Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta

OSTRACON DELLA DANZATRICE

Di Grazia Musso

Calcare dipinto, 10,5 x 16,8
Museo Egizio di Torino – Collezione Drovetti, C. 7052

Con il termine greco ostracon, letteralmente coccio, si indica un frammento di ceramica o scheggia di calcare sulla cui superficie sono stati tracciati disegni o scritti testi.

Nell’Antico Egitto l’uso degli ostraca era molto diffuso, data la loro facile reperibilità a costo zero, rispetto al più caro e pregiato papiro.

Essi venivano utilizzati soprattutto per annotazioni temporanee, schizzi, bozzetti, esercizi scolastici, diventano frequenti a Tebe a partire dalla XVIII Dinastia.

A causa della loro durezza, possono infatti solo spezzarsi o essere consumati per attrito, ne sono pervenuti sino a a noi un numero straordinariamente ampio rispetto alla modestia della loro funzione.

Migliaia di ostraca sono stati trovati nel villaggio di Deir el-Medina, all’interno di una grande e antica discarica ai margini dell’abitato.

Gli ostraca figurati e scritti rinvenuti a Deir el-Medina ci consentono di conoscere i particolari di numerose esistenze private.

Gli abitanti del villaggio, uomini della squadra e loro congiunti, ci hanno palesato in modo esplicito gran parte dei difetti e dei pregi della natura umana: dall’onestà agli imbrogli, dai mancati giuramenti al desiderio di giustizia, dalla pietà all’arroganza.

Dal villaggio operaio e dall’area delle necropoli tebane, oltre alle migliaia di ostraca iscritti, provengono numerosissimi ostraca figurati, poiché in quelle zone si concentrava all’epoca il nucleo più consistente di disegnatori e pittori di tutto l’Egitto.

È probabile che da qui provenga questo bellissimo ostracon che costituisce uno dei massimi capolavori della collezione del Museo Egizio di Torino.

Sulla scheggia di calcare è stata disegnata, con grande maestria e raffinatezza, l’immagine di una danzatrice acrobata.

Il corpo della fanciulla, che indossa un perizoma annodato in vita, è reso con linee rapide e sicure, opera di un abile e sconosciuto artista.

L’alto livello qualitativo del disegno è dato dalla capacità di rappresentare con grande naturalezza e realismo una figura in posizione insolita, prestando l’attenzione ai minimi dettagli: le membra affusolate, il volto ben curato e la fluente capigliatura che cade pesantemente a terra.

E poco importa se l’orecchino resta fissato alla guancia in modo irreale, senza pendere verso il basso.

La grazia e l’armonia complessiva del disegno ne fanno senza dubbio una vera opera d’arte.

Fonte

  • I grandi musei: Il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa
  • D come Deir el-Medina – Daniela Magnetti, Silvia Einaudi – Electa
Mai cosa simile fu fatta

L’ARCHITETTURA FUNERARIA DI DEIR EL MEDINA

Di Grazia Musso

Proseguendo un’antichissima tradizione,. già millenaria quando nasce il villaggio di Deir el-Medina, le tombe uniscono due luoghi ben distinti tra loro: gli ambienti sotterranei, dove erano sepolti i defunti con il loro corredo, e la cappella funeraria, destinata al culto offerto dai viventi, vero e proprio punto di contatto tra l’Aldilà e il mondo terreno.

La cappella rappresenta la sovrastruttura visibile della tomba ed è formata da una piccola costruzione in mattoni crudi, che ospita al suo interno una camera voltata, solitamente decorata da scene dipinte sulle pareti e sul soffitto.

La cappella è inserita a sua volta all’interno di un cortile cintato al quale si accede a volte tramite un portale che riproduce in miniatura l’ingresso monumentale dei templi, il cosiddetto “pilone”.

La cappella funeraria di Kha all’epoca degli scavi italiani a Deir el-Medina.
Scavi Schiaparelli, 1906, Archivio Museo Egizio, C. 2953
Decorazione parietale cappella funeraria TT 8 – Foto IFAO

In taluni casi la cappella si presenta all’esterno con una forma piramidale che manifesta il rinnovato accento posto sui culti solari soprattutto degli ultimi sovrani della XVIII Dinastia, Tutmosi IV, Amenhotep II e Amenhotep III.

