Arte, Gioielli

LE ORIGINI DEI DIADEMI NELL’ANTICO EGITTO

Fin dall’Antico Regno nei rilievi tombali sono raffigurati personaggi che indossano diademi, ed alcuni di questi meravigliosi oggetti sono stati rinvenuti nel corso degli scavi.

Essi traggono origine dalle fasce di lino e dalle corde che gli Egizi di entrambi i sessi usavano portare sulla fronte annodandoli sulla nuca per tenere i capelli lontani dal viso; in seguito si affermò l’abitudine di infilare tra la fascia e la testa fiori e boccioli di profumata ninfea blu, e le nobildonne indossavano sulle loro parrucche coroncine floreali.

Con il tempo queste fasce e le decorazioni di fiori furono sostituite da copie in materiale prezioso e nacquero così i “diademi”, che avevano un carattere puramente ornamentale; quelli femminili divennero sempre più elaborati, e furono abbelliti con elementi intarsiati raffiguranti ninfee, papiri, stelle, melograni, fiocchi e nastri.

Anche il sovrano portava sulla fronte un semplice cerchietto adornato con un ureo, che gli era riservato in via esclusiva in quanto simbolo del suo potere; esso veniva usato anche con il nemes e talvolta, nelle occasioni formali, poteva essere indossato insieme ad altre corone.

Il diadema più antico giunto fino a noi è quello raffigurato qui sopra, ed è custodito presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna con il numero INV 7529; esso risale all’Antico Regno, più precisamente al periodo compreso tra la fine della V dinastia e l’inizio della VI (2450-2350 a.C. circa) ed è stato ritrovato nel corso della campagna di scavi 1912/13 da H. Junker a Giza, (posizione 316) in una tomba maschile inviolata.

Era in frammenti ma è stato ricostruito in base al posizionamento delle singole parti e grazie alla comparazione con altri reperti analoghi intatti.

Esso imita una semplice fascia di lino, è alto cm. 2,5, con il diametro di cm. 19,5 ed è realizzato con una lamina di rame ricoperta da una foglia d’oro; i grandi bottoni decorativi dai quali si dipartono i nastri laterali (3 cm. di diametro) sono costituiti da un tondo di maiolica marrone circondato da un cerchietto di fango del Nilo ricoperto di lamina d’oro nel quale è incastonata una corniola rosso scuro.

L’utilizzo a scopo ornamentale del diadema è ampiamente documentato nei rilievi tombali e nelle statue dell’epoca che raffigurano personaggi di alto lignaggio; vi sono anche alcune immagini di persone comuni, per lo più barcaioli, che indossano le fasce di lino.

In questa immagine, proveniente dalla mastaba dell’alto dignitario Nikauisesi a Sakkara (VI dinastia), si notano personaggi a bordo di una barca che portano le fasce adornate da fiori di ninfea.

Questa bellissima donna raffigurata a tutto tondo è Nofret, moglie del principe Rahotep, figlio del faraone Snefru e fratellastro di Cheope, vissuta durante la IV dinastia; la sua statua in calcare fu dipinto rinvenuta insieme a quella del marito nella loro mastaba a Meidum ed è ora custodita al Museo del Cairo (quale dei due non so) con il numero di inventario CG4

FONTI DEL TESTO E DELLE IMMAGINI:

Arte, Gioielli

I DIADEMI NELL’ANTICO EGITTO


I DIADEMI NEL MEDIO REGNO
L’APICE DELLA RAFFINATEZZA

I DIADEMI DEL TERZO PERIODO INTERMEDIO

IL DIADEMA DI KAROMAMA II

I DIADEMI DEI TOLOMEI

IL DIADEMA DI UN NOBILE

I DIADEMI DELL’EGITTO ROMANO

LA CORONA DI GIUSTIFICAZIONE

Gioielli, XVIII Dinastia

L’ANELLO NEWBERRY

AY SPOSÒ ANKHESENAMUN?

