C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XIX Dinastia

RAMSES II – IL COSTRUTTORE

Di Piero Cargnino

Non solo guerre.

Dove trovasse il tempo per sovrintendere a tutto è un mistero ma Ramses II non fu solo un grande guerriero, fu anche un abile ed instancabile costruttore. Costruì di tutto, da città a palazzi, templi e statue, quello che non costruì lui lo usurpò ai suoi predecessori, una statua di Amenhotep III con il dio Sobek, una statua colossale della regina Tiy che dedicò alla propria madre Tuia, ecc. Fece inoltre completare i monumenti fatti iniziare dal padre Seti I.

Il suo cartiglio fa bella mostra in tutto l’Egitto, dal Delta fino in Nubia su blocchi di pietra, sui templi, tra cui gli enormi templi di Abu Simbel per se e per la sua Grande Sposa Reale Nafertari, il Ramesseum nella necropoli di Tebe, ovunque iscrizioni ed immagini raccontano la sua grandezza ed esaltano le sue imprese formando un vastissimo repertorio, sia letterario che iconografico, in grado di fornirci molte informazioni sul suo regno. Per le sue costruzioni disseminate nell’intero paese non si fece scrupoli di demolire edifici più antichi e gran parte del materiale usato per le sue costruzioni proveniva dagli edifici costruiti nella città di Akhetaton.

Fece costruire la sua nuova capitale Pi-Ramses “Dimora di Ramses”, nella parte est del Delta nei pressi dell’antica capitale degli Hyksos, Avaris. La grande egittologa francese Christiane Desroches Noblecourt scrisse che con Ramses II “l’Egitto era stato trasformato in un grande cantiere”.

Parliamo ora di uno dei suoi più importanti monumenti, “il Ramesseum”. Le rovine che coprono un vasto territorio a Tebe, sulla riva sinistra del Nilo poco lontano da Gurna, non rendono merito a quello che fu il grande tempio funerario di Ramses II, “il Ramesseum”, così lo chiamò Champollion nel 1829 quando scoprì sulle mura del tempio i geroglifici che riportavano il nome ed i titoli del faraone, in origine il tempio si chiamava “Casa di milioni di anni di Usermaatra Setepenra che unisce la città di Tebe coi domini di Amon”. Il tempio fu il primo dei grandi cantieri inaugurati da Ramses II, Nel I secolo a.C. Diodoro Siculo, nella sua “Bibliotheca historica”, descrive con grande ammirazione questo tempio gigantesco che, secondo lui era la “Tomba di Ozymandias” (corruzione greca del praenomen di Ramses II “Usermaatra”).

Il Ramesseum copre una lunghezza totale di circa un chilometro per giungere al culmine del “Tempio di milioni di anni”, che non era destinato alla sepoltura del sovrano ma solo per formare il luogo ove si dovevano celebrare le cerimonie legate al suo culto dopo la sua morte.

Il Tempio vero e proprio, inserito nel Ramesseum, fu progettato ed edificato dall’architetto di fiducia di Ramses II, Penra che era anche l’architetto reale; copriva una lunghezza di 300 metri per 195 di larghezza ed era orientato lungo l’asse nord-est sud-ovest, come se non bastasse comprendeva una baia che serviva per l’attracco delle barche cerimoniali.

Due cortili precedevano il tempio principale, il primo di questi era delimitato da un enorme pilone con una sala ipostila per le celebrazioni, tre vestiboli, un santuario ed il palazzo reale situato a sinistra; una colossale statua del faraone assiso trovava posto nella parte posteriore, la statua era costruita in sienite, alta 17 metri e pesante più di 1000 tonnellate, oggi esistono solo più alcuni frammenti della base e del torso, di un’altra statua possediamo solo più la testa.

Sul pilone d’ingresso sono rappresentate scene di battaglia dove Ramses II appare trionfante, a capo del suo esercito, sugli Ittiti a Qadesh, nella sala ipostila è rappresentata la presa della fortezza di Dapur.

Nel secondo cortile, in quel che resta del pilone e del “Portico di Osiride”, compaiono ancora scene della battaglia con gli ittiti e, nella parte superiore, sono raffigurate scene che rappresentano una celebrazione in onore del dio Min, dio itifallico della fertilità e della virilità. Sul lato opposto enormi colonne e pilastri osiriaci stanno ancora a dimostrare la maestosità e grandiosità del monumento.

