EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre

LE PIRAMIDI A GRADONI

Secondo Erodoto, la fondazione di Menfi come capitale delle Due Terre, fu una delle più grandi imprese del leggendario Menes fondatore della I Dinastia. Ragionevolmente, si può concordare che un’amministrazione centralizzata potesse essere condotta in maniera ottimale nel luogo strategicamente più rilevante dell’epoca, vale a dire il punto di congiunzione ideale tra l’Alto Egitto (la Valle) ed il Basso Egitto (il Delta).

A Saqqara Nord è presente la necropoli ufficiale della regione menfita, la prima per le inumazioni regali assieme a quella di Umm el-Qaab, nei pressi di Abydos.

Poco a ovest di Menfi, presso il margine settentrionale della piana di Saqqara e non lontano dal luogo dove circa mezzo millennio più tardi Djoser avrebbe edificato il complesso della piramide a gradoni, Aha eresse la sua tomba a mastaba (denominata S 3357 e scoperta nel 1936 dall’archeologo britannico W.B. Emery), caratterizzata da una sovrastruttura modanata e da una fossa per barca. Da allora, i successori della I Dinastia seguirono questo esempio promuovendo lo sviluppo della necropoli di Saqqara Nord. L’egittologo tedesco Hans Wolgang Müller , con argomentazioni convincenti, documentò che le maggiori mastabe di Saqqara (contraddistinte dalla tecnica di modanatura tipica del Basso Egitto), dovevano essere considerate cenotafi (vale a dire “tombe vuote”) dei re protodinastici, mentre le sepolture che le circondavano appartenevano a membri della famiglia reale e a funzionari di alto rango. I veri sepolcri di questi sovrani, invece, si trovavano ad Abydos, nella necropoli di Umm el-Qaab.

Le tombe dei primi re della II Dinastia non sono state ancora localizzate, ma un’iscrizione sulla spalla di un sacerdote cultuale della III Dinastia, Hetepdfjef, elenca i nomi di Horo dei primi tre re di quel periodo: HotepsekhemwyNeb[i]ra (o Raneb) e Ninetjer, suggerendo che la loro sepoltura si trovasse nella necropoli di Saqqara. In effetti, le gallerie sotterranee di due grandi tombe, scoperte poco a sud del complesso di Djoser, nell’area della piramide di Unas (ultimo re della V Dinastia), potrebbero appartenere a Hotepsekhemwy (oppure a Raneb) e a Ninetjer. Inoltre, la stele funeraria di Raneb (Immagine n. 1), rinvenuta a Saqqara lascerebbe supporre che questo sovrano fu sepolto proprio lì.

La stele di Raneb, quasi certamente, fu rinvenuta nella zona di Menfi, l’antica capitale egizia. Questo ha portato a ipotizzare che la sua tomba si trovasse nella vicina necropoli di Saqqara, dove sono stati rinvenuti sigilli di giare recanti il nome del re (© Foto https://www.metmuseum.org/art/collection/search/545799)

Khaeskhemwy fu l’ultimo re del Periodo Arcaico e si fece seppellire ad Abydos. Il suo successore*, Djoser Netjerikhet (Immagine n. 2), quasi certamente fondatore della III Dinastia, segnò l’avvento di un’era di novità e progresso sia nel campo delle arti e dell’architettura, sia in quello della scrittura e dell’amministrazione. Ispirato dalla sua forza innovativa, questo sovrano fu capace di erigere un immenso complesso funerario sul plateau di Saqqara che gli consentisse di perpetuare nell’Aldilà le cerimonie che avevano caratterizzato la sua vita terrestre.

Immagine n. 2 Particolare della famosissima statua assisa di Djoser in calcare dipinto. Fu rinvenuta nel serdab in pietra del tempio funerario di Saqqara. Gli occhi, lavorati con pietre semipreziose, sono andati perduti, ma la maestà dell’aspetto è espressa dalla massiccia parrucca, dalla barba cerimoniale e da copricapo nemes. Museo Egizio del Cairo (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 87)

Questa straordinaria concentrazione di edifici, una vera e propria città nella necropoli, è considerata come la prima realizzazione monumentale costruita interamente con pietra da taglio. La piramide che la domina, inoltre, è la prima che presenta queste caratteristiche. Il possente recinto che delimita la tomba e i suoi edifici di culto insistono su un’area di circa 15 ettari, vale a dire delle dimensioni colossali e assolutamente fuori del comune per un complesso funerario (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Veduta aerea del complesso di Djoser a Saqqara (© ph Label News. Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 26)

*Le liste dei re di Abydos e del Canone di Torino collocano Nebka (il cui nome di Horus, Sanakht, sembrerebbe a lui collegato) prima di Djoser, mentre la lista di Saqqara colloca Nebka dopo Djoser e Sekemkhet. Lo prove archeologiche,infine, mostrano che il fondatore della III dinastia fu molto probabilmente Djoser.

La III Dinastia fu l’ “Età della Piramide a Gradoni”, un’ epoca in cui l’impulso verso la conquista della magnificenza conobbe un’accelerazione impressionante. Gli “architetti” di Djoser e dei suoi successori posero le solide basi che avrebbero condotto alla costruzione delle grandi piramidi durante le successive dinastie dell’Antico Regno. Possiamo senz’altro definire questo periodo come la prima “Età dell’oro” della lunghissima storia egizia.

Dai manufatti superstiti coevi apprendiamo che Djoser (Immagine n. 4) era chiamato Netjerikhet: è questo, infatti, il nome con cui viene identificato nelle statue e nei rilievi rinvenuti sotto la Piramide a Gradoni, nonché nella relativa tomba sud*. In realtà, il nome proprio con il quale è molto più noto ai nostri giorni, compare per la prima volta nel famoso Papiro Westcar, risalente al Medio Regno.

Immagine n. 4 In questo piedistallo i piedi del re Djoser poggiano sui nove archi (i tradizionali nemici dell’Egitto); i tre uccelli-rḫyt (upupe) rappresentano il popolo. A sinistra del nome di Horo del sovrano, Netjerikhet, figurano il nome e i titoli del suo architetto Imhotep. Museo egizio del Cairo. (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 89)

Dai canoni regi di epoca ramesside (Abydos, Saqqara e Torino) in poi, Netjerikhet fu identificato unicamente con il nome Djoser. Colui che compilò il Canone Regio di Torino ne scrisse il nome con inchiostro rosso (anziché nero) per evidenziarne l’importanza; ciò lascia presupporre che il suo regno all’epoca, fosse considerato come il punto di partenza di una nuova era. Infine, Manetone, il famoso storico e sacerdote egizio, vissuto nel III secolo a.C. lo cita come Tosorthros.

Nella lista di Saqqara, Djoser viene indicato come primo re della III Dinastia, mentre i Canoni di Abydos e di Torino indicano Nebka come suo predecessore e, quindi, fondatore della stessa. Oggi, le evidenze archeologiche – in particolare il rinvenimento da parte di Günter Dreyer di sigilli d’argilla recanti il nome di Horo Netjerikhet nella tomba di Khasekhemwuy, ultimo sovrano della II Dynastia – permettono di attribuire, con ragionevole sicurezza, il ruolo di capostipite a Djoser. Probabilmente, Nebka deve essere identificato con un altro sovrano il cui nome di Horo, Sanakht, compare in due rilievi scolpiti nei pressi delle miniere di turchese nella penisola del Sinai (Immagine n. 5) e in alcuni sigilli rinvenuti nel tempio funerario di Djoser. Inoltre, una menzione di Nebka, anche questa proveniente dal Papiro Westcar, lo posiziona chiaramente tra Djoser Snefru, fondatore della IV Dinastia.

Immagine n. 5 Rilievo del Sinai che mostra lo Horus Sanakht che uccide un nemico. Londra, British Museum

Quando furono posate le prime fondazioni del complesso di Saqqara, nulla lasciava presagire ciò che sarebbe diventato. Sicuramente, Djoser aveva già dato prova di possedere un’ambizione smisuratamente maggiore rispetto a quella dei suoi processori accordando al suo “architetto” l’utilizzo integrale della pietra, ma, probabilmente, l’idea di una sepoltura destinata a rappresentare e favorire l’ascesa al cielo del re fu concepita in un secondo momento. Ad ogni modo, allo scopo di realizzare una tomba reale che dominasse tutto il complesso, furono concepite nuove forme e strutture; queste vengono tradizionalmente attribuite a Imhotep **, il “grande responsabile degli artigiani”, leggendario architetto (e non solo) che più tardi sarà elevato al rango di divinità (Immagine n. 6) .

Immagine n. 6 Una delle rappresentazioni tipiche di Imhotep lo ritrae assiso mentre srotola un papiro, per dare risalto alla sua condizione di saggio. Il copricapo a calotta gli conferisce l’aspetto del dio Ptah, considerato suo padre. I suoi piedi, calzati con sandali, poggiano su una piccola base quadrata con inciso il nome di Imhotep e del dedicante, Pediamun, figlio di Bes e Irteru. Museo Egizio del Cairo, Epoca tarda, ca. 664-332 a.C (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 88)

Bisogna essere davvero dotati di un’immaginazione fuori dal comune per farsi un’idea di come potesse apparire questo gioiello architettonico il giorno dei funerali del re: una muraglia di cinta bianca, resa abbagliante dalla politura della pietra calcarea, si stagliava al centro di un scenario che all’epoca doveva essere piuttosto simile a quelle delle savane africane odierne; gli edifici di culto colpivano per la ricchezza dei soggetti dipinti i cui vividi colori aggiungevano alla trasposizione sulla pietra degli elementi vegetali l’illusione della vita terrena in un regno immobile quale quello dedicato ai morti (Immagine n. 7).

Immagine n. 7 Ricostruzione del complesso di Djoser (©Franck Monnier et Paul François, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 27)

L’esplorazione moderna del monumento ebbe inizio solo a partire dal XIX secolo quando, nel 1924, iniziò lo scavo sistematico del sito sotto la direzione dell’egittologo britannico Cecil Mallaby Firth che, resosi conto dell’enormità del progetto si fece affiancare, a partire dal 1926 da un giovanissimo architetto e archeologo francese rispondente al nome di Jean-Philippe Lauer. Quest’ultimo, dopo la scomparsa di Firth, avvenuta nel 1931, riprese il cantiere in collaborazione con James Edward Quibell fino al 1935. A partire da quell’anno ne assunse, infine, la direzione. Lo studio del complesso l’avrebbe tenuto occupato per tutta la sua vita ed in modo così pregnante da lasciare un’impronta indelebile su questo sito prestigioso.

* Si tratta di una struttura, piuttosto enigmatica, situata nella parte meridionale del recinto piramidale. È dotata di gallerie ipogee simili a quelle che si trovano sotto la piramide stessa e contiene una camera sepolcrale che è, però, troppo piccola per ospitare una sepoltura.

** Per ulteriori approfondimenti sulla straordinaria figura di Imhotep:

Secondo l’egittologo tedesco Dietrich Wildung, Imhotep iniziò, con tutta probabilità, ad esercitare già all’epoca di Khasekhemwuy e morì sotto il regno di Huni, l’ultimo re della III Dinastia; non era di nobili origini (era forse figlio di un modesto architetto di nome Kanofer) e neanche, sempre secondo l’archeologo teutonico, vi sono prove assolutamente certe che fu mai innalzato alla carica di visir. Nondimeno, acquisì un’enorme fama non solo come architetto, ma anche come medico, scrittore e sapiente che, nel corso del tempo, non fece altro che accrescersi. Nel Nuovo Regno questo “genio” dell’antichità, fu considerato “patrono degli scribi” e nel Canone di Torino è menzionato quale “figlio di Ptah”, prima indicazione della sua antica reputazione di semidio che si sarebbe più tardi, in epoca saitica, trasformata in una vera e propria deificazione. La sua fama rimase invariata anche in epoca tolemaica (Immagine n.8) come attesta un’iscrizione scolpita sull’isola di Sahel, a sud di Aswan, in cui si fa menzione di Djoser e del suo famoso architetto (Immagine n. 9).

Immagine n. 8 Rappresentazione, d’epoca tolemaica, del saggio Imhotep. Museo del Louvre, E4216 (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 30)

L’ ingegnosità di questo “Leonardo da Vinci” ante litteram, è contraddistinta tanto dall’utilizzo intensivo e innovativo della pietra per costruzioni (per la verità, la Pietra di Palermo, cita l’edificazione di un tempio con tali caratteristiche alla fine della II Dinastia, ma nulla prova che sia mai stato completato) quanto dalla geniale intuizione di sovrapporre forme nuove e tradizionali nell’edificazione dello straordinario complesso funerario di Djoser.

Immagine n. 9 La famosa “Stele della carestia”. Si tratta di un’epigrafe scolpita, quasi sicuramente in epoca tolemaica (332-31 a.C.) sull’isola di Sahel, nei pressi di Aswan. In essa si racconta una storia ambientata durante il 18° anno di regno di Djoser. Il sovrano è estremamente preoccupato dal fatto che da sette anni il Nilo non esondava, provocando grave siccità, con relativa penuria di raccolti e conseguente malcontento del popolo. Il re chiede pertanto aiuto al suo gran sacerdote Imhotep, affinché riuscisse a scoprire il luogo di nascita di Hapy, la divinità fluviale direttamente identificata con il grande fiume. La storia si conclude con il successo di Imhotep e con l’emissione di un editto da parte del re in cui concede il tempio di Khnum ad Elefantina, con tutti i suoi averi, oltre ad una parte dei tributi provenienti dalla Nubia (© ph. Morburre – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=64990839

Il sito funerario di questo sovrano fu progettato su un’area soprelevata del plateau di Giza, in prossimità della grande necropoli dei dignitari della II Dinastia, al fine di poterlo erigere in posizione dominante rispetto all’antica capitale Menfi. Le mastabe sovrapposte, che diedero vita alla famosa piramide a gradoni, furono costruite su un’altura che sovrastava di qualche metro l’intero distretto. La presenza di notevoli dislivelli costrinse i costruttori a colmare le varie depressioni con circa 400.000 mc. di materiali di risulta costituiti da pietrisco, scarti da taglio, sabbia e argilla, per potere innalzare la piattaforma del complesso al medesimo livello del piano di sepoltura. Al limitare del terrapieno fu costruito un immenso muro di cinta a nicchie, di pianta rettangolare, lungo 544,90 metri da nord a sud e 277,60 metri da est a ovest: un perimetro, dunque, di 1645 metri! Questa colossale recinzione, probabilmente frutto di un successivo ingrandimento, era fiancheggiata da una quindicina di false-porte ad anta doppia delle quali soltanto una, quella posizionata sul lato est nei pressi dell’angolo sud-orientale (l’ingresso attuale), fu lasciata aperta al fine di permettere la comunicazione verso l’esterno. Fu ripreso, per questo elemento architettonico il motivo decorativo a “facciata di palazzo” tipico delle mastabe e dei recinti funerari del Periodo Arcaico, ma segnando una rottura con quel tipo di schema a nicchie grazie alla realizzazione di forme più essenziali e stilizzate e, soprattutto, rinunciando alla vivace colorazione.

Immagine n. 10 L’ ingresso al complesso di Djoser (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 29)

L’unico ingresso della struttura, situato vicino all’angolo sud-est della cinta muraria (Immagine n. 10), si apriva su un corridoio che attraversava la parete da parte a parte. Una volta superato questo passaggio, quasi tutto era solo finzione scenografica. Si entrava, infatti, in un magnifico portico che si dirigeva verso ovest, fiancheggiato su entrambi i lati da una ventina di false colonne nervate, alte 6,60 metri e addossate a muri disposti a pettine. Queste non avevano alcuna funzione di sostegno per il tetto in quanto tale compito era svolto dalle pareti di collegamento, di cui costituivano le terminazioni ornamentali (Immagini n. 11-12).

Immagine n. 11 Il colonnato di ingresso visto dal cortile interno (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 29)
Immagine n. 12 Particolare del colonnato di ingresso in cui è chiaramente visibile la funzione esclusivamente ornamentale delle false colonne. (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 29)

L’imponente complesso di Djoser (Immagine n. 13), con la maestosa presenza della Piramide a Gradoni, aveva lo scopo di celebrare la natura divina del re defunto. Questo sito monumentale indica chiaramente che l’unificazione delle Due Terre era ormai saldamente acquisita, così come testimoniato dall’ impiego di differenti elementi architettonici caratteristici sia dell’Alto sia del Basso Egitto, combinati insieme in maniera armonica ed equilibrata.

Immagine n. 13 Panoramica di Saqqara Nord. La Piramide a Gradoni domina l’enorme complesso del re. (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 94-95)

Le numerose strutture presenti nell’enorme recinto rappresentano una selezione di tutti gli elementi essenziali alla vita ultraterrena del sovrano: la Tomba Sud con la relativa cappella di culto, le Cappelle per la festa “heb-sed” e il Tempio “T”, il Tempio funerario e il “serdab”, i Padiglioni del Sud e del Nord e, infine la stessa Piramide (Immagini n.14-15).

Immagine n. 14 Ricostruzione del complesso della Piramide a Gradoni (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 94)
Immagine n. 15 Pianta del complesso (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 95)

I tunnel ipogei, scavati sotto la piramide, i cosiddetti tumuli occidentali, i granai settentrionali e i due altari erano concepiti per assicurare un perenne approvvigionamento al defunto, ma anche il colonnato di accesso, così come ogni altro elemento presente, aveva la sua precisa funzione (ad esempio, le due edicole del cortile sud segnalavano le mete del percorso della corsa cerimoniale che il re doveva ripetere in eterno). In buona sostanza, l’intero complesso fu concepito per essere il luogo in cui sovrano avrebbe avuto la sua eterna dimora nell’Aldilà e dalla quale avrebbe continuato ad esercitare le sue funzioni di “Signore delle Due Terre”.

L’appassionata devozione alle tradizioni, che aveva contraddistinto la mentalità egizia sin dai primordi, conobbe un ulteriore impulso durante la III Dinastia e gli spettacolari esiti del regno di Djoser, ne rappresentarono senza dubbio l’apice. Uno sviluppo così rimarchevole deve essere stato dettato da una possente e consolidata credenza religiosa. Secondo l’egittologo tedesco Werner Kaiser, la maggior parte degli elementi del complesso fu costruita seguendo la più pura tradizione dell’Alto Egitto, sul modello delle recinzioni funerarie di Abydos. In realtà, nessuno è in grado di determinare quale fosse l’origine della tradizione di quella località. I tumuli fittizi all’interno delle recinzioni di Peribsen e Khasekhemwy, presenti in quel sito, erano, probabilmente collegati alla Collina Primordiale della teologia Eliopolitana, così come il sistema di modanatura di alcune mura di recinzione dell’Alto Egitto ad Abydos e a Hierakonpolis (attribuibili al regno di Khasekhemuy) può essere senz’altro collegato alla tradizione del Basso Egitto i cui esempi sono rintracciabili a Saqqara così come in tanti altri siti del nord.

In ogni caso, Il complesso di Djoser è l’esempio lampante della consolidata unificazione culturale, oltre che politica, dell’Antico Egitto alle soglie dell’Antico Regno: Da quel momento in poi ci sarà soltanto un’unica tradizione egizia.

Ritornando alla descrizione del complesso funerario, vale la pena ricordare che a sud del colonnato si rinvennero alcuni frammenti di statue scolpite con l’effigie di Djoser, uno dei quali recava il nome e i titoli del “gran maestro dei lavori” Imhotep. Questo maestoso viale conduceva direttamente al cortile sud, uno spazio di 175×108 metri delimitato dalla piramide a nord e da muri con leggere rientranze sui suoi altri tre lati. Come uniche costruzioni vi si trovavano un altare disposto ai piedi della piramide e, di fronte, due edicole a forma di delle quali si conoscono alcune raffigurazioni presenti negli appartamenti funerari. Sembra, come già accennato in precedenza, che queste piccole costruzioni fungessero da punti di riferimento attorno ai quali il sovrano poteva compiere ripetutamente una corsa rituale ispirata alle feste giubilari dette “feste-sed”. Un secondo cortile di questo tipo, ma di dimensioni ben più modeste, si apriva a est della piramide. Anche qui erano presenti due piccole edicole che, in questo caso presentavano la forma di una D. Un ulteriore spazio a cielo aperto si trovava più a sud, a est del cortile meridionale. Di forma slanciata, disposto lungo un asse nord-sud, era delimitato sui lati est e ovest da due serie di cappelle addossate e sostenute da un basamento rialzato. Ciascuna era dotata di un piccolo cortile e di una scala in pietra che conduceva a una nicchia che serviva ad ospitare una statua. La copertura era a volta, per la maggior parte di esse, e le facciate presentavano colonnine scanalate. Si trattava, in ogni caso, di opere fittizie prive di ogni allestimento interno. Di fronte, altre cappelle, di dimensioni minori, presentavano una decorazione più sobria, senza colonne, né scale. Una piattaforma in pietra con doppia scalinata d’accesso troneggiava nella parte meridionale di questo cortile. Le caratteristiche comuni con il doppio padiglione reale raffigurato più volte sulle etichette dei vasi del periodo arcaico suggeriscono che qui venisse simbolicamente celebrata la capacità del re di regnare per sempre. Questo è il motivo per cui questo cortile è stato battezzato “cortile dello heb-sed (Immagine n. 16).

Immagine n. 16 Cortile dello “heb-sed”. Si riconoscono, in primo piano, le cappelle e il palco del doppio chiosco reale (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 30)

Poco più a nord del cortile dello heb-sed, due grandi costruzioni rettangolari con copertura a volta, situate nell’ angolo nord-orientale della piramide, dominavano la zona orientale del complesso. La loro facciata, rivolta a sud, come quelle delle cappelle occidentali del “cortile della festa sed”, era fiancheggiata da colonnine scanalate (Immagine n. 17).

mmagine n. 17 Il doppio chiosco reale rappresentato nelle scene della festa sed, in questo caso ripresa dal tempio solare di Abu Ghorab, risalente alla V dinastia. (© Friedrich W.F. von Bissing, 1923. Immagine tratta da Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 31)

Molto si è dibattuto e scritto in merito a questi due padiglioni, ma la loro precisa funzione sembra ancora sfuggire ad una precisa collocazione. Siccome nei pressi furono rinvenuti frammenti di alcune stele con incisi i nomi delle principesse Hetefernebty e Inetkaes (Immagine n. 18), Cecil M. Firth ipotizzò che si trattasse della loro tomba.

Immagine n. 18 Una delle stele di confine del cortile meridionale del complesso di Djoser reca il nome di Horo del re di fronte al feticcio di Anubi, oltre ai nomi e ai titoli delle due dame reali Hetefernebty e Inetkaes. I segni in alto menzionano Anubi come “Signore della terra consacrata (la necropoli)”. Chicago, Oriental Institut Museum (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 86).

Ma, dal momento che non vi si rinvenne alcuna traccia di sepoltura, il suo successore Jean-Philippe Lauer accantonò in fretta questa congettura, lasciando il posto ad un’interpretazione di carattere squisitamente simbolico. Basandosi esclusivamente sulle tracce archeologiche rinvenute in situ, l’egittologo si convinse che in quel luogo furono erette due “case”, quella “del Sud” e quella “del nord”, le quali rappresentavano rispettivamente l’Alto e il Basso Egitto. Questo punto di vista fu ampiamente condiviso dalla comunità scientifica, finché le esplorazioni e i rilievi geofisici, svolti durante gli anni 2000, dalla missione lettone diretta da Bruno Deslandes, non rimisero in discussione questa teoria.

Esistono due pozzi molto profondi localizzati a circa venti metri da ciascuna delle due “case”, entrambi esplorati a suo tempo da Jean-Philippe Lauer che aveva raggiunto due locali oblunghi nei quali aveva rinvenuto null’altro che frammenti di vasellame. Ciò gli fece concludere che doveva trattarsi di depositi per le offerte. Tuttavia, le investigazioni più recentisuggeriscono che una lunga galleria, completamente ostruita, potrebbe dipartirsi dal fondo di ciascun pozzo per dirigersi fin sotto la piramide, a nord degli appartamenti attribuiti alle principesse e ai figli del re. Il carattere squisitamente funerario dei complessi che comprendono i padiglioni nord e sud, sarebbe in tal caso avvalorato (Immagine n. 19). Se l’esistenza di queste gallerie sarà confermata, resterà solo da determinare se appartengano effettivamente alle principesse Hetefernebty e Inetkaes oppure ad altri membri dell’entourage reale.

Immagine n. 19 Mappa del reticolo di sotterranei del complesso di Djoser. In tratteggio, le possibili gallerie rilevate dalla missione lettone nel 2007 (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 32)

Il nome del complesso funerario di Djoser“ķbḥw-nṯrw” (“libagione degli dèi”), sembrerebbe suggerire che la sala ipostila con le sue 40 colonne incassate, possa aver contenuto rappresentazioni delle divinità dei nomoi dell’Alto e del Basso Egitto. Comunque, anche se così non fosse, è rimarchevole notare che queste stesse divinità sono raffigurate nei cortili degli heb-sed associati alle cappelle presenti in entrambe le zone del paese.

La tomba di Anedjb (mastaba 3038)*, è stata anche proposta come prototipo della Piramide a Gradoni ed inoltre, è riscontrabile una certa affinità tra la planimetria del tempio funerario di Djoser e il luogo di culto adiacente al lato settentrionale della mastaba 3505 di Saqqara che, secondo alcuni appartenne a Qa’a, l’ultimo sovrano della I Dinastia, ma che il rinvenimento di una grande stele in calcare con relative iscrizioni di nomi e titoli, la farebbero con tutta probabilità attribuire al suo funzionario Merka, gran sacerdote e profeta di Neith.

* vedi, https://laciviltaegizia.org/…/tombe-della-i-e-ii-dinastia/)

Il tempio funerario era addossato al lato settentrionale della piramide. Una piccola costruzione chiusa, contenente una statua a grandezza naturale del re, precedeva l’ingresso sul suo lato orientale. Siamo in presenza del “serdab”; due orifici circolari, praticati nella parete a livello degli occhi della statua, permettevano al defunto di godere delle offerte che gli venivano fornite quotidianamente (Immagine n. 20).

Immagine n. 20 Orifici forati nel muro del serdab permettevano al re di beneficiare delle offerte funerarie quotidiane. (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 31)

Una volta mostratisi agli occhi del sovrano divinizzato, i sacerdoti penetravano nel tempio per poi avviarsi in un corridoio tortuoso che conduceva ai diversi ambienti dell’edificio cultuale: camere per le abluzioni e due cortili centrali affiancati da portici dotati di colonne scanalate. La più occidentale di queste sale ospita attualmente l’accesso agli appartamenti funerari.

Il motivo per cui il programma di edificazione della Piramide a Gradoni sia stato modificato diverse volte è ancora oggetto di dibattito tra gli studiosi i quali, spesso, non concordano neppure sulle fasi delle modifiche del progetto. Si può ipotizzare, a grandi linee, che inizialmente fu costruita una mastaba a pianta quadrata allineata, approssimativamente, ai punti cardinali e che l’architetto stesse già maturando l’idea di realizzare una costruzione a gradoni, in quanto questa struttura iniziale fu ingrandita sui quattro lati con un’aggiunta un po’ più bassa. Un’ulteriore appendice, di livello ancora inferiore, fu quindi realizzata lungo il lato est, dando il via al successivo stadio costruttivo che portò alla trasformazione della tomba reale in una piramide a quattro gradoni, corredata di un piccolo tempio funerario situato appena più a nord. Fu durante questa fase che sul lato orientale di questo edificio fu realizzato il “serdab” descritto in precedenza. Successivamente, questa prima struttura scalare fu ulteriormente ampliata fino a raggiungere la definitiva forma piramidale a sei gradoni, alta 62,5 metri, rivestita con calcare di Tura e poggiante su una base divenuta di 121×109 metri, a seguito di due ampliamenti a nord e a ovest.

Sotto la piramide si estende una singolare rete di gallerie e di piccole camere che si sviluppa per una lunghezza totale di alcuni chilometri (Zahi Hawass ne calcola lo sviluppo complessivo in 5635 metri). Il complesso è caratterizzato da un pozzo profondo 27 metri contenente al centro una camera sepolcrale in granito (Immagine n. 21).

Immagine n. 21 Il pozzo centrale della Piramide a gradoni, come illustrato in questo spaccato, è concluso in basso dalla camera sepolcrale ed è circondato da un vero e proprio dedalo di gallerie e camere. (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 96-97)

Quest’ultimo ambiente fu costruito in funzione di sarcofago e misura 1,6×2,9 metri. La galleria orientale conserva l’ornamento a piccole mattonelle blu invetriate, a imitazione di stuoie di canne, e tre rilievi in calcare incorniciati da iscrizioni con il nome e i titoli del re (Immagine n. 22).

mmagine n. 22 Nicchia decorata con bassorilievi e mattonelle di faïence turchese, al cui interno si vede Djoser, vestito con gli abiti della festa “sed”, impegnato nella corsa simbolica. Le mattonelle turchesi (il colore della rinascita per gli antichi egizi) erano ottenute fondendo cristalli di quarzo (© Maurizio Damiano, Egitto, vol. 1 pagg. 54-55).

Un enorme massiccio costeggiava l’ala occidentale della cinta muraria. La sua configurazione tripartita era dominata al centro da una lunga sovrastruttura con tetto a volta, la cui forma ricorda molto da vicino quella della “tomba sud”, di cui ci occuperemo più avanti. Al di sotto si estendono diversi chilometri di tunnel sotterranei.

Centinaia di magazzini, disposti a spina e collegati a tre gallerie centrali, si sviluppano da nord a sud, per una lunghezza di oltre 300 metri. Tre pozzi, alle estremità e al centro, collegavano questo sistema all’aria aperta. Poiché la roccia friabile e argillosa minacciava di crollare in molti punti, non è stato possibile portare a termine l’esplorazione di questo immenso labirinto.

Tale tipologia di magazzini è ubicata lungo il lato nord della cinta muraria laddove un’ampia massicciata formava una terrazza rialzata a livello del cammino di ronda. Erano caratterizzati da una serie di muri divisori che ne ripartiva il volume interno e si trattava, probabilmente, di simulacri di granai disposti al di sopra dei magazzini sotterranei. Vi si è rinvenuto, infatti, un ammasso di orzo, mentre nelle gallerie sottostanti sono stati ritrovati pane e frutta. Queste provvigioni vanno sicuramente messe in relazione con il grande altare situato vicino all’asse centrale del terrazzamento.

Una scalinata conduce dal cortile ovest del tempio funerario settentrionale alle fondamenta della piramide e Il particolare orientamento dell’entrata del monumento suggerisce che quest’ultimo sia il risultato di una ben precisa pianificazione: il “ba” del sovrano dimorava perennemente nel cielo settentrionale tra le “stelle che non tramontano mai” (ossia le stelle circumpolari), sicché una siffatta collocazione del tempio funerario, o della cappella che lo sostituiva, permetteva ai sacerdoti di comunicare, durante il compimento delle cerimonie rituali, con l’aspetto vitale dell’anima del sovrano, il “ba”, per l’appunto.

Alcune delle undici fosse sottostanti la piramide furono utilizzate come luoghi di sepoltura per alcuni membri della famiglia reale ed in esse sono stati rinvenuti alcuni sarcofagi di alabastro e il sarcofago ligneo di un fanciullo morto all’apparente età di circa otto anni. Nelle gallerie degli altri pozzi furono immagazzinati oltre 40.000* vasi di pietra al fine di garantire al monarca il costante ed imperituro rifornimento di offerte (Immagini nn. 23-24-25).

Immagine n. 23 Il cosiddetto vaso dello “heb-sed”, realizzato in alabastro e alto 18 cm., fu ritrovato nelle gallerie sotterranee della piramide. Il corpo e l’ansa del reperto mostrano un podio fiancheggiato da due rampe di scale, con il doppio padiglione del giubileo regale (heb-sed, appunto) e due troni. L’insieme è sostenuto dal segno “heh”, che simboleggia i milioni di anni. Museo Egizio del Cairo (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 98)

La maggior parte di questi reperti reca iscrizioni che riportano i nomi di quasi tutti i sovrani della I e II dinastia, in qualche caso anche raggruppati in ordine di successione. Su una ciotola litica proveniente da uno di questi magazzini si legge addirittura il nome di Narmer, segno evidente che Djoser riteneva di estrema importanza circondarsi di oggetti che evocassero la continuità della regalità divina dei sovrani sia nella dimensione terrena che in quella ultramondana. Inoltre, sembrerebbe che il suo intento fosse quello di voler essere il primo a legittimare la propria regalità raccogliendo una simile lista di re nella propria residenza per l’eternità. Curiosamente, sorprende il fatto che in nessuno di questi manufatti sia iscritto il suo nome: le gallerie hanno infatti restituito soltanto un sigillo di argilla recante il nome di Horo del monarca, Netjerikhet.

Immagine n. 24 questo imponente altare di alabastro è uno dei due scoperti da Mariette a nord del tempio funerario di Djoser. È stato datato alla II Dinastia, ma è probabile che entrambi siano stati utilizzati per il suo culto funerario. I due leoni sono un motivo squisitamente egizio. Museo Egizio del Cairo (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 98-99)

Il crollo parziale delle sezioni di muratura a est e a sud della Piramide ne ha rivelato le strutture interne permettendo, in tal modo, di ricostruire la storia del monumento. Il fatto che le varie modifiche al progetto inziale non abbiano mai contemplato demolizioni, ma solo aggiunte successive, ne ha facilitato la comprensione in modo tale che il grande egittologo francese Jean-Philippe Lauer (Parigi, 7/5/1902-Parigi, 15/5/2001) poté, individuarne i vari stadi.

Immagine n. 25 Questi tre vasi risalenti alla III Dinastia, rappresentano tre delle tipologie dei recipienti rinvenuti nella Piramide a Gradoni. Museo Egizio del Cairo. (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag.99)

In primo luogo, fu data alla tomba la forma di una mastaba (stadio M1). I costruttori tracciarono una base quadrata di 63 metri di lato ed innalzarono l’edificio fino ad un’altezza di 8,40 metri utilizzando una muratura in pietra calcarea locale legata con una malta d’argilla, il tutto disposto in corsi orizzontali. Il monumento fu successivamente rivestito con blocchi di calcare fine accuratamente posizionati, per uno spessore di 2,60 metri (Immagine n. 26). Si procedette successivamente alla smussatura dei blocchi di rivestimento in modo da conferire alle facciate esterne un’inclinazione di 8°30′ rispetto alla verticale.

Immagine n. 26 Ripresa della facciata orientale della Piramide a Gradoni nella quale si intravede la muratura della mastaba iniziale (© Missione lettone di Saqqara, in Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 33)

L’innovazione non riguardava, quindi, l’aspetto, ma solo il materiale di costruzione: si abbandonava il tradizionale uso del mattone in favore di quello della pietra. A partire da questo stadio gli operai iniziarono a scavare gallerie e fosse, tra cui un grande pozzo centrale per realizzare la cripta, i suoi annessi e le tombe secondarie. All’esterno, su lato orientale, fu realizzata una serie di pozzi profondi oltre 33 metri, ciascuno dei quali conduceva ad una galleria orizzontale.

La sovrastruttura si poteva dire completata allorché fu apportata la prima modifica.

La prima modifica al progetto iniziale comportò l’aumento della dimensione di base che fu cinta da un involucro dello spessore di 4 metri, sempre disposto in strati orizzontali e costituito da blocchi del medesimo materiale. La superficie dell’edificio fu così portata a 71×71 metri (Stadio M2). Questa prima trasformazione dimostra chiaramente che la realizzazione di una piramide non era ancora stata presa in considerazione. Si decise,poi, per qualche motivo, di ampliare la struttura verso est aggiungendo una muratura di 8,5 metri di spessore (Stadio M3). Degli undici pozzi scavati in questo punto, i sei più a sud (numerati da VI a XI) furono colmati, mentre i primi cinque furono prolungati in modo da poter attraversare la sovrastruttura di M3. Nei pozzi III, IV e V furono rinvenuti basamenti di stele disposti davanti al rivestimento della mastaba, il che costituisce un chiaro indizio che lo scopo fosse quello di officiarvi dei culti regolari e che quindi, fino a quel momento, nulla lasciava presagire l’evoluzione verso ulteriori cambiamenti. Questo ampliamento non era ancora stato completato quando l’architetto cambiò nuovamente idea.

A questo punto, fu adottata una tecnica di costruzione completamente nuova addossando una sezione di muratura contro la facciata della mastaba M3 con fondamenta inclinate, questa volta, di 15°-17° rispetto al piano orizzontale. Questo procedimento, assolutamente innovativo, presentava un duplice vantaggio: in primo luogo, liberava i muratori dall’ onere del taglio obliquo dei blocchi di rivestimento; in secondo luogo, dotava la struttura di un sostegno equivalente a quello di un contrafforte avvolgente. Questa sezione, che è ancora visibile alla base del lato est della piramide, ha uno spessore di 2,90 metri e la base di questo edificio (Stadio P1) ora copriva un’area di 85 metri per 77. Appare molto probabile che, a questo punto, l’intenzione fosse quella di innalzare una piramide a quattro gradoni. Ma, un ulteriore ripensamento avrebbe finito per dare al monumento una dimensione completamente diversa. Si provvide ad ampliare considerevolmente la base dell’edificio, allargandola sia verso nord sia verso ovest, per costruirvi sezioni a corsi inclinati, addossati gli uni contro gli altri, fino a formare un nucleo centrale (Immagine n. 27).

Immagine n. 27 Pianta e sezione della Piramide a gradoni di Djoser, in cui sono molto bene evidenziati i diversi stadi della costruzione del monumento. Dalla mastaba originaria (M1) passando per il successivo ampliamento della stessa (M2 e M3) sino all’evoluzione verso la prima piramide a 4 gradoni (P1) e alla definitiva realizzazione a 6 gradoni (P2). (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 33)

Le nuove strutture non furono posate per accrescimento, ma per stratificazione dal basso verso l’alto; disposte a coppie, finirono per formare una sorta di scala di sei gradoni la cui sagoma è ancora oggi chiaramente distinguibile

Il tutto fu rifinito con un bel rivestimento in calcare fine, di cui rimangono solo alcuni blocchi sparsi; inoltre, l’inclinazione dei corsi addolciva visivamente il profilo dei gradoni di questa gigantesca scalinata.

Al termine dei lavori questa prima piramide presentava una base rettangolare di 109 metri da nord a sud e 121 metri da est a ovest, per innalzarsi fino a oltre 60 metri. (Immagini n. 28).

Immagine n. 28 La Piramide a Gradoni come appare oggi, ripresa da nord-ovest (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 32)

L’ipogeo di Djoser è costituito da due parti distinte: quella dedicata al re, che si estende sotto l’area centrale della piramide, e quella dedicata ai figli e alle principesse della famiglia reale, caratterizzata da undici gallerie situate nella parte più orientale e poste ad un livello inferiore rispetto agli appartamenti funerari del sovrano.

Quando furono gettate le prime fondamenta della mastaba, gli egizi scavarono un enorme pozzo a sezione quadrata di 7 metri per lato, nel quale avevano previsto di allestire la tomba reale. Per permetterne l’accesso, fu scavato un tunnel verso nord che terminava in una trincea a cielo aperto, in cui poter continuare a circolare e poi per essere utilizzata in previsione dei funerali. Siccome Il pozzo raggiunse successivamente una profondità di 28 metri, il tunnel fu notevolmente ampliato fino a raggiungere un’altezza di 15 metri e lo spazio aperto, dopo essere stato in gran parte riempito con muratura a vista, fu trasformato in una china che, attraverso la facciata nord della piramide, sbucava all’interno del tempio funerario (Immagine n. 29).

Immagine n. 29 Ricostruzione in 3D del reticolo di gallerie della Piramide a Gradoni. Gli accessi rappresentati in verde e in rosso-arancio sono quelli risalenti all’epoca saitica. (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 34)

Grazie a dati georeferenziati molto precisi, raccolti di recente dalla missione lettone guidata da Bruno Deslandes, è stato possibile stabilire che la discesa termina sul versante nord dell’ultima fase di costruzione. Questo accesso, ostruito in maniera così perfetta da non essere mai stato precedentemente rilevato, non fu certamente chiuso prima del completamento dei lavori, come si pensava, ma rimase in servizio fino al funerale.

Un altro ingresso (quello che oggi utilizzano i turisti) ha origine nel cortile occidentale del tempio funerario: attraversa un lungo fossato, per poi raggiungere, sotto forma di un corridoio sotterraneo che si biforca e si divide più volte, il pozzo centrale. Ci sono, però, tutte le evidenze per ritenere che questo elemento sia stato realizzato molto dopo la III dinastia, probabilmente nel periodo saitico (circa 664-525 a.C.). Gli egizi di quell’epoca scavarono altrove una vasta galleria con pilastri partendo dal cortile sud, per raggiungere la parte superiore del pozzo, al fine di svuotarlo completamente; una volta raggiunto il sarcofago e gli ingressi dei corridoi adiacenti, studiarono la struttura sotterranea e riposizionarono le gallerie orientali che erano state utilizzate come tombe per i parenti del re.

Quando fu ritrovato dagli archeologi il pozzo centrale si presentava completamente dissotterrato, con una copertura a forma di cupola che lasciava intravedere le cavità interne della mastaba M1 (Immagine n. 30). La particolare disposizione del tipo a volta, faceva sì che i blocchi si sostenessero a vicenda, dando così l’impressione di reggere l’intera massa della piramide; le pietre a rischio di crollo, inoltre, erano puntellate da una possente struttura realizzata con travi in legno di cedro. Quest’ultima aveva già mostrato segni di instabilità allorché, nel 1992, un terremoto finì per danneggiarla seriamente provocando la caduta di travi e pietre della mastaba.

Immagine n. 30 La cripta di Djoser vista dall’alto del pozzo funerario (© Artiom Gizun, immagine tratta da “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte” di Franck Monnier, pag. 35)

Gli studi della missione lettone a Saqqara, incaricata di procedere alla verifica dello stato dei luoghi, hanno messo in evidenza che i poderosi rinforzi in cedro risalivano all’epoca di Djoser (avevano dunque la veneranda età di oltre 4.600 anni!) e che erano già stati sottoposti ad un intervento di consolidamento in epoca romana.

I lavori per la messa in sicurezza sono stati portati a termine di recente ed i turisti possono di nuovo accedere agli appartamenti in tutta tranquillità (Immagine n. 31).

Immagine n. 30 Turisti scattano fotografie nella cripta di Djoser, dopo che i recenti lavori di consolidamento ne hanno permesso la riapertura (© ph. REUTERS/MOHAMED ABD EL GHANY)

La cripta funeraria del re fu collocata sul fondo del pozzo e costituisce un ibrido tra un sarcofago ed una camera funeraria: non corrisponde infatti alle dimensioni classiche dell’uno o dell’altra e nemmeno alle loro rispettive concezioni. È alta 4 metri ed è costituita da quattro assise di grossi blocchi in granito; internamente misura 2,96 metri di lunghezza, 1,65 metri di larghezza, per un’altezza di 1,65 metri. Si ebbe, inoltre, cura di lasciare sul soffitto un’apertura circolare di un metro di diametro per potervi introdurre il feretro del re defunto. Questo orificio fu quindi sigillato con una grossa pietra di granito del peso di 3,5 tonnellate. Tuttavia, ciò non scoraggiò i violatori di tombe che riuscirono nell’intento di svuotare l’intero contenuto della sepoltura, disgregando i blocchi disposti intorno alla chiusura.

Allorché si decise di occultare la mastaba del progetto originario sotto una piramide, si dovette provvedere, prima di tutto, a colmare completamente il pozzo centrale; ma, siccome rimaneva di fondamentale importanza mantenere l’accesso alla cripta, fu realizzata, al di sopra della sua apertura, una camera di manovra che è andata distrutta, ormai, da lungo tempo.

