Vita quotidiana

GIOCHI DI RUOLO E GIOCATTOLI

Di Francesco Volpe

Trottola, una pallina, una bambola egizia ed una animale giocattolo con la bocca mobile.

Un aspetto solitamente poco indagato della società egizia è quello dell’infanzia e dei giocattoli. Come per molti altri aspetti della vita egizia, sono le tombe che ci hanno restituito la maggior parte dei giocattoli, ma spesso, soprattutto per le bambole, gli archeologi si sono domandati se si trattasse di oggetti rituali o di giocattoli veri e propri, anche perché, soprattutto per gli scavi meno recenti, non vi è la certezza che si trattasse di tombe infantili.

La necropoli del Medio Regno di Kahun ha restituito numerosi giocattoli: sono state ritrovate ad esempio alcune palle, fatte di legno, stoffa o cuoio, imbottite con erba, giunchi, stracci, crine o pula d’orzo, a volte dipinte di blu o rosso; un esemplare, ora al Manchester Museum, si era lacerata ed è stata accuratamente ricucita. Alcune palle erano semplicemente fatte con argilla, faience (anche se molto fragili e quindi probabilmente erano solo elementi di corredo funebre), papiro e foglie di palma; il diametro è generalmente compreso fra 3 e 9 cm. Di solito si usavano più palline che erano spesso lanciate in aria e poi riafferrate, come fanno i moderni giocolieri; in un caso compare forse il nome di questo gioco, “jmd”, ma è l’unico caso in cui ci è nota tale parola.

Un altro giocattolo molto comune era la trottola: ne sono state ritrovate di varie dimensioni, da 2,5 cm a 7 cm, solitamente di forma conica e realizzate usualmente in legno, ma ne esistono anche alcuni esemplari in faience.

Nella tomba di Sat-renenutet ad Hawara (XII dinastia), fu trovata una bambola con arti mobili e una parrucca (oggi purtroppo persa), oggi al Petrie Museum di Cambridge; Petrie scoprì, inoltre, in una casa di Kahun diverse parrucche di lino per bambole, formate da trecce di circa 15 cm tenute insieme da fango. Sul significato della bambola di Sat-renenutet ha espresso una diversa interpretazione Angela Tooley. La studiosa, rianalizzando la documentazione di scavo redatta per la tomba 58 di Hawara da Petrie, e pur ammettendo che la presenza della presunta bambola indusse l’archeologo a definire la proprietaria della tomba una ragazza, sottolinea come le dimensioni del sarcofago fossero in realtà quelle tipiche degli adulti (49 cm), mentre i bambini, nel Medio Regno, erano sepolti in casse lignee molto più piccole. Inoltre, le adolescenti che avevano raggiunto la pubertà erano ritenute in Egitto già adulte, considerata la durata della vita media, e probabilmente, anche se doveva avere meno di vent’anni, Sat-renenutet era già considerata tale. Sottolinea che la nudità della bambola, nonostante l’area pubica non sia accentuata, sia già un indizio sufficiente a favore di un valore simbolico legato alla fertilità.

Disco di Hemaka

Nella tomba 3035 del visir Hemaka, risalente alla I dinastia, a Saqqara, e in diverse tombe di Kahun, sono stati trovati dischi di terracotta forati associati a dei bastoncini appuntiti lunghi circa 15-16 cm: probabilmente si trattava di un gioco che consisteva nel lanciare in aria i dischi e nel tentare di colpirli, in modo da farli cadere il più lontano possibile. I dischi di Hemaka, più di quaranta, come altri giocattoli rinvenuti in tombe, erano spesso delle vere opere d’arte: conservati in un cofanetto di legno intarsiato in avorio, erano realizzati in scisto o calcare, con intarsi in avorio, ebano, alabastro, pietre colorate e steatite. Alcune decorazioni, fatte ruotare, diventano vere e proprie immagini “cinematografiche” in movimento: ad esempio dei levrieri che inseguono delle gazzelle o due uccelli in volo. Potrebbe trattarsi di un gioco simile alla lippa, o quello praticato nel Novecento nel Lancashire chiamato “piggy” (o tip-cat, nel resto del RegnoUnito).

Sport e Passatempi

Nella tomba di Baqt III compaiono tre figure di ragazzi che sollevano degli oggetti piriformi, forse una specie di “sollevamento pesi”, fatto con dei mazzuoli, mentre nella mastaba di Khety

compare un gioco dove due avversari, muniti di bastoni ricurvi, tentano di assicurarsi il controllo di un anello.

