Mai cosa simile fu fatta, XX Dinastia

CROTALO CON CARTIGLIO

Avorio, Lunghezza 20 cm
Museo Egizio di Torino, Collezione Drovetti – C. 6921

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Uno degli strumenti musicali più diffusi nell’antico Egitto era il crotalo, la cui origine si può probabilmente far risalire alla lontana epoca Predinastica.

I crotali nella loro forma più semplice sono costituiti da bastoncini, diritti o ricurvi, fabbricati con legno,osso o avorio, che in genere venivano accoppiati affinché, con la loro percussione reciproca, producessero un suono simile al battito delle mani.

Il loro uso è attestato soprattutto come accompagnamento ritmato di danze rituali e cerimonie funebri.

In particolare la presenza del volto della dea Hathor su alcuni esemplari induce a pensare che essi fossero connessi al culto di questa divinità, di cui è noto il legame con la musica e la danza.

Nel Nuovo Regno divennero particolarmente frequenti i crotali a forma di braccio, con evidente riferimento alloro tipo di suono che doveva imitare il battere delle mani.

Questo esemplare in avorio di raffinata fattura proviene da un contesto regale, come dimostra la presenza del cartiglio contenente il nome della “sposa divina” Ahmose: una principessa o regina non identificata.

Con il titolo di “sposa divina” (Hemet netjer), rappresentato dai tre segni geroglifici posti al di sopra del cartiglio, si indicavano tradizionalmente le donne appartenenti alla famiglia reale, dimostrazione della natura divina che veniva riconosciuta al sovrano e ai suoi congiunti.

Vedi anche: https://laciviltaegizia.org/2023/11/06/un-crotalo-a-torino/

Il crotalo riproduce un braccio ricurvo sul cui polso sono i tagliate sottili linee che imitano un bracciale.

La mano affusolata è caratterizzata da lunghe ed esili dita le cui unghie sono state incise con particolare realismo.

Fonte

I grandi musei : Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa

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Ostraca of Limestone

Ostraca, or drawings and inscription on stone, of which the museum possesses a very large collection mostly from the Tombs of the kings at Thebes.

While the workmen were cutting the royal tombs, which sometimes penetrate the rock for more than 100 metres, the artisans who were out on duty amused themselves by collecting fragments of limestone at the entrance to the underground chambers, on which they drow pictures to suit their fancy, or inscribed poetry of their composition.

Places where limestone was broken up, either in making buildings or in destroying them, provided abundant writing material, as small pieces smooth on one side provided a good writing surface and were easily portable for writing exercises, which had not been moved, quite large pieces were often used. The great majority of limestone ostraca comes from Thebes.

Egyptian Museum Cairo

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Offering to the Buchis bull

This stela is dedicated by Ptolemy V to the bull Buchis, sacred to the war god Montu.

The central register shows Buchis with a gilded body and a sun disc with two plumes between his horns.

The king, dressed according to pharaonic custom, offers the bull the symbol of fields to ensure a prosperous agricultural season.

The god Montu flies over the bull in the form of a falcon.

The site of Armant in Upper Egypt, where this stela was discovered, includes a stone- built temple dedicated to the god Montu.

The catacombs where the sacred Buchis bulls were buried were in use for over 600 years from the Late Period to the Greco- Roman Period.

Ptolemy V, 205-180 BC Armant, Limestone

Egyptian Museum Cairo

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Detail of the Ka Statue of Tutankhamun.

For more details, please see:

https://laciviltaegizia.org/2023/02/28/le-statue-del-ka-di-tutankhamon/

This is one of two statues that stood guarding the entrance of the burial chamber.

The king is wearing the khat headdress and is shown with black skin, the colour of Nile mud that flooded and gave it fertility every year.

Black signified resurrection and the continuity of life.

18th dynasty, from the tomb of Tutankhamun – KV62·

Egyptian Museum, Cairo

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Double statue of Amenemhat III reused by Psusennes I

These two figures, each wearing a heavy, braided wig and a broad beard with parallel stripes, bear offerings of fish, birds and aquatic plants.

They represent the pharaoh Amenemhat III in the form of the Nile god Hapi, bringer of food and life. The statue associates the reigning King with fertility and abundance.

12th Dynasty, reign of Amenemhat III (about 1859-1813 BC: reused in the 21st Dynasty in the reign of Psusennes (about 1039-991 BC) Tanis/San el Hagar.

The inscriptions engraved on front and back were added later, in the time of Psusennes I.

In the 21st Dynasty, Psusennes I had the monument transported to Tanis, his new capital and the burial place of the kings of that period.

Grey granite JE 18221 – Egyptian Museum Cairo

C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

IL FARAONE MERENPTAH

Di Piero Cargnino

Il Grande faraone se ne è andato, il trono passa dunque al suo fedele figlio Merenptah. Tredicesimo nell’ordine di discendenza, figlio della Grande Sposa Reale Isinofret, Merenptah, il cui nome di Horo era “Kha Nekhet Hajm-maat”, quando salì al trono era già anziano, avendo superato i 60 anni di età, ed il suo regno non dovette durare più di 9 anni.

La sua Grande Sposa Reale fu Isinofret II, omonima della madre. Formato e plasmato alla scuola del padre, Merenptah non fu in grado di imprimere il suo carattere alla politica dell’Egitto e continuò sulla strada di Ramses II, Dopo l’accordo stipulato con il regno di Hatti, la politica egizia marciò per proprio conto senza curarsi troppo di ciò che accadeva in Asia dove stavano prendendo piede gli assiri che iniziarono a premere contro l’impero ittita. Non sappiamo se gli ittiti chiesero aiuto agli egiziani, come era stato previsto dal trattato, sappiamo però che Merenptah non si mosse in loro aiuto quando l’esercito assiro di Tukulti-Ninurta attaccò l’esercito ittita sbaragliandolo.

Nel medio oriente crebbe l’instabilità e di conseguenza diminuì l’influenza egizia in quell’area. Alcuni signori locali iniziarono a dare segni di insofferenza nei confronti degli egiziani ed allora, ma solo in questo caso durante tutto il suo regno, Merenptah ordinò una spedizione in Canaan per riportare sotto il controllo dell’Egitto questi popoli. La spedizione non è documentata alla maniera di Ramses pertanto quello che sappiamo è che l’esito fu ovviamente a favore dell’esercito egiziano.

Quel poco che si conosce di questa spedizione in parte ci proviene dalla cosiddetta “Stele di Merenptah”.

Si tratta di una stele di basalto nero rinvenuta da Flinders Petrie nel 1896 a Tebe presso il tempio funerario di Merenptah ed oggi custodita presso il Museo Egizio del Cairo. Venne fatta erigere dal faraone Amenhotep III e cita l’esito di una sua vittoria militare contro i Libi e i Mashuash nella Libia avvenuta nel “Quinto anno, terzo mese di shemu, terzo giorno”. Venne in seguito riutilizzata da Merenptah che fece incidere le ultime righe dove raccontò l’esito vittorioso della sua spedizione militare condotta verso la terra di Canaan.