Nelle sue vicinanze, così come pure nei corridoi di accesso, furono rinvenuti frammenti di ossa e di pelle. I primi furono ritrovati da Henrich von Minutoli nel 1821, che dichiarava di aver raccolto parti di una mummia (scomparse, purtroppo, durante un naufragio); altri furono recuperati da Battiscombe Gunn nel 1926 e ancora, poco dopo, da Jean-Philippe Lauer, la cui maggiore scoperta fu un piede sinistro mummificato. Si suppose, allora che tutti questi resti umani appartenessero al corpo di Djoser, finché negli anni Novanta, non furono analizzati con le tecnologie più avanzate disponibili. Ne risultò che tutti i campioni erano databili al I millennio a.C. ad eccezione dello scheletro di una giovane donna, ritrovato in una delle gallerie a pozzo, che poteva quasi sicuramente risalire al regno di Djoser, se non addirittura ad un’epoca leggermente anteriore.

Da ciascuno dei quattro angoli alla base del pozzo si dipartono quattro gallerie che penetrano orizzontalmente nella roccia (Immagine n. 32): quelle situate rispettivamente a nord, sud e ovest si dirigono verso i magazzini disposti a dente di pettine, mentre quella orientale conduce verso ambienti decorati.

Immagine n. 32 In questo particolare della base del pozzo che conduce alla cripta di Djoser sono chiaramente visibili, sulla destra, due degli accessi (credo si tratti di quelli nord ed est) alle quattro gallerie di comunicazione(© Artiom Gizun, immagina tratta da “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte” di Franck Monnier, pag. 35)

Quando si provvide al riempimento del pozzo tutti questi passaggi di comunicazione divennero inutilizzabili, per cui furono sostituiti da cunicoli estemporanei che partivano da nord. Mentre le pareti dei magazzini furono lasciate allo stato grezzo, quelle degli appartamenti situati a est furono parzialmente rifiniti con blocchi di calcare disposti accuratamente: si tratta delle cosiddette “camere blu” dalle quali è stata estratta una cornice incisa e intarsiata con maioliche blu, oggi esposta al museo di Berlino (Immagine n. 33).

Immagine n. 32 Falsa porta incrostata di faïence blu (©Missione lettone di Saqqara, immagina tratta da “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte” di Franck Monnier, pag. 36)

Sono quattro gli ambienti di questo tipo presenti; tutti furono decorati con motivi che imitavano intrecci di canne e ricoperti da numerose piastrelle blu ingegnosamente incastrate e fissate con fili vegetali e tenoni perforati. Sormontati da cornici ad arco, ornati da pilastri Djed, alcuni pannelli inquadrano nicchie con stele. In particolare, la sala più meridionale, presenta alcune stele finemente incise in leggero rilievo che mostrano il re mentre celebra cerimonie o visita i santuari dell’Alto e del Basso Egitto. Queste scene rappresentano chiaramente i riti della festa “sed“che Djoser doveva perpetuare, attraverso gli edifici riprodotti a tale scopo, nella sua tenuta funeraria (vedi immagine n. 22).

La parte orientale della distribuzione sotterranea consiste in una sequenza di undici gallerie (numerate da I a XI) il cui pozzo di accesso fu allestito lungo la facciata orientale della mastaba iniziale. L’ampliamento corrispondente allo stadio M3 dei lavori costrinse i costruttori ad occultare i sei tunnel più a sud (quelli da VI a XI) e a prolungare i cinque più settentrionali (da I a V) attraverso aggiunte di muratura. Tutti i pozzi, infine, furono definitivamente resi inaccessibili allorquando si cominciarono a elevare le assise della piramide. Un’eccezione, tuttavia, è rappresentata della galleria I che fu collegata al cortile esterno per mezzo di una ripida rampa nella quale vennero accuratamente intagliati dei gradini. Questa via di accesso fu, molto probabilmente, opera dei costruttori stessi preoccupati di riservarsi una via di accesso ai pozzi e alle gallerie che erano stati ricoperti dall’edificio.

Le gallerie da I a V sono tutte tombe legate alla cerchia familiare del sovrano e si estendono ognuna verso ovest per una trentina di metri, con una leggera deviazione verso nord a fine percorso per quattro di esse, allo scopo di evitare il pozzo centrale. Rivestimenti in legno ricoprivano un tempo le pareti, ad eccezione della galleria III, più ampia e più alta delle altre, le cui pareti erano rivestite in pietra calcarea squisitamente lavorata e con giunzioni accuratamente rifinite. Hanno restituito numerosi frammenti di sarcofagi d’alabastro tra cui due basamenti nella galleria II e due sarcofagi nella galleria V, uno dei quali ospitò il corpo di un fanciullo della presumibile età di circa 8 anni (Immagine n. 34). Scoperti nel 1933, questi cinque tunnel, in realtà, avevano già ricevuto la visita degli Egizi di epoca saitica e poi, più tardi, quella dei romani che pensarono di collegarli tra loro per mezzo di cunicoli.

Intravedendo dei vasi di pietra attraverso la roccia friabile, verso la parte terminale della galleria V, Jean-Philippe Lauer comprese che doveva esistere a sud una rete di gallerie parallele a questa: si aprì dunque un passaggio e, una dopo l’altra, ne scoprì sei praticamente identiche a quelle descritte.

Nessuna di queste fu mai destinata ad ospitare sepolture, ma furono utilizzate come depositi, nei quali furono accumulati circa 40.000 vasi di pietra di ogni tipo, tutti risalenti alle prime due dinastie e di cui si è già parlato nella parte sesta di questo argomento.

All’estremità meridionale del recinto si trova una sepoltura sussidiaria: si tratta della cosiddetta “tomba sud” (Immagine n. 34) che alcuni considerano come il prototipo delle piramidi di culto edificate accanto a quelle reali a partire dalla IV dinastia e per tutto l’arco temporale che va dall’ Antico al Medio Regno.

Immagine n. 34 La “tomba sud” del complesso di Djoser vista dal cortile. (©Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pag. 37)

La costruzione possiede una sua propria cappella, ubicata a nord della struttura, le cui facciate sono decorate con leggere rientranze e sormontate da un superbo fregio costituito da cobra uraei per proteggerne la sommità o, come sostiene Robert K. Ritner, per illuminarla in quanto pensata per “rifulgere nell’oscurità”; simboleggiano, in pratica, la nuova vita in quanto manifestazioni dell’occhio risplendente del di sole “Írt-Rˤ” (Immagini n. 35-36).

Immagine n. 35 La cappella funeraria della tomba sud presenta un muro modanato decorato sulla sommità con un fregio di cobra in atteggiamento di attacco. Tali raffigurazioni simboleggiavano la speranza in una nuova vita (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 100)

La camera sepolcrale in granito della tomba sud fu realizzata, analogamente a quella presente al di sotto della Piramide a Gradoni, sul fondo di un pozzo che misura 7×7 metri e profondo 28 metri; è però molto più piccola della sua controparte (1,60×1,60 metri), risultando, pertanto, inadatta ad accogliere un adulto.

Una particolare importanza rivestono i vani ipogei della tomba decorati con mattonelle in faïence blu, corrispondenti a quelle dell’appartamento reale. La distribuzione sotterranea della tomba presenta numerose somiglianze con quella della Piramide a Gradoni, in particolare la discesa, il grande pozzo funerario, la struttura della cripta e gli appartamenti sotterranei, la cui pianta è del tutto simile anche se le dimensioni sono molto più ridotte. Il suo accesso discendente, che ebbe un ruolo fondamentale nella costruzione e nel trasporto dei pesanti blocchi di granito, ma soprattutto nel garantire la comunicazione nei giorni del funerale, fu liberato solo nel XX secolo.

Immagine n. 36 In primo piano, il fregio costituito da urei e sullo sfondo la Piramide a Gradoni (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 100-101)

Il grande pozzo, che come già detto in precedenza, ha le stesse dimensioni del pozzo centrale della Piramide, presenta sul fondo una cripta alta 3,20 metri, costituita da quattro assise di blocchi in granito. Un orificio di forma cilindrica che attraversava il soffitto permise, all’epoca, l’introduzione degli elementi funerari e, così come avvenne nella Piramide, anch’esso fu sigillato con un elemento circolare di granito; ciononostante, i ladri dell’antichità si erano già fatti strada per saccheggiare la tomba scavando un cunicolo verticale nel pozzo.

Anche per la tomba sud fu realizzata una camera di manovra al di sotto dell’apertura per poterne assicurare la chiusura dopo lo svolgimento dei funerali. Una via di comunicazione prosegue in pendenza e diritta verso est per arrivare agli appartamenti veri e propri dove, esattamente come nella sua controparte settentrionale, troviamo le stanze e i corridoi riccamente decorati da pannelli intarsiati di maiolica blu (cui si faceva cenno poco sopra), con arcate sostenute da pilastri Djed o che circondano stipiti incisi con i protocolli dello Horus Netjerikhet (Djoser). Sono ugualmente presenti delle stele false-porte che mostrano il sovrano intento a compiere riti che riprendono i temi rappresentati sotto la Piramide a Gradoni e, per di più, è evidente che questi ambienti, contrariamente a quelli della tomba principale, furono portati a termine. Le iscrizioni ritrovate all’ interno, inoltre, permettono di attribuirne l’appartenenza a Djoser, non essendovi inciso altro nome oltre al suo.

Si è molto dibattuto sulle ragioni dell’esistenza di questa tomba.

Herbert Ricke suggerisce che fosse destinata all’inumazione del “ka” e la assimila a quelle piccole piramidi satellite situate nell’angolo sud-orientale delle piramidi della V e VI dinastia per le quali, però, non c’è ancora alcuna prova che abbiano svolto una tale funzione. Jean Philippe Lauer, invece, in ragione delle sue dimensioni, ipotizzò che si trattasse di una cripta per i vasi canopi, oppure di un cenotafio, secondo un punto di vista che, all’epoca, tendeva ad attribuire le tombe thinite di Saqqara ed Abydos ai medesimi sovrani e che le prove archeologiche e i numerosi studi successivi, hanno definitivamente smentito.

*a tal proposito si veda lo splendido post di Luisa Bovitutti al seguente link: https://laciviltaegizia.org/2024/08/05/la-tomba-a-sud/

È stata avanzata più volte l’ipotesi che la recinzione a nicchie del complesso di Djoser non fosse altro che una imitazione delle mura di Menfituttavia neppure si può escludere che riproducesse il muro di cinta di un palazzo del Basso Egitto del Periodo Arcaico dal momento che i blocchi di pietra con cui è stata edificata presentano lo stesso formato dei mattoni crudi utilizzati in passato. (Immagini n. 37-38).

Immagine n. 37 Il muro di recinzione modanato e l’ingresso del complesso di Djoser probabilmente imitano la facciata di un palazzo in mattoni crudi del Basso Egitto (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 104-105).

Per contro, è molto più difficile spiegare perché il muro di recinzione sia dotato di 14 porte fittizie a fronte di un unico ingresso effettivo. Una possibile ipotesi potrebbe essere ricondotta al fatto che il dio Ra, con il quale il sovrano si identificava nell’Aldilà, lo si riteneva titolare di 14 “ka”, tanti quanti erano i luoghi sacri “iat” (nicchie destinate ai personaggi sacri o benedetti nella vita futura) del Mondo Ultraterreno. In tal caso anche il re avrebbe avuto i suoi 14“ka”, ognuno dei quali bisognevole di una falsa porta. Un’altra ammissibile spiegazione potrebbe trovare riscontro nel mito di Osiride, il cui cadavere fu tagliato dal fratello Seth in 14 parti che furono disperse e poi sepolte in altrettante località disseminate per tutto l’Egitto. Ad ogni modo resta il fatto che il numero sette (così come pure i suoi multipli) fu sempre considerato un numero sacro: Ra, per esempio, oltre ai 14 “ka”, possedeva anche 7 “ba”.

Immagine n. 38 In questa ampia veduta panoramica, ripresa da sud-est, la Piramide a Gradoni compare insieme a tutti gli altri elementi del complesso di Djoser Egitto (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 102-103).

La sala rettangolare a otto colonne incassate che segna l’estremità del colonnato di ingresso (Immagine n. 39) sarebbe connessa, secondo Ali Radwan, con la pratica di distinguere gli ospiti della festa “heb-sed” in categorie basate sullo “status” dove il re vivente e le persone più importanti accedevano dall’ingresso centrale, le altre da quelli ubicati a destra o a sinistra. Siccome l’egittologo tedesco Eberhard Otto (Dresda, 1913 – Heidelberg, 1974) considerava la celebrazione di questo festival come una cerimonia di tradizione puramente menfita, ne concluse che all’interno del complesso di Djoser l’influenza cultuale del Basso Egitto fosse assolutamente predominante. Del resto, l’incoronazione a Menfi rivestì un carattere di straordinaria importanza per tutta la lunga storia egizia, addirittura sino all’epoca di Alessandro Magno.

Immagine n. 39 Il colonnato di ingresso termina in un atrio ipostilo a otto colonne, per consentire agli spettatori della festa “heb-sed” di usare passaggi diversi a seconda della condizione sociale (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 104).

Il cosiddetto tempio “T” è una costruzione molto particolare che può essere considerata alla stregua di un piccolo palazzo oppure di una sacrestia in cui il re avrebbe avuto la possibilità di cambiare le insegne (in particolare la corona bianca e quella rossa) durante la festa, oppure come un “Palazzo per la statua del re”.

Una piccola cappella situata all’estremità nord-occidentale del cortile per lo “heb-sed” contiene un basamento con quattro paia di piedi che sono ciò che resta di statue ormai perdute e sulla cui identificazione sono state avanzate svariate ipotesi. Quella più condivisa dagli studiosi sostiene che rappresentassero Djoser e la regina madre Nymaathep accanto a due dame: la regina Hetephernebtye la principessa Inetkaes. L’egittologo tedesco Rainer Sadelmann ipotizzò che i soggetti fossero il sovrano, AnubiHetephernebty e Inetkaes, mentre Jean-Philippe Lauer riteneva che Djoser fosse ritratto due volte (una con la corona rossa e l’altra con quella bianca) ed al suo fianco ci fossero Hetephernebty e Inetkaes. Ali Radwan propende, infine, per una statua del re raffigurato con la doppia corona, affiancato dalla dea Hathor e da Hetephernebty e Inetkaes.

Immagine n. 40 In questa veduta del cortile heb-sed appaiono tutti gli elementi: la piattaforma meridionale e i resti delle cappelle sud (muro occidentale) e di quelle nord (muro orientale), il padiglione reale. Il cosiddetto tempio “T” è l’edifico ubicato presso l’angolo sud-occidentale del cortile (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 106-107).

La rappresentazione antropomorfa degli dèi risale all’alba della storia egizia ed anche nel caso di Djoser alcuni frammenti provenienti dalla cappella reale di Heliopolis mostrano il dio Geb raffigurato in forma umana. Inoltre, Hathor, considerata simbolicamente come sua madre e moglie, assumeva un ruolo preminente durante le cerimonie del giubileo.

Il piccolo tempio (o cappella) posto presso l’angolo nord-occidentale del cortile dello “heb-sed”, fu visto da Ricke come un sacrario per il dio Khentiamentu (il “Primo degli Occidentali”), mentre Lauer vi ravvisava una cappella del re e delle due dame regali. È tuttavia proponibile anche l’ipotesi che servisse per il culto del sovrano defunto nella sua funzione di guida per i sudditi dell’Aldilà (Immagini n. 39-40-41).

Immagine n. 41 Qui sono illustrate in dettaglio (in alto) e in veduta panoramica (in basso) le ricostruite cappelle sud. Sorgono lungo il muro occidentale del cortile dello “heb-sed” che contiene la piattaforma sulla quale Djoser si assise in trono in occasione dell’incoronazione come re dell’Alto e del Basso Egitto(© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 107).

I due padiglioni del nord e del sud rappresentano, secondo l’egittologo inglese I.E.S Edwards (1909-1996), i due santuari nazionali dell’Alto (Hierakonpolis) e del Basso (Buto) Egitto. L’altare a forma di zoccolo, ritrovato nel cortile dell’edificio meridionale, lascia supporre che entrambe le costruzioni fossero destinate alla celebrazione di riti cerimoniali. Ali Radwan, invece, preferisce considerarli come tombe simboliche dei sovrani predinastici dell’Egitto meridionale i “Baw” di Neken) e di quelli dell’Egitto settentrionale i “Baw” di Buto), ossia dei mitici antenati di tutti i re egizi. L’origine del fregio kheker che adorna le facciate dei due padiglioni (Immagini n. 42-43-44) la si può far risalire al regno di Aha ed in particolare ad una piccola placca in avorio rinvenuta a Naqada in cui viene raffigurato sopra una costruzione occupata da tre funzionari stanti.

Immagine n. 42 Veduta d’insieme in cui si può osservare il padiglione nord (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 108-109).
Immagine n. 43 Veduta frontale del padiglione nord che mostra la relativa facciata e l’entrata del breve corridoio curvo (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 109).
Immagine n. 44 Relativamente ben conservata, la facciata del padiglione sud presenta alcune parti di colonne scanalate e il cosiddetto fregio kheker che sovrasta l’entrata (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 109).

Il serdab (Immagine n. 45) è dotato di un proprio cortile e non fu realizzato all’interno del vicino tempio funerario; pertanto, è molto probabile che la statua di Djoser, contenuta al suo interno, fungesse da sostituto del re defunto per mettere in evidenza la sua natura divina anche come monarca dell’Aldilà: si tratterebbe, in questo caso, di una delle prime attestazioni di divinizzazione di un re egizio.

Immagine n. 45 La cappella del “serdab” sorge poco a est del tempio funerario di Djoser. Nel cortiletto prospiciente si officiavano cerimonie di fronte alla statua del re divinizzato (© Ali Radwan, “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 108).

Nell’ambito del complesso della Piramide a Gradoni, Djoser era, senza alcun dubbio, equiparato al rango del dio sole, come attesta il “nome d’ oro” (Rˁ-nwb) iscritto alla base del simulacro; ciò indica esplicitamente che la statua ricopriva la funzione di sostituto e rappresentante del sovrano.

Nel muro di cinta settentrionale sorge una cappella isolata posta di fronte alla Piramide, che contiene un altare intagliato nella roccia. Un tempo si riteneva che questo edificio fosse un tempio solare oppure un podio dotato di un baldacchino e due troni utilizzato dal re per la celebrazione di riti cerimoniali. Oggi, invece, si è propensi a supporre che fosse utilizzato solo per la raccolta di offerte e che fosse collegato con la parte settentrionale della recinzione.

In tutto il complesso di Djoser è ancor oggi possibile ammirare gli straordinari esiti della maestria di Imhotep, le cui vette più elevate consistettero nella creazione di una nuova architettura in pietra che imitava fedelmente i precedenti materiali da costruzione (mattoni crudi, legno, canne, stuoie ecc.).

Anche se nel complesso monumentale mancano colonne indipendenti, quelle incassate, fascicolate o scanalate e, ancor di più, le semicolonne papiriformi, costituiscono i primi esempi del genere espressi dall’architettura egizia. Tutto ciò finì per diventare un modello per le generazioni a venire non solo per l’uso della pietra come unico materiale da costruzione, ma anche, e soprattutto, per la perfezione raggiunta con la nuova tecnica, nonostante l’utilizzo di schemi del tutto tradizionali. Per citare un esempio, basti pensare che i rilievi della tomba sud furono fedelmente riprodotti in epoca saitica (ben duemila anni dopo!).

I lavori nel sito, iniziati da Cecil Mallaby Firth (1878-1931) e James Edward Quibell (1867-1935), furono proseguiti e in larga misura completati da Jean Philippe Lauer (1902-2001). Per anni questo appassionato egittologo francese si è dedicato all’esaltante ed impegnativo compito del restauro dei diversi elementi architettonici ritrovati sparsi all’intorno del sito, oltre che alla loro collocazione nella posizione originaria: gli esiti sono stati eccellenti ed il suo progetto di ricostruzione si è rivelato essere il più ambizioso e, con tutta probabilità, il meglio riuscito nella storia dei lavori sul campo in Egitto. Verrebbe quasi da pensare che Djoser, sia stato molto fortunato ad avere due architetti totalmente dediti a lui: Imhotep durante il corso della sua vita e Lauer a distanza di oltre 4500 anni.

Fonti:

  • Ali Radwan ne “ I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg.86÷110
  • Franck Monnier ne “L’Univers Fascinant des Pyramides d’ Égypte”, pagg. 26-43
EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre

I RECINTI FUNERARI REALI DI ABYDOS E HIERAKONPOLIS

Le tombe reali della I e II dinastia a Umm-el Qaab, nei pressi di Abydos, furono scavate interamente da Petrie tra il 1900 e il 1902 e la loro enorme rilevanza apparve chiara sin dal primo momento. A partire dalla fine del secolo scorso, gli scavi di Günter Dreyer, hanno aggiunto nuove conoscenze e consentito la localizzazione di tombe di sovrani persino più antiche. Tuttavia i recinti reali di Abydos, situati a circa un chilometro e mezzo a nord della necropoli, presentano degli aspetti ancora dibattuti dagli archeologi.

Dal 1982 queste strutture sono state analizzate con attenzione sempre crescente e soggette a nuovi scavi ed indagini sotto l’egida del Pennsylvania Yale-Institute of Fine Arts, della Abydos Expedition condotta dalla New York University, diretta da W.K. Simpson e David O’Connor, e dall’ Abydos Early Dinastic Project diretto da David O’ Connor e Matthew Adams. Il secondo team, in particolare ha focalizzato il suo impegno nella localizzazione e nello scavo definitivo di tutte le rovine ancora inesplorate ricorrendo anche all’uso di esami magnetici.

Immagine n. 1 Nell’angolo meridionale di Shunet el-Zebib è parzialmente visibile il muro perimetrale. I danni subiti dalla struttura sono evidenti, ma è in atto un programma di conservazione (©I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Coonnor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 78-79).

I recinti di Abydos sono strutture costruite per i sovrani della I e II dinastia sepolti a Umm el-Qaab. Definiti talvolta dagli studiosi, come “Talbezirke” ( vale a dire “luoghi della valle” oppure “palazzi funerari”) mostrano di essere stati elementi di importanza pari alle tombe stesse e possono essere ragionevolmente considerati come i diretti antenati dei successivi complessi piramidali. Uno di questi recinti, il più tardo, costruito per il re Khasekhemwy (Immagini 1-2-3) alla fine della II Dinastia si presenta ancora come un’ imponente struttura ed è chiamato localmente “Shunet el-Zebib”. In alcuni punti il muro in mattoni crudi si avvicina all’altezza originaria che, probabilmente raggiungeva gli 11 metri, e circoscrive un’ area di circa un ettaro. Tutte le altre strutture, raggruppate nelle vicinanze, anch’esse realizzate in mattoni, sono gravemente danneggiate e spoglie sicché possono essere studiate e rivelate solo attraverso gli scavi.

Immagine n. 2 La modanatura della facciata nord-orientale della recinzione di Khasekhemwuy (Shunet el-Zebib) è ancora in buono stato di conservazione (©I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Coonnor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 78-79).

Il recinto di Khasekhemwy è il più grande monumento del Periodo Protodinastico ad essersi conservato ancora eretto (un’altra sua cinta muraria la ritroviamo a Hierakonpolis, ma misura circa la metà) e fu esplorato per la prima volta su mandato di Auguste Mariette negli anni 60 del 1800, ma non si riuscì a determinarne né la datazione, né la funzione. Nel 1903, l’archeologo inglese E.R. Ayrton lo attribuì a Khasekhemwy e poco lontano localizzò una recinzione di Peribsen, il suo predecessore. Suggerì, inoltre, che un terzo recinto, nei pressi di un villaggio copto ancora oggi esistente, risalisse all’ Epoca Protodinastica. Gli studi condotti su quanto ne rimane, però, fanno propendere per una datazione più tarda.

Immagine n. 3 Una diversa inquadratura del recinto di Khasekhemwy ripresa da Sylvie Favre Brian (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag. 24)

Tra il 1911 ed il 1914 l’ egittologo inglese Thomas Eric Peet rinvenne le tracce di un altro recinto associato a sepolture sussidiarie molto simili a quelle che circondavano le tombe reali della I dinastia a Umm el-Qaab.

Nel 1922 Petrie confermò che si trattava di una cerchia di mura associata alla regina madre Merneith e rinvenne a nord-ovest di questa due immensi rettangoli concavi contenenti tumulazioni accessorie risalenti ai re Djer e Djet. Inoltre, a sud-ovest del recinto di Merneith trovò un’ altra probabile recinzione che prudenzialmente chiamò “Mastaba occidentale”.

Fino al 1986 sul sito non furono eseguite altre esplorazioni, ma nel 1966 Barry Kemp aveva suggerito che la “Mastaba occidentale” fosse effettivamente un recinto e che non si poteva escludere l’esistenza di ulteriori mura in mattoni all’interno dei rettangoli sepolcrali di Djer e Djet. Fondamentalmente d’accordo con lui, Werner Kaiser, nel 1969, propose che gli eventuali recinti potessero essere stati eretti in legno e stuoie anziché in mattoni. Entrambi gli studiosi, cui si associò anche Günter Dreyer, erano comunque concordi sul fatto che le recinzioni dimostrassero che le tombe reali di Umm el-Qaab erano inumazioni e non cenotafi come qualcuno ancor oggi sostiene. In seguito, l’attività dell’ Abydos Early Dinastic Project ha permesso di ampliare considerevolmente le nostre conoscenze sui recinti di Abydos. E’ stato, infatti, localizzato il settore nord-ovest (caratterizzato dalla presenza di una porta monumentale) del recinto di Peribsen, del tutto ignorato dai primi scavatori; acquisita la conferma dell’esistenza della cinta in mattoni di Djer econseguentemente, dell’altra appartenuta a Djet. Inoltre, è stato definitivamente accertato che la “Mastaba occidentale” è a tutti gli effetti una recinzione muraria.

Immagine n. 4 Mappa del sito nel primo periodo dinastico (©I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Coonnor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 80).

Nel 2001 ha preso il via l’indagine magnetica dell’intera area che ha rapidamente condotto all’emozionante scoperta di ulteriori due recinti. Appare quindi chiaro che per ogni tomba reale di Umm el-Qaab fu realizzata una cinta lontana, nell’area che oggi viene indicata come “Necropoli Nord”. Questa localizzazione pone tali edifici decisamente più vicini all’antica città, al margine della piana fluviale, rispetto alle tombe vere e proprie realizzate nell’area desertica (Immagini 4-5-6).

Immagine n. 5 Localizzazione dei recinti del primo periodo dinastico (©I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Coonnor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 81).

A Hierakonpolis, il recinto di Khasekhem (il primo nome di Khasekhemwy), esplorato solo sporadicamente in passato, è stato oggetto di studio sistematico da parte di Renée Friedman. Diversamente da quelli rettangolari di Abydos, presenta una pianta quadrata ed occupa un’area di circa 0,49 ettari; in alcuni punti conserva ancora un’altezza di 11 metri. Qualunque fosse il suo scopo è improbabile che contenesse una tomba del sovrano a Hierakonpolis, della quale non è mai stata ritrovata traccia.

Immagine n. 6 I muri e l’interno del recinto di Aha, qui ripreso da nord-ovest,furono scavati in misura consistente già nell’antichità. La cappella interna è visibile in lontananza. Sullo sfondo si distingue Shunet el-Zebib, mentre a destra si osserva il muro di un cimitero cristiano moderno, sovrapposto all’angolo occidentale della struttura di Aha (©I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Coonnor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 81).

I re della II dinastia precedenti a Peribsen, furono inumati a Saqqara e non ad Abydos e si suppone che le loro tombe fossero completate da recinti separati dei quali, tuttavia, non è stato possibile datarne con certezza i ruderi che potrebbero anche appartenere ai complessi piramidali edificati dopo quello di Djoser.

Le vestigia del recinto di Khasekhemwy ad Abydos sono sorprendenti, ma essendo antiche di oltre 4600 anni, cominciano a mostrare segni di instabilità e minacciano di crollare.

Immagine n. 7 Il recinto di Khasekhemwy a Hierakonpolis (© http://www.hierakonpolis-online.org/inde…/explore-the-fort).

Grazie alla concessione della United States Agency for International Development Fund, tramite l’Egyptian Antiquieties Project dell’ American Research Center in Egitto, sono state messe in atto le iniziative intese a documentare, stabilizzare e conservare questo grande monumento.

Nel 1991, inaspettatamente, si rinvennero dodici enormi fosse per barche (altre due furono localizzate nel 2000), disposte in fila all’esterno del versante nord-orientale della tomba di Khasekhemwuy (Immagini n. 8-9).

Immagine n. 8 In primo piano si possono osservare i resti di alcune fosse per barca situate a nord-est di Shunet el-Zebib, visibile sullo sfondo (©I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Coonnor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 82-83).

Databili alla I dinastia, questi elementi costituiscono un ulteriore importante collegamento tra Abydos, i monumenti reali protodinastici e i ben più tardi complessi piramidali. Anche questi ultimi, infatti, sono talvolta contraddistinti dalla presenza di “tombe” per barche oppure di cavità che ne richiamano la forma. Ad Abydos, ora lo si può asserire con certezza, queste installazioni sono del tutto simili, se non completamente identiche, nella configurazione e nel contenuto; inoltre, una vera barca di legno, lunga circa 23 metri era mantenuta in assetto da una trincea scavata poco al di sotto della superficie del deserto.

Immagine n. 9 In questa mappa sono illustrate le quattordici fosse per barca che furono dedicate all’anonimo proprietario del recinto della “Mastaba Occidentale” (©I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Coonnor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 82).

Le imbarcazioni, accuratamente inserite in una muratura di mattoni crudi, sporgevano di circa 50 centimetri rispetto al livello del suolo. Raggiunta poi la sommità del natante, la cavità che ne derivò fu colmata anch’essa con mattoni e all’estremità fu aggiunta una muratura a contrafforte. Di conseguenza la fossa, estesa longitudinalmente per 26,3 metri, finì per risultare notevolmente più lunga del natante stesso. Tutta la parte superiore veniva poi intonacata e imbiancata. L’aspetto finale delle sovrastrutture ricalcava il profilo della barca che ospitavano, mentre il contrafforte ne rappresentava la “prua” o la “poppa”.

La fila di quattordici fosse doveva quindi apparire, nel suo insieme, come una flotta ormeggiata nel deserto; impressione ulteriormente rafforzata dalla presenza di un piccolo masso posto su alcune di esse come ad indicare un dispositivo di ancoraggio o di ormeggio (Immagine n. 10).

Immagine n. 10 Due fosse rivelano la prua o la poppa delle imbarcazioni inumate. Degno di nota è il piccolo masso sulla sagoma a sinistra. Probabilmente era un’ancora oppure una pietra di attracco (©I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Coonnor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 83).

Fosse simili sono presenti anche in associazione con le tombe d’élite della I dinastia a Saqqara e a Helwan, ma in numero di solo una per sepolcro e di solito più piccole e meno elaborate di quelle di Abydos. Queste inumazioni navali, risalgono alla stessa epoca del recinto della Mastaba Occidentale, il cui proprietario regale rimane ancora oscuro ed in ogni caso risultano essere più antiche del recinto di Khasekhemwuy, che fu eretto 200 anni dopo, se non di più.

Nel 2000 è stata riportata alla luce parte di un imbarcazione al fine di poter analizzare i problemi relativi allo scavo e alla conservazione e per cominciare ad indagare sulla struttura stessa delle barche. Il segmento rinvenuto ha rivelato che gran parte del fasciame si trova in situ, ma si presenta estremamente fragile, mentre il resto è stato degradato dagli insetti xilofagi (Immagine n. 11). Tuttavia, l’esperta consulente Cherl Ward, poté facilmente stabilire che le tavole erano assemblate tra loro per mezzo di funi intrecciate che passavano attraverso occhielli ricavati nel legno.

Immagine n. 11 Primo piano della fossa per barca n. 10 parzialmente scavata: parte del fasciame è ancora intatta anche se i pozzi intrusivi lo hanno distrutto su entrambi i lati (©I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Coonnor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 83).

Le imbarcazioni non sono provviste né di ponte né di castello, ma la ricercatrice è convinta che fossero funzionali e non semplicemente dei giganteschi modelli: dotate di scafi bassi e affusolati, un equipaggio composto da una trentina di rematori sarebbe stato in grado di farle navigare velocemente.

Le barche di Abydos costituiscono un elemento di enorme importanza per gli archeologi in quanto hanno abbondantemente raddoppiato il numero di vascelli in legno rinvenuti in Egitto e sono inoltre, le più antiche imbarcazioni al mondo, finora scoperte (Immagine n. 12) .

Immagine n. 12 Pianta di una tipica imbarcazione non scavata. Sebbene frammentario, a causa di distruzioni successive, lo scavo manitene la forma di imbarcazione. All’interno è visibile (linee più scure) il profilo dello scafo di legno.

Nonostante l’incompletezza delle testimonianze disponibili, appare chiaro che i recinti di Abydos avessero una funzione preminentemente funeraria e che, per quanto riguarda il loro aspetto, mutarono relativamente poco nel corso degli oltre 300 anni in cui si svolse il Periodo Protodinastico.

Le connessioni con le contemporanee tombe di Umm el-Qaab e con le sepolture supplementari associate entrambe alla I dinastia, indicano chiaramente il loro utilizzo in questo ambito. Sia i cortigiani e i servitori sacrificati, sia le barche sepolte rientrano in quella tipica concezione riconducibile all’idea di un proseguimento delle mansioni da svolgere in favore del sovrano tanto nel contesto della tomba stessa, quanto nell’ambito del recinto.

Le tombe di Umm el-Qaab databili alla I e alla II dinastia si differenziano per la loro planimetria, ma molto probabilmente, tutte erano ricoperte da una sovrastruttura costituita da un tumulo di sabbia e ghiaia, racchiuso da mura di contenimento in mattoni o pietra (come nel caso di Khasekhemwuy) e affiancato a sud-est da una cappella. In pratica, allorquando si dava avvio alla realizzazione di una tomba, iniziava anche la costruzione di un recinto nella Necropoli Nord.

Alcuni sepolcri, forse addirittura tutti, venivano dotati di una cappella utilizzata per il culto del defunto.

Con il passare del tempo, i recinti si diffusero su un’ampia area (estesa all’incirca per 10 ettari) non occupata da altre tombe se non da quelle supplementari che venivano disposte ordinatamente attorno ad alcune (o forse tutte) recinzioni della I dinastia. Queste seguono invariabilmente lo stesso modello, anche se si notano cambiamenti nei dettagli architettonici che sembrano indicare, più che altro, trasformazioni nella pratica dei rituali; le dimensioni possono differire, ma resta comunque del tutto simile la loro planimetria. Il recinto di dimensioni minori è quello di Aha, scoperto nel 2001 ed esteso su una superficie di 0,07 ettari, quello di Merneith e la “Mastaba Occidentale” occupano mediamente circa 0,18 ettari, quelli di Djer Peribsen 0,55 ettari, mentre la cinta di Khasekhemwuy, la più grande, ricopriva un’area di 1,07 ettari. Tutti si presentano sostanzialmente omogenei nella loro forma rettangolare e seguono l’orientamento da nord-ovest a sud-est; inoltre in tutte le facciate esterne si aprono delle nicchie che ricalcano uno schema virtualmente identico, costituito da semplici incavi su tre facciate ed uno più articolato e complesso a nord-est o, in qualche caso ad est. Ciascun recinto disponeva di un accesso presso gli angoli nord ed est ed alcuni erano dotati di ingressi aggiuntivi. Le pareti erano sempre intonacate con fango, tranne quelle dell’edificio di Khasekhemwuy che presentano un ulteriore rivestimento di intonaco biancoE’ stata, inoltre, accertata la presenza di una cappella nei recinti di Aha, DjerPeribsen Khasekhemwuy ubicata invariabilmente nella metà sud-orientale della cinta.

L’accesso ad est, relativamente più elaborato, era dotato di una sala interna che permetteva l’ingresso al recinto: veniva lasciata sempre aperta ed era situata abbastanza vicino alla cappella. Durante la I dinastia, questo elemento doveva essere considerato molto importante: lo dimostra il fatto che, mentre le tombe sussidiarie erano collocate ad una certa distanza, quelle più grandi, e presumibilmente di maggior prestigio, erano raggruppate nelle sue immediate vicinanze.

Alcuni particolari sembrano indicare che le variazioni occorse nel rituale con il passare del tempo, abbiano determinato cambiamenti nelle forme architettoniche. Durante la I dinastia, infatti, l’accesso nell’angolo settentrionale si caratterizzava per una pianta molto semplice e veniva sigillato poco dopo il completamento del recinto in modo da prendere l’aspetto di una nicchia molto profonda orientata verso l’esterno. Fu utilizzato solo per un breve periodo ed era probabilmente correlato ai rituali che si svolgevano nella metà nord-occidentale della cinta. Nei recinti della tarda II dinastia, invece, l’ingresso nord divenne più elaborato: era profondamente incassato, dotato di una sala interna e, apparentemente, non veniva sigillato. Tutto ciò suggerisce che il passaggio settentrionale avesse acquisito una maggiore rilevanza e, probabilmente, fu utilizzato per ripetuti ingressi rituali.

Per gran parte del Periodo Protodinastico, la cappella ubicata presso l’ingresso orientale fu di modeste dimensioni e relativamente semplice. I tempietti dei recinti di Aha Peribsen erano dotati di solo tre camere con pianta quasi del tutto identica e, come quello, Djer avevano una dimensione di 86,5 metri quadrati. La cappella di Khasekhemwuy era, invece, decisamente più grande, misurando ben 290,7 metri quadrati, e conteneva undici o più sale, il che lascia supporre che al suo interno vi si svolgevano cerimoniali molto più sofisticati rispetto a quelli praticati nelle cappelle precedenti. Quello che doveva accomunare questi tempietti è la natura dei riti incentrati, plausibilmente, su un’immagine del sovrano defunto.

Il recinto di Khasekhemwuy, caso unico per Abydos, era circondato da un muro perimetrale più basso rispetto a quello principale, dando così origine ad un corridoio scoperto tutto intorno al monumento, utilizzato ragionevolmente anch’esso per i rituali (Immagine n. 13) .

Immagine n. 13 Particolare del muro sud-occidentale e perimetrale di Shunet el-Zebib (©I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Connor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 80-81).

Un elemento sorprendente, emerso dalle indagini, è costituito dal fatto che si sono trovate prove che tutti i recinti di Abydos venivano abbattuti. E’ probabile che questa demolizione fosse l’atto finale del rito funebre celebrato per il sovrano (oppure conseguenza dell’ inizio della costruzione della cinta per il re successivo) e che rappresentasse una sorta di “sepoltura” simbolica al fine di assicurare che sia il recinto sia la relativa cappella, esattamente come i servitori e le barche, restassero completamente ed eternamente disponibili per il possessore defunto.

La cinta di Khasekhemwuy fu, invece, lasciata intatta forse perché molto più imponente delle altre, il che bastava a garantirne l’ imperitura fruizione (Immagine n. 14).

Immagine n. 14: Una suggestiva immagine dello Shunet el-Zebib il recinto della Seconda Dinastia del re Khasekhemwy (circa 2700 a.C.) guardando verso nord al tramonto, 1988. Foto di David O’Connor © North Abydos Expedition (ex Penn-Yale-IFA), per gentile concessione del Penn Museum.

L’altro recinto di Khasekhemwuy, eretto a Hierakonpolis, presenta notevoli diversità: simile per quanto riguarda il muro perimetrale, ha una pianta quadrata e non rettangolare, è dotato di una cappella posta in posizione centrale anziché verso l’estremità meridionale e, inoltre, possiede solo un accesso invece di due. Infine, le iscrizioni presenti dimostrano che ospitava un culto dedicato al re, ma non esplicitamente funerario (Immagine n. 15).

Immagine n. 15: Il recinto di Khasekhemwy, noto anche come forte di Hierakonpolis (Courtesy of the Hierakonpolis Expedition © Archaeology’s InteractiveDig)

Un team austro-tedesco guidato dall’archeologa Christiana Köhler dell’Università di Vienna sta studiando la tomba della regina Merneith (Immagine n. 16), ad Abydos, quasi sicuramente la donna più potente della I Dinastia.

Immagine n. 16 Il complesso funerario della regina Meret-Neith ad Abydos durante gli scavi. La camera funeraria della regina si trova al centro del complesso ed è circondata dalle tombe secondarie dei cortigiani e dei servitori. (© E. Christiana Köhler, Università di Vienna https://medienportal.univie.ac.at/…/5000-year-old-wine…/)

Recenti scavi dimostrano la sua particolare importanza storica: i ricercatori hanno trovato vino e altri corredi funerari risalenti a 5000 anni fa, che alimentano l’ipotesi che Merneith sia stata la prima donna faraone dell’antico Egitto, circa 1500 anni prima della più famosa Hatshepsut. Il team ha scoperto nuove informazioni significative su questa importante figura femminile del primo periodo dinastico. Fu, infatti, la donna più potente del suo tempo, l’unica ad avere una propria tomba monumentale nel cimitero reale di Abydos. I nuovi scavi portano alla luce nuove, entusiasmanti informazioni su questa donna unica e sulla sua epoca. Il team archeologico ha, infatti, rinvenuto tracce di un’enorme quantità di corredi funerari, tra cui centinaia di grandi giare per il vino (Immagine n. 17).

Immagine n. 17 Giare di vino di 5.000 anni fa nella tomba della regina Meret-Neith ad Abydos sono nella loro posizione originale e in parte ancora sigillate (© E. Christiana Köhler, Università di Vienna https://medienportal.univie.ac.at/…/5000-year-old-wine…/)

Alcune di esse erano molto ben conservate e persino ancora sigillate nel loro stato originale e contenevano i resti di vino risalente a 5.000 anni fa. Inoltre, le iscrizioni attestano che Merneith fu responsabile di uffici governativi centrali come il tesoro, il che rafforza ulteriormente la ipotesi della sua enorme rilevanza storica e politica.

Il suo monumentale complesso funerario, che comprende le tombe di 41 cortigiani e servitori oltre alla sua camera funeraria, fu costruito con mattoni di fango crudo, argilla e legno. Grazie agli accurati metodi di scavo e all’impiego di nuove tecnologie archeologiche, il team è stato in grado di dimostrare che le sepolture furono realizzate in diverse fasi costruttive e in un periodo di tempo relativamente lungo. Questa osservazione, insieme ad altri indizi, mette in discussione (almeno in questo caso) l’idea di un sacrificio umano come parte del rituale nelle sepolture reali nella I dinastia, ipotizzata già a partire dalle prime ricerche, generalmente accettata, ma mai definitivamente e incontrovertibilmente dimostrata.

Il team lavora nell’ambito di una collaborazione interdisciplinare e internazionale tra il Ministero del Turismo e delle Antichità egiziano, l’Istituto Archeologico Germanico del Cairo, l’Università e il Politecnico di Vienna in Austria, nonché l’Università di Lund in Svezia. Il progetto è finanziato dall’Austrian Science Fund (FWF) e dalla Deutsche Forschungs- und Forschungs- und Forschung (DFG).

In una dichiarazione del Ministero del Turismo e delle Antichità egiziano, il Dott. Mustafa Waziri, Segretario Generale del Consiglio Supremo per l’Archeologia, ha confermato l’importanza della scoperta. Secondo questo comunicato, le giare sono state rinvenute in eccellenti condizioni e i resti di vino al loro interno risalgono a circa 5.000 anni fa. Oltre a queste giare, il team ha anche svelato una collezione di arredi funerari che getta luce sulle pratiche e le credenze funerarie del periodo. Ulteriori rivelazioni sono arrivate dal Dott. Dietersh Rao, direttore dell’Istituto Germanico del Cairo che ha dichiarato che gli scavi hanno fornito nuove informazioni sulla vita e sul regno della regina Merneith (o Meret-Neth): alcune iscrizioni affermano, infatti, che ricoprì una serie di importanti incarichi governativi incluso un ruolo nella conservazione del tesoro. Pertanto, la scoperta aggiunge dettagli alla storia della vita di questa antica sovrana enigmatica, ma evidentemente molto importante.