Anche la lotta era un gioco molto diffuso fra ragazzi e bambini, come mostrano le scene delle tombe di Amenemhat, Baqt III e Khety, così come braccio di ferro.

Scene di lotta dalla tomba di Khety

Un altro passatempo amato dalle ragazze consisteva nel lanciarsi la palla stando a cavalcioni di una compagna che avanzava a quattro zampe, un gioco simile all’ephedrismos dei Greci; una delle rappresentazioni più celebri proviene dalla tomba di Khety a Beni Hassan e risale alla XII dinastia.

Le performance di giovani donne, tomba di Khety

Si praticavano anche giochi di equilibrio: camminare sulle mani, rimanere in equilibrio sul capo con le braccia incrociate sul petto, o il gioco “della stella”, chiamato nell’antico Egitto “erigere il pergolato di viti”. Di solito in questo gioco ci sono due ragazzi al centro con le braccia distese, che afferrano le mani degli altri partecipanti, che si inclinano all’indietro e vengono fatti girare il più velocemente possibile. Una delle rare raffigurazioni di ragazzi e ragazze che giocano insieme mostra due ragazzi che fanno girare quattro ragazze (tomba di Baqt III); nella mastaba di Ptathhotep l’iscrizione che accompagna la scena recita “gira, quattro volte”. In un’altra rappresentazione, due gruppi di ragazze si fronteggiano: quelle al centro lanciano la palla e la riafferrano, mentre le compagne battono le mani. Forse il gioco consisteva nell’alternarsi nel prendere la palla seguendo il ritmo, ma non disponiamo di ulteriori elementi chiarificatori, e anche in questo caso l’ipotetico nome del gioco, “rwjt”, non è attestato altrove.

Il gioco della stella, tomba di Baqt III

Anche il tiro alla fune era molto popolare, e compare ad esempio sulle pareti della mastaba di Mereruka, anche se, in questo caso, non c’è una corda e i partecipanti al gioco, tre per ogni squadra, si tengono per mano, mentre i primi della fila afferrano l’uno il polso dell’altro; interessante la didascalia in geroglifico che li accompagna: “il tuo braccio è molto più forte del suo, non cedergli” e “la mia squadra è più forte della vostra. Stringili forte, amico mio”.

Fonte Testo:

“Articolo relative a conferenza tenuta dalla Dr.ssa Chiara Zanforlini in occasione della “Giornata Mondiale del gioco” tenutasi in Torre di Porta Villalta il 27 maggio 2016.”

Fonte Immagini:

https://digimparoprimaria.capitello.it/…/CPAC89…/html/46

https://www.archeofriuli.it/hemaka-va-al-cinema/

https://egymonuments.gov.eg/monuments/the-tomb-of-khety/

https://egymonuments.gov.eg/monuments/the-tomb-of-baqet-iii/

Pictures

Stela of the god Wepwawet

By Jacqueline Engel

Limestone.
Asyut?
New Kingdom. 19-20 Dyn.1292-1077BC
The Louvre Museum Paris

In late Egyptian mythology, Wepwawet(hieroglyphic wp-w3w.t; also rendered Upuaut, Wep-wawet, Wepawet, and Ophois) was originally a war deity, whose cult centre was Asyut in Upper Egypt (Lycopolis in the Greco-Roman period).
His name means opener of the ways and he is often depicted as a wolf standing at the prow of a solar-boat.
Some interpret that Wepwawet was seen as a scout, going out to clear routes for the army to proceed forward.
One inscription from the Sinaistates say that Wepwawet “opens the way” to king Sekhemkhet’s victory.

Pictures

Queen Amose Nefertari

By Jacqueline Engel

Queen Amose Nefertari was honored after her death as protectress of the Theban Cemetery.

The grave workers of Deir El Medina dedicated figurines to her in the local Temple.

Wood.

Deir el-Medina Thebes

New Kingdom 19 Dyn. 1292-1191BC.

Egyptian Museum Turin.

Harem Faraonico

HEKANEFER, L’ULTIMO GLORIOSO FIGLIO DEL KAP

Di Luisa Bovitutti

Il tramonto dell’istituzione durante i regni di Akhenaton e Tutankhamon.

Per rinforzare il potere centrale anche Akhenaton cercò di rinnovare i quadri dell’amministrazione dello Stato come avevano fatto i suoi predecessori e di liberarsi di funzionari che occupavano posizioni di prestigio non in virtù dei propri meriti ma grazie alle doti dimostrate decenni prima da un antenato, i quali furono sostituiti con giovani forse altrettanto incapaci ma che erano entrati nelle grazie del re e che venivano ricompensati più per la loro fedeltà che per le doti dimostrate e per i servizi effettivamente prestati allo Stato.