Tratto finale del corridoio che precede la camera funeraria di L’ha all’epoca della scoperta.
Scavi Schiaparelli 1906 – Archivio Museo Egizio di Torino C. 1337

La cuspide della piramide, il pyramidion, può essere decorata con l’immagine del proprietario ritratto mentre venera il dio solare Ra-Harakhty ” quando sorge a oriente” e ” quando tramonta a occidente”, mentre all’interno di una nicchia ricavata sulla parete frontale della piramide si può trovare una piccola statuetta del defunto che reca una stele, per questo detta stelòfora, sulla quale e iscritto il medesimo inno del sole tratto dal capitolo 15 del Libro dei Morti..

Pianta e sezione della tomba di Kha disegnata da Francesco Ballerini, con indicazione della posizione e elenco degli oggetti ritrovati. – Archivio di Stato di Torino, fondo MAE, II verso.,m.4 n. 3

In un punto del cortile antistante la cappella è realizzato un pozzo che conduce agli ambienti ipogei della tomba che raccolgono il defunto e il suo corredo, cosicché la cappella e la parte sotterranea risultano parte di una medesima unità architettonica.

Camera funeraria con il corridoio fotografata al momento della apertura.
Scavi Schiaparelli 1906 – Archivio Museo Egizio di Torino, C 1336, 2070.

Alternativamente, la cappella può essere ricavata nella roccia stessa della montagna tebana, lavorando all’esterno la facciata in modo da riprodurre la sagoma piramidale e utilizzando lo spazio esterno, antistante l’ingresso, come cortile.

Libro dei morti di Kha, particolare di Kha e Merito in una scena di adorazione davanti al dio Osiride. Tomba di L’ha S. 8416/3 _8438
Libro dei Morti di Kha, particolare della scena del funerale
Tomba di Kha S. 8316/3 -8438

Trattandosi di un luogo frequentato dai familiari del defunto, una stele o una statua possono essere collocate all’interno delle cappelle in apposite nicchie ricavate sul fondo così da offrire un punto di riferimento culturale per i familiari: l’apparato decorativo sulle pareti interne della cappella sviluppa un repertorio che, soprattutto durante la XVIII Dinastia, accanto alle più tradizionali scene di offerta, di lavoro e di ritualità, dedica una maggiore attenzione alle scene di convivialità tra i defunti e i familiari, facendo di queste cappelle un vero inno alla vita e alla bellezza.

Questo aspetto tenderà invece ad attenuarsi nel corso delle successive Dinastie ramessidi ( XIX-XX Dinastia), quando si affermano in modo crescente i temi legati al viaggio nell’Aldilà.

Per i dettagli della tomba di Kha e Meryt vedi anche: https://laciviltaegizia.org/2021/08/25/la-tomba-di-kha-e-merit/

Fonte:

Museo Egizio di Torino -Franco Cosimo Panini Editore

Fotografie:

  • Franco Brussino
  • Andrea Vitussi
Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta, Statue

STATUA DI RAMOSE

Di Grazia Musso

Calcare, XIX Dinastia
Museo del Louvre – E 16378

Statua in calcare di Ramose, scriba reale che diresse i lavori di Deir el-Medina per oltre trent’anni.

È ritratto con in grembo le statuette di Osiride e Nefti e, davanti alle ginocchia, quelle, molto danneggiate dei quattro figli di Horus, ai quali spettava la custodia degli organi dei defunti.

Fonte: Rivista Archeo

Foto: Museo del Louvre

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta, Statue

STATUA DELLA DEA MERETSEGER

Di Grazia Musso

Calcare, altezza 39 cm.
Deir el-Medina
Museo Egizio di Torino – C. 957

Personificazione diretta della montagna tebana, Meretseger, il cui nome significa “colei che ama il silenzio”, è molto vicina ad Hathor, ma al tempo stesso se ne distingue per l’aspetto serpentiforme.

In questa statua è rappresentata, appunto, come un cobra con la testa di donna e Indossa In parrucca tripartita..

Sulla testa della statuetta doveva trovarsi in origine un supporto a cui si fissavano due piume o due corna che affiancavano il disco solare, acconciatura tipica di molte divinità femminili.