Christiana Köhler, dell’Università di Vienna, ha riferito: «Il vino non era più liquido e al momento non siamo riusciti a determinare se fosse rosso o bianco. Abbiamo trovato molti residui organici, vinaccioli (Immagine n. 18) e forse tartaro, al momento in fase di ulteriori analisi scientifiche. Si tratta probabilmente della seconda più antica testimonianza diretta del vino»

Immagine n. 18 I vinaccioli rinvenuti, risalenti a circa 5.000 anni fa (© E. Christiana Köhler, Università di Vienna https://medienportal.univie.ac.at/…/5000-year-old-wine…/)

Reggente o consorte, Merneith si distingue nella storia egizia per il suo nome legato alla dea Neith. Il suo nome significa, infatti, “amata da Neith“. Si ritiene che abbia assunto le redini del potere in Egitto intorno al XXX secolo a.C., dopo la scomparsa del marito Djet, probabilmente il terzo o quarto faraone della I Dinastia, poiché il loro figlio, Den, era troppo giovane per salire al trono. Questo periodo di amministrazione sarebbe durato solo fino al raggiungimento della maggiore età del figlio.

Tuttavia, i documenti rimangono contrastanti sul fatto che Merneith sia stata la prima o, forse, seconda regina a governare l’Egitto in questo modo. Alcuni egittologi hanno sostenuto che la prima sia stata Neithhotep, mentre altri hanno escluso che ci siano state donne al potere prima di qualche secolo dopo la I Dinastia egizia.

Nel frattempo, la testimonianza più convincente di un potenziale regno si trova Umm el-Qaab nei pressi di Abydos. Immersa tra tombe reali maschili, la Tomba Y (Immagine n. 19) reca il nome di una donna, Merneith e la nuova scoperta delle giare per il vino al suo interno contribuisce a rafforzare questa ipotesi.

Immagine n. 19 Mappa del sito archeologico Umm al-Qaab, nella città di Abydos in cui è evidenziata la tomba di Merneith

Oltretutto, sebbene sia assente da alcuni elenchi di sovrani, la famosa Pietra di Palermo dell’Antico Regno riporta il suo nome. Ulteriori prove della sua influenza emergono da un sigillo trovato nella tomba di Den, che elenca i re della I Dinastia. Qui, in tra i sovrani indiscutibilmente maschi legati al dio Horus, il titolo distintivo di Merneith recita: Madre del Re“. D’altra parte, il dibattito continua a essere molto acceso dal momento che alcuni studiosi si oppongono al suo regno da sola, indicando un altro sigillo che elenca i sovrani della I, escludendo Merneith.

La tomba della regina Merneith fu scoperta a Umm el-Qa’ab da Flinders Petrie, in un’area associata ad altri faraoni della I Dinastia. Alcune delle prove più convincenti furono rinvenute in due stele di pietra che identificavano la tomba come sua. Questa nuova recente scoperta promette di fare ulteriore chiarezza su alcuni aspetti della storia egizia delle prime dinastie e offre una comprensione più approfondita delle pratiche funerarie reali dell’epoca.

Le strutture piramidali dell’antico Egitto derivano chiaramente dalla piramide a gradoni costruita a Saqqara dal re Djoser all’inizio della III Dinastia, ma è interessante cercare di comprendere come questa struttura, eretta immediatamente dopo i monumenti di Khasekhemwy (Immagini n. 20-21), sia in qualche modo correlata con le tombe reali protodinastiche e con i relativi recinti separati di Abydos.

Immagine n. 20 La tomba di Khasekhemwuy, qui ripresa da un’altra angolazione, fu scavata da Petrie durante la sua spedizione del 1901 a Umm el Qa’ab e da lui chiamata “Tomba V”. La sua forma trapezoidale, con una lunghezza di 68,97 metri, una larghezza minima di 10,04 metri e una larghezza massima di 17,06 metri, la distingue dalle altre tombe reali del sito. È costituita da una camera funeraria centrale, costruita con blocchi di calcare squadrati ed é circondata da diverse camere più piccole, comunicanti, con pareti in mattoni crudi, che probabilmente servivano da deposito.
A differenza delle altre tombe reali di Umm el-Qa’ab, la tomba di Khasekhemwi ha due ingressi, uno a nord e l’altro a sud. (©The Ancient Egypt site https://www.ancient-egypt.org/…/tomb-v-at-umm-el-qaab.html

Intanto, ci occupiamo delle differenze che sono ovviamente evidenti e riguardano innanzitutto le dimensioni. Il complesso di Djoser, così come pervenne alla sua forma finale, era enorme se paragonato a quelli dei suoi predecessori, dal momento che occupava una superficie di 15 ettari (vale a dire 14 volte più grande del recinto di Khasekhemwy) e fu realizzato interamente in pietra e mattoni crudi. Tutta l’area era circondata da un recinto in cui, al posto di uno spazio vuoto e di una cappella, fu realizzato un fitto insieme di costruzioni e cortili con al centro una tomba sovrastata da una imponente piramide a gradoni alta 62 metri.

Immagine 19 L’angolo meridionale di Shunet el-Zebib, mostra i danni inflitti dall’uomo ai quali si sono aggiunti quelli arrecati dalla moltitudine di uccelli che hanno nidificato all’interno della struttura (© I recinti funerari reali di Abydos e Hierakonpolis di Matthew Adams e David O’ Coonnor pubblicato nel volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag.85).

In origine, però, il complesso era decisamente più piccolo, di pianta più semplice ed evidentemente ispirato agli archetipi protodinastici, trattandosi di un recinto con passaggi presso gli angoli nord-est e sud-est, esattamente come ad Abydos, anche se le nicchie esterne si presentavano maggiormente elaborate. Lo spazio interno conteneva una tomba coperta da un basso tumulo in pietra, molto simile a quello delle tombe reali di Umm el Qa’ab, e poche altre strutture. Da questa disposizione iniziale si diede l’avvio ad uno sviluppo architettonico che condusse alla realizzazione del complesso così come è giunto sino a noi.

E’ tuttavia abbastanza probabile che il modello iniziale non fosse direttamente suggerito dalle tombe protodinastiche e dai recinti di Abydos, quanto piuttosto dai monumenti funerari regali della II Dinastia situati a Saqqara nelle vicinanze. Qui, infatti, sono state identificate due tombe ciascuna delle quali presenta una grande rete di magazzini sotterranei ricavati nella roccia, una camera sepolcrale e altre sale e gallerie disposte a sud. Non sappiamo come si presentassero le sovrastrutture, ma è verosimile che seguissero fondamentalmente la stessa pianta dei recinti di Abydos, sebbene con alcune considerevoli modifiche.

Ad Abydos, infatti, tomba e recinto erano separati essendo la prima posta lontano nella zona desertica, mentre il secondo si ergeva nei pressi della pianura alluvionale. A Saqqara, come osservava Kemp, evidentemente, non ci fu motivo di tenere separati i due elementi e forse la superficie sovrastante l’intera tomba ipogea era delimitata da un recinto realizzato, presumibilmente, in mattoni crudi. L’estensione del sepolcro lascia presupporre che quest’ultimo doveva avere più o meno le stesse dimensioni dei quello di Peribsen ad Abydos con una camera funeraria probabilmente situata nella metà meridionale della cerchia, sovrastata da un tumulo in superficie e forse affiancata da una cappella a sud come nel caso di Umm el-Qa’ab. E’ possibile che il restante spazio fosse vuoto con l’ingresso alla tomba disposto all’estremità settentrionale: in questo modo, le processioni funerarie avrebbero avuto accesso al recinto attraverso un passaggio presso l’angolo nord-orientale, mentre il tumulo e la cappella sovrastanti la tomba erano forse accessibili grazie ad un altro ingresso presso l’angolo sud-orientale.

Si ipotizza che i monumenti reali di Saqqara, relativi alla II Dinastia, avessero un aspetto molto simile a quello della prima fase del complesso di Djoser tranne che per il fatto che tomba e tumulo di quest’ultimo furono spostati più a nord. Comunque, è plausibile che sia la tomba sud sia la vicina cappella del complesso di Djoser, entrambe prive di funzione, commemorassero la vera tomba e la cappella reale che si trovano grosso modo la stessa posizione nei recinti reali della II Dinastia presenti a Saqqara.

Anche osservando il complesso monumentale di Djoser nella sua disposizione finale, restano evidenti e rilevanti le correlazioni con i prototipi delle prime dinastie, ivi compreso l’utilizzo continuativo del recinto a pianta rettangolare, mentre il monticello che sovrastava la tomba protodinastica evolve nella tipica struttura piramidale a gradoni dilatandone enormemente le proporzioni. Tale forma si rese necessaria per stabilizzare l’ ingente massa di muratura in pietra soggetta a forti pressioni interne.

Inoltre, come già si è fatto cenno poc’anzi, la maggior parte delle strutture cultuali risalenti alla prima fase costruttiva sembrano non aver rivestito alcun aspetto funzionale, trattandosi di ambienti riempiti esclusivamente di detriti, ad eccezione di uno o due piccole camere simboliche. In pratica, analogamente ai recinti protodinastici di Abydos che venivano dotati di servitori sacrificati e successivamente demoliti per al fine di passare pienamente nell’Aldilà, anche il complesso di Djoser fu concepito inizialmente, e in gran parte, affinché il re potesse servirsene nell’Oltretomba; le attività dei vivi, di conseguenza, non necessitavano che di pochi ambienti come il tempio funerario.

Anche le inumazioni delle barche di Abydos possono essere considerate come “trait-d’union” tra i monumenti protodinastici e i più tardi complessi piramidali, trattandosi di prototipi di ricoveri per imbarcazioni e/o di fossati aventi tale forma che furono allestiti sporadicamente anche per le piramidi della IV Dinastia e di epoca più tarda.

In definitiva, ogni monumento funerario regale di Epoca Protodinastica consisteva di due parti distinte: la tomba, situata a Umm el-Qaab ed il rispettivo recinto, che ne era parte integrante, edificato circa quattro chilometri più a settentrione, nella necropoli Nord.

Le attività di scavo più recenti ed il riesame di quelle precedenti, stanno fornendo indizi sempre più probanti su quali fossero le funzioni rituali specifiche e i significati simbolici di queste strutture. Si può ragionevolmente concludere che i recinti reali ed i sepolcri di Abydos vanno considerati, nel loro complesso, come i prototipi del complesso della Piramide a Gradoni di Djoser (Immagine n. 22), mentre i monumenti reali della II Dinastia presenti a Saqqara giocarono un sostanzioso ruolo di mediazione ed integrazione. L’ architettura funeraria regale protodinastica, in particolare quella di Abydos, quindi, fu il punto d’origine della principale direttiva di sviluppo che condurrà ai complessi piramidali e le cui tracce sono riscontrabili finanche nelle tombe del Nuovo Regno.

Immagine n. 20 Ricostruzione del complesso di Djoser (©Franck Monnier et Paul François, pubblicato in “L’ Univers Fascinant Des Pyramides d’ Égypte, pag 27).

Fonte:

Foto di copertina di isawnyu

EVOLUZIONE DELL'ARCHITETTURA FUNERARIA, Luce tra le ombre

TOMBE DELLA I e II DINASTIA

INTRODUZIONE

La conquista delle regioni del Nord, operata dai loro vicini meridionali intorno al 3100 a.C., fece dell’Egitto un territorio unificato che si estendeva dal mar Mediterraneo sino alle porte della Nubia. Sotto la I Dinastia regnante gli abitanti perpetuarono le loro usanze funerarie beneficiando sia di risorse centralizzate sia di innovazioni apportate da una società in piena evoluzione. Nel contempo, le sepolture reali assumevano proporzioni sempre più imponenti e il culto funerario divenne più sofisticato. Distanti dalle tombe reali, furono realizzati grandi recinti in mattoni decorati secondo lo stile a “facciata di palazzo”. Tra questi, figura una delle più antiche strutture di questo tipo al mondo: lo “Shunet ez-zebib” (Immagine n. 1) di Abydos, fatto erigere dal re Kasekhemui della II dinastia.

Immagine n. 1 La parete nord-orientale del recinto di Khasekhemui (Shunet ez-zebib) che presenta ancora nicchie ben conservate (© isawnyu – https://www.flickr.com/photos/34561917@N04/7257223708/, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=35697077)

Sebbene si supponga che questo edificio abbia qualche legame con la celebrazione delle feste giubilari post mortem, la sua funzione esatta resta ancora misteriosa; è, però, indubitabile che tutto concorre a lasciar pensare che sia stato fonte di ispirazione per il complesso funerario di Djoser.

Dopo l’unificazione dell’Alto e Basso Egitto, la residenza reale fu stabilita a Menfi, ma i re della I Dinastia non abbandonarono la tradizione dei loro antenati predinastici e continuarono a farsi seppellire ad Abydos. La sequenza di questi sovrani è impressa sui sigilli rinvenuti nelle tombe di Den e Qaa (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 Hetepdjef inginocchiato, con una parrucca scalare e un corto gonnellino comunica il suo nome sulla base della statua. Dietro la spalla destra si leggono i nomi di Horo dei primi tre sovrani della II Dinastia: Hotepsekhemwy, Raneb (o Nebra) e Ninetjer. Probabilmente Hetepdjef servì il culto di questi tre re durante la III dinastia. Museo del Cairo JE 34557 (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 62)

La II Dinastia rimane, invece, uno dei periodi più oscuri della storia egizia. I nomi di Horo (così identificati in quanto il nome del sovrano è inscritto nella raffigurazione di un serek sormontato da un falco) dei primi tre re HotepsekhemwyRaneb (o Nebra) e Ninetjer, sono incisi sulla statua di un sacerdote a Mit Rahina (Immagine n. 2). I sigilli di Hotepsekhemwy, provenienti dalla tomba di Qaa (Immagine n. 3) a Umm el-Qaab, provano che questo sovrano fu responsabile della sepoltura dell’ultimo re della I Dinastia e che non ci fu interruzione tra le due case regnanti.

Immagine n. 3 Questa impronta di sigillo dell’epoca di Den (I Dinastia), cita Narmer, Den e anche sua madre Meretneith, poi omessa. Il reperto fu trovato presso la scala della tomba di Den. Nella parte inferiore, il testo di sigillo a cilindro ricostruito fornisce i nomi del dio sciacallo della necropoli, Khentyamentiu (“il primo degli occidentali”, ossia il defunto) e dei re sepolti a Umm el-Qaab in ordine cronologico invertito (da sinistra a destra): Qaa, Semerkhet, Adjib, Den. Djet, Djer, Aha e Narmer. Le impronte sono state rinvenute nella tomba di Qaa su grumi di argilla usati come chiusure per cofani e altri tipi di contenitori (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 63) 

Verso la fine della dinastia, l’unità dell’Egitto fu temporaneamente interrotta e i due ultimi monarchi, Peribsen e Khasekhemwy costruirono le loro tombe ad Abydos.

Statue di Khasekhemche cambiò successivamente il suo nome in Khasekhemwy*, ci informano della repressione di disordini nel Basso Egitto. A lui successe Netjeriket (meglio noto come Djoser) che riportò a Saqqara il luogo di sepoltura.

Il potere e l’attaccamento del sovrano al suo entourage erano tali che veniva accompagnato nel suo viaggio ultraterreno da una schiera di servitori, cortigiani e animali. Alcuni di essi furono sepolti in piccole tombe sussidiarie accuratamente disposte intorno alla mastaba reale. Quella di Djer, a Umm el-Qaab, ad esempio, ne contava non meno di 580! Sebbene alcuni storici propendano per l’ipotesi che si tratti di sepolture sacrificali, l’archeologia ha chiaramente dimostrato che non tutte le sepolture erano contemporanee a quella del re e la diversità degli individui e lo status elevato di alcuni di essi sembrerebbe escludere che si sia potuto strapparli brutalmente dalle loro funzioni. La questione, nondimeno resta molto dibattuta, con evidenze a favore dell’una o dell’altra possibilità. Comunque sia, l’usanza scomparve già con la II dinastia, ove si eccettui il caso della tomba di Khasekhemwy, dove la presenza di ossa umane nelle otto sale da adito a qualche dubbio.

Successivamente, i dignitari delle regioni settentrionali ottennero questo privilegio anche per se stessi, per cui Menfi, punto strategico tra il Delta del Basso Egitto e la Valle dell’Alto Egitto, divenne, sotto la II Dinastia, il centro amministrativo egizio, lontano dalla prima residenza reale situata a Thinis.

Gli alti funzionari della regione avevano visto crescere considerevolmente il loro potere e non esitarono ad ostentarlo erigendo delle mastabe sontuose. Profusamente dipinte, esse riproducevano ossessivamente sulle loro pareti la decorazione a “facciata di palazzo” (detta anche “architettura a nicchie”), il cui geroglifico, il “serekh”, era il simbolo per eccellenza del potere regale. Adottando questa tipologia costruttiva si mirava a rievocare le forme di un primitivo palazzo trasferendole ad una costruzione funeraria o religiosa molto colorata e arricchita con assemblaggi di oggetti in legno e stuoie (immagine n. 4).

Immagine n. 4 Ipotetica ricostruzione di una mastaba arcaica della regione menfita (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.25).

Questa “escalation” e il lusso esibito rivaleggiavano con tutto ciò che la corte era in grado di realizzare, al punto che, per ricordare in modo inequivocabile il suo status, Djoser costruì un complesso funerario a ovest di Menfi, così alto e vasto che nessuno avrebbe mai più potuto eguagliare le capacità del sovrano.

* L’identificazione di Khasekhem con Kasekhemwy costituisce ancor oggi motivo di dibattito tra gli studiosi divisi tra le due possibilità: si tratta di due sovrani diversi oppure di un solo re che, in un particolare momento del suo regno, volle cambiare nome? Certamente, la stretta somiglianza dei nomi crea non pochi interrogativi ed esistono indizi a favore dell’una o dell’altra ipotesi. L’unica informazione certa è che mentre è stata ritrovata ed esplorata la tomba di Khasekhemwy, risulta mancante quella di Khasekhem. I sostenitori dell’identificazione Khasekhem-Kasekhemwy, sostengono che, dopo la parentesi sethiana di Peribsen, che era ritornato ad Abydos a causa dei dissensi con i seguaci di Horo, sia salito al trono Khasekhem (il cui nome significa “il Potente si è manifestato”), che avrebbe intrapreso una decisa operazione politica e militare di pacificazione; raggiunto lo scopo e riunito le Due Terre, avrebbe assunto il nuovo nome di Khasekhemwy (“i due Potenti si sono manifestati”) ed iscritto il suo prenomen nel serekh sormontato dal falco di Horo e dall’animale di Seth.

LE TOMBE REALI DELLA I DINASTIA AD ABYDOS

La necropoli reale arcaica di Abydos, nota come “Umm el-Qaab” (“madre dei vasi” in arabo), si estende nel deserto ad un chilometro e mezzo circa di distanza dalle terre coltivate, di fronte ad una impressionante scarpata di arenaria e ad est di un largo wadi. Gli scavi in questa zona furono iniziati dall’archeologo Émile Amelineau tra il 1895 e il 1898 e proseguirono tra il 1899 e il 1901, sotto la direzione di William Matthew Flinders Petrie, che portò alla luce otto vasti complessi della I Dinastia, due della II e alcune tombe arcaiche. L’illustre egittologo britannico analizzò anche i vasti recinti che facevano parte degli insediamenti funerari.

Immagine n. 5 Planimetria del cimitero di Umm el-Qaab (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 65)

La necropoli sembra essersi sviluppata lungo lo wadi, in direzione nord-sud dove sono stati individuati tre sezioni ben definite (Immagine n. 5):

1. Il cimitero “U” comprendente tombe del periodo Naqada I e sepolcri d’élite del tardo Periodo Predinasticoa nord.

2. Il cimitero “B”, con tombe reali della cosiddetta “Dinastia Zero” e della prima metà della I Dinastia, al centro.

3. I complessi tombali di sei re e di una regina della I Dinastia, a sud.

Ad eccezione delle più remote tumulazioni predinastiche, consistenti in semplici fosse e qualche sepolcro con rivestimento in legno, le tombe, sia le più piccole, sia quelle di dimensioni maggiori presentano camere ipogee di forma rettangolare, rivestite in mattoni che, in passato, dovevano essere ricoperte con legno stuoie e mattoni e, molto probabilmente, sovrastate da un tumulo di sabbia. Sembra che il cimitero “U”, durante il periodo Naqada I (o amraziano, circa 3900-3650 a.C) e fino agli inizi del Naqada II (o gerzeanocirca 3650-3300 a.C.) fosse un semplice sepolcreto, ma a partire dal tardo Naqada II, fu riservato all’élite. Le grandi tombe a camera singola e multipla, con ogni probabilità sono da attribuire ad una serie di capi e ai loro congiunti, oltre che ad una serie di sovrani precedenti quelli della “Dinastia Zero” che furono sepolti nel cimitero “B”.

Particolare rilievo riveste la tomba “U-J”, scoperta nel 1988 i cui campioni analizzati al carbonio 14, hanno restituito una datazione di circa 150 anni antecedente la I Dinastia. Il vasto sepolcro, contenente 12 camere, misura 9,10×7.30 metri; presenta un rivestimento di 1,55 metri di spessore e la sua parte superiore giace circa mezzo metro sotto il livello del deserto. Le evidenze anno permesso di concludere che fu costruita in due fasi distinte. In origine era composta da nove piccoli vani collocati ad est dell’ampia camera sepolcrale e, probabilmente, riecheggiava il modello di un palazzo (Immagine n. 6) con un atrio o una corte centrale, ma successivamente furono aggiunti due nuovi ambienti a sud.

Immagine n. 6 Questo disegno ricostruttivo permette di visualizzare un palazzo predinastico. Seguendo la planimetria di U-J, la tomba più elaborata del periodo, il palazzo di un sovrano doveva consistere di un vano di ingresso, di una stanza centrale, dal soffitto più alto e di camere utilizzate come magazzini a sinistra, mentre gli appartamenti privati erano situati nella parte posteriore. Una camera di servizio, o cucina era accessibile direttamente tramite un’entrata separata (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 65)

Tutte le camere sono connesse tra loro grazie ad una o due piccole aperture. Nonostante fosse stata ampiamente saccheggiata, la tomba conteneva ancora un abbondante corredo funerario consistente in numerosi oggetti in avorio e osso, circa 150 placchette con brevi iscrizioni (Immagine n. 7), abbondante vasellame egizio di vario genere e oltre 200 giare di vino proveniente da Canaan.

Immagine n. 7 Le piccole etichette in osso e in avorio con geroglifici arcaici rinvenute nella tomba U-j erano fissate a contenitori per indicare l’origine del prodotto. Le incisioni costituiscono esempi primitivi di scrittura. Nella prima a sinistra, molto probabilmente, l’albero e il cane indicano la provenienza da una proprietà agricola (l’albero) fondata da un sovrano il cui nome sarebbe stato “cane” o “sciacallo”. Quella centrale ci mostra una cicogna (valore fonetico “ba”) e un seggio (valore fonetico “st”), probabile riferimento alla città di Bubasti, nel Delta. Infine, la terza presenta un elefante (“ab”) con al di sotto tre montagne stilizzate (“dju”). Probabilmente, un chiaro riferimento alla città di Abydos

La camera sepolcrale, che presentava tracce di un tabernacolo ligneo, restituì uno scettro pastorale intatto in avorio, provando senza ombra di dubbio che il proprietario della tomba fosse un sovrano (Immagine n.8).

Immagine n. 8 lo scettro in avorio rinvenuto nella tomba U-j. Museo egizio del Cairo.

Le placchette incise con numeri o con geroglifici (massimo quattro), mostrano una grafia già abbastanza sviluppata. I numeri sembrano indicare misure di pezze di stoffa, mente ai segni era probabilmente affidata l’indicazione di provenienza di diverse merci. Alcuni di questi sono chiaramente leggibili e menzionano istituzioni amministrative, proprietà regie o località quali Buto Bubastis nel Delta. Una notevole quantità di vasi, ad anse ondulate, presenta anche uno o due grandi segni realizzati con inchiostro nero. Il grafema più frequente è uno scorpione talora associato ad una pianta, sicché la sua lettura potrebbe essere “tenuta di Scorpione”. Considerata l’alta frequenza di questa indicazione, è più che ragionevole concludere che nella tomba fu sepolto un re di nome “Scorpione”

Il cimitero “B” comprende tre tombe a doppia camera, appartenute agli ultimi sovrani della Dinastia ZeroIry-Hor (B 1/2), Ka (B 7/9) e Narmer (B 17/18) (Immagine n. 9) oltre ai complessi tombali dei primi due re della I DinastiaAha (B10/15/19+16), e l’effimero Athotis (B 40/50).

Immagine n. 9 La tomba di Narmer (B17/18). Cimitero B, Umm el-Qaab, Abydos (© Wikipedia,autore sconosciuto)

Mentre le tombe a doppia camera si presentano piuttosto modeste e perfettamente conformi alla tradizione predinastica, il complesso di Aha (Immagini n. 10-11), costituito da tre grandi camere e da una serie di sepolture sussidiarie, segna il passaggio all’architettura monumentale, riflettendo l’inizio di una nuova era contrassegnata dall’unificazione dell’Alto e del Basso Egitto sotto un unico sovrano.

Immagini n. 10-11 In queste riprese sono visibili le fosse ausiliarie e le camere principali della Tomba di Aha/Menes costruita in scala molto più grande rispetto a quelle dei predecessori. Per la prima volta si osservano sepolture sussidiarie allineate. Sparse nei vani furono rinvenute ossa di giovani, forse, sacrificati per servire il sovrano nell’Aldilà. Le camere grandi contenevano tabernacoli di legno. Il re fu sepolto, probabilmente in quella centrale (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 64)

Le tre camere misurano circa 7,50 x 4,50 metri, profonde 3, 6 metri e tutte contenevano grandi tabernacoli in legno sorretti da supporti realizzati nello stesso materiale. Con ogni probabilità, il re fu sepolto nel vano mediano (B 15) che, a differenza degli altri, doveva avere un soffitto, all’apparenza, lievemente curvato a volta. Questa caratteristica potrebbe rappresentare un primo tentativo di avere una “copia di riserva” della tradizionale collinetta sovrastante il sepolcro (originariamente una semplice segnalazione) nell’intento di riprodurre il tumulo primigenio della creazione. Nelle file ordinate di camere supplementari B16, fu rinvenuta una grande quantità di ossa umane, per lo più appartenenti a individui di circa 20 anni e, comunque, non superiore a 25 anni, il che sembrerebbe avvalorare l’ipotesi (anche se non unanimemente condivisa) di un uccisione sacrificale all’atto della sepoltura del sovrano. Inoltre, presso la lunga camera orientale erano presenti le ossa di non meno di sette giovani leoni.

Generalmente i sette complessi tombali meridionali relativi ai re Djer (Immagine n. 12), Djet (Immagine n. 13), Den, Anedjib, Semerket, Qaa alla regina Meritneith, tutti appartenenti alla I Dinastia, presentano la stessa disposizione: una grande camera sepolcrale reale con grande tabernacolo ligneo (come U-J e B 10/15/19) attorniata da magazzini e oltre 200 tombe sussidiarie.

Immagine n. 12 La tomba del re Djer con la camera reale circondata da tombe secondarie.(© Foto: F. Barthel © DAI Istituto archeologico tedesco, Dipartimento del Cairo)

A partire dall’epoca di Den, fu realizzata una scala diretta alla camera reale, che veniva bloccata dopo l’inumazione. Grazie a questa innovazione, fu possibile realizzare il soffitto (e la sovrastruttura) prima del funerale.

Immagine n. 13 Il nome di Horo di Djet figura su questa stele (conservata al museo del Louvre) proveniente dalla sua tomba di Abydos. L’oggetto mostra la facciata del palazzo reale, il dio falco Horo come titolo del re e il serpente che costituisce il suo nome (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 64).

Da Djer Den le camere sepolcrali ausiliarie sono disposte in file separate attorno alla camera reale; solo nei complessi di Semerket e Qaa sono connesse a quest’ultima. Se si eccettua il caso di due dignitari sepolti nelle tombe sussidiarie di Den e di Qaa, forse deceduti nello stesso periodo in cui morì il sovrano, tutti gli altri sepolcri supplementari ospitavano persone di rango inferiore e cani, probabilmente sacrificati per servire il re nell’Aldilà. Ad ogni modo, questa usanza cessò alla fine della I Dinastia.

Ogni tomba era contraddistinta da due grandi stele che riportavano il nome del titolare, oltre che da lapidi più piccole relative agli occupanti dei vani supplementari, compresi quelli dei cani. Purtroppo nessuna delle steli reali o private fu ritrovata in situ, pertanto la loro posizione originaria (forse sopra le camere) è incerta.

Il complesso tombale di maggiori dimensioni è quello di Djer che si estende su un’area di 2800 mq. (70×40 metri). Comprende oltre 200 camere sussidiarie disposte in singola, doppia e tripla fila (Immagine n. 12).

Una piccola camera singola, attigua a quella del sovrano e ubicata in corrispondenza dell’angolo sud-orientale, era probabilmente destinata a contenere le spoglie di una guardia. Il tabernacolo ligneo centrale, profondo circa 2,60 metri era sostenuto, a nord, a est e a sud, dai tramezzi dei ripostigli. Durante il Medio Regno la tomba fu assimilata a quella di Osiride, convertita in un suo cenotafio e dotata di una scala che conduceva al suo interno. Qui, Amélineau vi rinvenne un catafalco del dio, con iscrizioni abrase riconducibili al re Khendjer della XIII dinastia (Immagine n. 13) e dietro la scala Petrie trovò un braccio, probabilmente risalente alla sepoltura originaria e nascosto dai violatori, adorno di quattro splendidi bracciali (Immagine n. 14).

Immagine n. 13 Fin dal Medio Regno la tomba di Djer fu considerata quella di Osiride. Qui si può osservare il catafalco del dio, in granito nero conservato al Museo Egizio del Cairo. Fu il re Kendjer della XIII Dinastia a fornire la camera funeraria di questa scultura che mostra la procreazione di Horo operata da Osiride e da Iside, rappresentata sotto forma di sparviero. (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 65)
Immagine n. 14 Questi braccialetti in oro, turchese, lapislazzuli e ametista, lunghi tra 10,2 e 15,6 centimetri sono ora conservati al Museo Egizio del Cairo. Furono scoperti da Petrie su un braccio nascosto nella camera sepolcrale di Djer. Probabilmente era stato dimenticato dai ladri e presumibilmente apparteneva alla mummia del re. L’ipotesi sarebbe avvalorata dal fatto che uno dei reperti è composto da placchette con il dio falco Horo sulla facciata del palazzo reale . (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 66). 

La tomba di Den (Immagine n. 15) è sicuramente la più elaborata tra quelle della I dinastia presenti a Umm el-Qaab. La camera funeraria reale misura 9×15 metri ed è profonda quasi 6 metri. È dotata di un pavimento rivestito con lastre di granito rosso che, ad oggi, risulta essere il più antico esempio di utilizzo della pietra su vasta scala. Le pareti erano rivestite con stuoie di canna e, dalle impronte e dalla posizione dei fori per i pali di sostegno, se ne deduce che il tabernacolo ligneo doveva misurare 24x12x6 cubiti (circa 12,60×6,30×3,15 metri).

Immagine n. 15 Il complesso sepolcrale di Den, qui visibile con lo sfondo dell’altopiano occidentale, copre un area di 2200 mq. (40×55 metri). La camera funeraria del sovrano al centro è attorniata da 144 tombe sussidiarie per i servi e i cani, oltre a 3 vani magazzino per la conservazione di vasi per il vino. . (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 68-69).

Intorno adesso erano impilati numerosi vasi di produzione cananea. Ad est, una lunga scalinata, a metà della quale erano presenti porte lignee, dava accesso alla camera del re, a sua volta bloccata da una saracinesca. La tomba riveste particolare interesse per la presenza di un annesso a sud-ovest (Immagine n. 16). La piccola scala presente nell’annesso aveva con ogni probabilità una funzione simbolica: doveva servire come uscita al re rinato rappresentato dal suo simulacro.

Immagine n. 16 Ricostruzione degli annessi sud-occidentali della tomba di Den . (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 68).

Tale passaggio è presente in tutte le tombe della I Dinastia, a partire da quella di Djer. Inoltre, nelle file di tombe sussidiarie circostanti, sono sempre presenti varchi in prossimità dell’angolo sud-orientale che rappresenterebbero delle “uscite potenziali” dirette verso l’impressionante apertura dello wadi nella scarpata della necropoli. Si suppone che questa gola fosse ritenuta l’ingresso all’altro mondo, con le tombe che servivano da “stazioni di transito” sulla via che conduce all’Aldilà.

Le sepolture furono saccheggiate numerose volte già a partire dall’epoca della loro realizzazione. Un brano tratto dall’ “Insegnamento per Merikara”*, sembra riferirsi alle distruzioni subite dai sepolcri reali durante il Primo Periodo Intermedio. In effetti, gran parte delle tombe risalenti alla I Dinastia presenta tracce di incendi molto estesi. Tuttavia, sebbene depredate di gran parte del loro contenuto, queste sepolture e gli oggetti superstiti, ivi compreso svariato materiale iscritto, costituiscono la più rilevante fonte di conoscenza per ciò che riguarda il periodo arcaico.

Il sito vide accrescere enormemente la sua importanza a partire dal Medio Regno, divenendo il luogo più sacro di tutto l’Egitto, in quanto fu associato al culto di Osiride, che si riteneva vi fosse stato sepolto. Durante il Nuovo Regno e nel Periodo Tardo fu meta di intenso pellegrinaggio cui si accompagnò l’offerta di una enorme quantità di vasellame (per lo più piccole ciotole chiamate in arabo “qa’ab”, da cui deriva il nome Umm el-Qaab). Émile Amélineau stimò che il totale ammontasse a circa otto milioni di vasi!

Nella tomba di Qaa (Immagini n. 17-18) si rinvenne una considerevole quantità di vasellame risalente al Medio Regno sparsa sul pavimento della camera sepolcrale ed una scala, costituita da grossi mattoni, realizzata sui resti della saracinesca in pietra.

Immagine n. 17 Camera funeraria della tomba di Qa’a.I resti di legno sul pavimento localizzavano un grande tabernacolo. La scala che conduce al vano era in origine sbarrata da una saracinesca in pietra. (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 69).

Inoltre, l’ingresso alla camera reale della tomba di Den era stato parzialmente restaurato con grandi mattoni crudi e tutta la scala mostrava tracce di una successiva imbiancatura. Appare molto probabile che la trasformazione della tomba di Djer in cenotafio di Osiride, sia avvenuta nello stesso periodo.

Immagine n. 18 Queste etichette con iscrizioni furono rinvenute nella tomba di Qa’a dalla missione archeologica tedesca. Erano fissate a contenitori per l’olio e riportavano la data di consegna, la quantità, l’origine ed il nome del funzionario. La data è costituita dal nome che veniva dato all’anno, in base al verificarsi di eventi importanti. (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 69).

*Quest’opera ci è giunta attraverso tre copie risalenti alla XVIII Dinastia, ma è da datare alla X Dinastia Eracleopolitana, durante il Primo Periodo Intermedio. L’Insegnamento, come è tradizione in questi scritti, è rivolto al re Merikara ( X Dinastia) dal padre Khety II. Con tutta probabilità, il passo cui si fa riferimento è il seguente: << Ecco, una cosa turpe è avvenuta al mio tempo: fu devastata la necropoli di Tini. Avvenne non davvero per opera mia, ma lo seppi dopo che era stato fatto…Davvero è vile chi distrugge e non gli giova ristabilire ciò che aveva demolito, migliorare ciò che aveva sciupato…” (Edda Bresciani “Letteratura e poesia dell’Antico Egitto).

LE TOMBE REALI DELLA I DINASTIA A SAQQARA

La necropoli di Saqqara (Immagine n. 19) è ubicata su una scarpata del Deserto Occidentale a sud-ovest dell’odierna Abusir e a circa 30 Km. a sud della città del Cairo.

Immagine n. 19 La necropoli arcaica di Saqqara Nord fu l’area di sepoltura principale per gli alti dignitari della I-III Dinastia. Le grandi Tombe della I Dinastia furono costruite lungo il bordo orientale della scarpata da cui era visibile Menfi, l’antica capitale (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 71).

Tra il 1936 ed il 1956, sotto la guida dell’egittologo britannico Walter Bryan Emery, furono scoperte, lungo il dirupo che domina l’antico sito di Menfi, una quindicina di grandi tombe risalenti alla I Dinastia caratterizzate da imponenti sovrastrutture rettangolari. Tali edifici, denominati “mastabe” (dall’arabo “maṣṭaba”, panca) presentavano sulle quattro facce esterne un susseguirsi di nicchie rientranti simili al simbolo geroglifico raffigurante la facciata di un palazzo così come è rappresentato sulla stele del re Djet e indicante il suo nome di Horo. Questa caratteristica architettonica dimostra l’ipotesi che la tomba fosse considerata alla stregua di un palazzo in cui dimoravano i defunti.

Le dimensioni delle “mastabe” variano da 24 a 57 metri circa di lunghezza e da 12 a 26 metri circa di larghezza; alcune hanno conservato 2,5 metri della loro altezza originaria, che si stima dovesse essere compresa tra i 3 e 5 metri.

Le strutture ipogee, ricavate nel terreno e/o nella roccia, pur con molte varianti, presentano in genere un grande pozzo rettangolare rivestito in mattoni, una camera sepolcrale singola oppure dotata di magazzini annessi. Probabilmente, gli ambienti funerari contenevano, un grande tabernacolo ligneo. Fin dall’epoca del re Den, l’accesso ai vani sotterranei era reso possibile grazie ad una scala, come già attestato per le tombe dello stesso periodo presenti ad Abydos. Grazie all’impiego di saracinesche in pietra, il passaggio veniva regolarmente sbarrato. Alcuni sepolcri sono circondati da muri di recinzione e pochi presentano inumazioni e varie altre strutture associate.

La più antica tra le mastabe di Saqqara è quella denominata “S3357” (Immagine n. 20), risalente al regno di Aha, che presenta una sovrastruttura di 48, 2x 22 metri e comprende 27 magazzini destinati ad ospitare il corredo funerario costituito da giare di vino, recipienti per il cibo ecc. Sotto il livello del terreno si trovano cinque compartimenti incassati in un fossa poco profonda, rivestita con mattoni e ricoperta da assi di legno.

Immagine n. 20 Assonometria della tomba S3357 di Saqqara (da “Emery, Great Tombs of the First Dynasty” vol. II, tav. XXXIX). La camera funeraria, ubicata al centro della tomba è scavata nel terreno ghiaioso. I magazzini, costruiti sopra il livello del deserto, contenevano vasi di ceramica e casse con il corredo per La vita nell’Aldilà (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 70-71).

La camera centrale era, quasi sicuramente, quella destinata ad ospitare la sepoltura, mentre le altre contenevano i beni del defunto. A circa 35 metri dal doppio muro di recinzione, in direzione nord, furono rinvenuti i resti di una barca di legno. Era disposta in una grande fossa, a forma di imbarcazione, rivestita in laterizi: questo elemento, come nel caso delle navi rinvenute presso le piramidi, era destinato ad essere utilizzato nell’Aldilà dal proprietario della tomba. Tra la mastaba e la fossa della barca si trovavano due gruppi di piccole pseudo costruzioni, costituiti da macerie e intonacati con fango, e due modelli di terrazze destinati a congiungere la fossa con alcuni cortili, uno dei quali contenente tre strutture tonde. La funzione di queste installazioni è molto incerta e dibattuta: potrebbero essere modelli della tenuta del defunto (Emery)? Una banchina oppure un bacino (Lehner)? Luoghi d’offerta ivi incluso un mattatoio (Stadelmann)? In ogni caso, è molto plausibile che fossero in qualche modo collegate alle offerte alimentari.

L’importanza delle provviste per l’eternità è confermata nella tomba “S3504”, databile all’epoca di Djet (Immagine n. 21). Intorno alla facciata a nicchie, alla base del muro principale dell’edificio, fu realizzata una bassa panca; su questa piattaforma furono collocati circa 300 crani di toro modellati in argilla e dotati di corna vere: teste o teschi simili e altri tipi di offerte sono presenti in molte altre mastabe, in particolare nelle nicchie più ampie che, come più tardi sarà per le false-porte, erano considerate come punti di contatto tra il vivente e l’Aldilà.

Immagine n. 21 Assonometria della tomba S3504 a Saqqara (da “Emery, Great Tombs of the First Dymaty” vol. II, tav. I). Centinaia di bucrani sono fissati ad uno zoccolo che circonda il sepolcro, suddiviso in 46 magazzini. La tomba è circondata da un muro e da 62 piccole sepolture ausiliarie per il personale (©Francesco Raffaele Istituto Universitario Orientale di Napoli, Agosto 2002, Saqqara monumenti proto dinastici dinastie 1-3 http://www.francescoraffaele.com/egypt/hesyra/Saqqara.htm)

Analogamente alla tombe di Abydos, alcune mastabe di Saqqara furono dotate di sepolcri supplementari, ma il loro numero è decisamente inferiore e riguardano solo l’epoca compresa tra Djer e Qa’a. La “S3504”, ad esempio, presenta 62 fosse per i servitori con le offerte, allineate a est, a sud e a ovest.

In alcuni casi si sono conservate le sovrastrutture costituite da basse mastabe a sommità convessa che, nella tomba “S3500” (Immagine n. 22), risalente al regno di Qa’a sono di maggiore altezza e presentano le prime volte in mattoni ad oggi note. Su un lato di questo sepolcro, inoltre, si trova una piccola nicchia a falsa porta.

Immagine n. 22 La Mastaba S3500 misura 37,10 x 23,35 metri e fu rinvenuta da Emery nel maggio 1946. Risale alla tarda I Dinastia (regno di Qa’a) e mostra evidenti segni di transizione verso le forme architettoniche della II Dinastia, il più evidente dei quali è la presenza di una singola nicchia sulla facciata all’estremità sud del lato orientale. Le tombe sussidiarie, disposte lungo il lato meridionale della sovrastruttura sono solo quattro e rappresentano l’ultima testimonianza a Saqqara di sacrifici di servi. Le tombe successive infatti, non presentano questa caratteristica, mentre sembrerebbe che ad Abydos, qualche sacrificio venisse ancora effettuato nella tarda II Dinastia. Delle quattro tombe sussidiarie di S3500 tre sono state trovate intatte e quelle più occidentali, la n. 1 e la n. 2, contenevano ancora i corpi (un uomo di mezza età e una donna anziana) avvolti nel lino all’interno della bara. (©Francesco Raffaele Istituto Universitario Orientale di Napoli, Agosto 2002, Saqqara monumenti proto dinastici dinastie 1-3 http://www.francescoraffaele.com/egypt/hesyra/Saqqara.htm

All’epoca di Den, il cui regno sembra abbia segnato l’apogeo della I Dinastia, possono essere ricondotte cinque grandi tombe. Una di queste, la “S3035”, appartenente al funzionario più importante, il cancelliere Hemaka, ha restituito reperti molto importanti: attrezzi in selce, oggetti in avorio, armi, recipienti in pietra, dischi magnificamente scolpiti e il più antico rotolo di papiro conosciuto (Immagini n. 23-24-25).

Immagine n. 23 La Tomba di Hemaka S3035 era particolarmente ricca di reperti. Questo ostrakon in calcare, raffigurante un toro e un babbuino, forse era un bozzetto di un artigiano. Museo egizio del Cairo (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 73).

Sui pozzi sepolcrali di alcune mastabe furono recuperati resti di tumuli, costituiti da sabbia e detriti, racchiusi in vani di mattoni, il che lascia pensare che gran parte delle tombe, anche se non tutte presentassero questa caratteristica riscontrata anche nelle sepolture di Abydos.

Immagine n. 24. Tomba di Hemaka. Dischi come questo e quello dell’immagine successiva, ruotavano sull’apice di bastoni in legno inseriti nel foro centrale. Questo è in steatite nera, scolpito a rilievo e intarsiato con alabastro venato. Illustra la cattura di una gazzella da parte di un cane. Museo Egizio del Cairo, diametro 8,7 cm. (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 73).
Immagine n. 25 Tomba di Hemaka: disco in calcare con intarsi geometrici di alabastro sul bordo. Centralmente sono state applicate due colombe contrapposte in calcare rosato e completate da occhi in avorio. Museo Egizio del Cairo, diametro 9,7 cm. (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 73).

La forma a gradini scoperta nella tomba “S3038” (Immagine n. 26), databile al regno di Anedjb, è simile a quella della Piramide a Gradoni di Netjerikhet/Djoser. Questo elemento era coperto di ghiaia all’interno della facciata a nicchie, ma due scale poste a nord e a sud permettevano l’accesso alla sua sommità.

