C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

LA REGINA HATSHEPSUT

Di Piero Cargnino

Hatshepsut, la regina con la barba, il suo nome significa “La prima tra le nobili”. Gli egizi la conoscevano comunemente tramite il praenomen Maatkara. Nei suoi monumenti compare con il nome intero Henemetamon-Hatshepsut, ma questa regina sorprese anche gli studiosi che scoprirono l’esistenza di questo faraone-donna con il nome iscritto al maschile Hatshepsu o, in certe grafie Hashepsu, rappresentato come un uomo, con la barba posticcia come tutti i faraoni. La regina compare indistintamente come maschio e come femmina quasi a volersi appropriare del concetto di dualità che aveva molta presa nella mentalità egizia.

Figlia di Thutmosi I e della sua Grande Sposa Reale Ahmose, viene considerata a tutti gli effetti la quinta sovrana della XVIII dinastia.  Ancora in tenera età (12 anni) andò sposa al fratellastro Thutmosi II, figlio della sposa secondaria di Thutmosi I Mutnofret per rafforzare la sua pretesa al trono. 

Alla morte del padre Hatshepsut, che portava anche il titolo eccelso di “Divina Sposa di Amon”, portatrice del sangue della venerata regina Ahmose Nefertari (nonna o bisnonna, a quel tempo già deificata), avrebbe avuto tutti i diritti per succedere al trono visto che i suoi fratelli erano morti. Pare, ma non è certo, che suo padre, Thutmosi I l’avesse designata a succedergli. Certamente l’ambizione di  Hatshepsut era quella ma le cose non andarono secondo la sua volontà, al trono salì Thutmose II, di sangue reale solo da parte di padre che rafforzò questa sua posizione sposando la sorellastra ancora troppo piccola per potersi imporre. Hatshepsut dovette accontentarsi di diventare “Grande sposa reale”, sicuramente accettò quella posizione a malinquore tanto doveva essere il suo orgoglio.

Forse anche a causa di problemi di salute, di cui doveva soffrire, Thutmosi II non fu certo un grande nell’amministrazione del potere tanto che la forte personalità di Hatshepsut gli permise di attorniarsi di una cerchia di sostenitori abili e potenti come Hapuseneb e soprattutto di Senenmut.

Senenmut fu architetto, capo di Stato e diretto consigliere della regina Hatshepsut, il suo nome tradotto letteralmente significa “fratello della madre” in quanto tutore della principessa Neferura, figlia di Thutmosi II e di Hatshepsut, ma di lui parleremo più approfonditamente in seguito.

Thutmosi II morì intorno ai 25-30 anni, il terzo giorno del primo mese di Shemu dopo un breve regno (forse 3 anni) lasciando i suoi due figli, la principessa Neferura e il figlio maschio Thutmosi avuto dalla seconda moglie Iside. Trovandosi entrambi in tenerissima età si aprì una crisi per la successione che troviamo descritta sul muro della cappella del funzionario Ineni:

<<………[Thutmosi II] uscì verso il cielo e si unì agli dei. Il figlio [Thutmosi III] si levò al suo posto a Re dei Due Paesi. Egli governò sul trono di colui che lo aveva generato………La “Sposa del dio” Hatshepsut dirigeva gli affari del Paese secondo la propria volontà. L’Egitto con il capo abbassato lavorava per lei……..>>.

Erede legittimo al trono Thutmosi III, “Menkheperra Thutmose”, doveva avere all’incirca tre anni. Forte dell’appoggio dei suoi numerosi sostenitori, primo fra tutti l’architetto Senenmut, Hatshepsut assunse di fatto la reggenza sebbene la cosa fosse anomala, anche se si era già verificato varie volte in passato, era però la prima volta che una regina assumeva la reggenza senza essere la madre del re.

Hatshepsut esercitò la reggenza per i primi anni di regno di Thutmosi III poi, il suo orgoglio e la brama di potere la portarono ad intentare una rivoluzione strisciante destinata a cambiare in modo radicale la società tradizionale egizia.

Iniziò esautorando il potentissimo funzionario Ineni che molta parte aveva avuto nell’ascesa al potere di Thutmosi II. Al suo posto coprì di onori e incarichi prestigiosi i suoi fedeli sostenitori, Senenmut e Hapuseneb. 

Hapuseneb fu un grande politico, Visir e Sommo sacerdote di Amon, seppe imporsi in modo rilevante durante l’ascesa al potere di Hatshepsut.

Dapprima si cercò di dimostrare a tutti che Thutmosi I, prima di morire, l’avesse nominata a tutti gli effetti sua diretta discendente permettendogli in tal modo di rivendicare il diritto di salire al trono. Ma, come se ciò non bastasse, si cominciò a far circolare una leggenda sulla nascita di Hatshepsut che la stessa regina fece raffigurare in un ciclo di pitture e testi, ancora presenti sulle pareti del suo maestoso tempio a Deir el-Bahari a testimonianza del proprio diritto al trono.

Le sculture a bassorilievo del tempio di Hatshepsut raccontano la storia della nascita divina di un faraone donna, il primo del suo genere. Come nella rappresentazione di un dramma le scene si susseguono rappresentando il concepimento e la nascita divina della regina. Il testo è molto lungo, io ne riporto alcuni brani significativi. Nella prima scena il dio Amon, assiso in trono, attorniato da dodici dei, esprime la sua volontà:

<<……..Desidero la compagna [Ahmose] che egli [Thutmosi I] ama, colei che sarà la madre autentica del re dell’Alto e Basso Egitto, Maatkara, che viva, Hatshepsut Unita ad Amon…….Io le darò tutte le pianure e tutte le montagne……..farò che siano dati dei grandissimi Nili alla sua epoca……..e colui che bestemmierà impiegando il nome di Sua Maestà, farò che muoia sul campo…….>>.

A questo punto Amon manda il dio ibis, Thot sulla terra il quale torna a riferire:

<<…….Questa giovane donna di cui mi hai parlato……….il suo nome è Ahmose. Essa è bella più di qualunque altra donna che sia nel Paese, va e prendila…….>>.

Dunque Amon scende sulla terra con le sembianze del faraone Thutmose I, si introduce nella stanza della regina e giace con lei, nelle immagini non è rappresentato l’amplesso ma il testo è molto esplicito, evoca un’accesa sensualità che la regina Ahmose non sa trattenere non appena riconosce che si tratta del dio Amon:

<<………Allora Amon, il dio eccellente signore del Trono delle Due Terre, si trasformò e prese l’aspetto di Sua Maestà [Thutmosi I]……..la trovò che dormiva nella bellezza del suo palazzo……..l’amore di Amon penetrò il suo corpo…….Quanto è grande la tua potenza……..quando la tua rugiada ha penetrato tutta la mia carne……..>>.

Quindi Amon chiama il dio vasaio Khnum e gli ordina di modellare sul suo tornio il corpo e l’anima (ka) di Hatshepsut ed il dio Khnum precisa:

<<………Le sue forme saranno più esaltanti di quelle degli dei, nel suo splendore di re dell’Alto e Basso Egitto……..>>.

Nelle scene che seguono si nota una stranezza, sia il corpo che l’anima di Hatshepsut hanno entrambe i genitali maschili. A questo proposito l’egittologa francese Christiane Desroches Noblecourt suggerisce che sia il corpo che l’anima non rappresenterebbero la persona di Hatshepsut ma la sua funzione regia con il suo ka, il concetto stesso di “faraone”.

Ma torniamo all’ascesa al trono della regina, innanzitutto va detto che ancora prima di assumere il potere regale aveva già provveduto a farsi costruire una tomba. Per questo scelse lo Wadi Sikket Taqa el-Zaide, che si trova ad ovest della Valle dei Re, dove Howard Carter la scoprì nel 1916; oggi è contrassegnata dalla sigla WA D. Racconta Carter:

Era mezzanotte quando arrivammo sul luogo e la guida mi indicò una fune che penzolava nel vuoto lungo la faccia della rupe. Ci mettemmo in ascolto e sentimmo i ladri che stavano operando proprio in quel momento…….quando raggiunsi il fondo ci furono un paio di momenti di tensione. Diedi loro l’alternativa di sloggiare per mezzo della mia fune, o restare dov’erano senza alcuna fune e quelli, capita l’antifona, fuggirono” (Howard Carter).

Nella tomba Carter rinvenne pure un sarcofago in quarzite gialla, che oggi si trova al Museo Egizio del Cairo, sul sarcofago si trova l’iscrizione:

“La principessa ereditaria, grande di favori e di grazia, Signora di tutte le terre, figlia del re, sorella del re, la Grande Sposa e Signora delle Due Terre Hatshesput”.

Dopo la sua ascesa al trono però Hatshesput decise che le dimensioni di questa sepoltura non si addicevano a un faraone, la tomba venne così abbandonata e non se ne seppe più nulla fino al suo ritrovamento. Pensando quindi ad un complesso molto più maestoso, pur essendo donna, non scelse come luogo per la sua sepoltura la Valle delle Regine, ma per rimarcare la sua posizione di faraone si rivolse alla Valle dei Re e scelse la tomba KV20 (forse la più antica di tutta la Valle), già occupata da suo padre Thutmosi I. Fece ingrandire la tomba dotandola di una nuova camera sepolcrale in modo che potesse contenere una doppia sepoltura, la sua mummia e quella del padre che fece deporre in un nuovo sarcofago originariamente destinato a lei. Pare che, al momento della sua morte, in un primo momento sia stata effettivamente inumata accanto a Thutmose I nella KV20.

Dopo aver “silurato ” Ineni abbiamo visto che il pensiero predominante di Hatshesput era quello di farsi accettare come faraone donna, cosa che appariva almeno insolita dai più. Con i suoi accoliti e grazie ad un’abilità straordinaria, Hatshepsut, figlia di Amon e da lui stesso designata a regnare, non incontrò ostacoli. Il periodo in cui ciò avvenne è ancora oggetto di dibattito tra gli studiosi, alcuni sostengono che la cosa si verificò nei primi due anni di regno, secondo altri sarebbe avvenuta al settimo anno. Tale fu per molto tempo l’immaginario collettivo nei riguardi della regina Hatshepsut che ne nacque una leggenda popolare che intendeva identificare la regina con la principessa Bithia, colei che trovò Mosè che galleggiava nella cesta di vimini sul Nilo. Inutile dire che il tutto è stato largamente smentito sia dagli egittologi che dagli stessi studiosi della Bibbia.

