Filosofia

IL BA

A cura di Ivo Prezioso

Questo termine è spesso tradotto, ma a torto, come “anima”. In realtà, nella sua essenza il “ba” è un elemento di mobilità che permette il passaggio da un mondo all’altro. Perciò è il “ba” che risponde all’appello degli officianti che celebrano il culto divino o funerario ed è il “ba” che supera la soglia dell’immaginario per abitare un corpo fittizio, quale può essere, ad esempio una statua. Morendo, l’uomo va a raggiungere il suo “ka” (che tratteremo in seguito), ma non il suo “ba” che è rappresentazione di una facoltà dinamica e non statica. Nell’Antico Regno, solo il re defunto possiede questa straordinaria facoltà di spostamento, ma a partire dal Primo Periodo Intermedio (ca. 2195 – 2064 a.C), con la cosiddetta “democratizzazione” delle credenze sull’aldilà, il “ba” diviene un elemento dell’essere, comune ad ogni defunto, personificazione delle sue forze vitali sia fisiche che psichiche. A partire dalla XVIII Dinastia, lo si rappresenta sotto forma di uccello a testa umana; un’ immagine eloquente che ne esprime insieme la sua mobilità e la sua personalità. Dopo la morte, il corpo resta nella “Dwat” (oltretomba) mentre il “ba” vola via per salire in cielo. Se i riti funerari sono stati eseguiti in maniera corretta, esso sarà libero di vagare ovunque gli piaccia: potrà frequentare i luoghi terreni che gli sono riservati o noti – la cappella funeraria, la dimora terrestre, il suo corpo mummificato, una statua – analogamente, in cielo, può unirsi al seguito di Ra, percorrendo nella sua barca celeste i tragitti del giorno e della notte, rinascendo con Khepri (il sole del mattino) ogni giorno. E’, inoltre, in grado di svolgere le proprie funzioni vitali, quali mangiare e bere, soddisfare i bisogni sessuali, perché non è puro spirito, ma un aspetto in sé completo dei diversi modi dell’esistenza (così come l’”akh”, che abbiamo già incontrato ed il “ka” che sarà oggetto della prossima trattazione).

Analoga descrizione ce la offre Jan Assmann, nello splendido volume dedicato a Ma’at. Secondo l’egittologo tedesco, tra i vari elementi che costituiscono l’individuo, come il ka, il cuore (ib), l’ombra (shwt), il nome (rn), la mummia ecc., il ba è strettamente legato alla nozione di transizione tra due mondi. E’ per questo che è simboleggiato da un uccello: un uccello che s’invola effettua il transito tra terra e cielo. Come anche sottolineato da Edda Bresciani, durante l’Antico Regno è solo il sovrano a possedere un ba, in quanto egli opera questo passaggio, dopo la morte, per unirsi al dio-sole, mentre gli altri uomini “sopravvivono” (“si nascondono”, secondo un passaggio dei Testi delle Piramidi), nella loro tomba presso il “Bell’Occidente”. Dopo la caduta dell’Antico Regno, i concetti interdipendenti del ba, transizione e immortalità, diventano disponibili per tutti: democratizzati, o meglio, secondo Assman, “demotizzati”. Ba è un termine “liminale” (che riguarda, cioè, la sfera della coscienza e della percezione): simboleggia la transizione tra visibile ed invisibile. Si diceva, dei fenomeni naturali, che fossero il ba, cioè la manifestazione tangibile di un certo dio; così il vento , per esempio viene chiamato il ba di “shw” (il dio dell’aria).

Fonti: Edda Bresciani (a cura di), Grande enciclopedia illustrata dell’Antico Egitto.

Jan Assmann, Maât L’Égypte pharaonique et l’idée de justice sociale

L’uccello BA

E’ questo uccello, la grande cicogna africana, nota come jabiru, che ha ispirato il simbolo con il quale gli egizi rappresentavano il concetto di ba, che noi, impropriamente traduciamo con “anima”. Il perché non è chiaro. Probabilmente ci può essere stata un’omofonia tra il nome dell’uccello e il termine “b3”, come anche deve aver influito la naturale tendenza degli egiziani a rappresentare sotto forma di volatile le componenti più spirituali di un uomo, che si pensava dovessero ascendere verso il cielo. Ma è altrettanto plausibile che ci fossero altri legami più intimi e, per noi completamente intangibili, che facevano associare il ba a questo uccello così caratteristico. Oggi lo jabiru vive nella regione del Nilo Bianco (in Sudan), ma gli egizi furono certamente in grado di osservarlo in regioni a loro più vicine. La documentazione abbonda, infatti di raffigurazioni già dall’epoca preistorica, molto precise nel sottolinearne le caratteristiche tipiche, come il rigonfiamento nella parte superiore del becco e la caruncola presente negli esemplari maschi adulti. Le rappresentazioni d’età storica, invece con le loro varianti, mostrano che solo il simbolo geroglifico, ha continuato a mantenere l’aspetto dello jabiru.

