Durante la trattazione relativa al culto funerario, si è spesso fatto cenno al mito di Osiride, una divinità che per l’impatto che ha avuto sul pensiero religioso, etico e sociale degli antichi egizi (con notevoli ripercussioni finanche su quello occidentale), merita senz’altro un piccolo approfondimento.
Gli inni, le preghiere e la letteratura funeraria giunti sino a noi, abbondano di riferimenti alle azioni compiute da Osiride ed Iside, ma paradossalmente, forse proprio a causa della loro popolarità, a tramandarci la narrazione più nota di questo mito è l’adattamento greco di Plutarco (Περὶ Ἴσιδος καὶ Ὀσίριδος – Su Iside e Osiride), scritto circa 2500 anni dopo la nascita del culto, le cui origini precedono di gran lunga le prime menzioni del suo nome. Immagini rituali, in seguito associate a Osiride, risalgono infatti già alla I dinastia, mentre gli epiteti del dio e il suo collegamento al santuario di Abydos derivano dalla fusione con un’antica divinità funeraria: lo sciacallo Khenti-Amentiu (lett. “il Primo degli Occidentali”). Attestato con certezza per la prima volta durante la V dinastia (circa 2350 a.C.), Osiride è una figura fondamentale della tradizione mitologica del grande centro cultuale di Eliopoli, facendo parte dell’Enneade (Immagine n. 1), la teologia solare elaborata dai sacerdoti di quella città (Iunu per gli antichi egizi, On in greco ed ebraico).
Immagine n. 1 Rappresentazione schematica dell’ Enneade Eliopolitana. Dall’alto in basso e da sinistra a destra sono raffigurate le divinità che la compongono: Atum, Shu e Tefnut, Geb e Nut, Osiride, Iside, Seth e Nefti. (da Wikipedia, licenza Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication).
Secondo questa storia della creazione, in origine era il Nun (un oceano di acque primordiali indifferenziato) dal quale emerse un tumulo sul quale sedette Atum (il creatore, generato da se stesso ed equiparato a Ra), che attraverso lo sputo (o, secondo altre versioni, attraverso l’emissione di seme) diede vita alla prima coppia divina: Shu (l’aria)e Tefnut (l’umidità). I due fratelli si unirono generando Geb (la terra) e Nut (il cielo notturno) da cui nacquero Osiride (Immagine n. 2), Iside (Immagine n. 3), Seth (Immagine n. 4) e Nefti (Immagine n. 5).
Il mito ci tramanda che come primogenito di Geb, Osiride ottenne il diritto a regnare sull’Alto e Basso Egitto, nonché su cielo e terra, su uomini e dei. Dotato di grande saggezza, sposò la sorella Iside e si circondò dei migliori consiglieri, scegliendo Toth (Immagine n. 6), dio della sapienza, come visir.
Di ben altro temperamento, il fratello Seth, unito a Nefti da un matrimonio senza amore, era accecato dalla rabbia in quanto aspirava anch’egli al trono. Escogitò, allora, un piano per impadronirsene con l’inganno. Secondo la versione classica del mito, l’ignaro Osiride fu tradito durante una sfarzosa festa di divinità, in occasione della quale Seth mise in palio un premio molto singolare: un sarcofago sarebbe stato donato a chi fosse riuscito ad entrarci perfettamente. Diversi dèi si cimentarono nella prova, ma la bara era stata realizzata in modo tale da adattarsi unicamente alle misure di Osiride. Non appena il dio vi si adagiò, Seth ed i suoi complici sigillarono il feretro e lo gettarono nel Nilo. Osiride annegò e la morte fece il suo ingresso nel mondo e l’Egitto piombò in un periodo di caos e desolazione. Con grande fatica Iside riuscì a recuperare il corpo del marito assassinato, ma Seth ritrovò la salma e la fece a pezzi spargendoli per tutto il Paese (in seguito, ogni provincia d Egitto avrebbe avuto una reliquia ed un santuario dedicato al dio defunto).
Al termine di una lunga ricerca Iside, accompagnata dalla sorella Nefti, recuperò i resti dispersi del marito (ad eccezione del membro virile) e con l’aiuto di Anubi ne ricompose il corpo smembrato sostituendo ciò che mancava con una replica d’argilla e utilizzando bende, oli resine e unguenti per tenere insieme i pezzi. Ancora cadavere, Osiride fu rinvigorito dalle arti magiche della sua sposa e in un ultimo soffio di vita riuscì a fecondarla (Immagine 7).
Ma, purtroppo, il dio aveva definitivamente lasciato il mondo terrestre per regnare nell’Aldilà (la Duat) e presiedere al tribunale oltremondano al quale si sarebbe dovuto presentare ogni defunto al fine di essere giudicato meritevole (o meno) della vita eterna. Tuttavia, l’ultima unione con la sua amata sposa avrebbe portato alla nascita del figlio Horus (Immagine n. 8), erede al trono d’ Egitto, legittimo, devoto e leale.
Anche Horus, però, dovette intraprendere una dura e lunga lotta (durata circa ottanta anni) con lo zio Seth per disputarsiil trono lasciato vacante da Osiride. Dopo una lunga serie di gare e cimenti, ben documentata nell’arte e nella letteratura egizia, il tribunale degli déi dichiarerà Horus vincitore e suo padre vendicato.
Ma questa è un’altra storia, anzi un altro straordinario mito di cui ci informa il papiro Chester Betty I, risalente all’epoca di Ramses V (fine della XX dinastia), ma che quasi certamente è l’adattamento di un racconto che già era noto nel Medio Regno.
Fonti: Franck Monnier: “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.245
David P. Silverman: “Antico Egitto”, pagg. 134-135
Edda Bresciani: “Letteratura e poesia dell’antico Egitto”, pag. 363”
Ne “La funzione di una piramide“ si è fatto cenno ad una comunità di individui operanti nella città della piramide, cui ci si riferisce con l’appellativo di “Khentiu-She”. Credo sia utile fornire qualche dettaglio in più su questo termine che ha posto non pochi problemi di interpretazione agli egittologi.
Dalle testimonianze scritte e pittoriche dell’Antico Regno conosciamo un gruppo di persone, indicate sotto il nome di khentiu-she(ḫntjw-š), che da un lato erano collegate al palazzo del sovrano in carica e, dall’altro, rientravano nel personale di culto dei templi piramidali reali. Il loro ruolo esatto e il loro significato sono difficili da comprendere, poiché le fonti disponibili non forniscono un quadro coerente. Molto è già stato scritto al riguardo e sono state proposte diverse traduzioni: “impiegato”, “residente della città delle piramidi”, “addetto”, “approvvigionatore”, “guardia”, “affittuario di terre”, “sacerdote khenti-she”, “servitore”.
Negli ultimi venticinque anni, i ritrovamenti di papiri nel tempio piramidale di Neferefra ad Abusir (Immagine n. 1) e gli scavi nella regione della capitale dell’Antico Regno intorno a Memphis e alle necropoli reali ad essa associate, hanno portato alla luce nuovo materiale che mantiene viva la discussione.
Immagine n. 1 I resti della piramide Neferefra ad Abusir (Immagine di pubblico dominio reperita su wikipedia, autore non attribuibile)
Il significato del termine
Per avvicinarsi al significato della denominazione ḫntj-š, si è ricorso innanzitutto ad un’analisi del termine stesso. Sono documentate molte grafie diverse, tra cui quelle con il segno della collina come determinativo (Immagine n. 2), ma senza alcuna differenza semantica riconoscibile.
Immagine n. 2 Una delle svariate grafie del termine ḫnt- š (lettura convenzionale Khenti-she) in geroglifico. Questa presenta, come determinativo il segno delle due colline.
Per quanto riguarda la struttura della parola, c’è un accordo di fondo sul fatto che ḫntj- š sia un termine composto. Esso è costituito dal termine di relazione ḫnt, seguito dal sostantivo š, la cui indipendenza è indicata dal trattino diacritico scritto occasionalmente (Immagine n. 3).
Immagine n. 3 Una diversa grafia del termine. In questo caso è presente il trattino verticale diacritico sotto il rettangolo che rappresenta un bacino, il cui valore fonetico è š (she).
Che non si tratti di una parola quadripartita ḫntŠè ulteriormente dimostrato dalla forma femminile ḫnt(j)t-š(Immagine n. 4) e dalla dettagliata grafia del plurale.
Immagine n. 4 Questa è la grafia del termine al femminile, caratterizzata dalla seconda semisfera (in realtà rappresenta una pagnotta). Il simbolo dell’acqua e la prima pagnotta (t) fungono da complementi fonetici del simbolo trilittero ḫnt (Khenti) a sinistra (i tre vasi). La seconda pagnotta è la desinenza -t del femminile. La traslitterazione è ḫnt(j)t- š, mentre la lettura convenzionale è Khentit-she.
La preposizione ḫnt significa “più avanti di”, che può avere un significato locale, ma è anche usato nel senso figurato di “numero uno, primo”; quest’ultimo spesso presente in epiteti di divinità*. Entrambi indicano una posizione di rilievo del portatore della denominazione rispetto a š. Tuttavia, le opinioni divergono su cosa implichi questa posizione, su cosa si intenda per š e, di conseguenza, sul modo in cui il portatore della designazione še l’intero termine ḫntj-š possano essere tradotti e interpretati.
š in relazione al significato di “stagno”, “giardino”, “tenuta/proprietà”.
La parola šha un’ampia gamma di significati. Le linee d’acqua all’interno del geroglifico suggeriscono un significato di base di “specchio d’acqua”, che può riferirsi sia a bacini naturali sia a bacini artificiali. Nel decreto di Pepy I, in favore delle due città piramidali di Snofru a Dahshur, gli stagni “š(w)” sono menzionati come base per la tassazione, insieme ai “mr”(canali e pozzi).
Lo scavo di uno stagno e la creazione di un giardino facevano parte della realizzazione della casa di un alto funzionario. Ad esempio, il funzionario Metjen, all’inizio della IV dinastia, riferisce di aver costruito una casa “pr” di 100 cubiti di lunghezza e 100 cubiti di larghezza, nella quale realizzò uno š molto grande e realizzò varie piantumazioni.
Le scene tombali indicano chiaramente che la designazione š poteva essere applicata all’intero giardino che circondava lo stagno. šera usato anche per designare vaste aree con alberi, pascoli per capre, aiuole di verdure, piantagioni di frutta, stagni con piante di loto e papiro e laghetti per uccelli abbastanza grandi da permettere alle barche di navigare. Simbolicamente, un giardino con uno stagno corrispondeva anche a un luogo di sepoltura, che era la dimora dell’esistenza ultraterrena** e avevano un significato che andava oltre la morte del proprietario, in quanto vi si producevano offerte per il suo culto funerario. Poiché le condizioni locali delle necropoli non consentivano di solito la costruzione di giardini tombali anche di piccole dimensioni, i tavoli per le offerte in forma di bacino ne assumevano magicamente la funzione***. Il simbolismo di questi giardini-stagno andava al di là di un significato puramente reale, come il rinfresco, la pulizia, la fonte di frutta e verdura o l’intrattenimento: in senso astratto, essi incarnavano l’idea di fertilità e rigenerazione, che avrebbero magicamente garantito ai defunti.
L’uso del termine šanche per i giardini più estesi e le aree periferiche del deserto può aver portato a uno spostamento di significato. In grafie come quella raffigurata in (Immagine n. 5), che riportano una t sotto la š, la š originale era probabilmente intesa come išt, col significato di tenuta/proprietà.
Immagine n. 5 In questa ulteriore grafia sotto il simbolo š è presente una t. Ciò sembrerebbe suggerire una lettura equivalente a “išt” col significato di tenuta, proprietà, dominio ecc.
Tali grafie potrebbero quindi non essere errori, ma reinterpretazioni del termine tradizionale****. Un documento in cui si può assumere il significato di šcome “tenuta” ed escludere un riferimento a uno specchio d’acqua è l’iscrizione tombale di Washptah, un visir vissuto durante la V dinastia, nella quale viene menzionato un oggetto in pietra calcarea, probabilmente un pezzo di corredo della tomba, ḥr š dt(.ỉ), “nella (mia) tenuta personale” nella città piramidale di Sahure. In definitiva, šaveva un’ampia gamma di significati, da “stagno” (reale e metaforico) a “giardino” (intorno a una piscina), fino a “tenuta”.
Continua…
* Cfr. ad esempio gli epiteti di Anubi ḫntj-Imntjw (primo degli occidentali), e ḫntj sḥ-nṯr (che precede la tenda di Dio). Anche per quanto riguarda i re defunti il termine “nella” della locuzione “nella loro piramide” , ḫntj era occasionalmente usato al posto della preposizione m, come ad esempio nel titolo di Netjeraperef dell’inizio della IV dinastia: ḥm-nṯr Snfrw ḫnt(j) ẖˁ-Snfrw – “sacerdote di Snofru primo della piramide “Snofru splende”. Tali grafie potrebbero quindi non essere errori, ma reinterpretazioni del termine tradizionale. Un documento in cui si può assumere il significato di S come “tenuta” ed escludere un riferimento a uno specchio d’acqua è l’iscrizione tombale di Washptah.
** Nella tomba di Ankhmahor, il š n(j) (pr-)dt “giardino della proprietà personale” è rappresentato quasi come un’istituzione astratta, personificata come un portatore di offerte.
*** Questo è particolarmente evidente in reperti nei cui angoli sono stati intagliati alberi di sicomoro o disegnate barche.
È verosimileinterpretare “š” come lavoro realizzato in pietra?
Per š, è stato preso in considerazione anche il significato di “opera in pietra”.
L’iscrizione di Niankhsekhmet è spesso usata come prova di questa interpretazione. Il testo riporta che questo funzionario ricevette dal re due false porte. Sahura le fece completare nel portico di uno dei suoi palazzi e il lavoro fu eseguito in presenza del re stesso. La seguente scrittura, ḫpr šrˁ nb(Immagine n. 6) è stata finora valutata in due diversi modi: come opera (in pietra) o come area su cui sorgeva il palazzo con il portico.
Immagine n. 6: la scrittura in geroglifico della locuzione ḫpr š rˁ nb (lettura convenzionale, “kheper she ra neb”) interpretato erroneamente come lavoro realizzato in pietra.
Tuttavia, non ci sono altre prove per una traduzione di š come “lavorazione della pietra”. Il titolo ỉmj-r(3) š (Immagine n. 7), che compare spesso tra i capi delle spedizioni in cava, è stato apparentemente visto in questo contesto e tradotto come “supervisore del lavoro in cava” o “supervisore della lavorazione della pietra”.
Immagine n. 7: la qualifica ỉmj-r(3) š che compare spesso tra i capi delle spedizioni in cava.
Ma ciò non è convincente perché in questa interpretazione un’attività sarebbe equiparata all’oggetto lavorato (pietra) o al luogo di lavorazione (cava) e di solito, per le attività manuali, la parola utilizzata era “k3t”.
Che š in questo titolo non abbia nulla a che fare con “pietra” o “cava” è dimostrato dalla variante più dettagliata del titolo (immagine n. 8) , ỉmj-r(3) š n mšˁ (“sorvegliante della š dell’esercito”), dove š si riferisce probabilmente al “recinto” dell’esercito di spedizione, cioè al suo accampamento, la cui creazione e manutenzione doveva essere organizzata e supervisionata da un membro dello staff esecutivo dell’esercito.
Immagine n. 8: una variante più dettagliata del medesimo titolo ỉmj-r(3) š n mšˁ (imi-ro she en mesha = sorvegliante della “she” dell’esercito)
Come dimostrano gli scavi di Wadi el-Jarf nel Golfo di Suez, questi accampamenti non erano solo luoghi di pernottamento per i partecipanti alle spedizioni, ma comprendevano anche zone per i vari tipi di lavoro artigianale necessari per le forniture e le attrezzature della spedizione, magazzini e luoghi di lavoro per i rispettivi amministratori. Per il termine ỉmj-r(3) š sarebbe quindi appropriata la traduzione “sorvegliante dell’accampamento”, mentre va scartato il significato di “lavoro (in pietra)”, “lavoro di cava”. Per š se ne ricava, quindi, un significato di area in cui le truppe di spedizione potevano accamparsi e venivano rifornite.
š inteso come distretto collegato al re
š si riferiva anche ai terreni su cui sorgevano gli edifici reali. Il capomastro del re Isesi, il visir Senedjemib-Inti, menzionò nella sua iscrizione funeraria la š di un edificio (il segno ḥwt con un disegno interno mal conservato) appartenente al palazzo ḥb-sd di Isesi con una dimensione di circa 525 x 231 m. Tali dimensioni sono paragonabili a quelle del complesso di Djoser. Pertanto, š probabilmente designava, in questo caso, il terreno di costruzione del grande recinto wsḫt in cui insistevano il palazzo cerimoniale e altre strutture di culto per la festa Sed del sovrano. Il re premiava i funzionari meritevoli nel š. I documenti venivano emessi in presenza del re nel š n pr-ˁ3 (she della Grande Casa). Un’ortografia con pr comedeterminativo (immagine n. 9) fa di š n pr-ˁ3 un’istituzione praticamente immateriale.
Immagine n. 9: š n pr-ˁ3 (she en per aa = la she della grande casa). In questo caso il simbolo per š ha come determinativo il primo rettangolo aperto alla base, in realtà la pianta di una casa, (non si legge, ma serve per chiarire la classe di appartenenza del termine she), al di sotto del quale vi è la preposizione “n” (della) espressa con il simbolo dell’acqua. Seguono gli altri due simboli “pr” e “ˁ3” che identificano la Grande Casa.
Una simile grafia si trova anche in un titolo che, purtroppo, non si è conservato completamente: imj-r(3)iz [///] špr-ˁ3 ( “sorvegliante della camera di … della she della Grande Casa”. Un titolo che aveva una conformazione simile: ỉmj-r(3) sšrw nswt š pr-ˁ3 (supervisore della biancheria reale della she della Grande Casa), indica che i prodotti di valore, compresi i tessuti, erano conservati nella š pr-ˁ3.
Poiché esistono poche sequenze di titoli in cui ỉmj-r(3)špr-ˁ3 è collegato a titoli come “supervisore della biancheria reale” e/o “supervisore dei gioielli del re”, il primo è stato tradotto anche come “supervisore della tessitura della Grande Casa”. Non essendoci altre connessioni tra š e la tessitura, il parallelo con il già discusso titolo imj-r(3)š (sorvegliante dell’accampamento) sembra essere più appropriato. Anche un insediamento (para)militare avrebbe senso come elemento della Grande Casa, dal momento che le forze militari erano direttamente assegnate al palazzo. Possiamo immaginare che si trattasse di un complesso permanente di edifici con alloggi per il personale, uffici amministrativi, strutture, magazzini per le attrezzature e per i preziosi proventi delle spedizioni. Il titolo ỉmj-r(3)š pr-ˁ3 può quindi essere inteso come “supervisore dell’accampamento del palazzo”. Poiché esiste anche una forma duale (Immagine n. 10)ỉmj-r(3) šwj pr-ˁ3, per il controllo generale è possibile che ci sia stato più di un accampamento, probabilmente due.
Immagine n. 10: il titolo di “ỉmj-r(3) š pr-ˁ3” è,in questa forma, espresso al duale “ỉmj-r(3) šwj pr-ˁ3” (imi-ro shewy per aa = sorvegliante delle due she della Grande Casa).
Questi titoli di sorvegliante dimostrano che š n pr-ˁ3 era un’area distinta che apparteneva al palazzo ma non necessariamente era identificabile con esso.
La “shedella Grande Casa” comprendeva anche strutture di culto. Lo indica una manifestazione particolare del dio del sole: Rˁ-ḥr-š -(n)- pr-ˁ3 (Ra nel recinto del palazzo). La presenza parallela di un Ḥwt-Ḥr-ḥr-n- pr-ˁ3 (Hathor nella she del palazzo) in una voce della pietra di Palermo (Immagine n. 11), che in precedenza è stata ignorata a causa di un’interpretazione errata, depone contro la traduzione di š n pr-ˁ3 come “lago del palazzo”, come ritenuto da Goelet e Bogdanov.
Immagine n. 11: dettaglio della sezione della pietra di Palermo riguardante Neferirkara (ripresa da Wilkinson e ridisegnata dall’ autore) in cui si rileva l’espressione Ḥwt-Ḥr-ḥr-n- pr-ˁ3 (Hathor nella she del palazzo).
Qui la donazione di un altare ciascuno per Ra e Hathor “nella she della Grande Casa” (ḥrš n pr-ˁ3)è riferita Neferirkara. Si potrebbe obiettare che š n pr-ˁ3 non indichi la posizione dei due altari, ma faccia parte del nome delle divinità. Però, gli altari sono scritti tra i nomi delle divinità e il toponimo ḥrš n pr-ˁ3. Dai titoli dei sacerdoti sappiamo che Hathor era venerata, tra le altre divinità, in santuari ed almeno alcuni di essi furono costruiti nella “š n pr-ˁ3”. Il già citato capomastro Senedjemib/Inti riferisce, ad esempio, di aver curato la decorazione della “cappella mrt di Isesi che si trova nel “š n pr-ˁ3” (Immagine n. 12). Una cappella mrt in un “š n pr-ˁ3” è attestata anche per Teti.
Immagine n. 12: l’iscrizione ci informa della cappella “mrt” di Isesi che si trova nel “š n pr-ˁ3”
Poco si conosce in merito a questo tipo di santuario, che è sempre associato al nome di un re. Il loro culto si concentrava principalmente su Hathor, ma anche su suo figlio Ihi e sul sovrano. Da ciò nasce l’ipotesi che i santuari mrt fossero luoghi del matrimonio simbolico del re-Horus con Hathor per aumentare la fertilità non solo della coppia reale ma anche di uomini, animali e campi”.
**** Ciò può valere anche per la definizione di personale ḫntj-š (Khentiw-She)
Fonte: The Khentiu-she di Petra Andràssy(Humboldt-Universität zu Berlin)
Riprendo, dopo una lunga assenza, la mia rubrica riguardante gli aspetti costruttivi relativi alla costruzione delle piramidi introducendo questo nuovo argomento. Ovviamente, rifuggendo da facili suggestioni sensazionalistiche, mi attengo alla evidenze scientifiche e archeologiche prodotte grazie allo studio e all’incessante “lavoro sul campo” svolto dai più valenti egittologi. Il risultato di queste rigorose ricerche, ci offre una visione, inutile dirlo, sicuramente lontana da fantasie roboanti, ma non per questo meno affascinanti.
Gli annessi cultuali e tutti gli edifici del complesso in cui aveva sede una piramide, subirono molteplici mutamenti prima di giungere ad una forma stabile che soddisfacesse pienamente ai dettami religiosi. Un complesso come quello di Djoser della III dinastia (Immagine n. 1), a dispetto delle sue rivoluzionarie innovazioni tecnologiche, rimaneva ancora fedele alle tradizioni architettoniche tradizionali.
Esso incorporava la sepoltura in un recinto funerario distante, secondo un uso stabilito ad Abydos durante il periodo arcaico. Lo stesso dicasi per la planimetria che seguiva un orientamento nord-sud, in perfetto accordo con quello di uso antico. Gli ambienti sotterranei erano distribuiti su vaste superfici attraverso una rete interconnessa di gallerie e magazzini, simili a quelli che erano stati scavati nelle vicinanze per Ninetjer e Hotepsekhemwy (II dinastia). Un tempio funerario, addossato alla faccia settentrionale della piramide, era destinato al deposito delle offerte quotidiane, mentre gli edifici indispensabili ai riti di rigenerazione del re defunto, in origine costruiti in materiali leggeri, furono progettati per durare per l’eternità. Nonostante la scarsità di resti di complessi eretti sotto i regni successivi a quello di Djoser, sembra che, sostanzialmente, questi nuovi modelli costruttivi non abbiano avuto grandi variazioni durante la III dinastia.
Con il Regno di Snefru (IV dinastia), si assiste ad un radicale rottura con i suoi predecessori: vengono abbandonati gli elementi tipici del periodo arcaico (forma a gradoni, distribuzione sotterranea) e si assegnano alla piramide dimensioni soverchianti rispetto agli edifici satelliti. A partire da questo momento, fanno la loro comparsa gli elementi chiave del complesso funerario reale: il tempio a valle, la via di accesso (o ascensionale), il tempio alto, la piramide sussidiaria e il muro di cinta. Muta anche l’orientamento generale perché ormai il complesso segue il corso del sole secondo l’asse est-ovest. Dal tempio di accoglienza (o della valle) la via d’accesso corre verso occidente in direzione del piccolo tempio alto che, d’ora in avanti, si staglierà contro la facciata occidentale della piramide. In pratica si lasciava il modo dei vivi per penetrare in quello dei morti. Questa disposizione così chiaramente ordinata, dà prova di una grande astrazione. Il tempio superiore era più simile a una cappella e gli edifici utilizzati per le cerimonie giubilari furono abbandonati. La piramide sfoggiava ormai quattro facce piatte e finemente levigate simili a frecce che puntano verso il cielo. Si mantennero gli appartamenti funerari, dal design molto semplice, con un’apertura al piano inferiore verso nord che conduce ad una piccola camera sepolcrale, ma si rinunciò all’ubicazione sotterranea, stabilendola più in alto all’interno della muratura.
A partire dalla Piramide Rossa a Dashur (Immagine n. 2), la camera funeraria fu orientata secondo l’asse est-ovest.
Sotto il regno di Cheope sembra che ci fu un ritorno di fiamma per gli ambienti completamente sotterranei quando si diede avvio alla realizzazione di un ipogeo ad una trentina di metri di profondità. Questo primo progetto fu però abbandonato e l’architetto, alla fine, prese la decisione di elevarlo più in alto che mai. Le sollecitazioni strutturali provocate dalla nuova disposizione fecero momentaneamente temere per la stabilità della camera sepolcrale, per cui le generazioni successive presero la risoluzione di non allestire più ambienti al di sopra del livello del suolo ad eccezione del corridoio che conduce ad essi. L’anticamera in granito con le sue saracinesche, ebbe invece grande successo e fu riprodotta in seguito numerose volte.
Da quel momento in poi si allestiva una camera funeraria orientata secondo il percorso del sole e ricoperta da una volta a capriate, con il sarcofago sempre collocato nella parte occidentale, verso il regno dei morti. L’ accesso che si apriva nella facciata settentrionale permetteva all’anima di raggiungere le stelle circumpolari dell’emisfero boreale (“le stelle che non tramontano mai”): << Che egli possa alfine salire verso il cielo tra le stelle imperiture>> (Testi delle piramidi, Pepi II § 940a).
All’esterno, grandi fosse accoglievano le imbarcazioni regali e le regine scortavano il loro re beneficiando di una propria piramide. La via di accesso divenne una strada monumentale e il tempio funerario fu dotato di una grande corte a pilastri con una cappella per le offerte simile ad un santuario (Immagini n. 3-4).
Sotto il regno di Chefren gli edifici di culto conobbero uno sviluppo tale da influenzare tutta l’architettura dell’ Antico Regno. Il tempio in Valle e quello Alto erano costruiti attorno a un cortile a pilastri con una serie di stanze e corridoi che permettevano ai sacerdoti rituali di svolgere le loro cerimonie quotidiane e di conservare reliquie e oggetti liturgici. Un centinaio di statue dislocate nel complesso funerario e varie sculture ad immagine del sovrano, ricevevano il culto allo stesso modo di quelle raffigurate sedute e alloggiate nelle cinque cappelle situate nella parte più interna del tempio Alto. Vi si riconoscono per la prima volta quegli elementi tipici della suddivisione del tempio classico posto in opera durante la V, VI e XII dinastia.
Il significato e le motivazioni che indussero gli antichi egizi a utilizzare la forma piramidale è ancor oggi oggetto di continuo ed acceso dibattito .
Spesso, nel tentativo di rintracciarne le origini più remote, si fa riferimento alla sepoltura, risalente alla I dinastia, appartenente ad un dignitario di nome Nebetka, scavata nel 1937 a Saqqara e catalogata come mastaba S3038*(Immagine n. 1).
All’interno di questa tomba era stata costruita una struttura a sei ordini su tre lati, rimasta completamente invisibile prima degli scavi perché volutamente sepolta nella parte più interna da macerie e calcinacci. L’edificio è oltremodo interessante in quanto fu eretto durante il regno di Adjib (o Anedjib), un sovrano il cui nome è spesso associato a quello di una tenuta reale rappresentata da una struttura a gradoni “il dominio Sa-ha”(Immagine n. 2).
L’idea che questo monumento potesse essere considerato alla stregua di un modello primitivo della Piramide a gradoni di Djoser era affascinante e molti ricercatori non esitarono a condividerla. Tuttavia, oltre alla mancanza di una chiara documentazione, l’unicità dell’opera e il lungo intervallo temporale che la separa dalla III Dinastia non depongono a favore di questa ipotesi. È difficile, infatti, presumere che un edificio così anteriore fosse stato preso a modello per la piramide a gradoni essendo, quest’ultima, il risultato di una serie di sperimentazioni e tentativi. La prima tappa della sepoltura di Djoser, in realtà fu una mastaba a pianta quadrata e con pareti lisce, che di per sè già si distingueva dalle convenzionali tombe rettangolari con facciate a rientranze. C’era forse, come sostengono alcuni studiosi, l’intento di rappresentare la collina primigenia che, nella tradizione religiosa egizia, emerge dal Nun (l’oceano primordiale) agli inizi del mondo?
Le piramidi, sia quelle a gradoni, sia quelle a facce lisce, erano indistintamente designate con il termine “meher” (più spesso letto come “mer”); tuttavia il “piramidyon” che, a partire dalla IV dinastia andò a costituire la cuspide di questi monumenti, era indicato con la variante femminile del termine “benben”: ossia “benbenet”. Si trattava quindi di un chiaro riferimento al tumulo primordiale della mitologia egizia su cui troneggiava il benben: una pietra eretta, la cui immagine scolpita era conservata a Eliopoli, centro del culto solare. Da quel momento in poi, le interpretazioni divergono ed oscillano tra questa associazione con la collina che sorge dall’oceano originario, concettualizzando la rinascita del re, e l’associazione con un simbolo solare, le cui facce sfolgoranti incarnano i raggi che il sovrano doveva risalire per regnare al fianco di Ra. Questa idea di ascensione si espresse anche nella disposizione degli appartamenti funerari che, inizialmente sotterranei durante la III dinastia, furono dislocati al di sopra del livello del suolo a partire dal regno di Snefru.
Probabilmente, i gradoni delle prime piramidi rappresentavano i pioli della gigantesca scala, eretta dagli déi per il sovrano defunto, che viene evocata numerose volte nei “Testi delle piramidi”:
<< Che gli sia eretta una scala verso il cielo (affinché) possa ascendere al cielo grazie ad essa!>> (Testi delle piramidi 267, §365.)
<< Tu gli hai donato la scala “maqet” del dio, Tu gli hai donato la scala “maqet” di Seth affinché questo re Pepi possa ascendere al cielo grazie ad essa e accompagnare Ra!>> (Testi delle piramidi 478, §974.)
<<Merira ha calcato questi raggi di luce come una scala sotto i suoi piedi affinché Merira ascenda presso sua madre, l’ ureo vivente posto su Ra>> (Testi delle piramidi 508 §1108.)**
Alcuni egittologi, tra i quali Philippe Lauer, collegano l’emergere della forma piramidale alla dottrina solare della religiosità egizia, il cui primo rappresentante, il sommo sacerdote di Eliopoli, Imhotep, architetto della prima piramide, potrebbe aver contribuito ad accrescerne l’influenza. A sostegno di questa ipotesi si pone in evidenza che all’epoca della III dinastia si era passati da una concezione ctonia che limitava la sopravvivenza del sovrano agli inferi a una dottrina eliopolitana che mirava a elevarlo al regno celeste.
Con il progredire della tecnologia, la forma piramidale è stata in grado di assumere una pluralità di significati diversi, ma non esclusivi, e le sue implicazioni religiose furono rappresentate con diverse sfumature. Quando la piramide cominciò ad essere eretta con le pareti lisce, la struttura a gradoni rimase ancora presente nella sua massa interna; all’esterno, invece, la pietra calcarea bianca e finemente levigata di Tura, utilizzata per rivestire le facciate inclinate verso il cielo, realizzava una combinazione perfetta per massimizzare il riflesso dei raggi solari (Immagine n. 3).
L’ascesa della religione solare non è probabilmente estranea all’onnipotenza acquisita (o rivendicata) dal sovrano ed è evidenziata dalla monumentalità schiacciante della sua tomba rispetto a quelle dei suoi parenti e funzionari. Monopolizzando le risorse umane e materiali dello Stato, il re vi riversò ogni energia, affermando la supremazia su tutti i suoi sudditi e confermando il suo status divino, sia per la natura incomparabile della sua opera, sia per le azioni compiute per portarla a termine. In questa missione, egli dimostrava di essere simile a Ra il sovrano assoluto del suo regno. L’ imponenza e la durata dell’opera avrebbero ricordato continuamente ai sudditi la dimensione eccezionale del loro leader e dei loro rappresentanti spirituali e, di conseguenza, il loro stesso valore inteso come risultato del legame che li univa (Immagine n. 4).
*Nel 1937 Walter Bryan Emery scavò la tomba S3038 a Saqqara e scoprì alcune sorprendenti nuove caratteristiche costruttive al suo interno. La tomba aveva un nucleo a gradini sopra la camera funeraria, che era stata costruita con due piattaforme successive, accessibili dall’esterno. La costruzione mostrava una successione di fasi, definite come cambiamenti nel design. La forma del nucleo fece pensare a Emery che questa tomba fosse un precursore delle successive piramidi a gradini. Questa ipotesi non trovò molto supporto. Una rivalutazione da una prospettiva costruttiva di tutti i dati disponibili, comprese le note di campo inedite dello scavatore, porta a conclusioni diverse. Ogni fase successiva è stata costruita appositamente per svolgere un ruolo nelle pratiche funerarie. In altre parole, gli elementi costruttivi facevano parte di un design singolare e preconcetto. Sulla base della premessa delle pratiche riflesse nella costruzione di questa tomba unica, è anche possibile riflettere sul design di altre tombe della Prima Dinastia a Saqqara.
**Traduzione originale (in francese) di Bernard Matthieu
Parte terza: il contesto religioso
Si conoscono abbastanza bene le pratiche funerarie ed il loro contesto religioso sotto le dinastie V e VI; molto meno noto è ciò che riguarda i periodi precedenti. La mitologia associata alla sopravvivenza nel aldilà sotto la III dinastia ci appare, ad esempio, molto vaga. Le scene rappresentate nella piramide a gradoni di Djoser e i simulacri presenti nel suo complesso ci rivelano molto poco sulla percezione della vita ultramondana. I pannelli scolpiti che si trovano negli ambienti sotterranei alludono semplicemente alle visite fatte dal sovrano presso i santuari dell’ Alto e del Basso Egitto. Unico ad essere rappresentato, il re si mostra nell’aldilà simile a un dio che regna sul suo universo perpetuando all’infinito la sua rinascita e le cerimonie del giubileo (Immagine n. 1) inquadrati in un ambiente che gli era familiare.
Verso la fine della V dinastia la comparsa dei Testi delle piramidi, lascia intuire una concezione ben più complessa e articolata. Questi ultimi, si presentano come una raccolta di formule e riti arcaici, le cui origini sono più antiche di qualche secolo, e dei quali operano una sintesi introducendo il nuovo mito osiriaco. Il ciclo di Osiride (Immagine n. 2), esteso a tutti gli individui, in ogni paese e senza distinzione di rango tra la IV e V dinastia, contribuì ad accomunare le varie concezioni religiose.
Gli immensi cantieri approntati per erigere le piramidi più grandi accoglievano un’enorme quantità di persone proveniente dai luoghi più remoti del regno dando vita, per la prima volta nella storia dell’Egitto, ad un sentimento nazionale, piuttosto che regionale e originando, nello stesso tempo, un’intensa riflessione sull’estrema diversità delle dottrine che vi confluivano.
Secondo l’egittologo Bernard Mathieu, il mito di Osiride fu l’esito di una riforma politico-religiosa che ebbe corso tra la fine della IV e l’inizio della V dinastia. Realizzata secondo le disposizioni del clero di Heliopolis, non è da escludere che fu elaborata per rispondere all’interruzione dei grandi progetti edilizi della IV dinastia e anche per consolidare definitivamente il tessuto sociale. I testi e le iscrizioni dell’Antico Regno rivelano che i sovrani si ritrovarono simbolicamente a non essere più i detentori di Ma’at – il concetto di equilibrio e giustizia – che diventava proprietà esclusiva di Osiride. Il re ne restava il garante ma, come qualunque altro dei suoi sudditi, doveva agire in perfetto accordo con Ma’at. Pertanto, l’idea di giustizia e ordine sociale, smetteva di essere una sua prerogativa, per afferire alla sfera del divino. In questo modo essa divenne incontestabile, tanto più che il giorno della morte ogni individuo doveva renderne conto e comparire davanti al tribunale degli déi.
La rivalità tra Seth e suo fratello Horus, faceva chiaramente allusione alla figura di un usurpatore nei confronti della legittima eredità al trono. Dall’esito del loro scontro dipendeva il destino dell’Egitto dal momento che lo stravolgimento dell’ordine precostituito avrebbe inevitabilmente portato al caos (isefet). Di conseguenza, il rispetto della trasmissione del potere, assunse un ruolo centrale:
<< Così come il figlio ha protetto suo padre, così come Horus ha protetto Osiride, Horus ha protetto questo Pepi dai suoi nemici! Tu ti leverai, Pepi, protetto e dotato come un dio sotto lesembianze di Osiride, sultrono di Kenti Amenti, e farai ciò che egli faceva tra gli spiriti Akhu imperituri! E tuo figliosiederà sul tuo trono, rivestito della tua forma, e farà ciò che tu hai fatto prima, presiedendo ai viventi, secondo l’ordine di Ra, il grande dio.>> (Testi delle Piramidi 422 § 758-760)*
Al di là della parabola, il mito di Osiride determinava una serie di atteggiamenti da adottare affinché il defunto potesse accedere al paradiso. La sua vita nell’aldilà dipendeva dal buon funzionamento del culto e dal deposito delle offerte, pertanto il proprietario della tomba si impegnava durante la sua vita a realizzare tutto il necessario per la sua esistenza ultraterrena. Quest’ultima, però, non dipendeva unicamente da lui e dai preparativi nei quali si era impegnato; la lealtà e la devozione di Horus nei confronti del padre sottintendevano l’importanza e il ruolo che i discendenti dovevano attribuire alle cerimonie di ossequio e di offerta ai loro antenati (Immagini n. 3-4). In sostanza, il mito contribuiva a tenere unita la società attraverso un comportamento corretto nei confronti degli altri, sia dei vivi e che dei defunti.