Con il piccolo Thutmosi III nell’ombra, la “regina” si dedicò subito agli affari di stato proseguendo nella politica iniziata dai suoi predecessori, era necessario ripristinare i rapporti con i paesi confinanti che più avevano risentito degli sconvolgimenti avvenuti durante il periodo degli Hyksos. Più ancora che con la guerra occorreva ristabilire i contatti e riaffermare l’influenza egizia sui vari popoli. Hatshepsut si dimostrò fin da subito una sovrana pacifica, si dedicò maggiormente ad impiegare risorse nella costruzione di edifici più che nella conquista di nuovi territori; non fu comunque una sovrana imbelle trascurando le sorti del regno che aveva ereditato, per la difesa dei suoi confini si operò particolarmente nel dissuadere i vicini più bellicosi, allo scopo intraprese almeno sei campagne militari nei suoi ventidue anni di regno.

Come sempre in passato alla morte di un faraone i nubiani assalivano i confini meridionali dell’Egitto e le fortezze quasi per verificare le reazioni del nuovo faraone. Hatshepsut reagì subito con forza recandosi personalmente a condurre il contrattacco e, con spavaldo orgoglio lo fece descrivere nelle pareti del suo tempio a Deir el-Bahari.

<<……Un massacro fu fatto fra loro, essendo sconosciuto il numero dei morti, furono loro tagliate le mani…….Tutti i Paesi stranieri parlarono allora con la rabbia nel cuore……I nemici complottavano nelle loro vallate……I cavalli sulle montagne…….il loro numero non fu noto……..Ella ha distrutto il Paese del Sud, tutti i Paesi sono sotto i suoi sandali……come era stato fatto da suo padre il re dell’Alto e Basso Egitto Akheperkara…….>>.

Spiccano dai rilievi nel suo tempio funerario di Deir el-Bahari le rappresentazioni della campagna che intraprese intorno al nono anno di regno. Questa fu diretta al Paese di Punt, forse la Somalia ed era composta da cinque navi della “lunghezza di 70 piedi”. Le navi tornarono cariche di tesori, mirra e numerosi alberi d’incenso che la regina fece piantare nel cortile del suo tempio funerario.

Da un rilievo del tempio emerge quello che sarà stato il racconto dei componenti della spedizione circa la descrizione della Regina di Punt la Regina Ati. Questa viene rappresentata in modo grottesco e particolarmente corpulenta al punto tale che la cosa ha suscitato numerosi interrogativi. Oltre a quattro pieghe di grasso sul ventre e i grossi seni flaccidi, questa donna di statura normale è deformata da enormi cuscinetti che le invadono le braccia e le cosce e debordano sulle ginocchia, risparmiando relativamente le estremità. Il suo aspetto è sgradevole, indossa un vestito giallo, bracciali, cavigliere, ed una collana di perline alternate e un catenina le gira attorno alla gola. I suoi capelli, come quelli di sua figlia, sono legati con una fascia sulla fronte.

Maspero suggerisce che la Princessa Ati possa aver sofferto di elefantiasi; Mariette è invece dell’opinione che gli artisti Egiziani non abbiano rappresentato solo la moglie di un capo, bensì il tipo di donna più ammirato dalla razza somala. È, infatti, opinione di molti studiosi che Ati sia un esempio del più alto tipo di bellezza femminile per il popolo di Punt, ciò in accordo con il gusto dei nativi di certe parti dell’Africa Centrale. Forse la regina di Punt soffriva di qualche malattia tipo iperlordosi o ipotiroidismo con mixedema o simili oppure è stata rappresentata volutamente in modo grottesco per esaltare maggiormente la differenza di bellezza con quella di Hatshepsut.

Restando sul piano militare la regina Hatshepsut non fu certo da meno di molti suoi predecessori e tanto meno di suoi successori. Preso atto che a tutti gli effetti gli egiziani erano rimasti privi di una guida sicura data la giovane età del faraone designato, alcune tribù provenienti dalla Siria e dalla Palestina ne approfittarono per creare problemi alle frontiere egizie compiendo escursioni e scorribande.

Certo non avevano fatto i conti esatti, dietro  Thutmosi III c’era  Hatshepsut che non ci mise molto a farsi riconoscere. Non si sa il periodo preciso in cui ciò avvenne ma sicuramente fu nei primi anni di regno della sovrana. Senza muoversi dalla sua capitale la sovrana ordinò quella che da molti viene considerata la sua seconda campagna militare, anche se in effetti dovette essere la prima di guerra, che in breve rimise le cose a posto. In un secondo tempo l’irrequietezza dei nubiani, forse spinti dalle stesse ragioni degli asiatici, li indusse sconsideratamente ad attaccare la frontiera meridionale dell’Egitto intorno al dodicesimo anno di regno della regina (ca. 1466 a.C.) ma la fermezza ed abilità di Hatshepsut li fronteggiò e li represse ferocemente.

Non paghi forse di quella sconfitta, i nubiani si riorganizzarono e ci riprovarono otto anni dopo, ma gli egizi, questa volta pare che lo stesso Thutmosi III, ormai poco più che ventenne, abbia guidato personalmente le truppe egizie, riscossero una nuova grande vittoria. Poiché i nubiani nelle loro scorribande godettero dell’appoggio degli abitanti del paese di Mau, nella Nubia meridionale, fu ancora il giovane principe Thutmosi III ad invaderli e sconfiggerli; di questa campagna esiste una citazione che parla di una caccia al rinoceronte che Thutmosi III intraprese durante gli scontri.

Fu poi nell’ultimissima parte del regno di Hatshepsut che Thutmosi III, ormai pienamente entrato nel ruolo che lo vedrà grande re-guerriero, agì prontamente riscuotendo enorme successo. Con il suo esercito invase la Palestina ed espugnò la città di Gaza che si era ribellata ristabilendo il potere egizio su quelle terre.

Hatshepsut, ormai anziana non aveva più voce in capitolo, il suo ruolo ormai era solo più meramente rappresentativo, il potere era a pieno titolo nelle mani del nipote Thutmosi III che aveva assunto una posizione dominante all’interno della casa reale.

Per quanto concerne l’attività costruttiva, Hatshepsut può essere definita a pieno titolo una tra le più prolifiche della storia egizia, fece costruire centinaia di edifici, sia nell’Alto che nel Basso Egitto, maestosi edifici così numerosi da superare tutti quelli costruiti dai suoi predecessori per tutto il Medio Regno. Sono molti gli edifici che i suoi successori tentarono di attribuirsi la paternità, spesso in modo grossolano e del tutto evidente.

La sovrana, forse anche dietro suggerimento di Senenmut, maggiordomo reale, primo consigliere della regina e, pare, anche il suo amante, andò a ripescare l’illustre architetto Ineni, che aveva messo in disparte all’inizio del suo regno assegnandogli numerosi incarichi riguardo alle costruzioni. La produzione di statue reali assunse proporzioni ineguagliabili, il grande numero di quelle giunte fino a noi è tale che quasi ogni museo di antichità egizie ne possiede almeno una.

A New York il Metropolitan Museum of Art ha istituito al suo interno una apposita sala, la “Hatshepsut Room” dove sono contenuti solo reperti della regina.

A Karnak Hatshepsut seguì la tradizione dei grandi faraoni facendo costruire opere di abbellimento del grande Complesso Templare; riportò alla sua originale bellezza il Recinto di Mut, dedicato alla dea Grande Sposa di Amon. Il Recinto aveva subito gravi danni in seguito alle devastazioni del periodo degli Hyksos.

Famosi per la loro imponenza i due obelischi che la regina fece erigere all’entrata del tempio di Karnak dopo il quarto pilone. Uno dei due è ancora in piedi ed è il più alto obelisco presente in Egitto, 29,26 metri, il gemello è crollato spezzandosi in due parti. Il più alto al mondo è l’obelisco Lateranense a Roma che raggiunge, senza il piedistallo, 32,18 metri.

Un’altra importante costruzione è la cosiddetta “Cappella Rossa” di Karnak, destinata a contenere il tabernacolo della barca sacra di Amon. E’ rivestita in pietra intagliata e decorata da scene che raccontano momenti di  vita della regina.

La Cappella era lunga 18 metri e larga 6, le mura erano alte 5,5 metri terminando con modanatura a gola egizia, la parte inferiore era in diorite nera mentre quella superiore in quarzite rossa che gli valse il nome di Cappella Rossa. All’interno del recinto aveva due cortili aperti, al centro del primo si trovava una vasca che doveva contenere probabilmente la barca sacra, al centro del secondo si trovavano due piedistalli di pietra.

Probabilmente si trovava nella corte centrale, secondo alcuni tra i due obelischi, ma la cosa non è certa.

Forse Hatshepsut non riuscì a completarlo, cosa che fece poi Thutmosi III, pena poi farlo smantellare in un secondo tempo (forse a causa della “damnatio memoriae” in cui era caduta la regina). I blocchi vennero in parte riutilizzati per il santuario di Amon ed i restanti riutilizzati per altri lavori tra cui le fondazioni del nono pilone del tempio di Ptah.

Fortunatamente per gli archeologi, Amenhotep III ne usò molti come riempimento del terzo pilone per cui si sono conservati praticamente integri. Questi furono usati nel 1997 quando venne decisa la ricostruzione parziale della Cappella Rossa che oggi fa bella mostra di se nel museo all’aperto di Karnak e misura 15 metri per 6.

Adesso che abbiamo imparato a conoscerla non ci stupiamo di certo se apprendiamo che alla bella regina due obelischi non bastavano, soprattutto come dimensioni. In occasione del sedicesimo anniversario della sua ascesa al trono decise di farsi un regalo, ordinò che gli venissero scolpiti due obelischi che avrebbero dovuto superare in altezza tutti quelli esistenti. La sua ambizione venne purtroppo frenata da un inconveniente che si verificò a lavoro quasi finito. L’obelisco più grande, che avrebbe misurato 41,75 metri di altezza con una base di 4,2 x 4,2 metri, ed un peso di circa 1.200 tonnellate, ad un certo punto si crepò, una lunga fenditura perpendicolare all’asse verticale dell’obelisco, che parte dalla cima e scende per parecchi metri vanificò tutto il lavoro fino ad allora svolto. Abbandonato nella cava che si trova due kilometri a sud di Assuan, il cosiddetto “Obelisco incompiuto di Assuan” è rimasto li, nella cava di granito rosa, per oltre 3.500 anni ad attirare migliaia di turisti che ogni anno vanno a visitarlo. Tutta l’area è stata dichiarata dal governo egiziano “Museo all’aperto”.

Oltre che ai turisti l’obelisco incompiuto è servito agli studiosi per capire la metodologia utilizzata per la creazione degli antichi obelischi (pare).

