Di Luisa Bovitutti


I DIADEMI NEL MEDIO REGNO
L’APICE DELLA RAFFINATEZZA

I DIADEMI DEL TERZO PERIODO INTERMEDIO
IL DIADEMA DI KAROMAMA II

I DIADEMI DEI TOLOMEI
IL DIADEMA DI UN NOBILE
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Di Luisa Bovitutti



IL DIADEMA DI KAROMAMA II

IL DIADEMA DI UN NOBILE
Di Luisa Bovitutti
AY SPOSÒ ANKHESENAMUN?
Tutankhamon morì senza eredi diretti ed i candidati più probabili alla successione erano il Gran Visir Ay ed il Generalissimo Horemheb, i quali, pur non essendo nobili, avevano raggiunto le più alte vette del potere grazie alle loro capacità, diventando membri del Consiglio di Reggenza del giovane sovrano ed inducendolo a restaurare l’ortodossia e ad abbandonare Akhetaton, riportando la capitale a Tebe.

L’anziano Ay era, probabilmente, fratello della regina Tiye e forse padre di Nefertiti, della quale sua moglie Tey era stata la nutrice; grazie a questi legami familiari ed alla sua lealtà alla corona acquisì grande autorevolezza a corte con Amenhotep III e poi con Akhenaton (che l’aveva gratificato con il titolo di “it-netjer” o “Padre del Dio”) e con Tutankhamon.

Il vigoroso Horemheb invece era il Comandante supremo dell’esercito settentrionale, scelto forse da Akhenaton (del quale era cognato per avere sposato Mutnodjmet, sorella di Nefertiti), difendeva valorosamente il turbolento confine con il regno ittita e contava sulla fedeltà tributatagli dai suoi soldati; il suo prestigio era tale che Tutankhamon l’aveva nominato “iry-pat” (“Principe Ereditario o Coronato”) e “idnw” (“Vice del Re” in tutto il paese).
All’improvvisa morte del giovane sovrano, tuttavia, il Generalissimo era impegnato in una campagna contro gli Ittiti, per cui Ay approfittò fulmineamente della situazione e si impadronì del potere prima che il rivale riuscisse a rientrare in patria a contendergli il trono: in effetti sulla parete di fondo della camera sepolcrale della tomba di Tutankhamon il vecchio dignitario appare già come Kheper Kheperu Ra (quarto protocollo di Ay), indossa la corona khepresh e l’ureo reale sulla fronte ed esegue il rito dell’apertura della bocca sulla mummia del faraone defunto, prerogativa del suo successore.

E’ controverso se per legittimare la sua pretesa al trono egli avesse anche sposato la giovane Ankhesenamon, figlia, sorella e vedova di re, di purissimo lignaggio e di indiscusso prestigio per avere restaurato il culto degli antichi dei.

Dopo la morte di Tutankhamon ella scomparve dalla storia, il che induce a ritenere verosimile ciò che ipotizza il professor Aidan Dodson, e cioè che avesse abbandonato la corte ritirandosi a vita privata oppure che fosse morta; l’unico reperto risalente al breve regno di Ay che la menziona è un anello in faience azzurra recante il suo cartiglio affiancato a quello di Kheper Kheperu Ra, asseritamente trovato in un sito sconosciuto del Delta e descritto nel 1931 dall’egittologo Percy Newberry, dal quale esso prese il nome.

