Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta, Sarcofagi

COPERCHIO DEL SARCOFAGO DI RAMSES II

Di Grazia Musso

Legno dipinto, altezza cm 206
Tebe Ovest – Tomba della regina Inhapy TT 320
Scavi del Servizio delle Antichità 1881
Museo Egizio del Cairo – JE 26214 = CG 61020

La Cachette di Deir el-Bahari si trova tra le rocce a sud del tempio della regina Hatshepsut.

Si tratta di una semplice galleria scavata nel terreno, a cui si accede tramite un pozzo, senza particolari sovrastrutture.

Era la sepoltura di Inhapy, una regina vissuta nel corso della XXI Dinastia, e anche il luogo scelto dai sacerdoti del dio Amon per nascondevi le salme di tutti i più celebri sovrani del Nuovo Regno.

Utilizzando un sepolcri esteriormente anonimi si riteneva, a ragione, che le mummie reali potessero essere più al sicuro dalle continue e sistematiche ruberie a cui si trovavano sottoposte le necropoli tebana sin dalla fine del Nuovo Regno

Prima di essere trasportate nell’impiego della regina Inhapy, le spoglie di Ramses II erano state nascoste nella tomba del padre Sethy I, evidentemente considerata più sicura del sepolcro dello stesso Ramses II.

Il trasferimento definitivo era stato deciso quando anche la tomba di Sethy era stata visitata dai ladri

Le peripezie dei resti mortali di Ramses II possono essere lette nell’iscrizione ieratica tracciata sul coperchio del sarcofago che lo conteneva

Il testo con i tre resoconti dei vari spostamenti è sovrastato da due cartigli con il nome del sovrano, apposti probabilmente per identificare la mummia contenuta all’interno.

Resta infatti ancora da risolvere il dubbio se questo sarcofago fosse stato preparato proprio per Ramses II già in origine.

Per un sovrano che ha regnato sull’Egitto 67 anni, costruendo più di quanti, prima e dopo di lui, abbiano mai fatto, sarebbe lecito attendersi un sarcofago d’oro come quello di Tutankhamon.

Quello che conteneva la salma di Ramses II, invece, è realizzato con pezzi di legno pregiato tenuti insieme per mezzo di un sistema di tenoni e mortase.

In passato si è supposto che potesse essere stato inizialmente ricoperto da una lamina d’oro, asportato in seguito da coloro che avevano violato la tomba del sovrano.

Questo però appare un po’ difficile, posto che lo stato attuale del sarcofago lascia pensare più a un oggetto non portato a termine, piuttosto che il risultato di un’azione di rapina.

Sono infatti assenti i segni di effrazione che risulterebbero dall’asportazione violenta della lamina d’oro.

Anche i lineamenti del volto, semplicemente dipinti e realizzati in uno stile ascrivibile al movimento artistico appena successivo al regno di Akhenaton, servono ad accrescere i dubbi su una reale e primaria attribuzione del sarcofago a Ramses II.

Sulla base dei pochi dati a disposizione e, la questione non può essere certo risolta in modo soddisfacente.

Sebbene si si possa supporre che, nel corso di uno dei trasferimenti, la mummia del sovrano sia stata posta nel sarcofago di un sovrano (come suggerirebbero l’ureo, la barba posticcia, il flagello e lo scettro) vissuto poco prima, questo non può essere affermato con certezza.

L’ureo infatti potrebbe essere stato aggiunto quando la salma del sovrano vi fu deposta

Fonte

Tesoro egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta, Tombe

LA TOMBA DI RAMSES II E QUELLA DEI SUOI FIGLI

Di Grazia Musso

Piantina della tomba di Ramses II

Degna di un così grande faraone e della sua ambiziosa politica costruttiva , la tomba di Ramses II si distingue per le sue enormi dimensioni e per essere l’unico ipogeo della Valle dei Re il cui asse gira a destra esattamente di 90°, prima di arrivare alla camera funeraria.

Questa devia a sua volta di alcuni gradi a destra rispetto all’asse della tomba.

Sfortunatamente la sua posizione, all’inizio della Valle dei Re, l’ha resa particolarmente soggetta alle inondazioni, che l’hanno danneggiata in diverse occasioni.

Essendo stata scavata in uno strato roccioso di scarsa qualità, le acque piovane hanno deteriorato tanto la struttura come l’apparato decorativo.

All’ingresso vi è una rampa di scale divisa al centro, priva di decorazioni e lunga quasi 14 metri che immette in un corridoio lungo 12,3 m., seguito da un’altra scala.

Le pareti di questo settore dell’ipogeo sono decorate con scene delle Litanie di Ra.