Meretseger è onnipresente nei culto di Deir el-Medina : nei santuari e anche nelle cappelle domestiche, nelle tombe e sugli ostraka, così come in numerosi graffiti nel massiccio tebano che domina la necropoli.

Fonte

Museo Egizio di Torino – Franco Cosimo Panini Editore.

Mai cosa simile fu fatta, Tombe

LA TOMBA DI SENNEDJEM

Di Franca Loi

Villaggio di Deir el-Medina. Veduta delle mura di cinta. Luxor, Egitto

Deir el-Medina racconta una storia che parla della quotidianità di persone che lavoravano al servizio dei sovrani dell’antico Egitto. Sono artigiani (oggi verrebbero definiti “artisti”) che svolgevano un compito di fondamentale importanza per la storia dell’antico Egitto: costruivano, decoravano e tutelavano le tombe sia della Valle dei Re e della Valle delle Regine, sia l’area conosciuta come ” Tombe dei Nobili.

Il villaggio, fondato intorno al 1500 a.C., e abitato da circa 500 persone, era ben strutturato e molto funzionale; aveva un’estensione di circa 2.000 ettari ed era protetto da un muro di cinta. L’ordine e la protezione di tutti gli abitanti erano assicurati da “posti di polizia” situati alle due uscite del villaggio in modo che gli artigiani potessero tranquillamente andare al lavoro lasciando le famiglie nelle loro case. Fu abitato per tutto il nuovo Regno.Con l’avvento della XXI dinastia il villaggio fu abbandonato allorché si conclusero le costruzioni delle due necropoli.

Cappella funeraria di Sennedjem

Poco ad ovest del villaggio vi sono circa 40 tombe di artisti e capi artigiani risalenti alle dinastie XVIII, XIX E XX e un piccolo tempio di epoca tolemaica. Quella di Sennedjem, artigiano della XIX dinastia, è una tomba che ci è giunta quasi intatta, con decorazioni, mobili, vasi, alimenti e fiori secchi.

La tomba di Sennedjem è affrescata con sfondo ocra In ottimo stato di conservazione con scene di cerimonie religiose e di vita comune. Fu trovata praticamente intatta e tutti gli arredi sono conservati al museo del Cairo
La parete Nord Est della tomba di Sennedjem , in cui sono raffigurati i Beati Campi Iaru, nell’aldilà. Archivio fotografico del Museo Egizio di Torino.

Nelle decorazioni delle proprie tombe, gli operai addetti alla preparazione degli ipogei della Valle dei Re e delle Regine, adottano uno stile lontano dai canoni ufficiali, come dimostrano le vivaci scene in cui Sennedjem e la moglie Lyneferti si sono fatti rappresentare in momenti di vita vissuta.

Sotto un elaborato baldacchino, Sennedjem è deposto con la testa ad ovest, sopra un letto zoomorfo dove il leone simboleggia la fine del viaggio nel Duat.

I temi decorativi sono focalizzati sulla realtà della vita quotidiana e ultraterrena del defunto “delle cui spoglie Anubi (con testa canina) procede all’imbalsamazione”.

Sennedjem e sua moglie inginocchiati sulla tomba e vestiti con abiti festivi.
La bellezza delle pitture sono uno dei migliori esempi di Deir-el Medina.

Notevole è la scena mitologica del gatto a forma di Ra che spezza il serpente, Apopolis: simbolo del male.

scena mitologica del gatto a forma di Ra che spezza il serpente, Apopolis: simbolo del male.

Le decorazioni seguono le tappe dell’esistenza e gli episodi di vita vissuta fino all’atto finale dell’esistenza. Tutto ciò rappresenta sicuramente una società che si va evolvendo: l’uomo egizio tende ad esprimere la propria individualità e la pittura, anche se perde accuratezza e precisione, riesce ad esprimere la realtà della vita, a volte sorretta da una variegata e vivace descrizione dei personaggi.

