La regina Meresankh III (o Mersyankh III) fu un personaggio di grande rilievo nel corso della IV dinastia e ricevette l’onore unico di un’ampia e raffinata mastaba nella necropoli orientale di Giza.
Ella portava i titoli di “figlia del re, figlia del suo corpo” (sorprendente perché suo padre non divenne sovrano), custode di Horus e Seth, la grande favorita delle due Signore, molto lodata, sacerdotessa di Thoth, seguace di Horus, consorte di colui che è amato dalle Due Signore, amata moglie del re”.
I titoli “Custode di Horus e Seth” e “Compagna di Horus” sono tipici della IV, della V e della VI dinastia e si riferiscono al rapporto privilegiato che legava la regina al sovrano – dio, colui che univa e riconciliava il Basso e l’Alto Egitto, come si spiegherà in un post di domani.
Snefru ed Hetepheres I furono i suoi bisnonni e Cheope suo nonno, in quanto era figlia di Hetepheres II e del vicerè d’Egitto Kawab, primogenito del sovrano e della regina Merytytes I, destinato al trono ma sfortunatamente premorto al padre.
L’erede di Cheope fu dunque Djedefre, il quale sposò Hetepheres II, vedova del fratello (peraltro anche sua sorella o sorellastra) rendendola regina; dopo otto anni Djedefre morì senza figli ed il trono passò a Chefren, fratello o figlio di Cheope, che sposò la nipote Meresankh III; ella gli diede numerosi figli, alcuni dei quali sono raffigurati e citati sulle pareti della sua mastaba (i principi Duaenre, Nebemakhet, Khenterka, Niuserre A e la principessa Shepsetkau).
Il trono delle Due Terre andò a Micerino, nato da un’altra moglie, ma Meresankh III continuò a godere di un ruolo di estremo rilievo a corte.
Ella è rappresentata in alcune statue scolpite direttamente nella parete di roccia della parte sotterranea della tomba, che vedremo in seguito, ed in altre rinvenute in frantumi nel piccolo cortile antistante la cappella della mastaba.
La più famosa di esse è il reperto 30.1456 custodito al MFA di Boston: si tratta di una gruppo scultoreo in calcare dipinto che si trovava probabilmente nel serdab posto sul lato sud del cortile della mastaba e che raffigura Meresankh III e sua madre Hetepheres II in piedi, l’una accanto all’altra, con quest’ultima che cinge affettuosamente le spalle della figlia con un braccio.
Le due donne non hanno un aspetto regale, e sono vestite in modo semplice; la più giovane addirittura non porta la parrucca, e sono state identificate grazie alle iscrizioni sulla base del gruppo statuario che definiscono la prima come “Colei che contempla Horus – Seth, consorte di colui che è amato dalle Due Signore” e la seconda come “Sua figlia, moglie del re, che egli ama”.
Dall’analisi dei resti di Meresankh III, rinvenuti scheletrizzati nel sarcofago profanato (ora esposto sulla grande scalinata del GEM al Cairo), emerge che ella era alta circa cm. 152 e che morì all’età di 50 – 55 anni; il decesso avvenne probabilmente nel primo anno di regno del figliastro e deve essere stato improvviso, in quanto sua madre Hetepheres II le cedette sia la mastaba G7530 della necropoli di Giza che era stata preparata per lei (in effetti vi è raffigurata moltissime volte) che il suo imponente sarcofago in granito nero (GEM45475), recante titoli di Hetepheres II, ma anche la seguente iscrizione: “Io ho dato il sarcofago a mia figlia, Meresankh, che era amata”.
Hetepheres II, madre di Meresankh III, era di purissimo lignaggio reale in quanto figlia di Cheope, e sposò in prime nozze il fratello Kawab, vicerè e principe ereditario d’Egitto; accanto alla G7120 di quest’ultimo, infatti, si trovano anche la G7110 ed il pozzo sepolcrale G7110B in origine a lei destinati.
Essi tuttavia rimasero inutilizzati in quanto, rimasta vedova, ella sposò il fratello Djedefra, successore di Cheope e divenne la sua regina, consolidandone il diritto al trono.
Hetepheres II morì ad oltre 70 anni d’età (alcuni dicono addirittura a 90) attorno al 2500 a. C., nel primo anno del regno di Shepseskaf, dopo aver attraversato i regni di Cheope, Djedefre, Chefren e Micerino; venne probabilmente inumata accanto alla figlia Meresankh III nella vicina mastaba G7350.
La sua eccezionale longevità le permise di garantire stabilità al paese in un’epoca che vide succedersi questi cinque sovrani, gestendo la burocrazia di corte nei periodi di transizione e supervisionando le risorse durante la realizzazione dei progetti monumentali che essi avevano commissionato.
Rappresentando la continuità dinastica in quanto aveva stretti legami di sangue con tutti i faraoni della IV dinastia, ebbe un’influenza immensa, che traspare dai numerosi titoli conferitile nel corso della sua vita, non tutti puramente onorifici.
In qualità di figlia del sovrano era definita “Figlia del re dell’Alto e Basso Egitto Cheope”, “L’amata figlia del re del suo corpo”; in relazione al suo status di regina e moglie di colui che rappresentava l’unificazione delle Due Terre era ”Moglie del re”, “La moglie del re, la sua amata”, “Colei che vede Horus – Seth”, “Consorte di colui che è amato dalle Due Signore”; con riferimento agli incarichi cultuali connessi al ruolo di sposa reale era “Sacerdotessa di Thoth”, “Sacerdotessa di Bapefy” e “Sacerdotessa di Tjasep” ed infine aveva anche il delicatissimo incarico amministrativo di “Supervisore dei macellai della casa dell’acacia”, che le attribuiva la responsabilità di supervisionare l’approvvigionamento e la distribuzione della carne e dei prodotti alimentari essenziali per le funzioni religiose ed i servizi civili.
Hetepheres II è ampiamente rappresentata nella tomba di Meresankh III in quanto essa era stata in origine preparata per lei; per l’analisi di tale iconografia si rinvia ai post successivi sulla mastaba.
Un reperto unico che verosimilmente la rappresenta, inoltre, è una sfinge in calcare dipinto esposta al NMEC del Cairo (JE 35137); essa è una delle primissime raffigurazioni di quel genere, e fu scoperta nel tempio funerario della piramide di Djedefre ad Abu Rawash.
Sfinge in calcare dipinto raffigurante probabilmente Hetepheres II, oggi al NMEC del Cairo (JE 35137). Foto da un post del gruppo Facebook Ancient Egypt Alive del 24 luglio 2024
Molto famoso è anche il gruppo statuario in pietra calcarea alto quasi 60 cm. illustrato più in alto, rinvenuto nella cappella della tomba di quest’ultima regina ed ora al MFA di Boston.
Essa raffigura Hetepheres II e sua figlia in piedi, abbracciate; sulla base reca iscrizioni incise con i loro nomi e titoli, a conferma della loro identità e del loro stretto legame.
Il corredo funerario della regina comprendeva anche un’altra sedia, detta “sedia II”, della quale sopravvivevano solo le quattro gambe identiche a quelle della sedia I e gli intarsi, che si trovavano in un’area coperta da una coltre di detriti alta circa quindici cm., per ben due mesi pazientemente scandagliata e documentata strato per strato attraverso fotografie e disegni.
I frammenti ritrovati vennero esaminati e registrati con tutti i metadati rilevanti, ed emerse che facevano parte non di una semplice sedia ma di un raffinato trono. Il lavoro di ricostruzione si prospettava estremamente complesso e non fu mai realizzato; una decina di anni fa tuttavia, il team del Giza Project dell’Università di Harvard, muovendo dagli oltre 1600 frammenti e dai diari di scavo dell’epoca ne ha creato una riproduzione in scala reale utilizzando gli stessi materiali dei quali si erano serviti gli artigiani egizi: legno di cedro, tessere in maiolica blu brillante, lamina d’oro, gesso, corde di cuoio e rame.
La sedia ricostruita
Il team ha creato un modello digitale 3D della tomba e del suo contenuto, quindi ha intagliato le parti in legno del trono con una fresatrice a cinque assi controllata da un computer ed ha fabbricato e posizionato a mano i singoli inserti, ottenendo il risultato spettacolare che potete vedere nelle immagini.
La seduta era un quadrato di corda intrecciata inserito in un’intelaiatura costituita da quattro barre di legno; i braccioli, decorati con scanalature orizzontali, si appoggiavano ad un sostegno verticale intarsiato su più lati con rosette stilizzate alternate a sbarrette riproducenti il disegno di una stuoia, collegato ad angolo retto ad un analogo elemento collocato sul lato esterno della seduta; le quattro gambe erano dotate di piedini in rame rivestiti di pietra calcarea.
Le varie parti venivano tenute insieme da incastri a mortasa e tenone e le giunture erano rinforzate con strisce di cuoio.
Le due aperture quadrate laterali, sotto i braccioli, erano riempite con un’immagine traforata del dio falcone Horus ad ali spiegate, poggiato su di una colonna palmiforme, finemente intarsiato con inserti di maiolica.
La riproduzione del falcone prima dell’inserimento degli inserti in maiolica
La parte posteriore dello schienale era decorata con quattro emblemi della dea Neith, ognuno dei quali issato sul suo stendardo rivolto verso il centro; sotto di essi c’era un fregio di sedici motivi intarsiati simili alla barba posticcia divina o reale, e l’insieme era incorniciato da rosette e piccole barre. Sul retro della sedia continuava la medesima decorazione, che era riprodotta anche su di una striscia centrale verticale, ai cui lati si trovavano due più grandi emblemi di Neith su di uno sfondo di tessere di maiolica azzurra disposte a zig – zag.