Hatshepsut si preoccupò anche di onorare la dea Pakhet, una forma sincretica di Bastet e Sekhmet, due divinità della guerra, entrambe di forma leonina, una per l’Alto Egitto l’altra per il Basso Egitto. Venerata principalmente nelle zone di confine tra nord e sud, presso Minya (Beni Hasan), dove, per la loro somiglianza, le due dee si univano per assumere una forma unica, era la dea venerata nel XVI nomo dell’Alto Egitto.

Pakhet rappresentava la furia distruttrice del sole, nei “Testi dei sarcofagi” e  veniva rappresentata come colei che va a scovare le prede nel buio della notte. Fu proprio a Beni Hasan, nei pressi di una necropoli contenente 39 antiche tombe del Medio Regno, nel territorio del nomo di Oryx il cui governatore era Hebenu, che Hatshepsut fece costruire in una grotta sotterranea un tempio rupestre dedicato alla dea Pakhet, ammirato per secoli venne nominato “Speos Artemidos” (Grotta di Artemide) durante il periodo tolemaico.

Dopo la morte di Hatshepsut il tempio subì delle modifiche sempre nell’intento di cancellare il più possibile la memoria della regina, Seti I della XIX dinastia fece addirittura asportare alcune decorazioni che impiegò nella sua tomba.

Ma per soddisfare la sua ambizione di apparire sempre più grande poteva Hatshepsut essere da meno dei suoi più grandi predecessori che si erano costruiti un tempio funerario? Certo che no.

Alla costruzione del suo magnifico tempio funerario ci pensò Senenmut, il suo inseparabile cancelliere, architetto reale e forse amante che, con ogni probabilità, progettò il tempio. Venne scelta come località Deir el-Bahari dove già esisteva il tempio di Mentuhotep che venne preso a modello pur differenziandosi per molti aspetti. Il tempio di Hatshepsut, altrimenti detto “Djeser-Djeseru” (Sublime dei sublimi o Meraviglia delle meraviglie o Santo dei Santi) si trova sulla sommità di varie terrazze, un tempo giardini lussureggianti, costruite a ridosso della scarpata rocciosa che costituisce il limite della Valle del Nilo e che forma uno scenario alle spalle del complesso. Il tempio rappresenta una innovazione architettonica che crea un punto di fusione tra quella egizia e quella classica, anticipando di oltre un millennio quella che possiamo ammirare nel Partenone di Atene.

Si tratta di uno dei maggiori esempi di architettura funeraria del Nuovo Regno dove la sublime grandezza del faraone si affianca a quella degli dei che lo accompagneranno nella sua vita ultraterrena. Viene abbandonata quella forma di grandezza megalitica fine a se stessa dell’Antico Regno per creare un luogo dove il culto possa trovare il massimo spazio. Il tempio si sviluppa su tre livelli di terrazze che raggiungono un’altezza totale di 35 metri. Ogni livello è sorretto da una doppia fila di colonne quadrate tranne l’angolo nordoccidentale della seconda terrazza dove è situata la cappella con colonne protodoriche; ciascuna terrazza è raggiungibile attraverso ampie rampe che in origine ospitavano giardini con piante esotiche provenienti dalla terra di Punt, in particolare mirra e alberi d’incenso dai quali si ricavava il franchincenso, o olibano, per i rituali.

Come abbiamo già accennato in precedenza, all’interno del tempio si trova il ciclo di bassorilievi che raccontano la storia della nascita divina della regina per opera del dio Amon; inoltre è ampiamente rappresentata la spedizione nel paese di Punt. Due statue di Osiride oltre a molte altre che rappresentavano la regina in diverse pose, in piedi, in ginocchio o seduta, si trovavano all’interno del tempio dove abbondavano gli ornamenti e le sculture.

Tutto ciò venne in parte fatto distruggere dal suo figliastro e successore Thutmosi III nell’ambito della “damnatio memoriae” alla morte di Hatshepsut. Cosa si può ancora aggiungere, abbiamo parlato di una grande donna, principessa e regina di un popolo che valorizzava le donne fino al punto di accettare di esserne governato. Di una donna che voleva essere uomo pur essendo più grande di molti uomini che la precedettero e gli successero. Fu un grande faraone, più grande e più potente di Nefertiti e Cleopatra, ma alla sua morte fu colpita dalla “damnatio memoriae”, con tanto di cancellazione del suo nome dai monumenti e manomissione delle statue che la ritraevano.

A questo proposito occorre aggiungere che la cancellazione delle immagini e dei nomi di Hatshepsut non fu così immediato e totale come ci si aspetterebbe da una vera damnatio memoriae, se così fosse stato oggi non avremmo una così ricca iconografia della regina. Nulla prova che Thutmosi III volle mai una cancellazione totale del ricordo di Hatshespsut, se così fosse stato, in quanto comandante supremo dell’esercito nominato proprio dalla stessa Hatshepsut, sicura della fedeltà del nipote, cosa gli avrebbe impedito di ordire un  colpo di Stato ed impadronirsi del trono di suo padre?. Hatshepsut fu una grande donna e soprattutto un grande faraone anche senza la barba finta.

Purtroppo anche le grandi figure ad un certo punto muoiono, e così morì anche Hatshepsut. Come e quando sia morta non è ben chiaro, alcuni fanno risalire la sua morte intorno al suo 22º anno di regno. Questo viene dedotto dalle iscrizioni presenti su di una stele dove compaiono insieme la regina con il nipote Thutmose III, la stele è datata il “ventiduesimo anno, il decimo giorno del mese di peret” e risale al 1458 a.C. circa, fu rinvenuta ad Ermonti e dal 1819 è conservata nel Museo Gregoriano Egizio in Vaticano.

Si ritiene che la stele celebri l’ascesa al trono di Thutmosi III e che a proclamarlo sia proprio Hatshepsut ormai troppo vecchia (e malata?) per continuare a regnare personalmente. Sulla stele compare Thutmosi III che indossa la corona bianca khedyet  dell’Alto Egitto, porta la barba posticcia e veste il corto gonnellino detto shendit dal quale penzola la classica coda di toro. Davanti a lui, per rimarcare la sua posizione di maggior rilievo, compare il Faraone Hatshepsut nell’atto di porgere delle offerte al Dio, nelle mani stringe due vasi globulari. Non porta la barba posticcia ma veste lo shendit da uomo con la coda di toro e indossa la corona azzurra khepresh del Basso Egitto. Lei è la Grande Sposa Reale, la sposa principale del faraone Thutmosi II. Nel testo, Hatshepsut, esaltando il nipote, afferma tra l’altro:

<<……..Quando lanciava frecce contro un bersaglio di rame, tutti i pali si spezzavano come canne……..Io dico ad alta voce ciò che ha fatto e non vi è nè bugia nè menzogna alla presenza di tutto quanto il suo esercito. Non vi è là una parola di esagerazione…….>>.

Come abbiamo visto in precedenza, dopo essersi fatta costruire una prima tomba, quando era ancora “Grande sposa reale” di Thutmosi II, decise che questa non era degna di accogliere una donna del suo lignaggio ed iniziò ad ingrandire ed ampliare, dotandola di due camere sepolcrali, la tomba originariamente creata per suo padre Thutmosi I, la KV20, dove in effetti potrebbe essere stata sepolta.

Non si sa per quale ragione, forse per prevenire i frequenti saccheggi di tombe, Thutmosi III ad un certo punto decise di far spostare la mummia di Thutmosi I in una nuova tomba, la KV38 dotandola di un nuovo corredo funerario.

A questo punto è possibile che Hatshepsut sia stata spostata nella tomba KV60 che in origine era la tomba del nobile Maherpera che molti egittologi suppongono che si trattasse di un figlio di  Hatshepsut e del suo amante Senenmut. Nella tomba si trovava già la mummia della nutrice della regina, Sitra. Scavata prima da Carter nel 1903, venne successivamente rivisitata da Ayrton nel 1906 il quale rinvenne all’interno due mummie, all’interno di un sarcofago si trovava la mummia di Sitra che venne asportata, accanto un’altra mummia, sempre femminile, che venne lasciato in loco. All’epoca né Carter né Ayrton mapparono la tomba che venne dimenticata. Verrà ritrovata solo nel 1990 grazie agli scavi di Donald P, Ryan.

Nel 1966 alcuni studiosi, esaminando i diari di scavo dei due predecessori, ipotizzarono che la seconda mummia fosse quella di Hatshepsut; come vedremo più avanti sarà solo nel 2006 che Zahi Hawass, grazie ad un dente, riuscirà a dimostrare che si tratta proprio di Hatshepsut (?). Se le analisi del DNA e le prove con il dente di Zahi Hawass, di cui parleremo più avanti, fossero corrette allora potremo ipotizzare le probabili cause della morte della regina.

La mummia è quella di una donna sulla cinquantina, veneranda età per il periodo, obesa, con i capelli ramati e alta intorno al metro e sessanta, pare che la regina soffrisse di diabete, di artrite e possedesse una pessima dentatura, cosa molto diffusa in quel tempo in Egitto a causa della quantità di fine sabbia contenuta nella farina per fare il pane. Era pure affetta da un cancro alle ossa ormai diffuso in tutto il corpo. Si presentava con la postura di mummificazione tipica dei membri della famiglia reale.

Ora torniamo alla KV20 dove con ogni probabilità venne collocata la sua mummia, Durante la sua esplorazione del 1903, Howard Carter rinvenne alcuni oggetti appartenuti ad Hatshepsut ma altri provenienti dal suo corredo funebre vennero trovati sparsi in vari altri posti, la testiera di un letto (in un primo tempo scambiata per un trono, un gioco da tavolo, senet con pedine in diaspro rosso recanti i suoi titoli regali, un anello con sigillo e un ushabti rotto con parte del suo nome. Ma la cosa più importante per Zahi Hawass fu il ritrovamento, nella cachette di Deir el-Bahari, di un contenitore per vasi canopi in avorio sul quale spicca il nome di Hatshepsut con al suo interno un fegato (o milza) mummificato oltre ad un dente, molare con parte della radice.

Nella primavera del 2007 Zahi Hawass fece trasportare la mummia al Museo egizio del Cairo per analizzarla. Subito venne constatato che alla mummia mancava un dente. Venne allora preso il molare trovato nello scrigno canopico di Deir el-Bahari e confrontato con la parte della radice che si trova ancora nella mascella della mummia, apparve subito evidente che la due parti combaciavano perfettamente. A questo punto il caso è risolto, la mummia è realmente quella della regina Hatshepsut.

In una conferenza stampa presso il Museo Egizio del Cairo, il ministro della Cultura egiziano Farouk Hosni e il segretario generale del Consiglio Superiore per le Antichità Zahi Hawass hanno affermato:

<< L’identificazione certa della mummia è stata possibile grazie al matrimonio tra tecnologia, scienza e archeologia >>.