Nella sovrastruttura a nicchie dell’ultima delle grandi tombe, la “S3505”, eretta durante il regno di Qa’a, furono ritrovate pitture policrome che con le loro forme geometriche intendevano imitare i rivestimenti di stuoie. Una stele rinvenuta presso una nicchia della facciata orientale, ci informa che la sepoltura apparteneva al dignitario Merka.

All’interno del massiccio muro di recinzione, alberga un rimarchevole tempio funerario dotato di numerosi vani e corridoi; è collegato alla tomba sul lato settentrionale, dove si rinvennero i resti di due grandi statue lignee che, verosimilmente, rappresentavano questo importante funzionario.

Fino alla scoperta delle grandi mastabe di Saqqara, era opinione unanime che le tombe di Abydos fossero i veri luoghi di sepoltura dei primi sovrani egizi, ma Emery, impressionato dalle dimensioni delle strutture di Saqqara, suggerì che i re, di fatto, fossero stati sepolti in questa località e che le tombe di Abydos, più piccole, non fossero altro che cenotafi. Tuttavia, a Saqqara si riscontra una discrepanza tra il numero di tombe rispetto a quello dei sovrani (cinque tombe databili all’epoca di Den, ma nessuna relativa a quella di Semerkhet), mentre ciò non si verifica per i grandi recinti funerari di Abydos (situati al limite del wadi a una certa distanza dalle tombe), che fanno parte delle installazioni funerarie. Inoltre, il vasellame e le impronte dei sigilli rinvenuti in alcune sepolture indicano una data più tarda rispetto ai corredi delle controparti di Saqqara che, probabilmente, erano tombe di dignitari (e forse anche regine) morti prima dei loro rispettivi sovrani. Il numero molto maggiore di sepolture supplementari, la presenza di stele reali (assenti a Saqqara), i resti rinvenuti nelle tombe di Djer e Khaskhemwy e il fatto che gli antichi egizi vedessero in Abydos il luogo di sepoltura di Osiride, sembrerebbe rafforzare l’ipotesi che fosse questo il vero sito di inumazione dei sovrani di quell’epoca.

LE TOMBE REALI DELLA II DINASTIA A SAQQARA

A Saqqara sono noti finora solo tre gruppi di gallerie sotterranee appartenenti a tombe reali della II dinastia, tutti collocati nell’area a sud del complesso della piramide a gradoni. Il più grande ed elaborato (circa 130 x 46 metri), fu scoperto, ma solo parzialmente indagato nel 1901 da Alessandro Bersanti, al di sotto del tempio della piramide del re Unas della V dinastia. Un lungo corridoio orientato in direzione nord-sud, accessibile da nord grazie ad una scalinata, fu accuratamente intagliato nella roccia a circa 5 metri di profondità. Questo corridoio, munito di quattro saracinesche in pietra, conduce alla camera funeraria e ad altre sale laterali disposte a sud e permette l’ accesso ad oltre 80 ripostigli collocati su entrambi i lati. Queste camere erano tutte sigillate con pareti realizzate in mattoni crudi e alcune di esse contenevano ancora giare di vino e ossa di animali. A giudicare dalle impronte di sigilli rinvenute, la tomba deve essere appartenuta a Hotepsekhemwy, il primo sovrano della II Dinastia oppure al suo successore, Raneb, noto anche come Nebra (Immagini n. 27-28-29).

Immagine n. 27 Posizione delle tombe della II dinastia a Saqqara (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 74).

Poco più ad est fu sepolto Ninetjer, il terzo re di questa dinastia. L’immenso complesso di gallerie che forma la sottostruttura della tomba di Ninetjer fu scoperto quasi quarant’anni dopo quello di Hotepsekhemwy. Selim Hassan, studiando le splendide rappresentazioni nel complesso della strada rialzata di Unas annotò che un’altra tomba, simile a quella trovata da Barsanti, si trovava a una certa distanza a est, sotto la suddetta strada rialzata. L’ingresso della scalinata iniziava sotto la mastaba della VI dinastia del visir Nebkawhor (a circa 150 metri dall’ingresso della tomba di Hotepsekhemwy) e, dopo un percorso rettilineo bloccato da una saracinesca, curvava verso ovest espandendosi nei primi gruppi di magazzini e gallerie adiacenti della sezione dell’anticamera; tre gallerie principali formavano l’asse principale dei sotterranei che si diramavano in un vasto labirinto, prima di raggiungere la camera funeraria più a sud-ovest; il soffitto di quest’ultima era crollato a causa delle fosse successive che furono scavate in epoca saita e persiana, ma anche a causa della cattiva qualità della roccia che caratterizza questa parte del sito.

Immagine n. 28 Pianta e sezione della tomba di Hotepskhemwuy/Raneb (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 75).

Le ricerche in queste gallerie furono riprese solo nel 1980 da archeologi di università scozzesi e tedesche. All’epoca si riteneva che l’area da esse coperta fosse simile a quella della tomba di Hotepsekhemwy, ma recenti esplorazioni hanno rivelato che ulteriori 5000 mq di superficie renderebbero la tomba di Ninetjer molto più grande (tuttavia si tratta di un’ipotesi ancora non dimostrata).

Immagine n. 29 Una scala scavata nella roccia conduce al corridoio centrale della tomba di Hotepsekhemwuy o Raneb. Le pietre sulla sinistra chiudono la porta che dava accesso ad una delle gallerie sotterranee dei magazzini. I lastroni del soffitto appartengono alle fondamenta del tempio della piramide di Unas (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 74).

Una terza struttura sotterranea è stata recentemente scoperta presso la tomba di Merneith, un funzionario del Nuovo Regno. L’attribuzione è incerta, ma le dimensioni decisamente minori (15x15metri), farebbero propendere per l’attribuzione a uno degli effimeri successori di Ninetjer (Weneg, Sened, Nebnefer). Si ipotizza anche la presenza di un’ulteriore tomba della II dinastia ad ovest della piramide di Unas, in un pozzo non ancora esplorato.

Per nessuna di queste tombe è stato possibile determinare la presenza di sovrastrutture, che quasi sicuramente sono andate completamente distrutte. È tuttavia molto probabile che fossero sovrastate da grandi mastabe rettangolari realizzate in mattoni o pietra.

Va, inoltre, tenuta in considerazione la presenza di grandi recinzioni situate più ad occidente nel wadi di Abusir. Una di queste, Gisr el-Mudir “il Recinto del Capo” (Immagine n. 30) che misura circa 650×400 metri, è la più antica costruzione, ad oggi nota, ad essere stata realizzata con un così massiccio uso di muratura in pietra.

Immagine n. 30 Gisr el-Mudir. I quindici corsi in muratura sono costituiti da una membrana di blocchi di calcare, con un riempimento di pietrisco e sabbia, e da una solida muratura grezza agli angoli. Il muro di cinta sembra essere stato completato e non è stata trovata alcuna traccia di una struttura al suo interno, il che esclude l’ipotesi che possa trattarsi di una piramide. Il suo scopo è ancora sconosciuto (©https://egyptsites.wordpress.com/…/gisr-el-mudir…/).

Le dimensioni delle mura sono enormi sia per estensione che per spessore (oltre 15-17 metri) e sono coperte da due terrapieni paralleli riempiti con sabbia e detriti. Questa edificazione, conservatasi sino al 15° corso di pietra per un’altezza di 4,5-5 metri nell’angolo nord-occidentale, in origine – o almeno nelle intenzioni dei costruttori – doveva raggiungere almeno i 10 metri. Il percorso perimetrale di Gisr el-Mudir fu osservato per la prima volta da John Shae Perring e più tardi registrato da Karl Richard Lepsius. Fu poi annotato anche sulla Carte de la Necropolis Memphite (1897) di Jaques De Morgan, ma rimase per lo più un vero e proprio enigma. Si suppose che si trattasse di un ulteriore complesso di piramidi a gradoni della III Dinastia rimasto incompiuto, oppure di un recinto funerario simile a quelli di Hierakonpolis e Abydos, di un recinto per il bestiame, di una caserma militare per la guardia e il pattugliamento della necropoli. Il primo scavo fu condotto da A. Salam Hussein tra il 1947 e il 1948, ma rimase inedito. Uno studio di Nabil Swelim e le indagini del National Museum of Scotland, hanno gettato, negli anni ’90 del secolo scorso, nuova luce su questo enorme recinto di Saqqara Ovest.

LE TOMBE REALI DELLA II DINASTIA AD ABYDOS

Rispetto agli altri grandi complessi dei re della I Dinastia rinvenuti ad Abydos, e alle ampie sovrastrutture di Saqqara, la tomba di Peribsen (II Dinastia) appare piuttosto piccola e semplice. Questo sepolcro sembra infatti, riflettere le più antiche caratteristiche tipologiche delle tombe dei re Djer e Djet. Diversamente da queste, però, il tabernacolo centrale in legno è sostituito da una camera in mattoni, circondata da un passaggio che permette l’accesso ai magazzini. La planimetria (Immagine n. 31) ricorda molto il modello di abitazione rinvenuto nella tomba predinastica U-j, ma presenta anche la particolarità di un passaggio continuo attorno alla camera funeraria che evoca la funzione di “casa” per l’Aldilà.

Immagine n. 31 Pianta della Tomba di Peribsen (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 75).

Questa concezione la ritroveremo espressa negli appartamenti sotterranei del re o nel modello di palazzo di Djoser della III Dinastia (le camere blu). L’entrata (o uscita) della tomba di Peribsen si apre a sud-ovest e vi si rinvennero due stele con il suo nome (Immagine n. 32).

Immagine n. 32 Questa stele di Peribsen, ora conservata al Museo Egizio del Cairo, è in granito nero ed è alta 1,54 metri. Sopra la facciata di Palazzo, Peribsen non fece scolpire il falco di Horo, ma l’animale di Seth. Con ogni probabilità, ciò riflette un contrasto tra l’Alto ed il Basso Egitto. Successivamente, l’immagine di Seth fu cancellata (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 75).

La grande tomba di Khasekhemwy (Immagine n. 33) presenta, invece, una considerevole trasformazione formale, essendo molto più profonda e con un tetto che giace a circa cinque metri rispetto al livello del deserto.

Immagine n. 33 La statua in ardesia grigia del re Khasekhemwy, proveniente da Hierakonpolis, è la più antica statua reale rinvenuta in Egitto. Raffigura il re seduto su un trono, con indosso il mantello della festa giubilare heb-sed e la corona bianca dell’Alto Egitto. Un’ iscrizione alla base della statua riferisce di 47.209 nemici sconfitti a proposito di una sua vittoria sulla gente del nord. Si tratta, probabilmente, di un numero esagerato per accentuare l’immagine di potere. Museo del Cairo, JE 32161 (ph. © Heidi Kontkanen, 13/04/2016)

Il riesame del sito ha dimostrato che fu costruita in fasi successive. Inizialmente era composta da una camera centrale ovale, da un’anticamera a sud e da una camera posteriore a nord. Tra queste ultime correva una fila di 5 magazzini, ricavati lateralmente e resi accessibili da corridoi: una pianta, quindi, piuttosto simile a quella del sepolcro di Peribsen. Due o tre ampliamenti successivi (Immagini n. 34-35) portarono all’aggiunta di altre 43 camere a nord e a sud, che furono collocate in gallerie del tutto simili a quelle che si osservano nelle tombe di Saqqara.

Immagine n. 34 La tomba di Khasekhemwuy, qui ripresa da sud, fu ampliata in molteplici fasi, al termine delle quali arrivò a contare 56 magazzini. La camera reale fu la prima a essere scavata nella roccia. A sud-ovest una rampa conduceva verso l’apertura del wadi, considerata l’ingresso dell’Aldilà (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 76-77).

In un ulteriore rimaneggiamento fu realizzata una camera sepolcrale, rivestita in arenaria, sotto il livello del pavimento di quella centrale. Questa nuova sala è profonda 1,80 metri e misura 5,25×3,20 metri (10×6 cubiti) ed il suo asse longitudinale giace circa 1 metro a ovest dell’asse della vecchia camera. Probabilmente, l’ambiente era rivestito con piccole lastre di pietra, alcune delle quali sono state ritrovate sul pavimento, e la copertura doveva poggiare sul tetto di un tabernacolo ligneo eretto all’interno della camera stessa. Quando la sala, dopo il funerale, fu sigillata, venne ricoperta da uno strato di fango e resa invisibile. Nell’estensione meridionale del pozzo della tomba, verosimilmente predisposta per un ulteriore ampliamento, è presente, nell’angolo sud-orientale, una piccola rampa che conduce verso la superficie del deserto. Il suo orientamento suggerisce che fungesse da via di uscita per il sovrano rinato verso l’apertura dello wadi come nel caso del varco che circondava le file di sepolture accessorie nella tomba di Den.

Immagine n. 35 Sezione e Pianta della tomba di Khasekhemwy (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 77).

Della sovrastruttura non è rimasta alcuna traccia, ma alcuni dettagli suggeriscono che potesse trattarsi di un enorme tumulo oppure di una mastaba che si elevava al di sopra del livello del deserto. Le camere settentrionali e meridionali hanno conservato la loro altezza originaria (2,35 metri) e non presentano tracce di deformazione, mentre i vani della parte mediana hanno un aspetto molto irregolare determinato da crolli che ne hanno ridotto l’altezza da circa 2,30 metri a 1,20-1,50 metri. Sicuramente questi ambienti furono sottoposti all’enorme pressione esercitata dal tetto che li fece slittare lateralmente quando assorbirono umidità.

Petrie ipotizzò che le pareti furono costruite con mattoni prodotti da poco e non ancora perfettamente essiccati, ma la congettura appare poco probabile in quanto tali pareti appartengono a fasi costruttive diverse. La ragione è da ricercarsi in una pressione supplementare sulle camere mediane che molto probabilmente fu causata dalla presenza di un monticello artificiale, costruito al di sopra del livello del deserto, in cima allo strato di 5 metri di sabbia di riempimento. Il peso di questa massa, dovette provocare i suoi effetti già poco tempo dopo la costruzione della tomba, allorquando il verificarsi di intense piogge causò infiltrazioni tali da raggiungere la muratura. Blocchi di calcare, trovati sparsi all’intorno del sito e caratterizzati dallo stesso tipo di finitura dei blocchi litici della camera, suggeriscono che la sovrastruttura avesse una copertura in pietra.

Dato l’incremento del numero di magazzini, la tomba doveva contenere un’enorme quantità di beni: migliaia di giare in vasellame, contenenti birra, vino e olio; recipienti in rame e in pietra, alcuni dei quali dotati di coperchi in oro (Immagine n. 36); ceste e cassette per contenere pane, carne, frutta e verdura.

Immagine n. 36 I magazzini della tomba di Khasekhemwy contenevano migliaia di vasi in pietra e di terracotta. Alcuni recipienti con chiusure in oro furono scoperti da Petrie sotto i muri crollati e perciò sfuggiti alle razzie. Museo del Cairo. (© Günter Dreyer Le Tombe della I e II Dinastia ad Abydo e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 76).

Nei vani a est della camera del re, Émile Amélineau trovò i resti di due scheletri; poiché, nell’intero complesso non ci sono ambienti sepolcrali sussidiari, è molto probabile che provenissero dalla sepoltura originaria.

Fonti:

  • Günter Dreyer, Le tombe della I e II Dinastia ad Abido e Saqqara ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 62-67
  • Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pagg. 24-25
  • Franco Cimmino: Dizionario delle dinastie faraoniche pagg.55-56 (per la nota a piè di pagina)
  • Francesco Raffaele, Istituto Universitario Orientale di Napoli, Agosto 2002, Saqqara monumenti proto dinastici dinastie 1-3

Luce tra le ombre

EVOLUZIONE DELL’ARCHITETTURA FUNERARIA

DALLA PREISTORIA AL PREDINASTICO

L’Antico Egitto ci affascina per i suoi stupefacenti monumenti e per il lascito di una nutrita documentazione scritta che copre un arco temporale di oltre tre millenni. Questa straordinaria ricchezza di evidenze, assieme ad una durata così lunga da far sì che le origini si perdano nella notte dei tempi, ci fa quasi pensare che questa straordinaria civiltà irrompa nella storia già perfettamente compiuta nei suoi aspetti più peculiari. In realtà, tutto ciò è il risultato di un lunghissimo percorso intrapreso svariati millenni prima e che solo da (relativamente) poco gli archeologi hanno cominciato ad indagare. Gli antichi annali ci forniscono informazioni su una sequenza di sovrani che rimonta sino alla I Dinastia, mentre la regalità del periodo precedente viene attribuita agli spiriti dei defunti ovvero a governanti i cui nomi (ma non l’esistenza) erano stati dimenticati da tempo. Si è reso necessario, quindi, cominciare ad occuparsi della preistoria egizia, vale a dire di quella lunghissima fase di formazione, caratterizzata dall’assenza di documentazione scritta, che è nota come Periodo Predinastico.

Nel 1895, durante l’esplorazione del tempio di Seth Naqada (una località dell’Alto Egitto), Flinders Petrie si imbatté quasi per caso in una necropoli costituita da oltre 2000 tombe, contenenti ceramiche ed oggetti del tutto diversi da quelli fino ad allora osservati. Il primo a rendersi conto dell’antichità dei reperti fu l’archeologo francese Jaques de Morgan, ma si deve a Petrie l’assiduo studio del materiale che lo portò ad elaborare un sistema di datazione relativa (ben prima che le tecniche con il carbonio 14 ne permettessero una assoluta) grazie al quale concluse che quegli oggetti appartenevano ad un’epoca antecedente all’uso della scrittura. L’ondata di interesse che ne scaturì condusse all’esplorazione di oltre 65 aree cimiteriali predinastiche nell’Alto Egitto. Queste ci raccontavano, tra l’altro, dell’evoluzione di un concetto di sopravvivenza ultraterrena che divenne sempre più evidente allorché, da semplici fosse scavate nella sabbia, le inumazioni evolvevano da sepolture contenenti feretri di vimini a veri e propri sepolcri rivestiti con mattoni crudi. Tuttavia, gli scavi nelle necropoli non chiarirono come quel popolo di contadini e mercanti fosse poi riuscito a dar vita ad uno dei primi Stati nazionali al mondo e ad acquisire quelle conoscenze che gli avrebbero più tardi consentito di erigere monumenti straordinari come le piramidi che ancora oggi sono lì a stupire anche il più distratto dei visitatori. Questa carenza di informazioni ha avuto per conseguenza il fiorire di una moltitudine di teorie fantasiose circa la fondazione della civiltà egizia: si va dall’invasione di una enigmatica “Razza Dinastica”, all‘intervento di emissari della mitica civiltà perduta di Atlantide o di entità aliene, giusto per citarne qualcuna. Fortunatamente, gli scavi che si sono succeduti nelle necropoli, negli insediamenti dell’Alto e del Basso Egitto, nonché in aree remote del deserto del Sahara hanno aggiunto nuovi tasselli di conoscenza, cominciando a colmare le lacune di cui si diceva. Le recenti scoperte, infatti, non solo hanno mostrato le evidenze di uno sviluppo culturale indigeno, ma hanno permesso di datare le origini della civiltà egizia ad un’epoca molto più antica di quanto si fosse mai supposto in precedenza.

Durante gli anni ‘70 del secolo scorso, Fred Wendorf e Romuald Schild studiarono i resti lasciati da persone che in un remoto passato vissero in una località situata in pieno deserto, circa un centinaio di chilometri ad ovest di Abu Simbel, ed oggi conosciuta col nome di Nabta Playa (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Localizzazione del sito archeologico di Nabta Playa sulla cartina geografica dell’Egitto odierno. (da Wikipedia, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=893021).

Si tratta di un sito che al giorno d’oggi è tra i più aridi al mondo, ma che in un lontano passato aveva un aspetto del tutto differente. Tra l’ 8500 e il 4500 a.C. la prevalenza di un clima molto più umido permise lo sviluppo di un ambiente costituito da savane erbose e laghi stagionali, detti appunto “playa”, in cui trovarono sostentamento per oltre quattromila anni diverse società pastorali. Dalle indagini svolte sono emerse le prove di uno stile di vita neolitico autoctono che riguardano sia la produzione di alimenti (e non solo la semplice raccolta), sia l’invenzione autonoma della ceramica. È interessante notare che per l’epoca in questione tali evidenze, almeno sino ad oggi, non sono emerse lungo la valle del Nilo, sicché è verosimile pensare a queste antiche genti come ai “primi egizi”. Ancora più impressionante è il fatto che siano stati capaci di costruire strutture in pietra attraverso le quali espressero le loro conoscenze religiose e che attestano, in modo del tutto inaspettato, i primi tentativi di un’organizzazione sociale già ne 5000 a.C.

A Nabta, gli indizi dell’esistenza di rituali su vasta scala sono rintracciabili in una serie di costruzioni che con tutta probabilità costituirono un centro cerimoniale regionale dove ogni anno si radunavano vari gruppi per celebrare l’arrivo delle piogge. All’uopo, fu realizzato un calendario con lastre di arenaria disposte in circolo al fine di osservare l’alba del solstizio d’estate, un evento che assumeva particolare importanza, in quanto segnava l’inizio della stagione umida (Immagini n. 2 – 3).

Immagine n. 2 Il calendario circolare di Nabta Playa, con un diametro di poco inferiore a 4 metri, è il più antico calendario solare sinora trovato. Quattro paia di lastroni alti e stretti formano due gruppi di portali. Un gruppo è allineato da nord a sud, l’altro segna la posizione in cui sorse il sole al solstizio d’estate di 6000 anni fa. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 56)
Immagine n. 3 Il calendario di Nabta Playa ricostruito presso il Museo Nubiano di Aswan. (Ph. © Raymbetz – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7525976)

Inoltre, furono costruiti allineamenti megalitici realizzati con grandi pietre alte fino a 2,5 metri prelevate da cave distanti almeno un chilometro. Tali megaliti erano disposti a raggiera rispetto ad un punto centrale e sistemati in tre gruppi che, presumibilmente, dovevano essere allineati con stelle e costellazioni come Sirio e Orione che molto più tardi avrebbero assunto un rilievo di enorme importanza nella cosmologia egizia.

Nel centro cultuale erano presenti anche otto tumuli contenenti i resti di bovini sacrificati e una trentina di misteriose “strutture complesse” (Immagine n. 4), formate da un grande anello di massi eretti intorno ad una lastra centrale, che sovrastavano buche molto profonde.

Immagine n. 4 Lo scopo delle “strutture complesse” di Nabta è oscuro. Erano santuari, memoriali per coloro che erano defunti altrove, cenotafi per gli spiriti oppure venivano utilizzate per le osservazioni astronomiche? In ogni caso, fu compiuto uno sforzo considerevole nell’estrazione e nella collocazione delle grandi pietre (in origine posizionate verticalmente), utilizzate per l’edificazione. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 56)

In una di queste era stata sepolta una pietra accuratamente modellata, con lati lisci ed orli affilati, che a ragion veduta potrebbe essere considerata come la più antica forma di scultura egizia conosciuta (Immagine n. 5).

Immagine n. 5 Pesante circa 4 tonnellate, questa statua rinvenuta sotto una struttura litica rappresenta, forse, una vacca stilizzata. Caratterizzata da bordi affilati a da due facce polite con cura,questa scultura è un notevole esempio di lavorazione della pietra e potrebbe rappresentare l’esordio del fascino egizio per la manipolazione di grandi massi. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 56)

Le dimensioni delle pietre, alcune delle quali pesanti alcune tonnellate, dimostrano che la realizzazione di questi monumenti richiese un notevole investimento di risorse fisiche, organizzative, di tempo, nonché di abilità e suggeriscono la presenza di capi che, oltre a controllare e dirigere le risorse umane, avvertirono l’esigenza di dare vita ad un’ architettura cerimoniale pubblica per garantire il perpetuarsi del ciclo cosmico in maniera non troppo dissimile da quanto avrebbero fatto 2000 anni dopo i costruttori delle piramidi. La recente scoperta delle sepolture di Nabta, alcune delle quali contenenti ricchi corredi consistenti in gioielli, ceramiche e tavolozze di pietra simili a quelle dei primi abitanti sedentari della Valle del Nilo, consente di concludere, al di là di ogni ragionevole dubbio, che già esistessero contatti tra quei pastori e i loro vicini. D’altra parte, ci è del tutto ignoto quali caratteristiche abbia assunto l’interazione tra i gruppi, allorquando l’inaridimento progressivo rese la località inabitabile, innescando un flusso migratorio verso il grande fiume. Dalle evidenze emerse sui primi insediamenti lungo il corso del Nilo, appare molto probabile che già fosse avvenuto un mescolamento di varie influenze sfociato nella concretizzazione di una cultura distinta.

Per maggiori approfondimenti su sito di Nabta playa, consiglio la lettura del pregevole post di Luisa Bovitutti a questo link: https://laciviltaegizia.org/2021/01/11/nabta-playa/


Nel Basso Egitto, l’area occupata dal delta del Nilo, le condizioni climatiche e le influenze antropologiche erano completamente diverse. Tutto ciò portò allo sviluppo di una cultura caratterizzata da una produzione ceramica, da un’architettura e da credenze così dissimili da suggerire che la tipica definizione dell’Egitto come paese delle “Due Terre”, avesse connotazioni che andavano ben oltre la semplice nozione geografica o l’amore per la simmetria. Le testimonianze al riguardo delle pratiche cultuali del Basso Egitto, sono molto scarse e si limitano sostanzialmente ad una notevole testa in creta rinvenuta a Merimde (Immagine n. 6), una località sita nella parte occidentale del Delta.

Immagine n. 6 Questa espressiva testa in argilla, proveniente dal sito di Merimde, nel Delta, è una delle più antiche rappresentazioni umane dell’Antico Egitto. In origine era montata su un’asta oppure su un corpo ligneo. I piccoli fori intorno al volto ed alla testa accoglievano piume per imitare barba e capelli. Museo Egizio del Cairo. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 57)

Tuttavia, le poche necropoli che sono state portate alla luce rivelano con chiarezza che la vita ultraterrena non richiedeva l’impiego di grandi quantità di beni da portare nella tomba. Dal momento che qualche vaso e una conchiglia erano sufficienti a costituire il corredo funebre, risulta molto difficile distinguere i livelli di ricchezza e, di conseguenza, ricostruire un quadro della società del Delta.

Nella Valle del Nilo, le fertili terre caratterizzate da una flora da una fauna lussureggianti, incoraggiarono la sedentarizzazione delle popolazioni nomadi che, beneficiando di un clima favorevole e di inondazioni rigeneratrici, diedero un decisivo impulso alla produzione agricola. Quest’ultima si rivelò così generosa che i raccolti ben presto superarono i bisogni vitali. Pertanto, durante il IV millennio a.C. ci fu un continuo fiorire di comunità, ben presto agglomeratesi in città-stato, che commerciavano attivamente e, parallelamente, si organizzarono per registrare, proteggere e ridistribuire i beni prodotti: fu l’alba della nascita di un sistema amministrativo e dei primi tentativi di scrittura. In ogni regione si originò una gerarchia composta da un’élite rappresentata a sua volta da un capo e si elaborarono prove e rituali finalizzati all’individuazione della personalità più adatta a proteggere la comunità. Man mano che invecchiava, il capo clan doveva regolarmente dimostrare di essere in grado di poter esercitare la sua autorità; un’autorità che progressivamente passò dalla “selezione naturale” alla trasmissione per via ereditaria. Questi processi di legittimazione furono rapidamente codificati e diedero vita ad una tradizione solenne che fu adottata per tutto il corso dell’epoca faraonica, conosciuta come festa “sed”, le cui più antiche descrizioni son già presenti nelle prime tombe reali.

Nell’Alto Egitto, le pratiche funerarie predinastiche riflettono la stratificazione sociale. La semplice fossa ricoperta di materiali leggeri, fu sostituita, per i più ricchi, da sepolture di dimensioni più grandi, celate da strutture realizzate in terra o mattoni. Ciò dimostra che gli abitanti della Valle, diversamente da quelli del Delta, avevano già pienamente sviluppato, e ne erano ferventi sostenitori, la credenza che il defunto avesse il diritto ed il potere di portare con sé sia la propria ricchezza, sia il suo status sociale. Il notevole sforzo compiuto nella realizzazione delle tombe destinate alla minoranza elitaria, documenta chiaramente la differenziazione della società in capi e sudditi sin dal 4000 a.C. e il ritrovamento di un vaso decorato, scoperto non molto tempo fa ad Abydos da una spedizione tedesca, ne fornisce un’ulteriore evidenza. Su di esso è infatti rappresentata una scena che mostra un re di grandi dimensioni e riccamente abbigliato nell’atto di minacciare con una mazza letale un gruppo di prigionieri legati. E’ il più antico esempio ad oggi noto di un’iconografia che ricorrerà per millenni nell’arte egizia e che trova, probabilmente, la sua rappresentazione arcaica più spettacolare nella famosissima Tavolozza di Narmer* (Immagini n. 7-8), scoperta nel 1897 a Hierakonpolis.

Immagine n. 7 La Tavolozza di Narmer annuncia graficamente la conclusione del Periodo Predinastico grazie all’uso della scrittura che qualifica genti, luoghi e il tema dell’unificazione delle Due Terre. Narmer indossa la Corona Bianca dell’Alto Egitto e colpisce un nemico in presenza del dio falco Horus, patrono della regalità, che tiene prigioniere le genti della pianta del papiro, vale a dire il Delta. Museo del Cairo (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 55)
Immagine n. 8 In questo particolare estrapolato dall’altra faccia della Tavolozza, è raffigurato Narmer con la Corona Rossa del Basso Egitto mentre marcia in parata vittoriosa. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 54)

Questo straordinario reperto, rinvenuto insieme ad un centinaio di altri oggetti di arredamento templare, suggerisce che la città fosse una capitale dell’Egitto primordiale. La scoperta di una raffinatissima testa aurea raffigurante il dio falco Horus e le splendide statue in rame del re Pepi I, datate alla VI dinastia, vale a dire di circa un millennio posteriori, attestano la lunghissima ed ininterrotta venerazione per il sito e per Horus, suo patrono. Tuttavia, per comprendere la portata ed il vero significato del sito dovettero trascorrere altri settant’anni, allorché la Spedizione di Hierakonpolis, diretta dagli archeologi statunitensi Walter Ashlin Fairservis e Michael Allen Hoffman, cominciò ad indagare non nel tumulo del tempio, ma nel retrostante deserto dove fu scoperto il più grande insediamento predinastico preservatosi lungo il corso del Nilo. Esteso per oltre quattro chilometri, il sito documenta chiaramente di essere stato un importantissimo centro regionale di potere e la capitale di un regno arcaico che aveva raggiunto il suo apice circa 500 anni prima della comparsa di Narmer. Nel 3600 a.C. questa città doveva essere una capitale raffinata e vivace dove già erano rintracciabili le origini di molti aspetti che avrebbero più tardi caratterizzato la civiltà egizia. Avendo conservato tutti gli elementi fondamentali di una città, vale a dire templi, case, zone industriali, edifici amministrativi, discariche, necropoli e così via, Hierakonpolis, è il sito che può fornirci più informazioni di qualunque altro sugli sviluppi avvenuti durante il periodo arcaico**.

Qui le tombe più sontuose potevano già essere decorate come nel caso della Tomba 100*** (Immagine n. 9), risalente ad un’epoca compresa prudenzialmente tra il 3500 e il 3200 a.C., anche se analisi eseguite al carbonio C14 su alcune conchiglie ritrovate all’interno della tomba hanno fornito la sbalorditiva data del 3685 a.C.

Immagine n. 9 Acquarello di W. Green che raffigura una scena della Tomba 100 di Hierakonpolis come si presentava al momento della scoperta.(© James Edward Quibell, 1902)

Gli scavi e gli studi condotti in aree selezionate del sito hanno permesso di ricostruire con notevole precisione lo stile di vita dell’epoca. Tra le rocce delle zone suburbane artigiani specializzati produssero un elegante vasellame rosso con la bocca nera (Immagine n. 10) destinato sia all’uso domestico, sia alle nascenti esigenze funerarie, mentre altri vasai si occupavano della realizzazione di comuni vasi da cucina destinati alla clientela del vicinato.

Immagine n. 10 Questo splendido vasellame, da annoverarsi tra le più belle produzioni ceramiche egizie è stato ritrovato nella Tomba 16 (databile ad un’epoca compresa tra il periodo Naqada IC e 2A, 3650-3300 a.C.) della necropoli d’élite HK6 di Hierakonpolis. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 59)

* Approfondimenti su questo splendido reperto sono disponibili all’indirizzo:

https://laciviltaegizia.org/2021/02/23/la-tavolozza-di-narmer/

** Una vasta esposizione sugli scavi tuttora in corso nel sito predinastico di Hierakonpolis è disponibile al seguente indirizzo:

https://laciviltaegizia.org/…/i-siti-predinastici…/

*** Per quanto riguarda la Tomba 100 rimando al bellissimo post della nostra cara Franca Loi al seguente indirizzo: https://laciviltaegizia.org/…/la-tomba-100-di…/


Nel 1985 è stato scoperto un vasto complesso templare nel centro predinastico della città di Hierakonpolis. Sono poche le tracce che ne attestano l’antica importanza, ma la scala e la natura dei rinvenimenti indicano che si trattava di un centro cerimoniale (Immagini n. 10b-11).

Immagine n. 10 Questi giganteschi fori ospitavano un tempo alti pali che formavano la facciata del monumentale tabernacolo del tempio predinastico di Hierakonpolis. Costruita con legno e stuoie, per stile e forme questa struttura può trovare confronto nelle costruzioni del complesso della Piramide a Gradoni, in cui strutture similari furono imitate, ma facendo uso della pietra. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 58)
Immagine n. 11 Un grande cortile ovale , fori per sostegni e trincee sono tutto ciò che rimane del tempio predinastico di Hierakonpolis, ma è quanto basta per concludere che si trattasse di un complesso cerimoniale che anticipò i recinti reali del periodo protodinastico. (© Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag. 58)

Gli scavi hanno portato alla luce un grande cortile ovale (di almeno 40 x 14 metri), circondato da muri di legno e mattoni. Quattro enormi fosse per pali, sul lato occidentale del cortile, fungevano da alloggiamento per le alte colonne di legno che formavano la facciata di un edificio monumentale, molto probabilmente un sacrario costruito con stuoie e pennoni. La presenza di solchi poco profondi nel suolo lascia supporre che la parte retrostante dell’edificio era formato da tre camere, come nei templi posteriori. Ciò che si è conservato, ben si accorda con le raffigurazioni protodinastiche dell’archetipo di sacrario dell’Alto Egitto, che ritraggono una struttura a volta composta di pilastri e graticci, conformata a imitazione di un animale accovacciato, completo di coda e corna (Immagine n. 12).

Immagine n. 12 un’ipotetica ricostruzione dell’area cerimoniale di Hierakonpolis prodotta da Faber-Courtial uno dei più noti studi tedeschi per l’elaborazione di modelli 3D e realtà virtuali.

A conferma che le continue ricerche nel sito apportano nuove conoscenze, bisogna precisare che con gli scavi del 2009, le precedenti ricostruzioni di quest’area sono state riviste: i quattro enormi pali e gli otto più piccoli (disposti su 2 file) che insistevano in quest’area non vengono più attribuiti ad un santuario come si era supposto, ma sono ora ritenuti, piuttosto, parte di un imponente ingresso sulla corte. Ad ogni modo, si riteneva, per tradizione, che il modello di grande sacrario della Valle, fosse quello di Hierakonpolis, pertanto è probabile che il complesso rinvenuto fosse proprio quel santuario che, rielaborato in pietra, molto più tardi, nel complesso della Piramide a Gradoni di Saqqara, rimase un prototipo per i millenni a venire.

Poco fuori le mura, sono stati rinvenuti laboratori specializzati nella produzione di vasi in pietra di eccellente qualità ed altri manufatti utilizzati per le offerte, a dimostrazione che l’associazione fra artigiani e templi non fu una novità dinastica. Un’altra caratteristica che contraddistingue Hierakonpolis è quello di essere uno dei pochi siti ad oggi noti, in cui siano state rinvenute necropoli separate per i diversi gruppi sociali. Sul versante meridionale, infatti si estende il vasto cimitero degli operai contraddistinto da fosse rivestite con stuoie ed un corredo funerario ridotto ad uno o due vasi, raramente di più. Ciononostante i defunti venivano acconciati nel migliore dei modi, come evidenzia l’utilizzo di henné, di capelli posticci e di toupet di lana di pecora. L’impiego di resine e, in alcuni casi, di pezze di lino intorno alla testa, alle mani e ad alcuni organi interni rivela la crescente preoccupazione per la conservazione del corpo, e può essere interpretato come uno dei primi tentativi nello sviluppo della mummificazione.

Anche in altri siti dell’Alto Egitto le sepolture dell’élite divenivano sempre più grandi e complesse, come dimostra la Tomba U-j a Umm el-Qa’ab (ca. 3150 a.C.) nei pressi di Abydos che includeva non meno di dodici camere nelle quali furono deposti oggetti d’offerta e circa settecento giare di vino proveniente dalla Palestina (Immagine n. 13).

Immagine n. 13 Tomba U-j, si tratta di una tomba principesca in cui alla camera funeraria (quella orizzontale, in alto a destra)erano collegate nove stanze che fungevano da magazzini; esse erano connesse alla camera funeraria grazie a fenditure nelle porte simboliche. Le due sale lunghe sulla sinistra sono magazzini aggiunti in epoca successiva. Fonte: Maurizio Damiano, Antico Egitto. Nella tomba sono stati rinvenuti centinaia di vasi; un’analisi petrografica suggerisce che molti di essi furono prodotti nell’area palestinese e probabilmente devono aver contenuto vino. Fonte: Toby A.H. Wilkinson, Early Dynastic Egypt.

Sappiamo, da diverse fonti, che esistevano almeno tre principali centri di potere nell’Alto Egitto predinastico – Hierakonpolis, Naqada e Abydos – oltre ad un numero non quantificabile nel Basso Egitto. Alla fine del Periodo Predinastico, nell’epoca che oggi viene definita “Dinastia zero”, la posizione politica di Hierakonpolis, per ragioni ignote, cominciò a cambiare. La natura bellicosa di diversi documenti di questo periodo, come ad esempio la “Tavolozza del campo di Battaglia”*, dimostra che la guerra, sia simbolicamente, sia letteralmente, costituiva un aspetto rilevante per l’acquisizione e il mantenimento del potere, ma non era l’unico dal momento che un ruolo non secondario lo giocavano anche fattori ambientali e geografici ed anche le tecniche politiche e la diplomazia. Scolpita nella roccia in una località nel deserto nota come Gebel Tjauty, ad ovest dell’antica Tebe, è stata scoperta da John e Deborah Darnell, una scena che ci offre una testimonianza di quest’ epoca turbolenta. Rappresenta una processione trionfale che sembra commemorare la conquista di Naqada da parte di una coalizione di regnanti di Abydos e Hierakonpolis che utilizzarono le piste del deserto per aggirare il nemico. Dopo la caduta di Naqada e l’unificazione della Valle l’obiettivo successivo fu il controllo del Basso Egitto, anche se le testimonianze in tal senso non vanno oltre la sostituzione della particolare cultura del Delta con le architetture, ceramiche e credenze tipiche dell’Alto Egitto. Comunque sia stata raggiunta l’unificazione delle Due Terre, l’evento restò indelebilmente scolpito nell’immaginario egizio, come testimonia il fatto che l’ incoronazione di ogni re prevedeva un rituale di ripetizione dell’evento. Benché i loro nomi si fossero perduti nella notte dei tempi, l’eredità bimillenaria degli antenati non fu mai dimenticata. Le fondamenta gettate nel Predinastico sarebbero rimaste per sempre nel cuore della civiltà egizia, costituendo la base per il suo sviluppo futuro.

* Un bellissimo approfondimento sulla Tavolozza del Campo di Battaglia e su altre Tavolozze predinastiche, a cura di Luisa Bovitutti, lo trovate al link: https://laciviltaegizia.org/…/19/le-palette-predinastiche/

Fonti: Renee Friedman, il Periodo Predinastico ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pagg. 54-60.

Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pagg. 22-25.

Luce tra le ombre

IL MITO DI OSIRIDE

Durante la trattazione relativa al culto funerario, si è spesso fatto cenno al mito di Osiride, una divinità che per l’impatto che ha avuto sul pensiero religioso, etico e sociale degli antichi egizi (con notevoli ripercussioni finanche su quello occidentale), merita senz’altro un piccolo approfondimento.

Gli inni, le preghiere e la letteratura funeraria giunti sino a noi, abbondano di riferimenti alle azioni compiute da Osiride ed Iside, ma paradossalmente, forse proprio a causa della loro popolarità, a tramandarci la narrazione più nota di questo mito è l’adattamento greco di Plutarco (Περὶ Ἴσιδος καὶ Ὀσίριδος – Su Iside e Osiride), scritto circa 2500 anni dopo la nascita del culto, le cui origini precedono di gran lunga le prime menzioni del suo nome. Immagini rituali, in seguito associate a Osiride, risalgono infatti già alla I dinastia, mentre gli epiteti del dio e il suo collegamento al santuario di Abydos derivano dalla fusione con un’antica divinità funeraria: lo sciacallo Khenti-Amentiu (lett. “il Primo degli Occidentali”). Attestato con certezza per la prima volta durante la V dinastia (circa 2350 a.C.), Osiride è una figura fondamentale della tradizione mitologica del grande centro cultuale di Eliopoli, facendo parte dell’Enneade (Immagine n. 1), la teologia solare elaborata dai sacerdoti di quella città (Iunu per gli antichi egizi, On in greco ed ebraico).

Immagine n. 1 Rappresentazione schematica dell’ Enneade Eliopolitana. Dall’alto in basso e da sinistra a destra sono raffigurate le divinità che la compongono: Atum, Shu e Tefnut, Geb e Nut, Osiride, Iside, Seth e Nefti. (da Wikipedia, licenza Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication).

Secondo questa storia della creazione, in origine era il Nun (un oceano di acque primordiali indifferenziato) dal quale emerse un tumulo sul quale sedette Atum (il creatore, generato da se stesso ed equiparato a Ra)che attraverso lo sputo (o, secondo altre versioni, attraverso l’emissione di seme) diede vita alla prima coppia divina: Shu (l’aria) Tefnut (l’umidità). I due fratelli si unirono generando Geb (la terra) e Nut (il cielo notturno) da cui nacquero Osiride (Immagine n. 2), Iside (Immagine n. 3), Seth (Immagine n. 4) e Nefti (Immagine n. 5).

Immagine n. 2 Osiride, con significato ambivalente sia di mummia sia di sovrano dell’Aldilà, è rappresentato in questa statua proveniente dal tempio funerario di Ramses III a Medinet Habu. Museo Egizio del Cairo (© “ Religione della piramide” di James P. Allen ne “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag.25)
Immagine n. 3 Un celebre immagine dalla tomba di Nefertari (QV66). La regina è portata per mano dalla dea Iside (a destra) che indossa la stretta tunica arcaica. (© National Geographic ph. Cordon Press)
Immagine n. 4 Dettaglio di Seth ripreso da uno splendido gruppo statuario del Museo del Cairo che rappresenta l’incoronazione di Ramses III ad opera di Horus e Seth (da Wikipedia, licenza Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication © ph. A. Parrot)
Immagine n. 5 Particolare del sarcofago in quarzite di Tutankhamon in cui e raffigurata la dea Nefti (© Grande Enciclopedia Illustrata dell’Antico Egitto a cura di Edda Bresciani, pag.239)

Il mito ci tramanda che come primogenito di GebOsiride ottenne il diritto a regnare sull’Alto e Basso Egitto, nonché su cielo e terra, su uomini e dei. Dotato di grande saggezza, sposò la sorella Iside e si circondò dei migliori consiglieri, scegliendo Toth (Immagine n. 6), dio della sapienza, come visir.