Una parte della decorazione originale, esposta al museo del Cairo.
Le dimensioni della seduta inducono a ritenere che il trono dovesse essere imbottito con dei cuscini, per consentire alla regina di stare comoda.
FONTI:
DER MANUELIAN P., The Lost Throne of Queen Hetepheres from Giza: An Archaeological Experiment in Visualization and Fabrication, in J.A.R.C.E. vol. 53, 2017
Il corredo funerario della regina Hetepheres è il più ricco tra quelli risalenti all’Antico Regno giunti fino a noi; come si è già detto la sua tomba conteneva in gran disordine oggetti personali, mobili, braccialetti, vasi in alabastro, in oro ed in ceramica, tornati all’antico splendore grazie a sapienti restauri ed ora trasferiti nel nuovo Grand Egyptian Museum del Cairo dopo essere stati esposti per anni nel Museo di Piazza Tahrir.
La ricostruzione dell’interno della camera sepolcrale: sulla sinistra si nota il sarcofago sul quale sono deposti i pali del baldacchino e la cassa, a destra la sedia ed il trono e dietro di essi la portantina ed il vasellame. La fotografia è lo screenshot di un fermo immagine del filmato dell’Università di Harvard relativo alla visita virtuale della tomba, a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=1AsKgHS0QgQ
Questo baldacchino smontabile era realizzato con pali in legno dorato ed era ricoperto da un telo di lino; è verosimile che la regina lo utilizzasse come tenda quando era in viaggio; esso era associato ad una cassa lunga e stretta parzialmente coperta da foglia d’oro (Museo del Cairo JE72030), destinata forse a contenerne alcune parti.
Come si è detto, le parti lignee dei manufatti erano quasi completamente distrutte, e così nel 1929 l’MFA di Boston ne fece realizzare una riproduzione dall’ebanista Joseph Gerte; la decorazione della cassa, costituita da intarsi in faience, venne invece trovata sul sarcofago, accanto ai pali, nella medesima posizione che aveva in origine sul supporto ligneo.
La cassa è l’unico oggetto della tomba oltre alla portantina a recare i cartigli di Snefru (gli altri sono contrassegnati da quello di Cheope).
Frammento del nome di Snefru, fotografato da Reisner all’epoca della scoperta. Foto d’epoca
Il letto (Museo del Cairo – n. di reg. 53261) è costituito da un’intelaiatura rettangolare di legno dorato, appoggiata su quattro gambe a forma di zampe leonine fissate con stringhe di cuoio al piano, costituito da un rettangolo di pelle legato all’intelaiatura per mezzo di cordicelle in modo da farlo rimanere teso.
Le gambe dalla parte della testa sono più alte rispetto a quelle sul lato opposto e conferiscono al letto una leggera inclinazione; invece del cuscino gli Egizi usavano un poggiatesta che probabilmente veniva imbottito con del lino per offrire maggiore comodità; esso è stato trovato all’interno di una scatola ed è dorato ed argentato. La pediera è l’unica parte del letto ad essere decorata nella sua parte interna con due registri: quello superiore è intarsiato con un motivo continuo di piume, l’altro presenta oltre alle piume anche tre rosette; la parte esterna, invece, è stata lasciata grezza.
La sedia I (JE53263), era probabilmente parte dell’arredamento della tenda della regina.
Foto di di @Silvia Vitrò
La seduta era leggermente inclinata all’indietro per renderla più comoda e lo schienale era rinforzato nel centro della parte posteriore da un supporto; le gambe erano a forma di zampe di leone, finalizzate a garantire a chi si sedeva la protezione e la forza del nobile animale; ai piedini sono stati aggiunti tamburi per offrire stabilità.
La struttura era in legno naturale e decorata da una cornice e da alti braccioli coperti da foglia d’oro.
Foto di di @Silvia Vitrò
Lo schienale probabilmente era in origine decorato con uno dei tanti pannelli intarsiati rinvenuti nel complesso funerario, forse quello trovato sotto la sedia, che raffigurava Hetepheres assisa che annusa un fiore di ninfea e che parrebbe essere la sua unica immagine superstite (si veda il post sulla biografia, nel quale l’immagine è stata pubblicata).
I due spazi rettangolari tra i braccioli, la seduta e lo schienale sono decorati con un disegno composto da tre fiori di papiro i cui steli sono legati con un nastro.
Un altro reperto unico è la portantina della sovrana (E53262 Museo del Cairo).
Fin dalla I’ dinastia gli egizi delle classi più elevate amavano spostarsi su di una portantina sorretta da servi: essa è una sedia portatile fissata ai lati a due lunghe aste terminanti con capitelli di palma che permettono di sollevarla dal suolo e di trasportarla.
E’ realizzata in legno dorato e foderata all’interno con una stoffa di lino; è l’unico oggetto oltre alla cassa del baldacchino a portare il cartiglio del re Snefru, mentre su tutti gli altri oggetti del corredo funerario è inciso quello di Cheope.
Sui lati anteriore e posteriore dello schienale sono presente fasce in ebano (una davanti e tre dietro) con iscrizioni geroglifiche dorate recanti i titoli della regina.
Com’era possibile che la mummia della regina Hetepheres, madre, figlia, sorella e moglie di re, fosse scomparsa, mentre il sarcofago sigillato, il corredo ed i canopi si trovavano ancora nella camera funeraria all’ombra della piramide di Cheope?
La questione è tuttora aperta e potrà essere risolta solo attraverso nuovi ritrovamenti archeologici: non vi sono prove del fatto che, come è stato ipotizzato, essa sia stata distrutta, e neppure si sa con certezza se la sua prima tomba sia stata violata e se la camera funeraria in fondo al pozzo G7000X fu effettivamente la sua ultima dimora.
In primo piano quanto rimane della piramide attribuita ad Hetepheres; dietro di essa le altre due piramidi delle regine di Cheope. Immagine di Neithsabes (secondo quanto affermano i diritti d’autore; autore non evidenziato on line). Pubblico dominio, a questo link: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1761399
L’amico José Barroso Sánchez, che ringrazio, ha pubblicato un interessante post nel quale ha illustrato le differenti teorie formulate in merito da Reisner all’epoca della scoperta della tomba e, più recentemente, da Lehner e da Hawass, che riporto per estratto in un diverso carattere grafico aggiungendo qualche osservazione critica, che evidenzia come nessuna di esse sia supportata da prove inconfutabili.
I tre illustri egittologi individuano tre siti come possibile dimora per l’eternità di Hetepheres:
a) Una presunta piramide satellite di Snefru a Dashur
b) La piramide G1-a, satellite di quella di Cheope a Giza
c) La tomba-pozzo G7000X, molto vicina alla G1A e all’imponente monumento funerario di Cheope.
* REISNER: DA DASHUR A G7000X
La reputazione del “Petrie Americano” era così grande che forse per questo motivo ha osato esporre una teoria degna di un romanzo d’avventura, per spiegare ciò che probabilmente era accaduto.
Reisner era certo che il pozzo G7000X fosse una seconda sepoltura e che i danni alla parte superiore del sarcofago e quella inferiore del coperchio (citati nel precedente post) fossero stati causati in un’altra tomba, dove inizialmente la regina sarebbe stata inumata.
Questa seconda tomba si sarebbe trovata a Dashur vicino alle piramidi del marito, il re Snefru; nei primi anni del regno di suo figlio e successore Cheope essa fu saccheggiata e la mummia della regina distrutta dai ladri per spogliarla dei gioielli e degli amuleti.
Hemiunu non disse tutta la verità al re, limitandosi ad informarlo che la tomba di sua madre era stata violata e che i danni cagionati erano poco importanti e suggerendogli che sarebbe stato meglio riseppellirla vicino alla sua stessa tomba a Giza.
Cheope non immaginava che il corpo di Hetepheres non fosse all’interno del sarcofago e dispose una nuova inumazione nel pozzo G7000X accanto alla sua piramide, facendovi trasferire tutti gli oggetti del corredo funerario portati dalla vecchia tomba.
Il sarcofago in alabastro della regina
Gli studiosi moderni evidenziano molteplici criticità nella teoria esposta da Reisner, osservando in primo luogo che l’affermazione in merito all’intervenuta sepoltura di Hetepheres accanto al marito non trova alcun riscontro concreto.
Infatti, sebbene tutte le altre tombe note di regine “madri del re” siano vicino alle piramidi dei loro coniugi, l’unica che sorge a Dashur e che si trova di fianco alla piramide a doppia pendenza è quasi unanimemente ritenuta un luogo di culto e non una sepoltura (per qualche informazione in più su questa piramide, guardate sul nostro sito a questo link: https://laciviltaegizia.org/2024/07/14/la-piramide-satellite/).
L’area della necropoli orientale di Giza vista dall’alto della Grande Piramide. Il punto B indica la tomba a pozzo (guardando bene si nota l’ingresso quadrato), il punto A indica invece la piramide di Hetepheres ed i resti del perimetro di una quarta piramide appena sbozzata e mai completata, che nel progetto originario poteva forse essere associata alla G7000x. Immagine da LEHNER M., The pyramid tomb of Hetep-heres and the satellite pyramid of Khufu, Mainz am Rhein (Magonza) 1985,pag. 90.
Ha inoltre osservato Lehner che è poco verosimile che gli ipotetici predoni di questa piramide, che dovevano agire rapidamente per non essere scoperti, non avessero semplicemente arraffato i preziosi oggetti del corredo funerario per poi darsi alla fuga, preferendo aprire con cautela il sarcofago invece di sfondarne il coperchio al fine di accedere alla mummia della regina.