Nell’elenco delle popolazioni sconfitte nella spedizione viene citata tra gli altri “Ysrir” che molti vogliono leggere Israele. Le poche righe recitano testualmente:

Molti studiosi si sono tuffati con grande interesse per cercare di interpretare queste ultime tre righe della stele, principalmente per sostenere che il vocabolo “Ysrir” andrebbe interpretato come “Israele”, cosa che costituirebbe un evento storico unico in quanto sarebbe la prima volta che Israele viene citata in una fonte storica e non solo biblica.

Va detto che il nome Ysrir non è scritto nella forma che servirebbe ad individuare un regno, cioè con tre montagne stilizzate ma semplicemente con un uomo e una donna che starebbero ad indicare una popolazione di natura nomade. A questo punto però non dobbiamo dimenticare un problema, l’invasione egiziana di Canaan da parte di Merneptah risalirebbe al tempo in cui gli israeliani erano “governati” dai Giudici e durante questo periodo la Bibbia non fa alcun cenno ad improbabili invasioni e distruzioni a causa dell’esercito egiziano. I sostenitori della tesi che si tratti di Israele sono talmente sicuri che stavolta non si curano del fatto che la Bibbia non citi un evento così disastroso per il popolo.

Dobbiamo dire a questo proposito che durante il periodo dei Giudici Israele in quanto tale non esisteva e fin dalla morte di Giosuè il popolo si era allontanato dal loro dio:

Al che significa che chiamarli “ebrei”, nel senso di seguaci del dio di Abramo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe, è del tutto fuori contesto. Non solo ma qui c’è una contraddizione biblica, il libro dei Giudici non parla mai del fatto che il popolo di Israele, quello uscito dall’Egitto con Mosè prima e poi seguendo Giosuè, invase Canaan distruggendo le città con battaglie tipo Gerico, dal libro dei Giudici apprendiamo che la popolazione di Israele entrò in Canaan attraverso un’infiltrazione graduale e pacifica, almeno nella fase iniziale (Libro dei Giudici – A.Alt, M. Noth). La Bibbia si perde in racconti confusi, cita Debora, Gedeone, poi altri giudici, indi l’episodio di Sansone terminando il racconto con:

Scavi archeologici documentano la nascita, intorno al 1200, di numerosi (circa 250) insediamenti di piccole comunità quasi del tutto insignificanti tra le quali probabilmente anche quelle di Israele. La cultura di questi insediamenti non si differenzia per nulla da quella cananea per cui risulta pressoché impossibile distinguere quale fosse ebrea e quale cananea.

Pensare che con il vocabolo Ysrir gli egizi intendessero un insieme disomogeneo di comunità locali, o che Israele, al tempo del faraone Merenptah, fosse già abbastanza forte da combattere contro l’Egitto, al pari delle altre entità politiche menzionate nell’iscrizione a me pare quanto meno arduo ed arbitrario. Personalmente non credo che il vocabolo Ysrir voglia dire Israele ma lascio che ad interpretarlo siano gli studiosi che ne sanno più di me. Per correttezza ed equità io ho citato la stele come “Stele di Merenptah” e non come “Stele di Israele” o, come vogliono gli egiziani “Stele della Vittoria”.

Finora abbiamo parlato della spedizione in terra di Canaan dove Merenptah ha sbaragliato parecchi popoli addirittura elencandoceli nelle tre righe aggiunte alla stele che fece erigere  Amenhotep III per vantare le sue vittorie. Trovo alquanto strano che un faraone, che di vittorie ne conseguì parecchie, anziché farsi fare una sua stele per evidenziare la sua gloria, abbia sfruttato quella di un altro faraone aggiungendoci solo poche righe. Misteri dell’antico Egitto.

Ma tornando a Merenptah dobbiamo riconoscere che l’evento militare di maggiore importanza fu quello combattuto tra il quinto ed il sesto anno di regno in difesa del Basso Egitto, a Perire nel Delta occidentale, dove ad attaccare l’esercito egiziano fu la cosiddetta confederazione “dei Nove Archi”, un’insieme di vari popoli, libici alleati con i Popoli del Mare. Composta da tribù libiche, Libu, Kehek, Mashuash alle quali si erano unite cinque stirpi appartenenti ai Popoli del mare: Akawasha (Achei), Lukka (Lici), Tursha (Tirreni ?) Sheklesh (Siculi ?) e Danuna (forse i Danai omerici) e, con molta probabilità anche gli Shardana (Sardi ?). Questo insieme di predoni e saccheggiatori aveva invaso quella regione e la teneva con il terrore tanto che la popolazione l’aveva 

All’inizio le sorti della guerra furono incerte, gli invasori conquistarono le oasi giungendo fino al Fayyum e da qui posero l’assedio a Menfi. L’esito della battaglia alla fine fu favorevole all’esercito egiziano che sconfisse ed allontanò gli aggressori. Mertenptah questa volta non si limita alle tre righe della sua stele di cui abbiamo parlato sopra ma racconta la battaglia in altre parti, nella cosiddetta “Grande Iscrizione di Karnak”. L’iscrizione, che si trova sulla parete tra il VI ed il VII pilone del Primo cortile del Grande Tempio di Amon, costituisce una importante documentazione delle campagne di Merenptah contro i Popoli del Mare.

Purtroppo l’impietosità del tempo ha eroso circa un terzo del contenuto ma si intuisce che doveva descrivere nei particolari la vittoria ed il suo ritorno con bottino e prigionieri. Visto l’età già avanzata del sovrano c’è da dubitare che Merenptah abbia partecipato di persona alla battaglia. La battaglia viene descritta anche sull’obelisco del Cairo e sulla stele di Atribis dove si trova una specie di riassunto dell’iscrizione di Karnak oltre alla già citata “Stele di Merenptah”. Secondo le iscrizioni la battaglia contro la confederazione “dei Nove Archi” si risolse in sole sei ore durante le quali vennero uccisi oltre 6000 soldati e 9000 vennero fatti prigionieri, (Qualcosa da suo padre deve pure aver preso).

Per quanto riguarda la sua attività edilizia non si perse d’animo, quello che non costruì lo usurpò ai suoi predecessori, mentre, dal punto di vista religioso risolse un’annosa questione che si protraeva fin dall’epoca di Akhenaton, quella di  restituire, dopo più di un secolo, al primo profeta di Amon del clero tebano, il titolo di “capo dei Profeti di tutti gli dei dell’Alto e Basso Egitto”. Questo fu purtroppo un guaio in quanto sarà una delle cause principali dello smembramento dello stato unitario al termine del Nuovo Regno.

Poi anche per Merenptah giunse il tempo di salire ai Campi di Iaru cosa che avvenne, secondo l’egittologo tedesco Jurgen Von Beckerath, il giorno corrispondente all’attuale 2 maggio del 1203 a.C. Merenptah fu sepolto in quella che oggi identifichiamo come KV8, anch’essa nota fin dall’antichità venne visitata, mappata, come quella di Ramses II, scavata da diversi egittologi tra cui Haward Carter nel 1905 che la chiuse con un cancello in ferro per proteggerla, dotandola anche di illuminazione elettrica.

Durante la sua permanenza Carter rinvenne i resti dei sarcofagi, parte dei vasi canopici e un ostraka che mostrava la sequenza dei sarcofagi.