Segue un altro corridoio di 8,5 m. di lunghezza, decorato con scene del Libro dell’Amduat, che sbocca nel pizzo della tomba, chiamato dagli egizi “sala dell’attesa” ; un ambiente delle sepolture faraoniche la cui funzione non è del tutto chiara, secondo alcuni studiosi avrebbe un significato religioso, per altri era un sistema per evitare le inondazioni o una trappola contro eventuali ladri.

Il pozzo di Ramses II Misura 4,2m x 3,6 m ed è profondo circa 6 metri.

La parte superiore delle pareti è decorata con scene che rappresentano il re in presenza di divinità.

Dal pozzo si accede alla prima sala ipostila della tomba, di forma quadrata e attraversata lungo l’asse principale da una rampa di scale discendente.

Sappiamo che era decorata con scene del Libro delle Porte ; lungo la parete destra (rispetto a chi entra) si apre una camera laterale con quattro pilastri, dalla cui parete di fondo si entra in una seconda camera.

Uscendo dalla prima sala ipostila si trova un’altra scala, seguita da due corridoi consecutivi, di 8,5 m. di lunghezza il primo è di 7,4 m. il secondo, sulle cui pareti è raffigurata la cerimonia dell’apertura della bocca.

Il secondo corridoio sbocca nell’antica era, decorata con scene del Libro dei Morti, sulla cui parete destra si apre la camera funeraria, disposta ortogonalmente rispetto al resto della tomba.

Otto pilastri, divisi in due file di 4, delimitano la parte centrale della camera del sarcofago , che si trova ad un livello inferiore ; il soffitto è alto 5,8 m. ed è i curvato.

Sui lati corti della camera si aprono quattro piccoli ambienti, due nella parete di destra e due in quella di sinistra, che misurano circa 3m x 2,6 m.

Nella parete di fondo due porte conducono a due camere, entrambe con una banchina e due pilastri; la decorazione dei due ambienti appare molto danneggiata

Dalla camera sulla destra si accede ad altre due sale consecutive, anch’esse con la decorazione molto deteriorato, la prima delle quali misura 5,2 m x 7,4 m, mentre la seconda 8,4m x 7,4 m.

In quest’ultima vi sono due pilastri situati in prossimità della parete di fondo e una banchina lungo tre lati della stanza.


La tomba di Ramses II è, come abbiamo visto, impressionante, ma quella dei suoi figli maschi, la KV 5, è la più grande della necropoli reale.

Probabilmente risale alla XVIII Dinastia, ma venne poi usurpata e ampliata da Ramses II, che la destinò ai suoi figli.

Scoperta dall’egittologo James Burton nel 1825, era talmente colma di detriti che l’egittologo britannico riuscì a visitare solo le prime sale, senza rendersi conto che le pareti dell’ ipogeo erano decorate.

Neppure coloro che la visitarono in seguito riuscirono a spingersi molto più in là e fu solo a partire dal 1989, quando L’ egittologo statunitense Ken Weeks e la sua squadra localizzarono l’entrata, che cominciò lo studio scientifico del sepolcro.

Negli anni Weeks ha scoperto diverse mummie e numerose immagini dei figli di Ramses II raffigurati sulle pareti della tomba.

Frammento di un rilievo con un volto proveniente dalla tomba KV5.
È probabile che raffigura il faraone o uno dei suoi figli che vennero sepolti in questa enorme tomba.

Superata una scala lunga 4 m. e le due camere consecutive di 5m x 3,6n, sulle cui pareti sono raffigurate scene di Ramses II che presenta i suoi figli agli dei, si accede a una grande camera con 16 pilastri, che misura 15,5 m x 15,6 m, e una grande sala ipostila

Sulla parete destra si apre un annesso con 6 pilastri, mentre su quella sinistra una porta dà accesso a una sala quasi quadrata, con un numero indeterminato di pilastri, distrutti dalle inondazioni.

Statua di Osiride scolpita in una nicchia della tomba dei figli di Ramses II Kv5, l’ipogeo più grande della necropoli tebana della Valle dei Re. Osiride era il dio dei morti e la sua immagine ricorre con frequenza nella decorazione dei sepolcri del Nuovo Regno

Sui pilastri della sala centrale sono raffigurati i principi al cospetto degli dei, mentre la parete di fondo presenta scene della cerimonia dell’apertura della bocca.

In realtà originariamente le pareti della tomba dovevano essere decorate, ma le varie inondazioni le hanno in gran parte danneggiate.

Acquerello di Susan Week che riproduce la parete meridionale della camera 2
Le scena mostra Ramses II nell’atto di presentare un figlio defunto agli dei dell’aldilà.

Dalla parete di fondo di disparte una rampa discendente che conduce a due corridoi ortogonalmente a formare una T, fiancheggiato su ambo i lati da piccole stanze quadrate, di circa 3m. di lato, alcune delle quali hanno il soffitto a volta.

Il corridoio 12 continua scendendo verso il basso, passando sotto la strada e proseguendo dall’ingresso di Kv5 fino a un complesso che contiene almeno due dozzine di camere e corridoi.

