Antico Regno, Mastaba

LA MASTABA DI PTAHHOTEP E AKHTIHOTEP

A cura di Ivo Prezioso

La mastaba di Ptahhotep è un articolato complesso funerario eretto per i due Ptahhotep e Akkhtihotep, figlio di Ptahhotep I e padre di Ptahhotep II. I tre furono responsabili della giustizia e visir alla fine della V Dinastia. Nell’immagine si vedono i pilastri che sorreggono le architravi del sepolcro di Akhtihotep.
Il rilievo ci mostra il defunto Ptahhotep mentre riceve le offerte. Nel registro inferiore in basso a destra è visibile il vaso heset che tanto ha infiammato la fantasia degli ufologi.

Ptahhotep fu amministratore e visir durante il regno di Djedkara Isesi (V Dinastia).

E’ noto per essere considerato l’autore dell’ Insegnamento che reca il suo nome, un testo di letteratura sapienziale che vuol essere una guida al bel parlare e al comportamento corretto in ogni circostanza. Il testo, ci è pervenuto in quattro manoscritti, tre papiri e una tavoletta di provenienza tebana, il più antico dei quali (e il solo completo) è il papiro Prisse (conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi) databile all’ XI-XII Dinastia. Come Hergedef, Ptahotep è nominato, nel papiro Chester Beatty IV (al British Museum), tra gli otto scrittori celebri e sapienti dell’Antico Egitto.

Ptahhotep (Ptah è soddisfatto), uno dei più grandi nobili della fine della V Dinastia, è ritratto in questo bassorilievo nella sua mastaba a Saqqara. Un ampio collare ed una lunga collana con un amuleto decorano il torso dell’uomo. Il suo nome è indicato dai sei geroglifici posti di fronte al suo volto.
Nelle ultime mastabe dell’Antico Regno sono rappresentate lunghe teorie di portatori recanti cibo ed altre offerte. I due uomini ritratti nella tomba di Ptahhotep portano fiori di loto, steli di papiro un vitello ed un vaso rituale “heset”

L’insegnamento, come ci informa il testo stesso, fu composto da Ptahhotep quando già era molto avanti con l’età. L’onestà che l’autore insegna è di tipo sociale, un’etica che non deve sovvertire l’ordine stabilito, la Ma’at, che dio ha posto nel mondo e che è anche l’ordine dello stato di cui il re è garante. Il fine è quello di far sì che si perpetui il ricordo di chi ha sempre tenuto una condotta buona ed amabile.

La sua tomba si trova in una mastaba di Saqqara Nord ed è costituita da un complesso funerario dedicato anche al figlio Akhtihotep, ed al figlio di quest’ultimo Ptahhotep II.

Ptahhotep II, figlio primogenito di Akhtihotep è occupato a registrare le offerte giunte dalle sue proprietà per officiare il culto postumo del padre. Il rilievo può essere ammirato sulla parete est nel vano di ingresso della tomba di Akhtihotep.

Concludo questa breve descrizione con una delle perle di saggezza tratte dal suo Insegnamento.

“Non essere orgoglioso del tuo sapere, ma consigliati con l’ignorante come con il sapiente: non si raggiunge il confine dell’arte, non c’è artista fornito della sua perfezione. Una bella parola è più nascosta del feldspato verde, ma la si può trovare presso la serva alla macina”

Fonti: Edda Bresciani, Letteratura e poesia nell’Antico Egitto, Ed. Einaudi pp.40-41-42

Fonte di didascalie e immagini: Karol Myśliwiec, Tombe della V e VI Dinastia a Saqqara, pp.8-286-290-302-306-309. Dal Volume “I Tesori delle Piramidi” a cura di Zahi Hawass.

Antico Regno, Cose meravigliose, Mai cosa simile fu fatta, Mastaba

LA MASTABA DI TI

Di Andrea Petta e Grazia Musso

Non lontano dal Serapeum, a poche decine di metri dalla piramide di Djoser, Mariette nella sua prima spedizione scopre anche la tomba del dignitario e gran possidente Ti. Mentre la costruzione del Serapeum era andata avanti fino ai Tolomei, la tomba del ricco Ti era invece antichissima e preziosissima da un punto di vista artistico ed archeologico.