Nella tomba di Merenptah possiamo notare una planimetria un po’ complessa, in un certo senso rispetta la linearità di quelle della XIX dinastia mantenendo un andamento abbastanza lineare che però risente ancora delle strutture contorte della XVIII anticipando nel contempo quelle rettilinee della XX.

L’ingresso avviene attraverso tre corridoi discendenti lineari che immettono in una anticamera dalla quale si accede ad un’altra camera laterale dedicata a Ramses II. Segue un altro corridoio, sempre discendente, che immette in un vestibolo nel quale si trova il coperchio del sarcofago più esterno, si tratta di un monolite lungo oltre 4 metri ed in origine doveva essere alto più di 2 metri.

Da qui, attraverso un ulteriore corridoio discendente, si accede alla camera funeraria decorata il cui soffitto a volta presenta una decorazione astronomica ed è sorretto da otto pilastri.

All’interno, in posizione trasversale, si trova il coperchio del sarcofago più interno in granito rosa. Lo trovò Haward Carter nel 1904, si trovava capovolto assieme ad un quinto dei pezzi che componevano l’intera struttura. Il coperchio è massiccio e rappresenta il re in forma di mummia, sia questo che quello più esterno erano decorati con capitoli del “Libro delle Porte e dell’Amduat”.

Ma non era finita così, esisteva un terzo sarcofago in granito rosso, con coperchio rappresentante Merenptah mummiforme, che venne asportato durante la XXI dinastia per essere usato dal faraone Psusennes I a Tanis, oltre ad un quarto sarcofago in alabastro oggi ridotto in rovina.

Le pareti sono interamente decorate con scene tratte dal “Libro delle Porte”, dalle “Litanie di Ra” e dal “Libro dell’Amduat”, è inoltre rappresentato lo stesso Merenptah al cospetto di Ra-Horakhti. I corridoi sono anch’essi decorati con scene tratte dal “Libro dei Morti” con la scena principale dell’apertura della bocca e degli occhi. Nella camera funeraria spiccano scene del “Libro delle Porte” e del “Libro delle Caverne”. Nel vestibolo compare il dio Osiride che indossa un pettorale con inciso il nome del sovrano, simbolo questo dell’identificazione del re con il dio dei morti.

La mummia di Merenptah venne scoperta nel 1898, si trovava all’interno della tomba di Amenhotep II (KV35), esaminata nel 1907 da G. Elliot Smith la mummia si presentava come quella di un uomo anziano sui 70 anni, alto circa 1 metro e 74 centimetri, in vita dovette soffrire di artrite ed arteriosclerosi; particolare interessante è privo dei testicoli.

Nei primi anni del ‘900 alcuni radiologi statunitensi annunciarono di aver riscontrato tracce di sale sul corpo della mummia, (bella scoperta, l’elemento essenziale per la mummificazione era il natron). Subito iniziò a diffondersi la notizia che Merenptah fosse il faraone dell’Esodo che morì annegato travolto dalle acque del Mar Rosso mentre inseguiva Mosè e gli ebrei. Inutile aggiungere che il corpo del faraone non presentava segni di annegamento. Se poi, a scanso di equivoci, ci mettiamo pure che coloro che sostengono che Merenptah fu il faraone dell’Esodo, sono magari gli stessi che credono che nella “Stele di Merenptah” il vocabolo “Ysrir” voglia dire Israele, io mi taccio!

Fonti e bibliografia: 

  • Cyril Aldred, “I Faraoni: l’impero dei conquistatori”, Milano, Rizzoli, 2000
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 2002
  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bologna, Bompiani, 2003
  • Christiane Desroche-Noblecourt e AA.VV . “Egitto” – Rizzoli Editore, 1981
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2006
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Bari, Laterza, 1990
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino, Einaudi, 1997
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Alfred Heuss e atr., “I Propilei”, Verona, Mondadori, 1980
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

RAMSES II – IL DECLINO E LA MORTE

Di Piero Cargnino

Ma gli anni passavano anche per il sovrano, tranquilli ed in pace, anche se intorno al suo trentunesimo anno di regno ebbe modo di preoccuparsi a causa del verificarsi di un forte terremoto nella regione tebana e in Nubia, le scosse causarono il crollo di parte di una statua del faraone assiso nella facciata del suo tempio di Abu Simbel, la cosa sicuramente creò sgomento e dispiacere anche perché la riparazione del danno apparve subito molto ardua, avrebbe implicato un enorme lavoro, sempre che fosse stato possibile. Probabilmente non lo fu quindi venne deciso di lasciare il tutto come era. Alcuni danni minori invece furono discretamente riparati ma il suo torso e la sua testa rimasero per sempre a terra dove giacciono ancora oggi.

Ramses II compì settant’anni nel quarantaseiesimo anno del proprio regno, vista la breve aspettativa di vita degli antichi Egizi significa che si erano già avvicendate quasi due generazioni dall’epoca della battaglia di Qadesh ed il popolo non la ricordava neanche più. Ma il vecchio faraone resisteva, ai cinquant’anni di regno ritenne che fosse il caso di aggiungere qualche epiteto a quelli già numerosi che vantava, in onore del dio sole Ra si autonominò “Dio Signore di Eliopoli”, l’antica Iunu, centro del culto di Ra. Ora Ramses II si volle identificare con lo stesso Ra legandosi sempre più al dio, per questo aggiunse anche l’epiteto di “Grande Anima di Ra-Horakhti”.

Ormai circondato dall’aura di splendore divino che si era venuta a creare attorno a lui:

Gli anni che passavano e che logoravano il fisico del faraone non intaccarono mai la situazione politica esistente e la burocrazia continuava a funzionare all’ombra del sovrano, l’esatto contrario di ciò che era successo mille anni prima con il faraone centenario Pepi II (vedi Papiro di Ipuwer). Era un”epoca in cui abbondavano politici di grande valore (come servirebbe oggi) scusate la postilla.

Come abbiamo già accennato Ramses II non andava tanto per il sottile riguardo alla celebrazione delle feste dei giubilei, “heb-Sed” (come d’altronde altri sovrani prima di lui) infatti ne celebrò ben quattordici. Con il fisico che si ritrovava possiamo pensare che fino ad una certa età non fu per lui difficile superare le lunghe e complesse liturgie richieste ma dopo i sessant’anni la cosa dovette essere un po’ più complessa per lui, si dice che soffrisse di “devastanti forme di arteriosclerosi” e di una dolorosa forma di “spondiloartrite anchilosante”, debilitazioni che, nonostante la dura fibra del sovrano, che lo rendeva ostinato e orgoglioso, difficilmente gli permisero di affrontare da solo tutti i vari riti, certamente fu aiutato in modo particolare dal devoto, ed ormai anch’egli maturo, figlio Merenptah.