A nord del grande complesso Ramses II fece costruire due tempietti, uno per onorare la sua Grande Sposa Reale Nefertari, l’altro per sua madre Tuia e, tanto per non farsi mancare nulla, qui fece rappresentare il mito della sua nascita divina secondo cui sarebbe stato concepito in seguito ad una unione divina di Tuia con il dio Amon.

Oltre all’aspetto religioso, il Ramesseum rappresentava anche un centro di vita quotidiana, trovavano posto residenze, botteghe e magazzini, in più, per volontà del sovrano era stata istituita la cosiddetta “Casa della Vita”, una scuola per apprendisti scribi dove gli alunni avevano il compito di commemorare le imprese del sovrano a scopo di propaganda. Gran parte del Ramesseum fu costruito riutilizzando parti di monumenti più antichi ma, ironia della sorte, la casa di milioni di anni di Ramses II non durò così a lungo, col passare dei secoli venne anch’essa smantellata e le pietre riutilizzate per le costruzioni dei suoi successori.

Il Tempio nel quale Ramses II volle ostentare tutta la sua grandezza e potenza, facendosi rappresentare non in una ma in ben quattro colossali statue, è senza dubbio il tempio di Abu Simbel, a sud di Assuan, il “Tempio di Ramses amato da Amon”, il più grande dei sei templi scolpiti nella roccia, esso si può considerare il più imponente e il più bello di quelli costruiti in Nubia durante il suo regno.

Il tempio fu costruito sulle vestigia di un precedente tempio dedicato a Horus che venne completamente demolito. Quella doveva essere la rappresentazione della sua grandeur e mettere in soggezione i nubiani e gli altri popoli del sud dell’Egitto rimarcando ancor più la supremazia della religione egizia. Ramses II lo dedicò agli dei Ra-Harakhti, Amon e Ptah oltre (ovviamente) che a se stesso. L’egittologo italiano Sergio Donadoni lo definì:

Ad Abu Simbel Ramses non dimenticò di certo la sua amata Sposa Reale, fece scavare nella roccia della montagna due templi, uno “ovviamente maggiore” che dedicò a se stesso ed uno minore per Nefertari.

Il tempio grande, che si trovava quasi completamente sepolto dalla sabbia depositatasi nel corso dei secoli, come quello più piccolo della regina, furono scoperti nel 1813 dall’archeologo svizzero Johann Ludwig Burckhardt il quale si limitò a visitare la parte emergente. Fu solo nel 1817 che Giovanni Battista Belzoni, già famoso per altre imprese memorabili, come il trasporto dell’obelisco di File e di un busto colossale di Ramses II, che anni prima i componenti della spedizione napoleonica avevano tentato invano di rimuovere senza riuscirci, decise di disseppellire il tempio grande.

Si trattava di un’impresa titanica, riuscire a rimuovere tonnellate di sabbia, mobile e sfuggente, in grado di franare ogni momento, per di più il lavoro doveva svolgersi sotto un sole cocente a temperature che a volte superavano i cinquanta gradi. Belzoni ci volle comunque provare, e non fu cosa da poco, anche solo il gestire una manodopera riluttante e non troppo convinta, ma alla fine, con la sua tenacia, ci riuscì e fu il primo ad entrarvi dopo millenni.

La facciata si presenta con un’altezza di 33 metri ed una larghezza di 38 metri sulla quale sono state scolpite nella roccia quattro colossali statue del faraone alte 20 metri, Ramses II compare assiso con indosso il pschent, ossia la Doppia Corona dell’Alto e Basso Egitto, con il copricapo nemes, il cobra sulla fronte e l’immancabile barba posticcia.

Tra le sue gambe, di dimensioni molto minori, vi sono le statue della madre Tuia, della Grande Sposa Reale Nefertari oltre a quelle di alcuni figli, le principesse Nebettaui, Isinofret II, Bintanath, Baketmut, Meritamon e Nefertari II e dei principi Amonherkhepshef e Ramses.

Sul frontone sopra le statue del faraone troneggiano 14 statue di babbuini che guardano ad est dove sorge il sole per adorarlo; si pensa che in origine i babbuini fossero 22 quante sono le province dell’Alto Egitto, secondo altri erano 24 come le ore del giorno.