Naturalmente così facendo costui allontanò dalle stanze del potere famiglie antiche ed influenti, alienandosi il loro favore senza rendersi conto che avrebbero invece potuto sostenerlo nella sua opera di rinnovamento globale.

Viste le modalità di scelta dei collaboratori privilegiate dal sovrano, il kap perse progressivamente la sua importanza e scomparve del tutto dopo il periodo amarniano, tant’è che non v’è prova della sua sopravvivenza sotto Ay ed Horemheb.

In effetti tra i figli del kap del periodo si distinse in modo notevole solo il nubiano Heqanefer, il quale, dopo essersi completamente egittizzato attraverso il suo percorso educativo a corte con Akhenaton o addirittura con Amenhotep III, fu nominato governatore di Gerusalemme e in seguito, con Tutankhamon, venne inviato come governatore del suo paese di origine con il titolo di “Principe di Miam”, l’odierna Aniba, città fortificata posta a sud della prima cataratta e capitale delle province della Bassa Nubia.

Per garantirsi il controllo sulla regione recentemente conquistata, infatti, i Faraoni nominavano in qualità di governatori membri dell’élite locale di provata fedeltà, giunti in Egitto da piccoli come ostaggi o per decisione dei loro lungimiranti genitori ed educati nel kap faraonico, che venivano accettati più facilmente dai loro connazionali dei quali conoscevano bene la cultura e le usanze.

Il rango di Hekanefer era particolarmente elevato, in quanto vice di Amenhotep detto Huy, figlio del re di Kush e vicerè di Nubia che lo fece rappresentare nella sua tomba tebana (TT40), e rivestì numerosi altri titoli, emersi dalle iscrizioni rinvenute sulle pareti della sua tomba molto danneggiata.

Oltre ad essere Principe di Miam Figlio del kap, infatti, egli fu anche Ufficiale capo dei trasporti fluvialiPortatore della sedia pieghevole (o forse della faretra) del signore delle due terre che implicava compiti cerimoniali nel servizio reale e Fabbricante di sandali del re, che sottolinea la sua sottomissione al sovrano oppure che Miam era il fornitore ufficiale delle calzature del re.

La tomba, scavata alla destra di altre due in un’imponente formazione rocciosa, è sita a Toshka, in Nubia, una località molto importante fin dall’Antico regno in quanto era il capolinea del fiume e quindi l’ultimo centro di approvvigionamento lungo il tragitto verso le cave di diorite, ametista e corniola che si trovavano nel deserto.

Cartina della Nubia con l’indicazione di Aniba e di Toskha

Essa era stata segnalata fin dal 1819 dallo studioso francese Jean-Nicholas Huyot, visitata nel 1843 da Lepsius e poi da Weigall, il quale individuò sull’ingresso il graffito visibile solo con la luce radente che raffigurava Heqanefer nella posa e con l’abbigliamento del funzionario tebano ed il suo nome in geroglifico, ma venne liberata dalle macerie ed indagata solo a far tempo dal 1961, dal team del Penn Museum e dell’Università di Yale capeggiato dal prof. William Kelly Simpson, che scoprì altre quattro raffigurazioni del defunto.

La formazione rocciosa a Toshka che ospita le tre tombe del Nuovo Regno: si notano chiaramente gli ingressi a sinistra ed al centro; all’estrema destra l’ingresso di quella di Hekanefer, semicrollato.

La tomba riproduce in scala ridotta quella tebana di Amenhotep Huy, ed entrambe risalgono all’epoca di Tutankhamon; all’esterno di essa, a sinistra dell’ingresso, si trova una nicchia danneggiata che contiene i resti di due statue sedute scolpite nella roccia; sopra di esso, vicino alla sommità della formazione rocciosa, vi è un’altra nicchia nella quale vi sono una stele con sommità rotonda e, ai lati, una stele rettangolare.

La pianta della tomba di Hekanefer

Originariamente la sezione di facciata sopra la porta era scolpita con testi che continuavano a destra ed a sinistra e sopra di essi, al centro, con l’immagine di Osiride e di una tavola per le offerte, ai cui lati si trovavano due figure del principe.

L’interno della tomba è costituito da una prima camera rettangolare con pareti fortemente curve che immette in una seconda camera con quattro pilastri, all’interno della quale un pozzo conduce agli appartamenti funerari.