Secondo l’egittologa francese Christiane Desroches Noblecourt, una delle più autorevoli partecipanti al restauro della mummia di Ramses II, gli ultimi anni di vita videro il faraone afflitto dalle diverse patologie ed in uno stato pressoché vegetativo:

Dovette godere fino all’ultimo del rispetto e dell’affetto da parte della sua grande famiglia, Non si ha notizia di complotti di corte tra i famigliari per accaparrarsi la successione al trono, tutti coloro che avrebbero potuto avanzare pretese gli premorirono pertanto Ramses aveva già provveduto almeno dieci anni prima della sua morte a nominare principe ereditario il suo tredicesimo figlio Merenptah, nato da Isinofret, che fu sempre vicino al padre particolarmente nei momenti finali del suo regno, svolse in pratica le funzioni di reggente.

Alla morte di Ramses II gli successe al trono come sovrano dell’Alto e Basso Egitto. All’età di 93 anni, dopo 67 anni di regno, il vecchio faraone salpò sulla barca solare di Ra e questo onore oltre che a donargli gloria gli dava anche la sicurezza nel periglioso viaggio attraverso l’Occidente, verso la Duat per raggiungere i Campi Iaru.

Per la sua dipartita Ramses II, il Grande, scelse la città che aveva creato lui stesso, Pi-Ramses. Scrive l’egittologo britannico Kennet Kitchen:

Non esistono descrizioni delle circostanze inerenti la morte del sovrano, la notizia era talmente grave per tutto il popolo egizio che bisognava diffonderla prima possibile, messaggeri risalirono il Nilo in piena rischiando non poco per portare la notizia fino a Tebe. Tra il popolo si diffuse la desolazione, la maggior parte degli egizi non aveva  conosciuto altri sovrani all’infuori di Ramses II. Seguirono i rituali settanta giorni prescritti dopo di che ebbero inizio le cerimonie preparatorie per la mummificazione. Qui riscontriamo un episodio curioso, dopo essere imbalsamato il cuore venne posto in modo sbagliato, dalla parte destra. Ultimati i vari riti la mummia di Ramses II venne trasportata sulla barca regale del figlio Merenptah, scortata da un’enorme flotta lungo il Nilo fino a Tebe, nell’Alto Egitto. Giunti nella Valle dei Re il corteo, dopo il rito “dell’apertura della bocca”, eseguito dallo stesso Merenptah, il corpo del sovrano venne deposto nei sarcofagi, che dovettero essere preziosissimi, nella tomba KV7. Io sono sicuro che di li a poco in cielo si accese una grande e luminosa stella accanto a quella di Nefertari.

Ultimata l’imbalsamazione il corpo del Grande Ramses II venne posto nei suoi sarcofagi e trasportato nella Valle dei Re dove lo attendeva la sua tomba. Possiamo immaginare il corteo che lo accompagnò, pianti e disperazione tra la gente e chissà quante prefiche che si strappavano i capelli e gli abiti e si cospargevano il capo di cenere. C’è da credere che la disperazione del popolo sia stata sincera, accentuata ancor più dalla credenza diffusa che il mondo sarebbe finito con la morte del Grande Faraone. Non credo di aver esagerato nella descrizione, viene spontaneo credere che dopo 67 anni sul trono a governare con magnanimità il suo popolo, questo gli avrà tributato tutti gli onori più che meritati.

La tomba di Ramses II era conosciuta fin dall’antichità ancorché intasata dai detriti che si erano accumulati in così tanti anni durante i quali, per di più, deve aver subito almeno dieci alluvioni, come risulta dai rilievi stratigrafici. Il risultato fu un notevole rigonfiamento delle pareti con il conseguente distacco di gran parte delle decorazioni parietali, infatti quando nel 1828 Ippolito Rossellini la visitò con la spedizione franco-toscana espresse la convinzione che la tomba non fosse mai stata completamente terminata. In precedenza la tomba fu individuata e mappata dal vescovo anglicano, viaggiatore e antropologo Richard Pococke nel 1737/38, fu poi nuovamente visitata dagli studiosi al seguito della spedizione di Napoleone nel 1799. Ma fu solo nel 1844, con Karl Richrd Lepsius che iniziarono i primi scavi che proseguirono poi con Harry Burton nel 1913/14.

Nel 1938 Charles Maystre effettuò una serie di rilievi epigrafici. Passaro quarant’anni finché venne nuovamente scavata nel 1978 dal Brooklyn Museum e nel 1993 venne inserita nel Theban Mapping Projet che provvide a scavarla ulteriormente fino al 2002 con Christian Leblanc.

La planimetria della tomba si presenta assai complessa, nella descrizione mi limiterò all’indispensabile rimandando i più esigenti alle foto planimetriche che seguono. L’ingresso presenta due rampe di scale che danno su un breve corridoio dal quale una terza scalinata porta ad un altro corridoio che sbuca in un’anticamera ed in una sala a pilastri, su un lato della stessa, attraverso una breve scalinata si accede ad un’altra sala con quattro pilastri. Attraverso altri due corridoi assiali si giunge in una stanza che conduce alla camera sepolcrale, anche questa sorretta da quattro pilastri quadrangolari.

Ai lati, in modo non simmetrico, si trovano quattro stanzette. Sugli angoli di fondo della camera sepolcrale due accessi immettono in altre due camere sorrette da due pilastri ciascuna, da una di queste si accede ad una terza identica, tramite un vestibolo.

La tomba, senza dubbio una fra le più grandi della Valle dei Re, si estende per quasi 900 metri quadrati e, come detto sopra, nonostante le alluvioni subite che hanno prodotto parecchi danni alle decorazioni parietali che si sono frammischiate con i vari strati di detriti, molte di esse sono ancora visibili. Nella Camera funeraria si possono ancora ammirare capitoli del “Libro delle Porte”, le pareti delle scale e dei corridoi presentano capitoli dell’ “Amduat”, delle “Litanie di Ra” e del “Libro della vacca celeste” compreso nei “Libri dei Cieli”. Nell’anticamera sono rappresentati molti capitoli del “Libro dei Morti” nei quali compare la cerimonia dell’ “Apertura della bocca”.

La tomba, oggi identificata con la sigla KV7 subì numerosi saccheggi già fin dall’antichità, solo pochi anni dopo la morte del sovrano e quello che doveva essere un imponente corredo funebre venne asportato e disperso fra i molti saccheggiatori. Nel “Papiro dello sciopero”, redatto sotto Ramses III, viene già citato un tentativo di intrusione da parte dei ladri. Fu solo durante la XXI dinastia che venne deciso di trasferire la mummia di Ramses II nella tomba KV17 dove giaceva suo padre Seti I. In seguito, sempre durante la XXI dinastia, l’Egitto si trovò ad attraversare un periodo di turbolenze politico-sociali durante il quale abbondavano i saccheggi alle tombe reali. Per contrastare questo fenomeno venne deciso di effettuare verifiche periodiche al fine di dissuadere i saccheggiatori.

Per poter seguire al meglio la situazione si ritenne opportuno riunire le mummie in una grande tomba più facile da controllare. Allo scopo venne scelta la tomba del Primo Profeta di Amon, Pinedjem II e di sua moglie Neskhons (secondo alcuni la tomba sarebbe in realtà appartenuta alla regina Inhapi, forse una moglie di Ahmose I). La tomba è la DB320 a Deir el-Bahari (la famosa cachette o Royal cache) dove vennero trasferite le mummie di oltre cinquanta faraoni tra i più famosi, tra questi anche le mummie di Seti I e Ramses II che vennero rinvenute nel 1881.