E se lo dice Zahi Hawass…………(mi si perdoni lo scetticismo). Si pensa che il tumore osseo che la uccise sia da attribuire all’uso prolungato di una pomata di cui la regina faceva uso per lenire i dolori causati da una malattia cronica della pelle. (Prof. Helmut Wiedenfeld, dell’Istituto Farmaceutico dell’Università di Bonn

LA DAMNATIO MEMORIAE

La Grande ed ingombrante regina è morta, ora le Due Terre sono sotto la ferrea mano del faraone guerriero Thutmosi III.

Secondo alcuni il nuovo faraone, nipote della regina defunta, dopo aver condiviso con lei il trono per vent’anni, essere stato nominato comandante dell’esercito ed aver combattuto e vinto parecchie battaglie, decise di vendicarsi della zia-matrigna, e quindi avrebbe dato vita ad una censura della sovrana con un qualcosa di simile alla “damnatio memoriae” tipica dell’antica Roma.

Riflettiamo, un simile comportamento si sarebbe adattato all’immagine di uno dei più grandi faraoni-guerrieri della storia Egizia quale Thutmosi III? Così la pensarono i primi egittologi ma poi, approfondendo gli studi emerse innanzitutto che la graduale cancellazione di Hatshepsut da alcuni monumenti e da alcune cronache faraoniche ebbe inizio verso la fine del regno di Thutmosi III estendendosi maggiormente durante il regno del suo successore, e figlio, Amenofi II.

Va notato inoltre che la cancellazione della memoria della regina si è verificata in un modo assai strano, sporadico e per lo più in un ordine piuttosto casuale, spesso si nota che la cancellazione è incompleta, solo le figure più visibili e accessibili furono rimosse. Mentre notiamo che nel tempio di Deir el-Bahari vennero distrutte, o sfigurate, molte statue che poi furono sepolte in un pozzo,  altrove rimangono intatti i contesti e le sagome della regina come quelle dei geroglifici dei suoi nomi che rimangono ben interpretabili. D’altra parte se la distruzione avesse assunto veramente la forma di una “damnatio memoriae” non avremmo una così ricca iconografia della regina.

Thutmosi III molto probabilmente tollerò questi cambiamenti per non scontrarsi col figlio Amenofi II, anche se personalmente non avvertì mai la necessità di un simile cambiamento né tanto meno di una cancellazione totale del ricordo di Hatshespsut, anche perché, quando la cosa si verificò, si trovava già in età avanzata e non più in grado di opporsi.

A sua difesa nulla prova che Thutmosi III provasse odio o risentimento nei confronti della sua matrigna, tutt’altro. Se così fosse, nella sua posizione di  comandante supremo dell’esercito, nominato dalla stessa Hatshepsut, che non era certo una sprovveduta e quindi  non nutriva dubbi circa la fedeltà del nipote, avrebbe certamente potuto con estrema facilità ordire un colpo di stato, deporre la regina ed impadronirsi del trono che fu del proprio padre.

Così ha scritto l’egittologo canadese Donald Redford:

<<…….Qua e là, nei più profondi recessi dei santuari o della tomba, dove nessun occhio plebeo avrebbe potuto vedere, le immagini e le iscrizioni della regina furono lasciate intatte […] nessun occhio volgare le avrebbe più guardate di nuovo, così da mantenere il calore e il timore di una presenza divina……..>>.

Alcuni fanno osservare che, secondo la tradizione della maggior parte dei faraoni, Thutmosi III avrebbe semplicemente distrutto alcune costruzioni di Hatshepsut per ricavare risorse per la costruzione della sua tomba, personalmente sono convinto che un grande faraone quale era Thutmosi III non avrebbe mai fatto una cosa simile.

Vediamo ora la teoria secondo la quale Amenofi II, che regnò come coreggente durante gli ultimi anni di regno del padre, è ritenuto il vero promotore della cancellazione di Hatshepsut nell’ultimo periodo della vita del vecchio (e malato) Thutmose III.

Secondo l’egittologo Franco Cimmino Amenofi II:

<<……….Non ebbe né gli interessi culturali né la diplomazia né la grande visione politica del padre; impetuoso, collerico e sprezzante […]……….>>.

In quanto figlio di una sposa secondaria e non della “Grande sposa reale” si potrebbe pensare che non avesse la completa certezza del proprio diritto a regnare, quale che fosse lo scopo di eliminare il ricordo di Hatshepsut è del tutto sconosciuto, ma di lui parleremo in seguito.

La studiosa Joyce Tyldesley ipotizza che Thutmose III c’entri nella strana “damnatio memoriae” di Hatshepsut solo per aver voluto, senza rancore, relegare la regina al semplice ruolo istituzionale di reggente e non di faraone così da sottolineare la sua  successione da Thutmose II senza interferenza. (personalmente non condivido).

Al di la delle motivazioni e dal mandante la martellatura del nome di Hatshepsut creò non pochi problemi agli egittologi ottocenteschi che si trovarono ad interpretare i testi sulle pareti del tempio di Deir el-Bahari, questi non avevano senso in quanto termini femminili descrivevano la storia di un faraone dalle apparenze maschili, lo stesso Champollion si sentì confuso di fronte a tale discrepanza:

<<………Fui piuttosto sorpreso di vedere, qui come in altri punti del tempio, il celebre Moeris [Thutmose III], adornato di tutte le insegne della regalità, cedere il passo a quest’Amenenthe [Hatshepsut], il cui nome noi cercheremmo invano nelle liste regali; fui ancora più attonito nello scoprire, leggendo le iscrizioni, che, ogni volta che si riferivano a questo re con la barba e il solito abito dei faraoni, nomi e verbi erano al femminile, come se si trattasse di una regina. Notai la medesima peculiarità anche altrove……..>>.

Concludiamo dunque la storia di questa regina che fu l’unica donna nella storia dell’antico Egitto ad essere rappresentata sia come donna che come uomo, inclusi abiti maschili e barba finta

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino,”Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Edda Bresciani, “Sulle rive del Nilo”, Laterza, Bari, 2000
  • Emma Brunner, (a cura di), “Favole e miti dell’antico Egitto”, Mondolibri, Milano, 2003
  • Sergio Donadoni e AA.VV., “Le grandi scoperte dell’archeologia”, De Agostini, Novara 1993
  • Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2006
  • Alan Gardiner, “Egypt of Pharaohs”, Oxford University Press, 1961
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino, 1971
  • John A. Wilson, “Egitto, I Propilei”, Arnoldo Mondadori, Milano, 1967
  • Elvira D’Amicone, “Nefer: la donna dell’Antico Egitto”, Federico Motta Editore, Milano 2007
  • Gay Robins, “Women in Ancient Egypt”, Harvard University Press, 1993 Giorgio Leonardi, “Hatshepsut. “Sole femmina che brilli come il disco solare”, in “Le signore dei signori della storia”, a cura di A. Laserra, Milano, FrancoAngeli, 2013
C'era una volta l'Egitto, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

IL FARAONE THUTMOSI II

Di Piero Cargnino

Poiché figlio di una sposa secondaria di Thutmosi I, Mutnafret, Thutmosi II, Aakheperenra (“Grande è l’immagine di Ra.”), diventò erede al trono solo dopo la morte prematura dei suoi fratelli maggiori Amenmose e Wadjmose. Per rafforzare ancor più i suoi diritti a salire sul trono sposò la sorella Hatshepsut, sempre figlia di Thutmosi I ma della Grande Sposa Reale Ahmose, ciò conferiva ad Hatshepsut una più piena regalità rafforzando così la posizione di Thutmosi II.

Gli storici stimarono che Hatshepsut avesse circa 12 anni quando divenne regina d’Egitto. Dal matrimonio con Hatshepsut nacque la principessa Neferura mentre dalla seconda moglie Iside nacque Thutmosi che gli succederà al trono sposando, forse, la propria sorella Neferura.

Gli epitomatori di Manetone riportano che lo storico greco lo chiamò Chebron e gli attribuì 18 anni di regno, durata contestata da alcuni che gliene attribuiscono invece solo 3.

Ancorché fosse ancora in tenera età quando salì al trono, Thutmosi II mise presto in evidenza il carattere proprio dei Thutmosi, nel suo primo anno di regno scoppiò una rivolta in Nubia, nella terra di Kush; non potendo partecipare direttamente per la giovane età, inviò una spedizione militare a reprimere la ribellione sotto il comando del vicerè Seni, questo è attestato da un’iscrizione rupestre a Sehel, a sud di Assuan.

Grazie sempre alle pitture che compaiono nella tomba dell’ufficiale Ahmose Pennekhebet (già più volte citato in precedenza, la cui autobiografia costituisce una fonte molto importante per seguire la storia d’Egitto da Ahmose I fino a Thutmosi III) apprendiamo che fu ordinata anche una spedizione militare in Palestina per combattere i nomadi Shasu. A lui vengono attribuite costruzioni a Semna e Kumma oltre che ad Elefantina.

Thutmosi II contribuì all’abbellimento del tempio dinastico di Karnak dove fece costruire una coppia di obelischi che furono poi rizzati da Hatshepsut al centro del cortile dove sono state trovate le fondamenta nelle sottostrutture del terzo pilone. Questi obelischi vennero in seguito abbattuti da Amenhotep III.

Thutmosi II morì intorno ai trent’anni e non si conosce il luogo dove fu sepolto anche se in un primo momento gli venne attribuita la tomba KV42, nella Valle dei Re. In seguito però Howard Carter, che nel 1921 scoprì il deposito di fondazione, la assegnò alla regina Hatshepsut-Meryet-Ra, moglie di Thutmosi III.

La mummia di Thutmosi II venne rinvenuta nel 1881 nella famosa cachette di Deir el-Bahari (DB320). Va detto che in seguito a recenti studi pare emergere un’incongruenza tra quella che dovrebbe essere l’età del faraone e la datazione che è stata riscontrata dalle analisi effettuate sulla mummia. Fu Maspero che nel 1886 provvide a sbendare la mummia rilevando subito una certa somiglianza del viso di Thutmosi II con quello di suo padre Thutmosi I. Come per molte altre, la mummia risultava brutalmente danneggiata dai razziatori alla ricerca di gioielli e amuleti. Presentava il braccio sinistro rotto e l’avambraccio separato di netto, il braccio destro era stato tranciato al gomito, la restante parte del corpo si presentava squarciata da colpi d’ascia e la gamba destra era mozzata.

Dalle analisi effettuate sulla mummia emerge che Thutmosi II morì probabilmente di una malattia, il corpo si presentava molto deperito e ricoperto di chiazze e cicatrici.