Il pozzo posto nella sala a colonne che dà ingresso agli appartamenti funerari

Questi ultimi sono costituiti da una camera con pilastri grezzi, il cui pavimento è stato abbassato, lasciando solo un ripiano nel quale è stato scavato un altro pozzo all’interno del quale si trova una piccola nicchia destinata ad ospitare il sarcofago o il corredo funerario.

Il pozzo che dà ingresso alla camera sepolcrale

L’ipogeo era già stata saccheggiato e devastato nell’antichità, ma gli archeologi riuscirono comunque a recuperare una quantità di cocci che permisero di ricostruire alcuni vasi, diversi ushabti con tratti tipicamente egizi (uno di maiolica, la metà superiore di un altro di calcare dipinto e tre di pietra verde grigiastra, due dei quali, i più belli, recavano inciso “Heka-nefer, Principe di Miam”), porzioni di un pettorale in pietra tenera con disegni floreali e il testo dello scarabeo del cuore, un frammento di un terminale di collare in pietra a forma di testa di falco, un terminale di arredo in rame a forma di capitello a fascio di papiro e frammenti di una coppa di alabastro.

Due degli ushabti di Hekanefer

I frammenti di collare e di pettorale

Le immagini in bianco e nero risalgono al 1962 e furono scattate dal team che esplorò la tomba.

LA RAPPRESENTAZIONE DI HEKANEFER NELLA TOMBA TT40

Nella tomba tebana di Amenhotep Huy vicerè di Nubia durante il regno di Tutankhamon (TT40) vi è un’altra certa rappresentazione di Hekanefer, l’unico dei molti personaggi ivi dipinti indicato per nome oltre al defunto ed al re.

L’immagine del principe di Miam si trova all’interno della coloratissima e suggestiva scena visibile appena entrati nella tomba, sul lato sud della parete ovest del salone trasversale, che mostra Huy che presenta al sovrano i tributi della Nubia, portati dai dignitari locali; sul lato nord della medesima parete si trova invece l’arrivo dei tributi asiatici.

Riproduzione completa della parete del tributo nubiano. Il personaggio grande è Huy.

Questi tributi erano costituiti in parte dalle imposte che i paesi sottomessi avevano il dovere di versare all’amministrazione egizia, in parte da doni che venivano offerti al Faraone in cambio del “soffio vitale”, che consentiva la sopravvivenza degli uomini e della sua opera di mantenimento della Ma’at.

La delegazione, capeggiata da Hui, era giunta a Tebe navigando lungo il Nilo a bordo di navi sontuose, seguita da chiatte cariche di prodotti preziosi ed esotici; i principi vengono ricevuti a palazzo e li presentano a Tutankhamon, il quale, soddisfatto, riconferma Huy nel suo incarico, premiandolo con numerose collane d’oro: “Oro sul collo e sulle braccia, ancora e ancora, un numero straordinario di volte”.

Tutankhamon in trono, sotto il baldacchino: questa immagine è tratta dallo speculare rilievo del tributo asiatico, molto meglio conservato quanto a questo personaggio.

La raffigurazione dell’omaggio dei nubiani occupa i tre registri superiori della scena: i principi provengono dalla Bassa Nubia (Wawat – primo registro in alto) e dall’Alta Nubia (Kush – secondo e terzo registro), guidano la processione dei servi che portano i tributi e si prostrano dinanzi al Faraone e ad Hui che, nella sua qualità di “portatore di ventaglio alla destra del re”, li accoglie reggendo un grande ventaglio cerimoniale.

La prima e più importante delegazione è quella di Wawat ed è capeggiata proprio da Heqanefer, principe di Miam, che controllava la regione di Wadi Allaqi, principale fonte di oro del paese.

Hekanefer è il principe prostrato davanti ai tributi, ad Hui ed al sovrano (che non si vedono; dietro di lui altri dignitari in ginocchio ed in piedi ed una principessa

Quest’ultimo ha pelle nera e labbra carnose e sebbene fosse completamente egittizzato grazie all’educazione ricevuta a corte, indossa sopra gli abiti leggeri e pieghettati di foggia egizia gli elementi distintivi del costume tradizionale del suo paese, che lo assimilano al modello tradizionale di straniero nubiano: due piume di struzzo infilate in una parrucca di corti ricci scuri trattenute da una fascia bianca sulla fronte, una pelliccia di leopardo sulla schiena, bracciali d’avorio ai polsi, uno stretto girocollo di perline, fasce e cinture di cuoio.