La mummia di Ramses II al Museo Egizio del Cairo

La mummia venne trasferita in seguito al Museo Egizio del Cairo dove era conservata in un’apposita sala con le altre mummie. Negli anni ’70 gli egittologi del Museo del Cairo si accorsero che la mummia si stava rapidamente deteriorando a causa della lunga esposizione in vetrine non sigillate, soggetta quindi all’aria, all’umidità e ai parassiti, pericolose minacce per un corpo disseccato preservatosi per millenni grazie all’avvolgimento in bende e al clima secco del deserto. Per correre ai ripari era necessario intervenire con apposite apparecchiature, cosa che era possibile solo se la mummia veniva trasferita a Parigi. All’inizio la cosa parve complicata ma, su sollecitazione di numerosi egittologi, tra cui Christiane Desroches Noblecourt, venne raggiunto un accordo tra il Presidente della Repubblica francese Giscard d’Estaing ed il suo omologo egiziano Anwar al-Sadat per trasportare la mummia a Parigi con un aereo militare. Da notare che, rispettosamente, all’arrivo a Parigi venne organizzata una processione funebre, dedicata alla mummia del faraone, alla quale vennero riservati gli onori militari come ad un Capo di Stato straniero.

Fonti e bibliografia: 

  • Franco Cimmino, “Ramesse II il Grande”, Milano, Tascabili Bompiani, 2000,
  • Sergio Pernigotti, “L’Egitto di Ramesse II tra guerra e pace”, Brescia, Paideia Editrice, 2010
  • Kenneth Kitchen, “Il Faraone trionfante. Ramses II e il suo tempo”, Bari, Laterza, 1994,
  • Edda Bresciani, “Ramesse II”, Firenze, Giunti, 2012
  • Cyril Aldred, “I Faraoni: l’impero dei conquistatori”, Milano, Rizzoli, 2000
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 2002
  • Christiane Desroche-Noblecourt e AA.VV . “Egitto” – Rizzoli Editore, 1981
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2006
  • Manfred Claus, “Ramesse il Grande”, Roma, Salerno Editrice, 2011
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Bari, Laterza, 1990
  • Henry James, “Ramesse II”, Vercelli, White Star, 2002
  • Mohamed Nasr, Mario Tosi, “La tomba di Nefertari”, Bonechi, 1997
  • Christian Leblanc, Alberto Siliotti, “Nefertari e la valle delle Regine”, Giunti, 1993
  • Elvira D’Amicone, “Nefer: la donna dell’Antico Egitto”, Federico Motta Editore, Milano, 2007
  • Claire Lalouette, “L’impero dei Ramses”, Roma, Newton & Compton, 2007
  • Anna Maria Donadoni Roveri, Alessandro Roccati, Enrica Leospo, “Nefertari. Regina d’Egitto”, La Rosa, 1999
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

LE SPOSE DI RAMSES II

Di Piero Cargnino

Stele di Assuan: sono riportati, da sinistra: nel registro superiore il principe Khaemuaset, Isinofret e Ramses davanti a Khnum; nel registro inferiore Ramses, Bitanath e il principe Merenptah

Certo che ad un faraone come Ramses II le donne non mancavano di certo. Non venne meno alla ormai consolidata tradizione della XIX dinastia di contrarre matrimoni con principesse straniere per ragioni di stato. Nel suo Harem abbondavano spose secondarie e concubine che il sovrano non trascurò di certo, per di più non ebbe modo di annoiarsi, durante la sua lunga vita, pare che avesse avuto più di 100 figli.

Le mogli più famose del sovrano, oltre la bella e più importante, Nefertari, di cui abbiamo già parlato ma parleremo ancora più avanti, furono, Isinofret “Bella Iside” che potrebbe essere una figlia del faraone Horemheb, non gli furono dedicate statue ne templi, compare solo accanto a Ramses su di una perla d’oro dove un’iscrizione la descrive come:

Alla morte di Nefertari divenne la “Grande Sposa Reale” e tale rimase fino al trentaquattresimo anno di regno di Ramses. Ironia della sorte fu lei e non l’amata Nefertari a generare l’erede al trono, il principe Merenptah.

Alla sua morte il ruolo di regina principale passò a sua figlia Bintanath (figlia della dea Anath) mentre la figlia di Nefertari dovette accontentarsi del ruolo di “Seconda regina”. Bintanath, di cui Ramses II fu sia padre che nonno, la troveremo in seguito tra le spose di suo figlio Merenptah.

Per quanto riguarda Meritamon, della quale possediamo una pregiatissima statua, la cosiddetta “Statua della Regina Bianca”, ad un certo punto scompare dalle fonti ed al suo posto si parla di Nebettaui quale “Grande Sposa Reale” anche se però non sappiamo nulla su di lei.

C’è da dire che con Ramses II i titoli si sprecavano, le “Grandi Spose Reali” furono parecchie oltre a un gran numero di spose minori e semplici concubine, il titolo fu assegnato a turno a Bintanath, Meritamon, Nebettaui e Henutmira oltre che ad una figlia di Hattusili III.

Ramses II sposò, tra le altre, una figlia del re di Babilonia e la figlia di un governante del nord della Siria, ma i matrimoni più “diplomatici” furono quelli con due principesse ittite. Una di esse, la figlia di Hattusili III, citata sopra, della quale conosciamo il nome egizio che assunse Maathorneferura (che significa “La verità è la bellezza di Ra”) secondo l’usanza che le principesse straniere giunte in Egitto cambiassero il proprio nome con uno egizio, questo matrimonio servì per siglare un accordo con il vecchio nemico ittita e porre termine alle ostilità che si protraevano da tempo. Il matrimonio si celebrò nel trentaquattresimo anno di regno di Ramses. La principessa giunse in Egitto con un carico d’oro, argento, gioielli, animali e schiavi e per lei Ramses versò un’ingente dote, essa prese residenza nell’harem di Medinet el-Ghurab.

Maathorneferura fu la prima delle spose straniere del prolifico e longevo faraone ad avere l’onore di portare il titolo di “Grande Sposa Reale”, troviamo la testimonianza sulla “Stele del Matrimonio” che si trova sul muro esterno del Tempio di Abu Simbel.

Per pura curiosità ricordo che durante il Nuovo Regno i sovrani egizi si sposavano con principesse straniere a scopo puramente politico per affermare alleanze o garantire accordi ma mai una principessa egiziana venne inviata all’estero come tributo diplomatico. La cosa è ovvia, poteva l’Egitto trovarsi un giorno con un principe straniero, figlio di una principessa egizia, che avanzasse pretese al trono? Un giorno il re di Babilonia chiese a Ramses II la mano di una delle sue figlie, Ramses II gli mandò a dire:

Queste erano le usanze dell’antico Egitto. Ma ogni tempo ha avuto le sue usanze, questo non deve indurre a pensare che l’amore, quello vero, non potesse esistere anche tra i grandi faraoni, Ramses II ci dimostra che doveva amare la sua prima “Grande Sposa Reale”, Nefertari fu per oltre vent’anni la più importante delle spose di Ramses che se la affiancò come la più grande figura preminente della politica egizia.