Fonte: Maria Carmela Betrò, Geroglifici, 580 segni per capire l’Antico Egitto

Nefertari, a sinistra, è rappresentata in un padiglione mentre gioca a Senet, mentre a destra è in posizione orante seguita dal suo BA, posato su un edificio (al centro). Tebe Ovest, QV 66

A sinistra: l’uccello BA veglia sulla mummia di Ani, tenendo tra le zampe, il simbolo “shen” associato all’eternità. Illustrazione dal “Libro dei morti dello scriba Ani” (ca. 1290 a.C.).

A destra: lo jabiru, la cicogna africana che in geroglifico rappresentava il BA

Rappresentazioni dell’uccello BA, assieme ad una giraffa ed altri animali, sull’impugnatura di un pettine d’avorio d’età predinastica (avorio Carnavon). Fine IV millennio a.C. New York, Metropolitan Museum of Art.

UN MIRABILE TESTO LETTERARIO: “IL DIALOGO DI UN DISPERATO CON IL SUO BA”

Un testo egizio, assai particolare per il suo contenuto, risalente al Medio Regno è conservato nel Museo di Antichità Egizie di Berlino, dove era giunto alla metà del XIX secolo grazie agli acquisti di Giovanni d’Athanasi, avventuroso collezionista e mercante greco . E’ trascritto Papiro n. 3024, un rotolo di 3 metri e mezzo di estensione, lungo cui si snoda in caratteri ieratici, il dialogo immaginario tra un uomo e il suo Ba, quell’elemento che traduciamo un po’ semplicisticamente e con disinvoltura con il termine “anima”. Si tratta di un tema forse unico nel suo genere e insolito per la spiritualità di una civiltà permeata dal culto dei morti e dalla fede incrollabile nell’aldilà. La datazione è incerta, collocabile però al tempo della XII dinastia, intorno al 1900 a.C.Una prima traduzione in italiano del papiro di Berlino si deve a Sergio Donadoni (La religione dell’antico Egitto, Laterza, Bari, 1959; Testi religiosi egizi, Utet, Torino, 1977) che sembra tracciata sulla falsariga tedesca di Adolf Erman: Gespräch eines Lebensmüden mit seiner Seele (Berlino 1896). E’ infatti Lebensmüden (alla lettera “stanco della vita” ) che ha indotto i traduttori italiani ad usare il termine “aspirante suicida”.

Poco prima del nostro Donadoni se ne era occupato Raymond O. Faulkner: The Man Who Was Tired of Life, in “Journal for Egyptian Archeology”, n. 42, 1956.Edda Bresciani, formatasi alla scuola dell’emerito egittologo palermitano, ne ha curato una rigorosa versione italiana in Letteratura e poesia dell’antico Egitto, Einaudi, Torino 1969, pp. 199-205.La prima parte del dialogo è incompleta, perché il papiro egizio originale presenta delle lacune. Ma è comunque possibile ricucirne la trama.

Questo il riassunto che ne fa Sergio Donadoni:“…Il mondo sembra un cumulo di ingiustizia e di dolore, decaduto tanto da un mitico passato che non c’è più, e una nemica solitudine lo occupa, in cui tutti sono ostili l’un l’altro. E’ ripreso, con un tono assai più alto e pensoso, un comune motivo dell’epoca, e cioè quello della critica del mondo e della diffidenza verso i valori tradizionali, sia politici che sociali e religiosi. In questa amara solitudine, lo scrittore apre una sorta di dibattito processuale con la propria anima, per ottenere da lei il verdetto: se sia meglio continuare a vivere nel mondo ostile, oppure uccidersi per arrivare presso déi che siano migliori degli uomini, ai quali poter concedere quella fiducia che non si può più dare ai propri simili. A questa protesta contro il mondo, l’anima oppone un altro punto di vista, anch’esso tipico del tempo. Proprio perché nel mondo non c’è un ordinato disegno, anche dalla mitologia funeraria c’è da diffidare. La morte non è una ignota felicità ultraterrena, ma l’ orrore del distacco dalla propria casa, il pianto, il disfarsi dei corpi, invano protetti da inutili tombe, invano forniti di inutili offerte, che ben presto cessano. Questa inconoscibilità dell’aldilà mitico, questa diretta esperienza della miseria e della morte qui si uniscono in unico consiglio: godere della vita così quale è metter da parte speculazioni amare, rituffarsi nel fluire del mondo, non più con la felicità antica, che comportava una piena accettazione del mondo come perfezione, ma con rassegnata volontà di dimenticare quanto di doloroso e di rischioso ci sia nell’ignoto aldilà.”.