Analogamente, dagli angoli della parete opposta della sala dei 16 pilastri si di partono altri due corridoi discendenti, anch’essi fiancheggiati da stanze con il soffitto piano.

Scheletro della mummia di un maschio adulto, trovato in una fossa sotto il pavimento della camera 2, potrebbe trattarsi dei resti di uno dei figli di Ramses II

La tomba è ancora in fase di scavo, ma si calcola che di queste piccole stanze laterali possono essercene moltissime.

Fonte

National Geographic – le tombe reali d’Egitto

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Gilded Cartonnage.

By Jacqueline Engel

T

This gilded cartonnage mummy mask comes from the Fayum region.

This mask belongs to a lady named Ammonarin, whose name and dress perfectly reflect her Greco-Egyptian cultural and religious background.

Ammonarin is dressed in a tunic with black clavus and himation (cloak or shawl) worn above the head.

She has a necklace with pendant depicting Isis, Sarapis and Harpocrates. As jewellery, she also has two bracelets in the form of snakes, similar to those on display in the Museum.

Her hairstyle follows the fashion trends set by the Empress Livia.

Fayum region

Hawara Roman Period, 1st century CE, 50-70 CE

Plaster, Paint, Gold, Linen

Hurgada Museum

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The Ka Statue of King Rameses II

By Jacqueline Engel

Hurgada Museum

This statue is a depiction of the royal ka of King Ramses II” the Great” 1279-1213 BC of the 19th Dynasty.
The ka can be understood as a combination of both someone’s character, and their life force.
The word ka was written with a hieroglyph in the shape of two upraised ams.

The King as the point of contact between the human and divine worlds, was possessed by a different vital force: the royal ka.
Every king in ancient Egyptian History was believed to have been possessed by It.
The presence of the ka hieroglyph on the head of this statue identifies it as a represetation, not as King Ramses II himself, but of his royal ka.

This statue, discovered in December 2019, is only the second statue of its kind to have ever been recovered.
It was found in Mit Rahina, near modern Cairo, next to the site of the Great Temple of Ptah in the ancient capital of Memphis.
The first known royal-ka statue discovered in 1894, was that of the little known 13th Dynasty (1795-1650 BC) king, Auibre Hor, which is on display in the Egyptian Museum in Calro.

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Sothis/Sopdet the dog star

By Jacqueline Engel

Sothis rides a dog with a star between the ears.
The zodiac sign Sirius is still called the Big Dog.

Sopdet is the ancient Egyptian name of the star Sirius and its personification as an Egyptian goddess. Known to the Greeks as Sothis, she was conflated with Isis as a goddess and Anubis as a god.

Votive image, terracotta , origin unknown.
Roman period. 2-3 Century AD
RMO LEIDEN.HOLLAND.

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta, Statue

STATUINA DI TAURET

Di Grazia Musso

Statuina di Tauret/Tueret
Legno stuccato e dipinto, altezza 40 cm.
Museo Egizio di Torino, Collezione Drovetti – C. 526

I tantissimi reperti provenienti dal villaggio di Deir El Medina ha consentito di tracciare un quadri dettagliato e preciso sulla vita quotidiana degli artigiani che vi vissero durante il Nuovo Regno.

In particolare le scoperte effettuate, a partire dagli inizi del Novecento , nelle tombe della necropoli locale, hanno gettato luce su diversi aspetti della comunità : l’organizzazione del lavoro, i rapporti familiari, l’alimentazione, il tempo libero, l’istruzione, le pratiche funerarie e le credenze religiose.

Tutte queste nozioni relative a una società chiusa e ben definita hanno fatto di Deir el-Medina un campione rappresentativo unico e fondamentale per le nostre conoscenze sulla vita nell’Egitto di quel periodo.

Per quanto riguarda le pratiche religiose, un peso dominante avevano nel villaggio i culti rivolti ad alcune divinità minori, tra cui Tueret, una dea venerata sin all’Antico Regno.

VEDI ANCHE: https://laciviltaegizia.org/2021/10/12/taweret-ed-il-genio-minoico/

In questa statuina lignea la dea è raffigurata con le sue tipiche sembianze grottesche: muso e corpo di ippopotamo e coda di coccodrillo.

La statuetta conserva ancora tracce di colore.

Tueret, il cui nome in Egiziano antico significa “la grande”, era legata soprattutto all’ambito domestico, essendo preposta alla protezione della casa, del sonno, dei bambini e delle madri, cosa che spiega il suo corpo gravido.

Si riteneva che fosse nata nelle paludi ed era la personificazione del caos liquido, il Nun, da cui si era formata la terra.

Venerata come “signora dell’acqua (pura)” e “colei che toglie l’acqua”, gli abitanti di Deir el-Medina le dedicavano ex voto, piccole stele e statuette in cui è rappresenta con un copricapo che può essere sormontato dalle corna di Hathor e dal disco solare.