Stranamente riscontriamo però che dopo il ventesimo anno di regno l’influenza della Regina diminuì a tal punto che alcune sue immagini che la ritraggono con Ramses furono cancellate, non si sa da chi. Dei quattro figli maschi che nacquero da Nefertari nessuno sopravvisse al padre tanto da ereditarne il trono. Nefertari, come la regina madre di Akhenaton Tiy, fu la sola Grande Sposa Reale a essere deificata in vita, lo conferma l’imponente  tempio che Ramses II fece costruire per lei, assimilata ad Hathor, poco discosto dal suo ad Abu Simbel.

Quanto Ramses II tenesse in considerazione la sua Grande Sposa Reale è dimostrato dal fatto che sia sulla facciata dell’imponente tempio di Abu Simbel, dedicato a lei, che sulle pitture murali, la regina è rappresentata della stessa grandezza del sovrano.

L’importanza sociale e politica di cui godeva la possiamo rilevare da numerose lettere rinvenute negli scavi di Hattusa, scritte in alfabeto cuneiforme, dove è riportata la corrispondenza che Nefertari intratteneva con la moglie del re ittita, Puduhepa, dalle quali si evince l’importante ruolo di pacificazione tra i due regni. L’importanza che la regina rivestiva la possiamo dedurre dai titoli che poteva vantare: “Signora di Grazia”, “Dolce d’amore”, “Colei per cui splende il sole”, oltre al titolo più importante che mai una regina egizia poté vantare “Sovrana di tutte le terre”, solo il faraone poteva essere “Sovrano di tutte le terre”.

Intorno ai quarant’anni, nel venticinquesimo anno di regno di Ramses II, giunse per Nefertari il tempo di effettuare il viaggio nella Duat per raggiungere i Campi di Iaru. Moriva così una grande Regina, moglie di un grande Re, ma per Ramses II una stella nel cielo notturno era più brillante delle altre. Nel prosieguo vedremo la tomba dove andò a riposare il suo corpo nella Valle delle Regine la QV66.

Fonti e bibliografia: 

  • Franco Cimmino, “Ramesse II il Grande”, Milano, Tascabili Bompiani, 2000,
  • Sergio Pernigotti, “L’Egitto di Ramesse II tra guerra e pace”, Brescia, Paideia Editrice, 2010
  • Kenneth Kitchen, “Il Faraone trionfante. Ramses II e il suo tempo”, Bari, Laterza, 1994,
  • Edda Bresciani, “Ramesse II”, Firenze, Giunti, 2012
  • Cyril Aldred, “I Faraoni: l’impero dei conquistatori”, Milano, Rizzoli, 2000
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 2002
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2006
  • Manfred Claus, “Ramesse il Grande”, Roma, Salerno Editrice, 2011
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Bari, Laterza, 1990
  • Henry James, “Ramesse II”, Vercelli, White Star, 2002
  • Christian Leblanc, Alberto Siliotti, “Nefertari e la valle delle Regine”, Giunti, 1993
  • Elvira D’Amicone, “Nefer: la donna dell’Antico Egitto”, Federico Motta Editore, Milano, 2007
  • Claire Lalouette, “L’impero dei Ramses”, Roma, Newton & Compton, 2007
  • Anna Maria Donadoni Roveri, Alessandro Roccati, Enrica Leospo, “Nefertari. Regina d’Egitto”, La Rosa, 1999
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

LA REGINA MADRE TUIA

Di Piero Cargnino

Ma anche Ramses II aveva una mamma, la Regina Madre Tuia fu per oltre vent’anni, con la Grande Sposa Reale Nefertari, la donna più onorata da Ramses.

Tuia non si mise molto in evidenza nella vita pubblica e politica durante il regno del marito Seti I e compare di rado sui suoi monumenti. Ma Ramses II era devoto a sua madre e con la sua ascesa al trono le attribuì considerevoli onori. Fece rappresentare la sua mamma sulla facciata del tempio maggiore di Abu Simbel con le stesse dimensioni di altre donne della famiglia reale e dei suoi figli. Ramses fece anche raffigurare la madre su di una sua statua colossale all’interno del Ramesseum, sulle pareti del tempio e fece costruire una cappella a lei dedicata assimilata alla dea Hathor.

Ramses II fece inoltre erigere una grande statua per sua madre, e, come era abituato a fare, riutilizzò una statua fatta fare da Amenhotep III per la propria Grande Sposa Reale Tyi. (L’usurpazione di opere del passato era la normalità durante il lungo regno di Ramses II, e non solo). La statua venne posta nel Ramesseum, il “Tempio di Milioni di anni” di Ramses. Fu l’imperatore romano Caligola, nel 40 d.C. circa a farla traslare a Roma con altre statue che fece posizionare negli “Horti Sallustiani” per decorare il proprio “Padiglione di famiglia”. Riscoperta nel 1714 negli Horti venne trasferita nei Musei Vaticani dove si trova tutt’ora.

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che una tale devozione per la propria madre fosse una cosa fuori dal normale per un faraone e sostengono che il sovrano lo fece a scopi politici. Siccome Tuia non era di stirpe regale ma figlia di Raia, luogotenente della guardia reale, molti sostengono che finché fu in vita Seti I lei non fu mai la Grande Sposa Reale, titolo che gli venne attribuito in seguito dallo stesso Ramses II. Questo sarebbe il meno, anche altri faraoni non ebbero madri di sangue reale, Thutmosi II e Thutmosi III erano figli di concubine o spose secondarie i cui natali sono sconosciuti. Pertanto Ramses II non aveva nulla di cui temere, ma come vi ho già detto Ramses era Ramses, il Grande, poteva lasciare che si insinuassero dubbi sulle sue origini? No di certo. Da persona istruita qual era conosceva bene i precedenti miti propagandistici di Hatshepsut nonché di Amenhotep III per cui si curò di crearsi il mito di una propria nascita divina, egli era Ramses figlio di Amon stesso.

Il mito è fissato sulle pareti di una cappella, dedicata alla regina madre Tuia, all’interno del Ramesseum, la “Storia della nascita miracolosa di Ramses II” è rappresentata in un ciclo iconografico (che ricalca i precedenti della XVIII dinastia), Tuia compare seduta sul suo letto di fronte al dio Amon, dal testo, alquanto danneggiato, si apprende che Tuia viene definita come:

Lascio a voi intendere cosa poi successe…..da qui nacque Ramses. A questo punto Ramses II aveva pieno diritto di affermare la legalità della sua successione al trono, non solo ma pure di essere lui stesso un semidio. Per non lasciare nulla al caso Ramses fece rappresentare la divinità dei suoi natali anche in un rilievo a Karnak dove è raffigurato lui, fanciullo, che viene allattato da una dea. Credete che basti? No, sia a Karnak ancora, che nel tempio funerario del padre Seti I ad Abydos si vede il dio Khnum, il vasaio degli dei, intento a formare sul suo tornio il corpo dello stesso Ramses.