Tutankhamon morì senza eredi diretti ed i candidati più probabili alla successione erano il Gran Visir Ay ed il Generalissimo Horemheb, i quali, pur non essendo nobili, avevano raggiunto le più alte vette del potere grazie alle loro capacità, diventando membri del Consiglio di Reggenza del giovane sovrano ed inducendolo a restaurare l’ortodossia e ad abbandonare Akhetaton, riportando la capitale a Tebe.

L’anziano Ay era, probabilmente, fratello della regina Tiye e forse padre di Nefertiti, della quale sua moglie Tey era stata la nutrice; grazie a questi legami familiari ed alla sua lealtà alla corona acquisì grande autorevolezza a corte con Amenhotep III e poi con Akhenaton (che l’aveva gratificato con il titolo di “it-netjer” o “Padre del Dio”) e con Tutankhamon.

Il vigoroso Horemheb invece era il Comandante supremo dell’esercito settentrionale, scelto forse da Akhenaton (del quale era cognato per avere sposato Mutnodjmet, sorella di Nefertiti), difendeva valorosamente il turbolento confine con il regno ittita e contava sulla fedeltà tributatagli dai suoi soldati; il suo prestigio era tale che Tutankhamon l’aveva nominato “iry-pat” (“Principe Ereditario o Coronato”) e “idnw” (“Vice del Re” in tutto il paese).

All’improvvisa morte del giovane sovrano, tuttavia, il Generalissimo era impegnato in una campagna contro gli Ittiti, per cui Ay approfittò fulmineamente della situazione e si impadronì del potere prima che il rivale riuscisse a rientrare in patria a contendergli il trono: in effetti sulla parete di fondo della camera sepolcrale della tomba di Tutankhamon il vecchio dignitario appare già come Kheper Kheperu Ra (quarto protocollo di Ay), indossa la corona khepresh e l’ureo reale sulla fronte ed esegue il rito dell’apertura della bocca sulla mummia del faraone defunto, prerogativa del suo successore.

Kheper Kheperu Ra esegue il rito dell’apertura della bocca. Tomba di Tutankhamon
https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=98957878

E’ controverso se per legittimare la sua pretesa al trono egli avesse anche sposato la giovane Ankhesenamon, figlia, sorella e vedova di re, di purissimo lignaggio e di indiscusso prestigio per avere restaurato il culto degli antichi dei.

Amuleto in faience turchese recante il cartiglio di Ay (quarto protocollo – Kheper Kheperu Ra Irmaat) Museo egizio del Cairo 60057. Photo of Juan Lazaro
 https://commons.wikimedia.org/…/File:Kheperkheperure_Ay

Dopo la morte di Tutankhamon ella scomparve dalla storia, il che induce a ritenere verosimile ciò che ipotizza il professor Aidan Dodson, e cioè che avesse abbandonato la corte ritirandosi a vita privata oppure che fosse morta; l’unico reperto risalente al breve regno di Ay che la menziona è un anello in faience azzurra recante il suo cartiglio affiancato a quello di Kheper Kheperu Ra, asseritamente trovato in un sito sconosciuto del Delta e descritto nel 1931 dall’egittologo Percy Newberry, dal quale esso prese il nome.

L’iscrizione sull’anello perduto, così come ricordata da Newberry. https://www.jstor.org/stable/3854904

L’anello gli venne offerto in vendita da Ralph Blanchard, titolare di un famoso negozio di antiquariato del Cairo, ma egli non ritenne di comprarlo ed in seguito se ne perse ogni traccia; nel 1973 un anello simile, in faience di colore beige e dall’incerta provenienza fu acquistato dal Museo di Berlino ove si trova tuttora esposto.

Sebbene i sovrani fossero soliti commemorare il proprio matrimonio con l’emissione di scarabei e non di anelli, alcuni studiosi, tra i quali il dott. Bob Brier, ritengono che questo manufatto provi che effettivamente quelle nozze avvennero.