Come indica l’iscrizione sulla base, questa statuina fu dedicata alla dea da uno scriba-disegnatore di Deir el-Medina di nome Para Hotep e dai suoi due figli: Pai e Apu.

Fonte

Museo Egizio di Torino – Franco Cosimo Panini Editore.

I grandi Musei : il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa

E' un male contro cui lotterò

CHIRURGIA EGIZIA

Di Andrea Petta e Franca Napoli

Introduzione

La chirurgia egizia è un affascinante rompicapo. Si pensa che la pratica chirurgica vera e propria potesse essere effettuata dai sacerdoti (“wab”) di Sekhmet ma si tratta di una speculazione finora non comprovata, e diversi altri vocaboli sono stati associati alla professione del chirurgo.

Nonostante i famosi rilievi di Kom Ombo, che mostrano quelli che sarebbero strumenti medici e chirurgici, non ci è pervenuto nessuno di tali strumenti (a differenza dei reperti greci dello stesso periodo), e – attenzione! – il tempio di Kom Ombo risale al periodo romano, quindi non rappresenta necessariamente strumenti utilizzati in epoca faraonica.

La parete nord delle mura esterne del tempio di Kom Ombo con quelli che appaiono come strumenti medici e chirurgici su una tavola di offerta, purtroppo senza “didascalie”
Una delle interpretazioni degli strumenti medici di Kom Ombo. Alcuni oggetti hanno dei corrispettivi negli strumenti greco-romani, altri rimangono avvolti dal mistero (modificato da Nunn, Ancient Egypt Medicine)

Eppure la capacità tecnica era sicuramente già stata sviluppata nel Nuovo Regno. Un oggetto considerato una pinzetta trovato nella tomba di Kha e Merit, ma la cui funzione non è mai stata realmente comprovata, ed un altro dello stesso periodo conservato al Maet Museum lo mostrano chiaramente.

Quest’oggetto proveniente dalla tomba di Kha e Merit, considerato con molti punti interrogativi una pinzetta per i capelli, dimostra l’abilità degli Egizi nel produrre oggetti utili per le operazioni chirurgiche nel Nuovo Regno
Un oggetto, sempre della XVIII Dinastia, simile alla “pinzetta” di Meryt e conservato al Met Museum di New York. Quest’oggetto non è ovviamente uno strumento chirurgico, ma testimonia della capacità egizia di produrre oggetti estremamente fini, in questo caso con un movimento a perno, richiesti dalla pratica chirurgica.

Nei papiri egizi ci sono molti riferimenti a trattamenti da effettuare “con il coltello” e diversi vocaboli per indicarli, a far supporre l’utilizzo di strumenti differenti a seconda del caso. Si è ipotizzato che i chirurghi egizi usassero inizialmente lame di selce, facilmente ottenibili al momento e affilatissime, e che queste lame venissero buttate dopo l’uso – precursori dei bisturi monouso odierni.

Purtroppo, dall’altro lato, ci mancano evidenze paleopatologiche: le mummie finora esaminate non mostrano tracce di cicatrici chirurgiche; ma è estremamente difficile riscontrare anche quelle delle ferite riportate in battaglia, a meno che non abbiano coinvolto anche le ossa e siano quindi riscontrabili radiologicamente.

Come abbiamo visto, il testo più ampio in questo campo è il Papiro Edwin Smith, un vero e proprio libro di testo sui traumi che coinvolgono la parte superiore del corpo (vedi: https://laciviltaegizia.org/…/07/01/il-papiro-edwin-smith/). Anche il Papiro Ebers ha una parte dedicata alla chirurgia (863-877), con quelli che sono stati interpretati come trattamenti per una forma di tumore solido e di ernie ombelicali o epigastriche (Ebers 863-864), che sono state anche raffigurate in alcune decorazioni tombali della VI Dinastia.

Tra le indicazioni menzionate nei papiri medici ci sono i “gonfiori dei metu”, rotondi e rigidi sotto le tue dita” oppure “che formano dei nodi”, una patologia da trattare con una lama rovente per diminuire la perdita di sangue. L’emorragia è una preoccupazione costante (“non toccare mai questi gonfiori con la mano!” Ebers 872-873). Gli studiosi hanno individuato quindi questi “gonfiori” negli emangiomi, emangiomi cavernosi nel secondo caso. Vengono descritti anche dei lipomi, anch’essi da asportare chirurgicamente. Ricordiamoci però sempre che le traduzioni sono estremamente difficili per i termini tecnici; la mancanza di altri riscontri e la forte tentazione di “modernizzare” la medicina egizia sono sempre dietro l’angolo.