Ad Abu Simbel ed a Karnak è stato rinvenuto un lungo testo, risalente al trentacinquesimo anno di regno di Ramses II, intitolato “La benedizione di Ptah a Ramses II” dove il dio Ptah viene indicato come padre celeste del sovrano:

All’epoca della firma del trattato egizio-ittita, dopo la battaglia di Qadesh, Tuia, sessantenne, era ancora in vita, morì l’anno successivo, il ventiduesimo anno di regno di Ramses II. Questo è quanto si deduce da un’iscrizione che compare su di un’anfora trovata nella tomba della Regina Madre dove compare:

Figuriamoci se Ramses non aveva già provveduto da tempo a preparare la tomba per la madre nella Valle della Regine, identificata come QV80. La tomba della regina Tuia si compone di tre sale ipogee che terminano in un ambiente ipostilo, finemente decorate, intagliate nella roccia. I suoi sarcofagi lignei furono riposti in un prezioso sarcofago in granito rosa. Le pareti erano finemente dipinte con scene che celebravano la gloria del regno della Regina Madre, oggi si trovano in cattivo stato non solo per gli anni passati ma perché la tomba venne più volte riutilizzata per ospitare sepolture durante il Terzo Periodo Intermedio e, con tutta probabilità, anche nel periodo tolemaico e Copto. All’interno della tomba sono stati rinvenuti alcuni oggetti di pregevole fattura, oltre al coperchio di un vaso canopo e frammenti di sarcofago e di ushabti.

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Fonti e bibliografia: 

  • Franco Cimmino, “Ramesse II il Grande”, Milano, Tascabili Bompiani, 2000,
  • Kenneth Kitchen, “Il Faraone trionfante. Ramses II e il suo tempo”, Bari, Laterza, 1994,
  • Edda Bresciani, “Ramesse II”, Firenze, Giunti, 2012
  • Alberto Siliotti, “Luxor, Karnak e i templi tebani”, The American University in Cairo Press, 2002
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 2002
  • Manfred Claus, “Ramesse il Grande”, Roma, Salerno Editrice, 2011
  • Henry James, “Ramesse II”, Vercelli, White Star, 2002
  • Claudio Gamba & alt., “Musei Vaticani”, Rizzoli/Skira, Roma, 2006
  • Claire Lalouette, “L’impero dei Ramses”, Roma, Newton & Compton, 2007
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

I TEMPLI DI RAMSES II

Di Piero Cargnino

Poteva astenersi il Grande Ramses II dal fabbricare un tempio a Luxor? Magari costruirlo da zero no, gli bastava ampliare quello esistente, ampliarlo si, ma che mettesse in luce la sua grandezza.

Il Tempio di Luxor, in egiziano “Ipet-Resut” (Harem meridionale), dedicato ad Amon nella forma del dio itifallico Min, per tutto il Nuovo Regno fu il centro della “Grande Festa di Opet”, rito della fertilità durante il quale si trasferiva in processione la statua di Amon lungo il Nilo dal vicino Grande Tempio di Amon “Ipet-Sut”.

Il tempio di Luxor, subì un massiccio rifacimento durante il regno di Amenhotep III “il Magnifico”, che fece erigere due piloni, gran parte del colonnato che si trova dietro alla nuova entrata, dopo aver fatto  smantellare il quarto pilone del Tempio di Amon a Karnak fece costruire un nuovo pilone, il terzo. Al centro del nuovo cortile, anche detto “Cortile dell’obelisco” o “Cortile di Amanhotep III”, che si venne a creare fece erigere due file di colonne con i capitelli a forma di papiro. Le decorazioni che spiccavano all’interno del cortile rappresentavano le barche sacre degli dei Amon, Mut e Khonsu.

Al Tempio di Luxor sia Horemhab, che nel Tempio volle essere incoronato, che Tutankhamon che Ay fecero erigere statue e colonne ma fu con Ramses II che si verificò l’espansione maggiore. Con il carattere che si ritrovava questo faraone non si accontentò di ordinare la costruzione ma supervisionò a tutte le fasi dei lavori coi quali costruì a nuovo un grande pilone, peraltro già previsto da suo padre Seti I, preceduto da un cortile nel quale fece collocare alcuni obelischi e sei enormi statue alte sei metri e mezzo, quattro delle quali (oggi ne sono rimaste solo due), erano in granito nero dove compare assiso con sul capo la doppia corona dell’Alto e del Basso Egitto, le altre due sono in granito rosso e lo rappresentano stante.

Il cortile interno comprende 74 colonne papiriformi alle quali si inframmezzano alcune statue di Ramses II (ed anche qui prendiamo atto del suo vizio, anche se non solo suo), alcune di queste statue sono state usurpate ad Amenhotep III (bastò cambiargli il nome), inoltre due enormi statue del sovrano fanno bella mostra di se all’inizio del colonnato di Amenhotep III. Ed anche qui non possiamo fare a meno di apprezzare quanto Ramses amasse le sue “Grandi Spose Reali”, ne compaiono in effige alcune di esse, la bella Nefertari per prima, ma anche Bintanath e Meritamon mentre la sfuggente Isinofret non compare.

Ricordiamo per chi non lo sapesse che uno degli obelischi di Ramses II oggi si staglia in Place de la Concorde nel centro di Parigi donato alla Francia da Mehmet Ali Pasha, Wali e Chedivè dell’Egitto nel 1829; in realtà il Chedivè li donò tutti e due ma l’altro non fu mai rimosso e si trova tuttora nella sua posizione originaria a Luxor.

Le pareti del Tempio sono interamente ricoperte dalla rappresentazione, ripetuta per ben tre volte, della guerra contro gli ittiti esaltando come una sua vittoria la battaglia di Qadesh. Ma, devoto ad Amon-Ra, il sovrano non dimentica di farsi raffigurare nell’atto di adorare il dio in compagnia della sua sposa Nefertari. La Regina è intenta a suonare il sistro mentre pronuncia queste parole:

Che Ramses II possedesse una personale cognizione teologica appresa consultando gli archivi del Tempio e basando su di essa i propri interventi architettonici ce lo conferma un’iscrizione che ci è pervenuta in modo frammentario:

Sappiamo che vennero fatti eseguire lavori di restauro da Alessandro Magno e dall’imperatore romano Tiberio. Durante l’occupazione romana parte dell’antico Tempio di Luxor divenne un luogo religioso; nel 395 d.C. i cristiani lo convertirono in chiesa, tale rimase fino al 640 d.C. quando il tempio venne poi abbandonato finché, nel 1286 d.C. gli arabi, che allora occupavano l’Egitto, decisero la costruzione dell’attuale Moschea di Abu el-Hajjaj all’interno del Grande Cortile di Ramses II. Si tratta di una costruzione in stile ayyubide che fungeva da mausoleo di Abu al-Hajjaj Yusuf, uno Shaykh Sufi nato a Bagdad ma vissuto per la maggior parte della sua vita a Luxor in Egitto.

Questa sorse sicuramente sulle rovine di una precedente costruzione sempre di carattere religioso in quanto sembra che il minareto della moschea sia precedente, forse risalente all’XI secolo. La moschea fu ricostruita diverse volte, l’ultima nel XIX secolo.  Oggi, nei pressi della moschea  si aggiunge un villaggio arabo.