Immagine n. 6 In questa statuetta in legno dorato e bronzo proveniente da Luxor, Thot, dio della sapienza, della scrittura, della lingua, della saggezza e patrono degli scribi è rappresentato con testa di ibis sacro (un’altra tipica iconografia ce lo presenta, invec, con testa di babbuino). New York, Collezione Schulz (© Maurizio Damiano “Egitto” vol. 3, pag. 126)

Di ben altro temperamento, il fratello Seth, unito a Nefti da un matrimonio senza amore, era accecato dalla rabbia in quanto aspirava anch’egli al trono. Escogitò, allora, un piano per impadronirsene con l’inganno. Secondo la versione classica del mito, l’ignaro Osiride fu tradito durante una sfarzosa festa di divinità, in occasione della quale Seth mise in palio un premio molto singolare: un sarcofago sarebbe stato donato a chi fosse riuscito ad entrarci perfettamente. Diversi dèi si cimentarono nella prova, ma la bara era stata realizzata in modo tale da adattarsi unicamente alle misure di Osiride. Non appena il dio vi si adagiò, Seth ed i suoi complici sigillarono il feretro e lo gettarono nel Nilo. Osiride annegò e la morte fece il suo ingresso nel mondo e l’Egitto piombò in un periodo di caos e desolazione. Con grande fatica Iside riuscì a recuperare il corpo del marito assassinato, ma Seth ritrovò la salma e la fece a pezzi spargendoli per tutto il Paese (in seguito, ogni provincia d Egitto avrebbe avuto una reliquia ed un santuario dedicato al dio defunto).

Al termine di una lunga ricerca Iside, accompagnata dalla sorella Nefti, recuperò i resti dispersi del marito (ad eccezione del membro virile) e con l’aiuto di Anubi ne ricompose il corpo smembrato sostituendo ciò che mancava con una replica d’argilla e utilizzando bende, oli resine e unguenti per tenere insieme i pezzi. Ancora cadavere, Osiride fu rinvigorito dalle arti magiche della sua sposa e in un ultimo soffio di vita riuscì a fecondarla (Immagine 7).

Immagine n. 7 Osiride sul suo letto funebre. La scultura proviene dalla tomba di Djer a Umm el-Qa’ab nei pressi di Abydos che, fin dall’antichità, fu considerata l’estrema dimora di Osiride. Fu un sovrano della XIII dinastia a fornire la camera funeraria di questo manufatto che mostra la procreazione di Horus operata da Osiride e da Iside (rappresentata in forma di sparviero). La scultura è stata inizialmente attribuita a un altro re della XIII dinastia, Khendjer, ma recenti esami delle iscrizioni hanno dimostrato che originariamente recava il nome di Djedkheperw. Medio Regno, approssimativamente risalente al 1772-1770 a.C. Diorite nera. Museo del Cairo (JE32090). (Foto: Christoph Gerigk © Franck Goddio / Hilti Foundation)

Ma, purtroppo, il dio aveva definitivamente lasciato il mondo terrestre per regnare nell’Aldilà (la Duat) e presiedere al tribunale oltremondano al quale si sarebbe dovuto presentare ogni defunto al fine di essere giudicato meritevole (o meno) della vita eterna. Tuttavia, l’ultima unione con la sua amata sposa avrebbe portato alla nascita del figlio Horus (Immagine n. 8), erede al trono d’ Egitto, legittimo, devoto e leale.

Immagine n. 8 Horo e Iside a fianco alla figura di Osiride rappresentato accovacciato e con i lineamenti del faraone Osorkon II. Pendente in oro del Terzo periodo intermedio (regno di Osorkon, II XXXII dinastia, ca. 874-835 a. C.). altezza: 9 cm; larghezza: 6,6 cm. Oro, lapislazzuli e vetro rosso. Museo del Louvre. (© ph. Guillaume Blanchard, 2004)

Anche Horus, però, dovette intraprendere una dura e lunga lotta (durata circa ottanta anni) con lo zio Seth per disputarsi il trono lasciato vacante da Osiride. Dopo una lunga serie di gare e cimenti, ben documentata nell’arte e nella letteratura egizia, il tribunale degli déi dichiarerà Horus vincitore e suo padre vendicato.

Ma questa è un’altra storia, anzi un altro straordinario mito di cui ci informa il papiro Chester Betty I, risalente all’epoca di Ramses V (fine della XX dinastia), ma che quasi certamente è l’adattamento di un racconto che già era noto nel Medio Regno.

Fonti: Franck Monnier: “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.245

David P. Silverman: “Antico Egitto”, pagg. 134-135

Edda Bresciani: “Letteratura e poesia dell’antico Egitto”, pag. 363”

Luce tra le ombre, Piramidi

I KHENTIU-SHE

Ne “La funzione di una piramide si è fatto cenno ad una comunità di individui operanti nella città della piramide, cui ci si riferisce con l’appellativo di “Khentiu-She”. Credo sia utile fornire qualche dettaglio in più su questo termine che ha posto non pochi problemi di interpretazione agli egittologi.

Dalle testimonianze scritte e pittoriche dell’Antico Regno conosciamo un gruppo di persone, indicate sotto il nome di khentiu-she (ḫntjw- š), che da un lato erano collegate al palazzo del sovrano in carica e, dall’altro, rientravano nel personale di culto dei templi piramidali reali. Il loro ruolo esatto e il loro significato sono difficili da comprendere, poiché le fonti disponibili non forniscono un quadro coerente. Molto è già stato scritto al riguardo e sono state proposte diverse traduzioni: “impiegato”, “residente della città delle piramidi”, “addetto”, “approvvigionatore”, “guardia”, “affittuario di terre”, “sacerdote khenti-she”, “servitore”.

Negli ultimi venticinque anni, i ritrovamenti di papiri nel tempio piramidale di Neferefra ad Abusir (Immagine n. 1) e gli scavi nella regione della capitale dell’Antico Regno intorno a Memphis e alle necropoli reali ad essa associate, hanno portato alla luce nuovo materiale che mantiene viva la discussione.

Immagine n. 1 I resti della piramide Neferefra ad Abusir (Immagine di pubblico dominio reperita su wikipedia, autore non attribuibile)

Il significato del termine

Per avvicinarsi al significato della denominazione ḫntj- š, si è ricorso innanzitutto ad un’analisi del termine stesso. Sono documentate molte grafie diverse, tra cui quelle con il segno della collina come determinativo (Immagine n. 2), ma senza alcuna differenza semantica riconoscibile.

Immagine n. 2 Una delle svariate grafie del termine ḫnt- š (lettura convenzionale Khenti-she) in geroglifico. Questa presenta, come determinativo il segno delle due colline.

Per quanto riguarda la struttura della parola, c’è un accordo di fondo sul fatto che ḫntj- š sia un termine composto. Esso è costituito dal termine di relazione ḫnt, seguito dal sostantivo š, la cui indipendenza è indicata dal trattino diacritico scritto occasionalmente (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Una diversa grafia del termine. In questo caso è presente il trattino verticale diacritico sotto il rettangolo che rappresenta un bacino, il cui valore fonetico è š (she).

Che non si tratti di una parola quadripartita ḫntŠè ulteriormente dimostrato dalla forma femminile ḫnt(j)t- š (Immagine n. 4) e dalla dettagliata grafia del plurale.

Immagine n. 4 Questa è la grafia del termine al femminile, caratterizzata dalla seconda semisfera (in realtà rappresenta una pagnotta). Il simbolo dell’acqua 👎 e la prima pagnotta (t) fungono da complementi fonetici del simbolo trilittero ḫnt (Khenti) a sinistra (i tre vasi). La seconda pagnotta è la desinenza -t del femminile. La traslitterazione è ḫnt(j)t- š, mentre la lettura convenzionale è Khentit-she.

La preposizione ḫnt significa “più avanti di”, che può avere un significato locale, ma è anche usato nel senso figurato di “numero uno, primo”; quest’ultimo spesso presente in epiteti di divinità*. Entrambi indicano una posizione di rilievo del portatore della denominazione rispetto a š. Tuttavia, le opinioni divergono su cosa implichi questa posizione, su cosa si intenda per š e, di conseguenza, sul modo in cui il portatore della designazione še l’intero termine ḫntj-š possano essere tradotti e interpretati.

š in relazione al significato di “stagno”, “giardino”, “tenuta/proprietà”.

La parola šha un’ampia gamma di significati. Le linee d’acqua all’interno del geroglifico suggeriscono un significato di base di “specchio d’acqua”, che può riferirsi sia a bacini naturali sia a bacini artificiali. Nel decreto di Pepy I, in favore delle due città piramidali di Snofru a Dahshur, gli stagni “š(w)” sono menzionati come base per la tassazione, insieme ai “mr”(canali e pozzi).

Lo scavo di uno stagno e la creazione di un giardino facevano parte della realizzazione della casa di un alto funzionario. Ad esempio, il funzionario Metjen, all’inizio della IV dinastia, riferisce di aver costruito una casa “pr” di 100 cubiti di lunghezza e 100 cubiti di larghezza, nella quale realizzò uno š molto grande e realizzò varie piantumazioni.

Le scene tombali indicano chiaramente che la designazione š poteva essere applicata all’intero giardino che circondava lo stagno. šera usato anche per designare vaste aree con alberi, pascoli per capre, aiuole di verdure, piantagioni di frutta, stagni con piante di loto e papiro e laghetti per uccelli abbastanza grandi da permettere alle barche di navigare. Simbolicamente, un giardino con uno stagno corrispondeva anche a un luogo di sepoltura, che era la dimora dell’esistenza ultraterrena** e avevano un significato che andava oltre la morte del proprietario, in quanto vi si producevano offerte per il suo culto funerario. Poiché le condizioni locali delle necropoli non consentivano di solito la costruzione di giardini tombali anche di piccole dimensioni, i tavoli per le offerte in forma di bacino ne assumevano magicamente la funzione***. Il simbolismo di questi giardini-stagno andava al di là di un significato puramente reale, come il rinfresco, la pulizia, la fonte di frutta e verdura o l’intrattenimento: in senso astratto, essi incarnavano l’idea di fertilità e rigenerazione, che avrebbero magicamente garantito ai defunti.

L’uso del termine šanche per i giardini più estesi e le aree periferiche del deserto può aver portato a uno spostamento di significato. In grafie come quella raffigurata in (Immagine n. 5), che riportano una t sotto la š, la š originale era probabilmente intesa come išt, col significato di tenuta/proprietà.

Immagine n. 5 In questa ulteriore grafia sotto il simbolo š è presente una t. Ciò sembrerebbe suggerire una lettura equivalente a “išt” col significato di tenuta, proprietà, dominio ecc.

Tali grafie potrebbero quindi non essere errori, ma reinterpretazioni del termine tradizionale****. Un documento in cui si può assumere il significato di šcome “tenuta” ed escludere un riferimento a uno specchio d’acqua è l’iscrizione tombale di Washptah, un visir vissuto durante la V dinastia, nella quale viene menzionato un oggetto in pietra calcarea, probabilmente un pezzo di corredo della tomba, ḥr š dt(.ỉ), “nella (mia) tenuta personale” nella città piramidale di Sahure. In definitiva, šaveva un’ampia gamma di significati, da “stagno” (reale e metaforico) a “giardino” (intorno a una piscina), fino a “tenuta”.

Continua…

* Cfr. ad esempio gli epiteti di Anubi ḫntj-Imntjw (primo degli occidentali), e ḫntj sḥ-nṯr (che precede la tenda di Dio). Anche per quanto riguarda i re defunti il termine “nella” della locuzione “nella loro piramide” , ḫntj era occasionalmente usato al posto della preposizione m, come ad esempio nel titolo di Netjeraperef dell’inizio della IV dinastia: ḥm-nṯr Snfrw ḫnt(j) ẖˁ-Snfrw – “sacerdote di Snofru primo della piramide “Snofru splende”. Tali grafie potrebbero quindi non essere errori, ma reinterpretazioni del termine tradizionale. Un documento in cui si può assumere il significato di S come “tenuta” ed escludere un riferimento a uno specchio d’acqua è l’iscrizione tombale di Washptah.

** Nella tomba di Ankhmahor, il š n(j) (pr-)dt “giardino della proprietà personale” è rappresentato quasi come un’istituzione astratta, personificata come un portatore di offerte.

*** Questo è particolarmente evidente in reperti nei cui angoli sono stati intagliati alberi di sicomoro o disegnate barche.

È verosimile interpretare “š” come lavoro realizzato in pietra?

Per š, è stato preso in considerazione anche il significato di “opera in pietra”.

L’iscrizione di Niankhsekhmet è spesso usata come prova di questa interpretazione. Il testo riporta che questo funzionario ricevette dal re due false porte. Sahura le fece completare nel portico di uno dei suoi palazzi e il lavoro fu eseguito in presenza del re stesso. La seguente scrittura, ḫpr šrˁ nb (Immagine n. 6) è stata finora valutata in due diversi modi: come opera (in pietra) o come area su cui sorgeva il palazzo con il portico.

Immagine n. 6: la scrittura in geroglifico della locuzione ḫpr š rˁ nb (lettura convenzionale, “kheper she ra neb”) interpretato erroneamente come lavoro realizzato in pietra.

Tuttavia, non ci sono altre prove per una traduzione di š come “lavorazione della pietra”. Il titolo ỉmj-r(3) š (Immagine n. 7), che compare spesso tra i capi delle spedizioni in cava, è stato apparentemente visto in questo contesto e tradotto come “supervisore del lavoro in cava” o “supervisore della lavorazione della pietra”.

Immagine n. 7: la qualifica ỉmj-r(3) š che compare spesso tra i capi delle spedizioni in cava.

Ma ciò non è convincente perché in questa interpretazione un’attività sarebbe equiparata all’oggetto lavorato (pietra) o al luogo di lavorazione (cava) e di solito, per le attività manuali, la parola utilizzata era “k3t”.

Che š in questo titolo non abbia nulla a che fare con “pietra” o “cava” è dimostrato dalla variante più dettagliata del titolo (immagine n. 8) ỉmj-r(3) š n mšˁ (“sorvegliante della š dell’esercito”), dove š si riferisce probabilmente al “recinto” dell’esercito di spedizione, cioè al suo accampamento, la cui creazione e manutenzione doveva essere organizzata e supervisionata da un membro dello staff esecutivo dell’esercito.

Immagine n. 8: una variante più dettagliata del medesimo titolo ỉmj-r(3) š n mšˁ (imi-ro she en mesha = sorvegliante della “she” dell’esercito)

Come dimostrano gli scavi di Wadi el-Jarf nel Golfo di Suez, questi accampamenti non erano solo luoghi di pernottamento per i partecipanti alle spedizioni, ma comprendevano anche zone per i vari tipi di lavoro artigianale necessari per le forniture e le attrezzature della spedizione, magazzini e luoghi di lavoro per i rispettivi amministratori. Per il termine ỉmj-r(3) š sarebbe quindi appropriata la traduzione “sorvegliante dell’accampamento”, mentre va scartato il significato di “lavoro (in pietra)”, “lavoro di cava”. Per š se ne ricava, quindi, un significato di area in cui le truppe di spedizione potevano accamparsi e venivano rifornite.

š inteso come distretto collegato al re

š si riferiva anche ai terreni su cui sorgevano gli edifici reali. Il capomastro del re Isesi, il visir Senedjemib-Inti, menzionò nella sua iscrizione funeraria la š di un edificio (il segno ḥwt con un disegno interno mal conservato) appartenente al palazzo ḥb-sd di Isesi con una dimensione di circa 525 x 231 m. Tali dimensioni sono paragonabili a quelle del complesso di Djoser. Pertanto, š probabilmente designava, in questo caso, il terreno di costruzione del grande recinto wsḫt in cui insistevano il palazzo cerimoniale e altre strutture di culto per la festa Sed del sovrano. Il re premiava i funzionari meritevoli nel š. I documenti venivano emessi in presenza del re nel š n pr-ˁ3 (she della Grande Casa). Un’ortografia con pr come determinativo (immagine n. 9) fa di š n pr-ˁ3 un’istituzione praticamente immateriale.

Immagine n. 9: š n pr-ˁ3 (she en per aa = la she della grande casa). In questo caso il simbolo per š ha come determinativo il primo rettangolo aperto alla base, in realtà la pianta di una casa, (non si legge, ma serve per chiarire la classe di appartenenza del termine she), al di sotto del quale vi è la preposizione “n” (della) espressa con il simbolo dell’acqua. Seguono gli altri due simboli “pr” e “ˁ3” che identificano la Grande Casa.

Una simile grafia si trova anche in un titolo che, purtroppo, non si è conservato completamente: imj-r(3) iz [///] š pr-ˁ3 ( “sorvegliante della camera di … della she della Grande Casa”. Un titolo che aveva una conformazione simile: ỉmj-r(3) sšrw nswt š pr-ˁ3 (supervisore della biancheria reale della she della Grande Casa), indica che i prodotti di valore, compresi i tessuti, erano conservati nella š  pr-ˁ3.

Poiché esistono poche sequenze di titoli in cui ỉmj-r(3) špr-ˁ3 è collegato a titoli come “supervisore della biancheria reale” e/o “supervisore dei gioielli del re”, il primo è stato tradotto anche come “supervisore della tessitura della Grande Casa”. Non essendoci altre connessioni tra š e la tessitura, il parallelo con il già discusso titolo imj-r(3) š (sorvegliante dell’accampamento) sembra essere più appropriato. Anche un insediamento (para)militare avrebbe senso come elemento della Grande Casa, dal momento che le forze militari erano direttamente assegnate al palazzo. Possiamo immaginare che si trattasse di un complesso permanente di edifici con alloggi per il personale, uffici amministrativi, strutture, magazzini per le attrezzature e per i preziosi proventi delle spedizioni. Il titolo ỉmj-r(3) š pr-ˁ3 può quindi essere inteso come “supervisore dell’accampamento del palazzo”. Poiché esiste anche una forma duale (Immagine n. 10) ỉmj-r(3) šwj pr-ˁ3, per il controllo generale è possibile che ci sia stato più di un accampamento, probabilmente due.

Immagine n. 10: il titolo di “ỉmj-r(3) š pr-ˁ3” è,in questa forma, espresso al duale “ỉmj-r(3) šwj pr-ˁ3” (imi-ro shewy per aa = sorvegliante delle due she della Grande Casa).

Questi titoli di sorvegliante dimostrano che š n pr-ˁ3 era un’area distinta che apparteneva al palazzo ma non necessariamente era identificabile con esso.

La “she della Grande Casa” comprendeva anche strutture di culto. Lo indica una manifestazione particolare del dio del sole: Rˁ-ḥr-š -(n)- pr-ˁ3 (Ra nel recinto del palazzo). La presenza parallela di un Ḥwt-Ḥr-ḥr-n- pr-ˁ3 (Hathor nella she del palazzo) in una voce della pietra di Palermo (Immagine n. 11), che in precedenza è stata ignorata a causa di un’interpretazione errata, depone contro la traduzione di š n pr-ˁ3 come “lago del palazzo”, come ritenuto da Goelet e Bogdanov.

Immagine n. 11: dettaglio della sezione della pietra di Palermo riguardante Neferirkara (ripresa da Wilkinson e ridisegnata dall’ autore) in cui si rileva l’espressione Ḥwt-Ḥr-ḥr-n- pr-ˁ3 (Hathor nella she del palazzo).

Qui la donazione di un altare ciascuno per Ra e Hathor “nella she della Grande Casa” (ḥrš n pr-ˁ3) è riferita Neferirkara. Si potrebbe obiettare che š n pr-ˁ3 non indichi la posizione dei due altari, ma faccia parte del nome delle divinità. Però, gli altari sono scritti tra i nomi delle divinità e il toponimo ḥrš n pr-ˁ3. Dai titoli dei sacerdoti sappiamo che Hathor era venerata, tra le altre divinità, in santuari ed almeno alcuni di essi furono costruiti nella “š n pr-ˁ3”. Il già citato capomastro Senedjemib/Inti riferisce, ad esempio, di aver curato la decorazione della “cappella mrt di Isesi che si trova nel “š n pr-ˁ3” (Immagine n. 12). Una cappella mrt in un “š n pr-ˁ3” è attestata anche per Teti.

Immagine n. 12: l’iscrizione ci informa della cappella “mrt” di Isesi che si trova nel “š n pr-ˁ3”

Poco si conosce in merito a questo tipo di santuario, che è sempre associato al nome di un re. Il loro culto si concentrava principalmente su Hathor, ma anche su suo figlio Ihi e sul sovrano. Da ciò nasce l’ipotesi che i santuari mrt fossero luoghi del matrimonio simbolico del re-Horus con Hathor per aumentare la fertilità non solo della coppia reale ma anche di uomini, animali e campi”.

**** Ciò può valere anche per la definizione di personale ḫntj-š (Khentiw-She)

Fonte: The Khentiu-she di Petra Andràssy(Humboldt-Universität zu Berlin)

Luce tra le ombre, Piramidi

LA FUNZIONE DI UNA PIRAMIDE

Parte prima: evoluzione del complesso funerario

Riprendo, dopo una lunga assenza, la mia rubrica riguardante gli aspetti costruttivi relativi alla costruzione delle piramidi introducendo questo nuovo argomento. Ovviamente, rifuggendo da facili suggestioni sensazionalistiche, mi attengo alla evidenze scientifiche e archeologiche prodotte grazie allo studio e all’incessante “lavoro sul campo” svolto dai più valenti egittologi. Il risultato di queste rigorose ricerche, ci offre una visione, inutile dirlo, sicuramente lontana da fantasie roboanti, ma non per questo meno affascinanti.

Gli annessi cultuali e tutti gli edifici del complesso in cui aveva sede una piramide, subirono molteplici mutamenti prima di giungere ad una forma stabile che soddisfacesse pienamente ai dettami religiosi. Un complesso come quello di Djoser della III dinastia (Immagine n. 1), a dispetto delle sue rivoluzionarie innovazioni tecnologiche, rimaneva ancora fedele alle tradizioni architettoniche tradizionali.

Immagine n. 1: Veduta aerea del complesso di Djoser a Saqqara (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 26)

Esso incorporava la sepoltura in un recinto funerario distante, secondo un uso stabilito ad Abydos durante il periodo arcaico. Lo stesso dicasi per la planimetria che seguiva un orientamento nord-sud, in perfetto accordo con quello di uso antico. Gli ambienti sotterranei erano distribuiti su vaste superfici attraverso una rete interconnessa di gallerie e magazzini, simili a quelli che erano stati scavati nelle vicinanze per Ninetjer Hotepsekhemwy (II dinastia). Un tempio funerario, addossato alla faccia settentrionale della piramide, era destinato al deposito delle offerte quotidiane, mentre gli edifici indispensabili ai riti di rigenerazione del re defunto, in origine costruiti in materiali leggeri, furono progettati per durare per l’eternità. Nonostante la scarsità di resti di complessi eretti sotto i regni successivi a quello di Djoser, sembra che, sostanzialmente, questi nuovi modelli costruttivi non abbiano avuto grandi variazioni durante la III dinastia.

Con il Regno di Snefru (IV dinastia), si assiste ad un radicale rottura con i suoi predecessori: vengono abbandonati gli elementi tipici del periodo arcaico (forma a gradoni, distribuzione sotterranea) e si assegnano alla piramide dimensioni soverchianti rispetto agli edifici satelliti. A partire da questo momento, fanno la loro comparsa gli elementi chiave del complesso funerario reale: il tempio a valle, la via di accesso (o ascensionale), il tempio alto, la piramide sussidiaria e il muro di cinta. Muta anche l’orientamento generale perché ormai il complesso segue il corso del sole secondo l’asse est-ovest. Dal tempio di accoglienza (o della valle) la via d’accesso corre verso occidente in direzione del piccolo tempio alto che, d’ora in avanti, si staglierà contro la facciata occidentale della piramide. In pratica si lasciava il modo dei vivi per penetrare in quello dei morti. Questa disposizione così chiaramente ordinata, dà prova di una grande astrazione. Il tempio superiore era più simile a una cappella e gli edifici utilizzati per le cerimonie giubilari furono abbandonati. La piramide sfoggiava ormai quattro facce piatte e finemente levigate simili a frecce che puntano verso il cielo. Si mantennero gli appartamenti funerari, dal design molto semplice, con un’apertura al piano inferiore verso nord che conduce ad una piccola camera sepolcrale, ma si rinunciò all’ubicazione sotterranea, stabilendola più in alto all’interno della muratura.

A partire dalla Piramide Rossa a Dashur (Immagine n. 2), la camera funeraria fu orientata secondo l’asse est-ovest.

Immagine n. 2: La Piramide rossa di Snefru a Dashur (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 65)

Sotto il regno di Cheope sembra che ci fu un ritorno di fiamma per gli ambienti completamente sotterranei quando si diede avvio alla realizzazione di un ipogeo ad una trentina di metri di profondità. Questo primo progetto fu però abbandonato e l’architetto, alla fine, prese la decisione di elevarlo più in alto che mai. Le sollecitazioni strutturali provocate dalla nuova disposizione fecero momentaneamente temere per la stabilità della camera sepolcrale, per cui le generazioni successive presero la risoluzione di non allestire più ambienti al di sopra del livello del suolo ad eccezione del corridoio che conduce ad essi. L’anticamera in granito con le sue saracinesche, ebbe invece grande successo e fu riprodotta in seguito numerose volte.

Da quel momento in poi si allestiva una camera funeraria orientata secondo il percorso del sole e ricoperta da una volta a capriate, con il sarcofago sempre collocato nella parte occidentale, verso il regno dei morti. L’ accesso che si apriva nella facciata settentrionale permetteva all’anima di raggiungere le stelle circumpolari dell’emisfero boreale (“le stelle che non tramontano mai”): << Che egli possa alfine salire verso il cielo tra le stelle imperiture>> (Testi delle piramidi, Pepi II § 940a).

All’esterno, grandi fosse accoglievano le imbarcazioni regali e le regine scortavano il loro re beneficiando di una propria piramide. La via di accesso divenne una strada monumentale e il tempio funerario fu dotato di una grande corte a pilastri con una cappella per le offerte simile ad un santuario (Immagini n. 3-4). 

Sotto il regno di Chefren gli edifici di culto conobbero uno sviluppo tale da influenzare tutta l’architettura dell’ Antico Regno. Il tempio in Valle e quello Alto erano costruiti attorno a un cortile a pilastri con una serie di stanze e corridoi che permettevano ai sacerdoti rituali di svolgere le loro cerimonie quotidiane e di conservare reliquie e oggetti liturgici. Un centinaio di statue dislocate nel complesso funerario e varie sculture ad immagine del sovrano, ricevevano il culto allo stesso modo di quelle raffigurate sedute e alloggiate nelle cinque cappelle situate nella parte più interna del tempio Alto. Vi si riconoscono per la prima volta quegli elementi tipici della suddivisione del tempio classico posto in opera durante la V, VI e XII dinastia.

Immagine n. 4: Schema della disposizione classica di un complesso piramidale (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 241)

Parte seconda: cosa rappresenta una piramide?

Il significato e le motivazioni che indussero gli antichi egizi a utilizzare la forma piramidale è ancor oggi oggetto di continuo ed acceso dibattito .

Spesso, nel tentativo di rintracciarne le origini più remote, si fa riferimento alla sepoltura, risalente alla I dinastia, appartenente ad un dignitario di nome Nebetka, scavata nel 1937 a Saqqara e catalogata come mastaba S3038* (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 La mastaba di Nebetka : si tratta di una tomba a mastaba unica ubicata a Saqqara Nord e risalente al regno del re Adjib. Il suo nucleo era costituito da un tumulo di mattoni di fango a gradoni. Si è supposto che il progetto si sia sviluppato fino alla piramide a gradoni circa 200 anni dopo, ma non ci sono altre prove che confermino chiaramente questa teoria. (Immagine reperita in rete © https://www.nemo.nu/…/2egypt/2bildsidor/2anedjib.htm)

All’interno di questa tomba era stata costruita una struttura a sei ordini su tre lati, rimasta completamente invisibile prima degli scavi perché volutamente sepolta nella parte più interna da macerie e calcinacci. L’edificio è oltremodo interessante in quanto fu eretto durante il regno di Adjib (o Anedjib), un sovrano il cui nome è spesso associato a quello di una tenuta reale rappresentata da una struttura a gradoni “il dominio Sa-ha”(Immagine n. 2).

Immagine n. 2 Sigillo della residenza di Sa-Ha su un vaso risalente al regno di Adjib, Museo del Louvre. (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 242).

L’idea che questo monumento potesse essere considerato alla stregua di un modello primitivo della Piramide a gradoni di Djoser era affascinante e molti ricercatori non esitarono a condividerla. Tuttavia, oltre alla mancanza di una chiara documentazione, l’unicità dell’opera e il lungo intervallo temporale che la separa dalla III Dinastia non depongono a favore di questa ipotesi. È difficile, infatti, presumere che un edificio così anteriore fosse stato preso a modello per la piramide a gradoni essendo, quest’ultima, il risultato di una serie di sperimentazioni e tentativi. La prima tappa della sepoltura di Djoser, in realtà fu una mastaba a pianta quadrata e con pareti lisce, che di per sè già si distingueva dalle convenzionali tombe rettangolari con facciate a rientranze. C’era forse, come sostengono alcuni studiosi, l’intento di rappresentare la collina primigenia che, nella tradizione religiosa egizia, emerge dal Nun (l’oceano primordiale) agli inizi del mondo?

Le piramidi, sia quelle a gradoni, sia quelle a facce lisce, erano indistintamente designate con il termine “meher” (più spesso letto come “mer”); tuttavia il “piramidyon” che, a partire dalla IV dinastia andò a costituire la cuspide di questi monumenti, era indicato con la variante femminile del termine “benben”: ossia “benbenet”. Si trattava quindi di un chiaro riferimento al tumulo primordiale della mitologia egizia su cui troneggiava il benben: una pietra eretta, la cui immagine scolpita era conservata a Eliopoli, centro del culto solare. Da quel momento in poi, le interpretazioni divergono ed oscillano tra questa associazione con la collina che sorge dall’oceano originario, concettualizzando la rinascita del re, e l’associazione con un simbolo solare, le cui facce sfolgoranti incarnano i raggi che il sovrano doveva risalire per regnare al fianco di Ra. Questa idea di ascensione si espresse anche nella disposizione degli appartamenti funerari che, inizialmente sotterranei durante la III dinastia, furono dislocati al di sopra del livello del suolo a partire dal regno di Snefru.

Probabilmente, i gradoni delle prime piramidi rappresentavano i pioli della gigantesca scala, eretta dagli déi per il sovrano defunto, che viene evocata numerose volte nei “Testi delle piramidi”:

Alcuni egittologi, tra i quali Philippe Lauer, collegano l’emergere della forma piramidale alla dottrina solare della religiosità egizia, il cui primo rappresentante, il sommo sacerdote di Eliopoli, Imhotep, architetto della prima piramide, potrebbe aver contribuito ad accrescerne l’influenza. A sostegno di questa ipotesi si pone in evidenza che all’epoca della III dinastia si era passati da una concezione ctonia che limitava la sopravvivenza del sovrano agli inferi a una dottrina eliopolitana che mirava a elevarlo al regno celeste.

Con il progredire della tecnologia, la forma piramidale è stata in grado di assumere una pluralità di significati diversi, ma non esclusivi, e le sue implicazioni religiose furono rappresentate con diverse sfumature. Quando la piramide cominciò ad essere eretta con le pareti lisce, la struttura a gradoni rimase ancora presente nella sua massa interna; all’esterno, invece, la pietra calcarea bianca e finemente levigata di Tura, utilizzata per rivestire le facciate inclinate verso il cielo, realizzava una combinazione perfetta per massimizzare il riflesso dei raggi solari (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Raggi di sole al tramonto sul plateau di Saqqara (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 243).

L’ascesa della religione solare non è probabilmente estranea all’onnipotenza acquisita (o rivendicata) dal sovrano ed è evidenziata dalla monumentalità schiacciante della sua tomba rispetto a quelle dei suoi parenti e funzionari. Monopolizzando le risorse umane e materiali dello Stato, il re vi riversò ogni energia, affermando la supremazia su tutti i suoi sudditi e confermando il suo status divino, sia per la natura incomparabile della sua opera, sia per le azioni compiute per portarla a termine. In questa missione, egli dimostrava di essere simile a Ra il sovrano assoluto del suo regno. L’ imponenza e la durata dell’opera avrebbero ricordato continuamente ai sudditi la dimensione eccezionale del loro leader e dei loro rappresentanti spirituali e, di conseguenza, il loro stesso valore inteso come risultato del legame che li univa (Immagine n. 4).

Immagine n. 4 Ricostruzione di un complesso piramidale classico (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 244).

*Nel 1937 Walter Bryan Emery scavò la tomba S3038 a Saqqara e scoprì alcune sorprendenti nuove caratteristiche costruttive al suo interno. La tomba aveva un nucleo a gradini sopra la camera funeraria, che era stata costruita con due piattaforme successive, accessibili dall’esterno. La costruzione mostrava una successione di fasi, definite come cambiamenti nel design. La forma del nucleo fece pensare a Emery che questa tomba fosse un precursore delle successive piramidi a gradini. Questa ipotesi non trovò molto supporto. Una rivalutazione da una prospettiva costruttiva di tutti i dati disponibili, comprese le note di campo inedite dello scavatore, porta a conclusioni diverse. Ogni fase successiva è stata costruita appositamente per svolgere un ruolo nelle pratiche funerarie. In altre parole, gli elementi costruttivi facevano parte di un design singolare e preconcetto. Sulla base della premessa delle pratiche riflesse nella costruzione di questa tomba unica, è anche possibile riflettere sul design di altre tombe della Prima Dinastia a Saqqara.

** Traduzione originale (in francese) di Bernard Matthieu

Parte terza: il contesto religioso

Si conoscono abbastanza bene le pratiche funerarie ed il loro contesto religioso sotto le dinastie V e VI; molto meno noto è ciò che riguarda i periodi precedenti. La mitologia associata alla sopravvivenza nel aldilà sotto la III dinastia ci appare, ad esempio, molto vaga. Le scene rappresentate nella piramide a gradoni di Djoser e i simulacri presenti nel suo complesso ci rivelano molto poco sulla percezione della vita ultramondana. I pannelli scolpiti che si trovano negli ambienti sotterranei alludono semplicemente alle visite fatte dal sovrano presso i santuari dell’ Alto e del Basso Egitto. Unico ad essere rappresentato, il re si mostra nell’aldilà simile a un dio che regna sul suo universo perpetuando all’infinito la sua rinascita e le cerimonie del giubileo (Immagine n. 1) inquadrati in un ambiente che gli era familiare.

Immagine n. 1 Feste giubilari rappresentate sui muri del tempio solare di Abu Gurab (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag.244).

Verso la fine della V dinastia la comparsa dei Testi delle piramidi, lascia intuire una concezione ben più complessa e articolata. Questi ultimi, si presentano come una raccolta di formule e riti arcaici, le cui origini sono più antiche di qualche secolo, e dei quali operano una sintesi introducendo il nuovo mito osiriaco. Il ciclo di Osiride (Immagine n. 2), esteso a tutti gli individui, in ogni paese e senza distinzione di rango tra la IV e V dinastia, contribuì ad accomunare le varie concezioni religiose.

Immagine n. 2 Osiride dio della rinascita con significato rappresentativo ambivalente sia di mummia, si di sovrano dell’aldilà, è rappresentato in questa statua proveniente dal tempio funerario di Ramses III a Medinet Habu. Museo del Cairo (© I Tesori delle Piramidi, a cura di Zahi Hawass, pag.24).

Gli immensi cantieri approntati per erigere le piramidi più grandi accoglievano un’enorme quantità di persone proveniente dai luoghi più remoti del regno dando vita, per la prima volta nella storia dell’Egitto, ad un sentimento nazionale, piuttosto che regionale e originando, nello stesso tempo, un’intensa riflessione sull’estrema diversità delle dottrine che vi confluivano.

Secondo l’egittologo Bernard Mathieu, il mito di Osiride fu l’esito di una riforma politico-religiosa che ebbe corso tra la fine della IV e l’inizio della V dinastia. Realizzata secondo le disposizioni del clero di Heliopolis, non è da escludere che fu elaborata per rispondere all’interruzione dei grandi progetti edilizi della IV dinastia e anche per consolidare definitivamente il tessuto sociale. I testi e le iscrizioni dell’Antico Regno rivelano che i sovrani si ritrovarono simbolicamente a non essere più i detentori di Ma’at – il concetto di equilibrio e giustizia – che diventava proprietà esclusiva di Osiride. Il re ne restava il garante ma, come qualunque altro dei suoi sudditi, doveva agire in perfetto accordo con Ma’at. Pertanto, l’idea di giustizia e ordine sociale, smetteva di essere una sua prerogativa, per afferire alla sfera del divino. In questo modo essa divenne incontestabile, tanto più che il giorno della morte ogni individuo doveva renderne conto e comparire davanti al tribunale degli déi.

La rivalità tra Seth e suo fratello Horus, faceva chiaramente allusione alla figura di un usurpatore nei confronti della legittima eredità al trono. Dall’esito del loro scontro dipendeva il destino dell’Egitto dal momento che lo stravolgimento dell’ordine precostituito avrebbe inevitabilmente portato al caos (isefet). Di conseguenza, il rispetto della trasmissione del potere, assunse un ruolo centrale:

Al di là della parabola, il mito di Osiride determinava una serie di atteggiamenti da adottare affinché il defunto potesse accedere al paradiso. La sua vita nell’aldilà dipendeva dal buon funzionamento del culto e dal deposito delle offerte, pertanto il proprietario della tomba si impegnava durante la sua vita a realizzare tutto il necessario per la sua esistenza ultraterrena. Quest’ultima, però, non dipendeva unicamente da lui e dai preparativi nei quali si era impegnato; la lealtà e la devozione di Horus nei confronti del padre sottintendevano l’importanza e il ruolo che i discendenti dovevano attribuire alle cerimonie di ossequio e di offerta ai loro antenati (Immagini n. 3-4). In sostanza, il mito contribuiva a tenere unita la società attraverso un comportamento corretto nei confronti degli altri, sia dei vivi e che dei defunti.

Immagine n. 3 Rappresentazione di offerte sulla stele di Abkau (XI dinastia). Museo del Louvre. (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 246).
Immagine n. 4 La stessa stele nella sua interezza (© Di Rama – Opera propria, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=394403)

Il proprietario di una sepoltura, avendone la possibilità, faceva incidere sulle pareti della sua tomba o della sua cappella dei testi che rivelassero l’irreprensibilità della sua esistenza e quanto le sue azioni fossero state degne di elogio. Lo stesso sovrano si premurava di descrivere sulle pareti della strada rialzata e del tempio le imprese che documentavano di essere stato all’altezza delle sue responsabilità sulla terra, sicché importanti episodi militari, commerciali o religiosi venivano riportati in una serie di grandi affreschi. Questa propaganda personale aveva lo scopo di ricordare ai viventi l’onorabilità o l’eccezionale levatura del defunto. In definitiva, era necessario non solo illustrare una vita degna che sarebbe stata giudicata da Osiride, ma anche suscitare interesse nel perpetuare il culto. Infatti, tra le iscrizioni ritroviamo, tra le altre, esortazioni a non dimenticare le cerimonie abituali:

* Traduzione originale (in francese) di Bernard Matthieu

Si ritiene che i “Testi delle Piramidi” siano i più antichi testi religiosi esistenti al mondo ed Unas fu il primo sovrano a farli incidere e dipingere nei suoi appartamenti funerari (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Pareti della piramide di Unas ricoperte da “Testi delle Piramidi” (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 247).

Sono ben undici le piramidi (di re e regine), ad oggi conosciute, in cui sono presenti; tutte sono ubicate presso Saqqara e databili alla fine dell’Antico regno (Immagine n. 2), ma la recente scoperta di un piccolo frammento di questi Testi, incisi nella piccola piramide di Hatshepset a Dashur dimostra che, sia pure in minor misura, fossero utilizzati anche durante il Medio Regno.

Immagine n. 2 Appartamenti funerari della piramide di Pepi I (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 248).

La complessità e la mole dei Testi delle Piramidi dimostrano che la loro comparsa non fu affatto improvvisa, ma al contrario, la loro elaborazione ed evoluzione dovette interessare un arco temporale di diversi secoli. La composizione rivela, in effetti, diversi stadi di mutazione della lingua, dalle espressioni più arcaiche a quelle più contemporanee alla V e VI dinastia. Alcune pratiche superate ed allusioni a culti primitivi, rafforzano questa impressione di antichità. I Testi erano indicati nell’antico egizio come <<I rotoli del dio>> e, di fatto, esisteva già uno <<scriba dei rotoli del dio>> durante la II dinastia citato, tra l’altro, negli stessi “Testi delle piramidi”.

Le formule erano di solito introdotte dall’espressione “Pronunciare le parole” il che lascia pensare che erano destinate ad essere lette ad alta voce – almeno fin quando non furono scolpite nella pietra – e tutta la litania di preghiere e rituali doveva essere celebrata il giorno dei funerali. É altresì probabile che, all’epoca dei predecessori di Unas, una versione vergata su rotoli di papiro venisse depositata nella camera funeraria. Disporre delle formule in forma scritta assicurava magicamente al sovrano di beneficiare delle azioni liturgiche e di disporre delle offerte nel caso in cui i suoi successori e i sacerdoti non avessero ottemperato ai loro compiti. In questo modo, qualunque fosse stata la situazione politica o le contingenze del suo culto funerario, il defunto poteva sperare di perpetuare la sua rinascita ciclica e dimorare a fianco degli déi.

L’aspetto ermetico è la caratteristica di tutti i rituali e la loro complessità è la garanzia della loro efficacia: è quindi naturale che i profani non trovino né coerenza, né logica nella maggior parte di questa raccolta, che sembra solo una successione infinita di protocolli misteriosi e formule di offerta. C’è voluto, infatti, oltre un secolo di ricerca e la sagacia di più di un egittologo per giungere ad una comprensione globale dei “Testi”e riuscire a metterne in luce la struttura e il significato sia da un punto di vista religioso, che dal punto di vista politico.

“Testi delle piramidi” presentano una molteplicità di composizioni intimamente correlate, e spesso ridondanti, che include testi funerari, testi liturgici e formule di evocazione, disposte lungo le pareti degli ambienti funerari secondo un tipico percorso di lettura (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Distribuzione schematica degli appartamenti funerari in una piramide della VI dinastia. Le frecce evidenziano il percorso di lettura dei “Testi delle Piramidi” (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 248).

Invocazioni, offerte e rituali vanno a costituire un articolato assieme di condotte da rispettare affinché il defunto possa realizzare la sua trasformazione in spirito akh. Resuscitato tra gli déi come akh, il sovrano poteva allora regnare a fianco delle “Imperiture”, le stelle circumpolari che “non tramontano mai” (Immagine n. 4).

Immagine n. 4 Volta a capriate della piramide di Unas, decorata con un motivo che raffigura un cielo stellato. I due versanti potrebbero simboleggiare i due battenti che si spalancano verso il cielo, tante volte menzionati nei Testi delle Piramidi (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 249).

Dal punto di vista strettamente religioso, i Testi delle Piramidi combinano il nuovo ciclo di Osiride, che conduce il sovrano all’immortalità, con il tradizionale ciclo solare che organizza il percorso del re divinizzato nell’aldilà: egli accede al cielo come Osiride ed a fianco di Ra affronta e sconfigge le forze della notte per risorgere ogni giorno all’orizzonte (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Gli archeologi della Missione Archeologica Francese, diretta da Jean Leclant, al lavoro sui Testi all’interno della piramide di Pepi I a Saqqara (© Alberto Siliotti. Egitto Templi uomini e déi pag.108).

La morte dunque, non è una fine:

Altre formule magiche, dette “formule d’esecrazione”, avevano lo scopo di dissuadere i profanatori, i malvagi, così come i calunniatori le cui parole non potevano che essere nefaste per la memoria del defunto:

Progressivamente, dalla fine dell’ Antico Regno fino a giungere al Medio Regno, i Testi delle Piramidi si evolsero nei Testi dei Sarcofagi (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 Testi dei Sarcofagi dipinti nel sarcofago di Sepi, Medio Regno. Museo del Louvre E10779b (© Musée du Louvre, Dist. RMN – Grand Palais/Georges Poncet)

Questi ultimi venivano scritti ed illustrati sulle pareti del feretro, solitamente ligneo, mentre si ritornò, per quanto riguarda le piramidi, all’uso di lasciare gli appartamenti funerari completamente privi di iscrizioni. Solo i “pyramidion” riportavano ancora delle formule che indicavano la natura funeraria del monumento (Immagine n. 3):

Immagine n. 3 Pyramidion di Amenemhat III scoperto a Dashur. Museo del Cairo (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 250).