Il proprietario di una sepoltura, avendone la possibilità, faceva incidere sulle pareti della sua tomba o della sua cappella dei testi che rivelassero l’irreprensibilità della sua esistenza e quanto le sue azioni fossero state degne di elogio. Lo stesso sovrano si premurava di descrivere sulle pareti della strada rialzata e del tempio le imprese che documentavano di essere stato all’altezza delle sue responsabilità sulla terra, sicché importanti episodi militari, commerciali o religiosi venivano riportati in una serie di grandi affreschi. Questa propaganda personale aveva lo scopo di ricordare ai viventi l’onorabilità o l’eccezionale levatura del defunto. In definitiva, era necessario non solo illustrare una vita degna che sarebbe stata giudicata da Osiride, ma anche suscitare interesse nel perpetuare il culto. Infatti, tra le iscrizioni ritroviamo, tra le altre, esortazioni a non dimenticare le cerimonie abituali:
<<Oh sacerdoti puri e sacerdoti funerari della piramide “ Nefer Isut Unas (Splendidi sono i luoghi di Unas)”, servitori del dominio del mio signore! Io sono Izi, uno di voi! Svolgete il servizio di sacerdote puro per Unas e Unas vi ricompenserà. Svolgete il servizio di sacerdote puro per lui e voi avrete sepoltura nella necropoli dopo aver passato gli anni di Imakhu. Donatemi acqua e pane che arrivino a me, Izi, perché io ero uno di voi, che lavorava nelle campagne e parlava con la parola, a mio padre Kaitepiti e a mia madre Setibi, poiché sono un abile scriba che conosce il rito: per chi darà l’acqua che ritorna, io supplicherò dove sono i suoi spiriti, e sarò il suo aiuto nel tribunale del grande dio>> (Tomba di Izi, Saqqara V dinastia, traduzione di Alessandro Roccati).
* Traduzione originale (in francese) di Bernard Matthieu
Si ritiene che i “Testi delle Piramidi” siano i più antichi testi religiosi esistenti al mondo ed Unas fu il primo sovrano a farli incidere e dipingere nei suoi appartamenti funerari (Immagine n. 1).
Sono ben undici le piramidi (di re e regine), ad oggi conosciute, in cui sono presenti; tutte sono ubicate presso Saqqara e databili alla fine dell’Antico regno (Immagine n. 2), ma la recente scoperta di un piccolo frammento di questi Testi, incisi nella piccola piramide di Hatshepset a Dashur dimostra che, sia pure in minor misura, fossero utilizzati anche durante il Medio Regno.
La complessità e la mole dei Testi delle Piramidi dimostrano che la loro comparsa non fu affatto improvvisa, ma al contrario, la loro elaborazione ed evoluzione dovette interessare un arco temporale di diversi secoli. La composizione rivela, in effetti, diversi stadi di mutazione della lingua, dalle espressioni più arcaiche a quelle più contemporanee alla V e VI dinastia. Alcune pratiche superate ed allusioni a culti primitivi, rafforzano questa impressione di antichità. I Testi erano indicati nell’antico egizio come <<I rotoli del dio>> e, di fatto, esisteva già uno <<scriba dei rotoli del dio>> durante la II dinastia citato, tra l’altro, negli stessi “Testi delle piramidi”.
Le formule erano di solito introdotte dall’espressione “Pronunciare le parole” il che lascia pensare che erano destinate ad essere lette ad alta voce – almeno fin quando non furono scolpite nella pietra – e tutta la litania di preghiere e rituali doveva essere celebrata il giorno dei funerali. É altresì probabile che, all’epoca dei predecessori di Unas, una versione vergata su rotoli di papiro venisse depositata nella camera funeraria. Disporre delle formule in forma scritta assicurava magicamente al sovrano di beneficiare delle azioni liturgiche e di disporre delle offerte nel caso in cui i suoi successori e i sacerdoti non avessero ottemperato ai loro compiti. In questo modo, qualunque fosse stata la situazione politica o le contingenze del suo culto funerario, il defunto poteva sperare di perpetuare la sua rinascita ciclica e dimorare a fianco degli déi.
L’aspetto ermetico è la caratteristica di tutti i rituali e la loro complessità è la garanzia della loro efficacia: è quindi naturale che i profani non trovino né coerenza, né logica nella maggior parte di questa raccolta, che sembra solo una successione infinita di protocolli misteriosi e formule di offerta. C’è voluto, infatti, oltre un secolo di ricerca e la sagacia di più di un egittologo per giungere ad una comprensione globale dei “Testi”e riuscire a metterne in luce la struttura e il significato sia da un punto di vista religioso, che dal punto di vista politico.
I “Testi delle piramidi” presentano una molteplicità di composizioni intimamente correlate, e spesso ridondanti, che include testi funerari, testi liturgici e formule di evocazione, disposte lungo le pareti degli ambienti funerari secondo un tipico percorso di lettura (Immagine n. 3).
Invocazioni, offerte e rituali vanno a costituire un articolato assieme di condotte da rispettare affinché il defunto possa realizzare la sua trasformazione in spirito akh. Resuscitato tra gli déi come akh, il sovrano poteva allora regnare a fianco delle “Imperiture”, le stelle circumpolari che “non tramontano mai” (Immagine n. 4).
<< Le porte del cielo ti si sono spalancate affinché tu possa accedervi grazie ad esse>> (Testi delle piramidi 374§ 659).
<< Tu ti ritaglierai il tuo posto in cielo tra le stelle celesti, perché tu sei l’ Astro Unico>> (Testi delle piramidi 245§ 251).
<< Elevati a capo delle Imperiture (le stelle circumpolari, che non tramontano)>> (Testi delle piramidi 666A§ 1926).
Dal punto di vista strettamente religioso, i Testi delle Piramidi combinano il nuovo ciclo di Osiride, che conduce il sovrano all’immortalità, con il tradizionale ciclo solare che organizza il percorso del re divinizzato nell’aldilà: egli accede al cielo come Osiride ed a fianco di Ra affronta e sconfigge le forze della notte per risorgere ogni giorno all’orizzonte (Immagine n. 1).
<<Oh Pepi, tu sei dipartito per divenire uno spirito akh e governare come un dio, come un sostituto di Osiride!
Tu hai il tuo ba dentro di te, tu hai il potere intorno a te! […]
Tu ascenderai presso tua madre Nut affinché prenda il tuo braccio e ti faccia strada verso l’Orizzonte, verso il luogo dove risiede Ra!
I battenti del cielo ti sono aperti, i battenti della Frescura ti sono aperti: troverai Ra in piedi ad attenderti per condurti alle Due Cappelle del cielo e collocarti sul trono di Osiride!>> (Testi delle piramidi 422§ 752-757).
La morte dunque, non è una fine:
<< Oh Pepi tu non sei partito morto, ma sei partito vivente.>> (Formula della grande partenza, Testi delle Piramidi 213 § 134)
<< Oh Pepi, tu sei partito per vivere, non per morire; sei partito per divenire un spirito akh a capo degli spiriti akhu, per divenire un potente a capo dei viventi, per divenire un ba vivente.>> (Testi delle piramidi 450§ 833).
Altre formule magiche, dette “formule d’esecrazione”, avevano lo scopo di dissuadere i profanatori, i malvagi, così come i calunniatori le cui parole non potevano che essere nefaste per la memoria del defunto:
<< Dire le parole: Osiride, cattura chiunque detesti Pepi o menzioni il suo nome in modo infame! Thot, vai, afferralo per conto di Osiride, vai a cercare chi evoca il nome di Pepi in modo malvagio e mettilo nelle tue mani!>> (Testi delle piramidi 23§ 16).
<< Chi oserà mettere le mani su questa piramide di Pepi e del suo ka […], la sua colpa sarà giudicata dall’ Enneade, egli non avrà beni, la sua casa non avrà beni: sarà maledetto ed il suo corpo divorato!>> (Testi delle Piramidi 534§ 1278-1279)*
Progressivamente, dalla fine dell’ Antico Regno fino a giungere al Medio Regno, i Testi delle Piramidi si evolsero nei Testi dei Sarcofagi (Immagine n. 2).
Questi ultimi venivano scritti ed illustrati sulle pareti del feretro, solitamente ligneo, mentre si ritornò, per quanto riguarda le piramidi, all’uso di lasciare gli appartamenti funerari completamente privi di iscrizioni. Solo i “pyramidion” riportavano ancora delle formule che indicavano la natura funeraria del monumento (Immagine n. 3):
<< Dire le parole: “Il ba del re dell’Alto e del Basso Egitto, Nimaatra (Amenemhat III), è più in alto di quello di Orione ed è ben disposto per la Duat. Ra ha posto il suo figlio di Ra, Amenemhat alla testa delle stelle del Nord. Neith è soddisfatta.>> (Facciata nord del“pyramidion” di Amenemhat III a Dashur).
* Traduzioni originali (in francese) di Bernard Mathieu
Parte quarta: il funzionamento del culto funerario
Alla morte del re si metteva in moto un complesso rituale funerario. Il corpo del defunto, veniva prima di tutto purificato e poi trasportato su un’imbarcazione dalla riva orientale a quella occidentale (il luogo dove era la necropoli): simbolicamente lasciava il mondo dei vivi per raggiungere quello dei morti (Immagine n. 1).
In una costruzione provvisoria, chiamata “tenda di purificazione” situata nelle vicinanze del tempio in valle, si preparava la salma per affrontare il processo di mummificazione. Ignoriamo quali fossero precisamente le tecniche di imbalsamazione durante l’ Antico Regno in considerazione del fatto che queste furono oggetto di continuo perfezionamento. La tradizione, molto più tardiva, descrive un processo che si protraeva per settanta giorni durante i quali la spoglia subiva una serie di trattamenti finalizzati ad assicurarne uno stato di preservazione tale che potesse accogliere il suo ba perl’eternità. In effetti, la sopravvivenza perpetua dello spirito del defunto era considerata per buona parte dipendente dallo stato di conservazione ottimale del suo corpo. Si procedeva dunque a rimuovere dal cadavere tutto ciò che fosse deperibile o che potesse corromperlo. Un ricchissimo complesso di formule e recitazioni liturgiche, accompagnava la procedura di mummificazione che, nel suo insieme, era sia un rituale, sia una tecnica in senso stretto. Attraverso l’imbalsamazione, così come era stato per Osiride, al defunto veniva concesso di recuperare ogni suo organo e di ripristinarne funzioni e vitalità.
Attraverso il naso, grazie all’utilizzo di strumenti specifici, si estraeva il cervello, dopodiché con un’ incisione sul fianco si proseguiva con l’asportazione degli organi interni. Il cuore, dopo essere stato accuratamente fasciato, veniva rimesso al suo posto, mentre le altre parti (fegato, polmoni, stomaco e intestini) pulite, purificate e avvolte in bende, erano deposte in quattro vasi canopi (Immagine n. 2).
Il corpo subiva un procedimento per disidratarlo e poi trattato per essere ammorbidito, unto, riempito e abbellito con vari prodotti al fine di ripristinarne la forma e l’aspetto umano. Infine, una sapiente e complessa fasciatura con bende di finissimo lino dava una forma definitiva alla figura. Vestita e adornata la mummia era, a questo punto, pronta per le esequie. Il corteo funebre entrava con il sarcofago nel tempio di accoglienza, poi proseguiva per la lunga strada rialzata dirigendosi verso la piramide, il luogo di sepoltura dove il sovrano avrebbe dimorato per l’eternità.
Gli enigmatici riti di apertura della bocca, degli occhi e delle orecchie, come attestato da documenti del Nuovo Regno, avevano luogo probabilmente all’ingresso della tomba (Immagine n. 3).
Anche in questo caso si trattava di un complesso rituale guidato da un sacerdote-lettore e da un sacerdote-sem, durante il quale la mummia veniva sollevata dalla bara e, accompagnati da recitazioni si eseguivano precisi gesti finalizzati a ridare magicamente vita al corpo. Infine, libagioni, offerte, ma soprattutto l’abbattimento di un bovino assicuravano il successo del rituale. Inoltre, secondo alcuni passaggi dei Testi delle Piramidi, anche il momento finale dell’inumazione era accompagnato da formule e offerte.
La documentazione pervenuta ci dice che il successo della rinascita ciclica ed immateriale del re era assoggettata a diverse condizioni, tra cui la necessità che il culto e le offerte fossero portate a compimento quotidianamente e che il corpo del sovrano avesse la capacità di resistere allo scorrere del tempo senza subire alcun degrado. Infine, la celebrazione perpetua del suo nome partecipava attivamente a rendere immortale la sua esistenza.
<< Il tuo nome vivrà sulla terra, il tuo nome sarà grande sulla terra, tu non perirai giammai, tu non scomparirai giammai, per tutta l’eternità>> (Testi delle piramidi 422§ 764).
La concezione egizia prometteva, dunque, una vita eterna nell’aldilà (Immagine n. 1) che, paradossalmente, rischiava in qualunque momento di interrompersi in quanto strettamente legata sia alla devozione dei sacerdoti sia a quella dei figli nei confronti del genitore defunto.
In definitiva, l’immortalità del re si basava sulla legittimità dei successori e sulla fedeltà dei funzionari nei suoi confronti. Era quindi di estrema importanza non inimicarsi alcuno di loro, anche se ciò imponeva di rafforzare continuamente i legami prima della “grande partenza”, soprattutto con i secondi, il cui status e le cui prerogative erano tutt’altro che ereditarie. Appare ovvio che un tale contesto di incertezza non poteva che generare un permanente senso di angoscia in chi fosse impegnato a preparare la sua vita oltremondana. Ciò chiarisce perché, sotto la V e la VI dinastia, fosse nell’interesse del sovrano concedere esenzioni fiscali alle città piramidali, che erano i luoghi di residenza dei sacerdoti legati ai culti funerari reali.
La comunità coinvolta nel servizio clericale era riuscita nel corso dei secoli a sviluppare, e a rendere indispensabile, un complesso insieme di rituali e di offerte generose che, attraverso un rapporto di causa ed effetto, erano in grado di garantire la continuità delle loro attività e dei benefici che ne derivavano. Viene da chiedersi se la comparsa dei Testi(Immagine n. 2) nelle piramidi riflettesse la preoccupazione del sovrano per questa dipendenza, oppure, fosse un modo per evitarla, senza nulla togliere al personale coinvolto.
A dispetto delle apparenze, un complesso funerario piramidale costituiva molto più di una sepoltura e di uno strumento per assicurare al re la sua vita eterna. Grazie agli archivi di Neferirkare, rinvenuti presso Abusir, sappiamo che esso rappresentava l’elemento centrale di una rete economica che coinvolgeva un gran numero di persone. Durante la sua vita, il re stabiliva dei domini per l’agricoltura e l’allevamento del bestiame al fine di fornire le offerte per il culto che gli sarebbero state devolute dopo sua morte; vi si coltivavano cereali e raccoglievano frutti, vi si allevavano bovini e volatili. Tutto quanto si produceva transitava successivamente per la residenza ed immagazzinato da una sorta di dipartimento del Tesoro. La vigilanza ed il rigore degli scribi di questa amministrazione erano di grado così elevato da permettere una contabilità ed una redistribuzione infallibile dei prodotti. Di volta in volta questi ultimi venivano caricati su un’imbarcazione e inviati, attraverso la rete di canali, presso la necropoli dove, all’altezza del tempio di accoglienza, era presente un molo di attracco. Il trattamento, la trasformazione e la preparazione degli alimenti aveva luogo per lo più nelle vicinanze dell’edificio e solo in piccola parte al suo interno. Dopodiché venivano poste sotto attenta sorveglianza in attesa di essere offerte al re defunto durante i riti giornalieri e delle grandi festività, al termine dei quali le offerte venivano acquisite e spartite tra i membri del personale a guisa di salario. Un papiro del Medio Regno, scoperto a Kahun, la città del Fayum dove sorge la piramide di El-Lahun eretta da Sesostri II (Immagini n. 3-4), descrive le parti di offerte distribuite mensilmente agli addetti in funzione del loro grado e della loro posizione:
Servitori del dio: 10 parti
Prete lettore capo: 6 parti
Prete lettore: 4 parti
Responsabile delle philai: 3 parti
Tre preposti alle libagioni: 2 parti ciascuno
Due sacerdoti-puri addetti al culto delle statue: 2 parti ciascuno
Durante l’ Antico ed il Medio Regno la classe sacerdotale era relativamente ristretta. Le posizioni del personale funerario erano in gran parte occupate a tempo parziale da funzionari e dignitari le cui attività principali erano ben diverse. Solo qualche sacerdote era impiegato a tempo pieno al fine di sorvegliare sul corretto svolgimento dei servizi.
Nell’ Antico Regno, il personale era suddiviso in cinque philai (gruppi) di due divisioni. Ogni divisione contava una decina di persone che lavoravano per trenta giorni su un ciclo di dieci mesi, dopodiché ritornavano alle loro occupazioni principali. La traduttrice degli archivi funerari di Neferirkare, Paule Posener-Kriéger, ha stimato in 250-300 unità il numero effettivo totale per anno e solo venti persone che lavoravano simultaneamente. Tutto ciò riguarda, beninteso, il solo personale del tempio funerario. A questo, per avere un quadro completo del personale umano impegnato, bisogna aggiungere quello della città della piramide, quello dei possedimenti agricoli ed il corpo dei funzionari che gestivano l’istituzione dalla A alla Z, per un totale che superava facilmente il centinaio di individui impiegati stabilmente. Se poi consideriamo i complessi funerari dei predecessori operanti nello stesso periodo, a partire da Djoser, a cui si aggiungono i templi solari della V dinastia, ci troveremmo di fronte a un vero e proprio esercito dedicato unicamente al culto dei morti.
Il tempio aveva un’organizzazione molto precisa e rigorosa. Al vertice vi erano i “servi del dio” , assistiti dai sacerdoti “uab” (ossia, puri) che maneggiavano gli oggetti di culto, ma non erano autorizzati alla distribuzione delle offerte. Seguivano i “sacerdoti lettori” che, da perfetti conoscitori dei riti e delle pratiche, avevano il compito di recitare le formule. Infine, l’accesso da e verso il tempio era regolato e autorizzato giorno e notte da “guardie” che si alternavano in turni per espletare il loro servizio.
La comunità della “città della piramide” era per lo più costituita da individui che, grazie alla documentazione pervenutaci, conosciamo sotto il nome di “Khentiu-She”. I loro compiti potevano essere i più disparati, ma sempre intimamente correlati al buon funzionamento del dominio funerario. Alcuni di loro assistevano i “servi del dio”, in quanto preposti alle offerte e al trasporto delle effigi.
Le tabelle dei servizi e gli inventari registrati sui papiri scoperti ad Abusir ci permettono di ricostruire a grandi linee il susseguirsi delle operazioni quotidiane del tempio (Immagine n. 1) .
Ogni mattino, le cure erano incentrate sulle cinque statue reali collocate nella parte più intima del tempio; per ciascuna di esse si provvedeva a rimuovere il sigillo, slegare le corde, tirare il chiavistello e finalmente aprire i due battenti della nicchia che la conteneva. A questo punto, in un tripudio di formule recitate a voce alta, si procedeva ad offrire una stoffa alla statua e ad ungerla con oli profumati (merehet). Una volta compiuto il rito si ripristinava il tutto con la chiusura e sigillatura della doppia porta.
Mattino e sera, si accedeva alla sala delle offerte recando delle piccole tavole per adagiarvi le oblazioni. Queste, collocate di fronte alla stele falsa-porta, che collegava magicamente questo ambiente alla tomba, permettevano al ka del defunto di nutrirsi del cibo che gli era stato presentato. Tutto il cerimoniale era accompagnato da preghiere e gesti rituali rigorosamente codificati. Successivamente due servitori provvedevano a sgombrare le suppellettili, mentre un altro riponeva il rotolo di papiro in un’apposita cassetta. Si procedeva quindi al rito finale di purificazione, seguito da quello di saluto utilizzando quattro brocche riempite d’acqua mista a natron. Si eliminava l’acqua presente e non più pura attraverso il sistema di drenaggio, dopo di che si procedeva a versare quella contenuta nei quattro vasi intorno alla piramide. Infine, le offerte venivano messe a disposizione del ka del sovrano nella cappella adiacente alla parete nord della piramide (Immagine n. 2).
Ricorrenze mensili ed annuali, tra le quali rivestivano particolare importanza la festività lunare, quella di Sokar, di Hathor, degli emblemi divini o, ancora, quella di Min, rompevano la routine quotidiana. Ciascuna, infatti, aveva un suo protocollo specifico e necessitava di una notevole quantità di oggetti di lusso che erano custoditi nei magazzini del tempio.
Fonti:
Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”
Marinus Ormeling, Leiden University, in Mastaba S3038 at Saqqara: a new perspective on old data
A questo punto, è opportuno affrontare il problema sulle reali conoscenze tecniche degli egizi. Sull’argomento si sono versati fiumi di inchiostro e avanzate le teorie più disparate, dalle più plausibili a quelle più astruse e sensazionalistiche. In realtà, la documentazione in merito di cui disponiamo ad oggi è piuttosto limitata, ma le scoperte nella terra dei faraoni sono all’ordine del giorno e, molto probabilmente le ricerche, condotte in modo rigorosamente scientifico, permetteranno di comprendere in maniera sempre più approfondita e precisa le metodologie progettuali e costruttive adottate in un passato così remoto.
Gli scribi egiziani si sono certamente affidati alle loro conoscenze geometriche e matematiche per progettare e sviluppare un’architettura così grandiosa. Estremamente pratici e concreti, non sembra nutrissero una particolare propensione per l’astrazione. Probabilmente, riferendosi a questo popolo di costruttori e agricoltori, inquadrato in un sistema amministrativo rigoroso, è decisamente più appropriato parlare di matematica applicata. La scarsa documentazione giunta sino a noi, cui accennavo in precedenza, è sicuramente da attribuirsi all’estrema fragilità del papiro ed è un caso davvero fortunato che alcune raccolte, come il papiro Rhind (Immagine n. 1) e quello di Mosca (Immagine n. 2), abbiano potuto resistere alle ingiurie del tempo.
Si tratta di due esemplari che datano alla fine del Medio Regno ed entrambi comprendono una serie di esercizi, principalmente di natura contabile e geometrica, che trovavano larga applicazione pratica nella vita quotidiana. Da soli costituiscono la stragrande maggioranza del corpo dei problemi matematici egizi che ci sono noti, dalle origini al Nuovo Regno. Vi sono esposti numerosi enunciati seguiti dalle relative soluzioni e sei di essi sono relativi a problemi legati alle piramidi.
Immagine n. 2 Papiro di Mosca (particolare). Denominato in origine papiro di Golenischev, in onore del suo primo possessore, fu ceduto al governo russo nel 1912. E’ conservato presso il Museo Puškin delle belle arti di Mosca, catalogato con il n. 4576. Il papiro non è giunto fino a noi integro. In tutto si conservano nove piccoli frammenti della parte iniziale ed un segmento più lungo. Quest’ultimo è stato tagliato, in epoca moderna, in 11 fogli di larghezza variabile dai 64 ai 33,5 cm. La lunghezza totale del papiro è di 544 cm, e l’altezza di 8 cm. E’ scritto in ieratico ed è stato datato, con metodo paleografico, attorno al 1850 a.C. Si tratterebbe, in tal caso, del più antico testo matematico egizio ad oggi noto. Conserva 25 problemi, alcuni dei quali purtroppo illeggibili, o di difficile interpretazione. Spicca tra tutti Il problema n. 14, in cui è illustrata la procedura per calcolare il volume di un tronco di piramide a base quadrata. (Fonte: Alice Cartocci, la Matematica degli antichi egizi – I papiri matematici del Medio Regno, Firenze University press. Immagine reperita in rete)
Anche se molto posteriori alla IV dinastia, alcune affermazioni si riferiscono ai calcoli della pendenza delle facce di una piramide (il seqed), le cui caratteristiche sono tipiche di quell’epoca. In particolare, il problema n. 56 del papiro Rhind ha la finalità di determinare il seqed di una piramide di 250 cubiti (131 metri) di altezza e di 360 cubiti (188,64 metri) di lato di base. La soluzione riporta il risultato di 5 palmi e 1/25 (vale a dire, un’inclinazione equivalente a 54°15’). Sono valori che si approssimano in maniera estremamente rimarchevole per dimensioni e proporzioni a quelli della Piramide romboidale di Dashur (IV dinastia) allorché la costruzione era ancora al suo secondo stadio. I dati relativi ai problemi n. 57 e 58, sono invece del tutto identici alle dimensioni della piramide di Userkaf a Saqqara (V dinastia). Questo parallelismo indica, con tutta probabilità, un chiaro legame tra l’architettura dell’ Antico Regno ed i problemi matematici della fine del Medio Regno dal momento che nessun monumento di quest’ ultimo periodo offre un possibile paragone. Tutto ciò lo si può spiegare solo ammettendo una fonte documentaria che si è protratta per diversi secoli, ma della quale purtroppo non rimane nulla.
MISURAZIONI E PENDENZA (SEQED)
L’unità di misura utilizzata dagli antichi egizi per il progetto dei loro edifici era il “cubito reale” e i suoi sottomultipli, il palmo e le dita. Un cubito reale era equivalente a 7 palmi, ovvero 28 dita. Non utilizzavano gli angoli, così come li conosciamo, per esprimere un’inclinazione. Si avvalevano di un rapporto di pendenza in cui la differenza di livello era sempre fissata a un cubito (ossia 7 palmi). Il seqed era il denominatore di questo rapporto che si esprimeva attraverso una misura di lunghezza. Ad esempio, il seqed di un angolo di 54°27’ corrispondeva a 5 palmi; Il seqed di 42°5’ a 1 cubito e 3 dita (ovvero 7 palmi e 3 dita) ecc. (Immagine n. 3).
A causa della mancanza di documentazione coeva, è fiorita tutta una letteratura sulle presunte proprietà matematiche delle piramidi e l’immaginazione, più che la ragione, ha dato la stura ad ogni sorta di divagazione. Così, saltano fuori presunte relazioni geometriche celate nell’architettura della Grande Piramide di Cheope (chissà perché sempre e solo in quella, come se fosse l’unica esistente in Egitto!) in cui il numero aureo ϕ, oppure π occupano un ruolo preponderante.
I documenti di cui siamo in possesso non fanno alcun accenno, sia pure vago, a π: certamente non era noto, né impiegato dagli egizi almeno fino alla fine del Medio Regno. Ciò, d’altra parte, non deve essere interpretato come la prova di una scienza rozza e primitiva. Gli scribi avevano semplicemente trovato un diverso, semplice modo per calcolare l’area di un cerchio, avendo notato che essa corrispondeva (all’incirca) a quella di un quadrato avente i lati più corti di un nono rispetto al diametro. E’ un procedimento del tutto differente, ma altrettanto efficace per le loro esigenze. Il risultato era un poco diverso in quanto equivalente a quello ottenuto applicando un valore di π pari a circa 3,16. (Immagini n. 4-5)
Calcoliamo, ad esempio, l’area di un cerchio avente diametro 10 cm. (ossia una raggio pari a 5 cm.)
Applicando la formula che ci è nota fina dalle scuole elementari abbiamo: πrr= 3,14×25= 78,50 cmq
Utilizzando il metodo degli antichi egizi abbiamo: (10-10/9)x(10-10/9)= (10-1,11)x(10-1,11)= 8,89×8,89= 79,03 cmq.
L’irrazionalità del valore di π è stata stabilita solo in epoca moderna, pertanto l’importanza quasi metafisica che oggigiorno gli viene attribuita da taluni non aveva alcuna ragione di esistere nelle scuole greche, né tantomeno, e a maggior ragione, in quelle degli egizi dell’ Antico Regno, che addirittura ne ignoravano l’esistenza.
Quanto al numero o sezione aurea ϕ, nessun documento ci autorizza a pensare che, all’epoca, se ne avesse una sia pur vaga nozione. Come per π, si tratta di una coincidenza fortuita scaturita dalla scelta di un semplice rapporto di pendenza per controllare l’inclinazione delle facce. Appare ovvio che i “mistici” che vedono la piramide di Khufu come un monumento unico che concentra gli elementi di una conoscenza superiore e nascosta si sbagliano nel considerarla sotto questa luce. La sua pendenza trae origine dalla piramide, eretta a Meidum, dal padre Snefru, edificio che è il risultato di due modifiche successive rispetto al progetto iniziale.
E che dire delle svariate figure geometriche che secondo alcuni sono alla base della planimetria interna degli edifici e la cui complessità “alchemica”, indizio lampante di schemi “rivelati”, ha un senso unicamente per quegli autori ostinatamente convinti di averne ricavato la prova di un sapere dimenticato o di un messaggio nascosto? In realtà, le piramidi si avvalevano di pendenze semplici e variabili e le correlazioni tra figure geometriche e schemi architettonici sono di scarsa utilità dal momento che non è possibile farsene un’idea senza il ricorso ad un massiccio impiego di ipotesi.
ORIENTAMENTO E CONOSCENZE ASTRONOMICHE
Come per la matematica, ciò che sappiamo in merito alle conoscenze astronomiche lo si apprende da fonti più tarde (posteriori al Secondo Periodo Intermedio). Tuttavia, i collegamenti tra le piramidi e le osservazioni della volta celeste non sono, per questo, da scartare. Si sa che, durante l’Antico Regno, l’orientamento degli edifici ha costantemente come riferimento il nord e punta verso la regione circumpolare dell’emisfero boreale. Gli studiosi concordano pressoché unanimemente sul significato religioso di questa disposizione che avrebbe permesso all’anima del sovrano di ricongiungersi con le stelle che “non tramontano mai”. Inoltre, testi di epoca tarda descrivono tradizionali cerimonie di fondazione durante le quali il posizionamento di un monumento, in base alla posizione degli astri, giocava un ruolo di grande importanza (Immagine n. 6). È senza dubbio durante il rituale della “tensione della corda” che venivano gettate le fondamenta di una piramide, prestando particolare attenzione a orientarla secondo i quattro punti cardinali.
Nessun documento ci è pervenuto, al momento, che possa fornirci chiarimenti sui metodi impiegati. A causa della precessione degli equinozi, la Stella Polare, agli inizi dell’ Antico Regno, non era quella a cui ci riferiamo oggi (Alpha dell’ Orsa Minore), ma un punto del cielo situato a meno di 2° da Thuban (la stella Alpha della costellazione del Dragone). Questa stella era quindi troppo lontana per fornire un risultato soddisfacente in relazione alla precisione osservata (Immagine n. 7).
Immagine n. 7 La stella Thuban della costellazione del Dragone si trovava, all’epoca della costruzione delle piramidi, spostata di circa 2° rispetto al nord (Immagine reperita in rete)
I ricercatori, che si sono interessati al problema dell’orientamento, hanno proposto svariate tecniche verosimili che avrebbero permesso di determinare con precisione la direzione del nord utilizzando i mezzi dell’epoca. Una di queste suggerisce una meticolosa osservazione notturna della posizione degli astri. Determinando la levata ed il tramonto di una stella, gli egizi avrebbero potuto ottenere l’esatta direzione del nord. Era però necessario ricreare una linea dell’orizzonte perfettamente orizzontale per godere di condizioni di osservazione ottimali.
In tempi più recenti, Kate Spence ha evidenziato un’evoluzione lineare delle differenze di orientamento nelle piramidi erette tra la IV e l’inizio della V dinastia che l’ha portata a concludere che gli architetti avevano utilizzato la volta stellata come punto di riferimento. Un indicatore che, con il passare dei decenni, si è prima avvicinato al polo e poi, in modo sempre più consistente, vi si è rapidamente allontanato a causa della precessione degli equinozi. Secondo l’egittologa britannica, i geometri, muniti di filo a piombo, avrebbero scelto di prendere come punto di riferimento le stelle Mizar (Orsa maggiore) e Kochab (Orsa Minore), aspettando che si allineassero verticalmente (Immagine n. 8).
All’epoca il polo celeste corrispondeva all’allineamento dei queste due stelle e, pertanto, è probabile che gli egizi lo individuassero in questo modo. Con il progressivo spostamento dell’asse di rotazione terrestre e l’allontanamento di questi due astri dal polo, il margine di errore sarebbe divenuto sempre più ampio e reso i riferimenti inadeguati.
Il nord avrebbe anche potuto essere determinato attraverso osservazioni diurne, contrassegnando, su un suolo perfettamente livellato, le ombre proiettate da una pertica in momenti opposti della giornata (levata e tramonto del sole). La bisettrice dell’angolo che veniva a formarsi avrebbe indicato la direzione (Immagine n. 9).
Oltre a orientare la piramide, la fase preparatoria consisteva nel tracciarne i confini, stabilirne gli angoli e livellare la piattaforma su cui doveva essere eretta. I geometri e gli agrimensori egizi hanno dimostrato anche in questo caso tutta la loro abilità, poiché gli angoli retti della Grande Piramide sono pressoché perfetti, con uno scarto medio di 3’38″ e il dislivello della base fa segnare uno stupefacente valore di soli 2,10 centimetri!
La perfetta orizzontalità dei lati, con molta probabilità, fu ottenuta mediante un piano di riferimento rigorosamente livellato e punti di riscontro situati ai quattro angoli della struttura. Confrontandoli l’uno rispetto agli altri, permise di allinearli, asportando gradualmente il suolo roccioso fino ad ottenere una superficie del tutto piana. La geometria dell’epoca permetteva sicuramente di risolvere il problema della perpendicolarità degli angoli, anche se la presenza dell’enorme massa rocciosa impediva, ovviamente, di avvalersi del tracciamento delle diagonali. Ci si poteva,pertanto, basare unicamente su misure prese lungo il perimetro esterno. Intorno alle piramidi di Khufu e Khaefra furono scavate buche circolari o quadrate per ospitare dei marcatori distanziati di 3-5 metri. Questi fornivano un grosso riferimento nel mantenere la linearità dei lati, ma è probabile che giocassero un ruolo altrettanto importante nel tracciamento di angoli perfettamente ortogonali (Immagine n. 10).
Gli egizi dimostrano di avere avuto una buona conoscenza del comportamento delle strutture, sia in termini di resistenza dei materiali sia nello studio della loro stabilità. Questo è senz’altro uno degli aspetti più rivoluzionari e sorprendenti che si riscontrano nella loro architettura. Le tecnologie che misero a punto suscitano enorme ammirazione soprattutto in considerazione dei rudimentali mezzi di cui disponevano e della limitatezza delle loro conoscenze teoriche. Queste conquiste furono il risultato di un percorso empirico e pragmatico intrapreso da tecnici tenaci e desiderosi di vincere la sfida posta dal sovrano e dai suoi architetti, mentre la mancanza di basi scientifiche fu compensata dalle ampie risorse messe a loro disposizione.
Alcuni componenti dell’edificio furono progettati e realizzati prima di essere trasferiti in cantiere: è il caso, ad esempio, delle volte e delle coperture su cui si sarebbe retto l’equilibrio della distribuzione interna (Immagine n. 11).
Altrettanto si può dire dei sistemi di bloccaggio e sigillatura delle tombe che, senza alcun dubbio, venivano sperimentati in precedenza, così come sembrerebbe dimostrare il sistema di passaggi in miniatura (la cosiddetta “maquette”) scoperto nei pressi della Grande Piramide* (Immagini n. 12-13).
Quando gli egizi decisero di innalzare questi edifici, dovettero, al contempo, elaborare un’architettura in grado di sfidare il tempo. I primi stadi della piramide di Djoser a Saqqara, rivelano che fu durante la sua costruzione che fu inventata la struttura a “piani rovesciati”. I muri con fianchi inclinati esistevano già da lungo tempo, ma, evidentemente, furono ritenuti insufficientemente stabili per utilizzarli in questo tipo di monumento. La piramide a gradoni è costituita da un tronco centrale il cui profilo è simile alla muratura con pareti inclinate, ma con le basi inclinate verso il centro invece che essere orizzontali. A questo tronco sono addossati contrafforti avvolgenti montati allo stesso modo. Gli sforzi si trasmettevano così verso l’interno dell’edificio e comprimevano gli elementi della costruzione impedendo che potessero scivolare verso l’esterno. I blocchi che compongono l’edificio sono squadrati, ma le facce sono solo approssimativamente verticali.
In seguito, quando si decise di posare le pietre in corsi orizzontali, si capì chiaramente che i basamenti dovevano essere perfettamente piani per non comprometterne la stabilità. Fu necessario neutralizzare il rischio di assestamenti localizzati e di scivolamento laterale della muratura (Immagine n. 14).
La piramide di Meidum evidenzia molto bene la differenza qualitativa della muratura tra le sezioni interne, dove si riscontrano notevoli differenze di livello, e quelle dell’involucro esterno, dove le fondazioni sono livellate con un errore di soli 8,30 centimetri. Le ragioni del passaggio da una piramide a gradoni con corsi rovesciati ad una a facce lisce con corsi orizzontali sono, probabilmente, sia di natura tecnica, sia religiosa; ancora però non è chiaro in quale misura l’una sia in relazione o prevalga sull’altra. E’ però ipotizzabile che l’impiego di blocchi sempre più voluminosi abbia costretto i direttori dei lavori a rinunciare all’inclinazione verso l’interno dei piani di posa.
Lo studio dei comportamenti di un edificio ci ha permesso di comprendere che i costruttori impararono presto a non preoccuparsi troppo delle crepe che comparivano durante l’ edificazione. I massicci architravi che coprono i corridoi sono molto spesso fratturati, ma questo non impedì agli egizi di metterli ugualmente in opera. Del resto, portarono a compimento l’erezione della piramide romboidale di Dashur-Sud, nonostante i grandi cambiamenti strutturali che intervennero ben prima della fine del progetto. Questo dimostra che avevano la capacità di valutare l’incidenza dei danni e dei sommovimenti della struttura e di decidere di conseguenza sulle azioni da intraprendere.
*I corridoi del cosiddetto “Passaggio di prova” sono quasi identici, per sezione e orientamento, ai corridoi della Piramide di Khufu, solo in scala ridotta di circa 1:5. Inoltre, sono stati realizzati gli incavi per la copertura delle tavole, il che fa supporre che la funzionalità dei blocchi di chiusura sia stata testata sul modello. All’estremità inferiore del passaggio sud è stata lasciata una piccola sporgenza di roccia, che doveva impedire ai blocchi di chiusura di scivolare nel passaggio in uscita, in modo che rimanesse possibile per i sacerdoti lasciare la piramide dopo la sepoltura e la chiusura. Questo elemento di chiusura non è stato adottato nella struttura originale. Al contrario, la navata fu resa più stretta di 2 cm, in modo che i blocchi di chiusura si bloccassero in questo punto. Questo è visibile ancora oggi su due blocchi originali.