Non vorrei tediarvi ma di Ramses II c’è da dire molto ed anche di più. Mi piace descrivere il suo regno perché per me rappresenta, anche se in parte piuttosto simbolicamente, più d’ogni altro, quello che era il Nuovo Regno del grande Egitto. Lui ha fatto di tutto per farsi ricordare, e chi siamo noi per tradire questa sua aspettativa? Era bello, forte ma presuntuoso, prepotente ma non cattivo, esibizionista, ma sono certo che in parte lo faceva anche per la gloria delle Due Terre. Il sentimento che ha saputo trasmetterci per la sua Grande Sposa Reale è sincero, amava la sua sposa e ce lo ha trasmesso nel modo migliore per quei tempi.

Ora basta con le lodi e torniamo alle sue attività di costruttore nelle quali eccelleva. Restiamo ancora nell’immenso complesso templare di Karnak. Di Ramses II dobbiamo dire che non trascurò i suoi antenati, fece ultimare la grande sala ipostila, iniziata da Amenhotep II ed alla quale ci lavorarono pure Horemheb e suo padre Seti I.

Fece eseguire grandi decorazioni con rilievi celebrativi ed ordinò la creazione di un lago sacro che resiste ancora ai giorni nostri. Scopo del lago era quello di rappresentare simbolicamente l’origine di tutte le forme di vita. Nel lago si purificavano i sacerdoti che celebravano i culti del Sole e di Osiride.

Certo, tale ostentazione di grandezza indusse i posteri ad interpretazioni arbitrarie e spesso non coerenti con la realtà. Nel I secolo d.C. Publio Cornelio Tacito, storico oratore e senatore romano raccontando nei suoi “Annali” (II, 60), la visita che fece a Tebe Germanico Giulio Cesare, più noto semplicemente come Germanico, politico e militare della famiglia Giulio-Claudia, parlando del tempio di Karnak, descrisse con particolare precisione le varie imprese militari che avrebbe compiuto Ramses II. Imprese del tutto leggendarie ed inverosimili perché al faraone venivano attribuite la conquista della Persia, della Scizia oltre a varie altre terre asiatiche. Scrisse Cornelio Tacito:

Il sacerdote raccontò che a Karnak alloggiavano “settecentomila uomini atti alle armi” coi quali Ramses II avrebbe conquistato la Libia, l’Etiopia, la Media, la Persia, la Battriana, la Scizia, avrebbe pure conquistato la Siria, l’Armenia e la Cappadocia arrivando, da un lato fino al mare di Bitinia e dall’altro fino al mare di Licia. Il racconto continua affermando:

Attribuzioni del tutto arbitrarie ed inverosimili, ma si sa che il culto di un grande porta ad ingigantirne le gesta.

Anche ad Abydos Ramses il Grande volle comparire pur se si accontentò di farlo in forma minore di suo padre, Seti I che costruì un nuovo tempio a sud della città di Abydos per onorare i sovrani delle precedenti dinastie, ancora oggi leggiamo i nesut byti (prenomen) di 76 sovrani dell’Egitto nella famosa Lista di Abydos.

Il tempio che si fece costruire Ramses II, dedicato a se stesso e ad Osiride, è più piccolo di quello del padre e si trova ad alcune centinaia di metri, le sue mura in pietra sono alte all’incirca due metri, ma nonostante il suo stato di conservazione oggi non sia dei migliori, in origine dovette rappresentare una delle architetture più raffinate e preziose dell’epoca ramesside.

I rilievi, probabilmente opera degli stessi artisti che lavoravano per Seti I, dimostrano tutta la  qualità straordinaria dell’opera, era impreziosito da decorazioni, di cui rimangono soltanto più le parti inferiori, che riportano fatti storici ed il Poema di Pentaur di cui abbiamo già parlato. Anch’egli fece compilare una lista di sovrani simile a quella di Seti I, i pochi frammenti rimasti furono asportati e venduti al British Museum. Si riscontrano inoltre tracce di portali in granito rosa e nero, pilastri di arenaria oltre ad una piccola, ma ricca, cappella in alabastro.

Il Tempio era accessibile attraverso due piloni che davano su altrettanti cortili dotati di peristili. Un portale in granito rosa, attraverso il primo pilone ed al relativo cortile, conduceva ad un secondo cortile le cui decorazioni rappresentavano scene di nemici vinti ed i tributi versati, questo era contornato da una serie di pilastri dove il sovrano compariva in forma osiriaca, tutti mancano della parte superiore.

Sul lato verso meridione a sinistra si trovavano due cappelle, una dedicata a Seti I l’altra agli antenati divinizzati; anche a destra due cappelle erano dedicate una alle divinità dell’Enneade, l’altra a Ramses-Osiride. La prima sala ipostila, la “Sala delle Apparizioni”, denota chiaramente che ad erigerla fu Seti I quando Ramses era ancora reggente, è decorata con rappresentazioni di divinità nilotiche fra le quali compare Ramses che adora Osiride e poi mentre viene incoronato.

Nella seconda sala ipostila si trovano due cappelle dedicate una alle divinità di Tebe e l’altra a quelle di Abydos, sono visibili due rare immagini; quella della dea Heket, “Signora di Abydos” e la sola immagine conosciuta di Anubi, “Signore della Sacra Terra” in forma completamente umana. Al centro, una cappella in alabastro, dedicata ad Osiride, conteneva un gruppo statuario in granito grigio dove erano rappresentati Osiride, Iside, Horus, Seti I e Ramses. Forse pensavate che almeno qui non comparissero rilievi che celebravano la “vittoria” di Ramses II a Qadesh? Sbagliavate, Ci sono!

Fonti e bibliografia: 

  • Silvio Curto, “L’arte militare presso gli antichi egizi”, Torino, Pozzo Gros Monti S.p.A, 1973
  • Franco Cimmino, “Ramesse II il Grande”, Milano, Tascabili Bompiani, 2000,
  • Sergio Pernigotti, “L’Egitto di Ramesse II tra guerra e pace”, Brescia, Paideia Editrice, 2010
  • Kenneth Kitchen, “Il Faraone trionfante. Ramses II e il suo tempo”, Bari, Laterza, 1994,
  • Edda Bresciani, “Ramesse II”, Firenze, Giunti, 2012
  • Cyril Aldred, “I Faraoni: l’impero dei conquistatori”, Milano, Rizzoli, 2000
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Alberto Siliotti, “Luxor, Karnak e i templi tebani”, The American University in Cairo Press, 2002
  • Sergio Donadoni, “Tebe”, Electa, 2002
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2006
  • Bernard O’Kane, “The Mosques of Egypt”, American University In Cairo Press, 2016
  • Manfred Claus, “Ramesse il Grande”, Roma, Salerno Editrice, 2011
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Bari, Laterza, 1990
  • Henry James, “Ramesse II”, Vercelli, White Star, 2002
  • Claire Lalouette, “L’impero dei Ramses”, Roma, Newton & Compton, 2007
  • Anna Maria Donadoni Roveri, Alessandro Roccati, Enrica Leospo, “Nefertari. Regina d’Egitto”, La Rosa, 1999