Pianta della mastaba di Ti
• 1: Portico con due pilastri
• 2: Primo “serdab” o camera della statua del Ka di Ti, visibile attraverso due strette finestre dal portico e dal cortile
• 3: Cortile a pilastri e falsa porta di Demedi, il figlio di Ti
• 4: Primo corridoio; b: falsa porta di Nefer-Hetep-es (Neferhetepes), la moglie di Ti, allineata con il pozzo della sua tomba (no. 9)
• 5: Secondo corridoio
• 6: Magazzino
• 7: La cappella di Ti; c, d: false porte di Ti, allineate con la sua camera di sepoltura (C)
• 8: Secondo serdab, visibile attraverso tre strette finestre dalla cappella
• 9: pozzo della tomba di Nefer-Hetep-es (Neferhetepes)
• In rosso la camera sepolcrale di Ti sotto la mastaba.
o A: scala di discesa dal cortile
o B: corridoio in pendenza
o C: camera sepolcrale con
o D: il sarcofago in pietra di Ti

Titoli principali di Ti:

  • Sovrintendente delle piramidi di Niuserra e Neferirkara
  • Sovrintendente dei Templi Solari di Sahura Niuserra e Neferirkata

Risalente alla V Dinastia dell’Antico Regno, datata più o meno 2400 BCE, era stata scavata quando i re Cheope, Chefren e Micerino avevano appena innalzato le loro piramidi. La sua peculiarità è il fatto di essere praticamente la prima tomba a descrivere – con un’evidenza di cui non si era finora avuto l’eguale in nessun monumento – l’aspetto reale della vita nell’Antico Egitto.

Apparentemente Ti era nato dal nulla, un “self-made man” diremmo oggi. Insignito inizialmente del titolo di “Capo dei parrucchieri del Re”, divenne via via, sotto quattro Faraoni diversi, “Amico unico del Re”, Maestro di Palazzo, Architetto di corte, custode dei segreti del suo signore, soprintendente in tutte le imprese regali, supremo responsabile dei possedimenti funerari dei Faraoni e sacerdote di Ptah.

La tomba consiste in un piccolo ingresso che immette in un vasto cortile con peristilio, la cui parte centrale è occupata da un pozzo che termina con un corridoio discendente che conduce alla camera sepolcrale priva di decorazioni e iscrizioni.

Sulla parete settentrionale del cortile si trova il primo serdab, mentre all’angolo sud-ovest uno strettissimo passaggio immette nel corridoio che conduce a due stanze splendidamente decorate con bassorilievi policromi.

La prima stanza che si apre sulla parete ovest del corridoio, ha l’asse maggiore perpendicolare al corridoio ed è decorata con scene di offerte disposte in altezza su nove registri e raffigurazioni legate alla preparazione di cibi e bevande.

Il corridoio conduce nella seconda e più grande stanza, preceduta da un piccolo vestibolo.

Questa stanza, il cui soffitto è sostenuto da due colonne ed è detta anche “sala delle offerte”, comunica tramite una piccola fessura che si apre sulla parete sud, con un secondo serdab, all’interno del quale si trova ora una copia della statua del defunto, mentre l’originale è al Museo del Cairo.

La parete ovest di questa sala è occupata in buona parte dalla celebre scena detta ” della costruzione navale”, nella quale possiamo osservare l’attività di un cantiere navale con tutti i dettagli relativi alla fabbricazione delle barche.

La parete settentrionale è decorata invece da una grande scena che raffigura il defunto a grandezza naturale mentre partecipa alla caccia all’ippopotamo nelle paludi del Delta.

Per sottolineare la sua brillante carriera, Il ricco e potente signor Ti aveva avuto cura di eternare in morte, sulle pareti della sua tomba, veramente tutto ciò che lo aveva circondato in vita. Al centro di ogni figurazione c’è sempre lui, il potente Ti, tre o anche quattro volte più grande dei servi o della folla, per sottolineare così, anche nelle proporzioni del corpo, la sua potenza e importanza rispetto agli inferiori.