Gli architetti di questa struttura hanno imitato il corridoio discendente, il corridoio ascendente, la parte inferiore della Grande Galleria e anche il corridoio orizzontale che conduce alla Camera della Regina. Questo sistema fu scoperto da Vyse e Perring e da questi esaminato e rilevato. Quando, nel 1990, l’altopiano orientale della Piramide di Khufu è stato ripulito dalle macerie e dalla sabbia, anche il modello di “passaggio di prova” è stato riportato alla luce. (Fonte: https://nefershapiland.de/Cheops-Pyramide.htm)
Fonte: Franck Monnier “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”, pag.209
Il sito di Heit el-Ghurab rivela un nuovo volto, la città portuale perduta delle piramidi.
Durante la stagione 2013 Mark Lehner (Immagine n. 1) e i membri del team AERA si sono presi una pausa dagli scavi sul campo per una sessione di studio. E’ stata l’occasione per riconsiderare la massa di dati provenienti dal sito della Città Perduta delle Piramidi, nota come Heit el-Ghurab (vedi “Il quartiere degli operai” https://laciviltaegizia.org/…/lorganizzazione-dei…/), nel contesto più ampio dell’Egitto dell’Antico Regno e del suo III millennio a.C. (Immagine n. 2).
È emersa una nuova ipotesi di lavoro: oltre che di una città operaia, il sito e il suo complesso di gallerie potevano far parte di un importante porto del Nilo, con bacini, banchine di carico, depositi di legname, magazzini e forse anche cantieri navali. Il complesso della Galleria ospitava i membri delle spedizioni che portavano merci dal Levante a nord e da Assuan a sud, oltre a materiale da costruzione proveniente dalle cave e a derrate alimentari prodotte da fattorie e allevamenti di tutta la Valle del Nilo e del Delta (Immagine n. 3).
Sappiamo che la necropoli di Giza fungeva da magica città portuale per l’Aldilà. Imbarcazioni sepolte accanto alla piramide di Khufu e grandi fosse modellate in questa forma o contenenti vere e propri navi funerarie in legno, presso la piramide di Khafre e la tomba della regina Khentkawes, erano destinate a trasportare i sovrani defunti nell’oltretomba. E’ ipotizzabile che un vero e proprio porto doveva trovarsi nelle vicinanze, per trasportare sia le enormi quantità di materiali e rifornimenti utilizzati per la costruzione, sia la manodopera necessaria per i tre complessi piramidali di Giza nell’arco di un periodo di circa 80 anni. Anche solo per questo motivo, ci si dovrebbe aspettare un importante porto sul Nilo, l’equivalente dell’Antico Regno di installazioni portuali come Tell el-Daba e Memphis durante il Secondo Periodo Intermedio e il Nuovo Regno.
Ci sono evidenze di un porto artificiale a Giza; i carotaggi effettuati mostrano quello che potrebbe essere un enorme scavo effettuato attraverso gli strati naturali di limo del Nilo e di scorie sabbiose provenienti dagli uadi del deserto. Qui, per creare un bacino portuale, i costruttori di piramidi potrebbero aver scavato in profondità nella piana del Nilo.
Sembra ovvio che un porto a Giza fosse essenziale per la costruzione delle piramidi. Considerato il grande peso dei blocchi di granito e calcare, che venivano trasportati via nave sul Nilo, è del tutto plausibile che fossero scaricati il più vicino possibile ai cantieri. Il massiccio muro di pietra del Corvo (Heit el-Ghurab), che si estende per 200 metri a est della scarpata (o pendio) tra l’altopiano di Giza e il basso deserto e la piana alluvionale, costituiva il limite meridionale di una zona di consegna di fronte al Tempio a Valle di Khafre e alla Sfinge. L’insediamento di Heit el-Ghurab si trovava direttamente a sud, e si estendeva per almeno altri 150 metri più ad est su uno sperone di deserto basso, similmente agli insediamenti peninsulari del porto di Tell el-Daba.
E’ noto che gli Egizi dell’Antico Regno trasportavano via mare anche grandi quantità di legname, olio d’oliva e probabilmente vino e resina dal Levante, la regione che si affaccia sull’estremità orientale del Mediterraneo, e vi sono prove che alcuni di questi prodotti finirono a Heit el-Ghurab. Gli specialisti che analizzano il materiale nel laboratorio sul campo a Giza hanno identificato pezzi di ceramica e legno levantini nei campioni di carbone raccolti nel corso degli anni. Sebbene la necessità di una grande struttura per ricevere le forniture edilizie fosse ovvia, l’osservazione di tutti questi prodotti importati ha fatto nascere l’ipotesi del porto.
La via di Byblos nell’Antico Regno
La ceramista dell’AERA Anna Wodzińska ha identificato vasi di ceramica “pettinata” (Immagine n. 4) prodotti nel Vicino Oriente, tra quelli presenti in grande quantità a Heit el-Ghurab. In totale sono stati rinvenuti 18 cocci. Il nome deriva dalla sua decorazione: i produttori hanno striato o increspato la superficie come se avessero utilizzato pettine. Durante il Bronzo Antico III (epoca corrispondente all’Antico Regno), i vasai realizzarono questo tipo di ceramica in tutto il Levante, ma non in Egitto. Gli egiziani, tuttavia, importavano questo tipo di vasi, senza dubbio per il loro contenuto.
Gli archeologi che operano nei siti ad est della sponda orientale del Mediterraneo considerano queste giare, dotate di manici ad anello, come “contenitori per il commercio marittimo”, prodotti dai vasai già dalla prima età del bronzo, adatti “ai rigori del trasporto” e ai “lunghi periodi di tempo in mare”.
In Egitto gli scavatori hanno trovato la maggior parte di queste giare nelle tombe a mastaba di alti personaggi del cimitero reale accanto alle piramidi di Giza, Meidum e Dahshur. L’importazione di questi vasi raggiunse il picco massimo nella IV dinastia, proprio nel periodo in cui la popolazione occupava l’insediamento di Heit el-Ghurab.
Qualunque cosa contenessero le giare (molto probabilmente resina, vino o olio d’oliva) era preziosa e valeva la pena di percorrere centinaia di chilometri per venirne in possesso. Nel Levante, l’associazione di queste giare con le attrezzature per la produzione di olio d’oliva – bacini di calcare, presse, focolari e grandi tini di ceramica – fa preferire l’ipotesi di contenitori per questo prodotto. Ulteriori prove a Heit el-Ghurab lo confermerebbero. L’analista del legno del team, Rainer Gerisch, ha identificato pezzi di ramoscelli di ulivo bruciati in diverse aree del sito. Questi frammenti potrebbero essere stati trasportati con le spedizioni di olio come una sorta di materiale da imballaggio inserito tra le giare. Curiosamente, provenivano dal complesso delle gallerie (un insieme di quattro blocchi di strutture allungate) e dalle aree industriali adiacenti. Se le gallerie servivano da baraccamenti per i lavoratori più umili, c’è da interrogarsi sulla presenza di queste costose importazioni in tali strutture.
Attraverso l’analisi petrografica, Mary Ownby ha rintracciato l’origine della “ceramica pettinata” di Heit el-Ghurab nella regione di Byblos, un importante porto antico a nord dell’odierna Beirut. Come centro di smistamento durante l’Antico Regno e anche successivamente, Byblos raccoglieva le merci da siti più piccoli dell’entroterra e dell’altopiano, diventando la principale potenza portuale del Mediterraneo orientale. A causa della preponderanza di prove del commercio tra Byblos e l’Egitto nell’Antico Regno, gli studiosi hanno coniato il termine “Via di Byblos”. Essi suggeriscono che i corrispondenti porti di destinazione dovevano trovarsi da qualche parte sul Nilo.
La presenza del cedro
Forse la motivazione più convincente che mosse i costruttori di piramidi a spingers a Byblos fu quella di procurarsi il legname, soprattutto i favolosi cedri del Libano. Potevano, inoltre, rifornirsi di cipressi, pini e querce, che non crescevano in Egitto, una terra con scarsa copertura arborea e limitata varietà di legni autoctoni.
Lavorando metodicamente su migliaia di pezzi di carbone, probabilmente resti di combustibile, raccolti dai nostri scavatori nei depositi della Città Perduta, Rainer Gerisch ha scoperto che si tratta per lo più (93,3%) di acacia del Nilo locale. Ma, oltre a quello d’ulivo, in quasi tutte le aree di scavo sono stati rinvenuti altri legni di importazione: cipresso, pino e quercia; Il cedro, però, costituiva la presenza più abbondante. Si è rintracciato, infatti, in ogni parte della Galleria III (Immagini n. 5a-5b), scavata nel 2002, e con una frequenza relativamente alta in altri scavi del Complesso.
Sappiamo che il cedro era usato per la costruzione di navi (Immagine n. 6), per le porte dei palazzi e per le alte travi utilizzate come ossatura nell’ edificazione delle piramidi. A questo punto viene quasi spontaneo domandarsi per quali ragioni si sia bruciata questa preziosa essenza nei focolari .
Immagine n. 6 A destra, rivestimento dello scafo di un’imbarcazione di legno; particolare di una scena della tomba di Ti a Saqqara (V dinastia). Gli uomini in piedi nella nave usano martelli a due impugnature simili a quelli trovati nel sito di Heit el-Ghurab (Da H. Wild, Le Tombeau de Ti, Fascicule II, Institut Français d’Archéologie Orientale, Cairo, L. Épron, F. Daumas e G. Goyon, 1953, tavola CXXIX).
Per trovare indizi che possano aiutare a rispondere a questa domanda ci rivolgiamo ai porti faraonici recentemente scavati sulla costa occidentale del Mar Rosso a Mersa Gawasis, Ayn Soukhna e Wadi el-Jarf. Tutti e tre i siti comprendono strutture industriali e altri insediamenti, nonché gallerie lunghe e strette scavate nella roccia e utilizzate sia come deposito che come abitazione. Una missione franco-egiziana diretta da Pierre Tallet ha scoperto che il porto di Wadi el-Jarf risale al regno di Khufu (IV Dinastia), il cui nome è inciso in un’iscrizione sulle pietre che bloccano gli ingressi di alcune delle gallerie (vedi https://laciviltaegizia.org/…/il-sito-di-wadi-el-jarf…/.)
Per il momento, soffermiamo l’attenzione sul porto del Medio Regno (XII dinastia) di Mersa (o Wadi) Gawasis e sulle scoperte della missione di Kathryn Bard e Rodolfo Fattovich*.
A differenza del sito umido di Heit el-Ghurab, dove tutti i materiali vegetali si sono decomposti, tranne i resti carbonizzati, il clima estremamente arido di Gawasis ha favorito un’eccellente conservazione del materiale organico. In effetti, il team ha recuperato migliaia di frammenti di legno, oltre 40 casse da carico e parti di nave smontate, tra cui più di 100 componenti dello scafo, e bobine di corda. Alcuni di questi pezzi erano stati lasciati in deposito nelle gallerie sccavate nella roccia. I ricercatori del sito hanno trovato anche molti frammenti di legno lasciati “quando gli antichi lavoratori smontavano le navi i cui legnami, devastati dai tarli, fanno pensare a consistenti viaggi in mare “. In effetti, i carpentieri navali rifilavano e pulivano le parti; successivamente i membri della spedizione usavano il legno di scarto per alimentare i focolari, sia per scaldarsi, sia per cucinare all’interno delle gallerie. Oltre agli scarti lignei, potrebbero aver utilizzato come combustibile, anche parti di imbarcazione, forse dopo che queste erano state riciclate come rivestimento delle gallerie stesse e si erano deteriorate irreparabilmente. Quando analizzò il legno di Gawasis, Gerisch scoprì che, come a Giza, la maggior parte era costituita da specie egiziane autoctone, ma il secondo o terzo tipo più abbondante era il cedro, che doveva essere di provenienza libanese.
Il carbone di cedro di Heit el-Ghurab potrebbe anch’esso essere il risultato di uomini che tagliano e rilavorano parti di navi e riutilizzano gli scarti come combustibile nei focolari? Gli operai di Heit el-Ghurab hanno incorporato, come a Gawasis, assi di legno nelle soglie, nei corridoi o nella parte superiore delle gallerie e degli altri edifici?
E’ plausibile, e forse è questo il motivo per cui i residui di cedro sono presenti nel carbone di legna quasi ovunque si sia scavato e fino nelle gallerie.
Al momento, sappiamo, soprattutto da Gawasis, di altre ampie somiglianze tra Heit el-Ghurab e gli insediamenti portuali del Mar Rosso, che comprendono, in particolare, un’insenatura adiacente al sito, una zona industriale con prove di panificazione e resti di ceramica importata (a Gawasis ceramica caananita/minoica). Andrea Manzo ha notato delle somiglianze tra le gallerie scavate nella roccia di Gawasis e quelle in mattoni di fango di Heit el-Ghurab. Egli ha suggerito che le gallerie del porto sul Mar Rosso rappresentino una trasposizione del modello realizzato con mattoni di fango a Heit el-Ghurab.
Ricavati dal conglomerato naturale, i complessi realizzati sul Mar Rosso sono di conseguenza meno convenzionali rispetto a quello di Giza, ma le basi di arrivo/partenza per le missioni nel Sinai e nella terra meridionale di Punt potrebbero aver replicato una sorta di modello standard sulla costa. Potremmo considerare il complesso di Heit el-Ghurab e delle sue Gallerie come un’espressione di un prototipo per le truppe di spedizione che gli egiziani hanno adottato in altri porti.
Porti e genti
Le tracce di prodotti levantini presenti nel sito della “Città Perduta” suggeriscono che questi furono consegnati e immagazzinati qui per essere utilizzati, in ultima istanza, nelle tombe d’élite di Giza. Le strutture in cui le merci potevano essere immediatamente e temporaneamente stoccate, prima della distribuzione, sono una caratteristica standard dei porti e le lunghe gallerie del Complesso potrebbero essere servite in parte come depositi.
Dobbiamo considerare che nel corso di due generazioni, dai regni di Khafre a Menkaure (e forse anche da Khufu in poi), il sito di Heit el-Ghurab divenne il punto di arrivo delle importazioni da Byblos per la resina, il vino, l’olio e centinaia di tonnellate di legname, Assuan per migliaia di tonnellate di granito e prodotti africani, nonché della rotta Mar Rosso-Sinai per i minerali. Dobbiamo anche riconsiderare la classe e lo status delle persone che vivevano e lavoravano qui. Gli uomini che viaggiavano all’estero per procurarsi il legno e altri prodotti erano membri delle forze di spedizione. Essi e le loro merci viaggiavano e restavano insieme fino alla destinazione finale. Possiamo quindi immaginare che le gallerie ospitassero sia gli equipaggi, sia i prodotti. Inoltre, gli uomini che avevano partecipato alla spedizione potrebbero aver goduto di parte del bottino, probabilmente come ricompensa. Le scene dei templi piramidali e delle vie ascensionali mostrano giovani uomini premiati con oro e altri beni al termine delle missioni, come nella scena della strada rialzata di Sahure ad Abusir (Immagine n. 7).
Tracce di beni “di prestigio” nelle gallerie di Giza potrebbero riferirsi a ricompense, come l’olio d’oliva, concessi ai membri della spedizione. Inoltre, nel sito di Heit el-Ghurab, è stata rinvenuta una grande quantità di ossa di animali il che suggerisce che gli abitanti consumassero una straordinaria quantità di carne, vale a dire la dieta che potremmo aspettarci per i membri di una forza di spedizione di status più elevato rispetto ai lavoratori più comuni. Allo stesso tempo, percepire gli abitanti del Complesso della Galleria come membri di truppe di spedizione e di equipaggi nautici non esclude la possibilità che molti di loro fossero impiegati nelle mansioni e nelle fatiche più elementari.
Gli studi sulla navigazione del Nilo nel corso del tempo mostrano l’impiego di un gran numero di imbarcazioni (Immagine n. 8 ), spinte e trainate dalle rive; lo stesso procedimento di base necessario per spostare i blocchi per costruire piramidi, tombe e templi. Le scene della via ascensionale di Sahure, pubblicate di recente, mostrano, infatti, che alcuni equipaggi nautici statali, navi di scorta e da spedizione portano gli stessi nomi di gruppi che si trovano nei graffiti dei lavoratori sui monumenti. Equipaggi, apparentemente navali, e lavoratori si sfidano nel canottaggio, nella lotta e nel tiro con l’arco.
Il tema più ampio di queste scene di Sahure riguarda una spedizione nella terra meridionale di Punt, che rientra al porto d’origine con indigeni e alberi di incenso (e/o mirra) per essere accolti dal re e dalla sua famiglia, insieme a squadre di operai che trascinano la pietra di copertura per completare la piramide. Segue una festa celebrativa, forse una festa speciale tra le tante comuni che conosciamo così bene dai testi delle tombe e dei templi. Sono visibili rastrelliere di carne appese, da condividere e consumare per l’occasione. Si può pensare ad un tipo di banchetto simile quando consideriamo le prove dell’abbondanza di bestiame, pecore e capre consumate nella Città Perduta. Si può concludere, con ogni probabilità, che la “città dei lavoratori” e la “città portuale” delle piramidi, non si escludevano a vicenda.
* Nel dicembre 2009-gennaio 2010 la spedizione archeologica dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” (UNO) e dell’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (IsIAO), Roma, in collaborazione con la Boston University (BU), Boston (USA), hanno condotto la nona stagione di ricerca sul campo nel sito di Mersa/Wadi Gawasis, sul Mar Rosso, sotto la direzione del prof. Rodolfo Fattovich ( UNO/IsIAO) e della prof.ssa Kathryn A. Bard (BU). Il team sul campo comprendeva personale italiano, americano, egiziano, britannico e tedesco con diverse specializzazioni (archeologia, archeologia nautica, epigrafia, geologia, paleoetnobotanica e topografia).
Canali e porti al tempo della edificazione delle piramidi di Giza. Ricostruzione dell’infrastruttura di trasporto fluviale di Giza progettata dagli egizi della IV dinastia.
Circa 4.400 anni fa l’altopiano di Giza brulicava di lavori per la costruzione del complesso del re Menkaure, l’ultimo dei costruttori di piramidi di Giza, e della tomba monumentale della regina madre Khentkawes I. Quando Menkaure morì prematuramente, il suo successore, Shepseskaf, completò frettolosamente i templi piramidali e costruì per Khentkawes una città adiacente al Tempio a Valle di Menkaure a nord.
Tra il 2009 e 2014 il team di AERA ha portato alla luce l’estremità settentrionale di un bacino a est della città di Khentkawes. Gli operai di Menkaure si avvalsero inizialmente del bacino come punto di approdo per la consegna materiale da costruzione. Successivamente, probabilmente a seguito dei lavori commissionati da Shepseskaf, lo riutilizzarono per servire la fondazione commemorativa di Khentkawes. L’uso originario è stato messo in luce durante la stagione sul campo 2014, mentre il ruolo del sito della Città Perduta (o Heit el-Ghurab) nella costruzione di piramidi era emerso sin dall’inizio dei lavori di AERA nel 1988. (Immagine n. 9).
Per spostare massicci blocchi di pietra e altri rifornimenti, gli ingegneri dell’antichità dragarono una via d’acqua dal Nilo sul fronte orientale del Tempio in Valle di Khafre e della Sfinge. In seguito, estesero il canale versao sud e poi verso ovest fino alla facciata del Tempio in Valle di Menkaure, approfittando della profonda escavazione del basamento roccioso all’imboccatura del wadi tra gli affioramenti della formazione Moqqatam e Maadi (Immagine n. 10). Da questo canale diramarono una propaggine verso nord, creando il bacino a est della città di Khentkawes.
Utilizzando gli abbondanti detriti calcarei di cava, gli operai terrazzarono il perimetro del bacino e ne rivestirono i bordi con mattoni di fango che degradavano ripidamente a ovest e si ergevano verticalmente a nord e a est. Con una larghezza di 26,6 metri, il bacino era sufficientemente grande per consentire alle piccole imbarcazioni di consegnare le merci e tornare indietro. In entrambi gli angoli (nord-ovest e nord-est) sono state ritrovate tracce di rampe che consentivano di scaricare il materiale e trasportarlo sulla terrazza superiore (Immagine n. 11).
Rive orientali e occidentali: un polo per l’edilizia
Poco dopo aver completato il bacino, i costruttori aggiunsero edifici in mattoni crudi a est e a ovest, racchiudendoli tra massicce pareti. A questo punto, il bacino si presentava delimitato da spessi muri di cinta. Gli edifici occidentali furono eretti lungo un’alta terrazza rocciosa, sul bordo di una vecchia cava. Nel 2006 e nel 2007 il team ha scoperto che questi edifici erano antecedenti alla città di Khentkawes. I muratori di Shepseskaf, evidentemente li incorporarono nella parte inferiore della città a forma di “L”. All’epoca di Menkaure queste costruzioni ospitavano, con tutta probabilità, persone che gestivano le consegne di materiali da costruzione.
Sulla riva orientale inferiore, gli operai di Menkaure eressero un recinto di mattoni che si estende a est. A nord collegarono i recinti orientali e occidentali con un enorme muro di mattoni di fango per superare il dislivello di 4 metri dalla terrazza superiore alla riva orientale. Ampie porte, alle estremità occidentali e orientali del muro settentrionale, davano accesso alla terrazza superiore (Terrazza 1) del bacino (Immagine n. 12).
A ovest, un’altra porta, contrassegnata da una zoccolatura a perno in calcare, dava accesso agli edifici superiori. Da questa soglia, la rampa laterale meridionale scendeva per 2 metri contro la parete rocciosa e raggiungeva il Terrazzo 1. Sulla sponda orientale, si apriva un’ ulteriore porta, attraverso il muro di cinta del complesso inferiore, anch’essa contrassegnata da una zoccolatura. Si sa poco dell’ interno originario del recinto della riva orientale. Piccoli sondaggi, fino ai primi livelli, hanno restituito pareti bruciate, pavimenti di cenere e tracce di cottura. In questo periodo, il pane e la birra erano probabilmente destinati agli operai e agli amministratori della costruzione. I cereali e le altre forniture potevano arrivare per via navale durante la stagione dell’inondazione, quando gli operai scaricavano sulle terrazze del lungofiume.
Cambiamenti sulle sponde del bacino
Durante i tre o quattro anni in cui i muratori di Shepseskaf furono impegnati nel completamento dei templi piramidali di Menkaure, si dedicarono anche alla costruzione della città per la regina madre Khentkawes sulla terrazza superiore del basamento roccioso e vi incorporarono, nella parte orientale e meridionale, gli edifici amministrativi di Menkaure.
In cima alla Rampa Laterale Sud restrinsero l’ingresso est per creare l’accesso ad un corridoio di collegamento largo 1,6 metri e lungo 150 metri, che corre verso ovest dal pendio fino alla cappella della regina nella sua tomba monumentale. I costruttori aggiunsero una rampa laterale settentrionale che completa quella a sud, ma che scende dalla soglia della strada rialzata fino a un corridoio sopraelevato di circa mezzo metro rispetto alla Terrazza 1. Per consentire l’accesso alla terrazza, costruirono una serie di scale che si dipartivano da un’apertura nella parete del corridoio. Le terrazze, le scale e le rampe laterali sul lato ovest del bacino permettevano un’ ascesa adeguata al monumento della regina e alla città alta. Generazioni più tardi, si realizzarono, in pietra calcarea, rampe e terrazze laterali e ad angolo simili a quelle della parte anteriore del Tempio a Valle nel complesso piramidale di Pepi II, ultimo re della VI dinastia.
Il nuovo corridoio in muratura girava verso est e correva sopra la Terrazza 1, lungo il lato settentrionale del bacino. Aggiungendo un accrescimento contro la faccia del muro di cinta settentrionale, i costruttori resero il corridoio largo 1,6 metri, con l’intenzione di farne una continuazione della strada della regina madre che correva dritta verso il recinto sulla sponda orientale. L’accrescimento occluse l’ampio accesso occidentale attraverso il muro di cinta settentrionale, ma fu lasciato l’accesso orientale, ancora oggi segnato da un’ampia soglia di calcare (Immagine 13).
Durante la V dinastia fu edificato, all’interno del recinto orientale, il “Complesso di edifici a silos” (SBC), che prende il nome dal suo elemento più caratteristico, una serie di cinque silos rotondi per conservare il grano.
Probabilmente, i muratori della V dinastia rinnovarono le strutture per lo stoccaggio, la cottura e la produzione di birra esistenti già all’epoca di Menkaure. Una volta che Khentkawes collegò il suo corridoio al recinto orientale, il pane, la birra e gli altri prodotti furono convogliati verso il suo monumento, prima di tornare al personale ora collegato al suo servizio funerario.
Quando costruirono l’SBC come lo conosciamo, gli operai della V dinastia abbatterono lo spesso muro occidentale del recinto più antico fino al livello della Terrazza 1. Questo fece sì che l’interno delle stanze, aggiunte o modificate sul lato ovest, si affacciasse direttamente sul bacino. Accanto ai resti dell’antico muro di cinta eressero piccoli pilastri in mattoni per sostenere una copertura leggera. Il risultato fu la realizzazione di un portico ombreggiato, una configurazione che ritroviamo in modelli di case, piante e templi del Medio Regno.
L’SBC definitivo comprendeva i cinque silos, lunghe camere aperte per la cottura ed eventualmente la produzione di birra, una residenza per il sorvegliante con cucina, camere da letto e sala per le udienze (Immagine n. 14).
Il primo bacino di Menkaure/Khentkawes e i suoi insediamenti a est e a ovest offrono una narrazione sorprendentemente diversa rispetto al sito della Città Perduta. Le autorità fondarono entrambe le installazioni per sostenere il programma di edificazione delle piramidi. Ma Heit el Ghurab fu smantellata quando terminò la costruzione, mentre il complesso della valle di Menkaure/Khentkawes fu trasformato in una città piramidale dedicata ai culti reali. Perché i due siti hanno avuto destini diversi?
Mentre il primo centro di costruzione di Menkaure/Khentkawes si trovava all’interno del sacro recinto funerario, la Città Perduta si trovava su un terreno profano più a sud-est, troppo lontano sia per fornire offerte su scala ridotta rispetto a quelle richieste dalle squadre di lavoro delle piramidi , sia per ospitare i sacerdoti. Ma essendo adiacente a un porto di grandi dimensioni vicino al Nilo(1)era ideale per ricevere ed ospitare grandi quantità di materiali, rifornimenti e persone che arrivavano via fiume. Inoltre, l’ampio e basso deserto ha permesso all’insediamento della “Città perduta” di espandersi secondo le necessità per accogliere un’ampia gamma di strutture e attività su scala industriale: laboratori artigianali, silos per il grano, magazzini, residenze per funzionari, macelli, ambienti per il bestiame e persino, per l’epoca, parte di un laboratorio funerario reale.
Il primo insediamento di Menkaure/Khentkawes, circondato da muri di cava, templi mortuari, tombe, un canale, un bacino e il wadi meridionale, aveva, invece, poco spazio per espandersi. I costruttori lo intesero come base di gestione vicino ai progetti di costruzione, ma probabilmente, fu concepito per uno scopo successivo. Fu, infatti rapidamente convertita la facciata del bacino per servire i culti reali. Inoltre, la cura e l’investimento profusi nel complesso suggeriscono l’intenzione di utilizzarlo a lungo termine. Questa storia di due città e della loro trasformazione include il trasferimento di alcuni residenti di Heit el-Ghurab nel rinnovato complesso di Menkaure/Khentkawes. Mentre la gente abbandonava e smantellava la Città Perduta, i sacerdoti della purificazione di Menkaure, che avevano lavorato nell’Officina Mortuaria Reale (Wabet, letteralmente “luogo di purificazione”), si trasferirono nella SBC con la benedizione di Shepseskaf (2) (Immagine n. 15).
In AERAGRAM 14-11 Mark Lehner ha presentato un nuovo aspetto del sito di Heit el-Ghurab: “La città portuale perduta delle piramidi”. L’insediamento non era solo la base per la costruzione delle piramidi di Giza ,ma, in quel periodo, anche un importante porto sul Nilo. In quell’articolo Lehner ha esposto una serie di prove archeologiche a sostegno di quest’idea. Ma non si è occupato di come questo insediamento fosse collegato al Nilo. In questa sede, l’autore affronta il problema esaminando le prove dell’esistenza di infrastrutture per il trasporto fluviale – canali, porti, bacini e porticcioli – sepolte sotto l’odierna pianura alluvionale lungo la base dell’altopiano di Giza. Lavorando con le testimonianze archeologiche, le tracce di antichi elementi del paesaggio, i campioni di sedimenti provenienti da superfici profondamente sepolte e le migliori ipotesi e congetture, sviluppa un modello dei porti e dei canali del Nilo a Giza durante l’Antico Regno.
Ogni anno, le piogge nell’altopiano dei laghi africani e nell’acrocoro etiopico convogliano una colossale onda d’acqua attraverso il bacino del Nilo. In Egitto, prima della costruzione della diga di Assuan, l’acqua saliva di 7 metri rispetto al suo livello più basso nel letto del fiume. L’onda del Nilo allagava la valle riempiendo bacini naturali e artificiali. Per sei/otto settimane l’acqua, con una profondità media di 1,5/2 metri, rimaneva nei bacini mentre l’argilla e il limo (il materiale disgregato proveniente dalle montagne dell’Africa orientale) si depositavano, fertilizzando la piana alluvionale e favorendo un’agricoltura estremamente produttiva.
I costruttori delle piramidi di Giza pianificarono una sopraelevazione di 7 metri, rispetto alla piena del Nilo, quando intervennero su quella parte della pianura alluvionale per farne il più grande porto fluviale dell’epoca e che includeva il sito della cosiddetta Città dei Lavoratori o Città Perduta (Heit el-Ghurab in arabo). Per trasportare pietra e altri materiali, scavarono canali e bacini con la stessa determinazione con cui costruirono piramidi, tombe e templi. Oggi i loro corsi d’acqua sono sepolti sotto il paesaggio e il Nilo, avendo variato il suo corso, ora scorre addossato al lato orientale della valle a 8 chilometri dall’altopiano di Giza . Come è possibile, quindi, trovare tracce di quelle infrastrutture?
Quattro millenni e mezzo di inondazioni del Nilo e di piogge episodiche e violente hanno riversato materiali dagli uadi del deserto seppellendo la piana dell’Antico Regno sotto 4-5 metri di argilla, limo, sabbia e ghiaia (Immagine n. 16).*
Nel corso dell’ultimo secolo, dopo che le diga di Assuan ha limitato l’inondazione annuale, la città moderna del Cairo si è estesa verso Giza, un’espansione che nel 1977 era già in corso. Con tutti questi elementi sfavorevoli, è possibile ricostruire qualcosa della pianura alluvionale dell’Antico Regno?
Tre fonti offrono indizi:
– Vestigia di elementi antichi nei profili della superficie moderna.
– Elementi antichi scoperti con gli scavi
– Sedimenti recuperati attraverso trivellazioni profonde.
Gli ingegneri della IV dinastia sfruttarono la dinamica del fiume per creare porti e canali sufficientemente profondi tutto l’anno per le piccole imbarcazioni con pescaggio ridotto e, durante l’inondazione quando il livello delle acque saliva anche di sette metri, per i pesanti natanti da carico con pescaggio elevato. Per attingere a un vicino ramo occidentale del Nilo, hanno dovuto superare il possente argine del fiume, largo fino a 200 metri e alto 4 metri. Utilizzando gli indizi sopra elencati, è possibile identificare la posizione di antichi corsi d’acqua e porti. I contorni della superficie moderna e un antico solco erosivo suggeriscono che questo fosse il percorso di un canale del Nilo dell’Antico Regno. Le strutture della IV dinastia, scoperte attraverso gli scavi, definiscono i confini di canali e porti e servono come punti di riferimento per i livelli della pianura alluvionale e delle sponde del fiume.
I carotaggi effettati in profondità forniscono le sezioni di limo e argilla solidi, che riempivano i corsi d’acqua abbandonati, e di sabbia e ghiaia delle sponde del fiume su cui gli abitanti della IV dinastia costruirono i loro insediamenti. Lehner ha utilizzato una mappa topografica di Giza prodotta con la fotogrammetria nel 1977 per il Ministero egiziano dell’Edilizia Abitativa e della Riqualificazione per localizzare gli elementi e le carote di perforazione. Ha quindi disegnato la topografia della IV dinastia come sovrapposizione (Immagine n. 17).
Oltre a localizzare gli elementi sul piano orizzontale del paesaggio, li ha posizionati anche in verticale, impostando, cioè la, loro forma, profondità ed elevazione. Ha reso i corsi d’acqua e i porti dall’alto verso il basso secondo linee di collegamento con valori espressi in metri sul livello del mare (asl). I dati provengono da carote di sedimenti (Immagine n. 18).
Alla fine degli anni ’80, un consorzio americano-britannico (AMBRIC) ha perforato 72 pozzi prima di installare un sistema fognario a est dell’altopiano di Giza. Con grande precisione, hanno mappato e registrato per ogni carota i diversi sedimenti, la loro profondità sotto la superficie e l’elevazione rispetto al livello del mare. Fortunatamente, i sedimenti mostrano un elevato contrasto tra sabbia o ghiaia e limo o argilla. Nel lavorare su questi elementi Lehner ha ignorato la sequenza da circa 16,00 a 16,50 metri s.l.m., partendo dal presupposto (fondato sull’evidenza) che si trattasse di sedimenti posteriori all’Antico Regno. Le strutture antiche gli hanno fornito ulteriori punti di riferimento. Ad esempio, ha fissato l’altezza dell’inondazione del Nilo a 1 metro sotto l’altezza della pavimentazione del Tempio della Valle di Khufu, presumendo che, ragionevolmente, i suoi costruttori volessero che rimanesse all’asciutto anche in quella situazione. L’altezza della piena ha portato a sua volta all’elevazione della piana alluvionale. Prima delle dighe di Assuan, al culmine dell’inondazione, l’acqua si trovava in media 1,5 metri sopra di essa.
Le carote di sedimento, hanno restituito argilla e limo molto profondi e solidi riferibili al riempimento di quelli che dovevano essere canali fluviali e bacini artificiali. Il Nilo,infatti, non depositava argilla e limo all’interno del suo letto; durante l’inondazione spargeva questo materiale fine su entrambi i lati della pianura. Quando il fiume ha variato il suo corso, il vecchio canale si è riempito di argilla e limo provenienti dalla piena annuale e, a est degli uadi, di sabbia e ghiaia. Grazie allo studio di punti di riferimento, tracce di antiche superfici paesaggistiche e dinamiche del Nilo, a congetture ponderate e intuizioni derivate dalle moderne infrastrutture di trasporto dell’acqua, l’illustre egittologo ha sviluppato il modello della piana alluvionale qui proposto (Immagine n. 18).
* Ampi wadi delimitano l’altopiano di Giza a nord e a sud. Un wadi centrale che separa la Formazione Moqqatam dalla Formazione Maadi si dirama a nord del Muro del Corvo (Heit el-Ghurab). Vedi immagine n. 10
Ricostruzione del canale del Nilo
Stabilire quale fosse l’antico corso del Nilo rappresenta la più grande sfida per la ricostruzione della pianura alluvionale di Giza durante IV dinastia. La maggior parte degli studiosi che si sono occupati della questione ritiene che, nell’Antico Regno, un suo canale o un affluente minore scorresse nei pressi del lato occidentale della valle. David Jeffreys e Judith Bunbury hanno proposto che il Nilo, nei pressi di Menfi, a sud di Giza, si divideva in due o più rami principali come quelli odierni di Rosetta e Damietta. Molti concordano sul fatto che il Libeini segni il percorso di un antico canale occidentale del Nilo. Da Saqqara ad Abu Roash i contorni moderni della superficie ne mostrano chiaramente le tracce. E’ da questa premessa che Lehner è partito per sviluppare la sua ricostruzione del sito. Presumendo che gli egizi avessero necessità di un canale molto ampio per il trasporto di pietre e legname del peso di svariate tonnellate, ne ha ipotizzato la larghezza in circa 500 metri la larghezza , cioè la stessa del Nilo odierno all’altezza del Cairo (senza tener conto delle variazioni stagionali). Le considerazioni sui canali e sulle altre caratteristiche della conformazione del paesaggio intorno a Giza possono essere supportate grazie alle indagini effettuate da AMBRIC (Immagine n. 19), dal team di AERA e da altri ricercatori.
I carotaggi eseguiti da AMBRIC lungo il corso del Libeini mostrano la composizione tipica di un canale fluviale abbandonato: limo e argilla molto profondi e solidi oppure, ad est delle foci degli wadi, limo e sabbia intercalati. La profondità degli strati di limo e argilla consente di determinare il fondo del vecchio canale. Due trivellazioni profonde quasi 20 metri nel Libeini, appena a est delle piramidi, hanno raggiunto il fondo di argilla su sabbia e ghiaia. Questo potrebbe essere, secondo Lehner, l’antico letto del fiume, e si trova ad un’altezza compresa tra 1,93 e 4,83 metri sul livello del mare. Con i dati a disposizione ha, di conseguenza, delineato il fondo del canale, profondo almeno 10-13 metri.
Il porto di Khufu
Ormai scomparso, ad eccezione della pavimentazione e delle massicce fondamenta in blocchi di calcare, il Tempio in Valle di Khufu si trovava su un bassopiano desertico a circa 400 metri dal bordo dell’altopiano di Giza. Il consorzio AMBRIC ne ha raggiunto la pavimentazione in basalto in una trincea lungo il canale di Mansouriyah. A circa 500 metri a est, in un’altra trincea lungo la via Zaghloul, sono stati rinvenuti due segmenti di un muro di calcare, distanti 400 metri l’uno dall’altro (vedi mappa dell’immagine n. 17, cap.5). Poi, nel 1994, un segmento lungo 70 metri di un massiccio muro di calcare e basalto è emerso poco più a est, durante gli scavi per un grattacielo (vedi immagine n. 16, cap.5). Il basalto e il calcare corrispondono al materiale del Tempio Superiore della piramide, della strada rialzata e del Tempio in Valle di Khufu, indicando che il muro di via Zaghloul faceva parte del complesso. Le tre sezioni e la pavimentazione del Tempio della Valle di Khufu definiscono un recinto di 400 metri da nord a sud e di 475 metri da est a ovest, (190.000 mq).