Quella che segue è, invece, la rigorosa traduzione, proposta da Edda Bresciani.

[……]Aprii la mia bocca alla mia anima, che potessi rispondere a ciò che aveva detto: “È troppo per me oggi, che la mia anima non discorra con me! È davvero eccessivo per esagerazione, è come se mi ignorasse. Non se ne vada la mia anima, ma aspetti per me […]. [Essa sta] nel mio corpo come una rete di corda, ma non le avverrà di evitare il giorno della disgrazia. Ecco, la mia anima mi porta fuori di strada, ma io non le do ascolto; mi trascina alla morte (per evitare un facile fraintendimento, la Bresciani chiarisce che il soggetto è “il giorno della disgrazia”), prima che sia venuto a essa, e mi getta sul fuoco per bruciarmi […]. Si avvicina a me il giorno della disgrazia, e sta da quel lato come farebbe un [demone?]. Tale è colui che esce fuori per portarsi a lui. O mia anima, che sia incapace di consolare la miseria in vita, e mi scoraggi dalla morte, prima che sia venuto a lei, fa’ dolce per me l’Occidente! È forse una disgrazia? La vita è un’alterna vicenda, e anche gli alberi cadono. Passa sopra il male, perché la mia miseria dura. Thot mi giudicherà, lui che pacifica gli dei! Khonsu mi difenderà, lui che è lo scriba per eccellenza! Ra udrà le mie parole, lui che comanda la barca solare! Mi difenderà Isdes (Thot) nella Sala Santa, perché il bisognoso è pesato [coi pesi] che (dio) ha sollevato per me! È dolce che gli dèi allontanino i segreti del mio corpo!” Ciò che la mia anima disse: “Non sei forse un uomo? Tu invero sei vivo, ma qual è il tuo profitto? Prenditi cura della vita (?) come (se tu fossi) ricco”.

Io dissi:<<non me ne voglio andare perché (la ricchezza) è perduta! Tu puoi correre via, ma non ci si occuperà di te. Ogni prigioniero dice: Ti prenderò”. Quando sei morto il tuo nome vive: vi è ancora un luogo di attraente riposo del cuore. E’ un paese l’Occidente, un viaggio [….] faccia. Se la mia anima innocente mi dà ascolto, e il suo cuore è d’accordo con me, sarà fortunata, perché io farò che raggiunga l’ Occidente, come uno che è nella sua piramide, alla cui sepoltura assiste un sopravvissuto. Io farò (offerte) sul tuo cadavere e renderai un’altra anima in stanchezza. Io farò [una tomba per te], così tu non sarai fredda, e farai invidiosa un’altra anima che è calda. Berrò acqua dal mulinello, alzerò l’ombra, che tu possa far invidiosa un’altra anima che è affamata. Ma se tu mi trattieni dalla morte, in questo modo non troveresti dove poterti posare nell’Occidente. Sii gentile, anima mia, fratello mio, e diventa mio erede, che farà offerte e starà nella tomba il giorno della sepoltura e preparerà una bara per la necropoli.>>

La mia anima aprì a me la sua bocca, e rispose a ciò che avevo detto:

<<Se pensi alla sepoltura, è un’amarezza del cuore, è un portar pianto facendo miserabile un uomo; è un portar via l’uomo dalla sua casa, gettandolo sull’altura. Mai uscirai su a vedere il sole! Coloro che hanno costruito in granito, che hanno edificato sale (?) in belle piramidi con bel lavoro, quando i costruttori son divenuti dèi, le loro tavole d’offerte sono vuote come quelle dei miserabili morti sulla riva a causa della mancanza di eredi sulla terra, di cui l’acqua ha preso una parte e il sole ugualmente, ai quali parlano i pesci della sponda. Ascoltami, è bello ascoltare per gli uomini: segui il giorno felice, dimentica l’afflizione. Un povero uomo aveva arato il suo pezzo di terra; aveva caricato la sua semente sopra una barca, trainandola , quando era vicina la sua festa. Vide arrivare l’oscurità del vento del nord, mentre vegliava sulla barca al tramontar del sole. Scappò con sua moglie e i suoi figli, ma perirono di notte in un lago infestato dai coccodrilli. Infine sedette e ruppe (il silenzio) con la sua voce, dicendo: “ Non piango per quella madre là, che non potrà più uscire dall’Occidente un’altra volta sulla terra! Sono afflitto per i suoi figli, spezzati nell’uovo, che hanno guardato il volto del (dio) Coccodrillo prima di aver vissuto”.

Un povero uomo chiese un pasto; sua moglie gli disse: “C’è (un po’ di tempo) per la cena”. Egli esce ad orinare per un momento, e torna alla sua casa ed è come un altro: sua moglie ragiona con lui, ma lui non le dà ascolto: egli orina (?) ed è abbattuto il cuore dei familiari >>.(se il verbo “st “è uguale a “sst “precedente il pover’uomo avrebbe avuto un attacco di incontinenza mortale. Più probabilmente è un altro verbo forse con il significato di smarrirsi o impazzire. Anche in questo episodio, come nel precedente protagonista è l’imprevedibilità del Destino. Nota di Edda Bresciani).

Aprii la mia bocca alla mia anima, che potessi rispondere a ciò che aveva detto:

<<Ecco, il mio nome puzza, ecco, più che il fetore degli avvoltoi, un giorno di estate, quando il cielo è ardente. Ecco, il mio nome puzza, ecco, [più che il fetore ] di un prenditore di pesci, un giorno di presa, quando il cielo è caldo. Ecco, il mio nome puzza, ecco, più che il fetore delle oche, più (che il fetore) di un canneto pieno d’uccelli acquatici. Ecco, il mio nome puzza, ecco, più che il fetore dei pescatori, più che le insenature paludose dove hanno pescato. Ecco, il mio nome puzza, ecco, più che il fetore dei coccodrilli, più che star seduti presso le rive piene di coccodrilli. Ecco, il mio nome puzza, ecco più (che quello) di una donna intorno alla quale sono dette menzogne a un uomo. Ecco, il mio nome puzza, ecco, più (che quello) di un bambino robusto, di cui si dice “E’ del suo rivale” (frutto cioè di un adulterio). Ecco, il mio nome puzza, ecco più (che quello)di una città di un sovrano, che organizza la ribellione, quando è visto il suo dorso. (quando cioè la ribellione è vinta e la città sconfitta). A chi parlerò oggi? I fratelli sono cattivi, gli amici di oggi non possono essere amati. A chi parlerò oggi? i cuori sono rapaci, ognuno prende i beni del compagno. (A chi parlerò oggi?) La gentilezza è perita, la violenza si abbatte su ognuno. A chi parlerò oggi? Si è soddisfatti del male, il bene è buttato a terra dovunque. A chi parlerò oggi? Un uomo che dovrebbe far adirare per le sue azioni malvagie, fa ridere tutti per il suo iniquo peccato. A chi parlerò oggi? Si depreda, ognuno deruba il suo compagno. A chi parlerò oggi? Il criminale è un amico intimo, il fratello insieme al quale si agiva è divenuto un nemico. A chi parlerò oggi? Non si ricorda lo ieri, nessuno aiuta chi prontamente aiutava. A chi parlerò oggi? I fratelli sono cattivi, si ricorre agli stranieri per avere affetto. A chi parlerò oggi? Le facce son girate via, ognuno guarda con diffidenza ai suoi fratelli. A chi parlerò oggi? I cuori sono rapaci, non c’è cuore d’uomo al quale far confidenza. A chi parlerò oggi? Non ci sono più i giusti, la terra è abbandonata agli iniqui. A chi parlerò oggi? Vi è mancanza di un amico intimo, si ricorre ad uno sconosciuto per fargli una lagnanza. A chi parlerò oggi? Non c’è uno contento, quello che un tempo camminava con lui, più non c’è. A chi parlerò oggi? Sono carico di dolore per la mancanza di un intimo amico. A chi parlerò oggi? Il male che colpisce la terra, non ce n’è la fine.