* Traduzioni originali (in francese) di Bernard Mathieu

Parte quarta: il funzionamento del culto funerario

Alla morte del re si metteva in moto un complesso rituale funerario. Il corpo del defunto, veniva prima di tutto purificato e poi trasportato su un’imbarcazione dalla riva orientale a quella occidentale (il luogo dove era la necropoli): simbolicamente lasciava il mondo dei vivi per raggiungere quello dei morti (Immagine n. 1).

Immagine n. 1 Il defunto raggiunge la riva occidentale a bordo della sua barca funeraria. (Senusert, XIII dinastia: museo del Louvre, A48. © Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 250)

In una costruzione provvisoria, chiamata “tenda di purificazione” situata nelle vicinanze del tempio in valle, si preparava la salma per affrontare il processo di mummificazione. Ignoriamo quali fossero precisamente le tecniche di imbalsamazione durante l’ Antico Regno in considerazione del fatto che queste furono oggetto di continuo perfezionamento. La tradizione, molto più tardiva, descrive un processo che si protraeva per settanta giorni durante i quali la spoglia subiva una serie di trattamenti finalizzati ad assicurarne uno stato di preservazione tale che potesse accogliere il suo ba per l’eternità. In effetti, la sopravvivenza perpetua dello spirito del defunto era considerata per buona parte dipendente dallo stato di conservazione ottimale del suo corpo. Si procedeva dunque a rimuovere dal cadavere tutto ciò che fosse deperibile o che potesse corromperlo. Un ricchissimo complesso di formule e recitazioni liturgiche, accompagnava la procedura di mummificazione che, nel suo insieme, era sia un rituale, sia una tecnica in senso stretto. Attraverso l’imbalsamazione, così come era stato per Osiride, al defunto veniva concesso di recuperare ogni suo organo e di ripristinarne funzioni e vitalità.

Attraverso il naso, grazie all’utilizzo di strumenti specifici, si estraeva il cervello, dopodiché con un’ incisione sul fianco si proseguiva con l’asportazione degli organi interni. Il cuore, dopo essere stato accuratamente fasciato, veniva rimesso al suo posto, mentre le altre parti (fegato, polmoni, stomaco e intestini) pulite, purificate e avvolte in bende, erano deposte in quattro vasi canopi (Immagine n. 2).

Il sacerdote incaricato della mummificazione è raffigurato sotto le sembianze del dio Anubi. I visceri sono adagiati nei quattro vasi canopi rappresentati sotto la salma. (© da Ippolito Rosellini, 1834).

Il corpo subiva un procedimento per disidratarlo e poi trattato per essere ammorbidito, unto, riempito e abbellito con vari prodotti al fine di ripristinarne la forma e l’aspetto umano. Infine, una sapiente e complessa fasciatura con bende di finissimo lino dava una forma definitiva alla figura. Vestita e adornata la mummia era, a questo punto, pronta per le esequie. Il corteo funebre entrava con il sarcofago nel tempio di accoglienza, poi proseguiva per la lunga strada rialzata dirigendosi verso la piramide, il luogo di sepoltura dove il sovrano avrebbe dimorato per l’eternità.

Gli enigmatici riti di apertura della bocca, degli occhi e delle orecchie, come attestato da documenti del Nuovo Regno, avevano luogo probabilmente all’ingresso della tomba (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Libro dei morti di Nebqed (Nuovo Regno). Il trasporto del defunto ed il rituale dell’apertura della bocca sono rappresentati nel registro superiore, mentre scendendo sulla destra si riconosce Il ba di Nebqed che torna alla tomba di notte e qui viene mostrato mentre scende nel pozzo della camera sepolcrale per ricongiungersi con la sua mummia. Una sedia vuota in un’illustrazione nella tomba di Nebqed indica che egli era partito per il giorno sotto forma del suo ba. (© Museo del Louvre, n. 3068 Dist.RMN-Grand Palais/George Poncet).

Anche in questo caso si trattava di un complesso rituale guidato da un sacerdote-lettore e da un sacerdote-sem, durante il quale la mummia veniva sollevata dalla bara e, accompagnati da recitazioni si eseguivano precisi gesti finalizzati a ridare magicamente vita al corpo. Infine, libagioni, offerte, ma soprattutto l’abbattimento di un bovino assicuravano il successo del rituale. Inoltre, secondo alcuni passaggi dei Testi delle Piramidi, anche il momento finale dell’inumazione era accompagnato da formule e offerte.

La documentazione pervenuta ci dice che il successo della rinascita ciclica ed immateriale del re era assoggettata a diverse condizioni, tra cui la necessità che il culto e le offerte fossero portate a compimento quotidianamente e che il corpo del sovrano avesse la capacità di resistere allo scorrere del tempo senza subire alcun degrado. Infine, la celebrazione perpetua del suo nome partecipava attivamente a rendere immortale la sua esistenza.

La concezione egizia prometteva, dunque, una vita eterna nell’aldilà (Immagine n. 1) che, paradossalmente, rischiava in qualunque momento di interrompersi in quanto strettamente legata sia alla devozione dei sacerdoti sia a quella dei figli nei confronti del genitore defunto.

Immagine n. 1 Rito dell’apertura della bocca eseguito sul defunto Hunefer, XIX dinastia, British Museum EA9901 (© The British Museum, London. Dist. RMN-Grand Palais/The Trustes of the British Museum)

In definitiva, l’immortalità del re si basava sulla legittimità dei successori e sulla fedeltà dei funzionari nei suoi confronti. Era quindi di estrema importanza non inimicarsi alcuno di loro, anche se ciò imponeva di rafforzare continuamente i legami prima della “grande partenza”, soprattutto con i secondi, il cui status e le cui prerogative erano tutt’altro che ereditarie. Appare ovvio che un tale contesto di incertezza non poteva che generare un permanente senso di angoscia in chi fosse impegnato a preparare la sua vita oltremondana. Ciò chiarisce perché, sotto la V e la VI dinastia, fosse nell’interesse del sovrano concedere esenzioni fiscali alle città piramidali, che erano i luoghi di residenza dei sacerdoti legati ai culti funerari reali.

La comunità coinvolta nel servizio clericale era riuscita nel corso dei secoli a sviluppare, e a rendere indispensabile, un complesso insieme di rituali e di offerte generose che, attraverso un rapporto di causa ed effetto, erano in grado di garantire la continuità delle loro attività e dei benefici che ne derivavano. Viene da chiedersi se la comparsa dei Testi (Immagine n. 2) nelle piramidi riflettesse la preoccupazione del sovrano per questa dipendenza, oppure, fosse un modo per evitarla, senza nulla togliere al personale coinvolto.

Immagine n. 2 Piramide di Teti, parete incise con I “Testi delle piramidi” (© Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 252)

A dispetto delle apparenze, un complesso funerario piramidale costituiva molto più di una sepoltura e di uno strumento per assicurare al re la sua vita eterna. Grazie agli archivi di Neferirkare, rinvenuti presso Abusir, sappiamo che esso rappresentava l’elemento centrale di una rete economica che coinvolgeva un gran numero di persone. Durante la sua vita, il re stabiliva dei domini per l’agricoltura e l’allevamento del bestiame al fine di fornire le offerte per il culto che gli sarebbero state devolute dopo sua morte; vi si coltivavano cereali e raccoglievano frutti, vi si allevavano bovini e volatili. Tutto quanto si produceva transitava successivamente per la residenza ed immagazzinato da una sorta di dipartimento del Tesoro. La vigilanza ed il rigore degli scribi di questa amministrazione erano di grado così elevato da permettere una contabilità ed una redistribuzione infallibile dei prodotti. Di volta in volta questi ultimi venivano caricati su un’imbarcazione e inviati, attraverso la rete di canali, presso la necropoli dove, all’altezza del tempio di accoglienza, era presente un molo di attracco. Il trattamento, la trasformazione e la preparazione degli alimenti aveva luogo per lo più nelle vicinanze dell’edificio e solo in piccola parte al suo interno. Dopodiché venivano poste sotto attenta sorveglianza in attesa di essere offerte al re defunto durante i riti giornalieri e delle grandi festività, al termine dei quali le offerte venivano acquisite e spartite tra i membri del personale a guisa di salario. Un papiro del Medio Regno, scoperto a Kahun, la città del Fayum dove sorge la piramide di El-Lahun eretta da Sesostri II (Immagini n. 3-4), descrive le parti di offerte distribuite mensilmente agli addetti in funzione del loro grado e della loro posizione:

Servitori del dio: 10 parti

Prete lettore capo: 6 parti

Prete lettore: 4 parti

Responsabile delle philai: 3 parti

Tre preposti alle libagioni: 2 parti ciascuno

Due sacerdoti-puri addetti al culto delle statue: 2 parti ciascuno

Scriba mensile del tempio: 1 parte e 1/3.

Immagine n. 3 La piramide di Sesostri II a El-Lahun © Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 171)
Immagine n. 4 Camera funeraria di Sesostris II a El-Laun (© ph. Markus Wallas in “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” di Franck Monnier pag. 172)

Durante l’ Antico ed il Medio Regno la classe sacerdotale era relativamente ristretta. Le posizioni del personale funerario erano in gran parte occupate a tempo parziale da funzionari e dignitari le cui attività principali erano ben diverse. Solo qualche sacerdote era impiegato a tempo pieno al fine di sorvegliare sul corretto svolgimento dei servizi.

Nell’ Antico Regno, il personale era suddiviso in cinque philai (gruppi) di due divisioni. Ogni divisione contava una decina di persone che lavoravano per trenta giorni su un ciclo di dieci mesi, dopodiché ritornavano alle loro occupazioni principali. La traduttrice degli archivi funerari di Neferirkare, Paule Posener-Kriéger, ha stimato in 250-300 unità il numero effettivo totale per anno e solo venti persone che lavoravano simultaneamente. Tutto ciò riguarda, beninteso, il solo personale del tempio funerario. A questo, per avere un quadro completo del personale umano impegnato, bisogna aggiungere quello della città della piramide, quello dei possedimenti agricoli ed il corpo dei funzionari che gestivano l’istituzione dalla A alla Z, per un totale che superava facilmente il centinaio di individui impiegati stabilmente. Se poi consideriamo i complessi funerari dei predecessori operanti nello stesso periodo, a partire da Djoser, a cui si aggiungono i templi solari della V dinastia, ci troveremmo di fronte a un vero e proprio esercito dedicato unicamente al culto dei morti.

Il tempio aveva un’organizzazione molto precisa e rigorosa. Al vertice vi erano i “servi del dio” , assistiti dai sacerdoti “uab” (ossia, puri) che maneggiavano gli oggetti di culto, ma non erano autorizzati alla distribuzione delle offerte. Seguivano i “sacerdoti lettori” che, da perfetti conoscitori dei riti e delle pratiche, avevano il compito di recitare le formule. Infine, l’accesso da e verso il tempio era regolato e autorizzato giorno e notte da “guardie” che si alternavano in turni per espletare il loro servizio.

La comunità della “città della piramide” era per lo più costituita da individui che, grazie alla documentazione pervenutaci, conosciamo sotto il nome di “Khentiu-She”. I loro compiti potevano essere i più disparati, ma sempre intimamente correlati al buon funzionamento del dominio funerario. Alcuni di loro assistevano i servi del dio”, in quanto preposti alle offerte e al trasporto delle effigi.

Le tabelle dei servizi e gli inventari registrati sui papiri scoperti ad Abusir ci permettono di ricostruire a grandi linee il susseguirsi delle operazioni quotidiane del tempio (Immagine n. 1) .

Ogni mattino, le cure erano incentrate sulle cinque statue reali collocate nella parte più intima del tempio; per ciascuna di esse si provvedeva a rimuovere il sigillo, slegare le corde, tirare il chiavistello e finalmente aprire i due battenti della nicchia che la conteneva. A questo punto, in un tripudio di formule recitate a voce alta, si procedeva ad offrire una stoffa alla statua e ad ungerla con oli profumati (merehet). Una volta compiuto il rito si ripristinava il tutto con la chiusura e sigillatura della doppia porta.

Mattino e sera, si accedeva alla sala delle offerte recando delle piccole tavole per adagiarvi le oblazioni. Queste, collocate di fronte alla stele falsa-porta, che collegava magicamente questo ambiente alla tomba, permettevano al ka del defunto di nutrirsi del cibo che gli era stato presentato. Tutto il cerimoniale era accompagnato da preghiere e gesti rituali rigorosamente codificati. Successivamente due servitori provvedevano a sgombrare le suppellettili, mentre un altro riponeva il rotolo di papiro in un’apposita cassetta. Si procedeva quindi al rito finale di purificazione, seguito da quello di saluto utilizzando quattro brocche riempite d’acqua mista a natron. Si eliminava l’acqua presente e non più pura attraverso il sistema di drenaggio, dopo di che si procedeva a versare quella contenuta nei quattro vasi intorno alla piramide. Infine, le offerte venivano messe a disposizione del ka del sovrano nella cappella adiacente alla parete nord della piramide (Immagine n. 2).

Immagine n. 2 Itinerari dei riti quotidiani svolti in un complesso piramidale durante la V e VI dinastia(© Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte” pag. 257)

Ricorrenze mensili ed annuali, tra le quali rivestivano particolare importanza la festività lunare, quella di Sokar, di Hathor, degli emblemi divini o, ancora, quella di Min, rompevano la routine quotidiana. Ciascuna, infatti, aveva un suo protocollo specifico e necessitava di una notevole quantità di oggetti di lusso che erano custoditi nei magazzini del tempio.

Fonti:

  • Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”
  • Marinus Ormeling, Leiden University, in Mastaba S3038 at Saqqara: a new perspective on old data

Luce tra le ombre

UNO SGUARDO ALLE CONOSCENZE EGIZIE

INTRODUZIONE

A questo punto, è opportuno affrontare il problema sulle reali conoscenze tecniche degli egizi. Sull’argomento si sono versati fiumi di inchiostro e avanzate le teorie più disparate, dalle più plausibili a quelle più astruse e sensazionalistiche. In realtà, la documentazione in merito di cui disponiamo ad oggi è piuttosto limitata, ma le scoperte nella terra dei faraoni sono all’ordine del giorno e, molto probabilmente le ricerche, condotte in modo rigorosamente scientifico, permetteranno di comprendere in maniera sempre più approfondita e precisa le metodologie progettuali e costruttive adottate in un passato così remoto.

Gli scribi egiziani si sono certamente affidati alle loro conoscenze geometriche e matematiche per progettare e sviluppare un’architettura così grandiosa. Estremamente pratici e concreti, non sembra nutrissero una particolare propensione per l’astrazione. Probabilmente, riferendosi a questo popolo di costruttori e agricoltori, inquadrato in un sistema amministrativo rigoroso, è decisamente più appropriato parlare di matematica applicata. La scarsa documentazione giunta sino a noi, cui accennavo in precedenza, è sicuramente da attribuirsi all’estrema fragilità del papiro ed è un caso davvero fortunato che alcune raccolte, come il papiro Rhind (Immagine n. 1) e quello di Mosca (Immagine n. 2), abbiano potuto resistere alle ingiurie del tempo.

Immagine n. 1 Papiro matematico Rhind. Londra, British Museum EA10057 (particolare). Alcuni dei problemi esposti in questo frammento riguardano il calcolo della pendenza o dell’altezza di una piramide. (©The British Museum, www.britishmuseum.org/collection/object/Y_EA10057)

Si tratta di due esemplari che datano alla fine del Medio Regno ed entrambi comprendono una serie di esercizi, principalmente di natura contabile e geometrica, che trovavano larga applicazione pratica nella vita quotidiana. Da soli costituiscono la stragrande maggioranza del corpo dei problemi matematici egizi che ci sono noti, dalle origini al Nuovo Regno. Vi sono esposti numerosi enunciati seguiti dalle relative soluzioni e sei di essi sono relativi a problemi legati alle piramidi.

Immagine n. 2 Papiro di Mosca (particolare). Denominato in origine papiro di Golenischev, in onore del suo primo possessore, fu ceduto al governo russo nel 1912. E’ conservato presso il Museo Puškin delle belle arti di Mosca, catalogato con il n. 4576. Il papiro non è giunto fino a noi integro. In tutto si conservano nove piccoli frammenti della parte iniziale ed un segmento più lungo. Quest’ultimo è stato tagliato, in epoca moderna, in 11 fogli di larghezza variabile dai 64 ai 33,5 cm. La lunghezza totale del papiro è di 544 cm, e l’altezza di 8 cm. E’ scritto in ieratico ed è stato datato, con metodo paleografico, attorno al 1850 a.C. Si tratterebbe, in tal caso, del più antico testo matematico egizio ad oggi noto. Conserva 25 problemi, alcuni dei quali purtroppo illeggibili, o di difficile interpretazione. Spicca tra tutti Il problema n. 14, in cui è illustrata la procedura per calcolare il volume di un tronco di piramide a base quadrata. (Fonte: Alice Cartocci, la Matematica degli antichi egizi – I papiri matematici del Medio Regno, Firenze University press. Immagine reperita in rete)

Anche se molto posteriori alla IV dinastia, alcune affermazioni si riferiscono ai calcoli della pendenza delle facce di una piramide (il seqed), le cui caratteristiche sono tipiche di quell’epoca. In particolare, il problema n. 56 del papiro Rhind ha la finalità di determinare il seqed di una piramide di 250 cubiti (131 metri) di altezza e di 360 cubiti (188,64 metri) di lato di base. La soluzione riporta il risultato di 5 palmi e 1/25 (vale a dire, un’inclinazione equivalente a 54°15’). Sono valori che si approssimano in maniera estremamente rimarchevole per dimensioni e proporzioni a quelli della Piramide romboidale di Dashur (IV dinastia) allorché la costruzione era ancora al suo secondo stadio. I dati relativi ai problemi n. 57 e 58, sono invece del tutto identici alle dimensioni della piramide di Userkaf a Saqqara (V dinastia). Questo parallelismo indica, con tutta probabilità, un chiaro legame tra l’architettura dell’ Antico Regno ed i problemi matematici della fine del Medio Regno dal momento che nessun monumento di quest’ ultimo periodo offre un possibile paragone. Tutto ciò lo si può spiegare solo ammettendo una fonte documentaria che si è protratta per diversi secoli, ma della quale purtroppo non rimane nulla.

MISURAZIONI E PENDENZA (SEQED)

L’unità di misura utilizzata dagli antichi egizi per il progetto dei loro edifici era il “cubito reale” e i suoi sottomultipli, il palmo e le dita. Un cubito reale era equivalente a 7 palmi, ovvero 28 dita. Non utilizzavano gli angoli, così come li conosciamo, per esprimere un’inclinazione. Si avvalevano di un rapporto di pendenza in cui la differenza di livello era sempre fissata a un cubito (ossia 7 palmi). Il seqed era il denominatore di questo rapporto che si esprimeva attraverso una misura di lunghezza. Ad esempio, il seqed di un angolo di 54°27’ corrispondeva a 5 palmi; Il seqed di 42°5’ a 1 cubito e 3 dita (ovvero 7 palmi e 3 dita) ecc. (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 Esempi di seqed (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.210)

A causa della mancanza di documentazione coeva, è fiorita tutta una letteratura sulle presunte proprietà matematiche delle piramidi e l’immaginazione, più che la ragione, ha dato la stura ad ogni sorta di divagazione. Così, saltano fuori presunte relazioni geometriche celate nell’architettura della Grande Piramide di Cheope (chissà perché sempre e solo in quella, come se fosse l’unica esistente in Egitto!) in cui il numero aureo ϕ, oppure π occupano un ruolo preponderante.

I documenti di cui siamo in possesso non fanno alcun accenno, sia pure vago, a π: certamente non era noto, né impiegato dagli egizi almeno fino alla fine del Medio Regno. Ciò, d’altra parte, non deve essere interpretato come la prova di una scienza rozza e primitiva. Gli scribi avevano semplicemente trovato un diverso, semplice modo per calcolare l’area di un cerchio, avendo notato che essa corrispondeva (all’incirca) a quella di un quadrato avente i lati più corti di un nono rispetto al diametro. E’ un procedimento del tutto differente, ma altrettanto efficace per le loro esigenze. Il risultato era un poco diverso in quanto equivalente a quello ottenuto applicando un valore di π pari a circa 3,16. (Immagini n. 4-5)

Immagine n. 4 Il problema R50 del papiro Rhind che descrive il metodo per calcolare l’area di un cerchio (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.211)
Immagine n. 5 Approssimazione dell’area di un cerchio tramite un quadrato secondo il metodo egizio. Il lato del quadrato è calcolato equivalente a 8/9 del diametro del cerchio (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.211)

Calcoliamo, ad esempio, l’area di un cerchio avente diametro 10 cm. (ossia una raggio pari a 5 cm.)

Applicando la formula che ci è nota fina dalle scuole elementari abbiamo:
πrr= 3,14×25= 78,50 cmq

Utilizzando il metodo degli antichi egizi abbiamo:
(10-10/9)x(10-10/9)= (10-1,11)x(10-1,11)= 8,89×8,89= 79,03 cmq.

L’irrazionalità del valore di π è stata stabilita solo in epoca moderna, pertanto l’importanza quasi metafisica che oggigiorno gli viene attribuita da taluni non aveva alcuna ragione di esistere nelle scuole greche, né tantomeno, e a maggior ragione, in quelle degli egizi dell’ Antico Regno, che addirittura ne ignoravano l’esistenza.

Quanto al numero o sezione aurea ϕ, nessun documento ci autorizza a pensare che, all’epoca, se ne avesse una sia pur vaga nozione. Come per π, si tratta di una coincidenza fortuita scaturita dalla scelta di un semplice rapporto di pendenza per controllare l’inclinazione delle facce. Appare ovvio che i “mistici” che vedono la piramide di Khufu come un monumento unico che concentra gli elementi di una conoscenza superiore e nascosta si sbagliano nel considerarla sotto questa luce. La sua pendenza trae origine dalla piramide, eretta a Meidum, dal padre Snefru, edificio che è il risultato di due modifiche successive rispetto al progetto iniziale.

E che dire delle svariate figure geometriche che secondo alcuni sono alla base della planimetria interna degli edifici e la cui complessità “alchemica”, indizio lampante di schemi “rivelati”, ha un senso unicamente per quegli autori ostinatamente convinti di averne ricavato la prova di un sapere dimenticato o di un messaggio nascosto? In realtà, le piramidi si avvalevano di pendenze semplici e variabili e le correlazioni tra figure geometriche e schemi architettonici sono di scarsa utilità dal momento che non è possibile farsene un’idea senza il ricorso ad un massiccio impiego di ipotesi.

ORIENTAMENTO E CONOSCENZE ASTRONOMICHE

Come per la matematica, ciò che sappiamo in merito alle conoscenze astronomiche lo si apprende da fonti più tarde (posteriori al Secondo Periodo Intermedio). Tuttavia, i collegamenti tra le piramidi e le osservazioni della volta celeste non sono, per questo, da scartare. Si sa che, durante l’Antico Regno, l’orientamento degli edifici ha costantemente come riferimento il nord e punta verso la regione circumpolare dell’emisfero boreale. Gli studiosi concordano pressoché unanimemente sul significato religioso di questa disposizione che avrebbe permesso all’anima del sovrano di ricongiungersi con le stelle che “non tramontano mai”. Inoltre, testi di epoca tarda descrivono tradizionali cerimonie di fondazione durante le quali il posizionamento di un monumento, in base alla posizione degli astri, giocava un ruolo di grande importanza (Immagine n. 6). È senza dubbio durante il rituale della “tensione della corda” che venivano gettate le fondamenta di una piramide, prestando particolare attenzione a orientarla secondo i quattro punti cardinali.

Immagine n. 6 Rituale della tensione della corda rappresentato su un muro del tempio di Edfu. Il faraone e la dea Seshat piantano dei picchetti ai quatto angoli dell’edificio. Epoca Tarda. (© Émile Chassinat, 1934. Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.212).

Nessun documento ci è pervenuto, al momento, che possa fornirci chiarimenti sui metodi impiegati. A causa della precessione degli equinozi, la Stella Polare, agli inizi dell’ Antico Regno, non era quella a cui ci riferiamo oggi (Alpha dell’ Orsa Minore), ma un punto del cielo situato a meno di 2° da Thuban (la stella Alpha della costellazione del Dragone). Questa stella era quindi troppo lontana per fornire un risultato soddisfacente in relazione alla precisione osservata (Immagine n. 7).

Immagine n. 7 La stella Thuban della costellazione del Dragone si trovava, all’epoca della costruzione delle piramidi, spostata di circa 2° rispetto al nord (Immagine reperita in rete)

I ricercatori, che si sono interessati al problema dell’orientamento, hanno proposto svariate tecniche verosimili che avrebbero permesso di determinare con precisione la direzione del nord utilizzando i mezzi dell’epoca. Una di queste suggerisce una meticolosa osservazione notturna della posizione degli astri. Determinando la levata ed il tramonto di una stella, gli egizi avrebbero potuto ottenere l’esatta direzione del nord. Era però necessario ricreare una linea dell’orizzonte perfettamente orizzontale per godere di condizioni di osservazione ottimali.

In tempi più recenti, Kate Spence ha evidenziato un’evoluzione lineare delle differenze di orientamento nelle piramidi erette tra la IV e l’inizio della V dinastia che l’ha portata a concludere che gli architetti avevano utilizzato la volta stellata come punto di riferimento. Un indicatore che, con il passare dei decenni, si è prima avvicinato al polo e poi, in modo sempre più consistente, vi si è rapidamente allontanato a causa della precessione degli equinozi. Secondo l’egittologa britannica, i geometri, muniti di filo a piombo, avrebbero scelto di prendere come punto di riferimento le stelle Mizar (Orsa maggiore) e Kochab (Orsa Minore), aspettando che si allineassero verticalmente (Immagine n. 8).

Immagine n. 8 Determinazione della direzione del Nord attraverso l’osservazione della levata e del tramonto di una stella oppure osservando l’allineamento verticale della stella Mizar dell’Orsa Maggiore, con la stella Kochab dell’Orsa Minore (© Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.212)

All’epoca il polo celeste corrispondeva all’allineamento dei queste due stelle e, pertanto, è probabile che gli egizi lo individuassero in questo modo. Con il progressivo spostamento dell’asse di rotazione terrestre e l’allontanamento di questi due astri dal polo, il margine di errore sarebbe divenuto sempre più ampio e reso i riferimenti inadeguati.

Il nord avrebbe anche potuto essere determinato attraverso osservazioni diurne, contrassegnando, su un suolo perfettamente livellato, le ombre proiettate da una pertica in momenti opposti della giornata (levata e tramonto del sole). La bisettrice dell’angolo che veniva a formarsi avrebbe indicato la direzione (Immagine n. 9).

Immagine n. 9 Determinazione della direzione del nord attraverso l’osservazione diurna (© Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.213)

Oltre a orientare la piramide, la fase preparatoria consisteva nel tracciarne i confini, stabilirne gli angoli e livellare la piattaforma su cui doveva essere eretta. I geometri e gli agrimensori egizi hanno dimostrato anche in questo caso tutta la loro abilità, poiché gli angoli retti della Grande Piramide sono pressoché perfetti, con uno scarto medio di 3’38″ e il dislivello della base fa segnare uno stupefacente valore di soli 2,10 centimetri!

La perfetta orizzontalità dei lati, con molta probabilità, fu ottenuta mediante un piano di riferimento rigorosamente livellato e punti di riscontro situati ai quattro angoli della struttura. Confrontandoli l’uno rispetto agli altri, permise di allinearli, asportando gradualmente il suolo roccioso fino ad ottenere una superficie del tutto piana. La geometria dell’epoca permetteva sicuramente di risolvere il problema della perpendicolarità degli angoli, anche se la presenza dell’enorme massa rocciosa impediva, ovviamente, di avvalersi del tracciamento delle diagonali. Ci si poteva,pertanto, basare unicamente su misure prese lungo il perimetro esterno. Intorno alle piramidi di Khufu e Khaefra furono scavate buche circolari o quadrate per ospitare dei marcatori distanziati di 3-5 metri. Questi fornivano un grosso riferimento nel mantenere la linearità dei lati, ma è probabile che giocassero un ruolo altrettanto importante nel tracciamento di angoli perfettamente ortogonali (Immagine n. 10).

Immagine n. 10 Allineamento delle cavità lungo i lati della Grande Piramide di Khufu (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.213)

Gli egizi dimostrano di avere avuto una buona conoscenza del comportamento delle strutture, sia in termini di resistenza dei materiali sia nello studio della loro stabilità. Questo è senz’altro uno degli aspetti più rivoluzionari e sorprendenti che si riscontrano nella loro architettura. Le tecnologie che misero a punto suscitano enorme ammirazione soprattutto in considerazione dei rudimentali mezzi di cui disponevano e della limitatezza delle loro conoscenze teoriche. Queste conquiste furono il risultato di un percorso empirico e pragmatico intrapreso da tecnici tenaci e desiderosi di vincere la sfida posta dal sovrano e dai suoi architetti, mentre la mancanza di basi scientifiche fu compensata dalle ampie risorse messe a loro disposizione.

Alcuni componenti dell’edificio furono progettati e realizzati prima di essere trasferiti in cantiere: è il caso, ad esempio, delle volte e delle coperture su cui si sarebbe retto l’equilibrio della distribuzione interna (Immagine n. 11).

Immagine n. 11 Ricostruzione della posa in opera di una grande volta a capriate. Questo tipo di copertura veniva impiegato negli ambienti funerari delle piramidi della V e VI dinastia. (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.214)

Altrettanto si può dire dei sistemi di bloccaggio e sigillatura delle tombe che, senza alcun dubbio, venivano sperimentati in precedenza, così come sembrerebbe dimostrare il sistema di passaggi in miniatura (la cosiddetta “maquette”) scoperto nei pressi della Grande Piramide* (Immagini n. 12-13).

Immagine n. 12 A circa 87,50 metri dal lato orientale della Grande Piramide furono scavati stretti corridoi nella roccia dell’altopiano di Giza in direzione Nord. Il sito fu scoperto da Vyse ed esaminato e misurato da Perring che lo considerò come un modello di prova per il sistema di corridoi della Grande Piramide. Anche Maragioglio e Rinaldi e altri scienziati concordano con questa tesi, anche se il dibattito è tuttora in corso. (©https://nefershapiland.de/Cheops-Pyramide.htm). Questo complesso si trova vicino e a nord della carreggiata, nei pressi del tempio superiore. Si estende per una lunghezza di 22 metri e una profondità di 10. È considerato una replica parziale degli ambienti della Grande Piramide: il passaggio discendente, la giunzione con i blocchi di ostruzione, il corridoio ascendente e il pianerottolo della Grande Galleria con le sporgenze laterali(©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.79)

Quando gli egizi decisero di innalzare questi edifici, dovettero, al contempo, elaborare un’architettura in grado di sfidare il tempo. I primi stadi della piramide di Djoser a Saqqara, rivelano che fu durante la sua costruzione che fu inventata la struttura a “piani rovesciati”. I muri con fianchi inclinati esistevano già da lungo tempo, ma, evidentemente, furono ritenuti insufficientemente stabili per utilizzarli in questo tipo di monumento. La piramide a gradoni è costituita da un tronco centrale il cui profilo è simile alla muratura con pareti inclinate, ma con le basi inclinate verso il centro invece che essere orizzontali. A questo tronco sono addossati contrafforti avvolgenti montati allo stesso modo. Gli sforzi si trasmettevano così verso l’interno dell’edificio e comprimevano gli elementi della costruzione impedendo che potessero scivolare verso l’esterno. I blocchi che compongono l’edificio sono squadrati, ma le facce sono solo approssimativamente verticali.

In seguito, quando si decise di posare le pietre in corsi orizzontali, si capì chiaramente che i basamenti dovevano essere perfettamente piani per non comprometterne la stabilità. Fu necessario neutralizzare il rischio di assestamenti localizzati e di scivolamento laterale della muratura (Immagine n. 14).

Immagine n. 13 Le sezioni e le inclinazioni sono simili a quelle della Piramide di Khufu. Poiché le lunghezze sono notevolmente ridotte, l’accento è stato posto sulle aree che hanno a che vedere con la protezione del monumento. Si tratta probabilmente di una “maquette” progettata per testare come una serie di blocchi potesse attraversare il pianerottolo e sbarrare la giunzione. Il pozzo offriva una vista là dove il primo blocco si sarebbe incastrato. L’improvviso restringimento della sezione del condotto ci porta ad ipotizzare che il progetto prevedesse l’introduzione massi di sbarramento. Anche in questo caso si impone un parallelo con i dispositivi di chiusura della Grande Piramide. Inoltre, secondo l’egittologo David Ian Lightbody, il dispositivo veniva utilizzato anche per le osservazioni notturne per determinare la direzione del nord geografico (©Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.79)

La piramide di Meidum evidenzia molto bene la differenza qualitativa della muratura tra le sezioni interne, dove si riscontrano notevoli differenze di livello, e quelle dell’involucro esterno, dove le fondazioni sono livellate con un errore di soli 8,30 centimetri. Le ragioni del passaggio da una piramide a gradoni con corsi rovesciati ad una a facce lisce con corsi orizzontali sono, probabilmente, sia di natura tecnica, sia religiosa; ancora però non è chiaro in quale misura l’una sia in relazione o prevalga sull’altra. E’ però ipotizzabile che l’impiego di blocchi sempre più voluminosi abbia costretto i direttori dei lavori a rinunciare all’inclinazione verso l’interno dei piani di posa.

Lo studio dei comportamenti di un edificio ci ha permesso di comprendere che i costruttori impararono presto a non preoccuparsi troppo delle crepe che comparivano durante l’ edificazione. I massicci architravi che coprono i corridoi sono molto spesso fratturati, ma questo non impedì agli egizi di metterli ugualmente in opera. Del resto, portarono a compimento l’erezione della piramide romboidale di Dashur-Sud, nonostante i grandi cambiamenti strutturali che intervennero ben prima della fine del progetto. Questo dimostra che avevano la capacità di valutare l’incidenza dei danni e dei sommovimenti della struttura e di decidere di conseguenza sulle azioni da intraprendere.

*I corridoi del cosiddetto “Passaggio di prova” sono quasi identici, per sezione e orientamento, ai corridoi della Piramide di Khufu, solo in scala ridotta di circa 1:5. Inoltre, sono stati realizzati gli incavi per la copertura delle tavole, il che fa supporre che la funzionalità dei blocchi di chiusura sia stata testata sul modello. All’estremità inferiore del passaggio sud è stata lasciata una piccola sporgenza di roccia, che doveva impedire ai blocchi di chiusura di scivolare nel passaggio in uscita, in modo che rimanesse possibile per i sacerdoti lasciare la piramide dopo la sepoltura e la chiusura. Questo elemento di chiusura non è stato adottato nella struttura originale. Al contrario, la navata fu resa più stretta di 2 cm, in modo che i blocchi di chiusura si bloccassero in questo punto. Questo è visibile ancora oggi su due blocchi originali.

Gli architetti di questa struttura hanno imitato il corridoio discendente, il corridoio ascendente, la parte inferiore della Grande Galleria e anche il corridoio orizzontale che conduce alla Camera della Regina. Questo sistema fu scoperto da Vyse e Perring e da questi esaminato e rilevato. Quando, nel 1990, l’altopiano orientale della Piramide di Khufu è stato ripulito dalle macerie e dalla sabbia, anche il modello di “passaggio di prova” è stato riportato alla luce. (Fonte: https://nefershapiland.de/Cheops-Pyramide.htm)

Fonte: Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.209

Luce tra le ombre, Piramidi

IL SITO DI HEIT EL-GHURAB

Di Ivo Prezioso

Il sito di Heit el-Ghurab rivela un nuovo volto, la città portuale perduta delle piramidi.

Durante la stagione 2013 Mark Lehner (Immagine n. 1) e i membri del team AERA si sono presi una pausa dagli scavi sul campo per una sessione di studio. E’ stata l’occasione per riconsiderare la massa di dati provenienti dal sito della Città Perduta delle Piramidi, nota come Heit el-Ghurab (vedi “Il quartiere degli operai” https://laciviltaegizia.org/…/lorganizzazione-dei…/), nel contesto più ampio dell’Egitto dell’Antico Regno e del suo III millennio a.C. (Immagine n. 2).

Immagine n. 1 Mark Lehner è Direttore e Presidente di Ancient Egypt Research Associates, Inc. (AERA). Ha svolto ricerche archeologiche in Egitto per quasi quarant’anni. Ha mappato la Grande Sfinge e ha scoperto una parte importante della “Città perduta delle piramidi” a Giza. Lehner dirige il Giza Plateau Mapping Project (GPMP), che conduce scavi annuali presso gli insediamenti dell’Antico Regno vicino alla Sfinge e alle piramidi con un team interdisciplinare e internazionale di archeologi, geocronologi, botanici e specialisti faunistici. (© Ph. prelevata dal sito https://archaeology.columbian.gwu.edu/mark-lehner)

Immagine n. 2 Ricostruzione 3D dell’altopiano di Giza durante la tarda 4a Dinastia. (© Rebekah Miracle, AERA GIS in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 2)

È emersa una nuova ipotesi di lavoro: oltre che di una città operaia, il sito e il suo complesso di gallerie potevano far parte di un importante porto del Nilo, con bacini, banchine di carico, depositi di legname, magazzini e forse anche cantieri navali. Il complesso della Galleria ospitava i membri delle spedizioni che portavano merci dal Levante a nord e da Assuan a sud, oltre a materiale da costruzione proveniente dalle cave e a derrate alimentari prodotte da fattorie e allevamenti di tutta la Valle del Nilo e del Delta (Immagine n. 3).

Immagine n. 3 L’Egitto e il Levante con in evidenza la rotta da Biblos e quella da Assuan, con Giza come destinazione. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 3)

Porti per vivi e morti

Sappiamo che la necropoli di Giza fungeva da magica città portuale per l’Aldilà. Imbarcazioni sepolte accanto alla piramide di Khufu e grandi fosse modellate in questa forma o contenenti vere e propri navi funerarie in legno, presso la piramide di Khafre e la tomba della regina Khentkawes, erano destinate a trasportare i sovrani defunti nell’oltretomba. E’ ipotizzabile che un vero e proprio porto doveva trovarsi nelle vicinanze, per trasportare sia le enormi quantità di materiali e rifornimenti utilizzati per la costruzione, sia la manodopera necessaria per i tre complessi piramidali di Giza nell’arco di un periodo di circa 80 anni. Anche solo per questo motivo, ci si dovrebbe aspettare un importante porto sul Nilo, l’equivalente dell’Antico Regno di installazioni portuali come Tell el-Daba e Memphis durante il Secondo Periodo Intermedio e il Nuovo Regno.

Ci sono evidenze di un porto artificiale a Giza; i carotaggi effettuati mostrano quello che potrebbe essere un enorme scavo effettuato attraverso gli strati naturali di limo del Nilo e di scorie sabbiose provenienti dagli uadi del deserto. Qui, per creare un bacino portuale, i costruttori di piramidi potrebbero aver scavato in profondità nella piana del Nilo.

Sembra ovvio che un porto a Giza fosse essenziale per la costruzione delle piramidi. Considerato il grande peso dei blocchi di granito e calcare, che venivano trasportati via nave sul Nilo, è del tutto plausibile che fossero scaricati il più vicino possibile ai cantieri. Il massiccio muro di pietra del Corvo (Heit el-Ghurab), che si estende per 200 metri a est della scarpata (o pendio) tra l’altopiano di Giza e il basso deserto e la piana alluvionale, costituiva il limite meridionale di una zona di consegna di fronte al Tempio a Valle di Khafre e alla Sfinge. L’insediamento di Heit el-Ghurab si trovava direttamente a sud, e si estendeva per almeno altri 150 metri più ad est su uno sperone di deserto basso, similmente agli insediamenti peninsulari del porto di Tell el-Daba.

E’ noto che gli Egizi dell’Antico Regno trasportavano via mare anche grandi quantità di legname, olio d’oliva e probabilmente vino e resina dal Levante, la regione che si affaccia sull’estremità orientale del Mediterraneo, e vi sono prove che alcuni di questi prodotti finirono a Heit el-Ghurab. Gli specialisti che analizzano il materiale nel laboratorio sul campo a Giza hanno identificato pezzi di ceramica e legno levantini nei campioni di carbone raccolti nel corso degli anni. Sebbene la necessità di una grande struttura per ricevere le forniture edilizie fosse ovvia, l’osservazione di tutti questi prodotti importati ha fatto nascere l’ipotesi del porto.

La via di Byblos nell’Antico Regno

La ceramista dell’AERA Anna Wodzińska ha identificato vasi di ceramica “pettinata” (Immagine n. 4) prodotti nel Vicino Oriente, tra quelli presenti in grande quantità a Heit el-Ghurab. In totale sono stati rinvenuti 18 cocci. Il nome deriva dalla sua decorazione: i produttori hanno striato o increspato la superficie come se avessero utilizzato pettine. Durante il Bronzo Antico III (epoca corrispondente all’Antico Regno), i vasai realizzarono questo tipo di ceramica in tutto il Levante, ma non in Egitto. Gli egiziani, tuttavia, importavano questo tipo di vasi, senza dubbio per il loro contenuto.

Immagine n. 4 Vaso a due manici in “ceramica pettinata”. Disegno basato su una foto di una giara proveniente dal Cimitero Occidentale di Giza, Fossa G 4630; alto 36 centimetri. La “T” incisa sul vaso è un marchio di fabbrica. A destra frammento di ceramica pettinata dal sito Heit el-Ghurab. (©Foto di Hilary McDonald). I vasi di questo tipo sono stati rinvenuti nelle tombe a mastaba di alti ufficiali nei cimiteri reali accanto alle piramidi di Giza, Meidum e Dahshur. La loro importazione raggiunse il culmine nella IV dinastia, proprio nel periodo in cui era attivo l’insediamento di Heit el-Ghurab. I 18 cocci emersi dal sito sono i più antichi in ceramica pettinata provenienti da un insediamento. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 3)

Gli archeologi che operano nei siti ad est della sponda orientale del Mediterraneo considerano queste giare, dotate di manici ad anello, come “contenitori per il commercio marittimo”, prodotti dai vasai già dalla prima età del bronzo, adatti “ai rigori del trasporto” e ai “lunghi periodi di tempo in mare”.

In Egitto gli scavatori hanno trovato la maggior parte di queste giare nelle tombe a mastaba di alti personaggi del cimitero reale accanto alle piramidi di Giza, Meidum e Dahshur. L’importazione di questi vasi raggiunse il picco massimo nella IV dinastia, proprio nel periodo in cui la popolazione occupava l’insediamento di Heit el-Ghurab.

Qualunque cosa contenessero le giare (molto probabilmente resina, vino o olio d’oliva) era preziosa e valeva la pena di percorrere centinaia di chilometri per venirne in possesso. Nel Levante, l’associazione di queste giare con le attrezzature per la produzione di olio d’oliva – bacini di calcare, presse, focolari e grandi tini di ceramica – fa preferire l’ipotesi di contenitori per questo prodotto. Ulteriori prove a Heit el-Ghurab lo confermerebbero. L’analista del legno del team, Rainer Gerisch, ha identificato pezzi di ramoscelli di ulivo bruciati in diverse aree del sito. Questi frammenti potrebbero essere stati trasportati con le spedizioni di olio come una sorta di materiale da imballaggio inserito tra le giare. Curiosamente, provenivano dal complesso delle gallerie (un insieme di quattro blocchi di strutture allungate) e dalle aree industriali adiacenti. Se le gallerie servivano da baraccamenti per i lavoratori più umili, c’è da interrogarsi sulla presenza di queste costose importazioni in tali strutture.

Attraverso l’analisi petrografica, Mary Ownby ha rintracciato l’origine della “ceramica pettinata” di Heit el-Ghurab nella regione di Byblos, un importante porto antico a nord dell’odierna Beirut. Come centro di smistamento durante l’Antico Regno e anche successivamente, Byblos raccoglieva le merci da siti più piccoli dell’entroterra e dell’altopiano, diventando la principale potenza portuale del Mediterraneo orientale. A causa della preponderanza di prove del commercio tra Byblos e l’Egitto nell’Antico Regno, gli studiosi hanno coniato il termine “Via di Byblos”. Essi suggeriscono che i corrispondenti porti di destinazione dovevano trovarsi da qualche parte sul Nilo.