La delegazione, composta da altri notabili e dai figli dei principi della Bassa Nubia, raffigurati come egizi di status elevato, si inchina davanti al Faraone e fa atto di sottomissione: “Omaggio a te, Re d’Egitto, figlio dei Nove Archi! Concedici il respiro che tu dai e fai che possiamo vivere a tuo piacimento”, quindi gli presenta prodotti tipici della sua terra, parte dei quali i servi hanno già deposto davanti al baldacchino del sovrano (oro sotto forma di sacchetti di polvere e di grandi anelli e vassoi contenenti corniola, ematite e diaspro rosso).

Dietro i principi sfila una principessa nubiana elegantemente abbigliata in stile egizio, la cui parte superiore è ormai scomparsa; ella è seguita dai “figli dei principi di tutte le terre” che hanno tratti ed abiti egizi ed indossano un modius d’oro sopra le parrucche; due di loro portano la treccia dell’infanzia sul lato della testa, quindi sono ancora bambini.

Una seconda principessa, forse destinata all’harem di Tut, accompagnata da altri nobili del suo paese li segue a bordo di un carro dotato di parasole, trainato da due buoi senza corna riccamente bardati e governati da un giovane servo; ella ha la pelle nera e indossa gioielli africani bianchi e dorati ed un abito in stile egizio.

Seguono il primo gruppo di offerenti alcuni portatori di oro ed una principessa su di un carro trainato da buoi e condotto da un ragazzo.

Dietro di loro si snoda la sfilata dei portatori di tributi, che reggono vassoi carichi di pesanti anelli e sacchi di polvere d’oro, pelli di felini esotici e code di giraffa, zanne d’avorio, scudi, archi e frecce, mobili in legno pregiato, ebano, un carro, un santuario dorato, buoi grassi destinati al sacrificio che rappresentano gli stessi nubiani nemici dell’Egitto (come si desume dalla presenza di teste tra le lunghe corna decorate e del geroglifico della mano sulla loro punta, che li assimila ad un uomo), ed una giraffa nubiana (priva di macchie e più piccola di quelle comunemente diffuse in Africa).

Particolare dei buoi, con teste di nubiani tra le corna che terminano con delle mani, per completare l’assimilazione tra l’animale ed il nemico sconfitto.

Seguono cinque giovani nubiani con le mani legate ed una corda al collo, che indossano un perizoma di pelle da cui pende una coda, destinati probabilmente a servire il sovrano o l’esercito egizio.

Conclude la processione del primo registro un gruppo di cinque nubiani legati e di due donne con i loro bambini, probabilmente destinati a restare in Egitto per servire il Faraone.

Il registro è completato da due donne, una dietro l’altra; la prima è nera e di marcati lineamenti negroidi, seno pendulo ed addome sporgente, la seconda si vede appena e si distingue dall’altra per il colore della pelle più rossiccio. Ognuna di loro ha per mano un bambino e la prima ne ha un altro in una cesta di pelle bovina che porta sulla schiena.

Il registro inferiore ripropone la stessa struttura del primo: i principi, offrono i doni al Faraone (pietre dure su vassoi e polvere d’oro in un sacchetto) e gli rendono omaggio, seguiti da portatori di altri doni, in questo caso oro in anelli.
Concludono la seconda processione altri portatori di tributi: pelli pregiate, oro, una giraffa viva, code di giraffa (usate come scaccia-mosche) e buoi grassi destinati al sacrificio.

Tra i doni destinati al Faraone si trovano tre manufatti straordinari, molto in voga tra il regno di Hatshepsut e quello di Tutankhamon, purtroppo ora deteriorati e sopravvissuti solo grazie ai disegni degli studiosi che visitarono la tomba: si tratta di tavoli riccamente decorati sui quali è posato un modellino in oro del paesaggio di Wawat, che rappresenta la ricchezza della Nubia e la piena vivificante del Nilo che proviene dal sud.

IPOTESI SULLE DIVERSE RAPPRESENTAZIONI DI HEKANEFER NELLA PROPRIA TOMBA DI TOSHKA ED IN QUELLA TEBANA DI HUY

Georg Steindorff nel 1937 fu il primo ad ipotizzare che l’Hekanefer della tomba tebana e quello nominato nei testi di Toshka copiati da Lepsius e Weigall fossero in realtà lo stesso individuo; nonostante ciò, solo in seguito agli scavi del 1961 si giunse a riconoscere che la struttura investigata da Simpson era la tomba del principe e non un santuario o un cenotafio.