In passato, infatti, molti egittologi ritenevano che in Egitto il potere reale si trasmettesse per linea femminile e che l’aspirante al trono (chiunque fosse, anche lo stesso figlio maggiore del sovrano) lo potesse conquistare solo legandosi alla figlia o alla sorella del suo predecessore; per regnare legittimamente, quindi, Ay doveva prendere in moglie Ankhesenamon, anche solo in modo cerimoniale: come ho già sottolineato, questa teoria fondata su basi estremamente fragili ha trovato non pochi oppositori.

L’egittologa britannica dott. Joyce Tyldesley ha ipotizzato addirittura che l’anello potesse essere un falso, sebbene Blanchard rilasciasse certificati di autenticità per i reperti che vendeva e fosse considerato un professionista serio; egli infatti occasionalmente fece affari con l’antiquario e falsario armeno Oxnan Aslanian, e già i suoi contemporanei Herbert Winlock e Caroline Ramson Williams sospettavano che costui gli avesse venduto oggetti contraffatti che egli avrebbe messo in commercio credendoli autentici.

La studiosa ha altresì affermato che l’oggetto potrebbe essere stato distribuito da Ay per enfatizzare il vincolo di parentela con Ankhesenamon (figlia di Nefertiti e nipote di Tiye) e conferire maggiore lustro al suo lignaggio non reale, oppure che l’artigiano che ne plasmò lo stampo e che verosimilmente non sapeva né leggere nè scrivere potrebbe aver commesso un errore nell’iscrizione di uno dei due cartigli.

In effetti nell’Egitto antico gli anelli in faience erano molto diffusi in quanto economici e di facile produzione, ma diversamente da oggi non simboleggiavano un vincolo matrimoniale; inoltre sulle immagini scolpite sulle pareti della tomba di Ay il ruolo di Grande Sposa Reale è rivestito da Tey, la donna che egli aveva sposato molto prima di diventare Faraone; sarebbe quindi da escludere che egli avesse sposato la giovane vedova e che le dovesse il trono.

A quanto risulterebbe dalle fonti, inoltre, costei non desiderava affatto legarsi all’anziano dignitario, che all’epoca aveva tra i 60 ed i 70 anni e che giudicava inferiore, in quanto è quasi unanimemente ritenuta l’autrice della famosa lettera ritrovata ad Hattusa con la quale una regina egizia, rimasta vedova e senza eredi, affermava di non volersi unire ad un suo “servo” e chiedeva a Suppiluliuma I di inviarle uno dei suoi figli con il quale governare le Due Terre e perpetuare la sua dinastia.

La questione è ancora aperta, nella speranza di trovare nuovi elementi di valutazione.

Troverete i crediti delle immagini nelle didascalie.

FONTI:

Percy Edward Newberry, “King Ay, the Successor of Tut’ankhamūn,” The Journal of Egyptian Archaeology Vol. 18, No. 1/2 (May 1932) https://www.jstor.org/stable/3854904

https://egypt-museum.com/ankhesenamun/

https://missremember.substack.com/…/the-man-who-sold…

https://themator.museum-digital.de/t/1023/1027

https://www.ancient-origins.net/…/hunt-ankhesenamun-how…

https://www.ancient-origins.net/…/daughter-disaster…

Amuleti, Gioielli

GLI AMULETI A FORMA DI MOSCA E L’ONORIFICENZA DELLA MOSCA D’ORO

Collana con le tre mosche d’oro della regina Ahhotep, ora al museo di Luxor (CG 52671). Essa è stata realizzata intorno al 1560-1530 a.C. e fu rinvenuta da A. Mariette nel 1859 a Dra’ Abu el-Naga’, a ovest di Tebe. I ciondoli sono lunghi 9 cm. ed hanno la forma di mosche stilizzate, con ali lisce sulle quali è stato saldato un pezzo lavorato a stampo che costituisce gli occhi sporgenti ed il corpo traforato. Sono appesi tramite un anellino posto sulla parte anteriore ad una catenella corta e finemente intrecciata.
Secondo periodo intermedio – XVII dinastia.
https://historicwomendaily.tumblr.com/…/golden-flies… 

I primi amuleti a forma di mosca in pietra dura, faience o vetro risalgono al periodo predinastico; forse si pensava che tenessero lontani gli insetti e che proteggessero dalle loro punture.