Nel 2015, nel corso di scavi nella zona orientale del canale di Suez, è stato scoperto un edificio residenziale che si potrebbe attribuire a Thutmosi II, si pensa possa trattarsi di una stazione di rifornimento per le campagne militari del faraone lungo la “Strada di Horus”.

Sarebbe una delle tre costruite a Tell el-Habua, nei pressi di Qantara, le altre due sarebbero successive e si riferirebbero a Seti I e Ramses II, lo si rileva dal ritrovamento in zona di sigilli reali su vasi di ceramica. Recentemente la missione dell’Istituto di Archeologia dell’Università di Varsavia, sotto la guida del prof. Andrzej Niwiński, che stava scavando nei pressi del tempio di Hatshepsut rinvenne una cassa in pietra calcarea di 40 cm circa per lato e un involucro di lino nella fossa scavata.

Al suo interno vennero rinvenuti tre fagotti di lino. In uno venne trovato lo scheletro di un’oca, in un altro un uovo sempre di oca e nel terzo una scatoletta di legno contenente un uovo forse di ibis, tutti avvolti nel lino.

Poco lontano, sempre avvolto nel tessuto, all’interno, in una scatola di legno si trovava un cofanetto in faience dove era riportato il nome di Thutmosi II, “Aakheperenra”  in geroglifico.

Secondo il prof. Niwiński la tomba sarebbe da attribuire al consorte di Hatshepsut, quindi a Thutmosi II. Per non trascurare nessuna ipotesi voglio riportare anche quella avanzata da alcuni storici e ripresa nel suo libro “Storia biblica: Antico Testamento”  da Alfred Edesheim, secondo i quali Thutmosi II sarebbe il Faraone dell’Esodo. Ciò sarebbe dedotto dalla breve durata del suo regno e dall’improvviso crollo. Altro indizio che secondo Edesheim proverebbe la sua teoria sarebbe riconducibile al fatto che il corpo sfasciato del faraone presentava  chiazze e cicatrici che potrebbero ricondursi ad una delle piaghe che hanno travolto il popolo egizio poco prima dell’esodo. Personalmente non concordo ma era doveroso riportare anche questa ipotesi.

Un’ultima notizia riguarda una statua trovata nell’ottavo edificio del Tempio di Karnak durante un importante lavoro di restauro insieme al Tempio di Luxor e a El Kebbash Road, il viale delle sfingi che collega i due templi. Il Consiglio Supremo delle Antichità ha confermato che verrà restaurata anche la statua di Thutmosi II.

Fonti e bibliografia:

  • Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
  • Alessandro Roccati, “L’area tebana, Quaderni di Egittologia”, n. 1, Roma, Aracne, 2005
  • Tiziana Giuliani, “Vicini al ritrovamento della tomba di Thutmose II?”, da Mediterraneo Antico, 2020
  • Christian Jacq, “La Valle dei Re”, trad. di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
  • Mattia Mancini, articolo del 5 marzo 2015 su Djrd Medu
  • David Mishkin, “La saggezza di Alfred Edersheim”,  2008, Wipf e Stock Publishers
C'era una volta l'Egitto, Nubia, Nuovo Regno, XVIII Dinastia

BERENICE PANCRISIA

LA CITTA’ FANTASMA DEL DESERTO NUBIANO

Di Piero Cargnino

Ora l’Egitto era in pratica un impero, i suoi confini a sud comprendevano l’intera Nubia. L’Egitto imponeva ai suoi sudditi pesanti tributi che spesso erano rappresentati da pietre e metalli preziosi. Basti pensare che durante le fasi centrali del Nuovo Regno la Nubia consegnava 250 chilogrammi di oro all’anno al solo tempio di Karnak. L’economia egiziana era del tipo prevalentemente  agricolo quindi gli scambi con altri paesi avvenivano in natura, mezzo di scambio erano i prodotti della terra coi quali si acquistavano gli altri beni di cui l’Egitto necessitava, anche i tributi si pagavano in natura.

Ma con la XVIII dinastia si iniziò ad introdurre uno strumento che avrebbe agevolato gli scambi, lo strumento era il metallo, oro, argento o rame, il “deben”, che equivaleva a 91 grammi, ulteriormente suddiviso in 10 “kite”, ne sono stati rinvenuti molti il cui aspetto teriomorfo o con testa di bovino confermano che il sistema economico si basava sull’agricoltura. Ovvio che a parità di peso il valore mutava a seconda del metallo con cui era fabbricato il deben, come si sa il metallo più prezioso in Egitto era l’argento, di cui l’Egitto scarseggia, poi veniva l’oro e quindi il rame.

In egiziano antico l’oro in generale si chiamava “nub” (da cui il nome della Nubia) e gli egizi lo distinguevano secondo la provenienza, c’era “oro di Coptos”, “oro del paese di Ouaouat” e “oro del paese di Kush”. Pur non avendo lo stesso significato valutario di oggi, l’oro era molto apprezzato in Egitto in particolare per la sua lucentezza che veniva paragonata a quella del sole e quindi di Ra (dio del Sole) e si credeva che avesse poteri divini. Veniva associato alla vita eterna per la sua apparente indistruttibilità e si credeva che la pelle degli dei fosse d’oro.

L’oro in Egitto abbondava, in un messaggio a un faraone, un re orientale nel 1350 a.C. scriveva che: <<…….. in Egitto l’oro è come la polvere delle strade…….>>. In effetti, oltre a quello che arrivava dai tributi dei paesi sottomessi, in Egitto erano numerose le miniere d’oro, nel deserto, sud-orientale nello Wadi Hammamat e nello Wadi Abad, si trovavano ricche miniere.

Nel Museo Egizio di Torino è conservato il cosiddetto “Papiro delle miniere d’oro” consistente in una vera e propria mappa del Nuovo Regno delle miniere di Berenice Pancrisia in Nubia. Presumibilmente la mappa venne realizzata da una spedizione egizia e su di essa viene rappresenta una pista che attraversa molte miniere d’oro, tra queste quelle dello Wadi Hammamat; a questo proposito va però detto che nel Wadi Hammamat non sono state rinvenute le gallerie per l’estrazione dell’oro, come indicato nel papiro, ma solo cave di pietra e qualche miniera di pietre preziose.

Ma parliamo ora dell’antica città riscoperta dai fratelli Castiglioni, Berenice Pancrisia, un antico insediamento nel deserto nord-orientale del Sudan situato presso le miniere d’oro del Uadi Allaki nella Nubia dei Faraoni.

Il nome deriva dal greco panchrysos e significa “tutta d’oro”. Pare che il nome gli fu dato da Tolomeo II Filadelfo nel 271 a.C., in onore della madre Berenice I moglie di Tolomeo I Sotere, dopo averla ristrutturata ed ampliata dotandola anche di un porto. Una seconda ipotesi farebbe derivare il nome dal dio Pan, nome greco di Min,  divinità egizia del deserto. Pertanto il significato di Berenice Pancrisia sarebbe “Berenice città d’oro” o “del dio Pan”.

In realtà, il sito nubiano risale a moltissimo tempo prima della dinastia tolemaica ed era conosciuto come la città dei Beja. Durante il Medio Regno quasi sicuramente si chiamò Tjeb e, durante il Nuovo Regno, ebbe inizio l’attività di estrazione dell’oro che prima veniva raccolto nei ruscelli montani in superficie come oro alluvionale.

Conosciuta anche dagli arabi che agli inizi del IX secolo le cambiarono il nome in Allaki e in Ma’din ad-dahab, ossia miniera d’oro. Citazioni di Berenice Pancrisia ci provengono da Thutmosi III che fece incidere sul VI pilone del Tempio di Karnak i conteggi dei tributi in oro provenienti dalla regione di Wawat; Seti I che la cita su una mappa nel deserto di Wawat dove fece scavare pozzi d’acqua; Ramses II che fece incidere la via delle miniere su di una stele a Quban; oltre a ripristinare i pozzi scavati in precedenza da Seti I.

Anche Plinio il Vecchio ne parla nella sua “Naturalis Historia, libro VI”:

<<……Berenicen alteram, quae Panchrysos cognominata est…….>>,

come lui anche Diodoro Siculo nel 30 a.C., nella sua “Biblioteca Storica” descrive un luogo nella Nubia  pieno di minerali e di miniere d’oro.

La fortezza principale

Restò conosciuta fino al XII secolo quando iniziò il declino, poiché estrarre oro, nel deserto, divenne eccessivamente costoso principalmente per carenza di acqua. I riferimenti alla “città d’oro” provenivano da scritti antichi quali ad esempio una citazione di Ibn Sa’id al-Andalusi che, nei primi anni del tredicesimo secolo d.C. scriveva:

<<…….la regione montuosa di Allaki è famosa per le miniere d’oro di alta qualità negli uidian (plur. di uadi)……>>.

Anche Al-Maqrizi scrisse:

<<…….Tutto il paese…….è pieno di miniere e, a misura che il terreno si eleva, l’oro è più puro e abbondante….>>.

La fortezza principale

In epoche successive si tornò a cercarla tra il Uadi Hammamat ed il Uadi el-Allaki; a Strasburgo è conservata una mappa islamica risalente a prima del’ 833 d.C. redatta dall’astronomo e geografo arabo Al-Khuwarizmi dove compare il nome di Ma’din ad-Dahab (miniera d’oro) forse proprio Berenice Pancrisia. Nel 1600 circa si perse l’ubicazione precisa e Berenice Pancrisia fu cancellata dalle carte geografiche.

Sul finire dell’Ottocento tra la gente del Cairo circolava il racconto di una città fantasma nel cuore del deserto, una strana città  dove il suo custode, un genio (il “ginn” degli arabi) non permetteva a chi la vedeva di vederla una seconda volta facendola sparire se chi l’aveva già vista si ripresentava. Una leggenda senz’altro, ma la città esisteva veramente, bastava trovarla.

Nel 1989, i fratelli Angelo e Alfredo Castiglioni, con Luigi Balbo e Giancarlo Negro, intraprendono una spedizione alla ricerca delle miniere d’oro presso l’uadi el-Allaki, il letto ormai asciutto di un antico immissario del Nilo. Improvvisamente scorgono i resti di antiche costruzioni crollate con sullo sfondo due roccaforti.

Il sito si presenta come un antico nucleo abitativo attraversato da una strada con altre strade laterali che costeggiano diversi quartieri per circa due chilometri. La prima roccaforte pare un praesidium romano con tanto di corte, stanze, camminamento di ronda e torri ormai crollate. La seconda roccaforte, articolata su tre piani, evidenzia rifacimenti d’epoca islamica.