Curiosamente, non viene mai menzionata la sutura delle ferite dopo questi “interventi con la lama”; probabilmente era considerato superfluo raccomandarlo, perché la sutura delle lacerazioni è ben descritta del papiro Edwin Smith.

È interessante invece notare che questi antichi chirurghi, pur non potendo avere nessuna nozione di microbiologia e utilizzando solo l’osservazione empirica, tentavano in tutti i modi di evitare le infezioni. Le prescrizioni per le medicazioni dopo un intervento comprendono infatti:

  • Il miele
  • Un minerale chiamato imru, purtroppo ad oggi sconosciuto ma che si considera fosse un astringente (forse l’allume di rocca?)
  • Il salice (una sorta di proto-aspirina per diminuire l’infiammazione)
  • Soluzioni contenenti ammoniaca (ovviamente derivata dalle urine) oppure sali di rame (“polvere di pigmento verde”).

La medicina moderna ha scoperto che non solo il miele è un potente antibatterico naturale, efficace sia contro i batteri Gram-positivi che Gram-negativi grazie ad un enzima chiamato inibina, ma che favorisce anche la cicatrizzazione grazie alla sua ipertonicità e al suo basso pH.

Notevole infine il fatto che tutte le medicazioni usassero la fibra di lino per fasciare le ferite. Solo in tempi estremamente recenti è stato dimostrata l’efficacia della fibra di lino nel favorire la cicatrizzazione aumentando la capacità di replicazione delle cellule e permettendo una migliore riparazione del DNA cellulare.

L’incremento della produzione in vitro di fibroblasti (fondamentali per la cicatrizzazione) rispetto al controllo utilizzando diverse fibre di lino. Quella indicata come “Nike” è quella naturale; le altre sono geneticamente modificate. Da notare che la fibra naturale ha sempre un effetto positivo sulla proliferazione cellulare, anche ad alti dosaggi. (da: Gębarowski T et al. Were our Ancestors Right in Using Flax Dressings? Research on the Properties of Flax Fibre and Its Usefulness in Wound Healing. Oxid Med Cell Longev. 2020 Nov 24;2020:1682317.)
Sarcofagi

LE MASCHERE DI SATDJEHUTI

E UN’INTRICATA STORIA FAMIGLIARE

Di Patrizia Burlini (introduzione) e Nico Pollone (analisi testuale)

In due diversi musei europei sono conservate due maschere funerarie lignee attribuite a Satdjehuti.

Maschera di Satdjehuty allo Staatliches Museum Ägyptischer Kunst di Monaco di Baviera, numero di inventario ÄS 7163, datata alla fine della XVII Dinastia. Foto: https://joyofmuseums.com/…/sarcophagus-lid-of-queen…/

La prima maschera si trova allo Staatliches Museum Ägyptischer Kunst di Monaco di Baviera, ha il numero di inventario ÄS 7163 ed è datata alla fine della XVII Dinastia. Satdjehuti è definita “Figlia del re e sorella del re, Satdjehuti, chiamata Satibu, la Giustificata, nata dalla moglie del re, Tetisheri” (XVII Dinastia)

La seconda maschera si trova al British Museum di Londra, reca il numero di inventario EA 29770 ed appartiene alla XVIII Dinastia. In questa maschera Satdjehuty è definita “favorita da Ahmose- Nefertari “ (regina della XVIII Dinastia)

La seconda maschera si trova al British Museum di Londra, reca il numero di inventario EA 29770 ed appartiene alla XVIII Dinastia. In questa maschera Satdjehuty è definita “favorita da Ahmose- Nefertari“ (regina della XVIII Dinastia). Foto British Museum

Com’è possibile questa datazione contrastante e questi titoli diversi? Si tratta della stessa persona o è una semplice omonimia? Chi era Satdjehuti?

La maschera di Monaco di Baviera (ÄS 7163) è in realtà un frammento, alto circa 60 cm, di uno splendido sarcofago ligneo dorato, pezzo forte della collezione egizia del Museo. Il sarcofago ligneo era sicuramente alto oltre 3 metri, a testimonianza dell’importanza politica di alcune regine e principesse (come ad esempio Ahhotep e Ahmose-Meritamon).I sarcofagi di queste regine, e anche quello di Satdjehuti, erano imponenti, mentre quelli dei re non raggiungono mai queste dimensioni.