Un girocollo con ciondoli a forma di mosca, in oro e pasta vitrea. Alcuni interpretano i pendenti come fiori. 1550 – 1070 a. C., ora al Rijksmuseum van Oudheden di Leida.

Nell’Antico e Medio Regno la sagoma di una mosca veniva anche incisa sulle bacchette magiche, manufatti a forma di mezzaluna ricavati in avorio di ippopotamo e destinati a difendere il proprietario da possibili sventure, e l’utilizzo degli amuleti si protrasse anche nei secoli successivi fino al Nuovo Regno.

Amuleto in lamina d’oro a forma di mosca, realizzato su un nucleo, parte di un’onorificenza. Nuovo Regno. H: 2 cm. – L.: 1,20 cm. Peso: 2 gr. Profondità: 1,55 cm.
https://www.britishmuseum.org/collection/image/201365001 Inv. EA59417
© The Trustees of the British Museum . Condiviso con licenza Creative Commons

Alla fine del Secondo Periodo Intermedio i Faraoni, ispirandosi forse alla vicina cultura Kerma, i cui guerrieri venivano sepolti con armi e con grandi pendenti in bronzo ed avorio a forma di mosca, iniziarono ad utilizzare simili ciondoli in oro come onorificenza per i soldati che si erano distinti in battaglia.

La mosca nilotica quindi, simbolo di tenacia e determinazione forse perché punge ed infastidisce senza sosta gli animali, divenne anche espressione del favore reale.

Collana composta da dieci perline a forma di mosca, disposte una di fronte all’altra e schiena contro schiena. Il corpo delle mosche è stato realizzato in oro e sagomato, mentre le ali sono in vetro blu intarsiato. Gli occhi sono in diaspro e presentano un intarsio simile.
Lunghezza: 11,6 cm – Larghezza: 2,3 cm
Nuovo Regno – 1550 – 1069 circa.
https://data.fitzmuseum.cam.ac.uk/id/object/53754
Girocollo con decorazioni a forma di mosca, probabile terzo periodo intermedio.
Glencairn Museum (Bryn Athyn, Pennsylvania) n.15.JW.390, a questo link: https://www.glencairnmuseum.org/…/sacred-adornment…

Dopo la cacciata degli Hyksos dall’Egitto il re Ahmose ne insignì la madre, la regina Ahhotep, riconoscendole il ruolo fondamentale rivestito nella guerra di liberazione, facendo altresì erigere a Karnak una stele nella quale le rendeva grazie pubblicamente, incoraggiando il popolo a venerarla come colei che “ha compiuto i riti e si è presa cura dell’Egitto: ha curato i soldati egiziani, ha custodito l’Egitto, ha riportato indietro i fuggiaschi e riunito i disertori, ha pacificato l’Alto Egitto ed espulso i ribelli”.

Ciondoli a forma di mosca, ca. 1539–1292 a.C. Argento, cordoncino moderno, 12,7 × 16,5 × 1,3 cm Foto: Brooklyn Museum – N. di accesso 14.641 https://www.brooklynmuseum.org/en-GB/objects/8635
Collana in maiolica gialla, verde e blu, ed oro con amuleti a forma di mosca.
Secondo Periodo Intermedio – Inizio del Nuovo Regno (Dinastia 17–18 / ca. 1786–1482 a.C.). Da Tebe, Asasif, Tomba CC 37, Sepoltura 50, Scavi di Carnarvon
Dimensioni: L. 36,5 cm. Numero oggetto: 26.7.1374
Immagine di dominio pubblico a questo link: https://www.metmuseum.org/art/collection/search/552384

Il generale Ahmose-Pen-nekhbet, che servì Ahmose, Amenhotep I, Thutmose I, Thutmose II e Thutmose III nelle loro campagne militari, segnala orgogliosamente nella propria autobiografia di aver ricevuto ben sei mosche d’oro da Thutmose I quale ricompensa per il suo valore.