Al centro sopra l’ingresso in una nicchia c’è la statua del dio Ra-Harakhti, il dio poggia una mano sullo scettro “user” (forza) e l’altra sulla dea Maat, il tutto per evidenziare il nome di incoronazione di Ramses II “User-Maat-Ra”, il tempio è dedicato a Ra (….. ma anche a me).

Sui lati dell’ingresso è raffigurato il dio Nilo Hapy mentre lega insieme fiori di papiro e di loto per dimostrare l’unione del paese; sotto al dio da un lato ci sono prigionieri legati con corde terminanti con il fiore di papiro, dall’altro lato prigionieri africani legati con corde terminanti con il fiore di loto.

Delle quattro statue colossali che ornano la facciata una di queste è spezzata e crollata all’altezza del torso a causa di un terremoto, avvenuto già in tempi antichi, ora la testa e il torso giacciono ai piedi del colosso.

Il tempio si sviluppa in profondità nella roccia per circa 55 metri; dall’ingresso si accede ad un breve corridoio superato il quale si presenta una grande sala il cui soffitto è sorretto da otto pilastri ai quali è addossata una statua di Ramses II con le  sembianze di Osiride. Sono statue alte 11 metri, il soffitto è decorato con disegni incompiuti che rappresentano la dea Mut che, con le sue ali spiegate, protegge il tempio. La parete di destra è interamente ricoperta con scene che rappresentano la vittoriosa campagna di Ramses II nella battaglia di Qadesh contro l’esercito ittita, l’insieme delle raffigurazioni formano il famoso poema di Pentaur.

Sulla parete di sinistra sono rappresentate le scene delle altre varie battaglie condotte dal sovrano in Siria, Libia e Nubia. Dalla sala delle colonne si accede ad una più piccola, detta la “Sala dei Nobili” con quattro pilastri quadrati coperti di rilievi di divinità, sulle pareti sono rappresentati Ramses II e Nefertari mentre offrono incenso e profumi alla barca di Amon.

La parete di fondo si apre sul Santuario. Il punto più interessante del tempio è il santuario stesso dove, sul fondo, si trovano quattro statue, tre sono gli dei che all’epoca costituivano le divinità più importanti: Ptah, Amon-Ra, Ra-Harakhti l’altra è lo stesso Ramses II.

Nel santuario avviene qualcosa di straordinario, calcolato e voluto dagli architetti di Ramses, due volte l’anno, il 20 febbraio ed il 20 ottobre il sole entra nel santuario e si fissa sulla statua del faraone e, parzialmente anche su Amon-Ra e Ra-Harakhti, in questo modo i raggi del sole avrebbero ravvivato l’energia del sovrano, Ptah, dio delle tenebre, non viene mai illuminato. Oggi, dopo lo spostamento del tempio avvenuto negli anni 60, il fenomeno si verifica il 22 febbraio e il 22 ottobre.

Come noto, negli anni 60, a causa della costruzione della grande Diga di Assuan, si è formato un immenso lago che ha preso il nome del presidente egiziano Nasser, questo avrebbe sommerso numerosi monumenti egizi tra cui quelli di Abu Simbel. Grazie all’intervento dell’UNESCO, 113 paesi, tra cui l’Italia, si attivarono per salvare almeno i monumenti più importanti. L’impresa italiana Impregilo, con l’ausilio di oltre duemila uomini ed un gruppo di esperti cavatori di marmo di Carrara, Mazzano e Chiampo, provvide a smontare il tempio di Ramses II tagliando la roccia che costituiva il tempio ed a rimontarlo 65 metri più in alto e 300 metri più indietro evitando così che venisse sommerso; il tutto rispettando l’originale orientamento rispetto agli astri e al sole, in modo da consentire (seppur con lo sfalsamento di un giorno) il fenomeno del sole che illumina il faraone. Lo sforzo tecnologico senza precedenti costò in totale circa 40 milioni di dollari.