Sulla base di queste strutture, Lehner ha ricostruito una riva protetta, un bacino per piccole imbarcazioni ed un porto in grado di gestire grandi imbarcazioni da carico. A sud del sito del Tempio della Valle di Khufu, lungo il Canale di Mansouriyah, la trincea aMBRIC sembrerebbe aver tagliato l’insediamento dell’Antico Regno a quote comprese tra i 14,59 e i 14,86 metri s.l.m. e, successivamente, spessi muri di mattoni di fango ricoperti di calcare posti a circa 100 metri di distanza l’uno dall’altro: evidentemente i muri settentrionali e meridionali di un grande edificio. Questa struttura delimitava ulteriormente l’estensione del bacino fluviale di Khufu.
L’analisi della massa di dati a disposizione, ha permesso una ipotetica ricostruzione del “waterfront” della IV Dinastia*(Immagini nn.20-21-22-23).
Ci si chiede se Il modello di infrastruttura fluviale dei costruttori delle piramidi di Giza elaborato da Lehner rappresenti accuratamente il modo in cui è stato progettato.
Considerando gli elementi indiscutibili, possiamo essere certi che una sorta di grande recinto, definito almeno in parte da muri di pietra o dighe, si estendeva per 500 metri a est del Tempio della Valle di Khufu. I segmenti di muro di Zaghloul Street e la pavimentazione del Tempio della Valle di Khufu forniscono dei punti di riferimento al di sopra dei quali le normali acque di piena del Nilo non salivano. Più a sud, le prove indicano con certezza la presenza di un canale lungo, ampio e molto profondo che conduceva direttamente verso la Sfinge e il Tempio della Valle di Khafre, con due insediamenti che fiancheggiavano il suo accesso a est. Sicuramente il sito diHeit el-Ghurab confinava con questa ampia zona a sud. A ovest, è stata individuata l’estremità settentrionale di un bacino artificiale che fronteggia il complesso di Khentkawes. L’acqua del Nilo avrebbe dovuto raggiungere questo bacino da nord e da est.
Questi elementi sono assodati, mentre un fattore importante rimane sconosciuto: le caratteristiche del Nilo durante l’Antico Regno. Non conosciamo il suo corso e le sue dimensioni, né sappiamo se il tronco principale o un canale secondario scorreva più vicino a Giza. Inoltre, mancano i dati dei carotaggi e altre informazioni che potrebbero completare il “waterfront” ai piedi dell’altopiano di Giza, come nell’area appena a est della bacino di Khufu.
Ma queste lacune non sono un motivo per rifiutare il modello. Infatti, lo scopo dell’esercizio di modellazione svolto da Lehner è rigorosamente rivolto alla ricerca, finalizzato alla scoperta e alla risoluzione di problemi, facendo uso dei dati disponibili.
Quasi certamente il modello non rappresenta perfettamente l’aspetto che aveva nella IV dinastia, ma questo processo esplorativo offre spunti di riflessione su come i costruttori di piramidi possano aver trasformato Giza in un importante porto sul Nilo.
*Tralascio qui, per brevità, i dettagli dell’impressionante lavoro compiuto da Mark Lehner che è però consultabile alle pagg. 17÷23 di Aeragram Vol. 15.
Il sito di Heit el-Ghurab: aggiornamenti dal resoconto della stagione di scavi 2017/2018
Mi è sembrato interessante soffermarmi ancora su Heit el-Ghurab, per aggiungere rilievi e interessanti scoperte (ma anche ulteriori domande) che si sono aggiunti durante il corso delle esplorazioni “in situ”.
Durante la stagione 2018 (dal 17 febbraio al 14 aprile) l’Ancient Egypt Research Associates (AERA) ha effettuato scavi in tre località di Giza: il sito di insediamento di Heit el-Ghurab (HeG), la città di Khentkawes (KKT) e la discarica scavata da Karl Kromer (KRO) sul versante occidentale del Gebel el-Qibli (Immagine n. 1). Il resoconto di quanto emerso, sarà l’oggetto delle prossime pubblicazioni
HEIT EL-GHURAB: L’isolato con muro eretto. SWI (STANDING WALL ISLAND)
Nella prima parte della stagione 2018, gli studenti e i supervisori della scuola di campo avanzata (AERA-ARCE) hanno fatto pratica di scavo e registrazione sul luogo di un antico recinto murato, ES1 (Enclosure South 1), all’estremità settentrionale del complesso più grande che è stato denominato “Standing Wall Island” (SWI) perché nel 2004 fu rinvenuto il suo muro esterno, in calcare, alto fino a un metro. A nord, lo spesso muro esterno di SWI incornicia due recinti più piccoli, ES1 e ES2, poi continua verso sud, gira, con un angolo arrotondato, verso est, quindi ritorna a nord, lasciando un ampio corridoio a est. L’intero schema “a graffetta” racchiude una grande area vuota in cui le profonde trincee scavate hanno rivelato solo sabbia pulita. Nel 2011 è stato individuato l’anello esterno e l’analista faunistico Richard Redding ha avanzato l’ipotesi convincente che si trattasse di un recinto. Questa disposizione corrisponde, infatti, sia ai recinti raffigurati nell’arte egizia e agli antichi cortili ritrovati in Egitto e altrove, ma persino ad alcuni aspetti dei recinti moderni (come, ad esempio, gli angoli arrotondati). Quando nel 2015 l’equipe è ritornata a SWI per ulteriori indagini, è stato ipotizzato che i recinti ES1 e ES2 rimandassero a ricoveri per animali e ad ambienti per la macellazione. Ma qui si è rinvenuta anche una residenza d’élite, forse destinata al responsabile dell’intero complesso di SWI (Immagine n. 2).
Già nel 2011 si era compreso che il muro esterno (tipico schema di un recinto) era l’ultima cosa costruita su SWI. La “casa” era composta da mattoni di fango in ES2, prima che i costruttori la circondassero con una spessa cintura di pietra. In seguito, collegarono il muro del recinto all’angolo nord-ovest (etichettato come “seam”, sutura” nell’immagine n. 3) facendolo curvare verso sud non molto tempo prima che la gente abbandonasse il complesso, quando la sabbia stava già iniziando a invadere la zona. Solo allora ES1 fu delimitato a nord e a ovest. Quindi ES1 potrebbe non essere esistito prima che il “muro di cinta” lo circondasse e lo caratterizzasse come recinto.
Inoltre, gli scavi del 2018 hanno rivelato la presenza di un preesistente recinto all’interno di quello di ES1 (Immagine n. 3).
Questa serie di muri interni è antecedente a quello esterno. Il muro occidentale del recinto interno è quello che viene considerato come muro divisorio. Forse perché più antico, questo non condivide l’orientamento di ES1 e del muro di cinta più grande di SWI; è leggermente più orientato verso est piuttosto che verso nord. Si tratta di stabilire se ES1 fosse chiuso a nord e a ovest da una cinta muraria precedente. Un fatto suggerisce che potrebbe essere esistito un muro esterno più antico del recinto. Il sottile muro sud-occidentale, attaccato all’angolo meridionale del recinto interno ES1, si incurva per “rispettare” la linea del muro di recinzione (come si evince dall’immagine n. 3). Esso si trova più in profondità, incassato in una superficie di insediamento più antica rispetto alle fondamenta del muro del recinto. E’ probabile che abbia sostituito un confine o una barriera precedente che conteneva gli animali. Il recinto più antico e più piccolo, delimitato dai muri mappati nel corso di questa stagione di indagini, è diverso dagli spessi muri che costituiscono la struttura dell’ambiente della “casa” identificata in ES2. È, pertanto, ipotizzabile che abbia avuto a che fare con il trattamento degli animali. Inoltre, sono stati nuovamente esaminati alcuni muri curvilinei (la cui mappatura aveva avuto inizio già nelle stagioni precedent) incastonati nelle rovine dell’insediamento all’esterno e a nord di ES1 e del muro del recinto (Immagine n. 4). È verosimile che possa trattarsi di recinti e di cortili minori per il riparo degli animali.
Vi rinvenne una serie di case modulari collegate ad una strada rialzata lunga 150 metri che conduceva al monumento della regina Khentkawes I, che regnò alla fine della IV Dinastia. Alla fine della strada rialzata, su degli stipiti di granito rosso erano incisi i suoi titoli che la citano come “Madre di due re”.
Probabilmente, “la città” fu realizzata per accogliere i funzionari che avrebbero dovuto svolgere il ruolo di sacerdoti al servizio del culto funerario della sovrana. L’interesse per l’area esposta, venne meno: lasciata esposta alle intemperie, le rovine divennero una pista per cammelli e carrozze trainate da cavalli che trasportavano i visitatori dalla Sfinge al deserto. Dal 2005 le squadre di AERA, quindi 73 anni dopo la scoperta dell’insediamento, hanno deciso di riprendere gli scavi e le ricognizioni nell’intento di salvare e conservare ciò che ne resta.
Fatta eccezione per la Casa D, oggetto della stagione 2018, e per l’Edificio M (cfr. Immagini 5-7), il primo passo è stato quello di riesumare e documentare dettagliatamente ciò che era stato portato alla luce da Hassan (ad eccezione di una parte che oggi si trova al di sotto della strada moderna).
Nel 2011 è iniziato il restauro della “Casa E”. Si è provveduto ad interrare i muri originali con sabbia protettiva ricostruendo superiormente con mattoni del tutto simili a quelli autentici. E’ un metodo che preserva ciò che resta delle parti originali ed è reversibile. Questa tecnica di conservazione era stata messa a punto e sperimentata a Heit el-Ghourab già nel 2005. Nel frattempo si è proceduto alla scavo di tutti i depositi antichi rimasti e alla registrazione dell’edificio denominato “Casa D”. L’intero programma, suddiviso in tre parti prevede il lavoro sul campo, la ricostruzione e la conservazione dell’intero blocco di abitazioni di KKT.
Nel 1932 gli operai di Hassan avevano svuotato le camere sino al pavimento originale e, in alcuni punti fino al materiale di fondazione sottostante. Il team di AERA ha dovuto rimuovere uno spesso strato di limo sabbioso generato dal deterioramento delle pareti di fango, per di più contaminato dai rifiuti moderni. Ciò nonostante, sono stati riportati alla luce alcuni depositi antichi che il team di Hassan aveva tralasciato. In particolare sono state documentate accuratamente le porte murate che attestano chiaramente i cambiamenti nell’uso e nella proprietà degli edifici. Un primo intervento aveva chiuso l’accesso tra gli spazi n. 11958 (la “cucina”) e n. 11959 (il “soggiorno”) posti al centro della casa (Immagine n. 7).
Un altro quello tra gli spazi n. 11589 (il vestibolo dell’ingresso sud-orientale) e n. 11590, che Hassan aveva indicato come deposito d’acqua. Questi rimaneggiamenti erano avvenuti dopo che la chiusura dell’ingresso principale alla casa dalla strada rialzata aveva reso il vestibolo uno spazio morto. Modifiche di tale portata sono fondamentali per comprendere i cambiamenti d’uso dell’insediamento, avvenuti nel corso del tempo. L’ipotesi prevalente, in particolare per le case ubicate lungo la parete settentrionale della strada rialzata che conduceva direttamente alla cappella della regina, è che ospitassero i sacerdoti funerari che, in virtù del comodo ingresso attraverso le porte sud-orientali accedevano con facilità alle offerte derivanti dal loro ufficio. La ripetizione modulare di questo schema nella disposizione lascia pensare ad una ripartizione di questi compiti e dei relativi benefici (cfr. Immagine n. 5).
Nella “Casa D”, invece i muratori chiusero e intonacarono la porta frontale (presente in origine nell’angolo sud-est dell’edificio) sulla sopraelevata (Immagine n. 8), mentre, nello stesso tempo quest’ultima veniva interessata dal sollevamento e rifacimento della pavimentazione e dell’intonaco. Anche le porte sud-orientali di altre case subirono gli stessi interventi, sicché, pur conservandosi la strada rialzata grazie ai lavori ristrutturazione, cambiarono radicalmente l’orientamento e la destinazione d’uso di queste abitazioni. L’accesso principale avveniva ora dalle porte settentrionali che davano su un sentiero che correva tra la città e la cava-cimitero (Central Field East) che si trovava immediatamente a nord; di conseguenza, gli ingressi principali originari divennero spazi morti, come si vede chiaramente nella Casa D.
Hassan notò che nella prima abitazione a ovest (Casa A), l’ingresso meridionale era stato murato in tempi antichi e l’ambiente che si venne a creare (contrassegnato con il n. 28) potrebbe essere stato utilizzato come stalla. Infatti, contro il muro meridionale, conficcato nel pavimento, era presente un blocco di quelli impiegati per impastoiare gli animali.
Esaminando le case singole e modulari di KKT, il team di AERA ha concluso che ne fu modificata l’organizzazione. É evidente che ostruendo le porte originali ed aprendo nuovi accessi, gli abitanti rimaneggiarono le loro abitazioni ampliando o restringendo gli ambienti. Si è supposto che le autorità centrali avessero pianificato di ospitare da sei a dieci proprietari nelle case modulari a nord della strada rialzata di Khentkawes, ma alla fine è probabile che solo in pochi erano rimasti ad officiare da questi appartamenti. Ci sono, inoltre, indicazioni che fosse cambiata anche la destinazione d’uso. L’archeologo tedesco Felix Arnold aveva osservato che le oblunghe stanze centrali orientate da nord a sud presentavano pilastri meridionali, forse in origine sormontati da un architrave, che incorniciavano una nicchia (cfr. Immagine n. 9; spazio 11.599 = stanza 62). Doveva trattarsi di sale per il ricevimento ufficiale e formale, il luogo dove i proprietari tenevano udienze e trattavano gli affari. Ambienti del tutto simili sono stati individuati da AERA nelle grandi abitazioni della Città Occidentale e dell’ Area SWI nel sito di Heit el Ghurab . La scoperta, nel 2015, di supporti per mobili in pietra calcarea e di modanature dipinte di rosso crollate tra i pilastri presenti nella grande casa di ES2, ha rafforzato l’ipotesi di Arnold.
Tutte le case che presentano stanze con nicchie a pilastri, si possono quindi considerare come centri di amministrazione domestica, comprese le grandi abitazioni della città di Khentkawes. Tuttavia, nella casa D sono state trovate prove del fatto che gli abitanti riadattarono proprio la nicchia in cui si presume che il proprietario svolgesse i suoi affari. Vi collocarono dei mezzi mattoni in entrambi gli angoli del lato occidentale (forse per un supporto basso o una mensola), lasciando una stretta fessura (larga 25 cm.) e installarono un elemento semicircolare in mattoni di fango, di circa un cubito di diametro (55 cm.), forse una sorta di alloggiamento per una ciotola o un catino (Immagine n. 10). E’ presente, inoltre una macchia di terra bruciata e cenere che si estende nella spazio tra i pilastri.
Destinata a rappresentare il signore e il padrone di casa, la nicchia sembra essersi trasformata in un umile luogo per cucinare o riscaldarsi.
Fonte: Giza Plateau Mapping Project, Mark Lehner, AERA -The Oriental Institut 2017-2018 Annual Report, pagg. 81÷98
IL SITO DI KROMER, UNA DISCARICA DA INSEDIAMENTO DELLA IV DINASTIA.
Tra il 1971 e il 1975 Karl Kromer, un archeologo austriaco, studioso della preistoria , scavò un massiccio cumulo di detriti da insediamento immediatamente a sud-ovest del Gebel el-Qibli, la scarpata che corre lungo il margine occidentale di Heit el-Ghurab (cfr. Immagine n. 1, parte prima). Il materiale accumulato si estende su 5,1 ettari e ha uno spessore fino a 6,5 metri. Gli antichi abitanti vi avevano scaricato frantumi di demolizione e scarti di cava durante l’epoca di Khafre e forse già a partire dal regno di Khufu. Infatti, Kromer vi rinvenne sigilli di questi due sovrani, costruttori della prima e della seconda piramide di Giza. Si è ipotizzato che i lavoratori abbiano portato questo materiale da HeG quando Khafre ha riorganizzato e ristrutturato il sito. Se così fosse, questi detriti offrirebbero spunti di riflessione sulla fase iniziale dell’insediamento e fornirebbero materiale di confronto per lo studio di eventuali resti provenienti dai livelli più antichi.
Kromer scavò 1.550 metri cubi di detriti in una serie di quadrati di 10 × 10 m e in alcune trincee oblunghe supplementari, per una profondità di 6,5 m, lasciando una sorta di vasca a forma di L di 60 m da nord a sud e 25 m da est a ovest. (Immagine n. 11).
Ne emersero materiali provenienti dalla demolizione di edifici, frammenti di mattoni di fango e pareti intonacate e dipinte; oggetti della vita quotidiana come aghi di rame, spatole, ami da pesca e perline di maiolica; piccole statuette; e sigilli di argilla con impressi disegni formali e ufficiali che nominano Khufu e Khafre. Alcuni dei sigilli relativi a Khafre corrispondono a quelli ritrovati a HeG. Per prima cosa il team di AERA ha nuovamente perimetrato l’area, tracciato i quadrati della griglia e individuato i punti di rilevamento originali di Kromer e le trincee. L’antica discarica era chiara in superficie, ma decenni di sabbia alla deriva avevano ricoperto l’area e, purtroppo, la mappa di Kromer non era precisa.
Sotto la supervisione di Mohsen Kamel, Aude Gräzer Ohara e Virag Pabeschitz sono state scavate due trincee, una piccola, il Sondaggio 184, e una più grande, il Sondaggio 185 (Immagine n. 12), entrambe nel margine superiore della cresta a forma di mezzaluna lasciata dagli scavi di Kromer.
Il Sondaggio 184 è stato abbandonato perché ha restituito null’altro che un concentrato di rifiuti di cava di calcare frantumato. Il sondaggio 185, sovrapposto ai quadrati B, G e K di Kromer si è esteso oltre i suoi scavi sia a est che a ovest, consentendo di campionare porzioni del tumulo rimaste intatte, per una lunghezza totale di quasi 40 m (37,09 m di lunghezza sul lato sud e 34,43 m sul lato nord). Nel cercare di individuare il lato orientale degli scavi di Kromer, ci si è spostati di quasi 10 m più a nord.
Poiché si è cominciato a scavare ben 10 m a nord del limite orientale dello scavo precedente, ci si è imbattuti in strati massicci di detriti di insediamento indisturbati, accumulatisi nel tempo, quando gli antichi lavoratori scaricavano un cesto dopo l’altro (Immagine n. 13).
Nella sezione si possono osservare smaltimenti in successione, ravvicinati nel tempo, diversi per colore e composizione (più o meno ricche di scaglie di calcare, sabbia, e/o frammenti di fango laterizio). Alcuni strati sottili mostrano una superficie occasionalmente indurita dall’umidità (pioggia?). Si è subito rivelato impossibile rimuovere questi singoli depositi sottili in sequenza, perché sono molto disgregati.
In cima al Sondaggio 185 (cfr. Immagine n. 13), sono emersi altri scarti di cava (sezioni 511 e 514) identici a quelli abbandonati nel Sondaggio 184, ma mescolati a rifiuti databili tra gli anni ’40 e ’70 del secolo scorso. Al di sotto, giacevano detriti di non disturbati di calcare frantumato (516) e, a seguire, una successione di strati di colore marrone chiaro che si è rivelata ricca di materiale culturale: frammenti di ceramica; frammenti di mattoni di fango; sigilli di argilla per sacchi, scatole, vasi e porte; sigilli impressi con motivi geroglifici; carbone, conchiglie; frammenti tessili, persino un grosso ciuffo di lana; una perlina tubolare blu; un pezzo non lavorato di corniola; una perla di vetro; e grandi quantità di ossa di animali.
L’ambiente secco del sito KRO, a un’altitudine compresa tra 44 e 52 m s.l.m., ha permesso la conservazione di resti di legno e piante, come canne, paglia e fronde di palma, diversamente dal sito umido di HeG, posto tra 15 e 16 m s.l.m. E’ stata successivamente scavata una sequenza di bande intercalate di sabbia scura e limo sabbioso (512). Gräzer-Ohara ha osservato come “Questa sequenza fosse ancora più ricca di materiale culturale; in particolare presentava una concentrazione di mattoni di fango degradati e forse ceneri, che le hanno conferito un colore particolarmente scuro” (Immagini n. 13-14).
Si è continuato a cavare per un altro metro nella sequenza 512 per una larghezza di 2,40 m , ma non è stato possibile raggiungere l’estremità orientale di questo materiale, che degrada verso est sulla superficie di una sequenza sottostante, (Immagine n. 14, freccia) per il crollo della sezione sopra la 512 e per il pericolo di lavorare a una tale profondità in presenza di materiale incoerente.
Avendo determinato il limite orientale degli scavi di Kromer, la squadra ne ha esposto e ripulito la parete ovest che scendeva molto più in profondità rispetto al punto in cui il lavoro è stato interrotto. Poiché il materiale inferiore (526) era molto incoerente e a rischio di crollo, il fronte della sezione è stato indagato a tappe per campionarlo e registrarlo (Immagine n. 15).
I depositi consistevano ancora una volta di sabbia limosa intercalata con altra che includeva molto meno limo, ma nel complesso l’intera sequenza è più sabbiosa, di colore molto più chiaro e più sciolta rispetto a quella del settore 512 (Immagini n. 14-15).
Alla base della sequenza 526, è emerso un deposito strombato (527) di frammenti di mattoni di fango in una matrice di sabbia (Immagine n. 15). Kromer tralasciò questa parte mentre scavava fino a raggiungere una superficie compatta di calcare marnoso concentrato e frantumato (529) del bedrock locale della Formazione Maadi. Dopo aver documentato e rimosso il deposito di mattoni di fango sbriciolati (527), il team ha effettuato un piccolo sondaggio nel calcare per verificare la presenza di residui di insediamenti inferiori, senza trovarne, fino a circa mezzo metro di profondità. Lì si trovava il fondo dello scavo di Kromer relativo al quadrato G (cfr. Immagine n. 11).
Questo “pavimento” è stato ripulito, dalla sabbia accumulatasi verso ovest, fino ad un basso argine che era stato lasciato tra i quadrati G e B. Il lato orientale dell’argine è costituito da detriti calcarei (529) e la parte restante da un altro strato detritico scuro pieno di frammenti di mattoni di fango che sovrasta una piattaforma di calcare tafla (531), così regolare ed uniforme da dare l’impressione di un vero e proprio pavimento artificiale (Immagine n. 16).
Diversi metri più a ovest è stato raggiunto il limite occidentale degli scavi di Kromer. Anche in questo caso, il sondaggio 185 è proseguito oltre i settori scavati dall’archeologo austriaco, superando l’angolo nordorientale del quadrato B. La base di calcare marnoso compatto (531) inizia a scendere rapidamente verso ovest (Immagine n. 17).
Il deposito laterizio sovrastante più scuro (522), continua a scendere diventando più spesso. In questo settore Kromer aveva lasciato una sequenza di strati di sabbia sottili sovrapposti intercalati da strati molto scuri di cenere e limo del Nilo (Immagine n. 18).
Non è stato raggiunto il fondo di questa vasta discarica di rifiuti di cava e di insediamento, ma è stato deciso di prelevare ampi campioni da ogni deposito. Sia a ovest, sia a est, il materiale sversato continua in profondità apparentemente adagiato su una spalla rocciosa.
I campioni prelevati hanno permesso di conoscere meglio il contesto di questa discarica in relazione alle cave e agli insediamenti nella zona sud-orientale della necropoli di Giza. E’ già stato svolto un lavoro preliminare su questo materiale culturale e sugli eventi che riflette.
REPERTI 2018 DAL SITO DI KROMER
Come già avvenne all’epoca di Kromer, anche la campagna di scavo del team di AERA ha restituito una vasta gamma di reperti: ceramica, mattoni di fango, sigilli, carbone, conchiglie, perline, selci, grosse quantità di ossa di animali e materiale organico come legno, fibre e lino. Al momento non sono stati rinvenuti sigilli riferibili a Khufu. Tutti quelli che recavano inciso un nome reale, riguardavano il suo successore Khafre.
La presenza di frammenti di mattoni di fango in tutti i diversi strati, con ammassi variabili, ha posto un problema di interpretazione. Infatti, se il deposito fosse il risultato di un’unica demolizione dell’insediamento ci si aspetterà di trovare una concentrazione uniforme. Resta, quindi, ancora da capire se i frantumi sparsi riflettono una demolizione “una tantum” oppure siano conseguenza di una ristrutturazione continuativa. Per poter fornire risposte altamente affidabili occorrerà approfondire l’analisi dei campioni recuperati nelle relative sequenze.
Nell’alto deserto è relativamente scarsa la presenza di mattoni gialli di argilla calcarea e marna (tafla, in arabo) rispetto al limo scuro tipico della piana alluvionale del Nilo. La tafla, presente tutta all’intorno del sito di Kromer e Gebel el Qibli è in parte composto da strati di questi materiali che i muratori della IV Dinastia utilizzavano per intonacare le pareti di KKT (Città di Khentkawes) e HeG (Heit el-Ghurab). La presenza di limo nella maggior parte dei frammenti di mattoni demoliti costituisce uno dei numerosi indizi che lascerebbero pensare a rifiuti provenienti da un insediamento sulla piana del Nilo o nelle sue vicinanze, piuttosto che da uno posto nelle cave del deserto a sud delle piramidi.
E’ possibile, dal momento che la presenza non è così massiccia come ci si sarebbe aspettato, che gran parte dei mattoni siano stati riutilizzati durante la ricostruzione. D’altra parte, già era stato rilevato che i muratori dell’epoca avevano impiegato materiale di recupero al centro dei muri del complesso della Galleria di HeG.
La presenza di frammenti di diversi componenti, tetti, pavimenti e focolari, suggerisce che nella discarica furono smaltiti detriti provenienti dalla demolizione di interi edifici.
All’epoca, Kromer vi rinvenne frammenti di un pavimento di ghiaia dura. Questo conglomerato, composto da sabbia grossolana limosa e ghiaiosa, misto ad argilla cotta, appare in tutto e per tutto simile ad un cemento moderno. Quando i ricercatori di AERA ne hanno rinvenuto un pezzo, si sono chiesti se non fosse il risultato di una contaminazione derivante da una struttura moderna; ipotesi subito esclusa in quanto il reperto è emerso da depositi antichi e incorrotti.
Kromer ipotizzò che questi duri pavimenti fossero impiegati come sostituti della pavimentazione in pietra e denotavano uno status molto elevato, al punto da ritenere che potessero provenire da una casa reale o un piccolo palazzo di Giza.
In tutta la sequenza sono stati rinvenuti frammenti di intonaco bianco. Alcuni presentano bande di rosso, nero, grigio e tonalità di rosso chiaro o arancione. Kromer aveva registrato la presenza di frammenti di intonaci dipinti di nero, bianco, rosso intenso, ruggine, rosa, arancio, marrone grigio chiaro e beige. Un tipo di arredamento simile sembra confermare l’ipotesi (già avanzata da Kromer) che provenisse da residenze di “élite”. La maggior parte dell’intonaco dipinto fu rinvenuto nei quadrati F B e G, vale a dire proprio dove le squadre di AERA hanno effettuato il Sondaggio 185 e dove è stato recuperato il maggior numero di sigilli. Ali Witsell, a capo della squadra di esperti di sigilli di AERA, riferisce che tra quelli emersi durante i nuovi sondaggi, al momento non ne figurano di riferibili a Khufu. Kromer, invece, ne ritrovò cinque e trentotto a riconducibili a Khafre. Il numero di sigilli registrati all’epoca sembra molto basso se confrontato a quelli emersi durante le sole sei settimane di scavo in cui Witsell e il suo team hanno recuperato almeno quaranta sigilli formali (recanti nome del re e titoli ufficiali) e quarantatre informali. Ed ancora non è stato esaminato tutto il materiale proveniente dal Sondaggio 185. Evidentemente, Kromer deve aver buttato via un buon numero di sigilli!
Uno dei frammenti di sigillo più grandi (n. 5844), emerso dalla sequenza 522 (Immagini n. 19 e 20) riporta sia il nome di Horus di Khafre “Wser Ib (forte, possente di cuore)” sia il suo nome a cartiglio come parte del titolo “Hem Netjer Khafre” (Servo del dio Khafre, oppure Sacerdote di Khafre).
Probabilmente, il sigillo più importante (n. 5848) della sequenza 522 si rivelerà essere un piccolo frammento che mostra la parte inferiore di un nome di Horus e sotto i geroglifici per “Setep ZA” (lett. scegliere una Za). Setep ZA, scritto con il determinativo per “casa”, lo identifica, però, sicuramente come un sostantivo di luogo, un riferimento al palazzo. Siccome sinora non erano stati ritrovati reperti con questo termine, scritto con quel determinativo (quindi col significato di “palazzo”), databili a prima del Medio Regno, il frammento 5848 rinvenuto nel Sondaggio 185 (Immagine n. 21) potrebbe essere, al momento il più antico di cui si abbia conoscenza.
Immagine n. 22 ricostruzione della scritta “Setep Za” (o Sa). Da sinistra a destra: accetta su blocco di legno (valore fonetico “stp”); pastoia (valore fonetico z3, s3) seguito da un rettangolo aperto (una casa vista in pianta) che funge da determinativo. La presenza di questo determinativo ci indica che si sta parlando di un Palazzo.
IL SITO DI KROMER, RIFLESSIONI SULLE IPOTESI DI PALAZZO E CONCLUSIONI
Il “Setep Za” era il luogo nel quale il re riceveva suggerimenti e prendeva decisioni. Ogden Goelet (un egittologo particolarmente impegnato nel campo della lessicografia e delle forme di scrittura) ha constatato che i testi dell’Antico Regno contenenti la frase “nel Setep Za”, fanno sempre riferimento al sovrano che, consultando i suoi consiglieri, delibera su lavori edili, di artigianato o costruzione.
Ciò che è stato rinvenuto nel 2018 nel sito di Kromer sembrerebbe confermare l’ipotesi, già avanzata durante i primi scavi a Heit el-Ghurab, che i regnanti facessero costruire una residenza nelle vicinanze delle loro piramidi e che le strutture per la produzione di cibo ritrovate nel 1991 e nel 1995 fossero collegate ad un palazzo. Successivamente, nel 2005, da un’altra discarica accanto alla grande ed elitaria Casa 1 della cosiddetta Città Occidentale di HeG, è emersa una notevole quantità di sigilli che includevano alcuni dei titoli di più alto rango, riferibili a membri della casa reale o a importanti famiglie della Quarta Dinastia (Immagine n. 21).
Per John Nolan, direttore associato ed epigrafista senior di AERA, è un indizio molto forte della presenza, nelle vicinanze, di un edificio reale in cui il sovrano soggiornava in maniera sporadica e periodica. In pratica, un punto di appoggio temporaneo, piuttosto che un vera e proprio Residenza permanente.
All’epoca, anche Kromer, in base al materiale ritrovato, aveva avanzato un’ipotesi simile ed aveva localizzato il presunto Palazzo, che ospitava il re quando si recava ai cantieri, nell’area in cui Menkaure avrebbe successivamente eretto il suo Tempio in Valle. Effettivamente in quel luogo è presente un edificio che fu poi incorporato nella città di Khentkawes (KKT). Si tratta dell’edificio M (cfr. immagine n. 5) che presenta, intonaco dipinto ed un ambiente per le udienze, del tutto simile alle sale centrali di altre grandi case di amministratori presenti a KKT (si veda, la casa D, di cui ci si è già occupati) e nel quartiere occidentale di HeG. Queste sale, sempre orientate da nord a sud, presentano una nicchia all’estremità meridionale dove il proprietario si sedeva e riceveva gli ospiti. Nell’edificio M i muri sono più spessi rispetto a quelli di altre case di KKT e ha tre sale con nicchie e pilastri che in origine presentavano bande dipinte di nero bianco e rosso. Pertanto, potrebbe semplicemente trattarsi di un’altra delle grandi case presenti nel sito. Ma, oltre a presentare, rispetto a queste, muri più spessi, mostra elementi caratteristici di un palazzo risalente alla I Dinastia che è stato recentemente identificato da un team tedesco nell’antichissimo sito di Buto nel Delta del Nilo; vale a dire depositi che fiancheggiano la sala delle udienze, cortili aperti che ospitano impianti per la produzione di pane e altri alimenti, corridoi lunghi e stretti che circondano il nucleo della casa, pareti intonacate e dipinte e vie di accesso alla sala delle udienze. Il palazzo di Buto era, forse, una residenza temporanea per la corte durante il viaggio del re attraverso il Paese.
I lavori delle stagioni precedenti avevano evidenziato che le strutture occupavano l’estremità orientale di KKT ed erano installate lungo il versante occidentale di un bacino (portuale?) prima di essere ricostruite e incorporate nell’insediamento. L’edificio M sia nella prima fase, sia nella successiva, aveva, probabilmente la funzione di “road house” (in pratica, una residenza di appoggio) per i sovrani quando giungevano al sito piramidale. E’ ipotizzabile che parte di questo edificio fu demolita dai costruttori di Menkaure prima di erigere il Tempio a Valle della piramide e che i suoi detriti siano stati smaltiti sul Gebel el-Qibli. L’esame approfondito di questa struttura è l’obiettivo della stagione 2019, per studiarne le varie fasi.
Nel frattempo, dall’analisi dei reperti rinvenuti nel 2018 nel sito di Kromer, risulta che i sigilli formali, e forse anche gran parte degli intonaci dipinti, provengono dall’estremità inferiore occidentale del Sondaggio 185 (in particolare dal livello 522, cfr. immagini n. 16-17). Come già precisato in precedenza, Kromer aveva già trovato e rimosso, proprio in quest’area, la maggior parte dell’intonaco dipinto e dei sigilli, per cui il team di AERA si è fatto carico riportare alla luce quanto era stato tralasciato (Immagini n. 22-23-24).
In questo punto le linee di demarcazione scendono verso ovest, indicando che le persone che scaricavano i detriti arrivavano da est, la direzione di Heit el-Ghurab. Negli strati orientali, più alti e forse cronologicamente successivi, le linee degradano invece drasticamente verso est (cfr. immagini n. 13-14), segno evidente che, in quel periodo, gli scaricatori provenivano da ovest (Immagine n. 25).
Negli strati più alti e orientali (in particolare nel 512), è stata rinvenuta una quantità stupefacente di ossa di animali, in particolare ovini e caprini, mentre quelle di bovini erano presenti nel livello 522. Molte ossa erano state spezzate o tagliate laddove formavano un’articolazione con un altro osso e alcune presentavano evidenti tracce di coltello (Immagine n. 26).
Curiosamente si è trovata qui la prova invano cercata in SWI (l’isolato con muro eretto di Heit el-Ghurab) per sostenere che il complesso fungesse da recinto e macello.
Altre ossa, inoltre, erano state spaccate o forate all’estremità per estrarne il midollo (Immagine n. 27).
Evidentemente i macellai inviavano la carne di qualità superiore alle persone di rango più elevato, mentre destinavano le estremità per la preparazione di zuppe e stufati ricchi di grassi e proteine, a base di gelatina e cartilagini, adatte a sfamare un gran numero di persone, quasi certamente di status più umile. L’analisi di questo ricco materiale proveniente dal sito di Kromer, farebbe dedurre che i depositi di rifiuti superiori derivano per lo più dagli approvvigionamenti per le forze lavoro. Se così fosse ci si sarebbe aspettato che provenissero da HeG, ossia la Città dei Lavoratori.
In buona sostanza, restano in piedi due ipotesi sull’origine di ciò che è stato rinvenuto nel sito di Kromer – Palazzo a ovest e a nord (Edificio M) e forza lavoro a est (HeG) – che si contrappongono per la natura dei materiali e per la direzione di scarico.
Negli ultimi anni le discussioni e le pubblicazioni sui Palazzi dell’Antico Egitto (o meglio su quegli edifici che chiamiamo “palazzi”) si sono moltiplicate.
L’archeologo austriaco Manfred Bietak sottolinea che i “Palazzi” egizi, oltre ai grandi spazi pubblici, “comprendevano anche uffici, per i principali amministratori dello stato (nel caso in oggetto potrebbe trattarsi delle case della città occidentale?), caserme e arsenali per le truppe (il complesso di gallerie?) e numerose aree di stoccaggio per la raccolta e distribuzione delle merci…”
A Heit el-Ghurab è stata riportata alla luce solo parte di un insediamento proto-urbano della IV Dinastia, che un tempo era molto più esteso sia a est, sia a nord, lungo la base dell’altopiano. Altre strutture si trovano sicuramente al di sotto delle moderne costruzioni. Tutte quelle che sono state esposte potrebbero essere le parti di un unico gigantesco palazzo: una sorta di equivalente egizio di Versailles o, meglio, per rimanere nella terra dei faraoni, dei complessi del Nuovo Regno di Amarna o Malqata. Come questi, infatti, nelle sue due fasi principali, comprendeva vari appartamenti, sale e istituzioni reali.
Fonti:
Franck Monnier, “L’Univers Fascinant des Piramides d’Égypte”
Ali Radwan, “Le piramidi a gradoni” in “I Tesori delle Piramidi” (a cura di Zahi Hawass), p. 108
La raffigurazione del “wifi” di Edfu ha sempre posto il quesito di cosa rappresenti l’offerta che è tenuta in mano dal personaggio. E’ stata trattata in precedenza QUI
C’è da sottolineare che queste rappresentazioni sono due e si trovano entrambe nella “Salle d’offrande” del tempio di Edfu.
La posizione dei rilievi nel tempio
Non si è arrivati a dare una interpretazione certa e nel post che ho indicato si cita una ipotesi.
Nel formulare una idea, io ho seguito ciò che esprimono i testi che sono collegati alle raffigurazioni.
I testi che accompagnano le due raffigurazioni non sono uguali e citano mansioni differenti che però portano a indicare le offerte come carni in generale, di bovidi o uccelli. Le mansioni sono definite come servo e maggiordomo/cuoco nel riquadro A e di macellaio capo sovrintendente del macello di Ra nell’altro riquadro B (molto più danneggiato).
Per il segno del Wifi, la rappresentazione conduce ai segni di scrittura che vanno da F41 e similari: F41A: Vertebre convenzionalmente raffigurate, o F43: Costine di manzo.