Sennedjem, con la sua sposa, gioca al senet
Sarcofago esterno di Sennedjem:
In legno dipinto e verniciato stringe fra le mani gli emblemi tit e djed. Sulla tipica parrucca ramesside si stende la figura protettrice di Nefti, cui corrisponde, sotto i piedi, l’immagine di Iside. Porta una collana-usekh. Al di sotto, la dea del cielo Nut, alata e inginocchiata, introduce la lunga iscrizione centrale in cui si invoca il suo nome. Nei riquadri centrali campeggiano altre figure di divinità
Sarcofago esterno di Khonsu, figlio maggiore di Sennedjem, decorato con il capitolo 17 del Libro dei Morti.

UNA CURIOSITÀ:

per la qualità delle pitture parietali della tomba, particolarmente ricche di decorazioni, con scene tratte dal libro dei morti, è stata ipotizzata la stessa mano di artista che aveva decorato la tomba di Nefertari.

L’egittologo Eduard Toda e il suo caro amico Gastone Maspero insieme ad altri egittologi, nel febbraio del 1886 ruppero Il sigillo di argilla con l’effige del dio Anubi ed entrarono nella tomba inesplorata di Sennedjem. Una cosa li stupì enormemente: il pavimento era ricoperto di mummie 11 per terra e 9 deposte in sarcofagi di legno;fra queste ultime quella del titolare della tomba. In questa foto Edward Toda e’ travestito da mummia nel museo di Bulaq, al Cairo, nel 1885. FOTO: Gerard Blot/ Rmn- Grand Palais
Eduard Toda, secondo da sinistra, con Gaston Maspero durante il suo soggiorno in Egitto, 1886.

FONTE:

STORICA- NATIONAL GEOGRAPHIC

VIAGGIO NELL’EGITTO DEI FARAONI-ISTITUTO GEOGRAFICO DE AGOSTINI

ANTICA TEBE

WIKIPEDIA

ARALDO DE LUCA

Mai cosa simile fu fatta, Statue, XIX Dinastia

I BUSTI DEGLI ANTENATI

Di Francesco Alba e Grazia Musso

Col termine di Busto dell’Antenato ci si riferisce a dei piccoli busti antropoidi dipinti che avevano la funzione di focalizzare la venerazione degli antenati durante il Nuovo Regno. La maggior parte di questi erano realizzati in calcare o arenaria ma alcuni esemplari più piccoli erano di legno e di terracotta. Raramente portavano iscrizioni (il busto di Muteminet, qui sotto mostrato, è una delle poche eccezioni), ma la predominanza di pittura rossa (il tipico colore della carnagione maschile nell’arte egizia) suggerisce che la maggior parte di questi manufatti rappresenti dei personaggi maschili.

Ci sono circa 150 esemplari giunti fino a noi, circa metà dei quali proviene da abitazioni e da cappelle funerarie degli operai specializzati del villaggio di Deir el- Medina.

Il culto degli antenati, ciascuno dei quali era definito col termine “akh iker en Ra”, “spirito eccellente di Ra”, era un importante aspetto della religione popolare tra gli abitanti del villaggio.

Questi “spiriti eccellenti” sono anche raffigurati su circa cinquantacinque stele dipinte tuttora disponibili che, al pari dei busti, potrebbero con tutta evidenza essere state oggetto della venerazione dei parenti dei defunti che ne richiedevano l’intercessione per ottenere il favore delle divinità.

In queste stele il defunto non portava mai il titolo o l’indicazione della sua funzione, come avviene in altri tipi di iscrizione, ma veniva raffigurato seduto da solo davanti a una tavola d’offerta, in atto di annusare il profumo di un fiore di loto aperto, simbolo della vita e rinascita.

Gli antenati, apprezzati per le virtù che possedevano in vita, erano sollecitati per diverse ragioni: come intermediari tra uomini e dei, venivano interpellati per ottenere protezione, consiglio o intercessione, in caso di castighi, pericoli o litigi.

La presenza delle stele dedicate agli antenati e dei loro busti all’interno delle abitazioni testimonia lo stretto legame esistente ancora tra i vivi e i morti nella vita quotidiana del villaggio.

Riferimento

I Shaw, P. Nicholson. The British Museum Dictionary of Ancient Egypt. The American University in Cairo Press – 1995

MUTEMINET

Busto antropoide in calcare dell’antenato che raffigura Muteminet, suonatrice del sistro. Riporta i nomi di Mutenimet e della Divina Triade Tebana: Amon, Mut e Khonsu.