Particolare della tomba di Amenhotep Hui: Hekanefer capeggia la delegazione di Wawat, prostrandosi davanti ad Huy ed a Tutankhamon.

Gli egittologi tuttavia si sono chiesti per quale motivo qui egli si sia fatto ritrarre con le sembianze e l’abbigliamento di un funzionario egizio (sono venute alla luce cinque scene, gravemente compromesse, delle quali ho trovato un’unica scadente immagine) mentre nella TT40 a Tebe viene rappresentato come un nubiano.

Particolare della tomba di Hekanefer a Toshka, dove appare come un egizio, con la pelle chiara, mentre rende omaggio ad una divinità.

Analoga dicotomia si riscontra nella tomba dell’altro figlio del kap Djehutyhotep detto Paitsy, sita a Debeira Est, che fu governatore della Bassa Nubia sotto Hatshepsut e Thutmosis III (come prima di lui suo padre Ruiu e dopo di lui il fratello Amenemhat) e come tale portava di diritto il titolo di principe di Tehkhet.

Pur essendo sicuramente nubiano, si fece rappresentare sulle pareti della sua sepoltura con la fisionomia egizia convenzionale (egli stesso con la pelle di colore rossiccio e la moglie con la pelle gialla), come si può notare dai dipinti superstiti della sua tomba, trasferita integralmente al Museo Nazionale del Sudan a Khartoum in quanto la zona dove essa sorgeva sarebbe stata coperta dalle acque del lago Nasser.

Particolare della tomba di Djiehutyhotep: il dignitario e la moglie appaiono con abiti e fattezze egizie pur essendo nubiani.

Il professore californiano Stuart Smith, esperto dei rapporti tra Antico Egitto e Nubia, riprendendo la teoria formulata dall’egittologo barese Antonio Loprieno, professore all’Università di Basilea, ha sottolineato che la cerimonia della presentazione dei tributi, detta “presentazione di Inu” era un evento carico di significato, attraverso il quale gli egizi e gli stranieri sottomessi (simboli del caos) riconoscevano il potere e l’autorità del sovrano che manteneva la Ma’at, gli rendevano pubblicamente omaggio e gli offrivano doni in cambio del soffio vitale.

In questo contesto i principi vassalli, indipendentemente dal ruolo rivestito nell’amministrazione coloniale e dall’eventuale residuo legame con la madre patria, dovevano impersonare i nubiani vinti dal Faraone, e come tali si presentavano in ossequio al protocollo cerimoniale.

Tale interpretazione troverebbe riscontro in una lettera del primo periodo Ramesside che descrive il ruolo scenico attribuito ai nubiani e agli altri stranieri nell’ambito della cerimonia: “Fate attenzione! Pensate al giorno in cui verrà inviato l’Inu e sarete portati alla presenza (del re) sotto la finestra (delle apparizioni), i Nobili ai lati di fronte a sua Maestà, i principi e gli inviati di ogni paese straniero in piedi, che guardano il tributo…Gli alti popoli Terek nelle loro vesti di cuoio, con ventagli d’oro, acconciature alte e piumate, i lori gioielli d’avorio, e numerosi nubiani di ogni tipo”.

Gli studiosi americani Colleen Manassa e John Darnell, l’ungherese LászlóTörök e più recentemente l’olandese Willem Paul van Pelt hanno escluso la completa egittizzazione dei principi nubiani educati alla corte del Faraone: essi sostengono che indossare il loro costume tipico nel corso della processione dei tributari implicava l’orgogliosa affermazione delle proprie origini etniche ed il non completo asservimento ai conquistatori, che i loro connazionali non avrebbero gradito.

Sembra peraltro improbabile che nell’ambito di una cerimonia egizia rigidamente formale i partecipanti potessero scegliere cosa indossare e soprattutto sottolineare la propria identità nazionale di fronte al sovrano che aveva annesso all’Egitto la loro terra e che interveniva con la forza a reprimere le loro aspirazioni autonomiste.

Dal museo Egizio di Torino, due coppie di arcieri, dalla tomba di Iti e Neferu, I’ periodo intermedio, Gebelein.

Nelle proprie tombe, invece, costruite secondo il modello egizio, i principi potevano liberamente descriversi per quello che erano diventati, ossia uomini di potere inseriti ad alto livello nell’amministrazione coloniale, scegliendo come Hekanefer e Djehutyhotep di enfatizzare la propria completa integrazione nella società che li aveva educati, oppure rivendicando le proprie origini mantenendo alcuni tratti tipici della loro etnia, come ad esempio il colore della pelle e, in alcuni casi, i tratti del viso.