Una mosca realizzata con osso di ippopotamo, 1550-1295 a.C. (Museo di Brooklyn).
https://ru-egyptology.livejournal.com/61110.html
Amuleto in diaspro a bande verdi e bianche risalente al periodo tardo (Dinastia 25–30 Data: ca. 712–332 a.C.), lungo cm. 3. Numero oggetto: 55.172
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/545200

Thutmose III decorò il generale Amenemheb detto Mahu per il suo contributo nelle campagne in Canaan e Nubia e Dedy, governatore del deserto a ovest di Tebe, Capo delle truppe del Faraone e titolare della tomba TT200 per essersi distinto nel corso delle campagne siriane; il maggiordomo reale Suemnut ne fu insignito da Amenhotep II, probabilmente per aver combattuto con valore in Siria, in quanto nella sua tomba tebana (TT92) sono raffigurati carri e armi in stile siriano; Amenhotep III premiò coloro che avevano difeso i confini dell’impero, respingendo le invasioni dei Libici e dei Nubiani, tra i quali l’unità dei Medjay, distintasi per il suo coraggio collettivo.

Amuleti a forma di mosca. Meroe (Nubia), maiolica, 743-653 a.C. Boston. MFA
https://ru-egyptology.livejournal.com/61110.html
Girocollo in oro con perline a forma di mosca, cilindriche e tubolari e con pendente a forma di mosca in lapislazzuli. Nuovo Regno.
Brooklyn Museum, numero di registrazione 08.480.198

Probabilmente la mosca d’oro fu usata più in generale anche come simbolo dell’apprezzamento del sovrano, in quanto la stragrande maggioranza dei 125 esemplari dei quali è noto il contesto di rinvenimento è associata a donne, evidentemente estranee al valore guerresco; è quindi verosimile che fossero doni preziosi e beneauguranti, tenuto conto del fatto che nei Testi dei Sarcofagi questi insetti sono collegati alla rigenerazione e alla rinascita.

Girocollo con ciondoli a forma di mosca in corniola – Nuovo Regno – 1550 -1250 a. C.
Venduto da Christie.

FONTI:

Età Ramesside, Gioielli, Mai cosa simile fu fatta

BRACCIALI DI SETHY II

Di Grazia Musso

Argento, larghezza massima cm 6,5
Valle dei Re, tomba anonima N. 56 – Scavi di Th. Davis 1908
Museo Egizio del Cairo – JE 39688

Ornamento diffuso, i bracciali erano indossati sia dalle donne che dagli uomini.

Questi esemplari provengono dalla Valle dei Re e sono stati ritrovati, insieme ad altri gioielli appartenenti a Sethy e alla sua consorte, la regina Tausert, in una tomba anonima, probabilmente usata come nascondiglio dai saccheggiatori che violarono le sepolture dei due sovrani.

I due monili d’argento, di fattura simile, sono composti da due parti unite da una cerniera e da un fermaglio.

La parte principale, che veniva portata sull’esterno del polso, è decorata da una scena che raffigura la regina Tausert in piedi, mentre offre al faraone un vaso e un fiore; Sethy è seduto su un trono e tiene nella mano sinistra una coppa e nella destra un fusto di palma, simbolo degli anni.

In alto sono riportati i cartiglio con il nome di Tausert, ” Grande Sposa Reale” e i nomi di nascita e di incoronazione di Sethy II ( Userkheperura Sethy).

L’altra parte dei bracciali è decorata da cinque bande sovrapposte che recano motivi floreali stilizzati.

L’argento, importato dall’oriente, era definito dagli Egizi ” il metallo bianco” ed era considerato una varietà di oro.