E’ infine poco logico che per garantire maggiore sicurezza alla sepoltura sia stato organizzato il trasferimento a Giza della mummia, dei canopi e del corredo funerario, quando sarebbe stato sufficiente disporre un più stretto servizio di sorveglianza a Dashur, del quale avrebbero beneficiato anche le numerose altre tombe principesche della zona.
L’interno della tomba al momento del ritrovamento: a sinistra il sarcofago, sul quale si trovano i pali del baldacchino ed i resti degli intarsi della scatola lunga e stretta destinata a contenere parti del baldacchino, a terra il vasellame infranto e gli altri oggetti completamente sbriciolati. Immagine di pubblico dominio, scattata all’epoca del ritrovamento della tomba.
* LEHNER: DA G7000X A G1-a
Lehner invece sostiene che Hetepheres venne inizialmente sepolta nella tomba-pozzo G7000X. Quando la costruzione della piramide G1-a venne completata, si procedette a riseppellirla, spostando solo la mummia e lasciando nella collocazione originaria i vasi canopi ed il suo magnifico corredo funerario.
* HAWASS: DA G1A A G7000X
Hawass afferma l’esatto opposto di Lehner, e cioè che la regina fu inumata nella G1-a e che dopo la depredazione della piccola piramide venne scavata la G7000X, dove si procedette alla nuova e definitiva sepoltura.
Della tomba a pozzo G7000X si è già ampiamente parlato: si tratta di una camera sepolcrale sotterranea nella quale certamente venne sepolta la regina, in quanto al suo interno sono stati trovati i vasi canopi con i visceri, il corredo funerario contrassegnato dal suo nome e da quelli del marito e del figlio ed un sarcofago di alabastro bianco sigillato recante i segni di una precedente apertura.
A differenza delle altre sepolture della piana di Giza, essa fu realizzata senza sovrastruttura e senza cappella per le offerte, perché secondo Reisner doveva restare segreta; l’interpretazione non regge, in quanto si trovava a meno di 15 metri dalla strada rialzata della Grande Piramide, percorsa ogni giorno da migliaia di lavoratori che abitavano nei pressi, per cui era impossibile che passasse inosservata, a maggior ragione se l’area fosse stata inibita al transito durante i lavori di scavo.
Lehner sostiene che ci siano prove sufficienti per dimostrare che la G7000X fu riaperta per prelevare la mummia della regina e poi richiusa per ordine di Cheope, in quanto il pozzo recava i suoi sigilli, ed ipotizza che il corredo funerario fosse in disordine e molti vasi di ceramica erano a terra infranti non a causa di una precedente violazione (in quel caso, infatti, Cheope avrebbe provveduto a reintegrare il corredo funerario sostituendo i pezzi danneggiati o sottratti) quanto per la goffaggine degli operai, che si trovarono a lavorare per aprire e richiudere il sarcofago in uno spazio ristretto.
Non è peraltro possibile affermare con sicurezza che essa fosse una sepoltura provvisoria in attesa che venisse completata la G1-a, la più settentrionale delle tre piramidi delle regine che sorgono sul lato est della Grande Piramide.
In origine era alta 30,25 metri ma ha perso il rivestimento esterno ed oggi è praticamente crollata; era costituita da un nucleo con tre o quattro gradini in calcare giallo rivestito con calcare di Tura; l’ingresso si trova nella parete nord ed immette in un corridoio che sul fondo si piega ad angolo retto sulla destra e conduce ad una piccola camera sepolcrale scavata nella roccia e rivestita con blocchi di calcare.
Al di là di quanto sostenuto sia da Reisner che da Lehner e da Hawass, peraltro, non vi sono prove del fatto che essa fosse stata costruita od occupata da Hetepheres, non essendoci neppure unanimità tra gli studiosi in relazione alla titolarità delle piramidi delle regine di Cheope.
Lehner sottolinea che la sua camera funeraria sembra essere stata progettata proprio per contenere alla perfezione il corredo poi rimasto nella G7000x: lo studioso ha calcolato l’ingombro degli oggetti, concludendo che l’intero ambiente verosimilmente poteva essere occupato dal baldacchino, salvo un minimo spazio necessario agli operai per il montaggio delle varie parti, e che sotto di esso avrebbero potuto trovare posto tutti gli altri beni stivati ordinatamente.
Peraltro anche le camere delle altre due piramidi minori hanno dimensioni analoghe a quella di G1-a, il che suggerisce che ospitassero un corredo funerario simile a quello di Hetepheres I, che doveva essere “standard” per le regine dell’epoca, come si desume da un rilievo sulla parete sud della cappella sotterranea della mastaba di Meresankh III (G7530), che raffigura il corteo funebre nel quale vengono trasportati un baldacchino, un letto, una portantina, un trono e un cassone con tenda del tutto simili a quelli rinvenuti nella G7000x.
L’attribuzione delle tre piramidi delle regine (G1-a, G1-b e G1-c) non è certissima.
La G1-c è ritenuta essere l’ultima dimora di Henutsen, che a quanto pare fu moglie di Cheope e madre di Chefren ma della quale non si sa praticamente nulla.
La G1-b trova gli studiosi discordi: alcuni ritengono sia appartenuta ad una regina sconosciuta, altri, invece l’interpretano come la tomba di Meryetyotes I (o Meritites), sorella e moglie principale di Cheope e figlia di Snefru e della stessa Hetepheres I.
Ma molti, ed inizialmente lo stesso Reisner, sostengono invece che ella, e non Hetepheres I, sia stata sepolta nella G1-a in virtù del fatto che la piccola piramide sorge proprio di fronte alla mastaba di suo figlio Kawab (G7110-20) e che era consuetudine che i familiari più stretti venissero sepolti uno accanto all’altro.
Un recente studio del dott. Peter Janosi ha dimostrato che nell’Antico Regno solo le regine madri venivano seppellite nelle piramidi minori, mentre per le altre mogli del re venivano predisposte mastabe o tombe scavate nella roccia; in effetti Meryetyotes era anche madre di Djedefra, successore di Cheope, così come Henutsen fu madre di Chefren.
Ciò implica che, se effettivamente la G1-a appartenne ad Hetepheres I, allora la sua tomba segna un’importante modifica nelle pratiche funerarie della IV dinastia, in quanto fu sepolta accanto al figlio e non al marito (Lehner ritiene che avrebbe dovuto rivestire il ruolo di dea madre, forse Hathor, Iside o Nut, e favorire la rinascita di Cheope nell’Aldilà), ed il riconoscimento di uno speciale status alla regina madre, gratificata con una piramide personale.
Infine, a meno di ipotizzare che la tomba a pozzo e la piccola piramide, vicinissime, non venissero considerate quasi come facenti parte di un medesimo complesso funerario, pare del tutto inconcepibile che solo la mummia di Hetepheres fosse stata traslata nella G1-a lasciando nella G7000X la maggior parte del corredo funerario e soprattutto la cassa canopica, che di solito veniva deposta accanto al sarcofago nella stessa camera funeraria o in un suo annesso.
SITO-BIBLIOGRAFIA DEI POST SU HETEPHERES E LA SUA TOMBA:
I diari di scavo di George Reisner e le fotografie originali scattate sul campo sono disponibili online su Digital Giza, un database completo della spedizione dell’Università di Harvard al Museum of Fine Arts, a questo link: giza.fas.harvard.edu.
REISNER, The tomb of the queen Hetep-heres, in Bulletin of the Museum of Fine Arts, Special number, supplement to volume XXV, (May 1927)
LEHNER M., The pyramid tomb of Hetep-heres and the satellite pyramid of Khufu, Mainz am Rhein (Magonza) 1985
GRIMAL N., Storia dell’antico Egitto, Bari, 2021
CIMMINO F., Dizionario delle Dinastie Faraoniche, Milano, 2003
DAMIANO M., Dizionario enciclopedico dell’Antico Egitto e delle civiltà nubiane, Segrate, 2002
HAWASS Z., a cura di, Piramidi, Tesori misteri e nuove scoperte in Egitto, Vercelli, 2011
CALLENDER G. The queen Hetepheres, in The bullettin of the australian center for egyptology, vol. I, 1990.
REISNER, The Household Furniture of Queen Hetep-Heres I, in Bulletin of the Museum of Fine Arts, Vol. 27, No. 164 (Dec., 1929), a questo link: https://www.jstor.org/stable/4170193
DODSON A. /HILTON D., The complete Royal families of ancient Egypt, Il Cairo, 2010
Nella tomba della regina Hetepheres, accanto al sarcofago, venne rinvenuto un raffinato cofanetto lungo 41,9 cm, largo 33,7 cm ed alto 21,8 cm. rivestito all’interno e all’esterno con foglia d’oro decorata da una fitta serie di linee orizzontali e con i bordi incisi con un motivo che imita la trama delle stuoie di paglia.
Il coperchio, fissato tramite cerniere, è dotato di un pomello in avorio posto al centro, ai lati del quale sono presenti due iscrizione geroglifiche orizzontali, che recitano a sinistra “scatola contenente braccialetti” e a destra “madre del re dell’Alto e del Basso Egitto Hetepheres”; sotto questa seconda iscrizione è stata aggiunta la parola “braccialetti”, tracciata con inchiostro nero da uno scriba.