Retro della maschera di Satdjehuty a Monaco, (in legno dorato, intarsiata con pietre preziose come corniola, turchese e lapislazzuli) corrispondente in realtà all’interno del sarcofago, è fittamente ricoperto di geroglifici, dove si può leggere “Figlia del re e sorella del re Satdjehuti, chiamata Satibu, la Giustificata, nata dalla moglie del re Teti-Sheri”.
Foto: https://www.reddit.com/…/sarcophagus_lid_of_queen…/…

Il retro della maschera, (in legno dorato, intarsiata con pietre preziose come corniola, turchese e lapislazzuli) corrispondente in realtà all’interno del sarcofago, è fittamente ricoperto di geroglifici, dove si può leggere “Figlia del re e sorella del re Satdjehuti, chiamata Satibu, la Giustificata, nata dalla moglie del re Teti-Sheri”. I geroglifici riportano alcuni capitoli del ” Libro dei Morti” nella sua “rielaborazione tebana”, come fa notare la Dott.ssa Sylvia Schoske, direttrice della Collezione Statale d’Arte Egizia di Monaco fino al 2021. Satdjehuti, era quindi figlia di Tetisheri (capostipite della XVII dinastia, alla fine del Secondo Periodo Intermedio) e probabilmente anche consorte reale, sposata con Seqenenre Tao. In questo periodo storico, caratterizzato dalle guerre con gli Hyksos, gli uomini, incluso il re, erano in impegnati in campagne di guerra che duravano mesi ed erano le donne reali, come Satdjehuti, a governare e gestire gli affari ufficiali.

Il sarcofago/maschera, in sicomoro, appartiene alla tipologia delle cosiddette bare rishi (in arabo “piuma”), in cui tutto il corpo è ricoperto da un motivo di piume. Alla base di questi sarcofagi c’è l’idea di una dea alata, come NUT, dea del cielo, che protegge il defunto con le sue braccia alate. Satdjehuti indossa la corona avvoltoio, il copricapo tipico delle regine e dee. Gli occhi sono contornati da una striscia di rame ingegnosamente piegata con un meccanismo a scatto, in modo che gli occhi si fissino meccanicamente nella loro cavità: Il bulbo oculare è realizzato in marmo, che si trova molto raramente in Egitto, mentre l’iride è realizzato con una sottile lastra di ossidiana.

Ricostruzione della bara di Monaco di Satdejuty

La maschera di Monaco di Baviera (ÄS 7163) è in realtà un frammento, alto circa 60 cm, di uno splendido sarcofago ligneo dorato, pezzo forte della collezione egizia del Museo. Il sarcofago ligneo era sicuramente alto oltre 3 metri, a testimonianza dell’importanza politica di alcune regine e principesse (come ad esempio Ahhotep e Ahmose-Meritamon).I sarcofagi di queste regine, e anche quello di Satdjehuti, erano imponenti, mentre quelli dei re non raggiungono mai queste dimensioni.
Foto: https://smaek.de/news/blogparade-femaleheritage/

L’approfondita ed interessante analisi testuale di Nico Pollone è disponibile QUI

La maschera di Londra (EA 29770) non presenta iscrizioni con il nome. Inizialmente era stata identificata come “principessa” del Medio Regno. Alcuni studiosi avevano sollevato dei dubbi su questa datazione ma fu solo nel 1993, a seguito della segnalazione di un visitatore del museo sulle dimensioni errate citate nella didascalia descrittiva, che il curatore del British Museum John Taylor fece ritirare la maschera dell’esposizione per misurarla e cercò di ricostruirne la storia.

La maschera di Londra (EA 29770). Foto David G.Robbins, 2022

Studiando i documenti d’ingresso, Taylor scoprì che la maschera era stata acquisita nel 1861 e registrata nel 1880 come parte di oggetti acquisiti dalla “vendita di Mr. Hull”. Nel cercare i documenti originali, il curatore scoprì in un registro che, oltre alla maschera, era stata acquistato anche del tessuto con iscrizioni geroglifiche in inchiostro proveniente dalla stessa collezione e probabilmente appartenenti, secondo l’ipotesi avanzata da John Taylor, alla stessa maschera (inv. EA 31074/31075). Nel tessuto era indicato sia il nome che il periodo storico in cui la donna era vissuta. Si trattava di Satdjehuty, descritta come la “favorita ” delle regina Ahmose-Nefertari, consorte del re Ahmose I (circa 1550-1525), fondatore della XVIII Dinastia. La nuova datazione della maschera alla XVIII Dinastia si basa anche su analisi stilistiche e raffronti con altre maschere conservate al Museo: la forma del viso con il leggero sorriso, le sopracciglia arcuate e il sottile trucco attorno agli occhi ricordano le statue della regina Hatshepsut. La parrucca con le larghe strisce blu alternate a strisce bianche più sottili, presenta caratteristiche riconoscibili agli inizi della XVIII Dinastia.

Vista della corona avvoltoio sul capo della maschera di Londra , tipica di dee e regine. EA29770. Foto British Museum

Secondo John Taylor, l’alta qualità della maschera suggerisce che sia stata realizzata in un laboratorio reale. Il nome Satdjehuty era piuttosto diffuso agli inizi della dinastia e appartenente a importanti famiglie tebane del periodo: la mummia di Satdjehuty si trova in luogo sconosciuto, forse entrata in Inghilterra assieme alla maschera e poi scomparsa.

