia egizia. Queste però provengono in massima parte dalla zona di Tebe, abbiamo numerosi diari di lavoro degli operai delle necropoli i quali lamentano l’assenza di direttive precise per i lavori tanto che per lunghi periodi di tempo rimangono in ozio. In alcuni scritti si lamenta l’eccessiva presenza di stranieri a Tebe, Libi o Meshwesh. Certamente costoro non erano graditi e non facevano nulla per esserlo e spesso erano causa di sollevamenti o tumulti con evidenti e disastrose conseguenze sulla popolazione indigena.
Le difficoltà politiche ed economiche che caratterizzano questo periodo storico portano ad una sospensione delle razioni dei lavoratori. A causa di questo si innesca un lungo conflitto tra i lavoratori che vivono a Deir el-Medina e le autorità governative. Abbiamo notizie certe sulle difficoltà che dovevano affrontare gli operai in quel periodo. Più di una volta le razioni furono distribuite ai lavoratori con due mesi di ritardo. Al Museo Egizio di Torino è custodito un papiro che riveste una grande importanza per illustrare la situazione, in modo particolare quella che si venne a creare durante il regno di Ramses III, il cosiddetto “Papiro dello sciopero”.
Il testo in ieratico, scritto dallo scriba Amunnakht, riporta la notizia di quello che si può considerare a tutti gli effetti il primo “sciopero” della storia. In un primo tempo i lavoratori si ribellano rifugiandosi prima nella necropoli di Tebe e poi nei templi di Tutmosi III e Ramses II. Le autorità decidono di accordare agli scioperanti il pagamento delle razioni di grano mensili da loro richieste ma i tumulti continuano perché gli scioperanti volevano parlare direttamente col faraone. Il resto del papiro si perde in una confusione di differenti testi.
Fonti e bibliografia:
Cyril Aldred, “I Faraoni: l’impero dei conquistatori”, Milano, Rizzoli, 2000
Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 2002
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
Christiane Desroche-Noblecourt e AA.VV . “Egitto” – Rizzoli Editore, 1981
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2006
Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Bari, Laterza, 1990
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Alfred Heuss e altri., “I Propilei”, Verona, Mondadori, 1980
Siamo alla fine della XIX dinastia, come avevo già anticipato questo è un periodo non molto chiaro dove le notizie sono spesso confuse. Pare comunque che a chiudere questa dinastia sia toccato ad una donna, Tausert (o Tausret o Twosret).
Figlia di Meremptah e forse della regina Takhat, quindi forse sorella del faraone usurpatore Amenmesse, fu la seconda Grande Sposa Reale di Seti II con il quale pare non abbiano avuto figli. Alla morte di Seti II, in quanto unica matrigna del giovane Siptah il quale aveva solo una decina di anni, governò con lui come reggente ed alla sua morte gli successe al trono come faraone.
Durante la reggenza non fu sola ma sempre affiancata dall’onnipotente cancelliere Bay di cui abbiamo già ampiamente parlato.
Secondo la tradizione avrebbe governato per sette anni anche se ciò non corrisponde alla realtà. Tausert iniziò a contare i suoi anni di regno partendo dalla morte di Seti II annullando i sei anni in cui regnò Siptah, lei governò per circa un anno e mezzo. In realtà potrebbe aver regnato anche qualche anno in più, è quanto emerge da un riferimento al suo nono anno di regno che è stato scoperto nel suo tempio funerario a Gurna.
Una curiosità che ci arriva da Manetone per mezzo dei suoi epitomatori, lo storico ellenistico colloca il regno di Tausert nello stesso periodo in cui cadde Troia, Joyce Tyldesley, nel suo libro “Chronicle of the Queens of Egypt” ci riporta il testo:
<<.…..Thuoris, che in Omero è chiamato Polibio, marito di Alcandra è nel cui tempo Troia fu presa…….>> (Per Manetone Tausert, in quanto faraone la cita come un maschio).
Theodore Davis, egittologo statunitense, durante una campagna di scavi nella tomba KV56 rinvenne dei gioielli che riportavano il nome della regina e del suo consorte Seti II, trovò anche altri gioielli appartenenti a Ramesse II.