All’interno, infilati su due perni cilindrici rimovibili, in origine erano custoditi venti braccialetti rigidi, larghi e spessi, di diametro variabile da 9 ad 11 cm. (dall’unica immagine della regina si deduce che ne indossava dieci per ogni avambraccio, ma ne sono sopravvissuti solo quindici), realizzati da un’unica lastra d’argento curvata e cava all’interno, intarsiata con un motivo decorativo in pietre semipreziose raffiguranti quattro farfalle con le ali spiegate separate l’una dall’altra da un piccolo disco di corniola rossa.
La testa degli insetti è di turchese, il corpo di lapislazzuli e corniola, le ali di turchese, lapislazzuli, berillo e diaspro verde.
Sedici braccialetti (dal n. JE 53266 al n. JE 52281) ed il cofanetto (JE 53265) sono oggi esposti al GEM, mentre uno di essi venne donato nel 1947 al Museum of Fine Arts di Boston (MFA 47.1700) insieme a frammenti di altri, con i quali i restauratori ne hanno ricomposto un altro (MFA 52.1837).
FONTI:
GRILLOT M., Les bracelets “papillons” de la reine Hétéphérès, a questo link:
REISNER A., The Household Furniture of Queen Hetep-Heres I, in Bulletin of the Museum of Fine Arts, Vol. 27, No. 164 (Dec., 1929), pp. 83-90 a questo link: https://www.jstor.org/stable/4170193
Le immagini a colori dei bracciali e del cofanetto dorato aperto sono tratte dal sopracitato articolo di Marie Grillot.
Le immagini dei bracciali sul loro supporto all’interno del cofanetto e del cofanetto chiuso sul cui coperchio sono visibili le scritte e l’annotazione in inchiostro nero si trovano a questo link: https://www.meretsegerbooks.com/…/treasure-of-hetepheres
Anche con riguardo al ruolo di Merit-Neith (Amata da Neith), così come per quello di Neithotep vi è incertezza: fu semplicemente regina o divenne faraone dopo il marito e prima del figlio?
Ella visse attorno al 3000 a. C. e riemerse dalle nebbie del passato grazie agli scavi effettuati nel 1900 da Flinders Petrie ad Abydos, nella necropoli di Umm El Qa’ab dove sorgevano le tombe dei sovrani della I e della II dinastia.
Accanto alle sepolture di Djet e di Den infatti l’egittologo scoprì una grande mastaba appartenuta ad un misterioso personaggio il cui nome era scolpito su due grandi stele, oggi al Museo del Cairo; in quella necropoli erano sepolti solo sovrani ed attorno alla mastaba sorgevano altre 41 piccole tombe sussidiarie presumibilmente appartenenti a cortigiani o servi, per cui inizialmente egli ritenne che il titolare fosse un re ancora sconosciuto di nome Merit-Neith (al maschile).
Impronta del sigillo cilindrico trovato nella tomba di Den e recante l’elenco dei re della I dinastia, compreso quello di Merneith, indicata con il titolo di Madre del re.
L’identificazione di Merit-Neith come donna e la sua corretta collocazione nell’albero genealogico dei monarchi della I dinastia si raggiunsero quando nella tomba di re Den venne rinvenuto un sigillo cilindrico che riporta tutti i nomi Horus dei re della I dinastia (Narmer, Hor-Aha, Djer, Djet e Den) e la cita come “madre del re, Merneith”.
Divenne così chiaro che il titolare della mastaba doveva essere la figlia di Djer e la Grande Sposa Reale di Djet, che forse l’associò al trono, e che, rimasta vedova, governò l’Egitto in proprio o come reggente del figlio Den, ancora troppo piccolo per regnare: in effetti portava titoli di “Prima tra le donne” e “Madre reale”.
In seguito si scoprì che ella è citata anche sulla Pietra di Palermo, che elenca i sovrani dalla I alla V dinastia e le loro madri (sebbene non si possa affermare che sia stata citata come regnante perché il frammento è danneggiato proprio nell’area in cui, forse, era inciso il titolo di “Madre del Re”) e su alcuni oggetti trovati nella tomba del re Djer a Umm el-Qa’ab; per contro non è menzionata negli elenchi dei re redatti del Nuovo Regno, forse perché aveva svolto semplicemente le veci del figlio.
A prescindere dal titolo formale, tuttavia, non v’è dubbio che ella rivestì un ruolo di grande rilievo, confermato da quanto emerso nel corso degli scavi che ancora adesso un team tedesco – austriaco – egiziano sta conducendo nel sito della tomba; gli archeologi Dott. Dietersh Rao e dott. Christiana Köhler hanno riferito di avere rinvenuto il frammento di un vaso di pietra con un’iscrizione dalla quale si evincerebbe che ella fu responsabile del tesoro statale.
Una delle due stele erette di fronte alla tomba di Merneith ad Abydos e recanti il suo nome. Ora al Museo Egizio del Cairo (JE 34450). Immagine a questo link: https://commons.wikimedia.org/…/Category:Stele_of…
LE DUE TOMBE DI MERNEITH
La mastaba di Merneith ad Umm el-Qaab (la cosiddetta “tomba Y”, che misura circa 16,5 x 14 metri) aveva le caratteristiche tipiche delle tombe del re, dei familiari e dei dignitari di corte; essa era una grande fossa rettangolare poco profonda scavata nella roccia e divisa in vari ambienti.
La mappa della necropoli di Umm el-Kaab. La tomba di Merneith è contrassegnata dalla lettera Y. Le altre sono individuabili come segue: Tomba di Iry-Hor (B1-B2) Tomba del re Ka (B7-B9) I dinastia Tomba di Narmer (B17-B18) Tomba di Aha (B19-B15-B10) Tomba di Djer (O) Tomba di Djet (Z) Tomba di Den (T) Tomba di Anedjib (X) Tomba di Semerhket (U) Tomba di Qaa (Q) II dinastia Tomba di Peribsen (P) https://commons.wikimedia.org/…/File:AbydosSatMap…
Quello centrale custodiva il sarcofago, le offerte ed il corredo funerario, mentre gli altri erano magazzini destinati ad ospitare le provviste per l’aldilà, di solito cibo e giare contenenti vino, che erano chiuse con sigilli di argilla e stivate in varie file.
La fossa era coperta da travi e assi di legno e da una sovrastruttura con le pareti “a facciata di palazzo” in mattoni di argilla e paglia tritata essiccati al sole, comprendente otto stanze ed una camera funeraria scavata ancora più in profondità.
Ricostruzione della tomba di Y di Abydos; si notano nella parte anteriore della costruzione le due stele con il nome della regina, mentre non è ben evidenziata la decorazione a facciata di palazzo; attorno al muro di cinta vi è la fila delle sepolture sussidiarie. Immagine a questo link: https://melissaindenile.wordpress.com/…/women-crush…/
Dal momento che non sono stati rinvenuti resti umani, alcuni studiosi hanno ipotizzato che il complesso fosse un cenotafio rituale e che la tomba vera e propria sarebbe da identificare nella Mastaba S3503 rinvenuta a nord di Sakkara, nella necropoli arcaica composta da tombe della I e della II dinastia che alcuni attribuiscono ai sovrani, altri ai loro più alti funzionari in quanto quegli stessi re avevano un’altra tomba ad Abydos.
Ricostruzione della mastaba S3503 di Sakkara (dalla tavola pubblicate da WB Emery in “Great Tombs of the First Dynasty”, II, 1954, pl. XXXVIII). Autore: Bakha (Franck Monnier) https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mastaba-S3503.jpg
Si tratta di un imponente edificio lungo 41 metri e largo 16 decorato a facciata di palazzo, con nove nicchie sui lati lunghi e tre sui lati corti, all’interno del quale si trovavano 21 magazzini crollati o incendiati già nell’antichità ed una sottostruttura di 14,25 per 4,5 metri scavata sotto il livello del suolo.
Al centro di essa si trovava la camera sepolcrale, che misurava 4,80 metri per 3,5 circondata sui quattro lati da altri quattro ambienti; al suo interno era custodito un grande sarcofago ligneo ormai quasi distrutto, che conteneva ossa umane appartenute ad un soggetto di sesso non identificabile, i resti di un banchetto funerario, vasi di ceramica, tracce di casse di legno e cesti intrecciati che in origine contenevano oggetti facenti parte del corredo funerario e frammenti di pali di legno che probabilmente servivano per montare un baldacchino o una tenda.
La mastaba era circondata da un muro di cinta lungo i cui lati si trovavano una ventina di sepolture sussidiarie, verosimilmente destinate ai dipendenti della famiglia del re o ad artigiani di varie arti e mestieri, destinati, forse, a servire il loro re anche dopo la morte.
Queste tombe erano fosse nelle quali il corpo del defunto veniva deposto avvolto in teli di lino e con un corredo composto da vassoi con del cibo, da giare di vino e dagli strumenti del loro mestiere; le fosse venivano poi chiuse con assi di legno sulle quali veniva costruita una bassa sovrastruttura rettangolare in pietra.
Ancora più a nord è stata scoperta una struttura destinata a contenere una barca solare, stranamente edificata fuori terra.
Sebbene saccheggiata in tempi antichi, la tomba conteneva ancora molti recipienti di pietra recanti il nome di Den e di Djer, e impronte di sigilli nelle quali il serekh di Djer era alternato a quello di Merneith, che si distingueva da quelli reali perché è sormontato dall’emblema di Neith anziché da quello di Horus.