Fonti e bibliografia: 

  • Silvio Curto, “L’arte militare presso gli antichi egizi”, Torino, Pozzo Gros Monti S.p.A, 1973
  • Franco Cimmino, “Ramesse II il Grande”, Milano, Tascabili Bompiani, 2000,
  • Sergio Pernigotti, “L’Egitto di Ramesse II tra guerra e pace”, Brescia, Paideia Editrice, 2010
  • Kenneth Kitchen, “Il Faraone trionfante. Ramses II e il suo tempo”, Bari, Laterza, 1994,
  • Edda Bresciani, “Ramesse II”, Firenze, Giunti, 2012
  • Cyril Aldred, “I Faraoni: l’impero dei conquistatori”, Milano, Rizzoli, 2000
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Manfred Claus, “Ramesse il Grande”, Roma, Salerno Editrice, 2011
  • Nicolas Grimal, “Storia dell’antico Egitto”, Bari, Laterza, 1990
  • Henry James, “Ramesse II”, Vercelli, White Star, 2002
  • Claire Lalouette, “L’impero dei Ramses”, Roma, Newton & Compton, 2007)
Musei

IL MUSEO ARCHEOLOGICO DI BOLOGNA

Per la ricerca online dei reperti conservati a Bologna: http://www.museibologna.it/archeologico/sfoglia/47681

Ricostruzione di un corredo funerario di epoca tarda
Gruppo statuario di Amenhotep e Merit (fine XVIII dinastia inizio XIX dinastia)
statua di Neferhotep I seduto in trono (ca 1759-1640 a.C.)
Statua cubo dello scriba Ahautinefer (Regno di Merenptah)
Cofanetto di Perpaut “cantante di Amon-Ra” – Nuovo Regno XVIII dinastia
Rilievo di Nectanebo I (380 – 362 a.C)
Testa del sovrano Apries (?) (589 – 570 a.C)
Kemet Djedu

L’ANELLO DI AMENHOTEP IV

L’anello in faience di Amenhotep IV conservato al Walters Art Museum Baltimore reca un’iscrizione.

Qual è il suo senso di lettura?
Basta guardare in che direzione sono voltati i geroglifici, visto che guardano sempre l’origine della scrittura. Interessante, però, che i primi cinque segni siano tutti quanti simmetrici e quindi non ci aiutano a determinare il senso di lettura.
Lo fa il sesto, un arpione la cui punta è diretta a destra. Perfetto. Il senso di lettura è da destra a sinistra e dall’alto verso il basso.

Riusciamo, quindi, a leggere due frasi che riconosciamo come gli antroponimi del re Amenhotep IV (il futuro Akhenaton). Si tratta del Quarto Protocollo Reale anche se, qui, non è iscritto in un cartiglio per motivi di spazio.

Nelle immagini vediamo l’anello ritratto dall’alto per mostrare la scritta, la stessa immagine con sovrapposti i geroglifici, la stessa immagine ribaltata per motivi didattici e la traslitterazione e traduzione dell’antroponimo reale.

Come al solito ho aggiunto la pronuncia seconda la codifica IPA.

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LE PRESCRIZIONI DEI MEDICI

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Sicuramente quella dei medici egizi è stata la prima farmacopea tramandataci; non solo: la stessa parola “farmacia” potrebbe, secondo alcuni studiosi, provenire dal termine egizio “ph-ar-maki”, ossia “Colui che induce sicurezza” – uno degli attributi del dio della conoscenza Thot.

Il dio Toth, che ci ha accompagnato per tutta questa rubrica. Potrebbe dipendere da uno dei suoi epiteti il termine “farmacia”?

Resta comunque il fatto che il solo Papiro Ebers contenga ben 400 ingredienti diversi; numero che sale a oltre 500 considerando anche gli altri papiri medici. Come abbiamo visto in alcuni dei rimedi proposti, i componenti delle prescrizioni potevano essere di origine minerale (il natron, il sale, la malachite, i lapislazzuli ad esempio), animale (miele, latte, carne, fegato sangue, placenta, grasso, ma anche feci ed urine) ed in larga parte vegetale

Una delle cose che colpisce delle prescrizioni egizie è il fatto che gli ingredienti fossero misurati, non pesati. Spesso sono indicati come proporzione del totale (“un terzo di…un sesto di…”) Questo è uno dei motivi per cui la famosa iscrizione sul tempio di Kom Ombo, che mostra quelli che sarebbero strumenti chirurgici ma anche una bilancia, potrebbe riferirsi a tutt’altra pratica rispetto a quella medica.