Stele in calcare dipinto dell’arciere mercenario nubiano Nenu, che lo rappresenta con sua moglie egizia Sekhathor, i suoi figli, un servitore ed i suoi cani da caccia. I tre uomini e la figlia indossano costumi nubiani, la moglie un bianco abito di foggia egizia. Dal MFA di Boston.

E’ il caso dei mercenari nubiani stabilitisi a Gebelein ed a sud di Tebe nel primo periodo intermedio, che servirono i principi tebani, che si fecero raffigurare nelle stele con lineamenti egizi ed abiti nubiani, e di Mahierpri, il figlio del kap che nel libro dei morti trovato nella sua tomba appare con l’abito e l’atteggiamento di un ufficiale egizio ma con la pelle nera, un’acconciatura a strettissimi ricci scuri, bracciali d’avorio ed un girocollo di perline, normalmente associati al prototipo dello straniero nubiano (troverete maggiori informazioni su questo principe e sulla sua tomba nel nostro sito, a questo link: https://laciviltaegizia.org/…/19/maiherpri-figlio-del-kap/

FONTI:

Pictures

Dean of stars

By Jacqueline Engel

.

Fragment of a water clock, with an image of various stars from ten-day periods.

A waterclock or clepsydra (Greekκλεψύδρα from κλέπτειν kleptein, ‘to steal’; ὕδωρ hydor, ‘water’) is any timepiece by which time is measured by the regulated flow of liquid into (inflow type) or out from (outflow type) a vessel, and where the amount is then measured.

Grauwak .

Origin unknown.

Greek Period. 332-30 BC

Egyptian Museum Turin.

Pictures

The goddess Nut as a starry sky

By Jacqueline Engel

The goddess Nut as a starry sky.

In the lid of the mummy box of Peftjaoeneith, the goddess Nut is depicted in her nocturnal form.

Her black skin is strewn with stars.

She swallows the red evening sun and gives birth to the crescent moon.

On either side are the twelve hours of the day (right with solar disk) and of the night (left with a star).

In this cycle of sun, moon and stars, the dead also hopes to be included.

See also: IL SARCOFAGO DI PEFTJAOENEITH

Wood.

Origin unknown.

Late Period. 26 Dyn. 664-525 BC Egypt

RMO LEIDEN.HOLLAND

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Sphinx of the ram of Amun

By Jacqueline Engel

Oh Great God, swift one. Who comes to him who calls. Watch my sister for me, the woman born in the same womb as me. Do for her as I have done for you. Spontaneous miracles that cannot be denied. Elevate her children and make them prosper, even as you did for me.”

From Taharqa’s prayer to Amun, at his temple in Kawa

Granitic gneiss sphinx of the ram of Amun protecting figure of King Taharqo between folded front legs; the rectangular base, which has been partially restored, is inscribed with a continuous horizontal register of hieroglyphs.

Napatan Kushite

690BC-664BC

Kawa, Temple Sudan.

Height: 106 centimetres (max)Length: 163 centimetres (base)Width: 63 centimetres (base)

British Museum London.

Picture made in RMO LEIDEN Holland.

Exibition “gods of Egypt”

E' un male contro cui lotterò

IL MISTERO DELL’INFIBULAZIONE FARAONICA

Di Andrea Petta e Franca Napoli

INTRODUZIONE a cura di Giuseppe Esposito

Esistono vari gradi di infibulazione: la più innocua (e la meno praticata) è la cosiddetta “As-Sunna” (tradizione), che comporta la fuoriuscita di 7 rituali gocce di sangue.

Il secondo tipo è la clitoridectomia vera e propria, chiamata anche “Tahara” (purificazione).

Il terzo tipo, e siamo arrivati al punto, è “l’infibulazione o escissione faraonica”. Fra le tre è la più brutale e violenta ed è in questa che, oltre la clitoridectomia vera e propria si ha la “cucitura”.

La moderna classificazione medica delle mutilazioni dei genitali femminili, dal tipo 1 (clitoridectomia parziale o totale) al tipo 2 (escissione, con l’asportazione delle piccole labbra) al tipo 3, la “infibulazione faraonica”

Ma la domanda che mi ponevo allora, e che ancora mi pongo, è chi abbia deciso che il metodo più cruento si chiamasse “faraonico”? e perché?

Non è facile rispondere a questa domanda. Per moltissimi anni l’argomento è stato trascurato e sottovalutato. Si intrecciano motivi culturali, religiosi, sociali e medici in questa cappa di “omertà scientifica”.

