Di Grazia Musso
Con il termine greco ostracon, letteralmente coccio, si indica un frammento di ceramica o scheggia di calcare sulla cui superficie sono stati tracciati disegni o scritti testi.
Nell’Antico Egitto l’uso degli ostraca era molto diffuso, data la loro facile reperibilità a costo zero, rispetto al più caro e pregiato papiro.
Essi venivano utilizzati soprattutto per annotazioni temporanee, schizzi, bozzetti, esercizi scolastici, diventano frequenti a Tebe a partire dalla XVIII Dinastia.
A causa della loro durezza, possono infatti solo spezzarsi o essere consumati per attrito, ne sono pervenuti sino a a noi un numero straordinariamente ampio rispetto alla modestia della loro funzione.
Migliaia di ostraca sono stati trovati nel villaggio di Deir el-Medina, all’interno di una grande e antica discarica ai margini dell’abitato.
Gli ostraca figurati e scritti rinvenuti a Deir el-Medina ci consentono di conoscere i particolari di numerose esistenze private.
Gli abitanti del villaggio, uomini della squadra e loro congiunti, ci hanno palesato in modo esplicito gran parte dei difetti e dei pregi della natura umana: dall’onestà agli imbrogli, dai mancati giuramenti al desiderio di giustizia, dalla pietà all’arroganza.
Dal villaggio operaio e dall’area delle necropoli tebane, oltre alle migliaia di ostraca iscritti, provengono numerosissimi ostraca figurati, poiché in quelle zone si concentrava all’epoca il nucleo più consistente di disegnatori e pittori di tutto l’Egitto.

È probabile che da qui provenga questo bellissimo ostracon che costituisce uno dei massimi capolavori della collezione del Museo Egizio di Torino.
Sulla scheggia di calcare è stata disegnata, con grande maestria e raffinatezza, l’immagine di una danzatrice acrobata.
Il corpo della fanciulla, che indossa un perizoma annodato in vita, è reso con linee rapide e sicure, opera di un abile e sconosciuto artista.
L’alto livello qualitativo del disegno è dato dalla capacità di rappresentare con grande naturalezza e realismo una figura in posizione insolita, prestando l’attenzione ai minimi dettagli: le membra affusolate, il volto ben curato e la fluente capigliatura che cade pesantemente a terra.

E poco importa se l’orecchino resta fissato alla guancia in modo irreale, senza pendere verso il basso.
La grazia e l’armonia complessiva del disegno ne fanno senza dubbio una vera opera d’arte.
Fonte
- I grandi musei: Il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa
- D come Deir el-Medina – Daniela Magnetti, Silvia Einaudi – Electa

























