Per quanto riguarda la tomba KV56 il titolare è sconosciuto, secondo Cyril Aldred sarebbe appartenuta alla stessa Tausert e ad una figlia di Seti II, secondo altri, tra cui Gaston Maspero, non si tratterebbe di una vera tomba ma solo di un nascondiglio per parti del corredo funerario di Tausert.
Alla morte di Siptah, Tausert si attribuì prerogative reali, e, come se ciò non bastasse si autodefinì, “Figlia di Ra, Signora di Ta-Merit, Tausert di Mut” e tale si proclamò a partire dalla morte di Seti II annullando l’esistenza del giovane Siptah. Arrivò anche a far modificare le pitture già predisposte nella sua tomba (KV14) facendo sostituire, le figure che la ritraevano in compagnia di Siptah, con Seti II.
Secondo alcuni questa condanna postuma indurrebbe a credere che Siptah non fosse figlio di Seti II ma del faraone usurpatore Amenmesse, su quest’ultima ipotesi si sta ancora dibattendo.
Anche Tausert, come prima di lei Hatshepsut, in quanto donna, incontrò alcune difficoltà nell’affrontare il protocollo reale. A differenza della regina Hatshepsut, Tausert non compare mai con la barba posticcia tipica dei faraoni anche se in una statua ad Eliopoli dove compare come donna, i titoli che sono in essa riportati sono equivoci in quanto sono misti, femminili e maschili. Come regina assunse anche il ruolo di “Sposa del Dio”, riferito ad Amon di Tebe, una carica di notevole prestigio tanto che nel tempio di Amada viene rappresentata in queste vesti.
Contrariamente a quanto per anni gli egittologi hanno creduto, ovvero che Tausert abbia regnato con l’appoggio del cancelliere Bay, in effetti la regina poté contare sul cancelliere solo per un certo periodo della reggenza poiché nel suo quinto anno di regno Siptah lo fece giustiziare.
Certo non dovette stare con le mani in mano, la regina, si ha notizia di varie spedizioni minerarie in Palestina ed in Siria ai giacimenti di turchese, mentre iscrizioni riconducibili a Tausert compaiono in varie località. Il suo nome compare ad Abido, Ermopoli, Menfi ed in Nubia e statue che la ritraggono si trovano a Eliopoli ed a Tebe.
Altre testimonianze che ci parlano di lei compaiono sulla Stele di Bilgai, eretta in occasione dell’inaugurazione di un monumento presso Sebennito nel Delta; una statua che la rappresenta con in braccio il piccolo Siptah; e inoltre il suo nome compare accanto a quello di Siptah nelle miniere di turchese di Serabit el-Khadim e Timna nel Sinai; il suo cartiglio è stato trovato impresso su di un vaso in faience a Tell Deir Alla, in Giordania. Tausert iniziò a farsi edificare un tempio funerario nei pressi del Ramesseum la cui esecuzione fu presto interrotta, dagli scavi eseguiti sia da Petrie, prima, poi da Wilkinson e Creasman è emerso che, se ultimato, avrebbe avuto una struttura più complessa di quanto si ritenesse.
Non sappiamo se Tausert sia morta serenamente come regina o per un complotto di palazzo quello che si sa è che alla sua morte, o poco prima, scoppiò una guerra civile il cui svolgimento è raccontato sulla Stele di Elefantina fatta erigere dal successore di Tausert, Sethnalht. Sethnalht emerse vittorioso dalla contesa e divenne il primo faraone della XX dinastia anche se pare non subito, secondo il Papiro Harris alla morte di Tausert ci fu un breve periodo in cui nessuno ricoprì il rango di sovrano, l’Egitto attraversò un periodo di disgregazione e di grande debolezza del potere centrale; questa affermazione però non è supportata da altre prove storiche. Seguì purtroppo un tempo buio dove si cercò di nascondere il più possibile la discendenza precedente, Sethnalht usurpò la tomba di Seti II e Tausert modificandone la struttura, fece porre Seti II in un’altra tomba, la KV15 e fece togliere le immagini di Tausert, sostituendole con le sue nella KV14.
Le vicende di questa tomba sono un po’ confuse, venne iniziata da Seti II, in alcune scene troviamo Tausert con Siptah anche se il suo nome è stato scalpellato e sostituito con quello di Seti II, il sarcofago della regina venne usurpato dal principe Amonherkhepeshef, cinquant’anni dopo ed usato per lui nella tomba KV13.