Più difficile interpretare la seconda offerta . Seguendo il testo, oltre alla rappresentazione di un pezzo di carne, si può pensare a un vasetto di grasso animale, dai dizionari definito anche “olio denso”, perciò non assimilabile all’olio da spremitura che sarebbe oltretutto raffigurato con un altro tipo di recipiente.
La costruzione di monumenti così spettacolari richiese una minuziosa, rigorosa e, al contempo, mastodontica organizzazione del lavoro. Il personale che fu capace di realizzare queste opere titaniche, era composto da una moltitudine di addetti: tecnici, responsabili zelanti, amministratori, capi squadra, geometri,scribi, muratori, tagliatori di pietre e, infine, manovali. Si trattava, come si intuisce, di una miriade di persone che agiva principalmente per glorificare il re, ma anche per guadagnarsi, in questo modo, la propria immortalità. Fino al regno di Khaefra (Chefren), la documentazione al riguardo si riduce a laconiche indicazioni che, pur se sono riferite a qualche attore della costruzione, nulla ci dicono delle sue azioni , ma specificano solo le sue funzioni o responsabilità. Nulla ci viene rivelato riguardo alle loro concezioni, agli studi tecnici o ai progetti preparatori. Gli Alti Responsabili si mostrano un po’ più loquaci a partire dalla fine della IV Dinastia; ma la citazione di un cantiere o di una spedizione sembra essere null’altro che un pretesto per mettere in risalto i favori che avevano guadagnato presso il loro sovrano. Era prassi che le iscrizioni funerarie non facessero alcuna allusione a bozze e studi preliminari, altrimenti l’ispirazione divina delle disposizioni architettoniche sarebbe stata apertamente messa in discussione. E’ noto che durante il Nuovo Regno la conduzione ed il controllo del buon funzionamento di un cantiere avveniva secondo indicazioni e piani dettati dalla Ma’at, l’equilibrio immutabile che reggeva l’universo, e non c’è motivo di dubitare che fosse così anche durante l’Antico ed il Medio Regno.
Il ritrovamento di alcuni ostraca (Immagine n. 1) dimenticati, tuttavia, ci ha rivelato delle bozze d’architettura che ci permettono di intuire elementi sulle riflessioni che venivano elaborate all’epoca . A partire dall’Antico Regno, questi tipi di schizzi e disegni preparatori erano realizzati da scribi disegnatori, letteralmente “scribi delle forme”. Quando sievocano gli individui che hanno giocato un ruolo fondamentale nella costruzione di una piramide, la prima figura storica che balza alla mente è quella di Imhotep (Immagine n. 2), l’illustre Alto Funzionario del re Djoser (III Dinastia), la cui posterità ha sfidato i millenni.
Altre personalità si sono distinte dopo di lui: a partire dai suoi titoli, apprendiamo che Nefermaat (Immagine n. 3) fu a capo dei progetti architettonici del re Snefru.
Immagine n. 3 Frammenti provenienti dalla Mastaba M16 del principe Nefermaat e della moglie Atet. Il rilievo fu colmato con riempimento di paste colorate, cadute dopo l’essiccazione. Museo egizio del Cairo (da Rainer Stadelmann “Le Piramidi della IV Dinastia” in “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag.114)
Anche Rahotep (Immagine n. 4), suo fratellastro ricoprì sicuramente un ruolo primario quale responsabile dei lavori.
Immagine n. 4 Statua in calcare policromo del principe Rahotep. Assieme a quella della moglie Nofret fu rinvenuta nella loro mastaba a Meidum e data alla IV Dinastia all’inizio del regno di Snefru. Museo Egizio del Cairo (da Statue reali e private dell’Antico e del Medio Regno di Houring Sourouzian in “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass, pag.376)
Hemiunu (Immagine n. 5), figlio di Nefermaat, è generalmente consideratocome responsabile del progetto della piramide di Khufu(Cheope).
I papiri recentemente scoperti a Wadi el-Jarf, provano che Ankhaef (Immagine n. 6) era stato supervisore del cantiere di re Khufu (suo fratellastro), durante gli ultimi anni del regno. Debehen, Alto Dignitario sotto Menkhaure (Micerino), fu il primo ad aver lasciato testimonianze d’attività legate alla costruzione di una piramide*.
L’incarico di “responsabile dei lavori” veniva generalmente affidato al Visir, seconda carica dello Stato dopo il re, ma l’enorme mole di azioni da intraprendere gli lasciava di certo ben poco tempo per dedicarsi alla stesura dei progetti e alla messa a punto delle tecniche costruttive. Pertanto, per soddisfare i progetti più ambiziosi, un sovrano si aspettava che il suo ministro fosse in grado di circondarsi dei tecnici e dei dirigenti più competenti: i più talentuosi, in pratica, per portare a compimento l’impresa. I progetti più titanici, realizzati nell’arco di meno di un secolo, mai avrebbero potuto vedere la luce senza una vera e propria politica di ricerca di talenti, di sviluppo e soprattutto promozione. Le biografie mettono in risalto costantemente quegli individui che, essendosi distinti per la loro condotta, avevano conquistato il favore del sovrano, che non esitava a ricompensarli per il loro servizio. Era quindi importante introdurre una dinamica nel funzionamento di questi organismi, che contavano decine di migliaia di lavoratori, perché il tempo a disposizione era poco. Si intuisce, dai nomi dati a certe squadre o divisioni, che la competizione era uno dei loro fattori di motivazione: “squadra vigorosa”, “la duratura”, “possente è la corona bianca di Khnum-Khufu”
* Un certo Debehen, ciambellano, lasciò una testimonianza scritta sulla visita al cantiere funerario fatta dal suo sovrano. La sua tomba fu costruita nel cimitero centrale come ricompensa per i suoi servigi: <<quanto a questa mia tomba, è il re dell’Alto e del Basso Egitto Menkhaure, che viva eternamente, che me ne assegnò il luogo. Accadde che [Sua Maestà si trovava sulla] strada accanto alla tomba reale per ispezionare il lavoro di costruzione della piramide “Menkhaure è divino”; e il Maestro Reale dei muratori con [due] Artigiani dell’Altissimo e gli operai incaricati [vennero] a ispezionare il lavoro di costruzione del tempio. Poi misero cinquanta uomini a svolgere il lavoro in ogni giorno, e il completamento del luogo di imbalsamazione era destinato a loro…>> (Traduz. Alessandro Roccati)
L’ARCHITETTO IMHOTEP
Prima di proseguire nel percorso illustrativo dell’organizzazione dei cantieri egizi, mi sembra doveroso spendere qualche parola su quella straordinaria figura che fu l’architetto Imhotep. Per chi volesse approfondire ulteriormente la poliedricità di questo genio dell’Antichità consiglio vivamente una visita a questo link: https://laciviltaegizia.org/2022/10/29/imhotep/, dove il nostro Andrea Petta e Franca Napoli ci illuminano su Imhotep in qualità di medico.
E’ arcinoto che fu un illustre Alto funzionario del re Djoser (III Dinastia) e la sua fama ha sfidato i millenni. Fu divinizzato a partire dal Nuovo Regno e la sua mitica reputazione si è propagata in tutto il bacino del Mediterraneo fino, addirittura, a costituire un riferimento nei riti alchemici e massonici durante il Rinascimento. Di quest’uomo, a cui è attribuita l’invenzione della pietra da taglio ed il suo primo utilizzo su larga scala, l’unico documento pervenutoci della sua epoca è una menzione inscritta sullo zoccolo di una statua che attesta la sua esistenza e le sue alte cariche sotto il regno di Djoser, conservata presso il Museo Imhotep di Saqqara*: “Il cancelliere del re del Basso Egitto, il primo dopo il re dell’Alto Egitto, l’amministratore della grande proprietà, il nobile ereditario, il gran sacerdote di Eliopoli, Imhotep; carpentiere costruttore, scultore incisore, produttore di vasi.” (Immagini nn. 1-2)
La sua titolatura ci consente di vedere in lui l’ideatore del grande complesso funerario di Djoser.
In ogni caso, riguardo a questa epigrafe, secondo Ali Radwan, si possono cogliere i seguenti dettagli:
1. Non si tratta della “firma” di Imhotep
2. É l’unica menzione, ad oggi nota, dell’architetto nell’intero complesso di Djoser.
3. L’ultimo titolo inciso, qualifica Imhotep come scultore (gnwty), il che lascia supporre che fosse l’esecutore di questa e forse anche di tutte le altre statue del re.
4. L’ipotesi di Standelmann che sostiene che Imhotep fosse figlio di Djoser è difficile da accettare, in quanto neppure i figli di un sovrano godevano di un simile privilegio.
5. Si tratta, comunque, di un caso veramente eccezionale e denota la grande onorificenza tributata ad Imhotep per le sue capacità e il suo successo senza precedenti.
Nel complesso di Djoser (Immagini n. 3-4-5-6-7) è ancora possibile ammirare gli straordinari esiti raggiunti da Imhotep, la cui principale e più difficile impresa fu quella di creare una nuova architettura in pietra che riproducesse con precisione i precedenti materiali da costruzione (mattoni, legno, stuoie, canne, ecc.). Anche se non sono presenti colonne indipendenti, quelle incassate, fascicolate o scanalate e soprattutto le semicolonne a papiro, sono i primi esempi del genere nell’architettura egizia. Il complesso rimase un modello per le generazioni a venire non solo per l’uso della pietra come unico materiale da costruzione, ma anche per la perfezione raggiunta con la nuova tecnica. A titolo esemplificativo si pensi che i rilievi della tomba sud furono copiati in epoca saitica (circa due millenni dopo!!!!).
Gli sforzi scientifici nel sito furono iniziati da Cecil Mallaby Firth e James Edward Quibell, ma furono portati avanti e completati, per la maggior parte da Jean-Philippe Lauer. Per anni il compito più faticoso e straordinario di questo appassionato egittologo fu il restauro dei diversi elementi architettonici sparsi intorno al sito e la loro ricollocazione nella posizione originaria. Si può ben dire che i suoi sforzi abbiano prodotto la ricostruzione più ambiziosa e meglio riuscita nella storia dei lavori sul campo in Egitto. E’ proprio il caso di dire che re Djoser sia stato davvero fortunato ad avere due architetti interamente votati a lui: Imhotep, durante la sua vita, e Lauer nei tempi moderni!
Nell’Antico Egitto non esisteva una qualifica di “architetto” propriamente detto: si qualificavano gli individui che svolgevano queste funzioni come “responsabili dei lavori”. . Tuttavia, non si sa se Imhotep avesse questo appellativo, che in seguito fu molto comune tra i funzionari che avevano il compito di supervisionare il cantiere in nome del re.
Nel Nuovo Regno fu considerato un semidio, patrono degli scribi e personificazione dell’uomo saggio, figlio del dio Ptah.
In epoca saitica (XXVI dinastia, 664-525 a.C.) gli fu dedicato un tempio nei pressi del Serapeum a Saqqara e, nella regione menfita, fu considerato un dio guaritore. Le numerose statuette votive lo raffigurano seduto con un rotolo di papiro steso in grembo (Immagine n. 8 ).
Gli Egizi di epoca tarda gli riconoscono le qualità di un genio universale sulla base di una tradizione che dovette essere, senza alcun dubbio, sia orale che scritta. Un’inscrizione del tempio di Edfu riconosce in questo sapiente l’autore di una grammatica della costruzione, una guida per costruire un edificio perfetto.
Imhotep fu assimilato al dio greco della medicina, Esculapio e svolgeva la funzione di intermediario tra gli dei e gli uomini, intercedendo per i problemi più disparati: parti difficili, esorcismi contro i demoni, ecc. La popolarità del suo culto perdurò per tutta l’epoca greco-romana, quando divenne, con il nome di Imuthes, il protagonista di alcuni scritti di filosofia ermetica.
Si ritiene che la tomba di questo genio dell’antichità possa trovarsi presumibilmente a Saqqara nord, ma, a tutt’oggi, ancora non è stata trovata.
Purtroppo, non esiste, al momento, alcun altro documento che ci permetta di fornire una vaga idea delle alte imprese di questo celebre personaggio.
* Voluto da Jean Philippe Lauer (Parigi, 7/5/1902 – 15/5/2001), il Museo Imhotep è stato inaugurato nell’aprile del 2006 dalla Sig.ra Moubarak e Chirac). Lauer ha lavorato sul sito di Saqqara tra il 1926 ed il 2001 e, anche se il progetto che aveva immaginato non è esattamente quello che vediamo attualmente, bisogna riconoscere che i reperti presentati sono di qualità (privilegiata rispetto alla quantità) decisamente buona.
IL QUARTIERE DEGLI OPERAI
Le squadre erano strutturate e molto gerarchizzate. Si contavano divisioni i cui effettivi ammontavano fino a 2.000 unità. Ogni divisione era ripartita in due gruppi di 1.000 individui (aperu), ciascuno dei quali composto a sua volta da cinque “phylés” (sa) di duecento operai. Secondo i calcoli di Mark Lehner, affinché la Grande Piramide fosse completata nei tempi stabiliti bisognava consegnare e depositare almeno cinque blocchi al giorno, vale a dire un blocco ogni due ore (presumendo una giornata lavorativa di 10 ore). In quest’ottica sarebbe stato necessario mobilitare 1.360 lavoratori per il loro trasporto. Siccome ogni gruppo era formato da 1.000 individui si capisce bene che questo numero poteva essere elevato senza alcuna difficoltà a 2.000, vale a dire l’equivalente di un’intera divisione. Circa un altro migliaio di uomini poteva essere impiegato nel taglio e nell’adattamento dei blocchi. A queste stime vanno aggiunti gli artigiani impegnati nella produzione e riparazione degli attrezzi, i cavatori, il personale incaricato di nutrire e rifornire quest’esercito di lavoratori: un totale, valutato da Mark Lehner in almeno 20.000 anime. Tra l’altro questo numero non prende in considerazione la popolazione impegnata nella produzione e distribuzione delle derrate alimentari, né gli operai ed i trasportatori impiegati lungo le vie di spedizione. Il quadro relativo al cantiere non era perciò ristretto al solo sito di costruzione, ma riguardava l’intero territorio. Per poter gestire un così elevato numero di effettivi, gli Egizi dovettero gettare le basi della logistica, intesa come vera e propria scienza a parte, basandosi sul loro rigore amministrativo e contabile.
A Giza, non lontano dal cantiere, nel luogo denominato Heit el-Gurab, alloggiava una considerevole massa umana. Nel 1988, MarkLehner e l’ Ancient Egypt Research Associates (AERA) hanno scoperto un sito nei pressi della Sfinge che si è rivelato essere un vasto insediamento che un tempo serviva come base operativa per la costruzione dei grandi complessi piramidali. (Immagini nn. 1,2,3,4,5,6,7,8 )
<<Nel dicembre 1988, abbiamo iniziato a scavare in un sito, precedentemente sconosciuto, a 400 metri a sud della Sfinge, vicino a un monumentale muro di pietra, noto in arabo come Heit el-Ghurab (lett.”Muro del Corvo”). L’installazione, risalente alla IV dinastia, che abbiamo scoperto si è rivelata essere un insediamento urbano che si estendeva su più di 7 ettari. Costruita appositamente dall’ amministrazione reale, questa città servì come base operativa per la costruzione dei grandi complessi piramidali dei re Menkaure, Khafre e probabilmente Khufu. La sua numerosa popolazione di lavoratori, artigiani, dirigenti e amministratori lavorava direttamente o indirettamente per l’unico obiettivo di erigere la dimora eterna del proprio re.
Questa vasta città non solo ospitava gli operai che costruivano i complessi piramidali, ma anche coloro che sostenevano la città e la sua forza lavoro. Qui gli artigiani realizzavano le statue e gli arredi per i templi, nonché gli strumenti e le attrezzature per la realizzazione vera e propria delle strutture funerarie, mentre il personale di supporto lavorava per fornire alla città viveri e generi di prima necessità. Le strade e i vicoli del villaggio erano fiancheggiati da botteghe artigiane, cortili industriali, panifici, dispensari, cucine, magazzini, casette e residenze signorili,uffici per gli amministratori di cantiere.
Le materie prime provenienti da tutto l’Egitto affluivano nel sito per costruire, arredare e decorare i complessi piramidali e per produrre cibo, vestiti, ripari, strumenti e attrezzature da destinare alla forza lavoro. Durante l’annuale inondazione del Nilo, questi materiali venivano traghettati in barca fino alle porte della città su corsi d’acqua (ormai estinti da tempo), mentre altre volte vi venivano trainati da uomini e animali. Enormi silos reali si trovavano in un grande complesso dove il grano veniva distribuito per creare la birra e il pane utilizzati per nutrire questa massiccia forza lavoro.
Con il completamento della piramide di Menkaure, questo grande e trafficato insediamento fu dismesso e demolito. Gli strumenti, le attrezzature e le provviste ancora in uso furono portate via, mentre travi e mattoni di fango furono smontati per essere riutilizzati altrove, lasciando crollare muri e tetti. Il fatto che questo sito sia stato utilizzato per un periodo di tempo così breve lo rende prezioso per noi come capsula del tempo dei costruttori di piramidi>>.
Gli scavi qui condotti (e tuttora in corso) hanno fornito una grande quantità di informazioni sia sulla costruzione delle piramidi di Giza sia sullo sviluppo dello Stato egiziano. I team diretti da Mark Lehner, nel quadro del “Giza Plateau Mapping Project”, hanno riportato alla luce le vestigia di una serie di lunghe gallerie coperte, ognuna delle quali, si suppone, potesse ospitare da 40 a 50 individui. Questi grandi spazi servivano da parti comuni per proteggere le squadre durante la notte. Altri, ambienti avevano invece lo scopo di radunarle al momento dei pasti. Si è calcolato che non meno di 2000 operai venivano presi in carico dallo Stato in maniera continuativa, inquadrati attraverso un’ amministrazione che risiedeva non lontano dal villaggio. Il tutto era così meticolosamente organizzato e ad un livello tale che non è certo esagerato evocare una dimensione di tipo industriale. Gli scavi più recenti hanno rivelato degli strati più antichi, il che lascia intuire che l’insediamento esistesse già dai tempi di Cheope: si spera di poter riportare alla luce delle iscrizioni che lo attestino con assoluta certezza.
Del resto, una squadra tedesca, incaricata di studiare il sito di Dahshur, ha recentemente scoperto l’esistenza di strutture del tutto simili. Le misurazioni magnetiche hanno rivelato che le tracce reticolari rilevate per lungo tempo a sud della Piramide Rossa di Snefru nascondono i resti delle strutture murarie oblunghe che, senza dubbio, ospitavano i costruttori. Per cui si è certi che installazioni di questo tipo erano in uso almeno già all’epoca del predecessore di Cheope.
In linea generale si può definire “schiavo” un essere umano inteso come proprietà privata di terzi e privato di qualsivoglia diritto riconosciuto ad una persona libera. L’immagine biblica di migliaia di schiavi piegati sotto i colpi di frusta degli aguzzini egizi (Immagine n. 1), immortalata prima da artisti e poi dalla cinematografia hollywoodiana, ha contribuito a generare convinzioni tenaci e tuttora difficili da rimuovere dall’immaginario comune. Tanto che anche i recenti studi sulla società e l’amministrazione egiziana incontrano resistenze e difficoltà nel tentativo di correggere questa visione. E’ pur vero che, impegnati a ristabilire la verità o comunque un quadro più aderente a quella che poteva essere la realtà operativa di una società così lontana nel tempo (e nelle concezioni), diventa irresistibile la tentazione di pronunciarsi in ipotesi diametralmente opposte. Accade, infatti che per combattere credenze così radicate, alcuni storici non esitano ad affermare che le piramidi furono costruite unicamente da professionisti remunerati e liberi salariati. In realtà, anche una simile affermazione è piuttosto fuorviante e, come spesso accade è saggio considerare che la verità, probabilmente, si colloca in qualche parte tra le convinzioni più contrastanti. Vediamo dunque cosa si può osservare in merito.
La massa impegnata nei compiti più gravosi ed usuranti era composta da individui abituati a questo tipo di lavori: si tratta di operai non qualificati, sicuramente retribuiti come era consueto per persone di quel rango; vale a dire con salari che consentivano lo stretto necessario (o poco più) per il nutrimento, il vestiario, ecc. Inoltre, pensare che il lavoro venisse presentato loro come un’offerta che si potesse anche rifiutare è un idea che bisogna immediatamente respingere. Accadeva, infatti, che la stagionalità del lavoro nei campi liberasse un’ingente parte della popolazione durante alcuni mesi. Per trarre vantaggio da questa situazione veniva introdotta una corvée, una sorta di servizio obbligatorio. Nondimeno, il “villaggio degli operai” di Giza ha rivelato, come abbiamo visto in precedenza, che migliaia di persone vi dimoravano durante l’intero corso dell’anno e che il cantiere rimaneva operativo in maniera ininterrotta. Relazioni e testimonianze successive ci informano dell’intervento regolare di truppe dell’esercito durante l’esecuzione di lavori particolarmente imponenti. Non c’è da sorprendersi, in realtà, che queste fossero utilizzate come rinforzi quando il Paese non era impegnato in attività militari. In caso contrario, e per non vessare la popolazione, i sovrani potevano organizzare delle campagne in terre straniere e riportarne migliaia di prigionieri. Le campagne operate da Snefru in Nubia (Immagine n. 2) o da Amenemhat nel Vicino Oriente, ne costituiscono esempi perfetti.
In questo caso diventa molto più delicato considerare dei prigionieri come lavoratori cui venissero riconosciuti i diritti ordinari; sembrerebbe, piuttosto, che la loro condizione presentasse almeno qualche affinità con quella degli schiavi. Anche perché (opinione personale) il lavoro obbligatorio imposto agli egiziani quando i campi erano impraticabili, oltre che retribuito, forse, in misura leggermente migliore del solito, veniva affrontato con una ben diversa partecipazione, grazie alla convinzione (ampiamente propagandata) che si operasse per la gloria del sovrano. Una motivazione che è facile intuire, non aveva alcuna ragione di esistere per dei prigionieri.
In definitiva, se si eccettuano i responsabili e i capi squadra, si può concludere che il cantiere di una piramide si componeva di artigiani e operai qualificati da una parte e da una grande massa di manovali, più o meno costretti, in cui la proporzione di prigionieri dipendeva dall’attività militare del regno.
Come si diceva, l’immagine di migliaia di individui impegnati a trascinare blocchi a suon di scudisciate è probabilmente quella che più si fa strada nella mente di chi pensa all’Antico Egitto. Si è istintivamente portati a credere che le piramidi, ma anche tutti i colossali monumenti che costellano la Valle del Nilo, siano stati realizzati grazie al massiccio impiego di schiavi vessati e maltrattati. Una simile impressione è chiaramente veicolata dall’influenza di certa letteratura, che risente di interpretazioni errate dovute agli storici del passato, poi trasferite anche nell’ arte e nella cinematografia. L’ Antico Testamento, in particolare con il libro dell’ Esodo, ha di certo avuto una gran peso nella diffusione di questa convinzione, ma comunque i fatti narrati non c’entrano nulla con le piramidi (che erano antiche già di almeno un millennio all’epoca dei fatti narrati) e di fatto gli israeliti erano per lo più impiegati nella produzione di mattoni crudi (Immagini n. 3-4).
Probabilmente, la prima fonte dell’equivoco è da far risalire ad Erodoto, lo storico e viaggiatore greco (V sec. a.C.) che, al cospetto delle immani dimensioni delle piramidi, concluse, influenzato anche dai racconti dei contemporanei (ma le piramidi all’epoca del suo viaggio in Egitto avevano già all’incirca duemila anni!), che un simile progetto non potesse essere che il parto della mente di un sovrano dispotico e crudele. Da quel momento Cheope divenne il prototipo del tiranno assoluto, sebbene il suo culto, ancora attestato durante la XXVI Dinastia (672-525 a.C.) sembrerebbe smentire una così cattiva reputazione da parte degli egizi.
Tornando al nodo centrale dell’argomento, e per forza di cose riassumendo e semplificando al massimo una questione che meriterebbe ben altro approfondimento, mi sembra molto interessante il lavoro di Antonio Loprieno (nonostante sia risalente, credo, a oltre 30 anni fa) che fa notare come in una società come quella egizia, in cui il documento scritto pervade l’intera sfera comunicativa del singolo e dello Stato, manchi del tutto una codificazione dello status di “schiavo”*. Inoltre, nel corso di una civiltà che è stata protagonista per tre millenni ed oltre, bisogna tener conto dei mutamenti e delle evoluzioni etiche, sociali, politiche e di pensiero che si sono verificate, pur nella sua apparente (ma, appunto, solo tale) sostanziale immutabilità. Pertanto, sembra molto appropriata la scelta dell’autore di valutare i cambiamenti che hanno investito anche questa categoria umana nel corso delle varie epoche. Da una simile analisi si comprende, ad esempio, che nel Nuovo Regno, in particolare a seguito delle numerose campagne di espansione dell’Impero, sia divenuto più consistente l’impiego di individui assoggettati.
Ancora, Edda Bresciani, ci informa che nell’Antico Egitto esistevano certamente persone tenute a servire un’istituzione o un privato, avendo perduto la condizione di uomini liberi; tuttavia esse conservavano comunque il diritto a possedere beni, la possibilità di affrancamento e perfino quella di guadagnare una posizione più elevata nella scala sociale. Coloro che rientravano in questa categoria, per molti aspetti simile a quella dei “servi della gleba”, erano i cosiddetti “smdt” (soggetti) e gli “ḥmw” (servitori). Soltanto dall’Epoca Tarda, e particolarmente in quella tolemaica (304-30 a.C.), e siamo già in un Egitto che fa i conti con la cultura ellenistica, troviamo la categoria dei servitori “bak” (per lo più prigionieri di guerra e debitori), che possono essere considerati “schiavi” in senso stretto.
In definitiva, anche se non si può negare che nell’Antico Egitto si sia fatto ricorso all’impiego di materiale umano più o meno assoggettato e con livelli di costrizione più o meno severi, si può escludere che quella fu una società che abbia basato la sua natura etica, sociale, politica e culturale sul massiccio ricorso alla schiavitù, almeno per come la intendiamo noi. Siamo ben lontani, comunque, da crudeltà cui furono sottoposti, ad esempio, gli schiavi romani**, o in tempi più recenti i neri africani deportati nelle Americhe i quali oltre ad essere sottoposti a lavori massacranti, venivano privati, in pratica, finanche dello status di “uomini”.
In Egitto, mi preme ricordarlo, esisteva, invece, un limite etico che la “Ma’at”, imponeva a qualsiasi abitante della Valle del Nilo.
* Antonio Loprieno: “Lo Schiavo” in “L’uomo Egiziano” a cura di Sergio Donadoni, pag. 197
** Dione Cassio, Senecae Plinio raccontano, ad esempio, che nella villa di Pausylipon (Posillipo, Immagine n. 5), il proprietario, Publio Vedio Pollione, onoratissimo di avere come ospite l’imperatore Augusto, avesse ordinato di gettare in pasto alle murene il suo coppiere, resosi reo di aver rotto un prezioso calice di vetro. Solo l’intervento di Augusto, rimasto esterrefatto da una simile dimostrazione di crudeltà, salvò la vita dello sventurato; non solo ma ordinò che fosse mandata in frantumi l’intera collezione di Pollione.
Numerose civiltà e società antiche coltivarono un’arte legata al megalitismo; tuttavia, le testimonianze che ci hanno lasciato, riguardo alle tecniche utilizzate per spostare carichi molto voluminosi, sono estremamente rare. Tra queste documentazioni, per lo più molto frammentarie, c’è la famosa scena del traino di un colosso dipinta su una parete della tomba di Djehutyhotep, che è stata riprodotta e commentata innumerevoli volte, ma i cui disegni esistenti risalgono tutti al XIX secolo e nessuno di essi offre una riproduzione accurata dei colori originali.* L’obiettivo dell’articolo (Franck Monnier, JAEA 4, 2020), cui faccio riferimento in questa serie di post, è innanzitutto quello di proporre per la prima volta una restituzione completa dell’affresco.** Il lavoro dell’autore, non ha la pretesa di essere definitivo dal momento che una missione epigrafica è attualmente in corso presso l’Università di Lovanio nell’ambito del Progetto Dayr al-Barshā. Questo programma rivelerà sicuramente molti altri dettagli, in particolare sullo stile e sulla resa dei geroglifici e porterà a un disegno dal tratto perfettamente fedele che potrà rendere giustizia alla straordinaria qualità di quest’opera.
Intanto, il magnifico dipinto rinvenuto nella tomba di Djehutyhotep, un governatore vissuto nel Medio Regno durante la XII Dinastia, costituisce una testimonianza veramente unica di come avveniva il trasporto per via terrestre di elementi di enormi dimensioni. Ci fornisce preziose informazioni non solo sulle tecniche di trascinamento su slitta della sua colossale statua, ma anche sulla massa che veniva trasportata e sul numero di individui assegnati a questo compito. E’ fuor di dubbio che le tecniche di trasporto illustrate furono utilizzate anche con i monoliti impiegati nei complessi piramidali dell’Antico Regno.
L’affresco in questione si trova nella cappella situata sotto la tomba di questo “nomarca”, vissuto sotto i regni di Amenenhat II, Sesostri II e Sesostri III che fu scoperta sul finire del XIX secolo a Deir El Barsha, nel Medio Egitto (Immagine n. 1). Immortala il trasporto di una statua colossale con le fattezze del proprietario: un privilegio che si era guadagnato per meriti presso il suo sovrano, quasi sicuramente Sesostri III, l’ultimo sotto il quale svolse il suo ruolo di governatore. La rappresentazione è la più dettagliata, fra quelle di questo tipo, di tutto il repertorio iconografico egizio (almeno sino ad oggi noto) ed inoltre è accompagnata da testi descrittivi che ci offrono preziose informazioni sulle tecniche e la manodopera impiegate in questo tipo di operazioni.
Bisogna dire che le decorazioni della cappella hanno subito gravi danneggiamenti dopo la scoperta. Alcuni frammenti importanti sono stati deturpati, altri si sono sbriciolati a seguito di un terremoto. Tutti questi eventi si sono verificati prima che lo stato del sito fosse documentato dall’egittologo Percy E.Newberry***. Fortunatamente, i rilievi di quest’ultimo potettero beneficiare dell’esistenza di una fotografia amatoriale, scattata poco prima dei danneggiamenti, da un certo maggiore Hanbury Brown.
L’affresco si presenta oggi molto incompleto e il testo che accompagna il trasporto del monolite quasi completamente distrutto (Immagine n. 2).
Eccezionale poi appare, la ricostruzione tridimensionale in un disegno dell’egittologo francese Franck Monnierche chiarisce in maniera intuitiva e anche fortemente suggestiva la scena descritta (Immagine n. 4)
La scena si svolge nella 15.a provincia dell’Alto Egitto (il “nomo” della Lepre), una decina di chilometri a sud-est della collina della moderna città di El-Ashmunein, l’antica Hermopolis Magna. Il prezioso carico, montato su una slitta, è trainato da un corpo di 172 giovani assoldati, provenienti da tutta la regione e riuniti per l’occasione. Il dipinto li rappresenta divisi in otto file parallele di 43 individui in quattro registri sovrapposti. Nel registro più alto sono raffigurati giovani che corrono agitando steli di palma: l’artista ha voluto enfatizzare la dinamica del popolo festante che esprime il proprio entusiasmo per il maestoso carico e il suo imponente convoglio.
Un “cantante”, in piedi sulle ginocchia della statua, batte le mani scandendo il ritmo per coordinare i movimenti dei partecipanti e garantire una velocità costante.
Nel registro inferiore, sotto la statua, si trovano due gruppi di tre servitori. Il primo gruppo trasporta due brocche d’acqua grazie all’utilizzo di un bilanciere. Quello successivo porta sulle spalle una pesante tavola con la parte superiore rozzamente intagliata.
L’ interpretazione dei testi che accompagnano il dipinto, che è stato possibile ricostruire ed analizzare pressoché integralmente grazie alla foto amatoriale cui si è fatto cenno in precedenza, ha fornito materiale prezioso per la comprensione delle tecniche utilizzate dagli Antichi Egizi.
PARTE SECONDA: RICOSTRUZIONE DELLE TECNICHE DI TRASPORTO
Dietro la statua è menzionato il responsabile delle operazioni. Si tratta dello scriba Sepi, figlio di Khetiankh. Anche un intendente, che risponde al nome di Neheri, ha avuto il privilegio di essere ricordato: evidentemente, dovette svolgere un ruolo importante durante l’esecuzione del progetto.
La statua è descritta come alta 13 cubiti, vale a dire circa 6,80 metri. Djehutyhotep è raffigurato seduto su un seggio con schienale e zampe di leone ed è specificato che la scultura è realizzata con “pietra di Hatnub”, cioè di travertino*. Il tutto è saldamente imbrigliato con una corda e montato su una slitta con pattini ricurvi nella parte anteriore e smussati in quella posteriore.
Il tracciato (caratteristiche, percorso e destinazione)
È scritto che il tavolato raffigurato sotto la slitta (definito come “pezzi di legno per il percorso di trasporto“) era destinato a essere collocato sul sentiero appositamente preparato, ma mancano i dettagli per definirne l’uso preciso (potrebbe trattarsi di traversini, cunei di bloccaggio, elementi dentati antiscivolamento oppure di leveraggi ?). Tutte queste ipotesi sono state avanzate a causa della mancanza di dettagli e, va precisato, senza molte prove. I numerosi percorsi e le rampe dotate di traversini finora scoperti, fanno ragionevolmente propendere, per la realizzazione di un’apposita pista su cui far scorrere la slitta**. Considerato che il convoglio aveva alcune decine di chilometri da percorrere, è impensabile che la strada fosse dotata di tali componenti per tutta la sua lunghezza. Era necessario, quindi, un graduale smantellamento e riposizionamento in avanti dei vari elementi. Alcuni bassorilievi assiri illustrano bene questa tecnica, che consisteva nel montare e smontare il tracciato per il trasporto di una statua colossale (Immagini nn. 1-2).
Inutile rimarcare che i due gruppi di tre individui non possono essere considerati come effettivamente rappresentativi del loro numero. “Tre”, infatti, nell’iconografia e nella scrittura egizia, sottintende il plurale e lo scriba incaricato di sovrintendere alla decorazione ha semplicemente utilizzato questa convenzione per sfruttare lo spazio disponibile. Questo artista, “scriba delle forme (o dei contorni)” ricopriva anche la carica di sacerdote-lettore. L’iscrizione ci informa che il suo nome era Horimeniankhu, ed é raffigurato davanti al colosso, mentre compie un gesto di incensazione. Un’altra figura, questa volta anonima, versa acqua da un vaso nella parte anteriore del slitta. Questo tema iconografico, relativamente frequente, illustra un dettaglio molto significativo riguardo alla tecnica utilizzata per lo spostamento di carichi particolarmente pesanti. Inizialmente, fu interpretato da Newberry, come un atto rituale di purificazione***, ma in realtà serviva ad inumidire il tracciato allo scopo di ridurre gli attriti e, conseguentemente, diminuire l’entità degli sforzi durante l’avanzamento. Il personaggio incaricato dell’operazione si riforniva regolarmente dai portatori d’acqua che erano al seguito. Non doveva preoccuparsi di bagnare l’intero tracciato (anziché facilitare il compito di coloro che trainavano, lo avrebbe inevitabilmente vanificato), ma solo concentrarsi sulle parti a contatto con la strada. L’aggiunta di fango avrebbe sicuramente aumentato l’effetto di scivolamento****, ma poteva essere impiegato solo su un’area limitata per evitare di trasformare l’intera larghezza della pista in uno terreno impraticabile ed inoltre, ciò era possibile e probabile solo quando il trasporto avveniva non lontano dal fiume e non di certo su piste nel deserto. L’uso di olio, talvolta proposto, è assolutamente infondato, non fosse altro che per la spropositata quantità che si sarebbe dovuto produrne per rifornire cantieri giganteschi come, ad esempio quelli delle grandi piramidi.
Veniamo anche informati del coinvolgimento degli abitanti della regione che, considerata l’entità dell’impresa, richiedeva tutte le forze disponibili per essere portata a termine. Invece di essere costretti a svolgere il compito, i cittadini prendevano parte all’azione, orgogliosi di contribuire al suo successo. Il favore che il loro governatore aveva acquisito presso il sovrano valeva anche per loro.
Il testo principale, dipinto sulla sinistra della scena, offre alcune informazioni sullo svolgimento del trasporto, senza tuttavia essere sufficientemente chiaro e preciso per poterne ricavare uno scenario dettagliato e una ricostruzione accurata. In particolare, apprendiamo che il terreno non era praticabile e che dovette essere opportunamente preparato da una squadra di cavatori e da soldati chiamati a rinforzo.
Del colosso, oggi non ne rimane traccia, tanto che alcuni dubitano che sia mai stato realizzato, almeno nelle proporzioni evocate dal dipinto*****. Respingendo una posizione così estrema, la maggior parte degli studiosi ha discusso sulla posizione del colosso, il suo percorso e la tecnica di trasporto. Khemenu, l’antica Hermopolis Magna, sull’ odierna collina di El-Ashmunein, si trova sulla sponda occidentale, dall’altra parte del fiume rispetto a El-Bersheh, mentre la necropoli si trova sul lato orientale, dalla stessa parte della cava. La scelta dell’una o dell’altra destinazione equivale quindi a prendere in considerazione l’uso del trasporto via fiume oppure a escluderlo. Nel primo caso bisognava disporre di una flotta specializzata che avrebbe reso le tecniche da utilizzare molto più complesse (imbarco, sbarco, controllo della navigazione della chiatta, ecc.) e costose. Se fosse stato così, ci si sarebbe aspettati di ritrovare riferimenti in merito rappresentati su uno dei muri della cappella. In realtà nulla di tutto ciò vi compare. Vengono sì menzionate nei testi e rappresentate nelle scene, imbarcazioni, ma si tratta semplicemente di natanti ordinari adibiti al trasporto di tutt’altro carico.
La documentazione è invece, del tutto compatibile con una spedizione esclusivamente terrestre. Nel registro inferiore i giovani soldati del nomo orientale ci informano che il convoglio aveva raggiunto la città di Tjerti (sicuramente la destinazione finale), che potrebbe essere identificata con la località nota come al-Tūd, un quartiere a sud di Deir el-Bersheh, situato a 1500 metri a ovest della necropoli dei governatori, ai margini dell’antico letto del fiume. È da questa sponda del Nilo che provengono i protagonisti che celebrano l’arrivo della statua. Il convoglio si sarebbe diretto dalla cava, verso il Nilo per una quindicina di chilometri per aggirare un ripido rilievo, poi avrebbe puntato verso nord, seguendo la riva per un tratto di pari lunghezza fino a raggiungere il porto di Tjerti, e finalmente pervenire ad un luogo di culto degli antenati, situato non molto al di sotto della necropoli dei dignitari. È durante la seconda fase del viaggio che la squadra avrebbe avuto il significativo ruolo di rifornire e assistere le truppe che stavano procedendo faticosamente lungo la sponda del fiume.