L’anello gli venne offerto in vendita da Ralph Blanchard, titolare di un famoso negozio di antiquariato del Cairo, ma egli non ritenne di comprarlo ed in seguito se ne perse ogni traccia; nel 1973 un anello simile, in faience di colore beige e dall’incerta provenienza fu acquistato dal Museo di Berlino ove si trova tuttora esposto.
Sebbene i sovrani fossero soliti commemorare il proprio matrimonio con l’emissione di scarabei e non di anelli, alcuni studiosi, tra i quali il dott. Bob Brier, ritengono che questo manufatto provi che effettivamente quelle nozze avvennero.
In passato, infatti, molti egittologi ritenevano che in Egitto il potere reale si trasmettesse per linea femminile e che l’aspirante al trono (chiunque fosse, anche lo stesso figlio maggiore del sovrano) lo potesse conquistare solo legandosi alla figlia o alla sorella del suo predecessore; per regnare legittimamente, quindi, Ay doveva prendere in moglie Ankhesenamon, anche solo in modo cerimoniale: come ho già sottolineato, questa teoria fondata su basi estremamente fragili ha trovato non pochi oppositori.
L’egittologa britannica dott. Joyce Tyldesley ha ipotizzato addirittura che l’anello potesse essere un falso, sebbene Blanchard rilasciasse certificati di autenticità per i reperti che vendeva e fosse considerato un professionista serio; egli infatti occasionalmente fece affari con l’antiquario e falsario armeno Oxnan Aslanian, e già i suoi contemporanei Herbert Winlock e Caroline Ramson Williams sospettavano che costui gli avesse venduto oggetti contraffatti che egli avrebbe messo in commercio credendoli autentici.
La studiosa ha altresì affermato che l’oggetto potrebbe essere stato distribuito da Ay per enfatizzare il vincolo di parentela con Ankhesenamon (figlia di Nefertiti e nipote di Tiye) e conferire maggiore lustro al suo lignaggio non reale, oppure che l’artigiano che ne plasmò lo stampo e che verosimilmente non sapeva né leggere nè scrivere potrebbe aver commesso un errore nell’iscrizione di uno dei due cartigli.
In effetti nell’Egitto antico gli anelli in faience erano molto diffusi in quanto economici e di facile produzione, ma diversamente da oggi non simboleggiavano un vincolo matrimoniale; inoltre sulle immagini scolpite sulle pareti della tomba di Ay il ruolo di Grande Sposa Reale è rivestito da Tey, la donna che egli aveva sposato molto prima di diventare Faraone; sarebbe quindi da escludere che egli avesse sposato la giovane vedova e che le dovesse il trono.
A quanto risulterebbe dalle fonti, inoltre, costei non desiderava affatto legarsi all’anziano dignitario, che all’epoca aveva tra i 60 ed i 70 anni e che giudicava inferiore, in quanto è quasi unanimemente ritenuta l’autrice della famosa lettera ritrovata ad Hattusa con la quale una regina egizia, rimasta vedova e senza eredi, affermava di non volersi unire ad un suo “servo” e chiedeva a Suppiluliuma I di inviarle uno dei suoi figli con il quale governare le Due Terre e perpetuare la sua dinastia.
La questione è ancora aperta, nella speranza di trovare nuovi elementi di valutazione.
Troverete i crediti delle immagini nelle didascalie.
FONTI:
Percy Edward Newberry, “King Ay, the Successor of Tut’ankhamūn,” The Journal of Egyptian Archaeology Vol. 18, No. 1/2 (May 1932) https://www.jstor.org/stable/3854904
https://egypt-museum.com/ankhesenamun/
https://missremember.substack.com/…/the-man-who-sold…
https://themator.museum-digital.de/t/1023/1027
Di Luisa Bovitutti

I primi amuleti a forma di mosca in pietra dura, faience o vetro risalgono al periodo predinastico; forse si pensava che tenessero lontani gli insetti e che proteggessero dalle loro punture.

Nell’Antico e Medio Regno la sagoma di una mosca veniva anche incisa sulle bacchette magiche, manufatti a forma di mezzaluna ricavati in avorio di ippopotamo e destinati a difendere il proprietario da possibili sventure, e l’utilizzo degli amuleti si protrasse anche nei secoli successivi fino al Nuovo Regno.

Alla fine del Secondo Periodo Intermedio i Faraoni, ispirandosi forse alla vicina cultura Kerma, i cui guerrieri venivano sepolti con armi e con grandi pendenti in bronzo ed avorio a forma di mosca, iniziarono ad utilizzare simili ciondoli in oro come onorificenza per i soldati che si erano distinti in battaglia.