Il sito della tomba di Merneith è ancora oggi oggetto di indagine e di studio in quanto la documentazione prodotta e pubblicata da Petrie, pur pregevole con riguardo agli standard dell’epoca, oggi è considerata insufficiente; nel 1978 l’Istituto Archeologico Germanico vi avviò ulteriori scavi che continuano ancora oggi e nell’intento di approfondire la conoscenza di Merneith è nato il progetto interdisciplinare “Visualizzare una regina dell’antico Egitto” che si è posto l’obiettivo di scavare di nuovo il complesso tombale secondo standard moderni, di documentarlo archeologicamente e fotogrammetricamente e di analizzare con le metodiche più recenti i reperti recuperati in situ.
Sacrifici umani come parte del rituale di sepoltura di Merneith?
La pratica del sacrificio umano nel predinastico e durante la I dinastia è generalmente riconosciuta e trova riscontri archeologici precisi, che inducono a ritenere, in particolare, che i riti di sepoltura di un sovrano prevedessero l’uccisione di cortigiani e servi che lo avrebbero accompagnato nell’Aldilà, ottenendo quale premio la vita eterna, all’epoca ritenuta prerogativa solo del re e dei suoi familiari; le vittime venivano seppellite nelle piccole tombe sussidiarie scavate accanto alla mastaba reale, riportate alla luce in gran numero anche attorno all’ultima dimora di Merneith.
Il team che si occupa degli scavi nel sito ha dimostrato tuttavia che queste ultime furono realizzate in diverse fasi costruttive e in un periodo di tempo relativamente lungo, per cui sarebbe da escludere che i soggetti ivi inumati siano deceduti contestualmente e quindi che nel corso dei riti funebri per la regina siano stati effettuati sacrifici umani.
La sepoltura accanto alla monarca sarebbe da interpretare come un onore riconosciuto per esserle stati fedeli in vita, consuetudine che si sarebbe affermata in modo definitivo durante la VI dinastia.
Un frammento dell’epoca di Aha con la la più antica testimonianza di sacrificio umano nell’antico Egitto. Da Wilkinson, Egitto protodinastico.
Un frammento del regno di Djer che mostra l’uccisione di un uomo in un contesto apparentemente rituale (riga in alto, a destra). Fonte: Wilkinson, Egitto protodinastico
Nelle immagini troverete il disegno dei due frammenti raffiguranti un sacrificio umano, la piantina di Umm el Qaab dalle quali emergono le tombe sussidiarie e l’immagine degli scavi delle tombe reali circondate da innumerevoli sepolture minori.
Sul nostro sito a questi due link troverete interessanti articoli di
Patrizia Burlini e Giuseppe Esposito sui sacrifici umani nell’antico Egitto:
RECENTI RITROVAMENTI NELLA TOMBA DI MERNEITH AD UMM EL-QAAB
Nell’antico Egitto il vino era costoso ed alla portata solo delle classi agiate; esso veniva servito nei banchetti, utilizzato per i rituali religiosi e le offerte agli dei ed inserito nei corredi funerari.
Nel 2023 un team archeologico congiunto egiziano/tedesco-austriaco ha portato alla luce nella tomba della regina Merneith ad Umm al-Qaab centinaia di giare, molte delle quali con il sigillo ancora intatto, nelle quali vi sono ancora vinaccioli e residui di vino non più liquido (non si sa se rosso o bianco) risalenti a 5000 anni orsono.
Si tratta probabilmente della seconda più antica testimonianza diretta del vino (già intorno al 3150 a. C. il re Scorpione I, uno dei primi sovrani d’Egitto, fu sepolto con 700 giare importate dal Levante meridionale) e gli archeologi auspicano che in seguito alle analisi scientifiche si possa determinarne la composizione, il profilo aromatico e gli eventuali additivi e comprendere meglio come esso veniva prodotto e commerciato nell’antico Mediterraneo e nel Nord Africa.
Dalle numerose pitture tombali che raffigurano scene agresti si deduce che l’uva veniva raccolta e pigiata in vasche di pietra da uomini a piedi nudi che, per mantenersi in equilibrio, si aggrappavano ad una corda o ad una trave posta sopra la vasca; il succo veniva convogliato tramite tubi d’argilla in un altro tino più piccolo dove veniva filtrato facendolo passare attraverso un foro coperto di stoffa e raccolto in giare rivestite di cera; i residui della pigiatura venivano messi in sacchi di tela e strizzati per recuperarne anche le ultime gocce.
Vendemmia e pigiatura dell’uva. Riproduzione di un dipinto parietale della tomba di Nakht (TT52), XVIII dinastia, forse regno di Thutmose IV, Sheikh Abd el-Qurna; oggi a MET di New York. Opera di Norman de Garis Davies. Immagine di pubblico dominio a questo link: https://commons.wikimedia.org/…/File:Norman_de_Garis…
Le giare venivano quindi sigillate con un tappo di argilla e contrassegnate con la tipologia del contenuto, la data di produzione, il nome del vigneto, del distretto di provenienza e del responsabile della produzione e poste in cantine sotterranee dove rimanevano per anni affinchè il vino maturasse e venivano aperte solo quando doveva essere consumato, previa decantazione.
Offerte di vino e papiro per il tempio di Amon. Riproduzione di un dipinto parietale della tomba di Rekhmire (TT100), XVIII dinastia, regno di Thutmose III – inizio di Amenhotep II, Sheikh Abd el-Qurna, oggi al MET di New York. Opera di Charles K. Wilkinson. n. 30.4.151 Immagine di pubblico dominio a questo link: https://www.metmuseum.org/art/collection/search/544627
FONTI CONSULTATE PER I POST SU MERNEITH:
DODSON A. – HILTON D., The complete royal families of ancient Egypt, Cairo, 2010
JACQ C., Le donne dei faraoni, Milano, 1997
REILLY HOLTZ H.,5,000-Year-Old Wine Jars Unearthed at Queen Merneith’s Tomb, a questo link:
Dettaglio di una targhetta d’osso recante il nome della regina Neithhotep, ritrovato a Naqada. Oggi custodito al British Museum di Londra (EA55589).
Neithhotep è considerata dagli storici la prima regina egizia identificata; ella visse attorno al 3100 a. C. ed era forse originaria del Delta, in quanto il suo nome, che significa “Neith è soddisfatta” la collega alla patrona del Basso Egitto, dea della caccia, dei tessitori e della guerra, venerata a Sais, in un importante tempio risalente alla I dinastia.
Frammento di alabastro recante il nome della regina Neithhotep, rinvenuto ad Abydos ed oggi al museo del Cairo (n. 3051)
Sebbene ella non sia citata con i titoli di “madre del re”, “moglie del re” o “figlia del re”, che cominciarono ad essere utilizzati nella seconda dinastia, certamente fu una regina, in quanto viene definita “Prima delle donne” e “Consorte delle Due Signore”, ossia Consorte del re, con riferimento al secondo nome del protocollo reale, appunto definito Nome delle Due Signore, con il quale il sovrano si metteva sotto la tutela delle dee Nekhbet e Wadjet, protettrici dell’Egitto unificato.
Minuscola statuetta in avorio trovata nella tomba di Neithhotep, oggi a Liverpool
In passato si riteneva che fosse la moglie di Narmer, fondatore della Prima Dinastia e re dell’Alto Egitto, il quale l’avrebbe sposata dopo la vittoria sui sovrani del Nord e l’unificazione del Paese, forse per favorire l’integrazione tra i due regni ed accrescere la propria autorità sulle terre conquistate; in qualità di moglie principale del sovrano regnante ella sarebbe quindi stata anche la madre di Hor Aha, figlio e successore di quest’ultimo.
Nel gennaio 2016, tuttavia, Pierre Tallet scoprì a Wadi Ameyra, nel Sinai, circa sessanta iscrizioni rupestri geroglifiche tracciate dai componenti delle spedizioni minerarie inviate da alcuni sovrani della Prima dinastia, da una delle quali si desume che ella fu invece reggente e quindi madre del re Djer e sposa di Aha.
Il graffito infatti mostra una processione di barche cerimoniali sulla destra delle quali si trova il serekh di Djer sovrastato da un falco che colpisce con una mazza un nemico inginocchiato; in alto a sinistra rispetto al falco è stato inciso in geroglifico il nome di Neithhotep (evidenziato in rosso nell’immagine sottostante, e costituito dal simbolo della dea Neith e dal trilittero hotep), in quanto, probabilmente, la spedizione nel Sinai venne effettuata in nome del sovrano, ma ordinata dalla madre che regnava in attesa che costui crescesse e potesse assumere di persona le responsabilità di governo.
Alcuni dei graffiti scoperti da Pierre Tallet: si notano sulla destra il serekh di Djer sovrastato da un falco che colpisce con una mazza un nemico inginocchiato ed a sinistra dello stesso, in alto rispetto al falco, i due segni geroglifici che compongono il nome Neithhotep (evidenziati in rosso). Foto di D. Laisney
Una prova del ruolo di reggente rivestito da Neithhotep potrebbe rinvenirsi nella Pietra di Palermo, una lista reale egizia che reca i nomi dei re delle prime cinque dinastie e che evidenzia un intervallo di poco più di un anno tra la morte di Hor Aha ed il regno del suo successore Djer, durante il quale il trono potrebbe essere stato occupato dalla regina madre in qualità di reggente; anche il Papiro dei Re di Torino, una lista risalente alla XIX dinastia, cita tra Hor Aha e Djer il regno di un misterioso Teti, che sarebbe durato solo un anno e del quale non sono state trovate tracce; è quindi possibile che si trattasse del nome assunto da Neithhotep come reggente.