La morte è davanti a me oggi, come quando un malato risana, come l’uscir fuori da una detenzione. La morte è davanti a me oggi, come il profumo della mirra, come seder sotto una vela in una giornata di vento. La morte è davanti a me oggi, come il profumo dei loti, come seder sulla riva del Paese dell’Ebbrezza. La morte è davanti a me oggi, come una strada battuta, come quando un uomo torna a casa sua da una spedizione. La morte è davanti a me oggi, come il tornar sereno del cielo, come un uomo che riesce a veder chiaro in ciò che non conosceva. La morte è davanti a me oggi, come quando un uomo desidera veder casa sua, dopo molti anni passati in prigionia”. Certo chi è là, sarà un dio vivente, che scansa il peccato di chi lo fa. Certo chi è là, sarà uno che sta sulla barca del sole, facendo dare il meglio ai templi. Certo chi è là, sarà un saggio, uno cui non sarà proibito il supplicare Ra quando parla>>

Ciò che disse la mia anima a me: <<Butta la lamentela sul piolo (?), camerata e fratello, fa’ offerte sul braciere *, attaccati alla vita come ho detto. Desiderami qui, rinvia per te l’Occidente. Quando giungerai all’Occidente, dopo che il tuo corpo si sarà unito alla terra, mi poserò quando sarai stanco e allora abiteremo insieme>>.*

Qui la Bresciani precisa: “fa offerte sul braciere e non “gettati nel fuoco”. La cattiva lettura dell’ultima strofa ha fatto credere che l’anima esortasse l’uomo a gettarsi nel fuoco e così morire. (ed è del tutto logico, altrimenti un siffatto suggerimento, sarebbe in totale e insensato contrasto con la posizione assunta dall’anima sin dall’inizio del componimento).P.S. ho già pubblicato, in parte questo assoluto capolavoro. Questa volta mi son preso licenza, di proporlo nella sua interezza, così come lo ha tradotto la grande Edda Bresciani. Nella prima parte è esposto un riassunto, nella versione di Sergio Donadoni, per chi trovasse troppo lungo e difficile il testo integrale. (per lo meno quello che ci è giunto, visto che manca la parte iniziale). A mio avviso si tratta di uno dei più alti esiti raggiunti dalla Letteratura Egizia: presenta una forma raffinata e al contempo di vivida suggestione e soprattutto ci presenta una profondità di pensiero, che accomuna l’uomo di 4.000 anni fa a quello moderno su uno degli aspetti più problematici dell’esistenza umana: il “mal de vivre”, che qui sembra causato essenzialmente dal frantumarsi dei valori morali, a seguito del collasso del sistema avvenuto dopo il crollo dell’Antico Regno. Lo sconvolgimento di quell’ordine, equilibrio cosmico e sociale, che va sotto il nome di Maat, lascia il posto al caos (Isefet). Questa, sembra essere la causa dello sconforto del protagonista (anche se non possiamo escludere che ci fossero pure ragioni individuali, visto che l’incipit è andato perduto): la mancanza di fiducia in un prossimo divenuto ostile, la perdita del rispetto (“il mio nome puzza”), lo sgomento di fronte all’egoismo e alla cattiveria umana. Temi di una modernità assoluta, perfettamente sovrapponibili alla, per certi versi, desolante realtà che oggi viviamo!

Nell’immagine: una sezione del papiro n. 3024, contenente il testo, in ieratico, del “Dialogo del Disperato con il suo Ba”. Berlino, Museo delle Antichità Egizie

Filosofia

L’AKH

A cura di Ivo Prezioso

Introduzione

Mentre il nostro pensiero religioso è improntato ad un concetto dualistico che implica la dicotomica distinzione tra corpo ed anima, tra materiale e spirituale, per quanto riguarda gli antichi egizi, quest’idea era fondamentalmente estranea alla loro cultura. Il loro pensiero, molto più articolato, ci appare piuttosto sofisticato e, se vogliamo, anche alquanto straniante. Fatta salva la dimensione materiale, che era rappresentata dal corpo (“khet”), l’anima, intesa come principio vitale e trascendente comune a dei ed uomini, presentava diversi aspetti , ciascuno dei quali con una propria denominazione e con caratteristiche ben precise, che andavano a definire l’interezza dell’ individuo. I principali aspetti di questi elementi erano: “Akh”,“Ba” e “Ka”; ma non erano gli unici. Altri elementi molto importanti erano l’ombra (“Shwt”) ed il nome (“Ren”).Inizierò la trattazione, necessariamente limitata, di questo delicato argomento con il primo degli elementi menzionati.