Le scene e i testi della Cappella di Djehutyotep si concentrano sull’edificio che doveva ospitare questo gioiello: la cappella del “Ka”, che viene designata col nome di: “L’amore di Djehutyhotep nel nomo della Lepre è duraturo” e non va confusa con la tomba stessa.
La cava di Hatnoub, da cui è stata estratta la statua, si trova a una ventina di chilometri a sud-est, nel deserto orientale. Un’antica rete di strade collegate a questo sito è stata scoperta nei pressi di Deir el-Bersheh, nell’area della necropoli del Medio Regno dove è ubicata la tomba di Djehuthyhotep. Va notato che, oltre alla presenza del toponimo Tjerti, le iscrizioni fanno costantemente riferimento alla tomba nel contesto della scena. È quindi molto probabile che la statua si trovasse nelle vicinanze, in modo che i fedeli potessero rendere omaggio al loro signore nei pressi della sua dimora eterna, deponendovi delle offerte (Immagine n. 3)
*Spesso la pietra di Hatnub viene identificata in maniera non corretta come alabastro o calcite.
** Arnold (1991), Monnier (2017). Confronta anche il sistema di “binari” che permettevano di far scivolare sopra i grossi blocchi di chiusura per le gallerie di Wadi el-Jarf (Taillet, Marouard e Laisnay, 2012) https://laciviltaegizia.org/…/il-sito-di-wadi-el-jarf…/
*** Newberry e Fraser (1895), p.20. La questione è ancor oggi dibattuta dagli studiosi di tribologia (la scienza che si occupa dell’interazione tra organi in movimento valutandone aspetti come l’attrito, l’usura, la lubrificazione ecc.). Alcuni ammettono come possibile l’ipotesi di lubrificazione con acqua (Dowson, 1988), altri la respingono decisamente (Nosonovsky, 2007). Questi ultimi, tuttavia, si basano solo sulla visione obsoleta di Newberry, mentre la documentazione ha permesso di stabilire che si tratta effettivamente di un gesto tecnico (Delvaux,2018).
**** Una lunga strada costituita di traversine ricoperte di fango è stata scoperta a Mirgissa in Nubia. Si trattava di uno scivolo per trainare le imbarcazioni via terra per superare la cateratta.
***** Ad esempio Pieke (2016). Questa presa di posizione appare piuttosto strana. Secondo Gabriele Pieke, l’immagine del nomarca sarebbe stata ingigantita e l’avvenimento “drammatizzato” per esaltarne l’impatto. Una simile enfasi è attestata altrove, ma nessuna, che si sappia, racconta un evento così preciso e così ricco di dettagli: nei casi più spinti si limita a esaltare le caratteristiche del personaggio. E’ del tutto evidente che la scena in questione va ben oltre tale intendimento.
* John Gardner Wilkinson aveva realizzato un acquerello della scena (è riprodotto in Málek e Baines, 1981, pp 126-127). Si tratta però di uno schizzo veloce e non di una riproduzione in senso stretto. Furono eseguiti altri acquerelli più dettagliati, ma mai pubblicati. Alcuni di questi sono stati resi disponibili sul sito web del Griffith Institute.
** A partire dalle foto del Maggiore Hanbury Brown, dai rilievi di P.E. Newberry e da una recente fotografia di Marleen De Meyer.
***Percy Edward Newberry (Londra, 23 aprile 1869-Godalming, 7 agosto 1949) è stato un egittologo britannico. Approdato in Egitto nel 1891 con una spedizione del British Museum condusse scavi archeologici nelle necropoli di Beni Hassan e Deir el-Barsha fino al 1894 e poi fino al 1905 in altri siti egizi. (Fonte Wikipedia.org)
PARTE TERZA: POSIZIONAMENTO DELLA STATUA SULLA SLITTA
Il testo descrive la statua come un blocco rettangolare, lasciando supporre che durante il trasporto fosse soltanto sbozzata. Anche se la scena la raffigura del tutto rifinita, ciò non significa che avesse già questo aspetto durante il trasporto. Si tratta più che altro di una convenzione artistica dal momento che l’intento è quello di presentare un ritratto del dignitario nel modo migliore e non di certo incompiuto. L’ipotesi è supportata dall’attenzione che è stata posta nel raffigurare i dettagli (tratti del viso, capelli, barba) che è molto ragionevole pensare siano stati aggiunti all’ultimo momento, solo una volta che la statua fosse giunta a destinazione. Del resto, è ben comprensibile come un lungo percorso, attraverso una pista accidentata, avrebbe facilmente danneggiato la superficie del monumento. Altra osservazione, quasi del tutto ovvia, riguarda il posizionamento del monolite durante il trasporto. Per motivi di praticità è facile intuire, come la movimentazione di un enorme carico, sia molto più agevole se distribuito in lunghezza. Sarebbe davvero sciocco, rischiare pericolosissime oscillazioni, in particolare quando si affrontano terreni sconnessi e tortuosi. Molto più naturale ritenere che la statua sia stata trasportata distesa su un fianco e portata in posizione eretta al termine delle operazioni o, in alternativa, raddrizzata solo nell’immediatezza della fine del viaggio per apportare gli ultimi ritocchi e percorrere l’ultimo tratto in maniera più solenne e scenografica.
In effetti, la scena rappresentata ricorda una parata; una celebrazione in cui la folla omaggia il suo nomarca. Pertanto, il contesto lascia intendere che la statua sia stata raddrizzata e, probabilmente le ultime centinaia di metri furono percorse con la partecipazione di una processione festosa, forse anche rituale, composta da persone accorse da tutta la regione. Le scene della tomba mostrano inoltre, che le offerte erano già state deposte nella cappella, pronte ad ospitare la gigantesca statua di Djehutyhotep. E’ in una simile atmosfera che dovettero svolgersi le ultime operazioni, mentre profumi di incenso imbalsamavano l’aria e si tessevano lodi e canti.
La statua fu portata lentamente sino al suo piedistallo e qui gradualmente rimosse le traversine poste sotto la slitta per far sì che le guide laterali, spostandosi in avanti si posizionassero ai lati dello zoccolo su cui il monumento avrebbe trovato la sua definitiva collocazione. Ben si comprende che una tecnica simile non poteva essere adottata quando si trattava di spostare e posizionare giganti da 750 tonnellate come, ad esempio, nel caso del colossi di Memnone o del Ramasseum, che richiedevano installazioni di rampe e piani inclinati. Ma nel caso della statua di Djehutyhotep, sebbene di proporzioni abbastanza inusuali, la massa non costituiva un ostacolo per questo tipo di manovra. Con un’altezza di 6,80 metri, il blocco grezzo della statua di Djehuthyotep doveva pesare circa 80 tonnellate e circa 70 tonnellate una volta scolpito.*
L’affresco mostra il colosso trainato da 172 uomini, fornendo un’idea della distribuzione delle forze in gioco. Prendendo la scena alla lettera, bisogna concludere che ogni individuo doveva essere in grado di spostare 407 kg. Un recente studio condotto da Simon Delvaux (2018), sulla base di una serie di documenti egiziani, ha portato a concludere che il numero dei lavoratori impiegati rispondeva ad una regola di proporzionalità, secondo la quale ogni persona era in grado di spostare circa 340 Kg. Si trattava di un coefficiente medio, uno standard che probabilmente rifletteva una realtà pratica e non solo una convenzione artistica. Gli esperimenti condotti dall’archeologo Henri Chevrier (1970) nel tempio di Karnak lo portarono ad osservare che un singolo uomo, in condizioni ottimali e su un terreno pianeggiante, potrebbe spostare, addirittura, 1000 kg. Ovviamente, si tratta di un valore limite raramente applicabile in condizioni reali. D’altra parte è pure probabile che i 172 uomini raffigurati siano solo la conseguenza della necessità di ottenere una rappresentazione equilibrata disposta sui quattro registri, ma è un numero che è ragionevole considerare non lontano dalla realtà. Dato il coinvolgimento degli abitanti della regione, è, inoltre presumibile l’impiego di rinforzi durante le fasi più difficili del percorso.
Un ulteriore confronto con i bassorilievi assiri è istruttivo. E’ stato calcolato che i tori androcefali alati pesavano circa 30 tonnellate . Il loro movimento era assicurato anche dalla trazione per mezzo di quattro corde disposte una accanto all’altra, e gli individui rappresentati (lavoratori forzati) erano sempre tra i 50 e i 60. Se ne ricava un rapporto tra i 500 e i 600 kg per persona, un valore superiore ai casi egiziani, che si spiega con le condizioni di lavoro più estreme imposte ai prigionieri assiri**.
Comunque, nei casi in questione, l’obiettivo non era sollevare masse di 400-600 kg, ma solo di spostarle. Lo sforzo minimo da esercitare è proporzionale alla resistenza indotta dall’attrito della slitta a contatto con il terreno e la lubrificazione per mezzo di acqua agevolava l’operazione. Un recente studio (Ayrinac, 2016) non è riuscito, però, a giungere ad una conclusione definitiva sulle caratteristiche di questo spostamento, a causa delle troppe variabili in gioco. Solo l’archeologia sperimentale potrà gettare nuova luce sulla questione: in particolare sui dettagli dei materiali utilizzati per ridurre l’attrito o sul modo in cui venivano coordinati gli sforzi della squadra. Queste incertezze, però, non mettono assolutamente in discussione la fattibilità di una simile impresa. Numerosi documenti attestano che i monoliti egizi venivano spostati da enormi corpi di lavoro (come ad esempio il papiro Anastasi I, o le iscrizioni di Ouadi Hammamat) che riportano fino a 2.000 persone impiegate contemporaneamente in tali operazioni.
*Percy E. Newberry stimò una massa di 58 tonnellate (Newberry e Fraser 1895) e questo valore fu comunemente accettato. Più recentemente è stato ritoccato verso l’alto: 80 tonn. (Willems, Peeters e Verstraeten, 2005). I calcoli di Simon Ayrinhac (2016) hanno restituito un valore di 70( +/-5)tonn.
** I soldati assiri non esitavano a frustarli affinché rendessero al massimo.
PARTE QUARTA: IMBRACATURA DEL COLOSSO E CONCLUSIONI
Per stabilizzare la statua sulla slitta furono utilizzati anelli metallici (sicuramente di rame), attraverso i quali vennero fatte passare robuste corde, messe in tensione attorcigliandole grazie all’uso di aste di legno secondo il metodo della “garrota spagnola” (Ayrinhac, 2016)*. Per la protezione dei bordi del blocco furono interposti, nei punti di contatto, pezzi di cuoio (o forse di fibra vegetale). Si prospettano due ipotesi: se la statua fu rifinita durante il trasporto la funzione delle protezioni era quella di evitare i danneggiamenti di angoli e spigoli; se invece ad essere trasportato era il blocco solo abbozzato, lo scopo era quello di evitare che le corde si tranciassero.
Osservando la scena, così come era descritta nel dipinto originale (Immagine n. 1), da un punto di vista strettamente tecnico, nascono grosse perplessità. Si nota che la corda verticale che assicurava la statua alla slitta avrebbe sicuramente corso il rischio di scivolare in avanti, mentre le funi raffigurate orizzontalmente non sembrano avere altra utilità se non quella di aumentarne leggermente la tensione. Una soluzione del genere avrebbe certamente reso il trasporto poco agevole.** Appare chiaro che un simile carico avrebbe richiesto un fissaggio decisamente più elaborato.
Andy Joosse (2002) ha intrapreso un esperimento molto interessante: ha scolpito una statua in scala per studiarne il sistema di fissaggio (Immagine n. 2). Per Djehutyhotep è stato utilizzato un sistema a tre funi. La corda principale è quella verticale, che fissa la statua alla slitta. L’artista, però, l’ha rappresentata in modo inadeguato; infatti, i test di Joosse hanno dimostrato che la corda rappresentata sull’avambraccio scivola inesorabilmente verso il polso quando viene stretta.
Inoltre, la corda verticale non poteva essere semplicemente attaccata alle guide, ma doveva passare sotto di esse per mantenere la slitta in tensione. La presenza delle due corde disposte orizzontalmente può sembrare superflua, poiché la statua, probabilmente, non era divisa in due parti. Se esaminiamo la rappresentazione, possiamo vedere che queste corde si trovano sopra la corda verticale. Il serraggio delle corde potenzia quindi l’azione della corda. Una stranezza irrisolta è la presenza di due barre di torsione per ogni corda. Infatti, se venissero strette in direzioni opposte, gli effetti si annullerebbero a vicenda, mentre non si comprende l’utilità di serrarle nella stessa direzione. Un’ipotesi potrebbe essere quella di immaginare che l’artista abbia, secondo una mentalità tipicamente egizia, rappresentato sullo stesso lato barre che in realtà sono presenti su entrambi i lati.
D’altronde, chi dipinse l’affresco non aveva di certo come primo obbiettivo quello di illustrare con precisione i dettagli operativi, bensì quello di produrre un opera equilibrata e rispettosa dei canoni di bellezza. Non era il responsabile dei lavori e le decorazioni che era chiamato a produrre non avevano, ovviamente, lo scopo di fornire ragguagli tecnici. E’ quindi del tutto naturale che nelle valutazioni bisogna tener conto di lacune e imprecisioni insite in questo genere di rappresentazioni.
In definitiva, la scena del Colosso di Djeutihotep costituisce un documento di rara minuziosità nel panorama delle testimonianze egizie, spesso piuttosto avare di informazioni. Combinando testo e immagine, ci fornisce, infatti, una serie preziosa di dati. Veniamo a conoscenza del responsabile delle operazioni (Sepi, figlio di Keti-ankh), del luogo di estrazione del monolite (le cave di Hatnub), della sua destinazione (Tjerti), delle dimensioni e del modo in cui i sudditi del nomarca lo spostarono per decine di chilometri.
La valutazione di tutti questi elementi, fanno escludere, quasi del tutto, che si sia ricorso all’uso di trasporto per via fluviale. Djeutihotep disponeva di grande abbondanza di manodopera, ma non abbiamo alcun riferimento che possa far pensare alla disponibilità di una flotta specializzata.
Immagine n. 4: stipite sinistro dell’entrata della tomba di Djehutihotep. E’ conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Fu acquistato da Schiaparelli nel 1891-92. Le iscrizioni elencano i titoli civili e religiosi del nomarca. Le croci copte dipinte in rosso sono il risultato di un vandalismo operato in epoca cristiana. (fonte: wikipedia.org)
Si può, con buona sicurezza, concludere che la slitta fu fatta scivolare a forza di braccia e che il numero di uomini necessari veniva stabilito in base al carico e alle difficoltà del percorso. A questo proposito, l’artista autore dell’affresco (Horimeniankhu), sembra aver rispettato dei canoni di proporzionalità in quanto i 172 uomini rappresentati, si traducono in un valore di circa 400Kg/persona di massa media spostata, molto vicino a quella rivelata dalla documentazione nel suo complesso (immagini e testi). E’ doveroso sottolineare, che questo rapporto non può essere associato ad una regola rigorosamente meccanica, in quanto le forze da esercitare dipendono da troppi fattori: attrito, pendenza del terreno, punti di appoggio dei lavoratori, condizioni fisiche ecc. Il problema è in realtà molto complesso e la maggior parte dei parametri continuano a non essere noti, ma potrebbero essere chiariti attraverso una serie di esperimenti sul campo simulando le condizioni reali. D’altra parte, è fuor di dubbio che l’esperienza accumulata permise agli egizi di rispondere con successo alle sfide e molto probabilmente di riuscire a stabilire semplici regole sui rapporti di forze da mettere in gioco.
*Il metodo per legare il colosso alla sua slitta prevede l’uso di una tecnica utilizzata ancora oggi e che deve il suo nome alla tortura spagnola della garrota. Il principio è ben noto: una corda viene divisa tra due punti di ancoraggio fissi o avvolta intorno al blocco e ancorata a un punto fisso. Tra i due fili della corda viene inserito un pezzo di legno e la corda viene poi fatta ruotare sul suo asse, con l’effetto meccanico di accorciarla. (Immagine n. 3). Una sorta di panno protettivo o di cuscinetti in fibra o cuoio proteggono la corda e la pietra nei punti di contatto
Immagine n. 3 Il metodo di serraggio detto della garrota spagnola.
**Reginald Engelbach propose una soluzione che dimostrava che non era necessario che questi tiranti facessero tutto il giro. Disposti su un solo lato, potevano agire come tiranti perpendicolari per offrire il vantaggio di trattenere l’attacco principale mantenendolo alla massima tensione.
Fonti:
Franck Monnier, L’Univers Fascinant de Pyramides d’Égypte, p. 228-229
F. Monnier, “ La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” ,The Journal of Ancient Egyptian Achitecture (JAEA) vol. 4, 2020 p.55-72
Griffith Institute Watercolors & Drawings Project.
(a chi fosse interessato ad approfondire, consiglio caldamente l’accesso a questo sito. Contiene una descrizione molto dettagliata, corredata di numerosissime immagini, della tomba che, attualmente, è interdetta a visitatori).
Due frammenti provenienti dalla tomba, conservati al British Museum
La Tomba di Djehutyhotep presentava un impressionante portico di ingresso con un pilastro su ciascun lato ed una camera principale rettangolare, sui muri della quale era presente il grosso della decorazione. Purtroppo è stata interessata da gravi danneggiamenti a causa di terremoti e vandalismi. Fortunatamente l’Egypt Exploration Found (cui si devono le investigazioni sistematiche occorse tra il 1891-92) è stato in grado, grazie alla documentazione esistente, di ricostruire gran parte delle scene dipinte. Molte parti si erano staccate e furono trasferite al Museo del Cairo e al British Museum. Una missione dell’Università Cattolica di Lovanio sta riesaminando la tomba ed ha rinvenuto oltre un migliaio di frammenti.
Il British Museum conserva conserva due grosse porzioni della decorazione che si trovava sulla parete situata a destra rispetto all’entrata della tomba.
La figura femminile (Immagine n. 1) era alla guida di un corteo di donne che, altrove, sono identificate come le figlie del nomarca, anche se in questo frammento il testo è andato distrutto. Era fronteggiata dalla piccola figura di un addetto che regge un arnese per scacciare gli insetti (visibile in basso a destra). La donna indossa un abito attillato che accentua la forma femminile ideale e snella rappresentata nei rilievi egizi secondo uno stile di abbigliamento, forse un po’ rigido e formale, che però, almeno per quanto riguarda l’élite rimase ampiamente in uso fino alla metà della XVIII Dinastia.
Immagine n. 1 Frammento proveniente dalla Tomba di Djeutyhotep a Deir el-Barsha. Medio Regno (XII Dinastia, 1878-1855 a. C. circa). Londra, The British Museum, donato dall’ Egypt Exploration Fund nel 1894. Calcare dipinto, altezza cm. 72
L’altro frammento presentato (Immagine n. 2) si trovava nel registro al di sotto del corteo di donne, immediatamente a sinistra del soggetto precedente. Illustra un un corteo di accompagnatori, probabilmente membri del seguito di Djeuthyhotep. Due coppie di uomini trasportano quello che doveva essere il seggio del proprietario della tomba, sotto il quale è raffigurato un cane di cui possiamo leggere il nome, Ankhu. Sembra essere stato rappresentato in una scala un po’ più grande rispetto agli uomini, il che suggerisce che doveva rivestire grande importanza: forse si trattava dell’animale domestico di Djeutyhotep. Si tratta di un cane dalle zampe piuttosto corte, un tipo molto meno comune rispetto ai più sportivi sighthound o saluki (varietà di levrieri). Altri membri del corteo portano armi, tra cui un uomo con l’arco, uno con l’ascia e un altro ancora con ascia e scudo. E’ verosimile che si trattasse delle guardie del corpo del nomarca. L’abbigliamento ci fornisce informazioni sulle loro funzioni ed il loro status: quelli con il gonnellino lungo sono probabilmente gli alti funzionari, mentre quelli con il kilt corto sono quasi certamente le guardie ordinarie.
Immagine n. 2 Frammento proveniente dalla Tomba di Djeutihotep a Deir el-Barsha. Medio Regno (XII Dinastia, 1878-1855 a. C. circa). Londra, The British Museum donato dall’ Egypt Exploration Fund nel 1894. Calcare dipinto, lunghezza cm. 169
La qualità delle incisioni di tutti i frammenti provenienti da questa tomba è davvero molto elevata ed i colori molto ben conservati. L’analisi dei frammenti ha dimostrato che fu utilizzato un insolito numero di pigmenti in aggiunta a quelli impiegati normalmente: tra cui la huntite (un minerale carbonatico) per il colore bianco, l’orpimento (solfuro di arsenico) per il giallo e l’ossido di manganese per il nero. L’uso di pigmenti così eccezionali sottolinea ulteriormente la ricchezza e l’importanza di Djeuthyhotep.
Fonte: The British Museum. Masterpieces Ancient Egypt, pagg.78-79-80
Lostudio dell’Università di Lovano
A questo punto, vorrei fornire qualche informazione sul lavoro, svolto a partire dal 2017 da un team della KU (Katholieke Universiteit, Leuven, Belgio) che ha avviato una nuovo studio epigrafico della tomba di Djehutihotep a Dayr al-Barsha, nel Medio Egitto. Come già esposto in precedenza, Djehutihotep era un governatore provinciale del 15° nomo dell’Alto Egitto, in carica durante i regni di Senwosret (Sesostri) II e III. La sua cappella tombale scavata nella roccia, sulla collina settentrionale, contiene alcune delle più belle decorazioni pittoriche e a rilievo del Medio Regno, che tuttavia hanno subito danni piuttosto gravi a causa di attività estrattive successive, terremoti e vandalismo (Immagini nn. 1-2). La sua squisita decorazione e la presenza dell’insolita scena in cui una colossale statua in alabastro del governatore viene trasportata su una slitta, attirarono l’attenzione dei primi epigrafisti.
La prima testimonianza di un disegno della scena del colosso risale al 1817, quando W.J. Bankes e H.W. Beechey visitarono la tomba insieme a C.L. Irby e J. Mangles. Sebbene il disegno originale di Bankes non sia stato ritrovato, una copia è stata pubblicata da J. Gardner Wilkinson nel 1837.
La prima rappresentazione a stampa della scena è stata pubblicata nel 1824 dal barone von Minutoli, ma mostra solo l’effettivo trascinamento del colosso e non la parte che ci interessa in questa sede.
Nel 1833 Robert Hay inviò sul posto J. Bonomi e F.V.J. Arundale, che realizzarono alcuni disegni incompleti della tomba di Djehutihotep (Immagine n. 3). Anche il disegno che I. Rosellini pubblicò nel 1834 mostra solo il trasporto della statua e non il suo contesto più ampio. Nel 1838 pure Nestor l’Hôte potrebbe aver copiato la scena, ma come sottolinea P.E. Newberry ,”la maggior parte dei disegni suoi e dei suoi comprimari sono andati perduti in mare “. Nel 1841, tuttavia, Nestor l’Hôte tornò alla tomba e fece una copia di una parte della scena che ci interessa qui (Immagine n. 4). Nello stesso anno, anche J. Gardner Wilkinson fece degli schizzi nella tomba, di cui P.E. Newberry ha usato delle copie.
La tomba fu successivamente visitata da K.R. Lewandowski e poi, nel 1843, da K.R. Lepsius, che pubblicò una parte della scena che qui ci interessa (Immagine n. 5)
Nell’inverno 1891-1892 un’équipe dell’Egypt Exploration Fund effettuò una prima registrazione sotto la direzione di Percy Newberry. I suoi disegnatori erano un giovane diciassettenne, Howard Carter, e Marcus Blackden, e la loro pubblicazione del 1894 rimane tuttora l’opera di riferimento standard per questa tomba. [1] Tuttavia, sebbene il lavoro dell’équipe di Newberry sia lodevole per la qualità raggiunta, nonostante il breve lasso di tempo in cui è stato svolto, contiene molti errori e lacune e i grandi disegni d’insieme non rendono giustizia ai dettagli e al raffinato uso del colore.[2]
In seguito al furto di un frammento di rilievo, asportato dalla cappella interna nel maggio 2015, è emersa l’urgenza di una nuova e dettagliata ricognizione di questa tomba. È stato ottenuto un finanziamento dalla KU Leuven [3] al fine non solo di documentarne lo stato attuale, ma anche di ricostruire digitalmente il suo aspetto originale integrando al meglio, in un modello virtuale, i numerosi frammenti di pareti decorate conservati sia in situ che nei diversi musei del mondo.
Come per ogni progetto epigrafico, la scelta del metodo e del flusso di lavoro è stato un primo passo fondamentale. E’ apparso evidente che la strada da percorrere dovesse avvalersi della tecnologia digitale piuttosto che ricorrere al ricalco su plastica trasparente; pertanto, è stato utilizzato come punto di partenza una scena disegnata e analizzata con il software Adobe Illustrator.
[1] Newberry, Percy E. El Bersheh I: The Tomb of Tehuti-Hetep; ASE 3, Londra: Egypt Exploration Fund, [1894]. Per le prime esperienze di Carter come epigrafista, si veda James, T.G.H. “The Very Best Artist”. In E. Goring e C.N. Reeves (eds), Chief of Seers. Studi egiziani in memoria di Cyril Aldred, Londra: Kegan Paul, 1997, 164-174.
[2] Alcune scene selezionate sono state copiate come acquerelli per trasmettere esattamente questo aspetto, ma la maggior parte di esse non è mai stata pubblicata. Oggi è possibile sfogliarle sul sito web del Griffith Institute.
[3] Questa ricerca rientra nel progetto “Puzzling Tombs” (3H170337), finanziato dal Bijzonder Onderzoeksfonds della KU Leuven (Progetto C1). Tutte le immagini sono copyright del Progetto Dayr al-Barsha.
Studio di una scena sulla parete ovest della cappella interna di Djehutihotep [1]
Sebbene la scena del trascinamento della statua colossale del governatore sia la più nota dell’intera tomba, essa viene solitamente osservata in modo isolato rispetto al contesto. Tuttavia, essa fa parte di una narrazione più ampia che copre l’intera parte superiore della parete interna occidentale della tomba (Immagini nn. 1-2). Alla sua sinistra, la statua è seguita da una grande figura di Djehutihotep stesso, accompagnato da parenti, guardie e alti funzionari. A destra è raffigurato l’ingresso dell’edificio (ora distrutto) verso cui la statua è stata trasportata e davanti al quale sono raffigurati alcuni portatori di offerte. Tali dettagli sono stati riportati solo sommariamente nella pubblicazione di Newberry del 1894, probabilmente perché poco visibili a causa dei depositi polvere e terra che li ricopriva.
Oggi, tuttavia, è visibile molto di più di questa scena (Immagine n. 3). La nuova copia che ne è stata fatta rende evidente che il disegno di Newberry non solo è incompleto, ma anche errato. Nel ricomporre i numerosi fogli dei disegni di questo muro, per l’inchiostrazione definitiva nel Regno Unito, qualcosa deve essere andato storto e diversi portatori di offerte sono finiti nei registri sbagliati. L’uomo che porta nella mano destra un grosso pezzo di carne alla fine del registro n. 5 è in realtà lo stesso che viene raffigurato per primo nel registro n. 6, e sia lui che i due uomini di fronte a lui dovevano essere collocati nel registro n. 6. Le figure che Newberry ha reso nei registri nn. 3 e 4, appartengono in realtà ai registri nn. 4 e 5. Un disegno corretto di Newberry è riportato nell’ Immagine n. 4/5. Gli errori diventano evidenti solo quando si confrontano le fotografie accanto ai disegni, ma questo esempio dimostra ampiamente la cautela con cui ci si deve avvicinare a queste vecchie pubblicazioni.
L’intera scena è stata tracciata nuovamente con il software (Immagine n. 6). La maggior parte dei portatori di offerte e tutte le iscrizioni che li accompagnano non furono pubblicate da Newberry, ma questa raffigurazione fornisce importanti informazioni sulla catena di approvvigionamento della cappella del Ka di Djehutihotep.[2]
Durante il processo di realizzazione del disegno vettoriale, è emerso chiaramente che l’utilizzo di un applicativo basato su raster avrebbe consentito uno stile più naturale. Bisognava tenere conto infatti che copiare un dipinto o un rilievo non doveva dare per risultato quello di una linea matematicamente corretta, ma il lavoro di un artista di talento eseguito a mano libera. La “grazia della linea” nell’arte egizia, come ha giustamente affermato T.G.H. James [3] quando ha descritto ciò che contava di più per Howard Carter come disegnatore, viene decisamente evidenziata con un metodo di registrazione che dà all’epigrafista un tipo di libertà che non si trova nei vettori matematici.
Dal carboncino al Bluetooth: Tracciare le scene dipinte del santuario con l’iPad
(Scritto da Toon Sykora, KU Leuven, Dipartimento di Archeologia, studente di dottorato)
Questa grotta è piena di immagini nelle pareti […]
Questi personaggi e figure sono così numerosi, che non possono essere disegnati da nessuno in meno di un mese.
(Johann Michael Wansleben (1673), fornendo la più antica descrizione conosciuta della tomba di Djehutihotep)[4]
Dopo aver completato lo studio preliminare , il passo successivo è stato quello di documentare completamente la decorazione conservata nella tomba di Djehutihotep. Una superficie pittorica originariamente di oltre 250 m² e un elevato grado di dettaglio (Immagine n. 7), rappresentano di certo una bella sfida.
A complicare ulteriormente la questione, le diverse fasi di danneggiamento occorse ne impediscono una visione completa. Queste distruzioni iniziarono già in epoca faraonica, quando l’escavazione all’interno e nei dintorni delle tombe del Medio Regno causò importanti fratture e il parziale crollo delle sepolture scavate nella roccia. Le scene rimaste furono ulteriormente vandalizzate con scalpello e pennello quando la tomba fu convertita in una chiesa copta e non furono risparmiate da ulteriori danni sotto le attività dei saccheggiatori di antichità a partire dal XIX secolo (Immagine n.8).
Di conseguenza, il progetto richiedeva una tecnica flessibile, che incorporasse le diverse informazioni di cui si era in possesso e fosse facile da utilizzare sul campo. Seguendo la metodologia di Krisztián Vértes per l’epigrafia digitale e con il suo prezioso supporto, è stato creato un flusso di lavoro ad hoc. Concentriamo la nostra attenzione sul santuario nella parete nord della cappella interna di Djehutihotep come caso di studio illustrativo. Nella cappella funeraria di Djehutihotep è presente una grande nicchia per le offerte con quasi 20 m² di decorazione dipinta. Questo santuario, ricavato al centro della parete nord (Immagine n. 9), è dedicato al proprietario della tomba, Djehutihotep e a suo padre Kay. Entrambi gli uomini sono raffigurati sulle pareti mentre ricevono offerte. Sebbene queste scene presentino un soggetto piuttosto convenzionale, contengono alcune tra le decorazioni più accuratamente dipinte e meglio conservate dell’intera tomba, rendendo questo santuario un ottimo candidato per la presentazione della metodologia applicata.
Dopo la fase preparatoria, inizia il disegno vero e proprio. Il disegno iniziale è idealmente realizzato di fronte al muro originale, dando all’epigrafista l’opportunità di eseguire un controllo efficace nel caso in cui un segmento non sia sufficientemente chiaro sulla fotografia. Soprattutto nel caso di decorazioni a rilievo e mal conservate, questo è essenziale. Il software Procreate consente fino a 6 livelli in un disegno, utilizzati per distribuire la decorazione dipinta, il rilievo, le linee della griglia, i danni e le croci copte su livelli separati (Immagine n. 10).L’immagine multilivello che ne risulta costituisce la migliore documentazione possibile di queste pareti.
Tutti i disegni iniziali vengono comparati in loco da almeno un altro egittologo. Dopo averli rielaborati in modo soddisfacente sia per l’epigrafista iniziale sia per quello che li ha collazionati, vengono finalizzati con il processo di inchiostrazione digitale in Adobe Photoshop (Immagine n. 11). In questa fase viene aggiunto un tratto di forza per la decorazione in rilievo, nonché scale di grigio o pattern per indicare i vari colori. Sebbene l’intero processo richieda molto tempo, riteniamo che il risultato finale valga lo sforzo e crei una documentazione che resisterà alla prova del tempo.
[1] Questa scena è studiata in dettaglio in De Meyer Marleen e Harco Willems. “The Regional Supply Chain of Djehutihotep’s Ka-Chapel in Tjerty” (https://www.dropbox.com/…/De%20Meyer-Willems_2017…) e in G. Andreu-Lanoë e F. Morfoisse(eds), Sésostris III et la fin du Moyen Empire. Actes du colloque des 12-13 décembre 2014 Louvre-Lens et Palais des Beaux-Arts de Lille, Cahiers de recherches de l’Institut de papyrologie et d’égyptologie de Lille 31, Lille: Université de Lille, 2016-2017, 33-56.
[2] Per ulteriori e più dettagliate informazioni sul contenuto di questa scena, si veda il link della nota [4].
[3] James, T.G.H. “Il credo epigrafico di Howard Carter”. In Sesto congresso internazionale di egittologia: Atti, Torino: Tipografia Torinese, 1992, 339.
[4] Wansleben, Johann M., The Present State of Egypt: Or, a New Relation of a Late Voyage into that Kingdom: eseguito negli anni 1672 e 1673 da F. Vansleb, R. D. in cui si ha un resoconto esatto e veritiero di molti particolari rari e meravigliosi di quell’antico regno: Englished by M.D. B.D., Londra [1678], 238-239.
Fonti:
Marleen De Meyer, KU Leuven, Dipartimento di Archeologia, ricercatrice post-dottorato e vicedirettrice per l’Egittologia e l’Archeologia, Istituto olandese-fiammingo del Cairo.
Marlen De Meyer e Harco Willems, The regional supply chain of Djehutihotep’s Kha-chapel in Tjerti
La traduzione delle iscrizioni della scena di trasporto.
Termino il discorso sul colosso di Djeutyhotep con uno sguardo ai testi che accompagnavano la scena del trasporto della sua statua, presente sul muro sinistro della camera interna. Questa scena, famosissima perché unica nell’arte egizia, si dipana lungo tutta la parete. Fortunatamente attirò subito l’attenzione degli esploratori che ne fecero dei disegni. Come già esposto precedentemente, ha, infatti, sofferto di gravi danneggiamenti. Presentava un’iscrizione a destra della statua, disposta con un andamento molto particolare, che costituisce una vera e propria narrazione della scena, mentre sulla sinistra erano perfettamente visibili 12 colonne di testo che descrivono il trasporto del colosso. Ripropongo (Immagine n. 1) il disegno di Newberry per una più immediata individuazione dei testi che saranno esaminati.
Immagine n. 1 particolare del disegno di Newberry della parete ovest della tomba di Djehutihotep (Newberry, Percy E. El Bersheh I: The Tomb of Tehuti-Hetep; ASE 3, Londra: Egypt Exploration Fund, [1894], pl. XII).
1)Wnt m ḥb ib.s 3w(.w) i3w.s ẖrd(.w) ḏ3mw[.s] sw3ḏ (.w) ẖrdw.s ḥr nhm ib.sn m ḥb m33.sn nb.sn s3 nb.sn m ḥswt ity ḥr irt mnw.f
(Il nomo della Lepre è in festa, i suoi vecchi ringiovaniti, le sue giovani generazioni sono sbocciate. I suoi figli esultano quando vedono il loro signore e il figlio del loro signore, nelle grazie del re, compiere il suo monumento)
2-3)ḏ3mw n ´Imntt Wnt iw(.w) m ḥtp ḏd-mdw ´Imntt m ḥb ib.sn 3w(.w) m33.sn mnw n nbw.sn iwˁ ḫpr m ḥri-ib.sn pr.f pr it.f iw.f m nḫnw
(Le giovani reclute provenienti dall’ovest del nomo della Lepre sono giunte in pace. Parole dette: “L’Occidente è in festa! I loro cuori si rallegrano quando vedono i monumenti dei loro signori e l’erede che prospera tra loro. La sua casa è la casa di suo padre quando era piccolo”)
4-5) ḏ3mw n ˁḥ3wtiw n Wnt iw(.w) m ḥtp ḏd-mdw nfrw n ḏ3mw ir.n nb.f iwˁ w3ḏ(.w) m ḥswt ity nb(.f) iw.n sw3D.n msw.f m-ḫt.f ib.n 3w(.w) m ḥswt nt nsw mn w3ḥ
(Giovani soldati del nomo della Lepre sono venuti in pace. Parole dette: “È un bene per le reclute che il loro maestro le abbia addestrate! L’erede è prospero grazie ai favori del sovrano, il suo signore! Siamo venuti e abbiamo prosperato, i suoi figli lo hanno seguito. I nostri cuori si rallegrano per i favori del Re stabile e duraturo”).
6-7) s3 n wˁbw n Wnt iwt m ḥtp ḏd-mdw mrw ḏḥwti ḏḥwti-ḥtp mry nsw mrrw niwt.f ḥssw ntrw.s nbw r3w-prw m ḥb ib.sn 3w(.w) m3(3).sn ḥswt.k nt ḫr nsw
(Una phylé di sacerdoti Uab del nomo della Lepre. Venite in pace. Parole dette: “Amato da Thot, Djeutyhotep, amato dal re, amato dal suo popolo e lodato da tutti i suoi dei [della città].I templi sono in festa, i loro cuori in gioia quando vedono i tuoi favori presso il re.”)
8-9)ḏ3mw n ´I3btt Wnt iwt m ḥtp ḏd-mdw wḏ3.n nb.i r trti nmti ḥˁ.w im.f itw.f m ḥb ib.sn 3w(.w) ḥˁ.w m mnw[.f] nfrw
(Giovani reclute provenienti dall’est del nomo della Lepre. Venite in pace. Parole dette: “Il mio padrone è arrivato a Tjerti. Nemti ha gioito per lui. I suoi antenati sono in festa, con cuori gioiosi, a celebrare i bei monumenti”)
10) ḏd-mdw dit ḫn n mšˁ in mdww
(Parole dette “battere la misura per la truppa da parte del cantante solista)
(Il sacerdote-ritualista e scriba-disegnatore del palazzo reale che dipinse questa tomba decorata, Horimeniankhu)
13) irt sntr
(Fare incensamento)
14) f3t mw in pr-ḏt f3t ḫwt n st3 in ḫ3wt
(Trasportare l’acqua da parte di (quelli) del settore funerario. Trasportare le tavole (lett. “pezzi di legno”) del binario di trasporto da parte di (quelli) degli altari).