Il sarcofago di Tausert è un monolite di granito rosso lungo 2,80 metri e largo 1,20 metri pesante 6 tonnellate, rinvenuto spezzato in più parti è stato restaurato e dal 2019 è esposto al museo di Luxor, ai lati sono rappresentati i quattro figli di Horus e preghiere per la regina. La mummia di Tausert non è mai stata ritrovata, si pensa che Setnakht l’abbia fatta distruggere, cosa che sarebbe ancora più spregevole della damnatio memoriae per la religione egizia. Qualcuno ha ipotizzato che potrebbe essere la mummia della cosiddetta “Donna Sconosciuta” rinvenuta nella tomba KV35 ma in nessun caso esistono prove di alcun genere.
Fonti e bibliografia:
Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
Alfred Heuss e al., “I Propilei”. I, Verona, Mondadori, 1980
Università di Cambridge, “Storia Antica. II, 3. Il Medio Oriente e l’area Egea 1380-1000 a.C.”, Milano, Il Saggiatore, 1975
Mario Tosi, “Tausert, l’ultima regina”, Torino, Ananke, 2007
Joyce Tydesley, “Chronicle of the Queens of Egypt”, Londra, Thames & Hudson, 2006
Vivienne G. Challender, “Queen Tausert and in the End of Dynastyy 19”. Studies Zur Altagyptischen Kultur, 2004
Secondo la Treccani l’aplografia è, in filologia, un errore commesso dall’amanuense nella trascrizione di un testo, consistente nell’omissione di una o più parole, o gruppi di lettere, quando questi seguano immediatamente a una parola o ad altro gruppo uguale.
In Filologia Egizia questa omissione è, invece, intenzionale, perciò non è da considerare un errore, ma un semplice espediente per risparmiare spazio cioè superficie scrittoria.
Si possono fare due esempi, tra i più diffusi, ma le ricorrenze, sebbene non numerose, sono anche dettate dal caso che fa avvicinare, graficamente, due segni uguali di due lemmi diversi.
Per chi volesse approfondire le tematiche grammaticali della lingua egizia e, perché no?, cimentarsi ad apprenderla posso consigliare il seguente strumentario pressoché completo:
Oggi ho svolto la conferenza “L’affermazione iconica del potere – L’origine del geroglifico” nell’ambito delle attività dell’UniTre di Torino, Corso di Egittologia, Anno VI. Non potendo sintetizzare in questa sede due ore di conferenza, mi limiterò a qualche spunto breve per solleticare l’interesse dei nostri lettori. La lezione si divide in due parti. La prima parte, più tecnica dal punto di vista glottologico, spiega la nascita del linguaggio e poi della scrittura. Quest’ultima va intesa come la possibilità e poi la modalità di storicizzare e conservare il linguaggio stesso. Nella seconda parte la lezione dimostra la nascita della scrittura durante il periodo Predinastico dell’antico Egitto.
PRIMA SI CREA IL LINGUAGGIO Per comprendere cosa significhi l’affermazione iconica del potere dobbiamo innanzi tutto chiarire cos’è un linguaggio. Il linguaggio è il modo di comunicazione più utilizzato tra gli individui che appartengono a qualunque gruppo o società umana. Infatti è il metodo più potente, ma anche il più economico, per dare e ricevere informazioni con un altro soggetto. Se due individui riescono a comunicare tra di loro potranno interagire, ad esempio, aiutandosi a svolgere un compito che interessa entrambi ottenendo un esito maggiore. L’esistenza di un linguaggio diventa, quindi, la condizione essenziale affinché un insieme di individui si trasformi da gruppo a società perché ora sono in grado di condividere un insieme di esperienze comuni di ogni tipo. In assenza di un linguaggio per quanto primitivo, un consesso di individui non può fare in modo che essi partecipino attivamente agli eventi che il gruppo vive nella sua globalità. Molto probabilmente essi condivideranno solo alcuni avvenimenti legati alla sopravvivenza comune come ad esempio la caccia. In ogni caso non più di altri, ma solo quelli fisiologici, come il riposo oppure i pasti e la riproduzione. Un simile consesso sarebbe meglio definirlo, molto sinteticamente, un branco di ominidi piuttosto che una società di umani. Branco, appunto, è un sostantivo con il quale noi intendiamo immediatamente un gruppo di animali minimamente collaborativi tra di loro in alcuni eventi, come i lupi durante l’attività di predazione. Infatti riposo, vigilanza e caccia esigono scambi di informazioni non particolarmente sofisticati.