La presenza del cedro

Forse la motivazione più convincente che mosse i costruttori di piramidi a spingers a Byblos fu quella di procurarsi il legname, soprattutto i favolosi cedri del Libano. Potevano, inoltre, rifornirsi di cipressi, pini e querce, che non crescevano in Egitto, una terra con scarsa copertura arborea e limitata varietà di legni autoctoni.

Lavorando metodicamente su migliaia di pezzi di carbone, probabilmente resti di combustibile, raccolti dai nostri scavatori nei depositi della Città Perduta, Rainer Gerisch ha scoperto che si tratta per lo più (93,3%) di acacia del Nilo locale. Ma, oltre a quello d’ulivo, in quasi tutte le aree di scavo sono stati rinvenuti altri legni di importazione: cipresso, pino e quercia; Il cedro, però, costituiva la presenza più abbondante. Si è rintracciato, infatti, in ogni parte della Galleria III (Immagini n. 5a-5b), scavata nel 2002, e con una frequenza relativamente alta in altri scavi del Complesso.

Immagine n. 5a Il sito di Heit el-Ghurab, con l’evidenza del complesso delle gallerie e le due gallerie che sono state ampiamente scavate: Gallerie III.3 e III.4. (© Mappa preparata da Rebekah Miracle, AERA GIS in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 7 ).

Immagine n. 5b Gallerie del complesso di Heit el-Ghurab, Gallerie III.3 (a destra) e III.4. Tra le due gallerie è visibile un massiccio muro laterale. L’ampio spazio aperto in primo piano potrebbe essere servito come caserma o magazzino. La parte posteriore sembra essere stata una casa, forse per un sorvegliante. I membri della squadra di scavo danno un’idea della scala. (© Foto di Yaser Mahmoud in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 4)

Sappiamo che il cedro era usato per la costruzione di navi (Immagine n. 6), per le porte dei palazzi e per le alte travi utilizzate come ossatura nell’ edificazione delle piramidi. A questo punto viene quasi spontaneo domandarsi per quali ragioni si sia bruciata questa preziosa essenza nei focolari .

Immagine n. 6 A destra, rivestimento dello scafo di un’imbarcazione di legno; particolare di una scena della tomba di Ti a Saqqara (V dinastia). Gli uomini in piedi nella nave usano martelli a due impugnature simili a quelli trovati nel sito di Heit el-Ghurab (Da H. Wild, Le Tombeau de Ti, Fascicule II, Institut Français d’Archéologie Orientale, Cairo, L. Épron, F. Daumas e G. Goyon, 1953, tavola CXXIX).

Per trovare indizi che possano aiutare a rispondere a questa domanda ci rivolgiamo ai porti faraonici recentemente scavati sulla costa occidentale del Mar Rosso a Mersa Gawasis, Ayn Soukhna e Wadi el-Jarf. Tutti e tre i siti comprendono strutture industriali e altri insediamenti, nonché gallerie lunghe e strette scavate nella roccia e utilizzate sia come deposito che come abitazione. Una missione franco-egiziana diretta da Pierre Tallet ha scoperto che il porto di Wadi el-Jarf risale al regno di Khufu (IV Dinastia), il cui nome è inciso in un’iscrizione sulle pietre che bloccano gli ingressi di alcune delle gallerie (vedi https://laciviltaegizia.org/…/il-sito-di-wadi-el-jarf…/.)

Per il momento, soffermiamo l’attenzione sul porto del Medio Regno (XII dinastia) di Mersa (o Wadi) Gawasis e sulle scoperte della missione di Kathryn Bard e Rodolfo Fattovich*.

A differenza del sito umido di Heit el-Ghurab, dove tutti i materiali vegetali si sono decomposti, tranne i resti carbonizzati, il clima estremamente arido di Gawasis ha favorito un’eccellente conservazione del materiale organico. In effetti, il team ha recuperato migliaia di frammenti di legno, oltre 40 casse da carico e parti di nave smontate, tra cui più di 100 componenti dello scafo, e bobine di corda. Alcuni di questi pezzi erano stati lasciati in deposito nelle gallerie sccavate nella roccia. I ricercatori del sito hanno trovato anche molti frammenti di legno lasciati “quando gli antichi lavoratori smontavano le navi i cui legnami, devastati dai tarli, fanno pensare a consistenti viaggi in mare “. In effetti, i carpentieri navali rifilavano e pulivano le parti; successivamente i membri della spedizione usavano il legno di scarto per alimentare i focolari, sia per scaldarsi, sia per cucinare all’interno delle gallerie. Oltre agli scarti lignei, potrebbero aver utilizzato come combustibile, anche parti di imbarcazione, forse dopo che queste erano state riciclate come rivestimento delle gallerie stesse e si erano deteriorate irreparabilmente. Quando analizzò il legno di Gawasis, Gerisch scoprì che, come a Giza, la maggior parte era costituita da specie egiziane autoctone, ma il secondo o terzo tipo più abbondante era il cedro, che doveva essere di provenienza libanese.

Il carbone di cedro di Heit el-Ghurab potrebbe anch’esso essere il risultato di uomini che tagliano e rilavorano parti di navi e riutilizzano gli scarti come combustibile nei focolari? Gli operai di Heit el-Ghurab hanno incorporato, come a Gawasis, assi di legno nelle soglie, nei corridoi o nella parte superiore delle gallerie e degli altri edifici?

E’ plausibile, e forse è questo il motivo per cui i residui di cedro sono presenti nel carbone di legna quasi ovunque si sia scavato e fino nelle gallerie.

Al momento, sappiamo, soprattutto da Gawasis, di altre ampie somiglianze tra Heit el-Ghurab e gli insediamenti portuali del Mar Rosso, che comprendono, in particolare, un’insenatura adiacente al sito, una zona industriale con prove di panificazione e resti di ceramica importata (a Gawasis ceramica caananita/minoica). Andrea Manzo ha notato delle somiglianze tra le gallerie scavate nella roccia di Gawasis e quelle in mattoni di fango di Heit el-Ghurab. Egli ha suggerito che le gallerie del porto sul Mar Rosso rappresentino una trasposizione del modello realizzato con mattoni di fango a Heit el-Ghurab.

Ricavati dal conglomerato naturale, i complessi realizzati sul Mar Rosso sono di conseguenza meno convenzionali rispetto a quello di Giza, ma le basi di arrivo/partenza per le missioni nel Sinai e nella terra meridionale di Punt potrebbero aver replicato una sorta di modello standard sulla costa. Potremmo considerare il complesso di Heit el-Ghurab e delle sue Gallerie come un’espressione di un prototipo per le truppe di spedizione che gli egiziani hanno adottato in altri porti.

Porti e genti

Le tracce di prodotti levantini presenti nel sito della “Città Perduta” suggeriscono che questi furono consegnati e immagazzinati qui per essere utilizzati, in ultima istanza, nelle tombe d’élite di Giza. Le strutture in cui le merci potevano essere immediatamente e temporaneamente stoccate, prima della distribuzione, sono una caratteristica standard dei porti e le lunghe gallerie del Complesso potrebbero essere servite in parte come depositi.

Dobbiamo considerare che nel corso di due generazioni, dai regni di Khafre a Menkaure (e forse anche da Khufu in poi), il sito di Heit el-Ghurab divenne il punto di arrivo delle importazioni da Byblos per la resina, il vino, l’olio e centinaia di tonnellate di legname, Assuan per migliaia di tonnellate di granito e prodotti africani, nonché della rotta Mar Rosso-Sinai per i minerali. Dobbiamo anche riconsiderare la classe e lo status delle persone che vivevano e lavoravano qui. Gli uomini che viaggiavano all’estero per procurarsi il legno e altri prodotti erano membri delle forze di spedizione. Essi e le loro merci viaggiavano e restavano insieme fino alla destinazione finale. Possiamo quindi immaginare che le gallerie ospitassero sia gli equipaggi, sia i prodotti. Inoltre, gli uomini che avevano partecipato alla spedizione potrebbero aver goduto di parte del bottino, probabilmente come ricompensa. Le scene dei templi piramidali e delle vie ascensionali mostrano giovani uomini premiati con oro e altri beni al termine delle missioni, come nella scena della strada rialzata di Sahure ad Abusir (Immagine n. 7). 

Immagine n. 7 Particolare di una scena della piramide di Sahure ad Abusir. Un cortigiano di alto rango (a destra) di nome Merynetjernisut premia un membro della spedizione di Sahure a Punt. Con la mano destra regala all’uomo un ampio collare con tre file di perline, mentre nell’altra mano tiene un sigillo cilindrico. Il destinatario ha nella mano destra un oggetto decorativo (fascia o corona). (© Da un disegno di J. Malátková in Abusir XVI, Sahure – The Pyramid Causeway: Storia e decorazione nell’Antico Regno, T. El Awady, Università Carlo di Praga, Praga, 2009, tavola 7, in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 6 ).

Tracce di beni “di prestigio” nelle gallerie di Giza potrebbero riferirsi a ricompense, come l’olio d’oliva, concessi ai membri della spedizione. Inoltre, nel sito di Heit el-Ghurab, è stata rinvenuta una grande quantità di ossa di animali il che suggerisce che gli abitanti consumassero una straordinaria quantità di carne, vale a dire la dieta che potremmo aspettarci per i membri di una forza di spedizione di status più elevato rispetto ai lavoratori più comuni. Allo stesso tempo, percepire gli abitanti del Complesso della Galleria come membri di truppe di spedizione e di equipaggi nautici non esclude la possibilità che molti di loro fossero impiegati nelle mansioni e nelle fatiche più elementari.

Gli studi sulla navigazione del Nilo nel corso del tempo mostrano l’impiego di un gran numero di imbarcazioni (Immagine n. 8 ), spinte e trainate dalle rive; lo stesso procedimento di base necessario per spostare i blocchi per costruire piramidi, tombe e templi. Le scene della via ascensionale di Sahure, pubblicate di recente, mostrano, infatti, che alcuni equipaggi nautici statali, navi di scorta e da spedizione portano gli stessi nomi di gruppi che si trovano nei graffiti dei lavoratori sui monumenti. Equipaggi, apparentemente navali, e lavoratori si sfidano nel canottaggio, nella lotta e nel tiro con l’arco.

Immagine n. 8 Una scena della tomba di Ti a Saqqara, (V dinastia): un veliero di ritorno da una delle città del Basso Egitto. (© Da Le Tombeau de Ti, Fascicule I, Institut Francais d’Archéologie Orientale, Cairo, L. Épron, F. Daumas e G. Goyon, 1939, tavola XLVII, in ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013, pag. 7 ).

Il tema più ampio di queste scene di Sahure riguarda una spedizione nella terra meridionale di Punt, che rientra al porto d’origine con indigeni e alberi di incenso (e/o mirra) per essere accolti dal re e dalla sua famiglia, insieme a squadre di operai che trascinano la pietra di copertura per completare la piramide. Segue una festa celebrativa, forse una festa speciale tra le tante comuni che conosciamo così bene dai testi delle tombe e dei templi. Sono visibili rastrelliere di carne appese, da condividere e consumare per l’occasione. Si può pensare ad un tipo di banchetto simile quando consideriamo le prove dell’abbondanza di bestiame, pecore e capre consumate nella Città Perduta. Si può concludere, con ogni probabilità, che la “città dei lavoratori” e la “città portuale” delle piramidi, non si escludevano a vicenda.

* Nel dicembre 2009-gennaio 2010 la spedizione archeologica dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” (UNO) e dell’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (IsIAO), Roma, in collaborazione con la Boston University (BU), Boston (USA), hanno condotto la nona stagione di ricerca sul campo nel sito di Mersa/Wadi Gawasis, sul Mar Rosso, sotto la direzione del prof. Rodolfo Fattovich ( UNO/IsIAO) e della prof.ssa Kathryn A. Bard (BU). Il team sul campo comprendeva personale italiano, americano, egiziano, britannico e tedesco con diverse specializzazioni (archeologia, archeologia nautica, epigrafia, geologia, paleoetnobotanica e topografia).

Canali e porti al tempo della edificazione delle piramidi di Giza. Ricostruzione dell’infrastruttura di trasporto fluviale di Giza progettata dagli egizi della IV dinastia.

Circa 4.400 anni fa l’altopiano di Giza brulicava di lavori per la costruzione del complesso del re Menkaure, l’ultimo dei costruttori di piramidi di Giza, e della tomba monumentale della regina madre Khentkawes I. Quando Menkaure morì prematuramente, il suo successore, Shepseskaf, completò frettolosamente i templi piramidali e costruì per Khentkawes una città adiacente al Tempio a Valle di Menkaure a nord.

Tra il 2009 e 2014 il team di AERA ha portato alla luce l’estremità settentrionale di un bacino a est della città di Khentkawes. Gli operai di Menkaure si avvalsero inizialmente del bacino come punto di approdo per la consegna materiale da costruzione. Successivamente, probabilmente a seguito dei lavori commissionati da Shepseskaf, lo riutilizzarono per servire la fondazione commemorativa di Khentkawes. L’uso originario è stato messo in luce durante la stagione sul campo 2014, mentre il ruolo del sito della Città Perduta (o Heit el-Ghurab) nella costruzione di piramidi era emerso sin dall’inizio dei lavori di AERA nel 1988. (Immagine n. 9).

Immagine n. 9 Ricostruzione del porto di Giza della IV dinastia durante la piena del Nilo. Le acque riempivano i canali e i porti che gli Egizi avevano creato per trasportare materiali e rifornimenti per la costruzione delle piramidi. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 1)

Corso d’acqua e bacino

Per spostare massicci blocchi di pietra e altri rifornimenti, gli ingegneri dell’antichità dragarono una via d’acqua dal Nilo sul fronte orientale del Tempio in Valle di Khafre e della Sfinge. In seguito, estesero il canale versao sud e poi verso ovest fino alla facciata del Tempio in Valle di Menkaure, approfittando della profonda escavazione del basamento roccioso all’imboccatura del wadi tra gli affioramenti della formazione Moqqatam e Maadi (Immagine n. 10). Da questo canale diramarono una propaggine verso nord, creando il bacino a est della città di Khentkawes.

Immagine n. 10 Mappa del sito in cui sono evidenziate le formazioni rocciose Moqqatam e Maadi profondamente incise dal Wadi Centrale(© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 21)

Utilizzando gli abbondanti detriti calcarei di cava, gli operai terrazzarono il perimetro del bacino e ne rivestirono i bordi con mattoni di fango che degradavano ripidamente a ovest e si ergevano verticalmente a nord e a est. Con una larghezza di 26,6 metri, il bacino era sufficientemente grande per consentire alle piccole imbarcazioni di consegnare le merci e tornare indietro. In entrambi gli angoli (nord-ovest e nord-est) sono state ritrovate tracce di rampe che consentivano di scaricare il materiale e trasportarlo sulla terrazza superiore (Immagine n. 11).

Immagine n. 11 Ricostruzione con un modello 3D della fase iniziale del bacino e degli accessi alla città di Khentkawes. La maggior parte di questo modello si basa su prove archeologiche, ma le altezze dei muri sono stime(© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 2)

Rive orientali e occidentali: un polo per l’edilizia

Poco dopo aver completato il bacino, i costruttori aggiunsero edifici in mattoni crudi a est e a ovest, racchiudendoli tra massicce pareti. A questo punto, il bacino si presentava delimitato da spessi muri di cinta. Gli edifici occidentali furono eretti lungo un’alta terrazza rocciosa, sul bordo di una vecchia cava. Nel 2006 e nel 2007 il team ha scoperto che questi edifici erano antecedenti alla città di Khentkawes. I muratori di Shepseskaf, evidentemente li incorporarono nella parte inferiore della città a forma di “L”. All’epoca di Menkaure queste costruzioni ospitavano, con tutta probabilità, persone che gestivano le consegne di materiali da costruzione.

Sulla riva orientale inferiore, gli operai di Menkaure eressero un recinto di mattoni che si estende a est. A nord collegarono i recinti orientali e occidentali con un enorme muro di mattoni di fango per superare il dislivello di 4 metri dalla terrazza superiore alla riva orientale. Ampie porte, alle estremità occidentali e orientali del muro settentrionale, davano accesso alla terrazza superiore (Terrazza 1) del bacino (Immagine n. 12).

Immagine n. 12 Ricostruzione con un modello 3D della fase iniziale del bacino e degli accessi alla città di Khentkawes. La maggior parte di questo modello si basa su prove archeologiche, ma le altezze dei muri sono stime. Nella ricostruzione sono visibili le cinte murarie nord e ovest del Complesso di Edifici a Silos (SBC) che fu aggiunto durante la V Dinastia. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 3)

A ovest, un’altra porta, contrassegnata da una zoccolatura a perno in calcare, dava accesso agli edifici superiori. Da questa soglia, la rampa laterale meridionale scendeva per 2 metri contro la parete rocciosa e raggiungeva il Terrazzo 1. Sulla sponda orientale, si apriva un’ ulteriore porta, attraverso il muro di cinta del complesso inferiore, anch’essa contrassegnata da una zoccolatura. Si sa poco dell’ interno originario del recinto della riva orientale. Piccoli sondaggi, fino ai primi livelli, hanno restituito pareti bruciate, pavimenti di cenere e tracce di cottura. In questo periodo, il pane e la birra erano probabilmente destinati agli operai e agli amministratori della costruzione. I cereali e le altre forniture potevano arrivare per via navale durante la stagione dell’inondazione, quando gli operai scaricavano sulle terrazze del lungofiume.

Cambiamenti sulle sponde del bacino

Durante i tre o quattro anni in cui i muratori di Shepseskaf furono impegnati nel completamento dei templi piramidali di Menkaure, si dedicarono anche alla costruzione della città per la regina madre Khentkawes sulla terrazza superiore del basamento roccioso e vi incorporarono, nella parte orientale e meridionale, gli edifici amministrativi di Menkaure.

In cima alla Rampa Laterale Sud restrinsero l’ingresso est per creare l’accesso ad un corridoio di collegamento largo 1,6 metri e lungo 150 metri, che corre verso ovest dal pendio fino alla cappella della regina nella sua tomba monumentale. I costruttori aggiunsero una rampa laterale settentrionale che completa quella a sud, ma che scende dalla soglia della strada rialzata fino a un corridoio sopraelevato di circa mezzo metro rispetto alla Terrazza 1Per consentire l’accesso alla terrazza, costruirono una serie di scale che si dipartivano da un’apertura nella parete del corridoio. Le terrazze, le scale e le rampe laterali sul lato ovest del bacino permettevano un’ ascesa adeguata al monumento della regina e alla città alta. Generazioni più tardi, si realizzarono, in pietra calcarea, rampe e terrazze laterali e ad angolo simili a quelle della parte anteriore del Tempio a Valle nel complesso piramidale di Pepi II, ultimo re della VI dinastia.

Il nuovo corridoio in muratura girava verso est e correva sopra la Terrazza 1, lungo il lato settentrionale del bacino. Aggiungendo un accrescimento contro la faccia del muro di cinta settentrionale, i costruttori resero il corridoio largo 1,6 metri, con l’intenzione di farne una continuazione della strada della regina madre che correva dritta verso il recinto sulla sponda orientale. L’accrescimento occluse l’ampio accesso occidentale attraverso il muro di cinta settentrionale, ma fu lasciato l’accesso orientale, ancora oggi segnato da un’ampia soglia di calcare (Immagine 13).

Immagine n. 13 Ricostruzione con un modello 3D della seconda fase del bacino e degli accessi alla città di Khentkawes. Nella ricostruzione sono visibili le rampe laterali sud e quella nord aggiunta in questa fase, il corridoio sopraelevato rispetto alla Terrazza 1 e l’occlusione dell’accesso occidentale lungo il muro di cinta settentrionale. La maggior parte di questo modello si basa su prove archeologiche, ma le altezze dei muri sono stime. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 4)

Centro di culto e Commissariato della Comunità

Durante la V dinastia fu edificato, all’interno del recinto orientale, il “Complesso di edifici a silos” (SBC), che prende il nome dal suo elemento più caratteristico, una serie di cinque silos rotondi per conservare il grano.

Probabilmente, i muratori della V dinastia rinnovarono le strutture per lo stoccaggio, la cottura e la produzione di birra esistenti già all’epoca di Menkaure. Una volta che Khentkawes collegò il suo corridoio al recinto orientale, il pane, la birra e gli altri prodotti furono convogliati verso il suo monumento, prima di tornare al personale ora collegato al suo servizio funerario.

Quando costruirono l’SBC come lo conosciamo, gli operai della V dinastia abbatterono lo spesso muro occidentale del recinto più antico fino al livello della Terrazza 1. Questo fece sì che l’interno delle stanze, aggiunte o modificate sul lato ovest, si affacciasse direttamente sul bacino. Accanto ai resti dell’antico muro di cinta eressero piccoli pilastri in mattoni per sostenere una copertura leggera. Il risultato fu la realizzazione di un portico ombreggiato, una configurazione che ritroviamo in modelli di case, piante e templi del Medio Regno.

L’SBC definitivo comprendeva i cinque silos, lunghe camere aperte per la cottura ed eventualmente la produzione di birra, una residenza per il sorvegliante con cucina, camere da letto e sala per le udienze (Immagine n. 14).

Immagine n. 14 Primo piano della ricostruzione 3D del Complesso di Edifici a Silos (SBC) e dell’angolo nord-est del bacino. Quando gli Egizi abbatterono il muro di cinta occidentale dell’SBC, costruirono muri di sostegno e colonne per il tetto delle stanze adiacenti, creando un portico che si affaccia sul bacino, come vediamo in molti modelli, per lo più databili al Medio Regno. Il tetto a volta si basa sulla ricostruzione di F. Arnold delle case della città di Khentkawes in “Die Priesterhäuser der Chentkaues in Giza, Staatlicher Wohnungsbau als Interpretation der Wohnvor- stellungen für einen ldealmenschen”, Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts Abteilung Kairo, Band 54, pp. 1-18, 1998. La maggior parte di questo modello si basa su prove archeologiche, ma le altezze dei muri sono stime. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 5)

Una storia di due “città” e di trasformazioni

Il primo bacino di Menkaure/Khentkawes e i suoi insediamenti a est e a ovest offrono una narrazione sorprendentemente diversa rispetto al sito della Città Perduta. Le autorità fondarono entrambe le installazioni per sostenere il programma di edificazione delle piramidi. Ma Heit el Ghurab fu smantellata quando terminò la costruzione, mentre il complesso della valle di Menkaure/Khentkawes fu trasformato in una città piramidale dedicata ai culti reali. Perché i due siti hanno avuto destini diversi?

Mentre il primo centro di costruzione di Menkaure/Khentkawes si trovava all’interno del sacro recinto funerario, la Città Perduta si trovava su un terreno profano più a sud-est, troppo lontano sia per fornire offerte su scala ridotta rispetto a quelle richieste dalle squadre di lavoro delle piramidi , sia per ospitare i sacerdoti. Ma essendo adiacente a un porto di grandi dimensioni vicino al Nilo(1)era ideale per ricevere ed ospitare grandi quantità di materiali, rifornimenti e persone che arrivavano via fiume. Inoltre, l’ampio e basso deserto ha permesso all’insediamento della “Città perduta” di espandersi secondo le necessità per accogliere un’ampia gamma di strutture e attività su scala industriale: laboratori artigianali, silos per il grano, magazzini, residenze per funzionari, macelli, ambienti per il bestiame e persino, per l’epoca, parte di un laboratorio funerario reale.

Il primo insediamento di Menkaure/Khentkawes, circondato da muri di cava, templi mortuari, tombe, un canale, un bacino e il wadi meridionale, aveva, invece, poco spazio per espandersi. I costruttori lo intesero come base di gestione vicino ai progetti di costruzione, ma probabilmente, fu concepito per uno scopo successivo. Fu, infatti rapidamente convertita la facciata del bacino per servire i culti reali. Inoltre, la cura e l’investimento profusi nel complesso suggeriscono l’intenzione di utilizzarlo a lungo termine. Questa storia di due città e della loro trasformazione include il trasferimento di alcuni residenti di Heit el-Ghurab nel rinnovato complesso di Menkaure/Khentkawes. Mentre la gente abbandonava e smantellava la Città Perduta, i sacerdoti della purificazione di Menkaure, che avevano lavorato nell’Officina Mortuaria Reale (Wabet, letteralmente “luogo di purificazione”), si trasferirono nella SBC con la benedizione di Shepseskaf (2) (Immagine n. 15).

Immagine 15 Ricostruzione con un modello 3D della fase finale del complesso edilizio dei Silos, del bacino e dell’avvicinamento alla città di Khentkawes. La maggior parte di questo modello si basa su prove archeologiche, ma le altezze dei muri sono stime. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 5)

La città portuale perduta delle piramidi

In AERAGRAM 14-11 Mark Lehner ha presentato un nuovo aspetto del sito di Heit el-Ghurab: “La città portuale perduta delle piramidi”. L’insediamento non era solo la base per la costruzione delle piramidi di Giza ,ma, in quel periodo, anche un importante porto sul Nilo. In quell’articolo Lehner ha esposto una serie di prove archeologiche a sostegno di quest’idea. Ma non si è occupato di come questo insediamento fosse collegato al Nilo. In questa sede, l’autore affronta il problema esaminando le prove dell’esistenza di infrastrutture per il trasporto fluviale – canali, porti, bacini e porticcioli – sepolte sotto l’odierna pianura alluvionale lungo la base dell’altopiano di Giza. Lavorando con le testimonianze archeologiche, le tracce di antichi elementi del paesaggio, i campioni di sedimenti provenienti da superfici profondamente sepolte e le migliori ipotesi e congetture, sviluppa un modello dei porti e dei canali del Nilo a Giza durante l’Antico Regno.

Ogni anno, le piogge nell’altopiano dei laghi africani e nell’acrocoro etiopico convogliano una colossale onda d’acqua attraverso il bacino del Nilo. In Egitto, prima della costruzione della diga di Assuan, l’acqua saliva di 7 metri rispetto al suo livello più basso nel letto del fiume. L’onda del Nilo allagava la valle riempiendo bacini naturali e artificiali. Per sei/otto settimane l’acqua, con una profondità media di 1,5/2 metri, rimaneva nei bacini mentre l’argilla e il limo (il materiale disgregato proveniente dalle montagne dell’Africa orientale) si depositavano, fertilizzando la piana alluvionale e favorendo un’agricoltura estremamente produttiva.

I costruttori delle piramidi di Giza pianificarono una sopraelevazione di 7 metri, rispetto alla piena del Nilo, quando intervennero su quella parte della pianura alluvionale per farne il più grande porto fluviale dell’epoca e che includeva il sito della cosiddetta Città dei Lavoratori o Città Perduta (Heit el-Ghurab in arabo). Per trasportare pietra e altri materiali, scavarono canali e bacini con la stessa determinazione con cui costruirono piramidi, tombe e templi. Oggi i loro corsi d’acqua sono sepolti sotto il paesaggio e il Nilo, avendo variato il suo corso, ora scorre addossato al lato orientale della valle a 8 chilometri dall’altopiano di Giza . Come è possibile, quindi, trovare tracce di quelle infrastrutture?

Quattro millenni e mezzo di inondazioni del Nilo e di piogge episodiche e violente hanno riversato materiali dagli uadi del deserto seppellendo la piana dell’Antico Regno sotto 4-5 metri di argilla, limo, sabbia e ghiaia (Immagine n. 16).*

Immagine n. 16 Nella piana alluvionale del Nilo, vicino a Zaghloul Street (vedi mappa nell’immagine seguente), nel 1994, durante gli scavi per la costruzione di un grattacielo, è stato scoperto un massiccio muro di calcare e basalto. Altre due sezioni del muro sono state rinvenute in una trincea di un appaltatore durante lo scavo di una condotta delle acque reflue lungo Zaghloul Street. Il basalto e il calcare corrispondono al materiale del Tempio Superiore della piramide, del Tempio a Valle e della Via Ascensionale di Khufu, indicando che il muro di Zaghloul Street faceva parte di quel complesso. E’ presumibile che il muro racchiudesse un bacino di fronte al Tempio della Valle di Khufu. Lo “sbarramento” alla fine della trincea è il modulo di un appaltatore per il getto delle fondamenta di un edificio. La densa concentrazione di sviluppo nella piana ai piedi dell’altopiano di Giza (ben visibile nella mappa seguente) rappresenta una sfida per chiunque cerchi di ricostruire la pianura alluvionale dell’Antico Regno, profondamente sepolta. © Foto di Mark Lehner. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 14)

Nel corso dell’ultimo secolo, dopo che le diga di Assuan ha limitato l’inondazione annuale, la città moderna del Cairo si è estesa verso Giza, un’espansione che nel 1977 era già in corso. Con tutti questi elementi sfavorevoli, è possibile ricostruire qualcosa della pianura alluvionale dell’Antico Regno?

Tre fonti offrono indizi:

– Vestigia di elementi antichi nei profili della superficie moderna.

– Elementi antichi scoperti con gli scavi

– Sedimenti recuperati attraverso trivellazioni profonde.

Gli ingegneri della IV dinastia sfruttarono la dinamica del fiume per creare porti e canali sufficientemente profondi tutto l’anno per le piccole imbarcazioni con pescaggio ridotto e, durante l’inondazione quando il livello delle acque saliva anche di sette metri, per i pesanti natanti da carico con pescaggio elevato. Per attingere a un vicino ramo occidentale del Nilo, hanno dovuto superare il possente argine del fiume, largo fino a 200 metri e alto 4 metri. Utilizzando gli indizi sopra elencati, è possibile identificare la posizione di antichi corsi d’acqua e porti. I contorni della superficie moderna e un antico solco erosivo suggeriscono che questo fosse il percorso di un canale del Nilo dell’Antico Regno. Le strutture della IV dinastia, scoperte attraverso gli scavi, definiscono i confini di canali e porti e servono come punti di riferimento per i livelli della pianura alluvionale e delle sponde del fiume.

I carotaggi effettati in profondità forniscono le sezioni di limo e argilla solidi, che riempivano i corsi d’acqua abbandonati, e di sabbia e ghiaia delle sponde del fiume su cui gli abitanti della IV dinastia costruirono i loro insediamenti. Lehner ha utilizzato una mappa topografica di Giza prodotta con la fotogrammetria nel 1977 per il Ministero egiziano dell’Edilizia Abitativa e della Riqualificazione per localizzare gli elementi e le carote di perforazione. Ha quindi disegnato la topografia della IV dinastia come sovrapposizione (Immagine n. 17). 

Immagine n. 17 Porzione di una mappa 1:5.000 che mostra le piramidi e la pianura alluvionale ai piedi dell’altopiano di Giza. La mappa è stata prodotta per il Ministero Egiziano dell’Edilizia Abitativa e del Risanamento mediante fotogrammetria nel 1977. Mostra le curve di livello e tutte le strutture presenti all’epoca (ma qui è leggermente modificata per ridurre l’affollamento). Il canale del Nilo dell’Antico Regno proposto segue il corso del canale Libeini (una vestigia dell’antico corso del fiume). L’ipotizzato canale del bacino antico che portava i materiali all’altopiano di Giza passa attraverso la fessura tra i due centri di insediamento evidenziati, Nazlet el-Sissi e Nazlet el-Batran Est. Il porto o marina di Khufu proposto è delineato da una linea rossa tratteggiata. In giallo sono evidenziati gli elementi architettonici dell’Antico Regno sepolti e alcuni dei siti e delle caratteristiche citati nell’articolo. (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 15)

Oltre a localizzare gli elementi sul piano orizzontale del paesaggio, li ha posizionati anche in verticale, impostando, cioè la, loro forma, profondità ed elevazione. Ha reso i corsi d’acqua e i porti dall’alto verso il basso secondo linee di collegamento con valori espressi in metri sul livello del mare (asl). I dati provengono da carote di sedimenti (Immagine n. 18).

Immagine n. 18 Vista prospettica dell’altopiano di Giza e della piana alluvionale adiacente con i corsi d’acqua della IV dinastia ricostruiti. I cerchi rossi indicano la posizione dei carotaggi utilizzati per sviluppare questo modello. Le colonne rappresentano schematicamente i sedimenti accumulatisi in oltre 4.500 anni. La colonna mostrata sopra o vicino a un cerchio rosso indica la sequenza di quella carota (da circa 16 metri s.l.m. in giù) (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 16)

Alla fine degli anni ’80, un consorzio americano-britannico (AMBRIC) ha perforato 72 pozzi prima di installare un sistema fognario a est dell’altopiano di Giza. Con grande precisione, hanno mappato e registrato per ogni carota i diversi sedimenti, la loro profondità sotto la superficie e l’elevazione rispetto al livello del mare. Fortunatamente, i sedimenti mostrano un elevato contrasto tra sabbia o ghiaia e limo o argilla. Nel lavorare su questi elementi Lehner ha ignorato la sequenza da circa 16,00 a 16,50 metri s.l.m., partendo dal presupposto (fondato sull’evidenza) che si trattasse di sedimenti posteriori all’Antico Regno. Le strutture antiche gli hanno fornito ulteriori punti di riferimento. Ad esempio, ha fissato l’altezza dell’inondazione del Nilo a 1 metro sotto l’altezza della pavimentazione del Tempio della Valle di Khufu, presumendo che, ragionevolmente, i suoi costruttori volessero che rimanesse all’asciutto anche in quella situazione. L’altezza della piena ha portato a sua volta all’elevazione della piana alluvionale. Prima delle dighe di Assuan, al culmine dell’inondazione, l’acqua si trovava in media 1,5 metri sopra di essa.

Le carote di sedimento, hanno restituito argilla e limo molto profondi e solidi riferibili al riempimento di quelli che dovevano essere canali fluviali e bacini artificiali. Il Nilo,infatti, non depositava argilla e limo all’interno del suo letto; durante l’inondazione spargeva questo materiale fine su entrambi i lati della pianura. Quando il fiume ha variato il suo corso, il vecchio canale si è riempito di argilla e limo provenienti dalla piena annuale e, a est degli uadi, di sabbia e ghiaia. Grazie allo studio di punti di riferimento, tracce di antiche superfici paesaggistiche e dinamiche del Nilo, a congetture ponderate e intuizioni derivate dalle moderne infrastrutture di trasporto dell’acqua, l’illustre egittologo ha sviluppato il modello della piana alluvionale qui proposto (Immagine n. 18).

* Ampi wadi delimitano l’altopiano di Giza a nord e a sud. Un wadi centrale che separa la Formazione Moqqatam dalla Formazione Maadi si dirama a nord del Muro del Corvo (Heit el-Ghurab). Vedi immagine n. 10

Ricostruzione del canale del Nilo

Stabilire quale fosse l’antico corso del Nilo rappresenta la più grande sfida per la ricostruzione della pianura alluvionale di Giza durante IV dinastia. La maggior parte degli studiosi che si sono occupati della questione ritiene che, nell’Antico Regno, un suo canale o un affluente minore scorresse nei pressi del lato occidentale della valle. David Jeffreys e Judith Bunbury hanno proposto che il Nilo, nei pressi di Menfi, a sud di Giza, si divideva in due o più rami principali come quelli odierni di Rosetta e Damietta. Molti concordano sul fatto che il Libeini segni il percorso di un antico canale occidentale del Nilo. Da Saqqara ad Abu Roash i contorni moderni della superficie ne mostrano chiaramente le tracce. E’ da questa premessa che Lehner è partito per sviluppare la sua ricostruzione del sito. Presumendo che gli egizi avessero necessità di un canale molto ampio per il trasporto di pietre e legname del peso di svariate tonnellate, ne ha ipotizzato la larghezza in circa 500 metri la larghezza , cioè la stessa del Nilo odierno all’altezza del Cairo (senza tener conto delle variazioni stagionali). Le considerazioni sui canali e sulle altre caratteristiche della conformazione del paesaggio intorno a Giza possono essere supportate grazie alle indagini effettuate da AMBRIC (Immagine n. 19), dal team di AERA e da altri ricercatori.

Immagine n. 19 I carotaggi effettuati dal consorzio americano-britannico (AMBRIC). Nella parte sinistra della mappa sono evidenziati i punti di prelievo, mentre le nove colonnine sulla parte destra ci informano sui materiali restituiti. Numerando dalla prima in alto a sinistra abbiamo: 1) Sabbia. Sedimenti del wadi 2) Sabbia e ghiaia, materiali desertici dilavati dai Wadi 3) Limo e argilla, sedimenti depositati durante le piene del Nilo (il periodico accumulo sulla pianura alluvionale 4) Depositi intercalati di limo argilloso e ghiaia sabbiosa del canale fluviale abbandonato (sedimenti dell’alluvione del Nilo e dilavamento degli uadi) 5) Ceramica depositata su limo e argilla, che conferma la presenza di un insediamento costruito sull’antica piana alluvionale o sui sedimenti delle piene del Nilo dragati dai canali 6) Sabbia, argilla, sabbia. Sabbia dei wadi depositata su sedimenti del Nilo impostati su un antico deposito di wadi 7) Insediamento (presenza di ceramica) su limo e argilla su sabbia. Insediamento costruito sui sedimenti del Nilo depositati su quelli di un antico wadi 😎 Insediamento (presenza di ceramica) su sabbia e ghiaia. Insediamento costruito su antichi sedimenti di wadi 9) Insediamento (presenza di ceramica) su sabbia. Insediamento costruito su antichi sedimenti di wadi (© ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES, AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014, pag. 17)

I carotaggi eseguiti da AMBRIC lungo il corso del Libeini mostrano la composizione tipica di un canale fluviale abbandonato: limo e argilla molto profondi e solidi oppure, ad est delle foci degli wadi, limo e sabbia intercalati. La profondità degli strati di limo e argilla consente di determinare il fondo del vecchio canale. Due trivellazioni profonde quasi 20 metri nel Libeini, appena a est delle piramidi, hanno raggiunto il fondo di argilla su sabbia e ghiaia. Questo potrebbe essere, secondo Lehner, l’antico letto del fiume, e si trova ad un’altezza compresa tra 1,93 e 4,83 metri sul livello del mare. Con i dati a disposizione ha, di conseguenza, delineato il fondo del canale, profondo almeno 10-13 metri.

Il porto di Khufu

Ormai scomparso, ad eccezione della pavimentazione e delle massicce fondamenta in blocchi di calcare, il Tempio in Valle di Khufu si trovava su un bassopiano desertico a circa 400 metri dal bordo dell’altopiano di Giza. Il consorzio AMBRIC ne ha raggiunto la pavimentazione in basalto in una trincea lungo il canale di Mansouriyah. A circa 500 metri a est, in un’altra trincea lungo la via Zaghloul, sono stati rinvenuti due segmenti di un muro di calcare, distanti 400 metri l’uno dall’altro (vedi mappa dell’immagine n. 17, cap.5). Poi, nel 1994, un segmento lungo 70 metri di un massiccio muro di calcare e basalto è emerso poco più a est, durante gli scavi per un grattacielo (vedi immagine n. 16, cap.5). Il basalto e il calcare corrispondono al materiale del Tempio Superiore della piramide, della strada rialzata e del Tempio in Valle di Khufu, indicando che il muro di via Zaghloul faceva parte del complesso. Le tre sezioni e la pavimentazione del Tempio della Valle di Khufu definiscono un recinto di 400 metri da nord a sud e di 475 metri da est a ovest, (190.000 mq).

Sulla base di queste strutture, Lehner ha ricostruito una riva protetta, un bacino per piccole imbarcazioni ed un porto in grado di gestire grandi imbarcazioni da carico. A sud del sito del Tempio della Valle di Khufu, lungo il Canale di Mansouriyah, la trincea aMBRIC sembrerebbe aver tagliato l’insediamento dell’Antico Regno a quote comprese tra i 14,59 e i 14,86 metri s.l.m. e, successivamente, spessi muri di mattoni di fango ricoperti di calcare posti a circa 100 metri di distanza l’uno dall’altro: evidentemente i muri settentrionali e meridionali di un grande edificio. Questa struttura delimitava ulteriormente l’estensione del bacino fluviale di Khufu.

L’analisi della massa di dati a disposizione, ha permesso una ipotetica ricostruzione del “waterfront” della IV Dinastia* (Immagini nn.20-21-22-23).

Conclusioni

Ci si chiede se Il modello di infrastruttura fluviale dei costruttori delle piramidi di Giza elaborato da Lehner rappresenti accuratamente il modo in cui è stato progettato.

Considerando gli elementi indiscutibili, possiamo essere certi che una sorta di grande recinto, definito almeno in parte da muri di pietra o dighe, si estendeva per 500 metri a est del Tempio della Valle di Khufu. I segmenti di muro di Zaghloul Street e la pavimentazione del Tempio della Valle di Khufu forniscono dei punti di riferimento al di sopra dei quali le normali acque di piena del Nilo non salivano. Più a sud, le prove indicano con certezza la presenza di un canale lungo, ampio e molto profondo che conduceva direttamente verso la Sfinge e il Tempio della Valle di Khafre, con due insediamenti che fiancheggiavano il suo accesso a est. Sicuramente il sito diHeit el-Ghurab confinava con questa ampia zona a sud. A ovest, è stata individuata l’estremità settentrionale di un bacino artificiale che fronteggia il complesso di Khentkawes. L’acqua del Nilo avrebbe dovuto raggiungere questo bacino da nord e da est.

Questi elementi sono assodati, mentre un fattore importante rimane sconosciuto: le caratteristiche del Nilo durante l’Antico Regno. Non conosciamo il suo corso e le sue dimensioni, né sappiamo se il tronco principale o un canale secondario scorreva più vicino a Giza. Inoltre, mancano i dati dei carotaggi e altre informazioni che potrebbero completare il “waterfront” ai piedi dell’altopiano di Giza, come nell’area appena a est della bacino di Khufu.

Ma queste lacune non sono un motivo per rifiutare il modello. Infatti, lo scopo dell’esercizio di modellazione svolto da Lehner è rigorosamente rivolto alla ricerca, finalizzato alla scoperta e alla risoluzione di problemi, facendo uso dei dati disponibili.

Quasi certamente il modello non rappresenta perfettamente l’aspetto che aveva nella IV dinastia, ma questo processo esplorativo offre spunti di riflessione su come i costruttori di piramidi possano aver trasformato Giza in un importante porto sul Nilo.

*Tralascio qui, per brevità, i dettagli dell’impressionante lavoro compiuto da Mark Lehner che è però consultabile alle pagg. 17÷23 di Aeragram Vol. 15.

Il sito di Heit el-Ghurab: aggiornamenti dal resoconto della stagione di scavi 2017/2018

Mi è sembrato interessante soffermarmi ancora su Heit el-Ghurab, per aggiungere rilievi e interessanti scoperte (ma anche ulteriori domande) che si sono aggiunti durante il corso delle esplorazioni “in situ”.