La bilancia di Kom Ombo, che ha instillato parecchi dubbi sul fatto che gli attrezzi raffigurati siano strumenti medici.

L’unità di misura egizia per quanto riguarda i volumi era l’heqat, un “barilotto”, corrispondente più o meno a 4.8 litri. Per gli usi medici era però poco pratica, per cui si utilizzava normalmente l’henu o hin, ovvero un decimo di heqat (una “giara” = 480 ml) oppure il ro (1/320 di hegat = 15 ml) corrispondente tradizionalmente ad una “sorsata” di un liquido – tanto che il suo simbolo in geroglifici è quello della bocca (Gardiner D21).

Gli Egizi avevano misure standard di riferimento a cui ci si doveva attenere anche per motivi legali – in modo molto simile all’odierno Sistema Internazionale di Misura. Qui alcuni standard per i volumi piccoli conservati al Petrie Museum

Quando il simbolo della bocca è scritto SOPRA un numero, il numero indica il denominatore di una frazione (ad esempio: se trovate un simbolo D21 sopra al numero 8, vuol dire un ottavo).

Quando il simbolo della bocca è scritto SOTTO un numero, quel numero indica un multiplo, nel caso delle prescrizioni mediche i multipli di ro (ad esempio: se trovate un simbolo D21 sotto al numero 8, vuol dire 8 ro = 120 ml)

La differenza tra una frazione ed un multiplo dipende dalla posizione del simbolo D21

Curiosamente, nelle prescrizioni egizie non si fa mai riferimento ad altre unità di misura come il dja, corrispondente a 20 ro (=300 ml circa).

Una scoperta recente ha correlato le misure delle giare comuni in Egitto e Medio Oriente ai volumi standard usati. Qui una giara da mezzo heqat (= 2.4 litri). Da: Zapassky E, Gadot Y, Finkelstein I, Benenson I (2012) An Ancient Relation between Units of Length and Volume Based on a Sphere. PLoS ONE 7(3): e33895 

Gli ingredienti potevano essere cotti, triturati, miscelati o lasciati in infusione, fino a preparare il “prodotto finale” che poteva essere somministrato come pozione, gargarismo o risciacquo, infusione, decotto, pillola, pastiglia, cataplasma, unguento, pomata, collirio, inalazione, fumigazione, supposta, clistere, tampone o irrigazione vaginale.

Spesso la ricetta indica anche la durata del trattamento, e a volte la temperatura a cui andava somministrato (“bevuto alla temperatura del dito”, Ebers 799) esattamente come in una prescrizione moderna.

Un’ultima nota riguarda il fatto che i medici egizi potrebbero aver usato inavvertitamente principi attivi anche di una certa entità a causa della (ovvia) mancanza sia di competenze sia di “controlli di qualità”. Il caso più eclatante riguarda il ritrovamento di tetraciclin (una famiglia di antibiotici utilizzati tuttora) in mummie del periodo tolemaico/romano. È stato ipotizzato in questo caso una contaminazione da streptomiceti (che producono naturalmente le tetracicline) nella produzione della birra. Mai come in questo caso chi beveva birra…campava cent’anni, come in un famoso spot di qualche decennio fa.

NOTA 1: gli Egizi conoscevano, come sappiamo, le frazioni – molti di voi ricorderanno che l’wedjat o occhio di Horus fu il primo modo di scrivere le frazioni, indicando la parte interna dell’occhio ½, la pupilla ¼, il sopracciglio 1/8, la parte esterna 1/16, il ricciolo curvo 1/32 ed il “piede” 1/64. Va però notato che gli egizi non concepirono mai una frazione il cui numeratore non fosse 1, ed il denominatore molto raramente diverso da una potenza di due (le uniche eccezioni furono 1/3, 2/3 e ¾).

NOTA 2: secondo alcuni studiosi di paleomedicina, il simbolo tuttora usato per indicare una prescrizione medica (la “R” maiuscola – dal latino “recipe” = ricetta – la cui gamba diagonale si prolunga e forma una “x”, ꝶ) deriverebbe dall’Occhio di Horus

La possibile evoluzione del simbolo per indicare una prescrizione
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UNA TERAPIA STRAORDINARIAMENTE MODERNA

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Tra le patologie trattate nel Papiro Ebers si trovano le cosiddette “inm”, apparentemente malattie che affliggevano la colorazione della pelle e catalogate nella sezione delle ustioni.