La mosca nilotica quindi, simbolo di tenacia e determinazione forse perché punge ed infastidisce senza sosta gli animali, divenne anche espressione del favore reale.


Dopo la cacciata degli Hyksos dall’Egitto il re Ahmose ne insignì la madre, la regina Ahhotep, riconoscendole il ruolo fondamentale rivestito nella guerra di liberazione, facendo altresì erigere a Karnak una stele nella quale le rendeva grazie pubblicamente, incoraggiando il popolo a venerarla come colei che “ha compiuto i riti e si è presa cura dell’Egitto: ha curato i soldati egiziani, ha custodito l’Egitto, ha riportato indietro i fuggiaschi e riunito i disertori, ha pacificato l’Alto Egitto ed espulso i ribelli”.


Il generale Ahmose-Pen-nekhbet, che servì Ahmose, Amenhotep I, Thutmose I, Thutmose II e Thutmose III nelle loro campagne militari, segnala orgogliosamente nella propria autobiografia di aver ricevuto ben sei mosche d’oro da Thutmose I quale ricompensa per il suo valore.


Thutmose III decorò il generale Amenemheb detto Mahu per il suo contributo nelle campagne in Canaan e Nubia e Dedy, governatore del deserto a ovest di Tebe, Capo delle truppe del Faraone e titolare della tomba TT200 per essersi distinto nel corso delle campagne siriane; il maggiordomo reale Suemnut ne fu insignito da Amenhotep II, probabilmente per aver combattuto con valore in Siria, in quanto nella sua tomba tebana (TT92) sono raffigurati carri e armi in stile siriano; Amenhotep III premiò coloro che avevano difeso i confini dell’impero, respingendo le invasioni dei Libici e dei Nubiani, tra i quali l’unità dei Medjay, distintasi per il suo coraggio collettivo.


Probabilmente la mosca d’oro fu usata più in generale anche come simbolo dell’apprezzamento del sovrano, in quanto la stragrande maggioranza dei 125 esemplari dei quali è noto il contesto di rinvenimento è associata a donne, evidentemente estranee al valore guerresco; è quindi verosimile che fossero doni preziosi e beneauguranti, tenuto conto del fatto che nei Testi dei Sarcofagi questi insetti sono collegati alla rigenerazione e alla rinascita.

FONTI:
Di Grazia Musso

Ornamento diffuso, i bracciali erano indossati sia dalle donne che dagli uomini.
Questi esemplari provengono dalla Valle dei Re e sono stati ritrovati, insieme ad altri gioielli appartenenti a Sethy e alla sua consorte, la regina Tausert, in una tomba anonima, probabilmente usata come nascondiglio dai saccheggiatori che violarono le sepolture dei due sovrani.
I due monili d’argento, di fattura simile, sono composti da due parti unite da una cerniera e da un fermaglio.
La parte principale, che veniva portata sull’esterno del polso, è decorata da una scena che raffigura la regina Tausert in piedi, mentre offre al faraone un vaso e un fiore; Sethy è seduto su un trono e tiene nella mano sinistra una coppa e nella destra un fusto di palma, simbolo degli anni.

In alto sono riportati i cartiglio con il nome di Tausert, ” Grande Sposa Reale” e i nomi di nascita e di incoronazione di Sethy II ( Userkheperura Sethy).
L’altra parte dei bracciali è decorata da cinque bande sovrapposte che recano motivi floreali stilizzati.
L’argento, importato dall’oriente, era definito dagli Egizi ” il metallo bianco” ed era considerato una varietà di oro.
Fonte :
I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo g National Geographic – Edizioni White Star
Di Grazia Musso

Quest orecchini d’oro sono stati ritrovati, insieme ad altri oggetti preziosi appartenuti a Sethy II e alla regina consorte, in una tomba anonima nella Valle dei Re, utilizzata probabilmente come nascondiglio.