Le pareti della fortezza a tre piani

Intorno alla città resti di edifici, imponenti tombe, vaste necropoli e soprattutto un centinaio di miniere per l’estrazione dell’oro che, con i loro pozzi di aerazione, rendono ancor più aliena la superficie di questa terra. (Per ulteriori approfondimenti visitare il sito del museo Castiglioni: www.museocastiglioni.it).

Vista aerea

La conferma che si trattava proprio di Berenice Pancrisia arrivò nel 1990 in una riunione alla quale parteciparono Jean Vercoutter, Sergio Donadoni, Annamaria Roveri Donadoni, Charles Bonnet, Isabella Caneva ed altri esperti della regione nubiana. La scoperta è stata considerata così importante da creare una nuova branca dell’archeologia: la Nubiologia.

Fonti e bibliografia:

  • Museo Castiglioni, “Berenice Panchrysos: la città fantasma del deserto Nubiano”.
  • Sito del Museo Castiglioni: www.museocastiglioni.it
  • Alfredo e Angelo Castiglioni, “Nubia, Magica terra millenaria”, Giunti editore, 2006
  • AA.VV.,  “VI Congresso Internazionale di Egittologia” – Atti – Vol. I, 1992
  • C. Ziegler, “L’Eldorado égyptien, in L’or des Pharaons”, Monaco, 2018
  • Tiziana Giuliani, “L’oro dei faraoni – 2500 anni di oreficeria nell’antico Egitto”, 2018
  • Nadia Vittori, “L’oro dei faraoni”, Mursia scuola, 1996)

Tutte le immagini fotografiche e i disegni di questo articolo sono di proprietà esclusiva dei fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni. La pubblicazione da parte mia è stata autorizzata da “Archivio Angelo e Alfredo Castiglioni – Museo Castiglioni” in data 24/2/2022

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta, Statue

STATUA DI RAMOSE

Di Grazia Musso

Calcare, XIX Dinastia
Museo del Louvre – E 16378

Statua in calcare di Ramose, scriba reale che diresse i lavori di Deir el-Medina per oltre trent’anni.

È ritratto con in grembo le statuette di Osiride e Nefti e, davanti alle ginocchia, quelle, molto danneggiate dei quattro figli di Horus, ai quali spettava la custodia degli organi dei defunti.

Fonte: Rivista Archeo

Foto: Museo del Louvre

Vita quotidiana

IL GIOCO “CANI E SCIACALLI”

Di Livio Secco

Il gioco “Cani e sciacalli” è stato introdotto QUI.

Avendo scritto una conferenza e il relativo Quaderno di Egittologia sull’argomento, mi permetto di dettagliare gli aspetti del gioco proposto.

Nel tentativo di essere il più chiaro possibile illustro il post con una serie di diapo della mia conferenza. Le stesse sono diventate le illustrazioni del testo.

DIAPO 1: Tra la IX e la XII dinastia (2100-1800 a.C.) cominciò a comparire in Egitto un altro tipo di gioco il cui nome si perse già nei tempi remoti. E’ conosciuto, dagli egittologi moderni, con il nome di “Cani e sciacalli” per il fatto che, in alcune confezioni repertate, le pedine hanno la forma di teste di cani da caccia e sciacalli.
Questo gioco è sicuramente di origine egizia e si diffuse anche nei territori influenzati e sotto il controllo dell’antico impero egizio; infatti alcune tavole da gioco sono state ritrovate in Palestina, in Assiria ed in Mesopotamia. E’ uno degli esempi, forse il più antico, di come era la forma originale del gioco “Scale e serpenti”, un gioco diverso, ma da esso derivato, che è giunto fino ai giorni nostri ed è considerato uno tra i giochi d’azzardo più popolari.
Nelle immagini: regno di Amenemhat IV, Medio Regno, XII dinastia, 1814-1805 a.C., ebano ed avario, Metropolitan Museum of Art, New York

DIAPO 2: “Cani e sciacalli” è un gioco di corsa tra una squadra composta da cinque sciacalli e un’altra formata da cinque cani da caccia che si effettua intorno ad una palma seguendo un tracciato dedicato ad ogni squadra. Anticamente i pezzi erano dei pioli ed i percorsi erano costituiti da una serie di fori creati sul piano di gioco.
Lo scopo del gioco è quello di far percorrere a tutta la propria squadra il tracciato di trenta caselle fino alla trentunesima contrassegnata dal geroglifico šnw. Questo geroglifico è la forma iniziale del cartiglio e rappresenta un anello di corda annodato alla base; la sua grafia completa è šnw ed era lo strumento essenziale del catasto egizio. Il suo significato più esteso è dimostrato dalla radice verbale šni la quale stabilisce che tutto ciò che il sole circonda è proprietà del faraone.
La trentunesima casella è in comune tra i due tracciati che, pur sviluppandosi verso direzioni diverse, convergono in essa come punto finale di arrivo.
Il gioco richiede una certa strategia per gestire le opportunità e gli imprevisti creati con il lancio di astragali. Come per il Senet, non sono sopravvissute le documentazioni delle regole di gioco. La versione qui presentata si basa sulla ricostruzione del Professor Tait, ordinario di Egittologia al Dipartimento di Egittologia all’University College di Londra.
Nelle immagini: altri dettagli del gioco del Metropolitan Museum di New York.

DIAPO 3: PEDINE – Ci sono cinque pedine che formano la squadra dei cani da caccia e cinque pedine che formano la squadra degli sciacalli. Nei giochi originali queste pedine sono formate dalle teste degli animali infisse su dei pioli che ne danno una forma caratteristica. Le pedine vanno infilate negli appositi buchi ricavati sulla superficie di gioco a seconda dei movimenti che il giocatore assegna a loro. Il piano da gioco veniva posizionato tra i due giocatori per la sua lunghezza.
Come già evidenziato, sul piano sono ricavati due percorsi diversi, uno superiore sul quale correranno gli sciacalli, ed uno inferiore sul quale correranno i cani da caccia. La corsa si conclude nella trentunesima casella contrassegnata dal geroglifico šnw in comune a tutte due le squadre.
Nelle immagini: pedine di Cani e Sciacalli. A sinistra, sciacallo all’University College London. A destra, cane e sciacallo al Metropolitan Museum of Art New York.

DIAPO 4: ASTRAGALI (OSSA) (=dadi) – Gli imprevisti e le opportunità vengono assegnate mediante il lancio a turno di due astragali opportunamente sagomati che presentano quattro facce:
– quella superiore fa avanzare di due caselle
– quella inferiore fa avanzare di tre caselle
– quella laterale non fa avanzare di nessuna casella
Pertanto se un lancio di ossa presenta una faccia superiore e una laterale posso muovere di due caselle; per un lancio con un lato superiore ed uno inferiore posso muovere di cinque caselle.
È particolare il risultato di due facce laterali contemporanee che permettono comunque il movimento anche se di una sola casella.
Gli astragali sono le ossa del tarso posteriore, cioè l’osso del tallone, di piccoli mammiferi come gli ovini o i caprini.
Nelle immagini: astragali, Metropolitan Museum of Art New York.

DIAPO 5: PIANO DEL GIOCO – Il piano del gioco è, normalmente, una superficie spessa allo scopo di permettere alle pedine a forma di piolo di essere infilate negli appositi fori ricavati sulla sua facciata superiore. I fori stessi rappresentano i tracciati che i due giocatori devono far percorrere alle proprie mute di cani e sciacalli.
I percorsi si sviluppano dall’interno verso l’esterno e non si sovrappongono mai esclusa la trentunesima casella di arrivo che risulta in comune per i due antagonisti. La parte centrale della tavola è stata ritrovata non decorata, con la rappresentazione di una palma oppure di un’oasi di forma allungata. Il tema decorativo comunque non sembra interessare lo svolgimento del gioco.

DIAPO 6: REGOLAMENTO – I due giocatori decidono chi gioca per primo ed a turno lanciano le ossa spostando le proprie pedine sul piano tenendo presenti queste semplici regole:
– per far entrare una propria pedina in gioco si deve fare un “uno” oppure un “sei”
– il punteggio ottenuto va giocato tutto su di una singola pedina e non può essere ripartito su più pedine
– le pedine vanno spostate sempre in avanti e mai all’indietro
– su di una casella può stare solamente una sola pedina; se la casella di arrivo risulta impegnata e non sono possibili ulteriori mosse il giocatore ha “sprecato” il proprio turno
– esistono tre caselle che abilitano ad un immediato rilancio delle ossa una volta che sono state impegnate: sono le caselle “trenta” di arrivo e le caselle “quindici” e “venticinque” le quali sono contrassegnate opportunamente con una riga sul piano di gioco in loro prossimità

DIAPO 7: REGOLAMENTO
– la casella “sei” risulta collegata alla casella “venti” mentre la casella “otto” è collegata alla “dieci”: se un giocatore finisce con una pedina sulla casella “sei” è abilitato a spostarla immediatamente alla casella “venti”, mentre se finisce alla “otto” può andare subito alla “dieci” senza passare per le altre (è il concetto di SCALA anticipato precedentemente che permette la rapida salita delle pedine)
– se un giocatore finisce con una pedina sulla casella “dieci” oppure sulla casella “venti” deve spostarla immediatamente alla casella inferiore collegata: dalla “dieci” alla “otto”; dalla “venti” alla “sei” senza passare per le altre (è il concetto di SERPENTE che comparendo improvvisamente sul cammino fa arretrare la pedina mettendola in fuga)
– lo spostamento in salita oppure in fuga delle caselle collegate va effettuato sempre e soltanto se le corrispondenti non risultano già impegnate

DIAPO 8: REGOLAMENTO
– una volta arrivate alla casella trentuno le pedine che hanno concluso la corsa vanno tolte dal piano e non più rimesse in gioco
– per fare uscire correttamente le pedine dal gioco si deve impegnare la casella “trentuno” in modo preciso: se sono alla casella “ventisette” dovrò fare un “quattro” per concludere la corsa di quella pedina
– vince il giocatore che per primo fa uscire correttamente tutte e cinque le proprie pedine dalla casella “trenta”
Nelle immagini: tavola da gioco prodotta in argilla, Petrie Museum Londra.

DIAPO 9: OSSERVAZIONI – Il professor Tait specifica che, secondo la sua opinione, durante lo svolgimento del gioco era previsto solamente l’opzione “serpente” e non quella della “scala” che deriverebbe da adattamenti successivi. Comunque è opportuno che i giocatori si accordano sulle modalità prima di iniziare il gioco e di utilizzare le opzioni:
– scale e serpenti
– solo scale
– solo serpenti
come piacevoli varianti del gioco stesso.
Nelle immagini: tavolo da gioco a forma di ippopotamo, faience, Epoca Tarda, 664-332 a.C., Louvre Parigi.