15) ḫrp k3t m twt pn sš hn ḫti-ˁnḫ s3 spi
(Il direttore dei lavori di questa statua lo scriba del tesoro* Sepi, figlio di Khetiankh
Alla sinistra della statua (vedi immagine n. 1) erano presenti le 12 colonne di testo, che propongo nella traduzione riportata da Franck Monnier in The Journal of Ancient Egyptian Architecture vol. 4,2020. (vi risparmio, in questo caso, per brevità, la traslitterazione). Tra parentesi la colonna cui si riferisce il testo tradotto.
‘(a) Scortare una statua di pietra di Hatnub alta 13 cubiti quando la strada che aveva preso era pericolosa più di ogni altra cosa, ed era difficile (b) per gli uomini spostare pietre di valore su di essa a causa della durezza delle pietre sul terreno.** Ho portato (c) una truppa di giovani reclute per tracciare la strada per essa, insieme a squadre di operai (scalpellini) dalle cave. I capi che erano con loro (d) furono informati. Uomini pesantemente armati dissero: “Siamo venuti a spostarla! Il mio cuore era felice e il popolo era unito nell’esultanza. È stato bello da vedere più di (e) ogni altra cosa. C’era un vecchio che si appoggiava a un bambino. I forti stavano con i deboli. I loro cuori erano sbocciati. (f) Le loro braccia erano diventate forti e ognuno di loro aveva la forza di mille uomini. E questa statua rettangolare, uscita dalla montagna, era (g) di qualità ineguagliabile. Le imbarcazioni erano state attrezzate e riempite di cose preziose, trasportate dalla mia truppa di soldati. Le giovani reclute (h) disposte in file la accompagnavano. Le loro voci lodavano il mio favore presso il Re. I miei figli erano (i) (…) e adornati dietro di me. Gli abitanti del mio nomo declamavano lodi dopo che ero giunto alla banchina (?) di questa città.*** (j) [Gli abitanti] riuniti erano esultanti. È stato bello da vedere più di ogni altra cosa. I governatori si sono insediati, gli amministratori sono stati nominati (k) […] all’interno di questa città. Sono altari**** sul fiume (cioè “la riva del fiume”) che io ho stabilito. I loro cuori non potevano immaginare ciò che ho realizzato: ho fatto per me (l) una bassa dimora del ka***** (cappella) solidamente allestita per l’eternità, avendo stabilito questa mia tomba grazie ad un lavoro per l’eternità”.
* A proposito di questo personaggio, lo vediamo rappresentato con dei documenti sotto al braccio in un’altra scena della tomba (NdA, Franck Monnier)
** Letteralmente, “a causa delle pietre sul suolo della via consistenti in pietre dure (NdA, Franck Monnier)
*** “dmi”, in questo contesto sembrerebbe assumere il significato di banchina, porto (Hannig, 2003, p. 1476). Il determinativo impiegato conforta questa interpretazione (NdA, Franck Monnier)
**** Il termine “ḫ3wt” significa altare e la presenza in questo conteso prò apparire strana. Le ricerche effettuate da Harco Willems e dalla sua squadra (Willems, 2014, pp.198-208), hanno tuttavia, dimostrato l’esistenza di un luogo di culto dedicato al governatore sulla sponda orientale del Nilo (NdA, Franck Monnier).
*****Un piccolo tempio, vale a dire una cappella. L’indicazione “dimora del ka” è scompars, ma un’altra menzione che figura in diverso punto della cappella ha permesso di colmare la lacuna (De Meyer e Willems, 2016-2017. NdA, Franck Monnier).
Di seguito propongo anche la traduzione dello stesso testo operata a suo tempo da James Breasted (Rockford, USA 27 agosto 1865 – New York, USA 2 dicembre 1935) , così come riportata sul sito osirisnet alla pag. https://osirisnet.net/…/djehoutyhotep/djehoutyhotep_02.htm.
Seguire una statua in pietra di Hatnoub di 13 cubiti. Il percorso intrapreso è stato difficile, più di ogni altra cosa. L’aver tirato grandi cose su di esso era penoso per i cuori del popolo, perché la roccia sul terreno era difficile, essendo una roccia dura. Mandai a chiamare i giovani, le giovani reclute per farle strada, insieme a squadre di minatori della necropoli e cavatori, i capi e i saggi. Le persone forti dicevano: “Siamo venuti a portarla”, mentre il mio cuore era nella gioia. La città era unita e gioiva; era molto bello da vedere, più di ogni altra cosa. Il vecchio tra loro si chinava sul figlio; i forti come i tremanti, il loro coraggio era aumentato. Le loro braccia sono diventate forti. Uno di loro aveva la forza di mille uomini. Vedete questa statua è un blocco quadrato della grande montagna, era più grande di tutto. Le navi furono equipaggiate, riempite di cibo […?] dal mio esercito di reclute. Le loro parole erano lodi e le mie preghiere al re. Arrivai al quartiere di questa città, il popolo era riunito, in lode; era molto bello da vedere, più di ogni altra cosa. […] il giudice e il governatore locale che erano stati nominati […] in quella città, e che avevano stabilito per il […] sul fiume, i loro cuori non avevano mai immaginato quello che io ho fatto per me stesso […] stabilito per l’eternità, dopo che la mia tomba era finita.
Fonti: F. Monnier, “La scène de traction du colosse de Djéoutyhotep. Description, traduction et reconstitution” JAEA 4, 2020 p.58-72
Elicottero, carro armato e astronave nel tempio di Abydos?
Il tempio di Osiride ad Abydos fu fatto erigere da Seti I (XIX Dinastia) nella parte iniziale del suo regno (1290-1279 a.C. circa). Un architrave di questo splendido monumento presenta un’iscrizione che ha dato la stura alle più fantasiose congetture da parte dei “fantarcheologi” (immagine n. 1).
Immagine n. 1 Gli…strani geroglifici incisi su un architrave del Tempio di Osiride ad Abydos fatto erigere da Seti I e completato da Ramses II (Fonte: en.wikipedia.org)
Cosa sono quegli strani geroglifici? Non c’è dubbio! Hanno tutta l’aria di essere rappresentazioni di un elicottero, di astronavi, magari un carro armato o di chissà quale altro mezzo moderno si riesca a immaginare. Inutile dire che si sono sprecate le ipotesi di conoscenze scientifiche apprese da una civiltà precedente ed enormemente avanzata (Atlantide, tanto per citarne una a caso) o, ancora meglio, proveniente da altri mondi. E’ fuor di dubbio, ammettiamolo pure, che quelle figure, a prima vista, sembrano davvero fuori posto, fuori luogo e fuori tempo.
Si tratta, in realtà di “pareidolia”, quel fenomeno che induce la nostra mente a riconoscere forme che ci sono familiari (come possono essere volti, oggetti, animali, ecc.) in composizioni casuali. Esempi classici, sono le immagini che crediamo di identificare in certe formazioni nuvolose, nelle concrezioni stalattitiche e stalagmitiche di una grotta, nell’osservazione dei crateri lunari e via dicendo.
Ma allora cosa è rappresentato su quell’architrave? E’ doveroso fare una premessa: il tempio fu completato dal figlio di Seti I, il grande Ramses II (1279-1212 a.C. circa). E’ noto che gli egizi, non esitavano, laddove procedevano al restauro, all’ampliamento o al completamento di un monumento precedente, a sovrascrivere le iscrizioni esistenti. In genere il faraone che si faceva carico di queste operazioni faceva apporre, o meglio sovrapporre, i propri nomi e titoli. E Ramses il grande, fu sicuramente fra quelli che più si distinsero in questa particolare attività. Fu un grandissimo e infaticabile costruttore e non esitava ad “usurpare” i monumenti dei suoi predecessori (in questo caso si tratta addirittura di un’opera eretta dal padre, tra l’altro amatissimo). Chiarisco subito che il termine “usurpare” è qui utilizzato in ottica del tutto moderna e fuori luogo. Per gli egizi non avrebbe avuto alcun senso per una serie di ragioni etiche, rituali e religiose che sarebbe troppo lungo spiegare in questa sede. Basti sapere che, per la loro mentalità, una pratica del genere era del tutto legittima e nient’affatto irrispettosa. Ma ritorniamo alla nostra iscrizione.
Prestando un minimo di attenzione, appare del tutto evidente che ci troviamo di fronte ad una commistione di geroglifici. Osservando da sinistra a destra (ma l’iscrizione si legge da destra a sinistra, in quanto le figure sono rivolte a destra), si notano due segni ben definiti, un’ape ed un giunco posti sulle rispettive semicirconferenze (nsw bity, l’espressione tipica che sta per Re dell’Alto e del Basso Egitto). Da questo punto in poi è chiaro che ci troviamo di fronte ad una serie di simboli sovrapposti (sull’estrema sinistra, ad esempio, si scorgono chiaramente al di sotto della sovrascrittura i segni che rappresentano le dee tutelari dell’Egitto (un cobra e, meno evidente, un avvoltoio, cioè le Due Signore).
Cosa è accaduto? Come accennavo in precedenza, in questa parte del tempio, Ramses II aveva fatto ricoprire di stucco l’iscrizione originaria su pietra, per poterne incidere un’altra al di sopra. Lo sgretolarsi dell’intonaco ha lasciato parte dei nuovi segni, ma ha rivelato anche quelli sottostanti, dando vita a queste forme così particolari. Katherine Griffis-Greenberg dell’University of Alabama e membro dell’American Research Center in Egitto è riuscita a isolare le due scritte e le ha analizzate.
L’iscrizione originaria, che è possibile individuare in diverse altre parti del tempio (Immagine n. 2), è riferita ad uno dei nomi di Seti I, appunto quello delle “Due Signore” (Nebty):[wḥm-mswt] sḫm-ḫpš dr-pḏt-9. (Lett. “Colui che rinnova le nascite, forte di armi, che respinge i nove archi” cioè i tradizionali nemici dell’Egitto).
Immagine n. 2: Tempio di Osiride, Abydos, particolare di un’iscrizione integra riferita al nome “Nebty” di Seti I (Fonte Beloved Egypt.com)
Al di sopra, Ramses II fece incidere la sua titolatura Nebty (Immagine 3): mk kmt wꜤf ḫꜢswt (Lett. “Colui che protegge l’Egitto e sottomette i paesi stranieri”).
Immagine n. 3: Il nome Nebty di Ramses II, che fu sovrapposto a quello del padre Seti I.
Con la sovrapposizione dei diversi geroglifici e la caduta accidentale di parte degli intonaci coprenti, quindi, si è venuta a creare questa singolare configurazione che niente ha a che fare con strumenti bellici. Di seguito sono elencati i segni entrati in gioco in questo equivoco figurativo (tra parentesi è riportato il codice utilizzato da Sir Alan Gardiner per indicare i vari simboli nella sua “Egyptian Grammar”):
elicottero: Arco (T10) + braccio con mano che tiene un bastone (D40) + braccio in combinazione con il pulcino di quaglia (G45)
aereo: D40 + pane (X1) + planimetria di un villaggio (O49).
Per rendere più comprensibile il tutto basta osservare le immaginin. 4-5-6, in cui vengono evidenziate le varie fasi di stesura delle iscrizioni: l’ultima è quella che deriva dalla sovrapposizione delle prime due.
Immagine n. 6: e questo è il risultato della sovrapposizione delle due iscrizioni dopo lo sgretolamento di parte dello stucco utilizzato dagli artigiani di Ramses II per ricoprire l’iscrizione originaria incidere la nuova (Fonte: http://www.marcovuyet.com/ALARMA%20ALIENATI2.htm)
In definitiva, anche in questo caso, mistero risolto in maniera chiara, semplice e inequivocabile, con buona pace dei sostenitori delle più accese e inconcludenti teorie sensazionalistiche.
Come già accennato, nella parte iniziale riguardante i luoghi di approvvigionamento dei materiali, Franck Monnier fa riferimento all’importantissimo studio condotto al riguardo da Rosemarie Klemm e Dietrich D. Klemm. Ho reperito il materiale riguardante le ricerche fatte dai due geologi, relativo all’altopiano di Giza, e l’ho trovato estremamente interessante; così ho pensato di aggiungere questo approfondimento nel percorso concernente la costruzione delle piramidi. Premetto che il lavoro è squisitamente tecnico, per cui mi sono adoperato per renderlo abbastanza fruibile, sperando di esserci, almeno in parte, riuscito. Richiede di certo un minimo di impegno, ma i risultati dei loro studi pubblicati nel 1993 nel volume “Steine und Steinbrüche im Alten Ägypten”(Immagini n. 1-2), aggiungono tasselli veramente preziosi alla comprensione dei metodi e delle scelte costruttive adottati dagli Antichi Egizi. Tra l’altro fornisce, a parer mio, elementi molto convincenti sull’insensatezza delle teorie di Joseph Davidovits che ipotizza la costruzione delle piramidi grazie all’utilizzo di geopolimeri.
Immagini 1-2. Copertine della prima edizione in lingua originale, 1993. e dell’edizione inglese, 2010
Le piramidi di Khufu, Khafre e Menkaure sull’altopiano di Giza (Immagine n. 3) saranno esaminate insieme per la loro stretta vicinanza e per la geologia comune dei siti di estrazione, sia per il nucleo sia per il materiale di rivestimento.
Immagine n. 3: Foto aerea dell’altopiano di Gizeh con le Grandi Piramidi, i loro ambienti archeologici e i principali siti di estrazione accanto ai monumenti.
In contrasto con la mancanza di indagini geologiche dettagliate sugli ambienti piramidali di Dahshur, Meidum e Saqqara, per l’altopiano di Giza esistono numerose pubblicazioni, purtroppo anche contraddittorie. Di queste, verranno citate solo le più importanti per offrire al lettore informazioni selezionate. Si farà tuttavia riferimento in modo dettagliato ai documenti più recenti di un gruppo di ricerca dell’Università di Ain Shams, al Cairo, e dell’American Research Centre in Egypt (ARCE), in quanto affrontano questioni che riguardano direttamente la provenienza delle pietre da costruzione delle piramidi.
Innanzitutto una breve panoramica storica:
Il primo tentativo sistematico di suddividere stratigraficamente l’altopiano di Gizeh è stato di Von Zittel (Bellingen 1839-Monaco di Baviera1904), che si occupò principalmente della classificazione dei gruppi fossili dell’Eocene presenti sul territorio. Nel suo manuale sulla geologia regionale dell’Egitto, Max Blankenhorn (Siegen 1861-Marburg 1947) si interessò intensamente alla conformazione geologica dell’altopiano di Gizeh. Jean Cuvillier (Ambleteuse 1899-1969) revisionò le nummuliti egiziane e propose nuove divisioni stratigrafiche. Il geologo inglese William Fraser Hume (Cheltenham 1867-Sussex 1949), al contrario, non discusse estensivamente l’altopiano di Gizeh nel suo primo volume della “Geologia dell’Egitto”. Una dettagliata suddivisione stratigrafica è stata invece fornita da Rushdi Said (Choubrah, il Cairo 1920-Washington 1973) che in seguito egli stesso ha modificato. Contributi dettagliati alla geologia dell’altopiano di Gizeh sono stati forniti da Amin Strougo insieme al gruppo dell’Università di Ain Shams che ha presentato una divisione stratigrafica ben differenziata, che Yehia ha correlato in modo convincente con le sequenze calcaree eoceniche del deserto orientale a sud del Cairo. Per quanto riguarda le pietre da costruzione, i particolari tettonici e la speciale mappa geologica fornita da Yehia sono di grande interesse. Vi sono segnati, infatti, gli elementi geologici e le caratteristiche che dovevano apparire evidenti ai costruttori delle piramidi, dal momento che la disposizione esatta delle piramidi e quella dei siti di estrazione sono stati scelti con cura, integrando questi aspetti nella concezione architettonica. Oltre a questo gruppo di geologi egiziani moderni, anche i geologi internazionali hanno presentato ottimi contributi geologici relativi all’altopiano di Giza. E’ il caso di K. L. Gauri, professore emerito dell’Universita della Louisiana che si è occupato anche della conservazione della Sfinge, e di Mark Lehner del American Research Centre in Egypt (ARCE). In particolare Lehner ha esposto interessanti connessioni tra la geologia locale e la scelta delle posizioni delle piramidi, dei siti di cava, dell’intera necropoli e delle installazioni portuali. Nel caso della piramide di Khufu, ha illustrato lo sviluppo dell’intero processo di costruzione sull’altopiano di Giza a partire dalla sua prima occupazione. Anche se non tutte le sue conclusioni possono essere confermate nella presente monografia, la sua attenta considerazione delle prove geologiche e archeologiche delle antiche costruzioni è impressionante. Sia Lehner che gli autori citati considerano le formazioni calcaree che dominano la regione di Giza appartenenti all’Eocene medio-superiore e il calcare vero e proprio dell’altopiano, alle basi delle piramidi, come parte della formazione di Mokattam, dell’Eocene medio. Per quanto riguarda la classificazione geologica delle principali aree di cava a sud di Khufu, a est di Khafre e a sud-est della piramide di Menkaure, i due gruppi di ricerca presentano alcune differenze. Il gruppo ARCE categorizza le unità rocciose di queste cave nella formazione Mokattam mentre il gruppo dell’Università di Ain Shams le classifica come parte della formazione “Observatory”. In entrambi i casi si accetta il periodo dell’Eocene medio. L’unica discrepanza risiede in una differenza di facies*. Questa “controversia” potrebbe essere considerata solo come una divergenza se non riguardasse i materiali da costruzione delle grandi piramidi e la loro provenienza. Originariamente, la classificazione stratigrafica risale ad Aigner che interpretava i calcari nummulitici duri che formano l’altopiano delle piramidi come una speciale facies marina poco profonda, precipitata su una zona dello strato cretaceo sottostante. All’interno di un’area protetta, nel fianco di questa cupola sottomarina, si sarebbero sviluppate barriere coralline; esse si presentano, ad esempio, come banchi isolati nei calcari duri alla base della Sfinge. Inoltre, Aigner ha osservato che verso terra seguono sedimenti lagunari sabbiosi, più poveri di nummuliti, ma più ricchi di fossili, con afflusso continentale, formatisi in parti basse, e spessi banchi di una sequenza calcareo-marnosa, osservabile anche sul corpo della Sfinge. Il gruppo ARCE classifica l’intera sequenza sotto la testa della Sfinge come formazione Mokattam, che è stata poi suddivisa da Gauri in tre membri: la base è costituita dal Membro “Rosetau” (dall’antico nome egiziano del muro di cinta della Sfinge). Queste rocce sono costituite principalmente da detriti biologici che riempiono lo spazio interstiziale tra i suddetti banchi di corallo, conferendo alla superficie del sedimento un rilievo irregolare. Al di sopra segue il Membro “Seteped” (dal nome del santuario della Sfinge del Nuovo Regno). Questa sezione, spessa quasi 10 m, è formata da circa sei strati calcarei e marnosi di 1-2 m di spessore ciascuno che mostrano una graduale diminuzione del contenuto di sale dal 3,5% a solo l’1,5% nella parte superiore. Il sale è costituito principalmente da alite (NaCl), mentre il gesso e i vari sali di potassio sono rari. Secondo il gruppo ARCE, la parte più alta della formazione Mokattam nell’area di Gizeh è l’”Akhet” (che prende il nome dall’antico termine egizio per indicare l’orizzonte; Akhet-Khufu era anche il nome dell’intero altopiano delle piramidi). Questo Membro Akhet forma il dorso superiore e soprattutto il collo e la testa della Sfinge. Il suo spessore è di circa 9 m ed è costituito nella sua parte inferiore da un calcare piuttosto morbido, ricco di materiale clastico. Le proprietà geologiche di questo membro, in particolare nella zona del collo della Sfinge, causano il noto problema dell’instabilità. Il gruppo di Ain Shams ritiene invece che la stratigrafia della Sfinge sia analoga alla formazione Observatory della catena montuosa del Deserto Orientale, che si estende dalla zona sud-orientale del Cairo fino a Helwan. Una stratigrafia simile è riportata anche da Aigner, tuttavia con alcune facies che interferiscono, il che potrebbe, in qualche misura, spiegare le discrepanze sopra citate. Informazioni di base sulla suddivisione dell’Eocene in Egitto sono fornite anche da Strougo. La carta geologica di Yehia mostra una differenziazione più dettagliata della formazione Mokattam sull’altopiano di Gizeh, in particolare nella sua prosecuzione occidentale. Secondo lui, l’attuale basamento delle piramidi è formato da sequenze della formazione Mokattam superiore. Al di sotto di esse, calcari dolomitici duri e grigio scuro della formazione Mokattam media si sovrappongono a calcari bianchi e calcari giallastri con nummuliti appartenenti alla formazione Mokattam inferiore. L’Eocene superiore dell’area di Giza appartiene, secondo il gruppo ARCE, alla formazione Maadi, che è piuttosto eterogenea e che Aigner descrive geneticamente come una regressione marina, che inizia nel Mokattam superiore e prosegue fino alla formazione Maadi dell’Eocene superiore. Le rocce di questa unità consistono in calcari marnosi, con presenza di fossili da scarsa a nulla, orizzonti di marne e arenarie e letti di conchiglie. La formazione di Maadi cambia generalmente di facies e spessore su brevi distanze, come è normale per un ambiente marino molto poco profondo. I banchi più importanti della formazione Maadi superiore sono i letti di Ain Musa, con i loro banchi calcarei duri e ricchi di fossili. Più tardi, durante la trasgressione marina del Pliocene, i letti di Maadi, più morbidi, furono spazzati via, causando il crollo di quelli di Ain Musa. Oggi, quei letti crollati formano i grandi blocchi collinari a sud e a ovest del cimitero islamico situato a sud della Sfinge, e hanno ricevuto il nome locale di Hitan el-Gurob. Infine, Yehia cita i sedimenti della formazione sabbioso-conglomeratica Oligocenica di Gebel Ahmar che si trovano a ovest dell’hotel Mena House e a ovest della strada del Fayum. A differenza della località tipo, i sedimenti non contengono quarzite silicizzata, il che rende la pietra adatta all’uso edilizio. La storia tettonica dell’altopiano di Giza è stata molto probabilmente di grande importanza per la scelta del luogo di costruzione delle Grandi Piramidi. Ciò risulta evidente dalle indagini sul campo di Yehia che ha mappato e interpretato i principali lineamenti di faglia, senza tuttavia discutere le possibili conseguenze sulla scelta del sito delle piramidi. Secondo l’autore, un sistema di faglie (geologicamente giovane) corre in direzione NNE-SSW per circa 250 m dietro il lato occidentale del Mena House verso la piramide di Khafre, senza raggiungerla, ma sostituendo una terrazza quaternaria del Nilo. Una serie di altre faglie più piccole corrono in quella direzione, direttamente nella base rocciosa della piramide di Khufu (Immagine n. 4).
Immagine n. 4: Il sistema di faglie che attraversa l’altopiano di Giza in direzione NNE-SSW.Qui siamo nei pressidella piramide di Khufu
Questa caratteristica era stata certamente riconosciuta dagli ingegneri della piramide, dato che erano stati presi provvedimenti per incorporarla nel progetto. Sembra che la lunghezza della base della piramide di Khafre sia stata ridotta rispetto alla lunghezza originariamente prevista (274 m). Inoltre, lo spostamento dell’ingresso di oltre 14 m dall’asse centrale potrebbe essere considerato una conseguenza di questa situazione geologica. Se il passaggio d’ingresso fosse stato costruito lungo il vero asse mediano simmetrico, la camera sepolcrale si sarebbe pericolosamente avvicinata a questo sistema di faglie, causando molto probabilmente problemi di tipo statico. Un aumento drastico del peso della piramide, era ovviamente troppo rischioso. Il secondo sistema di faglie “F2” è stato di grande importanza per gli architetti incaricati della piramide di Menkaure, poiché corre in diagonale, quasi direttamente attraverso la base rocciosa della piramide. Questo potrebbe essere il motivo per cui il volume del progetto è stato mantenuto al minimo e molto probabilmente in origine era previsto ancora più piccolo. La posizione della piramide di Menkaure nel suo sito attuale, tuttavia, è stata determinata dalla conformazione generale dell’altopiano di Giza. Inoltre, la costruzione della piramide verso sud-ovest, lontano dal sistema di faglie, avrebbe reso problematica l’aggiunta di piramidi satelliti, poiché si sarebbe lasciato il limite meridionale delle unità calcaree nummulitiche dure della formazione superiore di Mokattam presente all’interno dell’altopiano. Gli altri sistemi di faglie citati da Yehia non hanno un’influenza diretta sui monumenti di Giza. Inoltre, Aigner ha osservato la particolare caratteristica per cui il bordo settentrionale dell’altopiano è stato condizionato dalla tettonica di questa zona e successivamente eroso dall’azione marina del Pliocene.
* In geologia questa parola indica l’aspetto delle rocce, cioè la fisionomia che ne rivela l’origine. Ad ogni facies litologica corrispondono una fauna e una flora speciale, che la caratterizzano, per cui una facies può definirsi come l’insieme dei caratteri litologici e paleontologici di un sedimento in un dato punto della Terra. Si hanno facies continentali nel senso stretto della parola, cioè subaeree, lacustri, fluviali, lagunari, marine (Enciclopedia Treccani on-line)
Fonte: Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed.DE GRUYTER pp. 69÷73
Parte seconda: le cave di Giza
1. L’area di cava principale, che forniva il nucleo di muratura della piramide di Khufu, era situata circa 500 metri a sud del bordo meridionale della piramide (Immagini nn. 1, 1a-1b).
Immagine n. 1: Mappa schematica dell’altopiano di Giza con i siti di cava individuati.
Immagine n. 1a (a sinistra): Sito principale della cava di Khufu e di Khafre. Lo scavo è ancora visibile sui bordi, ma il riempimento dell’ampia fossa aperta a causa della sabbia ne ha reso inizialmente difficile l‘ identificazione come cava. Immagine n. 1b (a destra): Parte occidentale del sito principale della cava utilizzata prevalentemente da Khufu. Le aperture scure sono tombe rupestri scavate successivamente.
Le moderne immagini satellitari mostrano le tracce di una rampa di trascinamento che, dalla parte occidentale di quest’area di cava, si dirige verso l’angolo sud-ovest della piramide di Khufu (Immagine n. 2).
Immagine n. 2: Rampe di trascinamento del sito della cava principale di Khufu verso gli angoli sud-occidentali e sud-orientali della piramide (mappate grazie all’immagine satellitare di Google del 2006).
A conferma, di recente, durante la posa di un cavo elettrico, sono stati scoperti i resti di due strette rampe parallele che conducevano proprio in quell’angolo. Questa rampa fu in seguito sovrastata dalla strada rialzata di Khafre, che la utilizzò come rampa di trascinamento durante la costruzione della sua piramide. Osservando attentamente l’immagine n. 2, si nota che una seconda rampa parte dal lato orientale della piramide di Khufu, piegando leggermente a ovest verso l’area della cava. Anche questa fu sormontata dalla strada rialzata di Khafre. In accordo con Lehner, nella presente monografia, questo sito è indicato come cava di Khufu e viene considerato come la parte occidentale dell’area centrale di estrazione. Più tardi, nelle sue pareti furono scavate le tombe rupestri della famiglia di Khafre e della V dinastia.
Le parti più orientali del campo furono generalmente sfruttate da Khafre per ottenere il materiale per il nucleo della sua piramide. Esso fu poi esteso fino all’area in cui si realizzò la Grande Sfinge. Reisner ha assegnato la cava principale dell’altopiano di Giza a Khufu e Khafre. Essa comprende anche l’area della mastaba di Khentkaus, costruita sopra e intorno a un blocco di pietra massiccia lasciato dai minatori. Macroscopicamente, questi calcari sono di colore da grigio-beige a giallo-marrone, per lo più compatti ma anche porosi in alcuni punti, e risultano gessosi a causa della presenza di componenti marnosi. Molti resti fossili di piccole dimensioni sono rilevabili, ma difficili da identificare. Occasionalmente, sulle superfici lisce si possono riconoscere piccoli nummuliti* lunghi fino a 5 mm; vari sali affiorano in superficie e possono essere asportati facilmente con le dita. Con una lente manuale, i fossili appaiono per lo più come piccole nummuliti, conchiglie e altri resti fossili, tutti irregolarmente incorporati e generalmente calcificati nella matrice calcarea. Al microscopio, diventa evidente la ricca varietà di fossili, e dei loro frammenti, che caratterizza la tipica struttura di queste rocce bioclastiche. Nonostante le apparenti vistose variazioni di colore, al microscopio tutti i campioni di roccia sono simili. Oltre ai fossili principali rappresentati nelle Immagini nn. 3-4-5-6, molti altri resti fossili, come conchiglie di ostriche, echinodermi, spugne e nanofossili sono presenti nella matrice calcarea ricca di argilla e scuriscono in modo caratteristico la percezione ottica. I rari grani di sabbia quarzosa, per lo più a spigoli vivi, indicano che un tempo la linea costiera non doveva essere molto lontana.
Immagine n. 3: Foto al microscopio (QS 1381a). Nummuliti in matrice microsparitica ricca di argilla scura. Cava principale di Khufu, a sud della sua piramide a Giza.
Immagine n. 4: Foto al microscopio (QS 1381b). Gastropode in matrice microsparitica ricca di fossili. Cava principale di Khufu a sud della sua piramide a Giza.
Immagine n. 5: Foto al microscopio (QS 1379). Discociclina con nummuliti e alghe in matrice microsparitica-argillosa. Cava principale di Khufu a sud della sua piramide a Giza
Immagine n. 6: Foto al microscopio (QS 1368). Alghe con frammenti fossili in matrice microsparitica. Cava principale di Khufu a sud della sua piramide a Gizeh.
2. La ripida scarpata a est e a nord-est della piramide di Khufu, nei pressi del villaggio di Nazlet es-Saman,è artificiale, almeno parzialmente, essendosi formata in conseguenza dell’attività estrattiva. Il caratteristico blocco rettangolare delle strutture di cava è chiaramente riconoscibile nelle parti superiori e appare sulle fotografie aeree come una linea anormalmente diritta lungo il confine della scarpata. Presumibilmente, una parte del pendio roccioso orientale fu completamente cavato e la rampa di trascinamento fu successivamente utilizzata come strada rialzata. In questa zona si trovano ancora alcune piccole tombe rupestri della V e VI dinastia, scavate nelle pareti della cava (Immagine n. 6a).
Immagine n. 6a: Particolare della cava della scarpata orientale di Khufu con tombe rupestri della V e VI dinastia. La strada rialzata è stata utilizzata in un primo momento come rampa di trascinamento per i blocchi che si estraevano qui.
Questa unità geologica continua fino alla base della piramide di Khufu, dove affiora in vari punti dell’intera piattaforma. È stata incorporata in larga misura nel corpo della piramide, come si può osservare sul lato meridionale, nelle camere e nei corridoi interni.
3. Le rocce ottenute durante il livellamento dell’altopiano roccioso, furono utilizzate anche per la muratura del nucleo. Alcune tracce di questa attività sono ancora chiaramente riconoscibili intorno alle piramidi (Immagini nn. 7-7a) e blocchi di notevole altezza sono ancora visibili, tagliati nel basamento presso l’angolo sud-ovest della piramide di Khufu (Immagine n. 7b).
Immagine n. 7: Altopiano settentrionale della piramide di Khufu con tracce di livellamento da estrazione.
Immagine n. 7a: Altopiano a est della piramide di Khafre. Il materiale lapideo ricavato dal livellamento dell’altopiano fu utilizzato per la muratura della piramide.
Immagine 7b: Resti di strutture di cava nell’angolo sud-ovest della piramide di Khufu. Si notino le dimensioni dei blocchi e i fori per i cunei alla base per staccare i blocchi separati
Secondo Reisner, anche il bedrock (roccia compatta, rigida, non alterata, in affioramento o alla base di rocce/terreni meno rigidi o di sedimenti sciolti) in cui sono localizzate le mastaba orientali e occidentali fu utilizzato come cava. Tuttavia, Hawass dubita che in origine fu sfruttato per l’estrazione, in quanto le tombe erano già state costruite durante il regno di Khufu. Ciononostante, tracce di cave possono essere individuate intorno e persino tra le singole mastaba. Reisner considerava anche l’altopiano a ovest della piramide di Khafre come un importante sito di cava. Inoltre, sempre secondo Reisner, “appena a nord della Prima Piramide il bordo della piattaforma rocciosa può essere seguito in modo approssimativo e sembra essere stato utilizzato come cava, ma la scarpata è ora coperta da una massa di detriti accumulato dai muratori quando il recinto della piramide fu ripulito dopo la costruzione della Prima Piramide”. Ciò è, in parte, in contrasto con le affermazioni di Aigner, che considera questa parte della scarpata come il risultato della naturale erosione marina pliocenica. Infine, la trincea scavata nella roccia a ovest e a nord della piramide di Khafre ha restituito un’enorme quantità di materiale lapideo, che è stato incorporato direttamente nella muratura del nucleo.
4. Una chiara evidenza dello sfruttamento di una cava si trova nei pressi del margine meridionale del campo piramidale di Giza, lungo il fianco settentrionale della moderna strada della Sfinge, nota come Route Touristique (cfr. immagine n. 1).
5. A sud-est della piramide di Menkaure si trova un’area di cava isolata, che è sempre stata considerata come quella utilizzata per il suo complesso. Le tombe rupestri che vi si trovano risalgono principalmente alla V dinastia e, come si vedrà in seguito, questa cava è la sola da cui sia stato estratto il materiale di base per la costruzione dell’omonima piramide (Immagine n. 7c).
Immagine n. 7c: Cava di Menkaure a sud-est della sua piramide; è ben riconoscibile l’altezza media dei blocchi estratti da questo sito.
I campioni provenienti da questi ultimi siti differiscono in qualche misura da quelli del grande giacimento centrale, anche se appartengono geologicamente alla stessa unità. Appaiono a grana più grossa e consistono in calcari bioclastici altamente calcificati o ricchi di fossili, di colore da grigio a grigio-beige. Alcuni esemplari contengono anche grandi Nummulites gizehensis e vari frammenti di conchiglie di notevoli dimensioni. Dopo un certo periodo, questi calcari tendono a formare infiorescenze principalmente di salgemma. Le nummuliti di grandi dimensioni sono incorporate in una massa composta da esemplari più piccoli (Immagine n. 8).
Immagine n. 8: Calcare ricco di nummulite proveniente dal nucleo meridionale della piramide di Khufu.
Erodoto riporta questo specifico tipo di pietra come “pasto pietrificato di lenticchie dei lavoratori”. Con una lente manuale, sono chiaramente riconoscibili i ricchi detriti bioclastici e i piccoli fossili nummulitici oltre alle grandi Nummulites gizehensis. Grani di calcite di circa 0,5 mm riflettono la luce con i loro piani di clivaggio**. Al microscopio, i campioni prelevati dalle parti più basse della scarpata appaiono uguali a quelli della grande cava. I campioni prelevati dalle parti superiori, invece, differiscono significativamente da questi: i bioclasti e i fossili nummulitici predominanti sono cementati, in una matrice a grana più grossa, con cristalli di calcite e dolomite in parte ben formati (Immagine n. 9).
Immagine n. 9: Foto al microscopio (QS 1548) di calcare proveniente da una cava della scarpata a est della piramide di Khufu. I cristalli di dolomite sono ben formati (freccia) e immersi nella relativa matrice a grana fine. Inoltre, le piccole nummuliti appaiono quasi come strutture fantasma a causa della dissoluzione diagenetica (In petrografia è l’insieme dei processi fisici e chimici che subiscono i sedimenti, in tempi più o meno lunghi, durante e dopo la loro deposizione, che li trasformano in una roccia sedimentaria stabile. Enciclopedia Traccani on-line)
6. Un’altra area di cava, utilizzata anche da Khufu e Khafre, è stata individuata presso le pareti rocciose affioranti di Hitan el-Gurob, a circa 800 m a sud-est delle piramidi e a sud di un cimitero islamico (Immagine n. 9a).
Immagine n. 9a: Hitan el-Gurob, una collina prominente a sud-est dell’altopiano delle piramidi. E’ stata anch’essa una fonte di approvvigionamento per il materiale del nucleo delle piramidi di Khufu e Khafre.
Macroscopicamente, è costituita da calcari bioclastici da compatti e duri fino a calcari ricchi di sabbia con una struttura densa. È caratteristica una spiccata variazione di colore che va dal grigio, al giallo e quasi al rossastro. I resti fossili visibili consistono principalmente in frammenti di conchiglie, ma raramente in nummuliti. Con una lente manuale, i frammenti di conchiglia appaiono vitrei a causa dell’intensa calcificazione. Al contrario, le piccole nummuliti sono molto più facili da riconoscere. Al microscopio si distinguono due tipi di strutture principali, una delle quali con una matrice microsparitica*** molto densa, con pochi resti fossili di nummuliti e globigerinae****. Questo tipo è in qualche misura simile al calcare fine di Meidum e ai calcari da rivestimento utilizzati a Saqqara durante la III dinastia (Immagine n. 10).
Immagine n. 10: Foto al microscopio (QS 1587) del calcare di Hitan el-Gurob, molto somigliante a quelle delle pietre da rivestimento di Saqqara e Meidum della III dinastia.
Il secondo tipo consiste anch’esso in una massa microsparitica molto densa e a grana fine, ma è costellata di frammenti fossili, piccole nummuliti e discocicline*****. Mentre questi resti fossili conservano per lo più la loro struttura originale, i numerosi frammenti di conchiglia sono sempre intensamente calcificati. Molti di questi campioni contengono nella loro matrice grani di sabbia tra 0,05-0,5 mm, principalmente di quarzo, ma anche di plagioclasio******, indicando così un certo grado di afflusso continentale (Immagine n. 11).
Immagine n. 11: Foto al microscopio (QS 1583) di Hitan el-Gurob. Calcare a grana fine con discocicline, resti di Nummulites e conchiglie sottili, tutte più o meno calcificate.