I due monili, di dimensioni considerevoli, venivano fissati alle orecchie innestano l’uno nell’altro, dopo averli infilati nei fori dei lobi, due tubicini saldati a una calotta e a una rosetta che recano incisi i cartiglio con i nomi di incoronazione e di nascita del sovrano.
L’ANALISI FILOLOGICA A CURA DI LIVIO SECCO QUI

I pendagli sono costituito da due elementi : una placca trapezioedale su cui sono riportati i cartigli di Sethy e sette ciondoli hanno la forma di frutti di ninfea.



Gli orecchini fanno la loro comparsa nella Valle del Nilo all’inizio del Nuovo Regno, probabilmente introdotti dagli Hyksos.
Questo gioielli erano un ornamento sia maschile che femminile.
Sembra che i maschi li portassero solo fino all’adolescenza.
Infatti nelle rappresentazioni figurate gli uomini adulti non hanno mai orecchini, anche se a partire dal periodo di Akhenaton, i lobi sono sempre forati.

Fonte
I Tesori dell’Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star
Di Grazia Musso

I bracciali furono scoperti insieme ad altri gioielli e ad alcuni vasi i oro e argento nel corso di lavoro di sterto per la costruzione di una massicciata della linea ferroviaria che passava sul sito di Tell Basta, l’antica Bubasti.
Soltanto alcuni oggetti giunsero al Museo Egizio del Cairo, altri furono venduti e si trovano oggi al Metropolitan Museum of Art di New York e al Museo di Berlino.

Dovevano far parte di una stipe votiva o del tesoro di uno dei Templi di Bubasti.
Il fatto che accanto alla chiusura siano incisi a sbalzo i cartigli Ramses II induce a considerare i due bracciali come un dono offerto dal sovrano in persona ( le dimensioni sono quelle del braccio di un uomo) alla divinità locale, Bastet.
Ogni bracciale è in oro ed è composto da due parti, unite da una cerniera.
La decorazione è realizzata a granuli ed è basata su motivi geometrici.
Nella parte superiore è rappresentata un’anatra, dalla doppia testa e con il collo rivolto all’indietro, il cui corpo è formato da un frammento di lapislazzuli opportunamente lavorato.

La coda del volatile è invece realizzata in oro e prevede anch’essa una decorazione geometrica a granuli.
La parte inferiore dei monili è costituita da 17 barrette parallele, alternativamente lisce o striate, unite attraverso un foglio d’oro nel lato inferiore.
I due bracciali sono il prodotto di un’ oreficeria raffinata che prosegue la tradizione artigiana nell’ ambito della quale erano stati realizzati i gioielli di Tutankhamon con cui possono essere eseguiti precisi riscontri.
La compattezza dell’insieme è movimentata dai due colli delle anatre che si staccano nettamente e con grazia a superficie del gioiello.
Il connubio tra oro e lapislazzuli, pietra derivante dai commerci conl’Afganistan, assai utilizzato nella gioielleria egizia, risulta ancora una volta felice e attribuisce estrema eleganza all’insieme.
Fonte:
Tesori Egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – F. Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star
Di Grazia Musso

L’orecchino qui illustrato è stato trovato a Saqqara, nella tomba che il generale Horemheb si fece costruire prima di diventare faraone.
Il gioiello, d’oro massiccio, reca al centro un’immagine finemente cesellata di un sovrano sotto forma di sfinge con la corona azzurra ornata da ureo, la barba posticcia è un largo collare usekh.
Due bande circolari, decorate con un motivo a “V”, che alterna oro e pasta vitrea azzurra, conservata solo in parte, circondano la sfinge.
Sui bordi dell’orecchio sono applicati piccoli anelli granulati fra i quali originariamente erano inseriti elementi cilindrici in pasta vitrea ; probabilmente i cinque anelli inferiori sostenevano dei pendagli.
Sulla cima del gioiello è saldata una lamina d’oro a forma di collare-usekh.
L’orecchino veniva fissato facendo passare, attraverso il lobo forato, una piccola vite infilata in due anelli di cui uno solo si è conservato.
Il profilo della sfinge evoca l’effige di Akhenaton ed è probabile che il gioiello risalga al suo regno o ai primi anni del regno di Tutankhamon.
Fonte
I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.
Di Grazia Musso

Nel tesoro della principessa, figlia di Sesostri II, si trovava questo specchio in argento.
Il prezioso manico in ossidiana , oro e pietre semipreziose, raffigura un papiro, fra lo stelo e l’umbrella aperta si incastona la testa aurea della dea Hathor.