Il Quaderno di Egittologia numero 17 – GIOCHI D’EGITTO – I divertimenti del re, esamina anche altri giochi oltre “CANI E SCIACALLI” e cioè: il SENET, il VENTI CASELLE e il MEHEN.
Chi fosse interessato ad approfondire l’argomento lo può trovare qui: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/624932/giochi-degitto/


Spero che questo post vi abbia divertito leggendolo, come ha fatto divertire me facendo le dovute ricerche e scrivendo il testo per la conferenza e per il Quaderno di Egittologia.

Vita quotidiana

CANI E SCIACALLI

Di Francesco Volpe

Una scacchiera di Cani e Sciacalli trovata a Tebe, XIII dinastia

Cani e sciacalli è il nome moderno dato a un gioco dell’Antico Egitto, conosciuto da molti esempi di scacchiere e pezzi da gioco trovati negli scavi. In realtà, il nome originale del gioco è sconosciuto, e gli è stato attribuito più di un nome dagli archeologi:

L’archeologo Howard Carter l’ha chiamato Cani e sciacalli data la forma delle teste delle pedine.

• Shen è il nome meno comune per questo gioco, ed è stato iscritto nei geroglifici egizi intorno a un grosso foro trovato in alcune tavole del gioco;

• Il gioco è anche chiamato “gioco della palma”, dato che alcuni buchi sono stati rimpiazzati da tre figure.

È un gioco da tavolo per due giocatori molto comune nell’Antico Egitto, anche se sono stati trovate delle scacchiere in Palestina, Mesopotamia e Assiria, e anche nel Caucaso.

La scacchiera è una scatola in legno rettangolare a forma di mobile, appoggiata sulle zampe di animali. La parte superiore della scacchiera è decorata con la figura di una palma e un percorso di cinquantotto fori, sicuramente lo spazio per le pedine. Nel cassetto all’interno della scacchiera sono conservate dieci pedine dalla forma di corti bastoni, cinque scolpiti con la testa di un cane e cinque con la testa di sciacallo.

Secondo gli studi archeologici, il gioco risalirebbe al Medio Regno, XIII dinastia, circa 2000 a.C. Uno degli esemplari del gioco risale alla XIII dinastia, ed è stato ritrovato nel 1910 nella tomba di Amenemhat IV a Tebe. Questo esemplare, il migliore conservato, si trova oggi nel Metropolitan Museum of Art a New York. Inoltre, nell’estate del 1999, negli scavi di Abido è stato trovato un altro esemplare dal team universitario della Pennsylvania. In totale, più di 68 tavolieri del gioco sono stati scoperti negli scavi archeologici in Siria (Tell Ajlun, Ras el-Ain, Khafaje), Israele (Tel Beth Shean, Gezer), Iraq (Uruk, Nippur, Ur, Nineveh, Ashur, Babilonia), Iran (Tappeh Sialk, Susa, Luristan), Turchia (Karalhuyuk, Kutlete, Acemhuyuk), Azerbaigian (Gobustan) e nello stesso Egitto (Buhen, El-Lahun, Sedment). Nel 2018 sono stati trovati degli esemplari a Gobustan, Azerbaigian.

La decorazione della facciata superiore della scacchiera erano molto simili tra loro, ma con leggere differenze.

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Fonte immagini:

https://www.pergioco.net/5/palma.html

Testo tratto da:

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Cani_e_sciacalli

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta, Statue

STATUA DELLA DEA MERETSEGER

Di Grazia Musso

Calcare, altezza 39 cm.
Deir el-Medina
Museo Egizio di Torino – C. 957

Personificazione diretta della montagna tebana, Meretseger, il cui nome significa “colei che ama il silenzio”, è molto vicina ad Hathor, ma al tempo stesso se ne distingue per l’aspetto serpentiforme.

In questa statua è rappresentata, appunto, come un cobra con la testa di donna e Indossa In parrucca tripartita..

Sulla testa della statuetta doveva trovarsi in origine un supporto a cui si fissavano due piume o due corna che affiancavano il disco solare, acconciatura tipica di molte divinità femminili.

Meretseger è onnipresente nei culto di Deir el-Medina : nei santuari e anche nelle cappelle domestiche, nelle tombe e sugli ostraka, così come in numerosi graffiti nel massiccio tebano che domina la necropoli.

Fonte

Museo Egizio di Torino – Franco Cosimo Panini Editore.

Mai cosa simile fu fatta, Tombe

LA TOMBA DI SENNEDJEM

Di Franca Loi

Villaggio di Deir el-Medina. Veduta delle mura di cinta. Luxor, Egitto

Deir el-Medina racconta una storia che parla della quotidianità di persone che lavoravano al servizio dei sovrani dell’antico Egitto. Sono artigiani (oggi verrebbero definiti “artisti”) che svolgevano un compito di fondamentale importanza per la storia dell’antico Egitto: costruivano, decoravano e tutelavano le tombe sia della Valle dei Re e della Valle delle Regine, sia l’area conosciuta come ” Tombe dei Nobili.

Il villaggio, fondato intorno al 1500 a.C., e abitato da circa 500 persone, era ben strutturato e molto funzionale; aveva un’estensione di circa 2.000 ettari ed era protetto da un muro di cinta. L’ordine e la protezione di tutti gli abitanti erano assicurati da “posti di polizia” situati alle due uscite del villaggio in modo che gli artigiani potessero tranquillamente andare al lavoro lasciando le famiglie nelle loro case. Fu abitato per tutto il nuovo Regno.Con l’avvento della XXI dinastia il villaggio fu abbandonato allorché si conclusero le costruzioni delle due necropoli.

Cappella funeraria di Sennedjem

Poco ad ovest del villaggio vi sono circa 40 tombe di artisti e capi artigiani risalenti alle dinastie XVIII, XIX E XX e un piccolo tempio di epoca tolemaica. Quella di Sennedjem, artigiano della XIX dinastia, è una tomba che ci è giunta quasi intatta, con decorazioni, mobili, vasi, alimenti e fiori secchi.

La tomba di Sennedjem è affrescata con sfondo ocra In ottimo stato di conservazione con scene di cerimonie religiose e di vita comune. Fu trovata praticamente intatta e tutti gli arredi sono conservati al museo del Cairo
La parete Nord Est della tomba di Sennedjem , in cui sono raffigurati i Beati Campi Iaru, nell’aldilà. Archivio fotografico del Museo Egizio di Torino.

Nelle decorazioni delle proprie tombe, gli operai addetti alla preparazione degli ipogei della Valle dei Re e delle Regine, adottano uno stile lontano dai canoni ufficiali, come dimostrano le vivaci scene in cui Sennedjem e la moglie Lyneferti si sono fatti rappresentare in momenti di vita vissuta.

Sotto un elaborato baldacchino, Sennedjem è deposto con la testa ad ovest, sopra un letto zoomorfo dove il leone simboleggia la fine del viaggio nel Duat.

I temi decorativi sono focalizzati sulla realtà della vita quotidiana e ultraterrena del defunto “delle cui spoglie Anubi (con testa canina) procede all’imbalsamazione”.

Sennedjem e sua moglie inginocchiati sulla tomba e vestiti con abiti festivi.
La bellezza delle pitture sono uno dei migliori esempi di Deir-el Medina.

Notevole è la scena mitologica del gatto a forma di Ra che spezza il serpente, Apopolis: simbolo del male.

scena mitologica del gatto a forma di Ra che spezza il serpente, Apopolis: simbolo del male.

Le decorazioni seguono le tappe dell’esistenza e gli episodi di vita vissuta fino all’atto finale dell’esistenza. Tutto ciò rappresenta sicuramente una società che si va evolvendo: l’uomo egizio tende ad esprimere la propria individualità e la pittura, anche se perde accuratezza e precisione, riesce ad esprimere la realtà della vita, a volte sorretta da una variegata e vivace descrizione dei personaggi.

Sennedjem, con la sua sposa, gioca al senet
Sarcofago esterno di Sennedjem:
In legno dipinto e verniciato stringe fra le mani gli emblemi tit e djed. Sulla tipica parrucca ramesside si stende la figura protettrice di Nefti, cui corrisponde, sotto i piedi, l’immagine di Iside. Porta una collana-usekh. Al di sotto, la dea del cielo Nut, alata e inginocchiata, introduce la lunga iscrizione centrale in cui si invoca il suo nome. Nei riquadri centrali campeggiano altre figure di divinità
Sarcofago esterno di Khonsu, figlio maggiore di Sennedjem, decorato con il capitolo 17 del Libro dei Morti.

UNA CURIOSITÀ:

per la qualità delle pitture parietali della tomba, particolarmente ricche di decorazioni, con scene tratte dal libro dei morti, è stata ipotizzata la stessa mano di artista che aveva decorato la tomba di Nefertari.

L’egittologo Eduard Toda e il suo caro amico Gastone Maspero insieme ad altri egittologi, nel febbraio del 1886 ruppero Il sigillo di argilla con l’effige del dio Anubi ed entrarono nella tomba inesplorata di Sennedjem. Una cosa li stupì enormemente: il pavimento era ricoperto di mummie 11 per terra e 9 deposte in sarcofagi di legno;fra queste ultime quella del titolare della tomba. In questa foto Edward Toda e’ travestito da mummia nel museo di Bulaq, al Cairo, nel 1885. FOTO: Gerard Blot/ Rmn- Grand Palais
Eduard Toda, secondo da sinistra, con Gaston Maspero durante il suo soggiorno in Egitto, 1886.

FONTE:

STORICA- NATIONAL GEOGRAPHIC

VIAGGIO NELL’EGITTO DEI FARAONI-ISTITUTO GEOGRAFICO DE AGOSTINI

ANTICA TEBE

WIKIPEDIA

ARALDO DE LUCA

E' un male contro cui lotterò

CIRCONCISIONE

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Scena di circoncisione rituale, tempio di Mut a Luxor, Nuovo Regno

Per parlare della circoncisione, per una volta partiamo dagli…errori. Per molto tempo si è creduto che tutti gli egizi maschi venissero circoncisi da neonati per motivi igienici e che questa abitudine fosse stata traslata tal quale agli ebrei, che l’avrebbero mantenuta dopo l’Esodo. Gran parte di questa idea viene dai primi studi sulle mummie dei nobili, da una stele che riporta un uomo di nome Wha circonciso con altri 120 uomini (vedi foto) e da un famosissimo rilievo che mostra questa pratica.

La stele di Wha (o Uha). Una parte del testo recita “Io sono stato circonciso insieme a 120 uomini, non ho colpito, nessuno mi ha colpito, non ho graffiato e nessuno mi ha graffiato”, una frase interpretata indicando che la circoncisione era una pratica volontaria e che i ragazzi sono stati coraggiosi durante l’intervento

Questo rilievo proviene dalla tomba di Ank-ma-hor, Visir e sovrintendente del Faraone Teti (VI Dinastia), e mostra effettivamente una pratica chirurgica, ma metà della scena è stata male interpretata e l’altra metà sottovalutata per molto tempo.