Parte prima: l’AKH

Il termine deriva dalla radice verbale “3kh”, il cui significato è essere efficace, essere utile e forse non ha relazione con la parola “j3khw”, splendore di luce , essere luminoso, come si è a lungo creduto. L’Akh di un uomo è in cielo e pertanto, completamente distinto dal corpo, che rimane ancorato alla terra. Esso individua una forma particolare, comune a dei e uomini: l’essere divino che impregna entrambi. Gli Akhw (plurale di Akh) sono gli esseri che popolano l’Oltretomba, sia geni, sia defunti divinizzati e pertanto potenti, ”efficaci”. Hanno la capacità di ritornare nel mondo dei viventi e di vegliare sull’inviolabilità della loro tomba, minacciando i profanatori e promettendo, invece protezione a chi la rispetta, anche nell’aldilà. E’ questa la ragione per cui, nelle ”lettere ai defunti”, ci si rivolge al loro “Akh”. Curiosamente, il termine sopravvive nel vocabolo copto, (l’ultimo stadio della lingua, parlata dagli egiziani convertiti al cristianesimo fino al XVI secolo ed in parte mantenutasi in ambito liturgico) “ikh” col significato di “spirito”, “spettro”, per cui ha conservato l’antico concetto di entità spirituale del defunto capace di mantenere il contatto col mondo dei vivi.

Fonte: Grande enciclopedia illustrata dell’Antico Egitto. A cura di Edda Bresciani

Nell’immagine la rappresentazione geroglifica dell’ Akh. E’ costituita da un ibis eremita e dal suo complemento fonetico “kh” a sinistra (una placenta?)

Curiosità: una delle prime immagini che abbiamo di un ibis eremita – una specie in via di estinzione – coincide con una delle prime testimonianze di scrittura. Gli antichi egizi avevano dato connotazioni divine a questa specie benefattrice che si nutriva di serpenti velenosi, e ne rappresentava l’immagine in un carattere geroglifico (Akh), che aveva significati diversi in quella civiltà. L’affermazione si riferisce a piccole placche d’avorio e di osso portate alla luce dal team del dottor Gunter Dreyer presso la necropoli di Abydos nell’Alto Egitto, risalenti a circa 5.200 anni fa: in quelle che sembrano essere tra le prime tracce di scrittura al mondo, incluse negli oltre 200 pezzi trovati, uno rappresenta un ibis eremita.

Filosofia, Templi

IL MAMMISI

A cura di Grazia Musso

Termine con cui, secondo la denominazione in copto data da Champollion, si designa il santuario dedicato alle nascite sacre.

In generale questi monumenti sono decorati da figure delle divinità preposte per la nascita, come Hathor, Bes, e altre minori.

È chiara l’implicazione politica delle nascite divine di sovrani (Theogamia), che volevano essere legati il più possibile agli dei.

I migliori e più celebri esempi di Mammisi tuttora visibili risalgono perlopiù all’epoca Tolemaica, benché l’esempio più antico, a Dendera, risalga al regno del faraone Nectanebo I della XXX Dinastia.

Per approfondire: http://www.khekeru.ch/…/mammisi-romano/196-mammisi-romano

Fonte: Dizionario enciclopedico dell’antico Egitto e delle civiltà nubiane, Maurizio Damiano – Appia.

Filosofia

IL BENU

A cura di Francesco Alba

In Egitto gli aironi sono uccelli stanziali nel Delta del Nilo e lungo la costa del Mar Rosso; sono ospiti invernali annuali in tutto il Paese. Questi uccelli migrano dall’Europa, dall’Asia e da altre zone dell’Africa.A giudicare dalla frequenza con la quale questi meravigliosi volatili sono raffigurati, con le loro creste ornamentali, gli egizi devono averli molto amati.