Fonte :
I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo g National Geographic – Edizioni White Star

Gioielli, Mai cosa simile fu fatta, XIX Dinastia

ORECCHINI DI TAUSERT

Di Grazia Musso

Orecchini di Tausert, consorte di Sethy II
Altezza cm 13,5
Valle dei Re, tomba anonima n. 56
Scavi di Th. Davis 1908
Museo Egizio del Cairo – JE 39675

Quest orecchini d’oro sono stati ritrovati, insieme ad altri oggetti preziosi appartenuti a Sethy II e alla regina consorte, in una tomba anonima nella Valle dei Re, utilizzata probabilmente come nascondiglio.

I due monili, di dimensioni considerevoli, venivano fissati alle orecchie innestano l’uno nell’altro, dopo averli infilati nei fori dei lobi, due tubicini saldati a una calotta e a una rosetta che recano incisi i cartiglio con i nomi di incoronazione e di nascita del sovrano.

L’ANALISI FILOLOGICA A CURA DI LIVIO SECCO QUI

I pendagli sono costituito da due elementi : una placca trapezioedale su cui sono riportati i cartigli di Sethy e sette ciondoli hanno la forma di frutti di ninfea.

Gli orecchini fanno la loro comparsa nella Valle del Nilo all’inizio del Nuovo Regno, probabilmente introdotti dagli Hyksos.

Questo gioielli erano un ornamento sia maschile che femminile.

Sembra che i maschi li portassero solo fino all’adolescenza.

Infatti nelle rappresentazioni figurate gli uomini adulti non hanno mai orecchini, anche se a partire dal periodo di Akhenaton, i lobi sono sempre forati.

Fonte

I Tesori dell’Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star

Gioielli, Mai cosa simile fu fatta, XIX Dinastia

I BRACCIALI DI RAMSES II

Di Grazia Musso

Oro e lapislazzuli, diametro massimo cm 7,2
Tell Bast (Bubasti), Tesoro scoperto nel 1906
Museo Egizio del Cairo – JE 39873 = CG 52575 – 52576

I bracciali furono scoperti insieme ad altri gioielli e ad alcuni vasi i oro e argento nel corso di lavoro di sterto per la costruzione di una massicciata della linea ferroviaria che passava sul sito di Tell Basta, l’antica Bubasti.

Soltanto alcuni oggetti giunsero al Museo Egizio del Cairo, altri furono venduti e si trovano oggi al Metropolitan Museum of Art di New York e al Museo di Berlino.

Dovevano far parte di una stipe votiva o del tesoro di uno dei Templi di Bubasti.

Il fatto che accanto alla chiusura siano incisi a sbalzo i cartigli Ramses II induce a considerare i due bracciali come un dono offerto dal sovrano in persona ( le dimensioni sono quelle del braccio di un uomo) alla divinità locale, Bastet.

Ogni bracciale è in oro ed è composto da due parti, unite da una cerniera.

La decorazione è realizzata a granuli ed è basata su motivi geometrici.

Nella parte superiore è rappresentata un’anatra, dalla doppia testa e con il collo rivolto all’indietro, il cui corpo è formato da un frammento di lapislazzuli opportunamente lavorato.

La coda del volatile è invece realizzata in oro e prevede anch’essa una decorazione geometrica a granuli.

La parte inferiore dei monili è costituita da 17 barrette parallele, alternativamente lisce o striate, unite attraverso un foglio d’oro nel lato inferiore.

I due bracciali sono il prodotto di un’ oreficeria raffinata che prosegue la tradizione artigiana nell’ ambito della quale erano stati realizzati i gioielli di Tutankhamon con cui possono essere eseguiti precisi riscontri.

La compattezza dell’insieme è movimentata dai due colli delle anatre che si staccano nettamente e con grazia a superficie del gioiello.

Il connubio tra oro e lapislazzuli, pietra derivante dai commerci conl’Afganistan, assai utilizzato nella gioielleria egizia, risulta ancora una volta felice e attribuisce estrema eleganza all’insieme.