Oggi si sa (o meglio, si ipotizza sulla base della diffusione) che la pratica dell’infibulazione, o comunque della mutilazione dei genitali femminili, sia nata tra le sponde occidentali del Mar Rosso ed il Sudan ai tempi della civiltà meroitica (quindi non prima del IX secolo BCE), e da lì si sia diffusa inizialmente in Africa per poi migrare in Asia.

L’attuale diffusione delle mutilazioni dei genitali femminili ed i flussi di diffusione ipotizzati a partire dal Corno d’Africa

Il primo a riferire dell’infibulazione in Egitto è il solito Erodoto, che parla di “circoncisione di ragazzi e ragazze” in Egitto nel V secolo BCE. Un papiro greco del 163 BCE, ora al British Museum, parla di un’operazione che doveva essere condotta su una ragazza di Menfi, tale Tathemis, al momento di ricevere la propria dote, e Strabone ne parla come un’usanza diffusa ai tempi di Augusto. Di lì in avanti ne ritroveremo traccia solo nel XVIII secolo, prevalentemente per la mancanza di scambi culturali tra le diverse regioni del mondo.

Strabone, geografo e storico greco del I secolo BCE. Nel suo “Geographika” (17.2.5) scrisse che “Questa è una delle usanze seguite in maniera più zelante da parte loro [gli Egiziani]: allevare ogni bambino che nasce, circoncidere i maschi ed escidere le femmine”

Ma non tutto è così semplice. Un antico incantesimo dei Testi dei Sarcofagi, quindi risalenti al Medio Regno, fa riferimento sia ad un uomo che ad una donna “non circoncisi”. In questo caso, però, il termine usato (“amat”) potrebbe fare riferimento ad una ragazza ancora non mestruata, quindi prima del menarca – uno dei tanti termini di cui la traduzione esatta è incerta.

La parte dell’Incantesimo 1117 del Libro dei Sarcofagi con evidenziato il riferimento alla donna “amat” (= circoncisa? = non mestruata?). Da Adriaan De Buck e Sir Alan Gardiner. The Egyptian coffin texts. Vol. VII. University of Chicago Press, 1961

Elliott Smith, che abbiamo incontrato innumerevoli volte nell’esame delle mummie egizie, non riporta casi di infibulazione accertata, ma riporta casi in cui le grandi labbra sono state ritrovate accostate verso il perineo in maniera simile all’infibulazione – senza specificare se sia stato un intervento pre- o post-mortem e soprattutto senza traccia di sutura delle labbra stesse. Nessuna possibilità invece di verificare eventuali clitoridectomie per le deperibilità dei tessuti molli. Barclay nel 1964 riportava che non esisteva traccia di infibulazione nelle mummie esaminate.

È stata avanzata l’ipotesi che quanto ritrovato da Elliott Smith fosse una pratica per prevenire profanazioni del corpo della defunta nelle case per la mummificazione, ma sembrerebbe estremamente improbabile (chi l’avrebbe fatto? I parenti della defunta? Un sacerdote “addetto”?). SI ritiene invece che fosse pratica più comune consegnare i cadaveri alle case della mummificazione diversi giorni dopo la morte come “deterrente”.

Riassumendo: l’ipotesi della infibulazione come pratica comune nell’Egitto Faraonico non sembra avere riscontri almeno fino all’Età Tarda o al Periodo Tolemaico; anzi è altamente improbabile che venisse effettuata prima di questo periodo. Le osservazioni di Erodoto e più tardi di Strabone hanno probabilmente indotto una distorsione nella percezione di questa pratica, da loro intesa come praticata da tempo immemore ed invece introdotta molto più recentemente lungo le sponde del Nilo.

La terminologia “infibulazione faraonica” potrebbe derivare quindi da una facile associazione Egitto (in cui nel XVIII era pratica generale) – Faraoni nata in piena epoca coloniale senza alcun riferimento concreto con le mummie ritrovate – anche perché, a quell’epoca, non era ancora d’uso una ricerca scientifica così approfondita su quei “corpi neri” che venivano trattati alla stregua di oggetti.

Nulla vieta, perciò, che il procedimento semantico nulla abbia a che vedere con le mummie su cui, solo successivamente, sia eventualmente stata riscontrata un’analoga usanza – decisamente non generalizzata e sorta in epoca molto tarda, altrimenti se ne sarebbe scritto per ogni mummia di sesso femminile rinvenuta.