Le due Satdjehuty di Monaco e Londra sono quindi la stessa persona? Il British Museum non lo dice ma in rete si trovano vari documenti che affermano che quello di Monaco sia il sarcofago mentre quella di Londra sia la maschera funeraria della stessa persona.

Cercando riscontri, scopriamo che anche il Museo di Torino riserva delle sorprese.

Con il numero di inventario S.5051 e S.5065 sono conservati alcuni frammenti del telo funerario della principessa Ahmose/Ahmes, KV 47, scoperta da Schiaparelli. Anche la mummia di Ahmose si trova conservata al Museo Egizio di Torino (S.5050) ma l’aspetto sorprendente della vicenda è che tale telo funerario definisce Ahmes come figlia e sorella del re, “generata dal buon dio, Senakhtenre Ahmose , figlio di Rê Tao, e messa al mondo dalla figlia del re, sorella del re, moglie dl re Satdehouty.

Quindi sappiamo che il sarcofago di Monaco appartiene alla principessa Satdejuty, figlia dl faraone Seqenenrao e della regina Tetisheri e sposa di Seqenenre Tao da cui ebbe la figlia Ahmes, sepolta nella KV47 e la cui mummia si trova oggi al Museo Egizio di Torino.

Marianna Luban, una ricercatrice americana indipendente, nota per aver formulato nel 1999 l’ipotesi che la Younger Lady sia Nefertiti, indispettendo enormemente Zahi Hawass, sostiene, in maniera non proprio convincente, a mio parere, che la maschera di Londra e il sarcofago di Monaco appartengano alla stessa donna, una regina, e che il tessuto trovato a Londra con il nome di Satdejuty, definita favorita di Ahmose-Nefertari, appartenga in realtà ad un’altra Satdejuty, essendo questo un nome diffuso a corte in quell’epoca.

Per concludere, è possibile che la Satdjehuty del British Museum e di Monaco siano la stessa persona, una regina della XVII dinastia, figlia di Tetisheri e probabile sposa di Seqenenre Ta , oltre che madre della principessa Ahmes a Torino, ma mancano riscontri certi all’identificazione, nonostante il nostro affascinante viaggio virtuale tra tre prestigiosi musei europei.

Un ringraziamento particolare al carissimo Dave Robbins per l’aiuto fornito nel reperire le informazioni sulla maschera a Londra e per le foto da lui gentilmente concesse.

Foto di Monaco: vedi didascalia

Foto della maschera di Londra: Dave Robbins, 2022

Fonti e link:

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta

OSTRACON DELLA DANZATRICE

Di Grazia Musso

Calcare dipinto, 10,5 x 16,8
Museo Egizio di Torino – Collezione Drovetti, C. 7052

Con il termine greco ostracon, letteralmente coccio, si indica un frammento di ceramica o scheggia di calcare sulla cui superficie sono stati tracciati disegni o scritti testi.

Nell’Antico Egitto l’uso degli ostraca era molto diffuso, data la loro facile reperibilità a costo zero, rispetto al più caro e pregiato papiro.

Essi venivano utilizzati soprattutto per annotazioni temporanee, schizzi, bozzetti, esercizi scolastici, diventano frequenti a Tebe a partire dalla XVIII Dinastia.

A causa della loro durezza, possono infatti solo spezzarsi o essere consumati per attrito, ne sono pervenuti sino a a noi un numero straordinariamente ampio rispetto alla modestia della loro funzione.

Migliaia di ostraca sono stati trovati nel villaggio di Deir el-Medina, all’interno di una grande e antica discarica ai margini dell’abitato.

Gli ostraca figurati e scritti rinvenuti a Deir el-Medina ci consentono di conoscere i particolari di numerose esistenze private.

Gli abitanti del villaggio, uomini della squadra e loro congiunti, ci hanno palesato in modo esplicito gran parte dei difetti e dei pregi della natura umana: dall’onestà agli imbrogli, dai mancati giuramenti al desiderio di giustizia, dalla pietà all’arroganza.

Dal villaggio operaio e dall’area delle necropoli tebane, oltre alle migliaia di ostraca iscritti, provengono numerosissimi ostraca figurati, poiché in quelle zone si concentrava all’epoca il nucleo più consistente di disegnatori e pittori di tutto l’Egitto.

È probabile che da qui provenga questo bellissimo ostracon che costituisce uno dei massimi capolavori della collezione del Museo Egizio di Torino.

Sulla scheggia di calcare è stata disegnata, con grande maestria e raffinatezza, l’immagine di una danzatrice acrobata.

Il corpo della fanciulla, che indossa un perizoma annodato in vita, è reso con linee rapide e sicure, opera di un abile e sconosciuto artista.

L’alto livello qualitativo del disegno è dato dalla capacità di rappresentare con grande naturalezza e realismo una figura in posizione insolita, prestando l’attenzione ai minimi dettagli: le membra affusolate, il volto ben curato e la fluente capigliatura che cade pesantemente a terra.