Una delle prescrizioni per queste “ustioni” prevede l’uso dell’estratto di una pianta, identificata come l’Ammi maius (visnaga maggiore o “pianta del vescovo”) e l’esposizione al sole del malato. L’opinione corrente è che la malattia possa essere identificata come la vitiligine e che l’effetto descritto sia la depigmentazione della pelle dovuto alla distruzione autoimmune dei melanociti.

L’Ammi maius o “pianta del vescovo”
 
Gli effetti della vitiligine, accomunati dai medici egizi a quelli delle ustioni

Ma cosa c’è di tanto moderno in questa terapia?

Innanzitutto è stata “dimenticata” per millenni. Solo nel 1948 è stato scoperto il principio attivo contenuto nell’Ammi maius, curiosamente da un chimico egiziano. Si tratta di una sostanza nota come 8-metossipsoralene (abbreviato 8-MOP), che ha una caratteristica molto particolare. L’8-MOP si “infila” tra le due eliche del DNA, ma rimane del tutto inerte fino a quando non viene esposto ai raggi UV (come quelli del sole…); a quel punto si lega ad entrambe le eliche e le “incatena”, non permettendo la replicazione del DNA e quindi la proliferazione cellulare. Nelle malattie autoimmuni (ma anche in altre importanti patologie, come il rigetto d’organo) questo impedisce che le cellule che stanno aggredendo il nostro stesso organismo si moltiplichino e, anzi, vengano riconosciute dal nostro sistema immunitario come nocive.

L’8-MOP (in blu) ed il suo legame “incatenante” con il DNA

AI giorni nostri, siamo riusciti a “raffinare” enormemente questa tecnica. Oggi vengono raccolte le cellule responsabili di questa “aggressione” (i linfociti) con un separatore cellulare (simile a quelli usati per la donazione di plasma o piastrine) in modo da esporre all’8-MOP e irradiare solo queste cellule, che vengono poi reinfuse al paziente cercando di bloccare la reazione auto-distruttiva od il rigetto del trapianto. Il campo d’azione è stato allargato anche al trapianto di cellule staminali da donatore (trapianto allogenico) quando le cellule trapiantate “aggrediscono” il paziente, oltre al tumore (la cosiddetta “Graft versus Host Disease” o malattia del trapianto contro l’ospite).

Moderni separatori cellulari ed una raccolta di linfociti da esporre all’8-MOP e irradiare

C’è ancora moltissimo da studiare e scoprire in questo campo, ma è assolutamente incredibile che i medici egizi, senza le conoscenze scientifiche necessarie ma solo con l’osservazione empirica, avessero mosso i primi passi in questa direzione ed avessero “inventato” la fototerapia.

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LA CURA DEL CORPO – LA CUTE

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Come già per i capelli, anche in questo caso la medicina si mescola con l’estetica, con importanti eccezioni.

Da un lato abbiamo infatti le prescrizioni per “evitare gli odori in estate”, veri e propri deodoranti a base di franchincenso, bacche di ginepro e mirra, oppure frutti di carruba – l’ennesima dimostrazione dell’importanza dell’igiene nell’Antico Egitto.

Non mancano poi le prescrizioni per ottenere una pelle morbida a base soprattutto di miele, natron, sale e polvere di alabastro. Livio Secco ci ha illustrato alcune delle pratiche cosmetiche (su cui ha anche pubblicato un volume) QUI.

Il contenitore dei cosmetici, inclusi quelli per la pelle, di Merit al Museo Egizio di Torino.

D’altra parte, invece, appaiono le prime terapie dermatologiche vere e proprie. Le evidenze paleopatologiche ci mostrano solo sospetti: la cute delle mummie è disidrata e molto scura, difficilmente si può distinguere una patologia con certezza. Si sospettano su alcune mummie casi di tumori cutanei, in particolare dovuti alla sindrome di Gorlin-Goltz (carcinomi delle cellule basali e cheratocisti che causano malformazioni del derma e scheletriche, tra cui un tipico accorciamento dell’osso metacarpale dell’anulare) e si stanno cercando i marcatori genetici di questa patologia, finora senza successo.