La tomba attribuita a Neithotep fu riportata alla luce nel 1897 a Naqada dall’egittologo francese Jean-Jacques de Morgan; si trattava di un’enorme mastaba rettangolare in mattoni crudi a “facciata di palazzo”, la cui sovrastruttura, sepolta dalla sabbia, misurava circa 52 x 27 m. ed era circondata da una cinta muraria.
La mastaba di Neithhotep a Naqada. Schizzo di Jean-Jacques de Morgan tratto dal volume da lui pubblicato nel 1897 dal titolo “Recherches sur les origines de l’Egypte II. Ethnographie préhistorique et tombeau royal de Negadah”.
De Morgan concluse lo scavo in quindici giorni e fu ovviamente molto superficiale; per questo nel 1904 l’archeologo John Garstang tornò a lavorare sul sito e recuperò oltre 400 iscrizioni e reperti che erano rimasti nei cumuli di detriti lasciati dal suo predecessore, oggi conservati nel museo dell’Università di Liverpool che porta il suo nome; la tomba, già deteriorata al momento della scoperta, andò completamente perduta qualche tempo dopo.
La pianta della mastaba di Neithhotep a Naqada. Schizzo di Jean-Jacques de Morgan tratto dal volume da lui pubblicato nel 1897 dal titolo “Recherches sur les origines de l’Egypte II. Ethnographie préhistorique et tombeau royal de Negadah”.
Essa era stata saccheggiata nell’antichità, tuttavia sono sopravvissute ciotole di pietra, targhette d’avorio e impronte di sigilli d’argilla recanti il serekh di Narmer, di Hor-Aha e dell’allora sconosciuta Neithotep, che si differenziava dagli altri in quanto era sovrastato dal simbolo della dea Neith (due frecce incrociate) invece che dal falco.
Essendo il serekh prerogativa dei re, inizialmente gli studiosi credettero che la mastaba appartenesse ad un sovrano non menzionato nelle liste reali; nei decenni successivi tuttavia la conoscenza dei geroglifici migliorò notevolmente e si capì che “Neithotep” era un nome femminile, ipotizzando quindi che il suo inserimento in un serekh significasse che ella aveva governato l’Egitto.
Nel contempo vennero alla luce altri reperti recanti il nome della sovrana, non solo a Naqada ma anche nelle necropoli di Helwan (vicino a Menfi) e nelle tombe di Hor Aha e di suo figlio Djer ad Abydos, ed emerse che ella utilizzò il suo particolare serekh anche durante il regno del marito.
Allo stato ed in assenza di ulteriori fonti di conoscenza, si possono quindi formulare solo ipotesi: è possibile che Aha l’avesse nominata coreggente e che, rimasta vedova, ella abbia continuato a governare in attesa che Djer crescesse; alcuni, invece, osservando che aveva scelto di farsi inumare nella necropoli di Naqada anziché ad Abydos accanto al marito ed al figlio, hanno pensato che abbia utilizzato il serekh perché era stata sovrana o componente della famiglia che governava uno dei proto-regni d’Egitto antecedenti l’unificazione.
Horus e Thot purificano Hatshepsut (la sagoma è stata cesellata), Karnak
La questione della presunta damnatio memoriae di Hatshepsut è molto interessante e le posizioni espresse dagli egittologi non sempre sono concordi.
Dopo l’uscita di scena di Hatshepsut ed in particolare con Thutmosis III ed Amenhotep II le sue statue di Deir el-Bahari furono frantumate ed i blocchi gettati in una cava, le sue immagini vennero erase o sostituite con altre di oggetti ed i suoi cartigli furono parzialmente scalpellati dai monumenti e dai testi relativi ad eventi ufficiali del suo regno o sostituiti con quelli dei suoi successori o dei suoi predecessori Thutmosis I e II.
Rilievo di Hatshepsut cesellato, Deir El Bahari
Non sono stati rinvenuti documenti ufficiali che spieghino il motivo di tale proscrizione, e per risolvere questo enigma gli studiosi hanno elaborato diverse ipotesi, che vedono come principali indiziati Thutmosis III o il suo successore Amenhotep II, od ancora il clero di Osiride.
La più suggestiva di esse, seguita da Gardiner, da Cimmino e dagli egittologi più risalenti è quella che attribuisce la responsabilità di tali devastazioni a Thutmosis III, il quale, vissuto per anni all’ombra della matrigna usurpatrice, dopo essersi liberato della sua presenza ingombrante si sarebbe vendicato di lei cancellandola dalla storia.
Rilievo di Hatshepsut cesellato, Deir El Bahari
Altri, tra i quali lo studioso canadese Donald Redford, ritennero più semplicemente che egli, figlio di una moglie secondaria di Thutmosis II, avesse voluto ribadire la sua legittimazione al trono ricollegandosi direttamente ai thutmosidi che lo precedettero ed escludendo la grande Hatshepsut dalla linea dinastica, tanto che il nome di lei non compare nella lista degli antenati che egli fece realizzare nel tempio di Karnak.
In realtà dalle fonti si apprende che Hatshepsut non prevaricò mai il giovane sovrano ma ne rispettò sempre il ruolo regale esercitando con saggezza le sue mansioni di reggente e facendosi carico dell’educazione politico-militare di costui per prepararlo a svolgere al meglio i suoi compiti di governo.
Ella lo fece rappresentare sui monumenti da solo o accanto a lei ma in posizione assolutamente paritetica (si vedano, ad esempio, i rilievi della Cappella rossa) e con il tempo gli attribuì incarichi non puramente rappresentativi ma di grande responsabilità, tanto che come comandante supremo delle forze armate guidò l’esercito egizio in vittoriose campagne di conquista dimostrando in seguito notevoli doti militari che gli sono valse l’attuale soprannome di “Napoleone d’Egitto”.
Statua di Hatshepsut a cui è stato scalpellato il volto. Met Museum
Un’altra ipotesi, proposta come la più verosimile dall’egittologa Christiane Desroches Noblecourt, individua il principale artefice del tentativo di damnatio memoriae di Hatshepsut nel clero di Osiride, il quale, nulla opponendo Thutmosis III, avrebbe punito la sovrana per aver ridimensionato il plurimillenario culto del dio dei morti (e di conseguenza il potere dei suoi sacerdoti), rivalutando in particolare quello di Amon, al punto da identificarsi come sua divina figlia.
Infine alcuni studiosi ritengono che il vero fautore della damnatio memoriae di Hatshepsut fu Amenhotep II, anch’egli figlio della sposa minore Merira Hatshepsut, che si sarebbe trovato a misurarsi con un pretendente al trono che rappresentava gli Ahmosidi, alla quale Hatshepsut era legata per parte di madre (della cui esistenza, peraltro non v’è prova alcuna).
I cartigli di Hatshepsut, un tempo affiancati a quelli di Thutmosis III sono stati scrupolosamente abrasi (Tempio di Deir El Bahari)
Per confermare il proprio ruolo di erede si sarebbe sostituito alla matrigna in molte raffigurazioni, tagliando ogni legame con tale linea dinastica, scegliendo al di fuori della famiglia le spose reali (delle quali non è pervenuto neppure il nome) e ridimensionando il loro potere per evitare che potessero esercitare la reggenza.
La dottoressa J. Tyldesley, infine, e così altri, hanno più semplicemente spiegato che i successori di Hatshepsut ne avrebbero oscurato il ricordo per evitare che altre donne, seguendo il suo glorioso esempio, si sentissero legittimate ad esorbitare dal ruolo attribuito loro dalle regole dinastiche per attribuirsi prerogative reali, senza rispettare la Maat ed infrangendo una tradizione che prevedeva che il sovrano fosse un uomo, al limite affiancato da una grande sposa reale.
FONTI:
Christiane Desroches Noblecourt, La regina misteriosa, Milano 2003
Matteo Rubboli per Vanilla Magazine, Hatshepsut, la regina che divenne faraone
Federica Ruggero per Historicaleye.it, Hatshepsut figlia del re, sorella del re, sposa del dio, grande sposa reale.
Alan Gardiner, La civiltà egizia, Torino 1997
Franco Cimmino, Hasepsowe e Tuthmosis III, Milano 1994
Il diadema, in oro con intarsi in pietre semipreziose, è ornato dalle due teste di gazzella, simbolicamente analoghe al doppio cobra o alle due piume.
Questo diadema è composto da una fascia a “t” terminante con protomi feline, forse di leopardo.Un foro sulla punta dei musi permette ai nastri terminali di allacciarsi dietro al capo.Sei rosette divisorie applicate alla fascia sono decorate con corniole e pasta vitrea.
Nuovo Regno, XVIII Dinastia. Regno di Thutmosi III.
Oro, corniola, pasta vitrea turchese e blu
Lunghezza fascia cm. 48, larghezza testa di una gazzella c. 2,3
New York, The Metropolitan Museum of art., dono di George F. Baker e di Mr. e Mrs. Evrrit Macy. Inventario 26.8.99
Fonte:
I Faraoni a cura di Christiane Zeigler – Bompiani
Le Regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli – Edizioni W Hite Star
IL BRACCIALETTO DEI GATTI
A cura di Franca Loi
Questo largo bracciale, parzialmente ricostruito, in origine faceva di una coppia; è conosciuto come “braccialetto dei gatti ” in quanto è costituito da un rettangolo d’oro, sul quale sono incastonate le miniature di tre gatti (in origine erano cinque), due d’oro, uno di cornalina, con le zampe anteriori una sull’altra e quelle posteriori raccolte sotto la pancia.
Da ogni lato di questo rettangolo partono sette file di perline, non sempre complete di tutti i loro componenti originari: le file d’oro si alternano con altre di cornalina, lapislazzuli e vetro turchese e terminano con una barretta d’oro che funge da chiusura.