Traslitterazione del termine “benu”:
B n nw w

Per la mitologia egizia l’airone (Ardea cinerea, Ardeidae) è l’uccello sacro al Dio del Sole, venerato presso la città di Eliopoli (Iunu). Il nome Benu sembra dover esser messo in relazione col verbo “weben” che significa “crescere in luminosità” o “risplendere”. Lo stesso uccello che nell’era delle Piramidi veniva identificato con la cutrettola (Motacilla flava, Motacillidae), comincerà in seguito ad essere raffigurato come un airone dotato di due lunghe piume che spuntano dalla parte posteriore del capo. La più antica citazione del Benu si trova nei Testi delle Piramidi dove è descritto come una delle forme di Atum, divinità solare eliopolitana. Questo collegamento col dio-sole creatore si conserverà anche nel Medio Regno: i testi sacri di quest’epoca affermano che il Benu di Ra fu il tramite per mezzo del quale Atum giunse all’esistenza emergendo dalle acque primordiali. E analogamente a quella del dio-sole, la nascita del Benu veniva attribuita ad un processo di autogenerazione. Papiri mitologici della Ventunesima Dinastia riportano la raffigurazione di un amuleto-cuore ed uno scarabeo vicino ai quali si erge un Benu, descritto come “Colui che giunse all’esistenza da sé stesso”. Il Benu si ritrova anche come simbolo di rinascita anticipata nell’oltretomba, scolpito sul dorso degli scarabei-cuore e seppellito col defunto per assicurarsi che il cuore non fallisse nel giudizio delle azioni passate nella Sala delle Due Verità:

“Io sono il Benu, l’anima di Ra, colui che guida gli Dei nell’Oltretomba, dal quale emergono. . . “ (Libro dei Morti, capitolo 29B).

Quale manifestazione vivente di Ra (e per tale motivo chiamato il suo Ba, o anima) il Benu è strettamente associato al tempio del dio-sole presso Eliopoli.

Erodoto e la Fenice

Lo storico greco che visitò l’Egitto nel Quinto Secolo a.C. scrisse di aver conosciuto l’uccello sacro di Eliopoli dalla bocca dei sacerdoti del dio-sole. Lo chiamò Fenice, utilizzando un nome che è stato dimostrato derivare con tutta probabilità dall’egizio Benu. Nella scettica descrizione di Erodoto, ogni 500 anni la Fenice trasportava il suo predecessore defunto dall’Arabia a Eliopoli perché fosse onorato nel tempio del dio-sole. Non esiste evidenza dell’idea di una fenice morente, nucleo centrale del mito più tardo, nell’Egitto faraonico. Tuttavia la classica fenice della tradizione greca possiede delle similarità col Benu in relazione al ruolo di uccello solare e ai simboli di rigenerazione e rinascita.

Inerkhau raffigurato di fronte al Benu, nella sua tomba presso Deir el-Medina (TT359). Ventesima Dinastia.

L’immagine è una versione ingrandita dell’illustrazione del capitolo 83 del Libro dei Morti il cui passaggio introduttivo sta al disopra del capo di Inerkhau: “Formula per diventare il Benu, entrare e uscire come Osiride; il sovrintendente delle maestranze nel Luogo della Verità, Inerkhau, giustificato”.

L’immagine è una versione ingrandita dell’illustrazione del capitolo 83 del Libro dei Morti il cui passaggio introduttivo sta al disopra del capo di Inerkhau: “Formula per diventare il Benu, entrare e uscire come Osiride; il sovrintendente delle maestranze nel Luogo della Verità, Inerkhau, giustificato

Tebe Ovest. Tomba 65 (sepoltura della principessa Nany), Ventunesima Dinastia, regno di Psusennes I (1040-992 a.C.).

Raffigurazione stilizzata del Benu, su papiro.”.

Bibliografia

  • D. Arnold An Egyptian Bestiary. The Metropolitan Museum of Art Bulletin. Spring 1995. New York
  • G. Hart The Routledge Dictionary of Egyptian Gods and Goddesses – 2a edizione Routledge- 2005
  • AA. VV. Between Heaven and Hearth – Birds in Ancient EgyptThe Oriental Institute of the University of Chicago Publications 35 – 2012
Filosofia