Carcinomi cutanei dovuti alla sindrome di Gorlin-Goltz
L’accorciamento del quarto metacarpo, corrispondente all’anulare, della mano destra di una mummia morta all’età di 20-25 anni e scoperta ad Assyut, sintomo probabile della sindrome di Gorlin-Goltz (da: Satinoff, Merton I., and Calvin Wells. “Multiple basal cell naevus syndrome in ancient Egypt.” Medical History 13.3 (1969): 294-297.)

Abbiamo visto i casi di vaiolo (Ramses V) e le cisti cutanee, trattate chirurgicamente; sui papiri medici troviamo invece le indicazioni volte ad alleviare i sintomi di rossori cutanei (rash), eczemi, ulcere ed in generale “irregolarità della cute”. Dal momento che la medicina egizia faceva riferimento sempre ai metu, ai vasi interni del corpo, anche nel caso delle patologie della pelle bisognava liberare i metu, soprattutto dell’addome, facendo ricorso sovente a lassativi.

Ramses V con i chiari segni del vaiolo sul volto

Di particolare importanza erano le ustioni, che evidentemente accadevano di frequente se vengono riportati ben 27 rimedi per curarle.

Da quanto leggiamo nel Papiro Ebers, la terapia più gettonata vedeva un cambio di terapia ogni giorno, per cinque giorni; rispettivamente:

  • Il primo giorno: fango nero
  • Il secondo giorno: escrementi di bestiame di piccola taglia (vitello, pecora, capra)
  • Il terzo giorno: resina di acacia, impasto d’orzo, carrube e olio
  • Il quarto giorno: cera, olio, papiro macerato nell’acqua (specificato: “non scritto”!) e un legume wah, non identificato
  • Il quinto giorno: ocra rossa, foglie di un albero non identificato, scaglie di rame

Agli occhi della medicina moderna non c’è nessuna logica in questa sequenza, anzi: gli escrementi del secondo giorno comportano un grosso rischio di infezione e gli olii, noti lenitivi, non compaiono prima del terzo giorno. Un grande mistero, legato probabilmente alla necessità di scacciare i “demoni” collegati all’ustione.

Gli altri rimedi per le ustioni comprendono spesso dell’olio, il miele (battericida), le scaglie di rame o di malachite (battericidi). Evidentemente anche i medici egizi non avevano soverchia fiducia in questi rimedi, perché, stranamente, questa parte del Papiro Ebers contiene ben due incantesimi da affiancare ai rimedi proposti, un fatto inusuale nei papiri medici.

Come in altri casi, anche qui purtroppo ci colpisce di più quello che manca, rispetto a quello che troviamo nei papiri medici. In un Paese in larga parte desertico, le malattie della pelle avrebbero dovuto essere estremamente diffuse, mentre non sono assolutamente trattate.

Con una singola, straordinaria eccezione che vedremo nella prossima puntata

Kemet Djedu

LA DIREZIONE DI LETTURA DEL GEROGLIFICO

I filologi del XIX secolo avevano ben compreso la variabilità del senso (o direzione) di lettura della grafia egizia. Infatti il geroglifico, essendo una scrittura grafica, non era rigidamente legata ad una direzione precisa, sebbene da destra a sinistra sia quella più diffusa sui papiri.

Gli Egizi avevano già compreso la particolare scenografia della loro scrittura e non tardarono a sfruttarla soprattutto in ambito templare e funerario (molto meno in ambito scrittorio).

Una facciata templare può presentare entrambi le direzioni di scrittura usando, ad esempio, come asse di simmetria l’accesso. Quindi posizionandoci di fronte all’entrata leggeremo da desta a sinistra la parete sinistra e da sinistra a destra la parete di destra. Troviamo questo sistema, ad esempio, sulle false porte dove l’asse di simmetria è lo spacco centrale dal quale esce e rientra il defunto.

Stabilita la direzione orizzontale, normalmente il testo è dall’alto al basso, ma ci sono casi specialissimi.

In alcuni testi religiosi arcaici i filologi tentarono la lettura verticalizzata dall’alto al basso per poi accorgersi che, non leggendo nulla, la direzione era opposta.