Sulla superficie interna ha incisi i cartigli e gli epiteti del Faraone Thutmose, segno che erano un suo regalo personale
Datate tra il 1479 e il 1425 A.C. – XVIII Dinastia – periodo Nuovo Regno –
Trovati a Wadi Gabbanat El – Qurud (Wadi D TOMBA 1) Tebe, Alto Egitto.
New York, The Metropolitan Museum of art.
LA COPPA LOTIFORME
A cura di Franca Loi
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Lord Carnarvon aveva disposto, nel suo testamento, che, qualora la vedova avesse voluto cedere la sua collezione di antichità avrebbe dovuto offrire la prelazione al British Museum, e, in seconda battuta, al Metropolitan di New York, delegando Carter affinché si occupasse delle trattative.
Aveva inoltre disposto che un oggetto fosse donato al British Museum, un altro all’Ashmolean Museum e questo frammento di coppa blu con il cartiglio di Thoutmosis III che vedete nella foto al Metropolitan Museum de New York.
E così questa coppa lotiforme, alta 7,5 cm d del diametro di 8,6 cm, bordata d’oro, divenne di proprietà del MET nel 1923.
Il loto è legato alla rinascita e veniva considerato dagli Egizi come il fiore primordiale e il simbolo della nascita dell’astro divino, che, terminata la sua corsa, si rifugiava nel loto per rituffarsi nelle onde. E il ciclo ricomincia ogni giorno e ogni notte, dalla notte dei tempi. Il loto era anche utilizzato per rappresentare l’Alto Egitto, così come il Basso Egitto era rappresentato dal papiro. Le due piante sono state istituite come piante araldiche dell’Egitto e sono spesso presentate legate, per significare l’unione delle due terre. Davanti in mezzo al petalo centrale di questa pianta altamente simbolica, si trova il cartiglio di Thoutmosis III con questa formula incisa :”Le dieu accompli, Menkheperrê, doué de vie !”
Il gambo e il piede della coppa mancavano, ma il Museo li restaurò restituendole l’aspetto originario ; oggi il restauro è stato eliminato e l’oggetto è stato posto su di un plexiglass trasparente.
Questo lascito di Lord Carnarvon è infinitamente prezioso soprattutto per due motivi principali: per la sua fattura eccezionale ed innovatrice per quest’epoca (vers 1479-1425 avant J.-C.) (vetro che imita il turchese, fino a quel momento sconosciuto ovunque nel mondo) e per la sua provenienza: la tomba delle tre spose straniere di Thoutmosis III
IL VASETTO PER COSMETICI
A cura di Franca Loi
Questo delizioso vasetto per cosmetici ha un’altezza di 8,6 cm – 9 cm con il coperchio – e un diametro al massimo di 6,7 cm.
Con il suo ventre generoso e arrotondato, il collo abbastanza lungo e largo, il piede leggermente concavo, è particolarmente gradevole alla vista. È lavorato in una pietra, di un verde tenue che il tempo sembra aver patinato. Herbert Eustis Winlock lo ha analizzato come un “calcare verde smaltato” mentre, per il Metropolitan Museum of Art di New York, è “un materiale vetroso invecchiato, difficile da identificare con certezza”. Il collo è ricoperto, per tutta la sua altezza, da una foglia d’oro che ne riveste anche l’orlo e finirà all’interno del contenitore. La copertina piatta che lo ricopre, adattandosi perfettamente, gli fa eco con il suo sottile bordo in foglia d’oro.
L’insieme è di una delicatezza e di un “prezioso” estetismo. In “La tomba di tre mogli straniere di Thutmosi III”, Christine Lilyquist chiarisce la sua condizione. Riporta:
“Alcune crepe all’esterno del vaso, in particolare alla base; nonché una colorazione marrone chiaro, principalmente sotto la fessura orizzontale (non visibile all’interno). All’interno, la superficie è parzialmente caduta; e rimane, in fondo, un residuo di polvere azzurra”.
Questo vasetto conteneva una crema per addolcire? Un unguento per calmare? Una sostanza da profumare? Il prodotto doveva essere prezioso, raro e costoso… Fin dall’antichità l’uso di unguenti, balsami e oli profumati è stato diffuso tra le classi agiate della società. Queste sostanze profumate avevano anche una vocazione sacra e svolgevano ovviamente un ruolo primordiale nel rituale dell’imbalsamazione.
Christine Lilyquist specifica in particolare che: “Tutti i contenitori di questo tipo sono considerati vasi per la conservazione degli unguenti a causa dei resti che contengono” e aggiunge: “Sebbene l’unguento sia senza dubbio arrivato in Egitto e trasportato in Egitto in ceramica, i vasi di pietra erano preferiti per la tomba “.
Le iscrizioni sono incise sul corpo e sulla copertina. Ecco la traduzione di ciò che è sul ventre:
“Viva l’Horus, toro potente che appare a Tebe, il dio compiuto, padrone del Doppio Paese (cioè delle Due Terre), il re dell’Alto e del Basso Egitto, Menkheperrê, Figlio del Sole, Djehoutymès-Neferkheperou (cioè Thutmose III), dotato di vita, stabilità e vigore come Re, eternamente! ” mentre in copertina si legge: “Il dio compiuto, Menkheperrê, dotato di vita!”
Questo vaso proviene – così come un gran numero di altri modelli abbastanza simili – dalla tomba delle “mogli straniere” del faraone Thutmose III. Menhet, Mertet e Menouay furono, come spiega Christian Leblanc nel suo “Queens of the Nile”: “Date in sposa a Thutmose III, a tutte e tre fu concesso il titolo di ‘moglie reale’. Lungi dall’essere semplici favorite, la loro presenza a la Corte testimoniava soprattutto le nuove alleanze politiche instaurate dopo le spedizioni militari del Re”.
Il tesoro di tre principesse egiziane, Herbert Eustis Winlock 1948
LO SPECCHIO
A cura di Grazia Musso
Nuovo Regno, XVIII Dinastia, regno di Thutmosi III. Argento con foglia d’oro. Lunghezza cm 30. New York, The Metropolitan Museum of Art, Fletcher Fund Inventario 26.8.97
Le sepolture reali del Medio Regno e dell’epoca Tarda hanno rilevato dischi in argento sicuramente più preziosi rispetto al rame o al bronzo che comunemente venivano impiegati dagli egizi come superficie riflettente.
Il manico in legno, originariamente rivestito di foglia d’oro, presenta la forma di un papiro sul quale sono applicate due teste di giovenca rappresentanti la dea Hathor, la bellezza e la sensualità erano legate alla dea e a tutto ciò che le sue prerogative significavano: fecondità e rinascita.
Sulla parte frontale si trova il cartiglio con il nome di intronizzazione di Thutmosi III (Men-kheper-Ra).
Fonti:
Testi tratti da: I Faraoni a cura di Christiane Zeigler – Bompiani. Pag. 462
Bibliografia: Winlock 1984, 49f, TAV. 29 sinistra C. L.
Le Regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli – Edizioni W Hite Star pag. 236.
COPRI PARRUCCA
A cura di Grazia Musso
Questo pregiato copri-parrucca, faceva parte di uno dei corredi, delle regine.
È costituito da oltre centocinquanta dischi d’oro, abilmente assemblati fra loro e snodati, impreziositi da pietre dure, diaspro, corniola e vetro, sono uniti alla sommità a un ovale in oro massiccio.
Metropolitan Museum, New York.
Fonte: Le regine dell’antico Egitto a cura di Rosanna Pirelli – Edizioni W Hite Star, pag. 235
VASETTO PORTA COSMETICI
A cura di Grazia Musso
Nuovo Regno, XVIII Dinastia, regno di Thutmosi III Alabastro egiziano e oro Altezza coperchio incluso cm 9, 8 New York, The Metropolitan Museum of Art, Fletcher Fund 26.8.31 a-b
Questo vasetto con coperchio, conteneva probabilmente un unguento. La forma è singolare: il lungo ed esile collo indica che il contenuto doveva essere liquido e facile all’evaporazione.
Un cartiglio reca il nome di intronizzazione di Thutmosi III.
Bibliografia: Winlock 1948,52g TAV 30.7 C. L.. Testo e fotografia tratte dal libro “I Faraoni” a cura di Christiane Zeigler – Bompiani – pag. 462
BRACCIALE IN ORO
A cura di Grazia Musso
Questo massiccio ornamento in oro è di raffinata fattura, ed è intarsiato con corniola e vetro, al suo interno sono incisi i nomi di Thutmosi III.
Spesso su un gioiello appariva il nome del sovrano, piuttosto che quello della donna a cui apparteneva; il nome, essendo inciso all’interno, non era visibile quando il bracciale veniva indossato.
Nuovo Regno, XVIII Dinastia Regno di Thutmosi III
Oro, corniola, pasta vitrea
Lunghezza cm. 7,2
New York, The Metropolitan Museum of Art, Roger Fund, inv. 26.8.130
Bibliografia: Winlock 1948,31 If, TAV 17 C. L.
Fonte :I Faraoni a cura di Christiane Zeigler – Bimpiani Pag. 461
VASO STRANIERO
A cura di Grazia Musso
Questo vaso è stato probabilmente importato dall’Asia occidentale e potrebbe essere stato portato in Egitto da una delle mogli straniere di Thutmose III come parte della sua dote.
La forma, che ha una base a bottone, ora mascherata da foglia d’oro su restauro in gesso.