Fonte
Antico Egitto di Maurizio Damiano – Electra
Di Grazia Musso

La tomba, della principessa Khnumit, scavata nel 1894, fu portata alla luce nell’area ovest della piramide reale.
Al momento del ritrovamento, gli elementi della collana erano sparsi sulle bende della mummia.
Questa bellissima collana è composta da due file di perline in oro tra le quali erano fissate dieci coppie di amuleti, posti simmetricamente ai due lati di una composizione di segni geroglifici in cui il segno della vita anks sormontato il segno hetep, che rappresenta una tavola di offerta.
Dal centro verso le estremità si riconoscono il segno user, simbolo di potenza, un’immagine di Anubi, la dea avvoltoio Nekhbet e la dea cobra Uadjet, simbolo della signoria sull’ Alto e Basso Egitto, il sistro hathorico, l’occhio sacro di Horus, il vasetto khenem, il pilastro djed, il segno sema indicante la trachea simbolo dell’ unità, l’ape simbolo del Basso Egitto.

Alla fine inferiore delle perline d’oro è applicata una serie di pendenti a goccia variopinti, mentre l’allacciatura della collana è costituita da due teste di falco.
Eccetto le due catenine, tutti gli altri elementi sono incastonati in pietre dure: turchese, lapislazzuli e cornalina che si alternano sul gioiello formando una ricercata e armoniosa composizione cromatica.
Fonte:
Tesori Egizi nella collezione del Museo del Cairo – Francesco Tiradritti – fotografie Arnaldo De Luca – Edizioni White Star
Di Grazia Musso

La tomba inviolata della principessa Neferuptah, figlia di Amenemhat III, fu scoperta sotto una piramide di mattoni ridotta ad un cumulo di detriti a sud-est della piramide del padre.
All’interno del sarcofago di granito ne era stato collocato uno di legno che custodiva la mummia della principessa, ornata con un gran numero di preziosi gioielli.
La ricca collezione comprendeva gonnellini di perle, collane, anelli e bracciali eseguiti in oro e pietre semipreziose, secondo la raffinata tradizione orafa della XII Dinastia.
La collana usekh che decorava il petto della mummia rappresentava un tipo di ornamento molto comune nell’antico Egitto.
Le raffigurazioni parietali e le statue la mostrano spesso al collo di divinità, re, regine.
La funzione del monile non era puramente estetica, in quanto si riteneva che avesse anche valenze di allontanare o ad annullare un influsso magico maligno.
La collana è composta da sei fili alternati di perle tubolari di feldspato e cornalina, separati tra loro da piccole perle d’oro.
Il bordo inferiore è impreziosito da motivi a goccia intarsiati con feldspato, cornalina e pasta vitrea blu, delimitati in alto e in basso da due fili di perle d’oro disposte orizzontalmente.
Le estremità della collana terminano con due fermagli a testa di falco eseguiti in foglia d’oro sbalzata.
Da qui si di partono due fili di perle di cornalina e feldspato che giungono a una terza testa di falco simile alle precedenti, ma realizzata in scala ridotta.
Essa rappresenta il vertice del contrappeso manekhet, che doveva pendere dietro al collo e la cui composizione riprende il motivo della parte frontale della collana, essendo costituito da un’alternanza di fili di perline in cornalina e feldspato, di lunghezza crescente dall’alto verso il basso, separati da rigide barrette d’oro.
Il bordo inferiore del contrappeso termina con dieci pendenti di cornalina a forma di goccia.
Le tre teste di falco conservano ancora al loro interno tracce di argento che indicano l’originaria presenza di un nucleo di tale materiale perforato a cui erano fissati i numerosi fili di perle della collana.

Fonte:
Tesori egizi nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Francesco Tiradritti – foto Arnaldo De Luca – Edizioni White Star