POI SI CREA LA SCRITTURA Stabilito che il linguaggio sia fondamentale per lo sviluppo di una civiltà bisogna però riconoscere che esso è di difficile trasmissione e conservazione. Conservare una messaggio orale veicola già di per sé un’evidente concetto di difficoltà, ma anche la trasmissione non è così banale. Esiste un gioco, che si fare spesso nelle comunità di bambini, che si chiama passaparola. Il divertimento consiste nel capire come il messaggio sia stato trasmesso sempre con qualche lieve errore di comprensione e i vari tentativi che sono stati fatti per restaurarlo. In realtà ogni giocatore ha deformato involontariamente il messaggio che così è giunto diverso a destinazione. Le civiltà moderne, con l’invenzione della stampa, hanno risolto la necessità di diffusione dei messaggi che per le antiche civiltà non era una priorità. Per esse, infatti, la loro iniziale esigenza era la conservazione delle tradizioni culturali. Il messaggio, più che diffuso, andava soprattutto conservato come memoria collettiva.
IL SEREKH E LA SUA SIMBOLOGIA La comparsa della scrittura geroglifica, come già anticipato, avvenne all’epoca dei proto stati associandosi, ben presto, all’iconografia della sovranità. Questa apparizione si manifesta mediante la grafia del SEREKH. Il termine, tra gli altri significati, veicola letteralmente il concetto di “far conoscere”. In origine è però un emblema che rappresenta, in modo stilizzato, una porta in un parete dotata di tutta una serie di modanature. Molto probabilmente l’architettura a gradoni fu ispirata dal Vicino Oriente. Infatti la facciata del palazzo è un tema conosciuto nelle incisioni mesopotamiche ed è ormai accertata un’influenza culturale della Mesopotamia sull’Egitto predinastico. Questo elemento architettonico era molto usato nelle tombe e negli edifici precedenti e durante le dinastie thinite (I e II). Nel corso della I dinastia il serekh, utilizzato dai sovrani per i propri monumenti funerari, diventa un elemento sempre più monopolizzato dalla regalità contrassegnando, in questo modo, lo status del sovrano che ne conferma l’affermazione iconica. Alcuni studiosi fanno osservare che questo genere di architettura richiedeva del legname da costruzione e che, in Egitto, il legname fu sempre un materiale decisamente raro e costosissimo. Da qui l’eccezionalità del suo uso e, soprattutto, di chi poteva impiegarlo.
L’AFFERMAZIONE DEL GEROGLIFICO Concludendo la nostra esposizione possiamo affermare che la scrittura è chiaramente associata ai regni che si sono sviluppati estendendo il movimento dei grandi centri urbani formatisi sia nella Valle che sul Delta. Grazie alla scrittura i sovrani riescono non solo a marcare le loro proprietà sui territori e sui beni che controllano, ma anche ad identificarsi individualmente, l’affermazione iconica del potere. Inoltre, la scrittura arricchisce l’apparato ideologico che i re dispiegano per giustificare e, soprattutto, legittimare il loro potere facendo riferimento ad una visione totalizzante del mondo e alle divinità che ne assicurano il funzionamento. La magia del geroglifico, il suo forte potere di attualizzare quanto descritto inverando la realtà, serve alla perpetuazione del potere politico e dell’élite che lo pratica. Il geroglifico, fondendosi con i riti e le cerimonie, afferma che la visione che la monarchia ha di sé stessa è quella corretta. Mediando il potere divino, della quale fa parte, garantisce l’ordine cosmico non solo sull’Egitto ma sul mondo intero.
DIAPOSITIVA 2: Il concetto di pittografia. Il soggetto è espresso con la sua raffigurazione pittografica. Il problema è che più è dettagliato e più diventa incomprensibile. Finisce per essere utile se il destinatario del messaggio conosce già il contenuto del messaggio stesso. Tipico funzionamento della nostra arte sacra: il fedele riconosce nelle pitture gli eventi di cui è già a conoscenza per la sua cultura religiosa. Una capanna non ci dice nulla, ma se aggiungiamo una stella cometa il messaggio è decisamente più comprensibile.