Frammenti di vasi di maiolica vitrea, con un simile motivo variegato, sono stati trovati nel sito di Nuzi, l’odierna Yorgan Tepe, in Iraq, che fiorì nel regno di Mitanni durante il XV e XIV secolo a. C.
La lavorazione del vetro sembra abbia avuto origine in Mesopotamia e sia stata importata in Egitto all’inizio della XVIII Dinastia.
Gli artisti egizi producevano la maiolica, una sostanza legata al vetro, da più di mille anni e hanno rapidamente imparato anche l’arte della lavorazione del vetro.
Metropolitan Museum, XVIII Dinastia – Regno di Thutmosi III
Altezza 20,2 cm. Diametro 7 cm. Maiolica Vitrea, oro. Edward S. Harkness Gift 192626.7.1175
Fonte: https:/mmetmuseum.org
VASO PER LIBAGIONI DI MENUWAI
A cura di Grazia Musso
Nuovo Regno, XVIII Dinastia, regno di Thutmosi III Argento, altezza cm 19,5 – New York, The Metropolitan Museum of Art Inventario 18.8.21a-b
Questo è uno dei tre vasi rituali trovati nella tomba, uno per ogni sposa straniera.
Quando queste donne non egizie morirono, furono mummificate e sepolte con lo stesso corredo funebre che si trova nelle tombe di regine egizie.
L’iscrizione su questo recipiente recita: “Dato come benedizione del re alla moglie del re, Manuwai, giustificato”
Il nome straniero può essere visto nella colonna di testo a sinistra, scritto foneticamente in geroglifici. Il materiale è la fattura testimoniano il rispetto che il sovrano nutriva per queste spose.
Bibliografia: Winlock 1948, 60f, TAV. 36 C. L.
Fonte:
I Faraoni a cura di Christiane Zeigler – Bompiani Pag. 462
C’è una serie di barattoli porta cosmetici, decorati con una lamina d’oro, associati al corredi funerari delle tre mogli straniere di Thutmose III.
La maggior parte di questi vasi sono incisi con il cartiglio del re, contrassegnandoli come doni reali. L’iscrizione qui incisa recita: “Il buon Dio, Menkheperre (Thutmose III), ha dato la vita”.
Questo vasetto , contenitore per kohl, è alto 10,5 cm, è realizzato in diorite e foglia d’oro.
Tre magnifici paia di sandali, realizzati in foglia d’oro, esposti al Metropitan Museum of Art di New York con i riferimenti 26.8.147 a,b. – 26.8.147a,b – 26.8.148.a,b.
Si assomigliano molto e la loro bellezza, la loro eleganza, la loro femminilità affascinano!
Prendono principalmente la forma del modello più usato, in pelle o fibre vegetali intrecciate. Guardiamo i particolari: i bordi anteriore e posteriore delle suole sono leggermente arrotondati, sul davanti, al centro a circa 4 cm dall’estremità inizia il “filo”, abbastanza sottile, che serve a separare l’alluce dalle altre dita. È unito ad una larga fascia, che risulta essere composta da due parti uguali e larghe che ricoprono gran parte del collo del piede.
Queste fasce iniziano, rimpicciolendosi, a fissarsi verso la parte posteriore della suola all’altezza del tallone.
Il “tacco” della suola è ornata da una rosetta a trenta petali mentre su tutto il perimetro corrono linee parallele.
Questi sandali sono destinati esclusivamente ad un uso funerario, per accompagnare il defunto nel suo viaggio.
JeanYouotte cita:
“nei testi funerari è spesso espressa la preoccupazione di dare al defunto la possibilità di muoversi sui suoi piedi. Elemento di conforto, i sandali, il cui uso era prescritto per lo svolgimento di certi rituali ed erano una parte importante del corredo funerario”.
Il corredo funebre che accompagnava Menhet Meret è Menouay testimonia il loro rango è il rispetto che era loro dovuto.
Il cuore non veniva rimosso nel corso della mummificazione perché gli egizi lo consideravano la sede della memoria, del pensiero e delle emozioni.
Affinché il defunto potesse raggiungere l’Aldilà, esso doveva pesare quanto la piuma di Maat, il che significava che era privo di colpe; per questo si poneva sul petto della mummia un amuleto a forma di scarabeo in pietra verde, sul quale era inciso l’incantesimo del libro dei morti 30B, che invitava il cuore a non testimoniare contro il defunto durante il giudizio di Osiride.
Nelle immagini gli amuleti preparati per le tre regine; invece di uno scarabeo, la regina Menhet ebbe un amuleto a forma di cuore (a destra in alto); l’amuleto a sinistra appartenne a Manuwai (questo scarabeo è scolpito in modo incredibile….), quello a destra in basso a Mertet.
Ciascuna delle tre mogli del sovrano è stata sepolta con quattro vasi canopi, all’interno dei quali venivano conservati gli organi interni rimossi nel corso della mummificazione (polmoni, fegato, stomaco ed intestino).
Non tutti si sono conservati. Il vaso sopra, che mi sembra quello realizzato con maggiore perizia, appartenne a Manuwai e reca un’invocazione alla dea Neith ed al dio minore Imsety.
A sinistra il canopo di Maruta; a destra quello di Manhata, che reca un testo che pone il suo contenuto sotto la protezione di Duamutef, uno dei quattro figli di Horus.
Nel Nuovo Regno l’élite ed i reali egizi amavano indossare larghi collari, chiamati Usekh o Wesekh, realizzati in oro con intarsi di pietre dure, oppure più semplicemente in maiolica o in vetro colorato per imitare le pietre semipreziose: blu chiaro per turchese, blu scuro per lapislazzuli, nero per ossidiana e rosso per corniola.
Anche le tre mogli straniere di Thutmose III seguivano la moda di corte: nella loro tomba furono rinvenuti questi due collari, oggi custoditi al MET di New York.
Il collare rappresentato qui sotto, realizzato in oro, corniola, ossidiana e vetro, era un dono del sovrano, come testimonia il suo nome inciso sul retro dei terminali a testa di falco.
L’altro, anch’esso in oro e pasta vetrosa, aveva una chiara valenza beneaugurale, in quanto è costituito da una serie di “nefer”, il segno geroglifico che significa “buono” o “bello”.
Il pettorale a forma di avvoltoio con le ali spiegate raffigurante la dea Nekhbet e l’ampio collare con terminali a testa di falco adornavano probabilmente le mummie ed erano tradizionali emblemi funerari.
Nella tomba vennero rinvenuti anche diverse paia di orecchini molto pesanti, che mi ricordano quelli a rocchetto di Bulgari, che andavano di gran moda una decina di anni fa (diam. 3,5 × L. cm. 2 × L. 4,9 cm quelli più grandi; diam. 3,4 × L. 2 × L. 4,8 cm i più piccoli) ed il magnifico pendente costituito da tante piccolissime palline d’oro (diam. 1,6 cm).
Infine abbiamo la cintura composta da elementi in oro e lapislazzuli che rappresentano conchiglie stilizzate simbolo di fertilità. Purtroppo non ho trovato una fotografia migliore.
Menhet, Menwi e Mertet erano tre mogli secondarie del Faraone Thutmosis III, probabilmente siriane, che furono sepolte insieme in una tomba scavata nella roccia in fondo al Wadi Gabbanat el-Qurud, sulla riva occidentale del Nilo di fronte a Luxor, nella zona a sud-ovest di Malqatta in cui si trovano anche la tomba che Hatshepsut si era fatta scavare durante il regno di Thutmosis II e quella di sua figlia Neferura (a Sikket Taqet Zaid Wadi).Come quella di Hatshepsut e di Thutmosis III nella Valle dei Re, anche questa sepoltura è stata ricavata allargando una fessura delle alte falesie che circondano la zona ed è posta a circa 10 metri dal suolo. Essa consiste in un’unica camera non decorata con la base di circa 5 X 7,5 metri ed altezza variabile tra m. 1,5 ed oltre 2 metri, e venne scoperta ancora intatta nell’agosto 1916 dagli abitanti di Gurna, che la saccheggiarono.
La piantina della riva occidentale del Nilo di fonte a Luxor
L’area dove si trova la tomba, il cui ingresso è la fenditura che si trova più o meno al centro, e la fenditura vista dal basso. Ancora oggi si tratta di una zona difficilmente accessibile.
Gli oggetti di legno e le mummie si erano irrimediabilmente danneggiati per l’umidità filtrata nella tomba a causa delle piogge torrenziali penetratevi nel corso dei millenni, mentre gli oggetti d’oro e di pietra furono venduti dai gurnawis sul mercato antiquario ed acquistati da Howard Carter (finanziato da Lord Carnarvon) ed in seguito dal Metropolitan Museum di New York, ove sono tuttora esposti….
CHISSA’ SE MR. CARTER CI VORRA’ RACCONTARE COME HA FATTO A RECUPERARE TUTTO QUESTO BEN DI DIO…. CREDO CHE AVRA’ AVUTO A CHE FARE CON PERSONAGGI NON PROPRIO LIMPIDISSIMI…..
Gli oggetti recuperati inducono ad ipotizzare che Thutmosis III avesse fatto predisporre per le tre donne dei corredi funerari identici, costituiti dai loro gioielli personali tra i quali l’incredibile ornamento da portare sulla parrucca che Grazia ha pubblicato a corredo del suo post, uno specchio, un nemset d’argento, coppe di alabastro e pietra, talvolta bordate d’oro.
Le loro mummie indossavano probabilmente sandali e guaine in oro per le dita delle mani e dei piedi e una corona con rosette e teste di gazzella sulla fronte.
Un anello sigillo con il cartiglio di Thutmosis III trovato nella tomba