Diciannovesima Dinastia. Provenienza: Deir el-Medina.

The British Museum – Londra (EA1198)

BUSTO DI ANTENATA

Calcare, altezza 25 cm
Deir el-Medina
Museo Egizio di Torino – C. 3080

Il busto qui raffigurato, rappresenta un’antenata che Indossa una parrucca tripartita dipinta di nero, porta un largo collare a più fili di colore rosso.

Il busto proviene da un’abitazione privata dove era collocato in una nicchia e accompagnato da una tavola d’offerta e da un poggiatesta.

Fonte e fotografia

Museo Egizio di Torino – Franco Cosimo Panini

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta, Stele

STELE DI NEFERABU

Di Grazia Musso

Calcare, Larghezza 54 cm
Deir el-Medina
Museo Egizio di Torino – C. 1593.

Stele dedicata a Meretseger che lo ha guarito, da una malattia che lo affliggeva da tempo:

Chiamai la mia Signora

e trovai che era venuta a me con dolci brezze,

Fu misericordia con me:

mi ha teso la mano, si è rivolta a me favorevolmente,

Mi ha fatto dimenticare la malattia che era stata sopra di me.

Ecco, la Cima dell’Occidente è misericordiosa, se uno la invoca.

( adattamento da E . Bresciani, – Cultura e società attraverso i testi p. 447l

Sulla stele a incavo, Meretseger è raffigurata sulla destra con un corpo serpentiforme a tre teste: la prima di avvoltoio, la seconda di donna e la terza di serpente ; dinnanzi a lei si trova un altare con una brocca e dei fiori di loto.

Il documento appartiene al “Servitore della Sede della Verità” Neferabu, vissuto sotto il regno di Ramesse II, la cui tomba è la n. 5 della necropoli del villaggio.

Fonte

Museo Egizio – Franco Panini Editore

Immagini: Museo Egizio di Torino

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta

IL NAOS DI KASA

Di Grazia Musso

Legno dipinto, Misure: 33 x 14,5 x 33
Collezione Drovetti
Museo Egizio di Torino – C 2446

Dalla tomba di Kasa, un artigiano vissuto a Deir el-Medina durante il regno di Ramesse II, proviene questo piccolo Naos, o cappella, di destinazione culturale.

Si tratta di un manufatto di notevole pregio, sia per la sua complessa struttura lignea, sia per la sua ricca decorazione dipinta.

Il Naos era stato probabilmente realizzato per l’abitazione di Kasa e solamente dopo la morte del proprietario era entrato a far parte del suo corredo funerario

I capitelli che sormontato le colonnine lignee sul fronte del naos sono convenzionalmente noti come “hatorici”, dal momento che riproducono l’effige di Hathor, la dea della fecondità, dell’amore e della musica.
Il volto, incorniciato da una massiccia parrucca nera, è caratterizzato da orecchie bovine appuntite, che fanno riferimento alla vacca, l’animale sacro alla dea.

Tra la comunità del villaggio era assai diffusa, sopratutto in epoca ramesside, la pratica dei culti domestici rivolti a divinità e antenati.

In questo caso le preghiere del dedicante sono rivolte al dio Khnum e alle dee Satet e Anuqet, che costituiscono la cosiddetta “triade di Elefantina”, venerata nell’isola situata in corrispondenza della prima cateratta del Nilo.

Le divinità sono raffigurate sui lati del Naos dove sono riprodotte scene di natura religiosa disposte su registri.

La parte anteriore della cappella riproduce la struttura di un tipico tempietto egizio , con due esili colonne che formano un piccolo proano e con la consueta modanatura arcuata, nota come “gola egizia”, a coronamento delle pareti.

Una porta due battenti, consente di aprire questa piccola cappella, la cui parte posteriore è ornata con la figura di Kasa in atto di recitare la preghiera scritta al suo fianco.