La figura al centro sembrerebbe un “hem-ka”, un sacerdote, e l’azione descritta con le parole incise sopra la sua testa indicherebbero che stia circoncidendo (seb) il suo paziente mentre esorta il suo assistente a tenerlo stretto, mentre una seconda scena a destra sembrerebbe la stessa operazione effettuata su un secondo paziente, anche se le frasi riportate sono molto più controverse. In questa seconda scena, infatti, il “medico” dice “Lo renderò piacevole (comodo, liscio) per te”, mentre il paziente risponde “strofinalo (passalo) bene in modo che possa essere efficace”.

Il rilievo della tomba di Ankh-ma-hor con i “fumetti” delle frasi pronunciate dai protagonisti

La scena ha generato nel tempo dotte e feroci discussioni tra gli studiosi.

La frase del medico della seconda scena (“lo renderò piacevole…”) ha fatto supporre che i medici egizi conoscessero gli anestetici, un’ipotesi quantomeno azzardata visto che la cocaina ed i suoi derivati, ad esempio, non sarebbero arrivati in Egitto che quattro millenni dopo.

Non solo: anche il senso della scena in una tomba è controverso. Ankh-ma-hor ha voluto che fosse immortalata la sua stessa circoncisione? O voleva che fosse praticabile nell’aldilà per se stesso ed i suoi familiari? E perché viene effettuata da un sacerdote e non da un medico?

La parte più controversa del rilievo, la descrizione dell’azione compiuta dal “chirurgo”. Trattandosi di una scrittura difettiva (i segni sono stati ridotti al minimo per ragioni di spazio) esistono più interpretazioni possibili:
– Il sacerdote hem-ka sta circoncidendo
– Circoncisione. Il sacerdote hem-ka (meramente descrittiva)
– Il sacerdote hem-ka viene circonciso

Diverse interpretazioni delle iscrizioni hanno portato all’ipotesi moderna che il sacerdote menzionato non stia effettuando l’operazione, ma che sia uno dei figli di Ankh-ma-hor e che sia egli stesso il paziente circonciso in una cerimonia di iniziazione. La scena di destra diventerebbe quindi un rituale di rasatura del pube del figlio di Ankh-ma-hor prima della circoncisione.

La realtà dei fatti mostra che la circoncisione NON veniva effettuata su tutti i maschi, e NON da bambini. Ahmose I non era circonciso, e probabilmente neanche Tutankhamon. Dagli esami effettuati sulle mummie, nonché da alcuni dipinti e statue pervenuteci, emerge che la circoncisione venisse comunque effettuata tra i 10 ed i 14 anni di età. Non solo: veniva anche effettuata in maniera diversa da quella ebraica: non veniva reciso ed asportato il prepuzio, ma solo praticata un’incisione sul lato dorsale del pene per liberare il glande.

Statua di Merire-hashetef, vissuto durante la VI Dinastia. Merire-hashetef viene mostrato in età adolescenziale, già circonciso

La circoncisione sarebbe quindi una sorta di rito di passaggio all’età adulta (però non universalmente effettuato) o forse richiesto da qualche pratica sacerdotale. Un indizio lo abbiamo da un antico mito secondo cui Ra avrebbe generato Hu e Sia (il verbo creatore e il potere della conoscenza) auto-circoncidendosi. Potrebbe anche essere cambiato nel tempo, passando da pratica tribale arcaica (universale) a rito iniziatico (limitato). Diverse raffigurazioni mostrano comunque persone “normali” circoncise, escludendo, quantomeno fino al Nuovo Regno, l’ipotesi che fosse una pratica limitata al sacerdozio.

Un contadino circonciso porta un bovino al macello, dimostrando che la circoncisione non fosse una pratica esclusiva del sacerdozio. Mastaba di Ptah-Hotep e Akhti-Hotep, V Dinastia (Antico Regno)

Esiste anche l’ipotesi che la mancata circoncisione di alcuni Faraoni sia invece una pratica specifica di alcune caste sacerdotali o addirittura un segno di ribellione contro un rito religioso e quindi legato all’influenza dei sacerdoti.

NOTA 1

Quella che vedete è considerata la prima rappresentazione di uomini circoncisi in Egitto.

La prima descrizione della paletta (da Capart, Jean. Primitive art in Egypt. H. Grevel, 1905. – pag. 240)

Si trova sulla cosiddetta “Paletta del campo di battaglia” una paletta predinastica (ne ha parlato Luisa Bovitutti qui: https://laciviltaegizia.org/…/19/le-palette-predinastiche/) che oggi, spezzata, si trova conservata al British Museum ed all’Ashmolean Museum.

In questa paletta, del periodo Naqada III (3100 BCE circa), vengono mostrati prigionieri barbuti e circoncisi divorati da avvoltoi e da un leone, presumibilmente simboli del potere nilotico. Da notare che le persone rappresentate circoncise non sono egiziane. Sono stranieri, nemici del Faraone che, nelle vesti di un fiero leone, li stermina mentre gli avvoltoi si cibano dei loro cadaveri.

Secondo gli studiosi, questa paletta rappresenta la prova che la circoncisione NON sia nata in Egitto; anzi, nel periodo predinastico è una delle caratteristiche degli stranieri, considerati rozzi barbari che il potere del Faraone deve distruggere.

La paletta oggi al British Museum, numero di inventario EA20791

Presto cambierà tutto: una scoperta relativamente recente riempie un altro piccolo tassello della storia.

NOTA 2

Tra gli anni ’40 e gli anni ’80 del secolo scorso, una serie di spedizioni direttamente gestite dal Ministero delle Antichità egiziano ha svolto degli scavi a Saqqara, purtroppo con scarse pubblicazioni e molti reperti non sono stati resi pubblici per molto tempo.

Una decina di anni fa, frugando tra i reperti del complesso funerario di Djedkara (fine V Dinastia, circo 2350 BCE) è stata fatta una scoperta molto interessante. Un piccolo rilievo (circa 11×15 cm) rappresenta due bambini (si intuisce dalla postura del braccio di uno dei due, probabilmente ritratto con il dito in bocca come d’uso) su cui si sta chiaramente praticando la circoncisione del pene. Il rilievo sarebbe quindi antecedente, forse di un paio di secoli, rispetto a quello che abbiamo visto di Ankh-ma-hor.

Il rilievo identificato come n° 426, scavi di Fakhry degli anni ’50. Foto M. Megahed
Il rilievo identificato come n° 426, scavi di Fakhry degli anni ’50. Disegno M. Megahed

Le possibili interpretazioni della scena ritratta sono:

  • Una scena di circoncisione dei bambini della famiglia reale come parte della normale routine della crescita;
  • La circoncisione del Faraone e del suo “ka” nell’ambito di una raffigurazione della nascita divina del Faraone stesso; in questo caso con ogni probabilità la figura dietro ai due bambini raffigurava una divinità, come forse anche il “chirurgo”.
Possibile ricostruzione dell’intera scena, disegno H. Vymazalová

Nonostante la leggera differenza di statura dei due bambini, la seconda ipotesi è quella ad oggi più accreditata. In ogni caso, si evince che alla fine della V Dinastia, la circoncisione non era più qualcosa di legato agli stranieri, ai nemici dell’Egitto, come abbiamo visto ieri ma una pratica diffusa anche nella famiglia reale.

Mai cosa simile fu fatta, Statue, XIX Dinastia

I BUSTI DEGLI ANTENATI

Di Francesco Alba e Grazia Musso

Col termine di Busto dell’Antenato ci si riferisce a dei piccoli busti antropoidi dipinti che avevano la funzione di focalizzare la venerazione degli antenati durante il Nuovo Regno. La maggior parte di questi erano realizzati in calcare o arenaria ma alcuni esemplari più piccoli erano di legno e di terracotta. Raramente portavano iscrizioni (il busto di Muteminet, qui sotto mostrato, è una delle poche eccezioni), ma la predominanza di pittura rossa (il tipico colore della carnagione maschile nell’arte egizia) suggerisce che la maggior parte di questi manufatti rappresenti dei personaggi maschili.

Ci sono circa 150 esemplari giunti fino a noi, circa metà dei quali proviene da abitazioni e da cappelle funerarie degli operai specializzati del villaggio di Deir el- Medina.

Il culto degli antenati, ciascuno dei quali era definito col termine “akh iker en Ra”, “spirito eccellente di Ra”, era un importante aspetto della religione popolare tra gli abitanti del villaggio.

Questi “spiriti eccellenti” sono anche raffigurati su circa cinquantacinque stele dipinte tuttora disponibili che, al pari dei busti, potrebbero con tutta evidenza essere state oggetto della venerazione dei parenti dei defunti che ne richiedevano l’intercessione per ottenere il favore delle divinità.

In queste stele il defunto non portava mai il titolo o l’indicazione della sua funzione, come avviene in altri tipi di iscrizione, ma veniva raffigurato seduto da solo davanti a una tavola d’offerta, in atto di annusare il profumo di un fiore di loto aperto, simbolo della vita e rinascita.

Gli antenati, apprezzati per le virtù che possedevano in vita, erano sollecitati per diverse ragioni: come intermediari tra uomini e dei, venivano interpellati per ottenere protezione, consiglio o intercessione, in caso di castighi, pericoli o litigi.

La presenza delle stele dedicate agli antenati e dei loro busti all’interno delle abitazioni testimonia lo stretto legame esistente ancora tra i vivi e i morti nella vita quotidiana del villaggio.

Riferimento

I Shaw, P. Nicholson. The British Museum Dictionary of Ancient Egypt. The American University in Cairo Press – 1995

MUTEMINET

Busto antropoide in calcare dell’antenato che raffigura Muteminet, suonatrice del sistro. Riporta i nomi di Mutenimet e della Divina Triade Tebana: Amon, Mut e Khonsu.

Diciannovesima Dinastia. Provenienza: Deir el-Medina.

The British Museum – Londra (EA1198)

BUSTO DI ANTENATA

Calcare, altezza 25 cm
Deir el-Medina
Museo Egizio di Torino – C. 3080

Il busto qui raffigurato, rappresenta un’antenata che Indossa una parrucca tripartita dipinta di nero, porta un largo collare a più fili di colore rosso.

Il busto proviene da un’abitazione privata dove era collocato in una nicchia e accompagnato da una tavola d’offerta e da un poggiatesta.

Fonte e fotografia

Museo Egizio di Torino – Franco Cosimo Panini