E poco importa se l’orecchino resta fissato alla guancia in modo irreale, senza pendere verso il basso.

La grazia e l’armonia complessiva del disegno ne fanno senza dubbio una vera opera d’arte.

Fonte

  • I grandi musei: Il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa
  • D come Deir el-Medina – Daniela Magnetti, Silvia Einaudi – Electa
Mai cosa simile fu fatta

L’ARCHITETTURA FUNERARIA DI DEIR EL MEDINA

Di Grazia Musso

Proseguendo un’antichissima tradizione,. già millenaria quando nasce il villaggio di Deir el-Medina, le tombe uniscono due luoghi ben distinti tra loro: gli ambienti sotterranei, dove erano sepolti i defunti con il loro corredo, e la cappella funeraria, destinata al culto offerto dai viventi, vero e proprio punto di contatto tra l’Aldilà e il mondo terreno.

La cappella rappresenta la sovrastruttura visibile della tomba ed è formata da una piccola costruzione in mattoni crudi, che ospita al suo interno una camera voltata, solitamente decorata da scene dipinte sulle pareti e sul soffitto.

La cappella è inserita a sua volta all’interno di un cortile cintato al quale si accede a volte tramite un portale che riproduce in miniatura l’ingresso monumentale dei templi, il cosiddetto “pilone”.

La cappella funeraria di Kha all’epoca degli scavi italiani a Deir el-Medina.
Scavi Schiaparelli, 1906, Archivio Museo Egizio, C. 2953
Decorazione parietale cappella funeraria TT 8 – Foto IFAO

In taluni casi la cappella si presenta all’esterno con una forma piramidale che manifesta il rinnovato accento posto sui culti solari soprattutto degli ultimi sovrani della XVIII Dinastia, Tutmosi IV, Amenhotep II e Amenhotep III.

Tratto finale del corridoio che precede la camera funeraria di L’ha all’epoca della scoperta.
Scavi Schiaparelli 1906 – Archivio Museo Egizio di Torino C. 1337

La cuspide della piramide, il pyramidion, può essere decorata con l’immagine del proprietario ritratto mentre venera il dio solare Ra-Harakhty ” quando sorge a oriente” e ” quando tramonta a occidente”, mentre all’interno di una nicchia ricavata sulla parete frontale della piramide si può trovare una piccola statuetta del defunto che reca una stele, per questo detta stelòfora, sulla quale e iscritto il medesimo inno del sole tratto dal capitolo 15 del Libro dei Morti..

Pianta e sezione della tomba di Kha disegnata da Francesco Ballerini, con indicazione della posizione e elenco degli oggetti ritrovati. – Archivio di Stato di Torino, fondo MAE, II verso.,m.4 n. 3

In un punto del cortile antistante la cappella è realizzato un pozzo che conduce agli ambienti ipogei della tomba che raccolgono il defunto e il suo corredo, cosicché la cappella e la parte sotterranea risultano parte di una medesima unità architettonica.

Camera funeraria con il corridoio fotografata al momento della apertura.
Scavi Schiaparelli 1906 – Archivio Museo Egizio di Torino, C 1336, 2070.

Alternativamente, la cappella può essere ricavata nella roccia stessa della montagna tebana, lavorando all’esterno la facciata in modo da riprodurre la sagoma piramidale e utilizzando lo spazio esterno, antistante l’ingresso, come cortile.

Libro dei morti di Kha, particolare di Kha e Merito in una scena di adorazione davanti al dio Osiride. Tomba di L’ha S. 8416/3 _8438
Libro dei Morti di Kha, particolare della scena del funerale
Tomba di Kha S. 8316/3 -8438

Trattandosi di un luogo frequentato dai familiari del defunto, una stele o una statua possono essere collocate all’interno delle cappelle in apposite nicchie ricavate sul fondo così da offrire un punto di riferimento culturale per i familiari: l’apparato decorativo sulle pareti interne della cappella sviluppa un repertorio che, soprattutto durante la XVIII Dinastia, accanto alle più tradizionali scene di offerta, di lavoro e di ritualità, dedica una maggiore attenzione alle scene di convivialità tra i defunti e i familiari, facendo di queste cappelle un vero inno alla vita e alla bellezza.

Questo aspetto tenderà invece ad attenuarsi nel corso delle successive Dinastie ramessidi ( XIX-XX Dinastia), quando si affermano in modo crescente i temi legati al viaggio nell’Aldilà.

Per i dettagli della tomba di Kha e Meryt vedi anche: https://laciviltaegizia.org/2021/08/25/la-tomba-di-kha-e-merit/

Fonte:

Museo Egizio di Torino -Franco Cosimo Panini Editore

Fotografie:

  • Franco Brussino
  • Andrea Vitussi