Fonte

I grandi musei: il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electra

Foto: Museo Egizio di Torino

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta

PORTA DELLA TOMBA DI SENNEDJEM

Di Grazia Musso

Legno stuccato e dipinto, altezza cm 135, larghezza cm 117
Deir el-Medina, Tomba di Sennedjem
Scavi del Servizio delle Antichità Egiziano 1886
Museo Egizio del Cairo – JE 27303

Gli Scavi diretti fa G. Maspero nella necropoli di Deir el-Medina portarono alla luce la tomba inviolata di Sennedjem, uno dei tanti artigiani che lavoravano alla costruzione dei ipogei reali nella vicina Valle dei Re.

L’accesso alla camera del sarcofago, allestita in fondo a un pozzo, era chiusa da questa porta di legno che recava intatto il sigillo della necropoli tebana: il dio Anubi.

La calda tonalità dei colori e la natura dei temi raffigurato, scene di vita oltremondana tratte dal repertorio figurativo del Libro dei Morti, unisce in un’insieme armonico la decorazione della sala funeraria e della porta d’ingresso.

Sulla facciata esterna, il battente raffigura Sennedjem con la moglie e la figlia in adorazione di Osiride e della dea Maat; il dio è seduto in trono, con la tiara-atef, gli scettri reali e il bastone-uas, verde come il volto e le mani, a simboleggiare il potere di Osiride anche sui cicli eterni della rinascita vegetale.

L’ANALISI FILOLOGICA A CURA DI LIVIO SECCO QUI

Nella scena inferiore, il defunto compare seguito dai figli, mentre rende omaggio alla sintesi divina di Ptah-Sokari-Osiri e a Iside.

La facciata interna della porta presenta Sennedjem e la sposa Iyneferty seduti sotto un padiglione di canne; la coppia indossa una parrucca sormontata da un cono di grasso aromatico e quella della donna è ornata da boccioli di loto, fiore dal profumo divino che donava vita eterna.

L’artigiano sta giocando alla senet, un gioco popolare che assume, in contesti funerari, forti valenze simboliche: il defunto scommette il destino dell’anima, se vince sopravviverà.

La scena si chiude con una ricca tavola d’offerta e provvigioni d’ogni genere per il sostentamento di Sennedjem.

Al di sotto una lunga iscrizione riporta estratti del Libro dei Morti: il primo è una preghiera agli dei dell’eternità affinché non chiudano le porte al defunto ( Capitolo 72) e il secondo legittima il desiderio dello spirito giustificato di giocare alla senet anche nell’Oltremondo ( Capitolo 17).

Fonte

I tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.

Foto dal libro su citato e dal web

Età Ramesside, Mai cosa simile fu fatta

CONTENITORE PER USHABTY DI KHONSU

Di Grazia Musso

Legno stuccato e dipinto
Altezza cm 35,6, larghezza cm 12,5, lunghezza cm 20
Deir el-Medina, tomba di Sennedjem
Scavi del Servizio delle Antichità Egiziano 1886
Museo Egizio del Cairo – JE 27299

Le statuine funerarie che avrebbero dovuto lavorare per il defunto nell’aldilà, rispondendo alla chiamata del loro padrone, come indica il loro nome ushabty ” i rispondenti” erano deposte all’interno di cassette lignee dipinte.

Khonsu, “Servitore nella Sede della Verità”, visse e lavorò nel villaggio operaio di Deir el-Medina, dove alloggiavano i costruttori delle tombe regali nella Valle dei Re.

Del suo corredo funerario faceva parte una cassetta destinata a contenere gli ushaty preparati per la sua sepoltura.

La sommità a doppia volta è delimitata da due pannelli verticali e le quattro pareti laterali sono decorate da vivaci disegni, che rappresentano Khonsu sia da vivo sia mummificato.

Su un lato Khonsu è seduto accanto alla moglie, entrambi indossano vesti eleganti e indossano una parrucca sormontata da un cono profumato.

Sul lato opposto, invece, la mummia del defunto è purificata dal figlio Nakhtmut, nel corso di una cerimonia rituale.

Su entrambi i i lati brevi della cassetta compare la Mummia di Khonsu stante.

Brevi iscrizioni geroglifiche, recanti il nome e i titoli del defunto, incorniciando le scene figurate.

Fonte

I tesori dell’antico Egitto, nella collezione del Museo Egizio del Cairo – National Geographic – Edizioni White Star.