Fonte:

Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star

Gioielli, Mai cosa simile fu fatta, XVIII Dinastia

ORECCHINO dalla tomba di Horemheb

Di Grazia Musso

Oro e paste vitree, diametro cm. 3,9, peso 17,8 g
Saqqara, tomba di Horemheb
Scavi della spedizione anglo-olandese diretta da G. Martin 1977
Probabilmente regno di Akhenaton
Museo Egizio del Cairo – JE 97864

L’orecchino qui illustrato è stato trovato a Saqqara, nella tomba che il generale Horemheb si fece costruire prima di diventare faraone.

Il gioiello, d’oro massiccio, reca al centro un’immagine finemente cesellata di un sovrano sotto forma di sfinge con la corona azzurra ornata da ureo, la barba posticcia è un largo collare usekh.

Due bande circolari, decorate con un motivo a “V”, che alterna oro e pasta vitrea azzurra, conservata solo in parte, circondano la sfinge.

Sui bordi dell’orecchio sono applicati piccoli anelli granulati fra i quali originariamente erano inseriti elementi cilindrici in pasta vitrea ; probabilmente i cinque anelli inferiori sostenevano dei pendagli.

Sulla cima del gioiello è saldata una lamina d’oro a forma di collare-usekh.

L’orecchino veniva fissato facendo passare, attraverso il lobo forato, una piccola vite infilata in due anelli di cui uno solo si è conservato.

Il profilo della sfinge evoca l’effige di Akhenaton ed è probabile che il gioiello risalga al suo regno o ai primi anni del regno di Tutankhamon.

Fonte

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.

Gioielli, Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno

LO SPECCHIO DI SIT-HATHOR-YUNIT

Di Grazia Musso

Da El Lahun, tomba di Sit-Hathor-yunit
XII Dinastia, regno di Amenemhat III
Argento, oro, ossidiana, pietre dure.
Altezza 28 cm.
Museo Egizio del Cairo
Scavi di Petrie 1914
JE 44820 = CG 52663

Nel tesoro della principessa, figlia di Sesostri II, si trovava questo specchio in argento.

Il prezioso manico in ossidiana , oro e pietre semipreziose, raffigura un papiro, fra lo stelo e l’umbrella aperta si incastona la testa aurea della dea Hathor.

Fonte

Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra

Gioielli, Mai cosa simile fu fatta, Medio Regno

LA COLLANA DELLA PRINCIPESSA KHNUMIT

Di Grazia Musso

Oro, cornaline, turchese, lapislazzuli – Lunghezza cm 35
Dahshur, complesso funerario di Amenemhat II
Tomba della principessa Khnumit
Scavi di Jacques De Morgan 1894
XII Dinastia, regno di Amenemhat II 1932-1898 a. C
Museo Egizio del Cairo, JE 31116 = CG 53018.

La tomba, della principessa Khnumit, scavata nel 1894, fu portata alla luce nell’area ovest della piramide reale.

Al momento del ritrovamento, gli elementi della collana erano sparsi sulle bende della mummia.

Questa bellissima collana è composta da due file di perline in oro tra le quali erano fissate dieci coppie di amuleti, posti simmetricamente ai due lati di una composizione di segni geroglifici in cui il segno della vita anks sormontato il segno hetep, che rappresenta una tavola di offerta.

Dal centro verso le estremità si riconoscono il segno user, simbolo di potenza, un’immagine di Anubi, la dea avvoltoio Nekhbet e la dea cobra Uadjet, simbolo della signoria sull’ Alto e Basso Egitto, il sistro hathorico, l’occhio sacro di Horus, il vasetto khenem, il pilastro djed, il segno sema indicante la trachea simbolo dell’ unità, l’ape simbolo del Basso Egitto.

Alla fine inferiore delle perline d’oro è applicata una serie di pendenti a goccia variopinti, mentre l’allacciatura della collana è costituita da due teste di falco.

Eccetto le due catenine, tutti gli altri elementi sono incastonati in pietre dure: turchese, lapislazzuli e cornalina che si alternano sul gioiello formando una ricercata e armoniosa composizione cromatica.

Fonte:

Tesori Egizi nella collezione del Museo del Cairo – Francesco Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star