DIAPOSITIVA 3: il serekh, simbolo del potere monarchico.
DIAPOSITIVA 4: dimostrazione della lettura del serekh di Narmer (dalla paletta omonima). L’antroponimo veicola un messaggio. L’iconografia diventa scrittura.
DIAPOSITIVA 5: uso iniziale della scrittura. Contrariamente a quanto si creda la scrittura non ha origini amministrative, né tantomeno burocratiche. Diventerà indubbiamente lo strumento principale dell’aministrazione e della burocrazia egizia, ma molto più tardi, in epoca storica. La scrittura nasce per la celebrazione della sovranità. Le etichette, costosissime, non possono essere solo un mezzo di identificazione di beni, ma sono uno strumento cultuale che trasforma la scrittura (il geroglifico) in uno strumento magico che invera la realtà.
DIAPOSITIVA 6: il dio perfetto, il signore delle Due Terre, User-Maat-Ra Setep-en-Ra (=Ramesse III). Il signore delle corone, Ra-mes-su, governatore di Eliopoli. Gratificato di vita. Il behedita (=Horus).
La conferenza ha dato origine al Quaderno di Egittologia 48 L’AFFERMAZIONE ICONICA DEL POTERE – L’origine del geroglifico. Chi fosse interessato ad approfondire il tema lo può trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/laffermazione-iconica…/
L’antico Egitto ha lasciato splendide raffigurazioni del mondo animale che spesso stupiscono perché poco convenzionali.
Ciò è dovuto all’attenta osservazione della natura da parte dell’artista, che in essa trova una fonte di inesauribile ispirazione, ma sopratutto all’alto valore simbolico che gli animali svolgono nella religione egizia.
Nelle rappresentazioni degli animali verosimiglianza e astrazione si sommano in immagini che hanno l’incisività nel soggetto dettagliato e l’essenzialità del simbolo.
Così quegli elementi e quei particolari che sono ritenuti necessari vengono rappresentati con estrema accuratezza, mentre a volte i tratti sono meno significativi, sopratutto del corpo, possono essere trascurati e tracciati con poche pennellate.
Gli animali vengono raffigurati in base al loro legame con la sovranità o con determinate divinità, oppure in quanto animali comuni, ad esempio nelle scene di vita quotidiana dipinte sulle pareti delle tombe.
Al contrario di quanto si potrebbe pensare, a essere legati al mondo divino e regale non sono gli animali “nobili”, come il leone e il falco : accanto al falco del dio Horo, alla leonessa della dea Bastet o al’ibis del dio Thot, appaiono anche la semplice oca, quale simbolo del dio Amon, la principale divinità del Nuovo Regno, è addirittura lo scarabeo stercorario, come emblema del sole e della metamorfosi.
Lo scarabeo costruisce una sfera di sterco nella quale deposita le uova, nuovi scarabei nasceranno perciò nello sterco: la capacità di trasformare la materia più umile in nuove forme di vita diviene il simbolo della metamorfosi è delle diverse manifestazioni della realtà.
Curiosamente, il cavallo animale fondamentale per lo sviluppo delle civiltà del Vicino Oriente, non è affatto presente nella religione egizia.
Introdotto solo in un momento successivo rispetto all’epoca di formazione della civiltà nel V millennio, questo animale non ha quindi assunto un ruolo di rilievo nella simbologia religiosa.
La sua immagine è però strettamente legata a quella del sovrano guerriero del Nuovo Regno che sbaraglia i nemici con il suo carro trainato da una pariglia di cavalli impennati.
In altri contesti, come nelle scene di vita quotidiana che ornano le sepolture, gli animali raffigurati sono semplicemente compagni della vita di tutti i giorni e fonte di nutrimento.
È il caso dei bovini, legati alla dea Hathor, ma anche le oche di Amon, spesso rappresentate legate per le ali mentre vengono portate come offerta al defunto.
Sono raffigurati anche animali pericolosi come il cobra, che è il simbolo della regalità per eccellenza, è allo stesso tempo del pericolo: Apophis, il nemico che minaccia il percorso notturno del dio sole, è infatti rappresentato come un enorme serpente, con grandi volute.
Fonte
L’arte egizia – Alice Carocci, Gloria Rosati – Giunti