Quindi esistono dei testi da leggere dal basso in alto ma sono rarissimi. Nel caso esemplificato il testo religioso fa riferimento al caos. Lo scriba (o il sacerdote), per meglio rappresentare il concetto di caos, scrisse dal basso in alto.

Dire “al contrario” non è proprio preciso, perché implicitamente affermerebbe che la direzione corretta sarebbe dall’alto al basso.

Per permettervi di familiazzare con le diverse direzioni di lettura vi propongo una TA (Traduzione Archeologica) per i miei allievi del terzo anno (oggi direi del terzo livello).

Si tratta della falsa porta di Mehu. Sforzatevi a riconoscere i diversi elementi e la loro direzione di lettura. Qui sotto vi dettaglio la soluzione:

al1, al2, al3, stele, ac1, ac2, ac3 vanno tutti letti (da dx a sx) <—–

mc1, mc2, ml1, ml2, ml3, ml4 a sinistra della luce mediana vanno tutti letti (da dx a sx) <—–

mc1, mc2, ml1, ml2, ml3, ml4 a destra della luce mediana vanno tutti letti (da sx a dx) —–>

fondo: è sufficiente guardare le sei figure di Mehu, il cui nome è scritto ogni volta sopra di esse. Le tre a sinistra della luce mediana vanno lette (da dx a sx) <—–. Le tre figure a destra della luce mediana vanno lette (da sx a dx) —–>.

È intuitiva la fortissima valenza grafica della scrittura geroglifica. Come già detto gli Egizi la sfruttarono immediatamente per meglio inquadrare i testi parietali.

Pictures

Akhenaton in Alexandria National Museum

Pharao Achenaten.

In the Alexandria National Museum.

Akhenaten, also spelled Akhenaton, Akhnaton, or Ikhnaton, also called Amenhotep IV, Greek Amenophis, king (1353–36 BCE) of ancient Egypt of the 18th dynasty, who established a new cult dedicated to the Aton, the sun’s disk (hence his assumed name, Akhenaten, meaning “beneficial to Aton”).

Pictures

Princess Kiya

Words spoken by (the princess Kiya), justified.

The inscription at the foot of the coffin is one originally appropriate for a woman, but later changed to refer to a man. We now suspect that the original subject is Kiya. The inscription is unique both for its poetic imagery and for the light it sheds on Akhenaten’s religion.

Princess Kiya is a shadowy figure, whose life has been pieced together from fragments of inscriptions, some of which were erased by her contemporaries. She is now believed to be the subject of some of the inscriptions found in the most mysterious of royal tombs, number 55 in the Valley of the Kings.

We encounter her only through her husband, Akhenaten, often referred to as ‘the heretic king’.

He came to the throne as Amenophis IV, but broke with established religion and devoted himself to a single deity known as the Aten. He was married to the beautiful Nefertiti. On many of their monuments Akhenaten and Nefertiti are accompanied by their daughters. It appears that the pair had no sons.

There are, however, two spare princes who appear in the records from Amarna, the capital city that Akhenaten founded for himself. These are Smenkhkare and Tutankhaten (the latter means ‘Living image of the Aten’). They are brothers, and the likelihood is that their father is Akhenaten.

Egyptologists are coming to the conclusion that Kiya was the mother of these princes, and it is to this that she owed her influence with the king. Pharaohs were allowed several wives, and Nefertiti may have accepted this, but the situation has the potential to turn nasty. Somebody is responsible for the erasure of Kiya’s names from most of her inscriptions, but we do not know who this is. Kiya died before Akhenaten.

When Akhenaten did die, he was succeeded briefly by Smenkhkare, and then by his second son, who changed his name to Tutankhamun. The discovery of the latter’s tomb in 1922 made him famous, but the fate of Smenkhkare is more obscure.

Tomb 55 in the Valley of the Kings contained objects from the Amarna court, among them a damaged coffin designed for a woman, although the badly preserved body inside this turned out to be male. This may be Akhenaten, but it is more likely that the body is that of Smenkhkare.

Text by John Ray

Close-up of what is believed to be one of the Princess Kiya’s canopic jars (a sacred vessel containing one of her preserved vital organs).

Three of the four lids of the Canopic jars belonging probably to Princess Kiya.

(The forth is at the Met)

Egyptian Museum Cairo