*Le nummuliti, di grande importanza geologica e paleontologica, ebbero sviluppo straordinario nel Paleogene, detto per questo periodo nummulitico: comparvero all’inizio dell’Eocene e raggiunsero la massima diffusione, abbondanza e dimensioni nell’Eocene medio; nell’Eocene superiore e nell’Oligocene un numero più ridotto di specie ha ancora un’ampia distribuzione. Attualmente ne sopravvive un’unica specie, Nummulites cumingii, limitata agli Oceani Indiano e Pacifico. Le nummuliti sono i Foraminiferi (Ordine -secondo alcuni autori sottordine- di Protozoi Sarcodinii Rizopodi) di dimensioni maggiori. Il guscio, circolare, o appiattito e ondulato, o rigonfio, raggiunge il diametro di 120 mm, ed è politalamo, risultante dall’avvolgimento a spirale di una lamina calcarea a forma di V, che determina un canale a spirale con giri che si ricoprono, il primo iniziandosi da un loculo primitivo microsferico o macrosferico. Il canale è diviso da setti che separano logge intercomunicanti. (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)
** In geologia, il clivaggio è la tendenza secondaria dei cristalli a fendersi in scaglie o lamine lungo superfici piane, in seguito a deformazioni meccaniche. È dovuto a fenomeni di compressione e si accompagna sempre a strutture piegate. (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)
*** matrice di roccia calcarea costituita da cristalli di calcite di dimensioni inferiori a 20 micron (Fonte: Dizionario Italiano Olivetti on-line)
****I gusci calcarei di questi Foraminiferi planctonici, dopo la morte, cadono per gravità sul fondo marino, dove vanno a costituire i cosiddetti fanghi a globigerine, che sono fra i più comuni costituenti dei sedimenti oceanici. (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)
***** Foraminiferi bentonici. Il benthos (o bentos) è il complesso degli organismi acquatici che per un periodo continuato o per tutta la vita si mantengono in relazione con il fondo marino. (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)
****** Plagioclasio è il nome generico di minerali del gruppo dei feldspati triclini, costituenti comuni di molte rocce eruttive e metamorfiche (Fonte: Enciclopedia Treccani on-line)
Fonte (per testo e immagini): Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed.DE GRUYTER pp. 73÷80
Fonti delle note: Enciclopedia Treccani on-line e Dizionario Italiano Olivetti on-line
Parte terza: la piramide di Khufu (Cheope, 2604 – 2581 a.C.)
Molto probabilmente Khufu abbandonò la necropoli reale di Dahshur sia perché non c’era più abbastanza calcare nelle vicinanze, sia a causa della scarsa stabilità del sottosuolo, costituito da ardesia argillosa. Decise così di costruire la sua piramide su un massiccio altopiano roccioso nel deserto occidentale, vicino all’odierna Giza (Immagine n. 1), dove il sottosuolo era molto più stabile e c’era abbondanza di calcare di alta qualità. In termini di dimensioni, risultati tecnici e organizzazione richiesta per la sua costruzione, questa nuova piramide rappresenta un edificio fenomenale.
Immagine n. 1: La Piramide di Khufu (Cheope) da sud-ovest, vista dalla cima della piramide di Khafre (Chefren)
Il calcare utilizzato per la costruzione della piramide proveniva da diverse cave a est e a sud dell’edificio. I blocchi di calcare furono, senza dubbio, trasportati tramite piattaforme di trascinamento fino al cantiere e la piramide,probabilmente, eretta grazie ad un sistema di rampe (di cui sono stati ipotizzati diversi modelli da diversi studiosi).
Un nuovo modello di rampa a spirale per le grandi piramidi, come appunto la piramide di Khufu, è stato proposto dai presenti autori. Questa, è integrata nel corpo esterno della piramide, lasciando contemporaneamente uno spazio vuoto di larghezza adeguata durante l’erezione della piramide, evitando così di utilizzare enormi quantità di materiali secondari come fango del Nilo, ghiaia, legno ecc. per la realizzazione di una rampa esterna separata. Studiando l’altopiano di Gizeh e i suoi dintorni attraverso osservazioni sul campo, foto aeree stereoscopiche e immagini satellitari, è, infatti, rimarchevole che non vi siano tracce visibili di discariche prodotte da tali enormi costruzioni. Questo aspetto, non può essere trascurato quando si ipotizzano rampe costruite separatamente. Invece, una rampa integrata che sia stata successivamente riempita con ulteriori blocchi del nucleo e dell’involucro durante il completamento del monumento, presentava il vantaggio che le grandi quantità di detriti non fossero d’intralcio al cantiere, né dovessero essere smaltite altrove dopo il completamento della piramide. Inoltre, una rampa integrata consentiva una chiara visione degli angoli per effettuare misurazioni precise durante l’avanzamento dei lavori e permetteva di utilizzare due rampe opposte per il trasporto verso l’alto e verso il basso della piramide, accelerando così notevolmente l’intero processo di costruzione (Immagine n. 2).
Immagine n. 2: Rampa a spirale integrata per la costruzione di grandi piramidi in aree limitate come l’altopiano di Giza; una soluzione del genere avrebbe così evitato le enormi quantità di materiale comunemente richieste per una rampa di costruzione esterna separata.
Le pareti esterne del nucleo sono costruite con blocchi posati in strati orizzontali. L’altezza dei blocchi varia in media tra 0,80 e 1,20 m. (Immagine n. 3).
Immagine n. 3: Dimensioni dei blocchi della piramide di Khufu. Differiscono leggermente in larghezza, ma si equivalgono in altezza.
Tra il nucleo e l’involucro, un altro strato di pietre un po’ più piccole fu legato con malta, il che ha aumentato la coesione dei due materiali e delle due strutture murarie. Nella terminologia archeologica, questo strato intermedio è noto come “pietre di sostegno” (Immagine n. 4).
Immagine n. 4: Blocchi di rivestimento della piramide di Khufu, lato occidentale.
L’involucro era costituito da grandi blocchi di calcare bianco e fine, ma ben pochi sono ancora al loro posto, per lo più alla base. Come nel caso della più antica Piramide Rossa di Snefru a Dahshur, le pareti leggermente concave avevano lo scopo di aumentare la stabilità del rivestimento della piramide.
Sotto il villaggio di Nazlet es-Saman sono stati individuati un possibile tempio a valle e un porto adiacente. In quest’area sono stati riportati alla luce pezzi di pavimentazione in basalto e pareti in calcare, probabilmente appartenenti a queste strutture. Una strada rialzata da Nazlet es-Saman conduce al tempio funerario che si trovava sul lato orientale della piramide. Una piramide di culto e tre piccole piramidi satellite per le regine sorgono sul lato sud-orientale. Tutto ciò che rimane del tempio funerario è una pavimentazione in basalto nero, le cavità per i pilastri di granito del colonnato circostante e alcuni tagli di roccia calcarea per le pareti esterne.
I dati analitici non consentono di differenziare i vari affioramenti di basalto nel nord dell’Egitto, ma sulla base dei ritrovamenti archeologici è molto probabile che le lastre basaltiche del tempio di Khufu provengano da Widan el-Faras, a nord del lago Fayum. Fu la prima volta che nell’architettura egizia il basalto venne utilizzato su così larga scala per la pavimentazione. Da quel momento in poi, questa innovazione fu adottata dai faraoni successivi. Su diversi blocchi della pavimentazione sono visibili tracce di taglio lasciate con tutta probabilità da una sega a strascico. Le pareti del tempio erano di calcare fine e dovevano essere scolpite in rilievo, ma ne sono stati ritrovati solo pochi frammenti decorati. Alcuni blocchi furono poi riutilizzati come materiale da costruzione nel complesso piramidale di Amenemhet I a Lisht.
Il tempio mortuario aveva una pianta rettangolare larga circa 52,5 metri ed era quindi molto più grande rispetto ai piccoli templi adiacenti alle piramidi precedenti.
L’ingresso originale con il corridoio discendente è alto circa 17 m. e inizia al livello del 13° strato sul lato nord della piramide. Nella camera funeraria è ancora “in situ” un sarcofago in granito rosso, orientato in direzione nord-sud. È lungo 2,24 metri e largo 0,96 metri. Il coperchio è mancante. Questo grande sarcofago fu posto in loco durante la costruzione della camera di granito. Anche le camere di scarico sopra la camera sepolcrale furono realizzate con grandi blocchi di granito.
Recentemente, Salah el-Naggar ha presentato una campionatura di tutti i componenti in granito delle piramidi di Gizeh e li ha individuati come provenienti, nella loro totalità, dai grandi giacimenti di granito e granodiorite a sud di Aswan.
Maragioglio e Rinaldi misurarono la piramide di Khufu e la maggior parte delle altre piramidi dell’Antico Regno e presentarono i loro risultati in piani dettagliati.
Determinazione della provenienza geochimica del materiale del nucleo
I diagrammi di correlazione (Immagini da n. 5 a n. 8), che mostrano i campi di distribuzione geochimica dei campioni prelevati dalla piramide di Khufu e dalle aree di cava circostanti, attestano che il materiale principale del nucleo deriva principalmente dalle aree di cava a sud e a sud-est della piramide.
Ciò è sorprendente, poiché in quest’area sono esposte soprattutto tombe rupestri fondate durante il regno di Khafre. Tuttavia, va ricordato che Khufu concesse ai suoi familiari e agli alti funzionari il privilegio di costruire tombe a mastaba a ovest e a est della sua piramide. Pertanto, lo scavo di tombe rupestri nelle pareti della cava della sua piramide principale non era necessario. Successivamente, sotto Khafre, l’organizzazione della necropoli, per quanto riguarda l’alta nobiltà, cambiò; quasi certamente in virtù delle pareti di cava meglio esposte che erano state create nel frattempo e anche per la vicinanza alla sua piramide. Inoltre, i valori Mg/Fe dei campioni provenienti dalla muratura del nucleo basale (Immagine n. 5) si raggruppano in un campo simile a quello delle rocce del basamento (Immagine n. 6).
Ciò potrebbe indicare che una buona parte del materiale ottenuto durante il livellamento del basamento (cfr. Immagini n. 7 e 7a del paragrafo precedente “Le cave di Giza”) fu utilizzata direttamente per la costruzione della piramide. Poiché per ottenere una media statistica è stata prelevata una quantità piuttosto elevata di campioni dai livelli inferiori della piramide, questa corrispondenza non sorprende. I diagrammi geochimici del materiale del nucleo (Immagini nn. 5 e 7) e dei campioni di cava (Immagini nn. 6 e 8) indicano inoltre che l’area di Hitan el-Gurob è servita in qualche misura come fonte per il materiale della muratura del nucleo. Questa fonte non era stata considerata finora, ma sia le indagini geochimiche che quelle petrografiche giungono inequivocabilmente allo stesso risultato. Una discreta quantità sembra provenire anche da un’area di cava che forma la scarpata a nord dell’attuale “Route Touristique” e dalle cave della scarpata a sud della via sopraelevata di Khufu.
Immagine n. 5: Diagramma Mg/Fe (Magnesio/Ferro) della muratura del nucleo della piramide di Khufu. Un campo di distribuzione relativamente ampio indica diverse fonti del materiale dei blocchi.
Immagine n. 6: Diagramma Mg/Fe dei siti di cava di Gizeh che si presume siano le fonti della muratura del nucleo di Khufu. La maggior parte del materiale in blocchi proviene dalle cave a sud della piramide e dal basamento dell’altopiano della piramide
Immagine n. 7: Diagramma Mg/Sr (Magnesio/Stronzio) della muratura del nucleo della piramide di Khufu. Anche in questo caso, i dati del nucleo si raggruppano in un campo limitato, corrispondente alle cave meridionali, ma anche altri siti come Hitan el-Guroh e lo stesso basamento della piramide sono ovviamente candidati come fonti.
Immagine n. 8: Diagramma Mg/Sr dei siti di cava di Gizeh, ipotizzati come fonti della muratura del nucleo di Khufu. In prevalenza, i grandi siti di cava a sud della piramide di Khufu e il basamento della piramide risultano essere le fonti principali per la muratura del nucleo.
Determinazione della provenienza geochimica del rivestimento e del materiale di supporto
Per quanto riguarda la muratura di rivestimento della piramide di Khufu, si pone un problema fondamentale: esiste solo un piccolo numero di blocchi di rivestimento alla base e alcuni blocchi sparsi sull’altopiano. Tuttavia, è possibile che questi blocchi non appartenessero originariamente alla struttura, ma al materiale di altri complessi piramidali. Di conseguenza, non sono stati campionati sistematicamente.
Il materiale di rivestimento è costituito da un calcare di colore da grigio biancastro a giallo biancastro, a grana molto fine e dall’aspetto denso, che può essere facilmente distinto (anche da un osservatore poco preparato dal punto di vista petrografico) dalla muratura eterogenea del nucleo con la sua struttura molto più grossolana. Il materiale della cosiddetta muratura di supporto, (normalmente costituito da due blocchi dietro l’involucro), è simile sia nell’aspetto, sia macroscopicamente a quanto resta dei blocchi dell’involucro. Tuttavia, il numero di strati di blocchi di supporto è irregolare e può costituire fino a quattro corsi tra l’involucro e la muratura principale. Gli ultimi 10 strati di pietra della struttura rimanente sembrano essere costituiti esclusivamente da muratura di supporto e la muratura del nucleo non è esposta. Pertanto, dei 75 campioni di muratura di rivestimento e di supporto, solo circa 10 provengono dal rivestimento stesso. I diagrammi di correlazione geochimica (Immagini n. 9 e 10) mostrano i dati dei campioni dell’involucro e del materiale di supporto della piramide di Khufu confrontati con i campioni di cava di Tura, Maasara e Mokattam.
Immagine n. 9: Diagramma Mg/Fe della muratura di rivestimento e di supporto della piramide di Khufu e dei siti di cava ipotizzati.
Immagine n. 10: Diagramma Mg/Sr della muratura di rivestimento e di supporto della piramide di Khufu e dei siti di cava ipotizzati.
A prima vista, l’involucro e le pietre di supporto di Khufu possono essere attribuiti geochimicamente ai calcari di Tura e Maasara. È possibile anche un’attribuzione degli strati superiori al distretto estrattivo di Mokattam. Lo studio petrografico, però, mostra che Maasara è una fonte meno probabile. I diagrammi manifestano che tutti i campioni di rivestimento e di supporto della piramide di Khufu corrispondono bene a queste tre aree di provenienza. In particolare, analizzando i dati relativi allo Sr, alcuni campioni derivano da Mokattam, ma la maggior parte corrisponde per lo più al giacimento di Tura. Infine, una seconda analisi dei protocolli dei campioni ha dimostrato, in accordo con la raccolta dei campioni, che non c’è alcuna differenza significativa tra la provenienza del materiale dell’involucro e quello di supporto della piramide di Khufu.
Fonte (per testo e immagini): Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed.DE GRUYTER pp. 82÷89
Parte quarta: La piramide di Khaefra (Chefren, 2572-2546 a.C.)
La piramide (Immagine n. 1) è costruita su un basamento più alto rispetto a quella di Khufu e quindi, a seconda della posizione di osservazione, sembra più grande. L’ambiente geologico è quasi identico, per cui non necessita di ulteriori approfondimenti, tanto più che le lievi variazioni geologiche nella stratigrafia non sono particolarmente significative.
Immagine n. 1: La piramide di Khafre con la sua calotta di rivestimento rimanente, vista dalla cima della Piramide di Khufu.
Questo vale soprattutto per il materiale del nucleo, che proviene dallo stesso livello geologico della maggior parte delle pietre da costruzione della piramide di Khufu. Tuttavia, alla base della piramide di Khaefra è presente una certa diversificazione di materiale, perché fu ricavato da un pendio affiorante del “bedrock” che rappresenta il punto più alto del vicino paesaggio collinare. Analogamente alla Grande Piramide, anche questa fu realizzata sfruttando la roccia presente, il che permise sia di aumentare la stabilità del suo nucleo, sia di diminuire la quantità di materiale da costruzione. Fu necessario tagliare la superficie rocciosa a nord-ovest per circa 10 metri, mentre l’angolo sud-est fu realizzato con enormi blocchi di muratura. Durante il Nuovo Regno (oltre 1.300 anni più tardi), l’angolo nord-occidentale del recinto originario fu ampliato da una cava, scavata nella roccia originale, probabilmente a scopo di restauro. Le tracce dell’antica cava sono ancora chiaramente visibili (Immagine n. 2) e le pareti rocciose di quell’angolo appaiono significativamente meno deteriorate rispetto al muro originale del lato occidentale. Un’iscrizione rupestre di Maja sulla parete settentrionale fa risalire questa cava al regno di Ramses II (1279 – 1213 a.C. circa).
Immagine n. 2: Ampliamento, operato nel Nuovo Regno, del recinto settentrionale di Khafre, molto probabilmente per ricavarne materiale lapideo per restauro. Veduta dalla cima della piramide.
I livelli inferiori dell’involucro della piramide erano rivestiti di granito rosa, mentre gli strati superiori, che diventano più piccoli verso la cima, sono di calcare fine. In cima alla piramide è rimasta una piccola porzione dell’involucro originale, che ci permette di comprendere come i blocchi finali furono posati e fissati al nucleo del monumento (Immagine n. 3).
Immagine n. 3: Piramide di Khafre. Il rivestimento originario rimanente nella parte superiore del monumento.
Esso è circondato da un muro perimetrale in pietra che racchiude un cortile aperto, pavimentato con lastre di calcare di forma irregolare. Sul lato meridionale, lungo l’asse centrale della struttura, è presente una piccola piramide di culto. Il più antico dei due ingressi alle camere sotterranee si trova a circa 30 m a nord della piramide ed è completamente scavato nella roccia del sottosuolo. Il secondo ingresso si trova sul lato nord del monumento, a circa 12 m di altezza; incontra un corridoio rivestito di granito rosso che dapprima scende all’interno della piramide e poi corre orizzontalmente alla base della struttura.
La camera funeraria, orientata in senso est-ovest, fu scavata completamente nel sottosuolo. Vicino alla parete ovest si trova un sarcofago in granodiorite nera, in origine corredato da un coperchio scorrevole, ritrovato nelle vicinanze in due pezzi.
È probabile che un muro di cinta si estendesse intorno all’intero complesso piramidale di Khafre, includendo anche la Grande Sfinge.
Il Tempio a Valle, che è uno dei meglio conservati dell’Antico Regno, era fronteggiato a est da un’ampia terrazza pavimentata con lastre di calcare. Presenta una pianta quasi quadrata ed è situato accanto alla Grande Sfinge e al tempio ad essa collegato. Il suo nucleo murario fu costruito con enormi blocchi di calcare, estratti dalle vicine cave situate intorno alla Sfinge; fu poi ricoperto da lastre di granito di vario tipo, che gli hanno valso il nome di “Tempio di Granito” (Immagine n. 4).
Immagine n. 4: Particolare del Tempio a Valle di Khafre, interamente rivestito con diverse varietà di granito proveniente da Aswan.
Tutte le varietà di granito utilizzate nel Tempio della Valle provengono dalla zona di Assuan. Tra i due ingressi del tempio si trovava un vestibolo con pareti di granito rosso e rosso grigiastro, originariamente lucidate. Il pavimento era lastricato con alabastro calcareo bianco. Una porta conduceva poi ad una sala, rivestita di granito rosso levigato e pavimentata anch’essa con alabastro bianco. Era ornata da sedici pilastri di granito rosso, molti dei quali sono ancora al loro posto. I pilastri sostenevano blocchi di architrave dello stesso materiale. Anche questo materiale granitico proviene da Aswan. Un tempo qui si trovavano le statue del re realizzate in anortosite, scisto e alabastro calcareo. La celeberrima statua di “Khafre con il falco”, oggi esposta al Museo del Cairo (Immagine n. 4a), fu realizzata in gneiss anortosite, che è stato poi denominato “gneiss di Khafre” per l’aspetto così caratteristico.
Questo tipo di pietra proviene dalla remota area di Gebel el-Asr, circa 30 km a ovest di Toshka e circa 250 km a sud di Assuan. Il tempio funerario, a differenza dei complessi piramidali successivi, non confinava direttamente con la piramide, ma ne era separato per mezzo di un cortile. Le sue pareti sono in calcare locale rivestito di pietra calcarea fine, mentre all’interno era quasi completamente rivestito di granito. (Immagine n. 5).
Immagine n. 5: Tempio funerario di Khafre costruito principalmente in calcare locale e mattoni di fango (parte retrostante dell’immagine). È rivestito di calcare fine di Tura (primo piano) e, nelle parti interne, con granito di Aswan.
A differenza della piramide di Khufu, che molto probabilmente era interamente rivestita di blocchi di calcare, gli strati di base della piramide di Khafre furono rivestiti con blocchi di vari tipi di granito provenienti dalla grande cava a sud di Aswan. Una localizzazione più precisa della provenienza dei restanti blocchi di granito da rivestimento è possibile grazie alla mappa di Aswan realizzata dagli autori di questo studio, che si basa sulla differenziazione della struttura e del colore. Secondo questa mappa, blocchi di dimensioni simili alle pietre da rivestimento utilizzati da Khafre furono estratti, almeno fino al Nuovo Regno, esclusivamente dai grandi affioramenti che ricoprivano l’intera esposizione granitica del luogo. Di conseguenza, tutti i diversi tipi di granito di quell’area furono incorporati nei vari edifici del complesso di Khafre.
Ciò può essere meglio osservato nel Tempio della Valle di Khafre, dove le strutture interne offrono uno spettro quasi completo dei tipi di granito provenienti da quella località.
Il lavoro di estrazione in cava fu eseguito in modo piuttosto primitivo fino al Nuovo Regno: dopo aver scelto un masso adeguatamente isolato, era necessario rimuovere solo lo strato esterno, ormai reso più plasmabile dalle intemperie. Ciò veniva fatto con martelli di dolerite grandi 10-15 cm. Con lo stesso metodo, i blocchi delle dimensioni richieste venivano poi tagliati grossolanamente e trasportati in barca al cantiere, dove venivano infine rifiniti.
Un esempio di questo metodo è visibile alla base della piramide di Menkaure. Va sottolineato, comunque, che solo i tipi di granito porfirico a grana grossa furono selezionati per gli edifici di Khafre. Altri tipi di pietra granitoide, pure presenti nella regione di Assuan, come la granodiorite o il granito di Koror a grana media o fine, furono evitati.
Le indagini geochimiche e petrografiche non portano a differenziare le aree di cava di Khufu da quelle di Khafre, che si trovano entrambe più o meno nello stesso orizzonte geologico di calcari dolomitici e marnosi della “Formazione dell’Osservatorio”. Inoltre, i dati geochimici indicano che almeno una parte delle pietre da costruzione proveniva dal gruppo collinare di Hitan el-Gurob, a sud-est della piramide e a sud dell’attuale cimitero islamico.
“Determinazione della provenienza geochimica del materiale del nucleo”
I campioni di muratura della piramide di Khafre sono ben compatibili con i campioni delle varie cave dell’area di Gizeh (Immagini nn. 6-7-8).
Immagine n. 6: Diagramma Mg/Fe del nucleo della piramide di Khafre e le cave ipotizzate. La maggior parte dei campioni proviene dai principali siti di cava a est della piramide, dal basamento stesso della piramide e, in parte, da Hitan el-Gurob.
Immagine n. 7: Diagramma Mg/Sr del nucleo della piramide di Khafre e delle cave ipotizzate. Anche in questo caso, la maggior parte dei campioni si colloca nei principali siti di cava, come quelli di Khufu e Khentkaus, nel basamento della piramide e, in qualche misura, Hitan el-Gurob.
Immagine n. 8: Diagramma Fe/Mn del nucleo della piramide di Khafre e delle cave ipotizzate. È evidente la buona corrispondenza della maggior parte dei campioni della piramide con i principali siti di cava dell’altopiano di Giza.
Risulta inoltre evidente che la maggior parte del nucleo di muratura utilizzato per la piramide di Khafre è quasi identico a quello della piramide di Khufu, per cui è palese che debba provenire dalle stesse fonti. Questo vale soprattutto per la grande area delle cave comprese nella zona che va dalla strada asfaltata tra la Sfinge e la piramide di Khufu (Route Touristique) a nord, fino alla via ascensionale di Menkaure (Micerino) a sud. Ma sembra che durante la costruzione della piramide di Khafre la maggior parte del materiale lapideo sia stato reperito nelle zone più orientali dell’area principale della cava, oggi nota come “Campo Centrale” che, dopo il regno di Khafre, nella V e VI dinastia, fu utilizzata come necropoli.
“Determinazione della provenienza geochimica del rivestimento e del materiale di supporto”
Almeno il 90% della piramide di Khafre era ricoperto da calcare di qualità fine. Del rivestimento originale ne rimane solo una parte nelle zone più alte dell’edificio, mentre frammenti giacciono anche nell’area circostante. In particolare, i resti dei blocchi di supporto consentono di campionare sufficientemente la qualità di calcare bianco-grigio, fine e uniforme, utilizzata sia per l’involucro che per il supporto. I diagrammi di correlazione (Immagini nn. 9-10) mostrano un campo di distribuzione circoscritto per i campioni analizzati.
Immagine n. 9: Diagramma Mg/Fe dell’involucro della piramide di Khafre e delle cave di Tura e Maasara. È emerso che le cave di Tura sono le fonti più utilizzate.
Immagine n. 10: Diagramma Mg/Sr dell’involucro della piramide di Khafre e le cave di Tura e Maasara. Anche in questo caso, la stretta affinità con i siti di Tura è evidente.
Confrontandolo con il campo dei campioni di Tura-Maasara, l’attribuzione ad una parte ben definita di quest’area di cava è indiscutibile, mentre quella all’area di Mokattam può essere esclusa anche a causa delle “micro facies” della struttura rocciosa.
Fonte (per testo e immagini, quando non diversamente specificato): Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 90÷96
Parte quinta: la piramide di Menkaure (Micerino 2539-2511 a.C.)
Anche nel caso della minore delle tre piramidi di Giza (Immagine n. 1), il nucleo è costituito da blocchi di calcare locale.
Immagine n. 1: La piramide di Menkaure con piramidi sussidiarie, vista da sud-est.
La parte inferiore, per un’ altezza di circa quindici metri, fu rivestita con blocchi di granito provenienti da Assuan, mentre superiormente fu utilizzato calcare fine. La rifinitura finale della parte in granito fu completata solo alla fine del processo di costruzione (Immagine n. 2).
Immagine n. 2: Particolare della piramide di Menkaure. I blocchi di rivestimento in granito della parte inferiore del versante settentrionale con i diversi stati di levigatura
Un ingresso sul lato nord forniva l’accesso originario alle camere interne, a circa 4 metri dal livello del suolo ed un passaggio inclinato, lungo oltre 30 metri, conduce alle camere sotterranee. Una di queste, la camera funeraria vera e propria, è interamente in granito e ospitava un sarcofago grigio scuro, ritrovato vuoto. Trasportato in Europa, dopo la sua scoperta, andò perduto per il naufragio della nave.
Per il Tempio in Valle si utilizzarono prevalentemente mattoni di fango, ma alcune parti del pavimento e delle basi delle colonne erano in pietra calcarea. Nelle camere interne si rinvennero le celebri triadi in grovacca e siltite e frammenti di altre statue di Menkaure (Immagini da n. 2a a n. 2e).
La strada rialzata conduce al tempio funerario sul lato orientale con accesso diretto alla corte centrale. L’intero edificio dà l’impressione di essere stato terminato, in maniera piuttosto sbrigativa, molto probabilmente dal successore di Menkaure, Shepseskaf, che fece largo uso di mattoni di fango invece che di muratura in pietra. Alcune parti erano rivestite di granito e granodiorite, mentre il calcare fu usato come rivestimento solo in pochi casi.
A sud del monumento di Menkaure si trovano tre piccole piramidi. Quella orientale era probabilmente la vera piramide sussidiaria. Parzialmente rivestita di granito rosso, affondato nel pavimento della camera funeraria, conservava un sarcofago dello stesso materiale. Reisner scavò l’intero complesso tra il 1906 e il 1924.
“Determinazione della provenienza geochimica del materiale da costruzione”
I diagrammi di correlazione geochimica del materiale del nucleo della piramide di Menkaure provano inequivocabilmente che le pietre provengono dall’area di estrazione, situata a sud-est del monumento.
Ciò è confermato dalla buona correlazione geochimica tra i campioni di cava e i campioni di carotaggi dei blocchi (Immagini da n. 3 a n. 6). Questo risultato è ben coincidente con le osservazioni petrografiche e conferma una precedente attribuzione ipotizzata studiando elementi ricavati da un database più piccolo.
Immagine n.3: Diagramma Mg/Fe del materiale del nucleo della piramide di Menkaure.
Immagine n. 4: Diagramma Mg/Fe del materiale della cava di Menkaure. Sia i calcari del nucleo, sia quelli della cava presentano campi di distribuzione quasi identici.
Immagine n. 5: Diagramma Mg/Sr del materiale del nucleo della piramide di Menkaure.
Immagine n. 6: Diagramma Mg/Sr del materiale della cava di Menkaure. Sia i calcari del nucleo, sia quelli della cava sono distribuiti in modo quasi identico.
L’area a sud-est della piramide appartiene stratigraficamente alla stessa unità della grande cava utilizzata da Khufu e Khafre, ma si trova a un livello superiore; pertanto, era del tutto logico aspettarsi solo lievi variazioni petrografiche e geochimiche rispetto a quella. Confrontando i dati geochimici della cava di Menkaure con quelli delle parti più occidentali della cava centrale, infatti, non si nota una differenza significativa: macroscopicamente, il calcare è strettamente correlato al materiale del nucleo della piramide, ed è difficile differenziarlo da quello proveniente dall’area estrattiva utilizzata da Khufu
Al microscopio, studiando le sezioni sottili sia della cava di Menkaure che della muratura del nucleo, si può osservare una porosità un po’ più elevata, dovuta ai numerosi interspazi fossili (Immagine n. 7) ed una struttura più densa di nummuliti, discocicline e altri resti fossili (Immagine n. 8 ).
Immagine n. 7: Microfoto (QS 1361) di una sezione sottile media di calcare della cava di calcare della cava di Menkaure con “Nummulites gisehensis” (1 filtro pol.)
Immagine n. 8: Microfoto (QS 1356) di un campione medio di calcare di cava Menkaure con “Nummulites gisehensis” e “discocyclinae” (filtro 1 pol.).
In generale, una differenziazione dagli altri siti di cava dell’altopiano di Gizeh non sembra realistica. Anche il materiale di rivestimento della piramide di Menkaure è di composizione bimodale: resti di blocchi di granito “in situ” indicano che almeno i 16 strati inferiori del monumento erano ricoperti di granito di Assuan. Sulla parete settentrionale, il rivestimento in granito è ancora intatto fino al 7° strato. Come nel complesso di Khafre, nell’involucro sono stati incorporati blocchi di granito di varie qualità provenienti da Aswan, ma nel caso della piramide di Menkaure sembra che si volesse una maggiore omogeneità di colore e che si preferissero le qualità di roccia rosso-rosata. Inoltre, come materiale di rivestimento fu utilizzato anche il calcare fine, che però rimane solo come pietra di supporto. L’uso di questa pietra è testimoniato in situ presso la piramide, ma anche da singoli blocchi che si trovano intorno all’edificio. L’altezza originale dell’involucro di calcare, però, non può più essere determinata. Nell’ambito del presente programma di campionamento, l’attenzione è stata posta sui blocchi di supporto rimasti nella loro posizione originale piuttosto che su singoli blocchi separati, che sono stati analizzati solo per verifica.
Ancora una volta, i dati geochimici tracciati nei diagrammi di correlazione (Immagini nn. 9 e 10) mostrano una stretta concordanza.
Immagine n. 9: Diagramma Mg/Fe del materiale di rivestimento della piramide di Menkaure e dei calcari di Tura e Maasara. L’affinità più stretta con i campioni di Tura è palese.
Immagine n. 10: Diagramma Mg/Sr del materiale del nucleo della piramide di Menkaure e dei calcari di Tura. Anche questi unici e pochi campioni sono strettamente collegati al campo estrattivo di Tura.
Il confronto dei valori del calcare di rivestimento e di supporto con i dati del calcare di Tura permette di concludere che Menkaure ha estratto queste pietre da un’area molto limitata della regione, quasi sicuramente da una cava a galleria ben precisa. Nell’immagine n. 112, i campioni della cava di Maasara sono scarsamente correlati con le pietre di rivestimento e di supporto di Menkaure, al punto che quest’area può essere esclusa come possibile fonte di materiale. Inoltre, confrontando i dati con il campo corrispondente di Khafre, appare evidente che il materiale da costruzione di qualità pregiata estratto a Tura proveniva da miniere diverse, una procedura che si ripete per le piramidi successive dell’Antico Regno.
Fonte (per testo e immagini, quando non diversamente specificato): Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 96÷101
Appendice: osservazioni sull’ipotesi di piramidi costruite con blocchi di calcestruzzo
A questo punto sono necessarie alcune osservazioni in merito a pubblicazioni riguardanti il materiale da costruzione delle piramidi.
Joseph Davidovits e Margie Morris hanno presentato (1988) un libro vivacemente discusso: “The Pyramids: An Enigma Solved”, in cui si conclude che le pietre da costruzione delle piramidi sono state prodotte utilizzando un cemento artificiale. Secondo questa ipotesi, i blocchi sono costituiti da una miscela di cemento, geopolimero e aggregato calcareo naturale, versata in stampi. Dal punto di vista petrografico, sono giunti alle loro conclusioni basandosi su un campione di roccia “ il cosiddetto campione di Lauer”e su pochi altri provenienti dalle piramidi di Giza. Nonostante gli argomenti proposti per avvalorare la loro ipotesi, non sono riusciti a convincere gli egittologi e i geologi che studiano le pietre egizie. Soprattutto negli Stati Uniti, la loro tesi ha dato luogo a un veemente dibattito scientifico. La risposta critica è iniziata con articoli di geologi di fama internazionale specializzati nella sedimentologia dei calcari, che hanno avversato l’ipotesi geopolimerica. Essi forniscono argomenti sedimentologici e strutturali convincenti a favore del carattere e della provenienza naturale delle pietre da costruzione delle piramidi. Harrell e Penrod giunsero alla stessa conclusione, confrontando il “campione Lauer” con campioni provenienti da Gebel Mokattam, Tura e Maasara. Morris rispose con veemenza, contestando i risultati di Harrell e ribadendo la teoria del “cast-in-place” e della chimica della geopolimerizzazione.
Dopo un’intensa, ma infruttuosa discussione durante il Congresso Internazionale di Egittologia del Cairo nel 1988, Dietrich Klemm ha invitato Joseph Davidovits nel laboratorio del Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Monaco. Qui, un’adeguata collezione di sottili sezioni petrografiche è stata esaminata reciprocamente al microscopio polarizzatore e si è discussa l’identità dei campioni di pietra provenienti dalle piramidi e dalle cave corrispondenti.
Questa dimostrazione sembrava aver posto fine al dibattito. Tuttavia, Barsoum,Ganguly e Hug hanno successivamente pubblicato un lavoro “Microstructural evidence of reconstituted limestone blocks in the Great Pyramids of Egypt”, in cui hanno riaperto la discussione geopolimero-calcestruzzo, che è stata così riaccesa negli ultimi decenni. Essi hanno introdotto il termine “microcostituenti” (µc’s), un termine che indica componenti strutturali impossibili da rilevare con la microscopia petrografica e visibili solo applicando la microscopia elettronica a scansione e quella elettronica transluminescente. Inoltre, hanno presentato una serie di analisi chimiche con spettrometria a dispersione di energia (EDS). I risultati mostrano che i campioni di cava contengono minerali naturali, ad esempio calcite, dolomite e silice. Presentano inoltre formule molto poco convenzionali di composizioni Si-Mg-Ca-C-oxy-hydroxy e in altri casi Ca-K-Al-Si-C-oxy-hydroxy di campioni di pietre di rivestimento provenienti da diverse piramidi di Gizeh e le dichiarano pietre artificiali di tipo calcestruzzo gettato in opera. A differenza di Davidovits e Morris, però, essi considerano le pietre del nucleo di origine naturale senza fornire ulteriori argomenti.
Anche se i loro metodi analitici sono spiegati correttamente in un’appendice, i loro risultati sono difficili da seguire e sono completamente in contrasto con le osservazioni dei presenti autori. Molto probabilmente, queste composizioni insolite hanno una spiegazione semplice: la tensione di accelerazione utilizzata di 12 kV crea un volume di circa 1-2 µmc su una superficie ben levigata e ortogonale al fascio di elettroni. Tuttavia, all’interno di un volume granulare frammentato con granulometrie inferiori a 1 µm, il fascio di elettroni eccita anche i rivestimenti organici fini submicroscopici di materia bituminosa, sempre presenti nei vari calcari egiziani ricchi di resti organici fossili, come quelli di Gebel Mokattam, Tura e Maasara. Le strutture analizzate da Barsoum,Ganguly e Hug sono di dimensioni submicroniche. Pertanto, il pericolo di una contaminazione delle misure è molto probabile e spiegherebbe i risultati anomali; e, in ogni caso, questi risultati non sono sufficienti a dimostrare la presenza di geopolimeri, come ipotizzato dagli autori. Nella presente indagine, circa 1500 campioni provenienti da piramidi e siti di cava sono stati studiati utilizzando vari metodi petrografici e geochimici e, ad accezione di sparuti casi, i campioni delle pietre della piramide e dei rispettivi siti di cava corrispondevano molto bene sia per il nucleo che per l’involucro. Alcuni campioni sono stati analizzati con la microscopia elettronica a scansione e l’EDS e le composizioni paragonabili ai risultati di Barsoum,Ganguly e Hug sono state trovate solo nel caso di minerali noti come calcite, dolomite, quarzo, feldspato, minerali argillosi, materia bituminosa ecc. Inoltre, il volume dei siti di cava individuati corrisponde bene al volume delle piramidi costruite con questo materiale. Inoltre, (e soprattutto), le rocce naturali, frantumate fino a diventare aggregati e poi mescolate con un legante per formare una sorta di calcestruzzo, perdono il loro orientamento interno originale. Nulla di tutto ciò è stato osservato dagli autori, solo un letto roccioso ben conservato e strutture diagenetiche secondarie inalterate con (se presenti), fossili ben assortiti o loro resti, in molti casi calcificati, ma totalmente privi di qualsiasi legante artificiale. Molto probabilmente la discussione sul fatto che le piramidi siano state costruite con i geopolimeri continuerà, tuttavia, va sottolineato chiaramente che tali teorie sono prive di senso.
Fonte: Dietrich Klemm, Rosemarie Klemm THE STONES OF THE PYRAMIDS Provenance of the Building Stones of the Old Kingdom Pyramids of Egypt. Ed. DE GRUYTER pp. 81-82