Durante la stagione 2018 (dal 17 febbraio al 14 aprile) l’Ancient Egypt Research Associates (AERA) ha effettuato scavi in tre località di Giza: il sito di insediamento di Heit el-Ghurab (HeG), la città di Khentkawes (KKT) e la discarica scavata da Karl Kromer (KRO) sul versante occidentale del Gebel el-Qibli (Immagine n. 1). Il resoconto di quanto emerso, sarà l’oggetto delle prossime pubblicazioni

Immagine n. 1: Vista satellitare dell’altopiano di Giza sud-orientale che mostra le tre aree della Stagione 2018 di AERA: KKT (Khentkawes Town) e MVT (Menkaure Valley Temple); KRO (Kromer’s Dump); SWI (Standing Wall Island) di HeG (Heit el-Ghurab, in arabo “Muro del Corvo). Otto ispettori del Ministero delle Antichità si sono formati presso la Scuola Avanzata sul Campo AERA-ARCE, mentre erano inseriti nelle squadre di scavo, indagine e laboratorio, finanziate da una sovvenzione concessa a Richard Redding dell’Antiquities Endowment Fund (AEF) dell’American Research Center in Egypt (ARCE). Mohsen Kamel, direttore esecutivo di AERA-Egitto, e Daniel Jones, archeologo senior, hanno supervisionato gli scavi del sito. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 81) 

HEIT EL-GHURAB: L’isolato con muro eretto. SWI (STANDING WALL ISLAND)

Nella prima parte della stagione 2018, gli studenti e i supervisori della scuola di campo avanzata (AERA-ARCE) hanno fatto pratica di scavo e registrazione sul luogo di un antico recinto murato, ES1 (Enclosure South 1), all’estremità settentrionale del complesso più grande che è stato denominato “Standing Wall Island” (SWI) perché nel 2004 fu rinvenuto il suo muro esterno, in calcare, alto fino a un metro. A nord, lo spesso muro esterno di SWI incornicia due recinti più piccoli, ES1 e ES2, poi continua verso sud, gira, con un angolo arrotondato, verso est, quindi ritorna a nord, lasciando un ampio corridoio a est. L’intero schema “a graffetta” racchiude una grande area vuota in cui le profonde trincee scavate hanno rivelato solo sabbia pulita. Nel 2011 è stato individuato l’anello esterno e l’analista faunistico Richard Redding ha avanzato l’ipotesi convincente che si trattasse di un recinto. Questa disposizione corrisponde, infatti, sia ai recinti raffigurati nell’arte egizia e agli antichi cortili ritrovati in Egitto e altrove, ma persino ad alcuni aspetti dei recinti moderni (come, ad esempio, gli angoli arrotondati). Quando nel 2015 l’equipe è ritornata a SWI per ulteriori indagini, è stato ipotizzato che i recinti ES1 e ES2 rimandassero a ricoveri per animali e ad ambienti per la macellazione. Ma qui si è rinvenuta anche una residenza d’élite, forse destinata al responsabile dell’intero complesso di SWI (Immagine n. 2).

Immagine n. 2: ES1 (Enclosure South 1) che mostra il recinto interno più antico visto verso sud. Rabee Eissa e Ahmed Hamad esaminano uno dei muri interni (in alto a destra). Ashraf Abd el-Aziz, Said Abdul Ahmed (in alto al centro), Shaimaa Abd El-Raouf e Hoda Osman (al centro a sinistra) esaminano i tagli attraverso lo spesso muro di pietra che divide ES1 da ES2(Enclosure South 2). ES2 rimane coperto dalla sabbia protettiva del riempimento operato dall’equipe. (in alto a sinistra). (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 82)

Già nel 2011 si era compreso che il muro esterno (tipico schema di un recinto) era l’ultima cosa costruita su SWI. La “casa” era composta da mattoni di fango in ES2, prima che i costruttori la circondassero con una spessa cintura di pietra. In seguito, collegarono il muro del recinto all’angolo nord-ovest (etichettato come “seam”, sutura” nell’immagine n. 3) facendolo curvare verso sud non molto tempo prima che la gente abbandonasse il complesso, quando la sabbia stava già iniziando a invadere la zona. Solo allora ES1 fu delimitato a nord e a ovest. Quindi ES1 potrebbe non essere esistito prima che il “muro di cinta” lo circondasse e lo caratterizzasse come recinto.

Inoltre, gli scavi del 2018 hanno rivelato la presenza di un preesistente recinto all’interno di quello di ES1 (Immagine n. 3).

Immagine n. 3: ES1 ed ES2 all’estremità settentrionale del complesso SWI. La curva del muro interno meridionale di ES1 rispetta il “muro di cinta” esterno di ES1, sebbene sia più profondo e appartenga a una fase più antica. Il “muro del recinto” potrebbe aver sostituito un muro di cinta preesistente. I muri di un recinto interno più antico, rinvenuti dalla Field School nel 2018, sono evidenziati in blu. (©Pianta di Rebekah Miracle da AERA GIS. Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 83)

Questa serie di muri interni è antecedente a quello esterno. Il muro occidentale del recinto interno è quello che viene considerato come muro divisorio. Forse perché più antico, questo non condivide l’orientamento di ES1 e del muro di cinta più grande di SWI; è leggermente più orientato verso est piuttosto che verso nord. Si tratta di stabilire se ES1 fosse chiuso a nord e a ovest da una cinta muraria precedente. Un fatto suggerisce che potrebbe essere esistito un muro esterno più antico del recinto. Il sottile muro sud-occidentale, attaccato all’angolo meridionale del recinto interno ES1, si incurva per “rispettare” la linea del muro di recinzione (come si evince dall’immagine n. 3). Esso si trova più in profondità, incassato in una superficie di insediamento più antica rispetto alle fondamenta del muro del recinto. E’ probabile che abbia sostituito un confine o una barriera precedente che conteneva gli animali. Il recinto più antico e più piccolo, delimitato dai muri mappati nel corso di questa stagione di indagini, è diverso dagli spessi muri che costituiscono la struttura dell’ambiente della “casa” identificata in ES2. È, pertanto, ipotizzabile che abbia avuto a che fare con il trattamento degli animali. Inoltre, sono stati nuovamente esaminati alcuni muri curvilinei (la cui mappatura aveva avuto inizio già nelle stagioni precedent) incastonati nelle rovine dell’insediamento all’esterno e a nord di ES1 e del muro del recinto (Immagine n. 4). È verosimile che possa trattarsi di recinti e di cortili minori per il riparo degli animali.

Immagine n. 4: Muri curvilinei a nord del Recinto 1 e il “Corral Wall (muro di cinta)” di fase avanzata ai margini della “Laguna 1” (colmato dall’equipe con la sabbia di riempimento, a sinistra), che potrebbe essere il residuo di un’antica zona di sosta per la consegna di merci e animali; vista verso est. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 83)

LA CITTÀ DI KHENTKAWES (KKT): casa D

Nel 1932, Selim Hassan scavò nel sito denominato KKT (Città di Khentkawes, Immagine n. 5).

Immagine n. 5 Planimetria della città di Khentkawes e del Tempio in valle di Menkaure, che mostra le parti scavate e registrate da AERA e il precedente lavoro di Selim Hassan e George Reisner nell’area. (©Pianta di Rebekah Miracle da AERA GIS. Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 84)

Vi rinvenne una serie di case modulari collegate ad una strada rialzata lunga 150 metri che conduceva al monumento della regina Khentkawes I, che regnò alla fine della IV Dinastia. Alla fine della strada rialzata, su degli stipiti di granito rosso erano incisi i suoi titoli che la citano come “Madre di due re”.

Probabilmente, “la città” fu realizzata per accogliere i funzionari che avrebbero dovuto svolgere il ruolo di sacerdoti al servizio del culto funerario della sovrana. L’interesse per l’area esposta, venne meno: lasciata esposta alle intemperie, le rovine divennero una pista per cammelli e carrozze trainate da cavalli che trasportavano i visitatori dalla Sfinge al deserto. Dal 2005 le squadre di AERA, quindi 73 anni dopo la scoperta dell’insediamento, hanno deciso di riprendere gli scavi e le ricognizioni nell’intento di salvare e conservare ciò che ne resta.

Fatta eccezione per la Casa D, oggetto della stagione 2018, e per l’Edificio M (cfr. Immagini 5-7), il primo passo è stato quello di riesumare e documentare dettagliatamente ciò che era stato portato alla luce da Hassan (ad eccezione di una parte che oggi si trova al di sotto della strada moderna).

Immagine n. 6 Lavori nella Casa D durante la stagione 2018. La Casa E, con muri ricostruiti ed estrusi nel 2011, affianca la Casa D a est; vista da nord-est. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 85)

Nel 2011 è iniziato il restauro della “Casa E”. Si è provveduto ad interrare i muri originali con sabbia protettiva ricostruendo superiormente con mattoni del tutto simili a quelli autentici. E’ un metodo che preserva ciò che resta delle parti originali ed è reversibile. Questa tecnica di conservazione era stata messa a punto e sperimentata a Heit el-Ghourab già nel 2005. Nel frattempo si è proceduto alla scavo di tutti i depositi antichi rimasti e alla registrazione dell’edificio denominato “Casa D”. L’intero programma, suddiviso in tre parti prevede il lavoro sul campo, la ricostruzione e la conservazione dell’intero blocco di abitazioni di KKT.

Nel 1932 gli operai di Hassan avevano svuotato le camere sino al pavimento originale e, in alcuni punti fino al materiale di fondazione sottostante. Il team di AERA ha dovuto rimuovere uno spesso strato di limo sabbioso generato dal deterioramento delle pareti di fango, per di più contaminato dai rifiuti moderni. Ciò nonostante, sono stati riportati alla luce alcuni depositi antichi che il team di Hassan aveva tralasciato. In particolare sono state documentate accuratamente le porte murate che attestano chiaramente i cambiamenti nell’uso e nella proprietà degli edifici. Un primo intervento aveva chiuso l’accesso tra gli spazi n. 11958 (la “cucina”) e n. 11959 (il “soggiorno”) posti al centro della casa (Immagine n. 7).

Immagine n. 7 Mappa della Casa D (struttura 15.260) che mostra i numeri degli spazi AERA (rosso), i numeri delle stanze registrate da Selim Hassan (blu) e i quadrati della griglia. I quadrati della griglia sono di 5 m. Pianta di Rebekah Miracle da AERA GIS; le denominazioni delle stanze (ad es. “cucina”) sono di Selim Hassan. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 85)

Un altro quello tra gli spazi n. 11589 (il vestibolo dell’ingresso sud-orientale) e n. 11590, che Hassan aveva indicato come deposito d’acqua. Questi rimaneggiamenti erano avvenuti dopo che la chiusura dell’ingresso principale alla casa dalla strada rialzata aveva reso il vestibolo uno spazio morto. Modifiche di tale portata sono fondamentali per comprendere i cambiamenti d’uso dell’insediamento, avvenuti nel corso del tempo. L’ipotesi prevalente, in particolare per le case ubicate lungo la parete settentrionale della strada rialzata che conduceva direttamente alla cappella della regina, è che ospitassero i sacerdoti funerari che, in virtù del comodo ingresso attraverso le porte sud-orientali accedevano con facilità alle offerte derivanti dal loro ufficio. La ripetizione modulare di questo schema nella disposizione lascia pensare ad una ripartizione di questi compiti e dei relativi benefici (cfr. Immagine n. 5).

Nella “Casa D”, invece i muratori chiusero e intonacarono la porta frontale (presente in origine nell’angolo sud-est dell’edificio) sulla sopraelevata (Immagine n. 8), mentre, nello stesso tempo quest’ultima veniva interessata dal sollevamento e rifacimento della pavimentazione e dell’intonaco. Anche le porte sud-orientali di altre case subirono gli stessi interventi, sicché, pur conservandosi la strada rialzata grazie ai lavori ristrutturazione, cambiarono radicalmente l’orientamento e la destinazione d’uso di queste abitazioni. L’accesso principale avveniva ora dalle porte settentrionali che davano su un sentiero che correva tra la città e la cava-cimitero (Central Field East) che si trovava immediatamente a nord; di conseguenza, gli ingressi principali originari divennero spazi morti, come si vede chiaramente nella Casa D.

Immagine n. 8 Accesso sud-est dalla strada rialzata di Khentkawes alla Casa D, ostruita con mattoni di fango e intonacata in un momento successivo alla disposizione iniziale di questa casa; vista verso nord-nord-ovest. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 86)

Hassan notò che nella prima abitazione a ovest (Casa A), l’ingresso meridionale era stato murato in tempi antichi e l’ambiente che si venne a creare (contrassegnato con il n. 28) potrebbe essere stato utilizzato come stalla. Infatti, contro il muro meridionale, conficcato nel pavimento, era presente un blocco di quelli impiegati per impastoiare gli animali.

Esaminando le case singole e modulari di KKT, il team di AERA ha concluso che ne fu modificata l’organizzazione. É evidente che ostruendo le porte originali ed aprendo nuovi accessi, gli abitanti rimaneggiarono le loro abitazioni ampliando o restringendo gli ambienti. Si è supposto che le autorità centrali avessero pianificato di ospitare da sei a dieci proprietari nelle case modulari a nord della strada rialzata di Khentkawes, ma alla fine è probabile che solo in pochi erano rimasti ad officiare da questi appartamenti. Ci sono, inoltre, indicazioni che fosse cambiata anche la destinazione d’uso. L’archeologo tedesco Felix Arnold aveva osservato che le oblunghe stanze centrali orientate da nord a sud presentavano pilastri meridionali, forse in origine sormontati da un architrave, che incorniciavano una nicchia (cfr. Immagine n. 9spazio 11.599 = stanza 62). Doveva trattarsi di sale per il ricevimento ufficiale e formale, il luogo dove i proprietari tenevano udienze e trattavano gli affari. Ambienti del tutto simili sono stati individuati da AERA nelle grandi abitazioni della Città Occidentale e dell’ Area SWI nel sito di Heit el Ghurab . La scoperta, nel 2015, di supporti per mobili in pietra calcarea e di modanature dipinte di rosso crollate tra i pilastri presenti nella grande casa di ES2, ha rafforzato l’ipotesi di Arnold.

Immagine n. 9 Casa D, stanza centrale con pilastri e nicchia (spazio 11.599 = stanza 62) dopo la pulizia, lo scavo e i rilevamenti eseguiti durante la stagione 2018, vista a nord. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 87)

Tutte le case che presentano stanze con nicchie a pilastri, si possono quindi considerare come centri di amministrazione domestica, comprese le grandi abitazioni della città di Khentkawes. Tuttavia, nella casa D sono state trovate prove del fatto che gli abitanti riadattarono proprio la nicchia in cui si presume che il proprietario svolgesse i suoi affari. Vi collocarono dei mezzi mattoni in entrambi gli angoli del lato occidentale (forse per un supporto basso o una mensola), lasciando una stretta fessura (larga 25 cm.) e installarono un elemento semicircolare in mattoni di fango, di circa un cubito di diametro (55 cm.), forse una sorta di alloggiamento per una ciotola o un catino (Immagine n. 10). E’ presente, inoltre una macchia di terra bruciata e cenere che si estende nella spazio tra i pilastri.

Immagine n. 10 La nicchia delimitata da pilastri nell’estremità meridionale dell’ambiente centrale (62 = spazio 11.599) della Casa D, vista a nord. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 87)

Destinata a rappresentare il signore e il padrone di casa, la nicchia sembra essersi trasformata in un umile luogo per cucinare o riscaldarsi.

Fonte: Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pagg. 81÷98

IL SITO DI KROMER, UNA DISCARICA DA INSEDIAMENTO DELLA IV DINASTIA.

 Tra il 1971 e il 1975 Karl Kromer, un archeologo austriaco, studioso della preistoria , scavò un massiccio cumulo di detriti da insediamento immediatamente a sud-ovest del Gebel el-Qibli, la scarpata che corre lungo il margine occidentale di Heit el-Ghurab (cfr. Immagine n. 1, parte prima). Il materiale accumulato si estende su 5,1 ettari e ha uno spessore fino a 6,5 metri. Gli antichi abitanti vi avevano scaricato frantumi di demolizione e scarti di cava durante l’epoca di Khafre e forse già a partire dal regno di Khufu. Infatti, Kromer vi rinvenne sigilli di questi due sovrani, costruttori della prima e della seconda piramide di Giza. Si è ipotizzato che i lavoratori abbiano portato questo materiale da HeG quando Khafre ha riorganizzato e ristrutturato il sito. Se così fosse, questi detriti offrirebbero spunti di riflessione sulla fase iniziale dell’insediamento e fornirebbero materiale di confronto per lo studio di eventuali resti provenienti dai livelli più antichi.

Kromer scavò 1.550 metri cubi di detriti in una serie di quadrati di 10 × 10 m e in alcune trincee oblunghe supplementari, per una profondità di 6,5 m, lasciando una sorta di vasca a forma di L di 60 m da nord a sud e 25 m da est a ovest. (Immagine n. 11).

Immagine n. 11 La mappa mostra i quadrati di Kromer 10 × 10 m (contrassegnati in verde) e i sondaggi del 2018 di AERA n. 184 e 185 (in rosso). La linea viola indica il limite dello scavo di Kromer rivolto a ovest dopo il crollo, come è stata trovata nel 2018, con i resti di una scalinata di calcare (evidenziata in grigio). Da un’indagine di Mohamed Abd El-Basat, Amr Zakaria, Mohamed Helmy, Mohamed Abd el-Maksud e Ahmed Hamad; adattato da Mark Lehner dalla ricerca Mohamed Abd el-Basat. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 88)

Ne emersero materiali provenienti dalla demolizione di edifici, frammenti di mattoni di fango e pareti intonacate e dipinte; oggetti della vita quotidiana come aghi di rame, spatole, ami da pesca e perline di maiolica; piccole statuette; e sigilli di argilla con impressi disegni formali e ufficiali che nominano Khufu e Khafre. Alcuni dei sigilli relativi a Khafre corrispondono a quelli ritrovati a HeG. Per prima cosa il team di AERA ha nuovamente perimetrato l’area, tracciato i quadrati della griglia e individuato i punti di rilevamento originali di Kromer e le trincee. L’antica discarica era chiara in superficie, ma decenni di sabbia alla deriva avevano ricoperto l’area e, purtroppo, la mappa di Kromer non era precisa.

Sotto la supervisione di Mohsen Kamel, Aude Gräzer Ohara e Virag Pabeschitz sono state scavate due trincee, una piccola, il Sondaggio 184, e una più grande, il Sondaggio 185 (Immagine n. 12), entrambe nel margine superiore della cresta a forma di mezzaluna lasciata dagli scavi di Kromer.

Immagine n. 12 Il sondaggio 185; vista verso est. Foto di Aude Gräzer Ohara. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 90)

Il Sondaggio 184 è stato abbandonato perché ha restituito null’altro che un concentrato di rifiuti di cava di calcare frantumato. Il sondaggio 185, sovrapposto ai quadrati B, G e K di Kromer si è esteso oltre i suoi scavi sia a est che a ovest, consentendo di campionare porzioni del tumulo rimaste intatte, per una lunghezza totale di quasi 40 m (37,09 m di lunghezza sul lato sud e 34,43 m sul lato nord). Nel cercare di individuare il lato orientale degli scavi di Kromer, ci si è spostati di quasi 10 m più a nord.

Poiché si è cominciato a scavare ben 10 m a nord del limite orientale dello scavo precedente, ci si è imbattuti in strati massicci di detriti di insediamento indisturbati, accumulatisi nel tempo, quando gli antichi lavoratori scaricavano un cesto dopo l’altro (Immagine n. 13). 

Immagine n. 13 Estremità superiore orientale del Sondaggio 185, sezione sud (rivolta a nord). Il sorvegliante Sayed Saleh indica il confine tra le sequenze di depositi 518 e 512(© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 89)

Nella sezione si possono osservare smaltimenti in successione, ravvicinati nel tempo, diversi per colore e composizione (più o meno ricche di scaglie di calcare, sabbia, e/o frammenti di fango laterizio). Alcuni strati sottili mostrano una superficie occasionalmente indurita dall’umidità (pioggia?). Si è subito rivelato impossibile rimuovere questi singoli depositi sottili in sequenza, perché sono molto disgregati.

In cima al Sondaggio 185 (cfr. Immagine n. 13), sono emersi altri scarti di cava (sezioni 511 e 514) identici a quelli abbandonati nel Sondaggio 184, ma mescolati a rifiuti databili tra gli anni ’40 e ’70 del secolo scorso. Al di sotto, giacevano detriti di non disturbati di calcare frantumato (516) e, a seguire, una successione di strati di colore marrone chiaro che si è rivelata ricca di materiale culturale: frammenti di ceramica; frammenti di mattoni di fango; sigilli di argilla per sacchi, scatole, vasi e porte; sigilli impressi con motivi geroglifici; carbone, conchiglie; frammenti tessili, persino un grosso ciuffo di lana; una perlina tubolare blu; un pezzo non lavorato di corniola; una perla di vetro; e grandi quantità di ossa di animali.

L’ambiente secco del sito KRO, a un’altitudine compresa tra 44 e 52 m s.l.m., ha permesso la conservazione di resti di legno e piante, come canne, paglia e fronde di palma, diversamente dal sito umido di HeG, posto tra 15 e 16 m s.l.m. E’ stata successivamente scavata una sequenza di bande intercalate di sabbia scura e limo sabbioso (512). Gräzer-Ohara ha osservato come “Questa sequenza fosse ancora più ricca di materiale culturale; in particolare presentava una concentrazione di mattoni di fango degradati e forse ceneri, che le hanno conferito un colore particolarmente scuro” (Immagini n. 13-14).

Immagine n. 14 Estremità superiore orientale del Sondaggio 185, sezione meridionale (rivolta a nord) durante lo scavo del 512; vista verso sud-est. Si è preferito indicare come 512 due sequenze che, in realtà avrebbero dovuto essere distinte(© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 91).

Si è continuato a cavare per un altro metro nella sequenza 512 per una larghezza di 2,40 m ma non è stato possibile raggiungere l’estremità orientale di questo materiale, che degrada verso est sulla superficie di una sequenza sottostante, (Immagine n. 14, freccia) per il crollo della sezione sopra la 512 e per il pericolo di lavorare a una tale profondità in presenza di materiale incoerente.

Avendo determinato il limite orientale degli scavi di Kromer, la squadra ne ha esposto e ripulito la parete ovest che scendeva molto più in profondità rispetto al punto in cui il lavoro è stato interrotto. Poiché il materiale inferiore (526) era molto incoerente e a rischio di crollo, il fronte della sezione è stato indagato a tappe per campionarlo e registrarlo (Immagine n. 15).

Immagine n. 15 Aude Gräzer Ohara controlla il basamento di calcare marnoso concentrato in una piccola zona alla base della sezione di Kromer; vista a sud-est (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 91).

I depositi consistevano ancora una volta di sabbia limosa intercalata con altra che includeva molto meno limo, ma nel complesso l’intera sequenza è più sabbiosa, di colore molto più chiaro e più sciolta rispetto a quella del settore 512 (Immagini n. 14-15).

Alla base della sequenza 526, è emerso un deposito strombato (527) di frammenti di mattoni di fango in una matrice di sabbia (Immagine n. 15). Kromer tralasciò questa parte mentre scavava fino a raggiungere una superficie compatta di calcare marnoso concentrato e frantumato (529) del bedrock locale della Formazione Maadi. Dopo aver documentato e rimosso il deposito di mattoni di fango sbriciolati (527), il team ha effettuato un piccolo sondaggio nel calcare per verificare la presenza di residui di insediamenti inferiori, senza trovarne, fino a circa mezzo metro di profondità. Lì si trovava il fondo dello scavo di Kromer relativo al quadrato G (cfr. Immagine n. 11).

Questo “pavimento” è stato ripulito, dalla sabbia accumulatasi verso ovest, fino ad un basso argine che era stato lasciato tra i quadrati G e B. Il lato orientale dell’argine è costituito da detriti calcarei (529) e la parte restante da un altro strato detritico scuro pieno di frammenti di mattoni di fango che sovrasta una piattaforma di calcare tafla (531), così regolare ed uniforme da dare l’impressione di un vero e proprio pavimento artificiale (Immagine n. 16).

Immagine n. 16 Aude Gräzer Ohara si trova sul “pavimento” pianeggiante di calcare marnoso (531, tafla) dopo che gli operai hanno scavato un sottile strato scuro sovrapposto a detriti di fango (522), che prima dello scavo formava un banco con una superficie di detriti calcarei (529) lasciati da Kromer tra i suoi quadrati G e B; vista verso sud-ovest (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 91).

Diversi metri più a ovest è stato raggiunto il limite occidentale degli scavi di Kromer. Anche in questo caso, il sondaggio 185 è proseguito oltre i settori scavati dall’archeologo austriaco, superando l’angolo nordorientale del quadrato B. La base di calcare marnoso compatto (531) inizia a scendere rapidamente verso ovest (Immagine n. 17).

Immagine n. 17 Sondaggio 185; vista verso est. In primo piano: il pendio discendente del “pavimento” 531, la parte più scura è il sovrastante deposito 522. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 92).

Il deposito laterizio sovrastante più scuro (522), continua a scendere diventando più spesso. In questo settore Kromer aveva lasciato una sequenza di strati di sabbia sottili sovrapposti intercalati da strati molto scuri di cenere e limo del Nilo (Immagine n. 18).

Immagine n. 18 L’estremità occidentale, lato nord, del Sondaggio 185, che mostra il limite occidentale dello scavo di Kromer (il suo quadrato K; cfr. immagine n. 11). Gli strati più alti degradano verso ovest; vista verso nord-ovest. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 92).

Non è stato raggiunto il fondo di questa vasta discarica di rifiuti di cava e di insediamento, ma è stato deciso di prelevare ampi campioni da ogni deposito. Sia a ovest, sia a est, il materiale sversato continua in profondità apparentemente adagiato su una spalla rocciosa.

I campioni prelevati hanno permesso di conoscere meglio il contesto di questa discarica in relazione alle cave e agli insediamenti nella zona sud-orientale della necropoli di Giza. E’ già stato svolto un lavoro preliminare su questo materiale culturale e sugli eventi che riflette.

REPERTI 2018 DAL SITO DI KROMER

Come già avvenne all’epoca di Kromer, anche la campagna di scavo del team di AERA ha restituito una vasta gamma di reperti: ceramica, mattoni di fango, sigilli, carbone, conchiglie, perline, selci, grosse quantità di ossa di animali e materiale organico come legno, fibre e lino. Al momento non sono stati rinvenuti sigilli riferibili a Khufu. Tutti quelli che recavano inciso un nome reale, riguardavano il suo successore Khafre.

La presenza di frammenti di mattoni di fango in tutti i diversi strati, con ammassi variabili, ha posto un problema di interpretazione. Infatti, se il deposito fosse il risultato di un’unica demolizione dell’insediamento ci si aspetterà di trovare una concentrazione uniforme. Resta, quindi, ancora da capire se i frantumi sparsi riflettono una demolizione “una tantum” oppure siano conseguenza di una ristrutturazione continuativa. Per poter fornire risposte altamente affidabili occorrerà approfondire l’analisi dei campioni recuperati nelle relative sequenze.

Nell’alto deserto è relativamente scarsa la presenza di mattoni gialli di argilla calcarea e marna (tafla, in arabo) rispetto al limo scuro tipico della piana alluvionale del Nilo. La tafla, presente tutta all’intorno del sito di Kromer e Gebel el Qibli è in parte composto da strati di questi materiali che i muratori della IV Dinastia utilizzavano per intonacare le pareti di KKT (Città di Khentkawes) e HeG (Heit el-Ghurab). La presenza di limo nella maggior parte dei frammenti di mattoni demoliti costituisce uno dei numerosi indizi che lascerebbero pensare a rifiuti provenienti da un insediamento sulla piana del Nilo o nelle sue vicinanze, piuttosto che da uno posto nelle cave del deserto a sud delle piramidi.

E’ possibile, dal momento che la presenza non è così massiccia come ci si sarebbe aspettato, che gran parte dei mattoni siano stati riutilizzati durante la ricostruzione. D’altra parte, già era stato rilevato che i muratori dell’epoca avevano impiegato materiale di recupero al centro dei muri del complesso della Galleria di HeG.

La presenza di frammenti di diversi componenti, tetti, pavimenti e focolari, suggerisce che nella discarica furono smaltiti detriti provenienti dalla demolizione di interi edifici.

All’epoca, Kromer vi rinvenne frammenti di un pavimento di ghiaia dura. Questo conglomerato, composto da sabbia grossolana limosa e ghiaiosa, misto ad argilla cotta, appare in tutto e per tutto simile ad un cemento moderno. Quando i ricercatori di AERA ne hanno rinvenuto un pezzo, si sono chiesti se non fosse il risultato di una contaminazione derivante da una struttura moderna; ipotesi subito esclusa in quanto il reperto è emerso da depositi antichi e incorrotti.

Kromer ipotizzò che questi duri pavimenti fossero impiegati come sostituti della pavimentazione in pietra e denotavano uno status molto elevato, al punto da ritenere che potessero provenire da una casa reale o un piccolo palazzo di Giza.

In tutta la sequenza sono stati rinvenuti frammenti di intonaco bianco. Alcuni presentano bande di rosso, nero, grigio e tonalità di rosso chiaro o arancione. Kromer aveva registrato la presenza di frammenti di intonaci dipinti di nero, bianco, rosso intenso, ruggine, rosa, arancio, marrone grigio chiaro e beige. Un tipo di arredamento simile sembra confermare l’ipotesi (già avanzata da Kromer) che provenisse da residenze di “élite”. La maggior parte dell’intonaco dipinto fu rinvenuto nei quadrati F B e G, vale a dire proprio dove le squadre di AERA hanno effettuato il Sondaggio 185 e dove è stato recuperato il maggior numero di sigilli. Ali Witsell, a capo della squadra di esperti di sigilli di AERA, riferisce che tra quelli emersi durante i nuovi sondaggi, al momento non ne figurano di riferibili a Khufu. Kromer, invece, ne ritrovò cinque e trentotto a riconducibili a Khafre. Il numero di sigilli registrati all’epoca sembra molto basso se confrontato a quelli emersi durante le sole sei settimane di scavo in cui Witsell e il suo team hanno recuperato almeno quaranta sigilli formali (recanti nome del re e titoli ufficiali) e quarantatre informali. Ed ancora non è stato esaminato tutto il materiale proveniente dal Sondaggio 185. Evidentemente, Kromer deve aver buttato via un buon numero di sigilli!

Uno dei frammenti di sigillo più grandi (n. 5844), emerso dalla sequenza 522 (Immagini n. 19 e 20) riporta sia il nome di Horus di Khafre “Wser Ib (forte, possente di cuore)” sia il suo nome a cartiglio come parte del titolo “Hem Netjer Khafre” (Servo del dio Khafre, oppure Sacerdote di Khafre).

Immagine n. 19 Sigillo 5844 dal Sondage 185, caratteristica 522 (vedi figg. 16-17), foto di David Jeřábek (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 94).
Immagine n. 20 Sigillo 5844: disegno con ricostruzione teorica di Ali Witsell. Il sigillo reca sia il nome di Horus, “Wsir Ib”, sia, nel cartiglio, il nome “Khafre”, il re costruttore della seconda piramide di Giza. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 94).

Probabilmente, il sigillo più importante (n. 5848) della sequenza 522 si rivelerà essere un piccolo frammento che mostra la parte inferiore di un nome di Horus e sotto i geroglifici per “Setep ZA” (lett. scegliere una Za)Setep ZA, scritto con il determinativo per “casa”, lo identifica, però, sicuramente come un sostantivo di luogo, un riferimento al palazzo. Siccome sinora non erano stati ritrovati reperti con questo termine, scritto con quel determinativo (quindi col significato di “palazzo”), databili a prima del Medio Regno, il frammento 5848 rinvenuto nel Sondaggio 185 (Immagine n. 21) potrebbe essere, al momento il più antico di cui si abbia conoscenza.

Immagine n. 21 Sigillo 5848 con il termine Setep Za sotto ciò che resta di un serekh (il rettangolo pannellato in alto) e accanto alla figura di un re in corsa (a sinistra) che indossa l’alta corona del sud. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pag. 95).

Immagine n. 22 ricostruzione della scritta “Setep Za” (o Sa). Da sinistra a destra: accetta su blocco di legno (valore fonetico “stp”); pastoia (valore fonetico z3, s3) seguito da un rettangolo aperto (una casa vista in pianta) che funge da determinativo. La presenza di questo determinativo ci indica che si sta parlando di un Palazzo.

IL SITO DI KROMER, RIFLESSIONI SULLE IPOTESI DI PALAZZO E CONCLUSIONI

Il “Setep Za” era il luogo nel quale il re riceveva suggerimenti e prendeva decisioni. Ogden Goelet (un egittologo particolarmente impegnato nel campo della lessicografia e delle forme di scrittura) ha constatato che i testi dell’Antico Regno contenenti la frase “nel Setep Za”, fanno sempre riferimento al sovrano che, consultando i suoi consiglieri, delibera su lavori edili, di artigianato o costruzione.

Ciò che è stato rinvenuto nel 2018 nel sito di Kromer sembrerebbe confermare l’ipotesi, già avanzata durante i primi scavi a Heit el-Ghurab, che i regnanti facessero costruire una residenza nelle vicinanze delle loro piramidi e che le strutture per la produzione di cibo ritrovate nel 1991 e nel 1995 fossero collegate ad un palazzo. Successivamente, nel 2005, da un’altra discarica accanto alla grande ed elitaria Casa 1 della cosiddetta Città Occidentale di HeG, è emersa una notevole quantità di sigilli che includevano alcuni dei titoli di più alto rango, riferibili a membri della casa reale o a importanti famiglie della Quarta Dinastia (Immagine n. 21).

Immagine n. 21 Ricostruzione grafica del “sigillo 1” proveniente dal deposito del tumulo di ceramica di HeG. I geroglifici rivelano i titoli di “Scriba di documenti reali” e “Custode delle istruzioni reali”. Questo sigillo fu usato sia a HeG, sia nel sito che ha prodotto il materiale nella discarica di Kromer e ne sono stati trovati esempi sia negli anni Settanta (quadrati G e I) sia negli scavi del 2018 (sequenza 517). Disegno di John Nolan (©AERAGRAM –Vol.19-1, primavera 2018, pag. 6).

Per John Nolan, direttore associato ed epigrafista senior di AERA, è un indizio molto forte della presenza, nelle vicinanze, di un edificio reale in cui il sovrano soggiornava in maniera sporadica e periodica. In pratica, un punto di appoggio temporaneo, piuttosto che un vera e proprio Residenza permanente.

All’epoca, anche Kromer, in base al materiale ritrovato, aveva avanzato un’ipotesi simile ed aveva localizzato il presunto Palazzo, che ospitava il re quando si recava ai cantieri, nell’area in cui Menkaure avrebbe successivamente eretto il suo Tempio in Valle. Effettivamente in quel luogo è presente un edificio che fu poi incorporato nella città di Khentkawes (KKT). Si tratta dell’edificio M (cfr. immagine n. 5) che presenta, intonaco dipinto ed un ambiente per le udienze, del tutto simile alle sale centrali di altre grandi case di amministratori presenti a KKT (si veda, la casa D, di cui ci si è già occupati) e nel quartiere occidentale di HeG. Queste sale, sempre orientate da nord a sud, presentano una nicchia all’estremità meridionale dove il proprietario si sedeva e riceveva gli ospiti. Nell’edificio M i muri sono più spessi rispetto a quelli di altre case di KKT e ha tre sale con nicchie e pilastri che in origine presentavano bande dipinte di nero bianco e rosso. Pertanto, potrebbe semplicemente trattarsi di un’altra delle grandi case presenti nel sito. Ma, oltre a presentare, rispetto a queste, muri più spessi, mostra elementi caratteristici di un palazzo risalente alla I Dinastia che è stato recentemente identificato da un team tedesco nell’antichissimo sito di Buto nel Delta del Nilo; vale a dire depositi che fiancheggiano la sala delle udienze, cortili aperti che ospitano impianti per la produzione di pane e altri alimenti, corridoi lunghi e stretti che circondano il nucleo della casa, pareti intonacate e dipinte e vie di accesso alla sala delle udienze. Il palazzo di Buto era, forse, una residenza temporanea per la corte durante il viaggio del re attraverso il Paese.

I lavori delle stagioni precedenti avevano evidenziato che le strutture occupavano l’estremità orientale di KKT ed erano installate lungo il versante occidentale di un bacino (portuale?) prima di essere ricostruite e incorporate nell’insediamento. L’edificio M sia nella prima fase, sia nella successiva, aveva, probabilmente la funzione di “road house” (in pratica, una residenza di appoggio) per i sovrani quando giungevano al sito piramidale. E’ ipotizzabile che parte di questo edificio fu demolita dai costruttori di Menkaure prima di erigere il Tempio a Valle della piramide e che i suoi detriti siano stati smaltiti sul Gebel el-Qibli. L’esame approfondito di questa struttura è l’obiettivo della stagione 2019, per studiarne le varie fasi.

Nel frattempo, dall’analisi dei reperti rinvenuti nel 2018 nel sito di Kromer, risulta che i sigilli formali, e forse anche gran parte degli intonaci dipinti, provengono dall’estremità inferiore occidentale del Sondaggio 185 (in particolare dal livello 522, cfr. immagini n. 16-17). Come già precisato in precedenza, Kromer aveva già trovato e rimosso, proprio in quest’area, la maggior parte dell’intonaco dipinto e dei sigilli, per cui il team di AERA si è fatto carico riportare alla luce quanto era stato tralasciato (Immagini n. 22-23-24).

Immagine n. 22 Esempi di materiali recuperati nella campagna di scavo 2018 nel sito di Kromer: frammento di uno stipite intonacato e frammenti di intonaci dipinti. Ph. Mark Lehner e Samar Mahmoud (©AERAGRAM –Vol.19-1, primavera 2018, pag. 6)
Immagine n. 23 Esempi di materiali recuperati nella campagna di scavo 2018 nel sito di Kromer: un punta di pietra scheggiata, frammenti di coltelli in selce e pezzi di legno. Ph. Mark Lehner e Samar Mahmoud (©AERAGRAM –Vol.19-1, primavera 2018, pag. 7)

Immagine n. 24 Esempi di materiali recuperati nella campagna di scavo 2018 nel sito di Kromer: un coperchio per vaso d’argilla. Ph. Mark Lehner e Samar Mahmoud (©AERAGRAM –Vol.19-1, primavera 2018, pag. 7)

In questo punto le linee di demarcazione scendono verso ovest, indicando che le persone che scaricavano i detriti arrivavano da est, la direzione di Heit el-Ghurab. Negli strati orientali, più alti e forse cronologicamente successivi, le linee degradano invece drasticamente verso est (cfr. immagini n. 13-14), segno evidente che, in quel periodo, gli scaricatori provenivano da ovest (Immagine n. 25).

Immagine n. 25 Modello della parte meridionale dell’altopiano di Giza, con i bacini ricostruiti e il sito di Heit el-Ghurab (HeG), che mostra le possibili direzioni di scarico nel sito di Kromer: da est, HeG, o da nord e ovest, l’area della città di Khentkawes e del Tempio della Valle di Menkaure. Modello progettato da Mark Lehner, elaborato in AERA GIS da Rebekah Miracle. (© Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pagg. 96-97).

Negli strati più alti e orientali (in particolare nel 512), è stata rinvenuta una quantità stupefacente di ossa di animali, in particolare ovini e caprini, mentre quelle di bovini erano presenti nel livello 522. Molte ossa erano state spezzate o tagliate laddove formavano un’articolazione con un altro osso e alcune presentavano evidenti tracce di coltello (Immagine n. 26).

Immagine n. 26 Il team di AERA ha trovato grandi quantità di ossa lunghe con le estremità spezzate ed evidenti tracce di coltello. Ciò confermerebbe che il complesso ospitasse un macello. Ph. Markh Lehner (©AERAGRAM –Vol.19-1, primavera 2018

Curiosamente si è trovata qui la prova invano cercata in SWI (l’isolato con muro eretto di Heit el-Ghurab) per sostenere che il complesso fungesse da recinto e macello.

Altre ossa, inoltre, erano state spaccate o forate all’estremità per estrarne il midollo (Immagine n. 27). 

Immagine n. 27 Alcune ossa presentano fori alle estremità, evidentemente per aspirarne il midollo. Ph. Mark Lehner. (©AERAGRAM –Vol.19-1, primavera 2018

Evidentemente i macellai inviavano la carne di qualità superiore alle persone di rango più elevato, mentre destinavano le estremità per la preparazione di zuppe e stufati ricchi di grassi e proteine, a base di gelatina e cartilagini, adatte a sfamare un gran numero di persone, quasi certamente di status più umile. L’analisi di questo ricco materiale proveniente dal sito di Kromer, farebbe dedurre che i depositi di rifiuti superiori derivano per lo più dagli approvvigionamenti per le forze lavoro. Se così fosse ci si sarebbe aspettato che provenissero da HeG, ossia la Città dei Lavoratori.

In buona sostanza, restano in piedi due ipotesi sull’origine di ciò che è stato rinvenuto nel sito di Kromer – Palazzo a ovest e a nord (Edificio M) e forza lavoro a est (HeG) – che si contrappongono per la natura dei materiali e per la direzione di scarico.

Negli ultimi anni le discussioni e le pubblicazioni sui Palazzi dell’Antico Egitto (o meglio su quegli edifici che chiamiamo “palazzi”) si sono moltiplicate.

L’archeologo austriaco Manfred Bietak sottolinea che i “Palazzi” egizi, oltre ai grandi spazi pubblici, “comprendevano anche uffici, per i principali amministratori dello stato (nel caso in oggetto potrebbe trattarsi delle case della città occidentale?), caserme e arsenali per le truppe (il complesso di gallerie?) e numerose aree di stoccaggio per la raccolta e distribuzione delle merci…”

A Heit el-Ghurab è stata riportata alla luce solo parte di un insediamento proto-urbano della IV Dinastia, che un tempo era molto più esteso sia a est, sia a nord, lungo la base dell’altopiano. Altre strutture si trovano sicuramente al di sotto delle moderne costruzioni. Tutte quelle che sono state esposte potrebbero essere le parti di un unico gigantesco palazzo: una sorta di equivalente egizio di Versailles o, meglio, per rimanere nella terra dei faraoni, dei complessi del Nuovo Regno di Amarna o Malqata. Come questi, infatti, nelle sue due fasi principali, comprendeva vari appartamenti, sale e istituzioni reali.

Fonti:

  • Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”
  • Ali Radwan, “Le piramidi a gradoni” in “I Tesori delle Piramidi” (a cura di Zahi Hawass), p. 108
  • Sito del Museo Imhotep, Saqqara: http://egypte.nikopol.free.fr/musee/museeimhotepsaqq.html
  • Edda Bresciani (a cura di), “Grande Enciclopedia Illustrata dell’Antico Egitto”, p.174
  • Ancient Egypt Research Associates (AERA), sito web https://aeraweb.org/
  • Zahi Hawass (a cura di) “I Tesori delle Piramidi” p.114 e p.376
  • Mattia Mancini, Djed Medu blog di Egittologia, pubbl. 29 settembre 2016
  • Antonio Loprieno: “Lo Schiavo” in “L’uomo Egiziano” a cura di Sergio Donadoni, pag. 197
  • Mark Lehner, ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES (AERA), AERAGRAM Vol. 14, Primavera 2013
  • Mark Lehner e Wilma Wetterstrom, ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES (AERA), AERAGRAM Vol. 15, Primavera/Autunno 2014
  • Kathryn A. Bard e Rodolfo Fattovich, MERSA/WADI GAWAIS 2009-2010, in collaborazione con
  • Duncan FitzGerald, Rainer Gerisch, Christopher Hein, Dixie Ledesma, Andrea Manzo, Tracy
  • Spurrier, Sally Wallace-Jones, Cheryl Ward and Chiara Zazzaro. Newsletter di Archeologia CISA – Volume 1 – 2010
  • ANCIENT EGYPT RESEARCH ASSOCIATES (AERA), AERAGRAM Vol.19-1, primavera 2018, pagg. 6-7-8
  • Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pagg. 81÷98
Luce tra le ombre

IL “WiFi” DI EDFU

Di Nico Pollone

La raffigurazione del “wifi” di Edfu ha sempre posto il quesito di cosa rappresenti l’offerta che è tenuta in mano dal personaggio. E’ stata trattata in precedenza QUI

C’è da sottolineare che queste rappresentazioni sono due e si trovano entrambe nella “Salle d’offrande” del tempio di Edfu.

La posizione dei rilievi nel tempio

Non si è arrivati a dare una interpretazione certa e nel post che ho indicato si cita una ipotesi.

Nel formulare una idea, io ho seguito ciò che esprimono i testi che sono collegati alle raffigurazioni.

I testi che accompagnano le due raffigurazioni non sono uguali e citano mansioni differenti che però portano a indicare le offerte come carni in generale, di bovidi o uccelli. Le mansioni sono definite come servo e maggiordomo/cuoco nel riquadro e di macellaio capo sovrintendente del macello di Ra nell’altro riquadro B (molto più danneggiato).

Per il segno del Wifi, la rappresentazione conduce ai segni di scrittura che vanno da F41 e similari: F41A: Vertebre convenzionalmente raffigurate, o F43: Costine di manzo.

Più difficile interpretare la seconda offerta . Seguendo il testo, oltre alla rappresentazione di un pezzo di carne, si può pensare a un vasetto di grasso animale, dai dizionari definito anche “olio denso”, perciò non assimilabile all’olio da spremitura che sarebbe oltretutto raffigurato con un altro tipo di recipiente.