LE MASSIME DI PTAH-HOTEP

A cura di Piero Cargnino

Si, oggi più che mai sarebbe utile che tutti, ma principalmente coloro che rivestono incarichi importanti, conoscessero anche soltanto alcuni degli insegnamenti che quasi 5000 anni fa gli antichi egizi impartivano ai loro figli. Insegnamenti che, sotto un’altra forma, molti di noi non hanno ricevuto o non hanno capito, o pur conoscendoli non li mettono in pratica. Oggi mi voglio dedicare alla letteratura antico egizia ma non quella normale, quella cosiddetta “Sapienziale”. Con la letteratura religiosa quella sapienziale concorre a formare l’immagine dello stato, tanto nel suo profilo ideologico quanto in quello, morale e civile, del buon cittadino. A differenza della scrittura dei testi religiosi, i documenti sapienziali sono esplicitamente definiti nella loro natura dalla parola di apertura, che è appunto “insegnamento”, dalla diretta menzione del (presunto) autore, e del destinatario della sua opera, in genere designato come “figlio”.Questi insegnamenti sono giunti fino a noi contenuti in una serie di papiri, detti per l’appunto, “Sapienziali” consistenti in “Insegnamenti di un padre a suo figlio”. Il più completo di questi papiri, la cui lettura (della traduzione) consiglierei a tutti, è il “Papyrus Prisse” (Parigi, Bibl. Nat. De France) la cui stesura risale alla XII dinastia (circa 1990-1785 a.C). Il papiro contiene le “Massime di Ptah-Hotep” (o Istruzioni di Ptah-Hotep) antico scritto letterario composto appunto da Ptah-Hotep, visir sotto il regno del faraone Djedkara Isesi, V dinastia (circa 3000-2500 a.C.). In esso viene evidenziata perfettamente la mentalità dei maestri di saggezza vissuti nell’Egitto del terzo millennio a.C. Sono un esempio di convivenza civile che ci giunge da molto lontano, si tratta di imparare a vivere secondo la nozione fondamentale dell’esistenza, nell’antico Egitto secondo Maât, e perché no, anche oggi. Uno degli scopi principali è quello di istruire i giovani ad adottare un comportamento adeguato. Il visir spiega che le ragioni che lo hanno spinto a scrivere il testo sono quelle di trasmettere ai propri figli, ma in generale a tutti, la saggezza e l’esperienza dei suoi antenati che giunge per mezzo delle “parole ascoltate dagli dei” e non come una legge divina rivelata. E’ necessario per ciascuno di noi imparare ascoltando tutti e sapendo che la conoscenza umana non è mai perfetta. L’avidità è la base di ogni male e deve essere evitata, mentre la generosità verso la famiglia e gli amici, è lodevole. La scalata sociale deve essere accettata come dono degli Dei e può essere mantenuta accettando la precedenza dei propri superiori. Il saggio visir parla dell’uniltà e della scoperta di parole perfette. Ptah-Hotep raccomanda a suo figlio: << Non sia invano il tuo cuore a causa di ciò che sai; prendi consiglio con l’ignorante e con lo scienziato, perché non si raggiunge il limite dell’arte e non c’è artigiano che abbia acquisito la perfezione. Una parola perfetta è più nascosta delle pietre preziose; eppure si trova nei pressi dei servi che lavorano al mulino di pietra >>. Riporto nel seguito alcune delle “Massime di Ptah-Hotep”, se ne avete voglia, leggetele pensando che erano attuali già 5000 anni fa.

“L’ascolto, beneficia l’ascoltatore”.

“L’uomo ignorante che non ascolta, non apprende nulla. Egli equipara la conoscenza all’ignoranza, l’inutile al dannoso. Egli fa tutto ciò che è detestabile, così la gente si arrabbia con lui ogni giorno”

“Meraviglioso il figlio che obbedisce a suo padre!”

“Che il tuo cuore non sia mai inutile a causa di quello che sai. Prendi consiglio dall’ignorante così come dal saggio……..”

“Parla solo quando hai qualcosa da dire”.

“Quanto a voi, insegnate al vostro discepolo le parole della tradizione, in modo che possa fungere da modello per i figli dei potenti, che possono trovare in lui la comprensione e la giustizia di ogni cuore che parla a lui, dal momento che l’uomo non è nato saggio”.

Fonti e bibliografia:

  • Edda Bresciani, ”Letteratura e poesia dell’antico Egitto. Cultura e società attraverso i testi”, Einaudi Tascabili, 2007
  • Miriam Lichtheim, “Ancient Egyptian Literature”, Vol. I, University of California Literature, 1973
  • Christian Jacq, “The Living Wisdom of Ancient Egypt”, Simon & Schuster, 1999
  • Nicolas Grimal, “A History of Ancient Egypt”, Blackwell Publishing, 1992).