E dalle pareti della mastaba emerge, incredibilmente viva e vivida la vita di tutti i giorni: la preparazione dei campi, i mietitori, i guidatori di asini, la trebbiatura, la spulatura dei cereali; è possibile assistere alle varie fasi della costruzione delle navi di quattro millenni e mezzo fa: la segatura dei tronchi, la lavorazione delle assi, il maneggio di squadre, scalpelli e altri utensili. Per la gioia di innumerevoli studiosi di tutte le discipline afferenti all’Antico Egitto si possono riconoscere con chiarezza i vari arnesi, e vediamo come fossero già noti la sega, la scure e perfino il trapano.

Vediamo fonditori di oro e apprendiamo come si attizzassero coi mantici stufe ad alte temperature, e infine vediamo al lavoro scalpellini, intagliatori di legno e cuoiai.

E si può vedere quale potere avesse un funzionario come il signor Ti. I malfattori sono condotti per il giudizio dinanzi alla sua dimora, trascinati al suolo dagli sbirri, e strangolati in modo rozzo e selvaggio. Schiere di contadine gli recano doni, servi conducono e uccidono animali da sacrificio. Ed infine la vita privata di Ti, come attraverso una finestra della sua dimora: Ti a tavola, Ti con la moglie, con la famiglia, Ti – e questo è uno dei rilievi più belli – a caccia tra le folte macchie di papiri. In questa raffigurazione, i marinai arpionano ippopotami, uno dei quali addenta un coccodrillo.

In qualche modo, Ti è ancora in eterno viaggio sul Nilo. Ha attraversato i secoli, epoche, guerre, civiltà. Ha visto il caos, l’invasione degli Hyksos, lo splendore dei suoi discendenti nel Nuovo Regno. E poi il declino, Alessandro Magno e i Tolomei, Pompeo e Giulio Cesare, l’Impero Romano, gli Arabi fino alle invasioni europee. Eppure in quel rilievo tutto scivola via, portato lontano dal Grande Fiume.

E Ti comanda ancora i suoi marinai, i suoi contadini, i suoi scribi, e dopo la caccia ci invita ancora alla sua tavola, dove magari ci racconterà ancora qualcosa del Faraone Neferirkara Kakai e di come gli concesse in moglie la principessa Neferhetepes, o di Niuserra e delle sue riforme amministrative a cui Ti avrà sicuramente partecipato.

La “scena campestre”, una delle più famose della mastaba. Nel registro superiore, sulla destra è raffigurata la mungitura di una mucca con le zampe posteriori legate, a sinistra tre coppie di buoi tirano l’aratro. Nel registro inferiore gli uomini a destra dissodano i campi, un gruppo di ovini procede spronata dai pastori con la frusta per far penetrare con i loro zoccoli i semi in profondità. Per ultimo segue un contadino con la borsa delle sementi

La caccia all’ippopotamo è frequentemente rappresentata nell’Antico Regno fino al Nuovo Regno. L’ippopotamo, che vive nascosto nelle acque della palude, rappresenta il nemico, le forze ostili. Come il coccodrillo, l’ippopotamo appartiene al mondo degli animali selvaggi, un mondo che gli egizi conoscevano ma non controllavano. Le forze del caos e del male sono dominanti qui. Combattere e vincere queste forze, significa far regnare Ma’at (ordine) sul mondo.

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LE OCHE DI MEYDUM

Di Ivo Prezioso

Provenienza: Meydum, mastaba di Nefermaat e Atet (o Itet). Inizi IV Dinastia databile all’incirca al 2600 a.C. Calcare dipinto. Altezza: cm. 27 Lunghezza cm. 172. Ubicazione attuale: Museo Egizio del Cairo.

Il sito da cui proviene il dipinto è ubicato presso la necropoli, risalente alla III Dinastia, a Nord della piramide di Meydum che oggi si presenta in una forma particolarissima dal momento che è stata interessata da crolli e sfruttamento coma cava. Il nucleo interno di questo monumento ci ha rivelato una struttura che è un’ottima testimonianza del passaggio dalla piramide a gradoni a quella propriamente detta.La grande mastaba in oggetto, è appartenuta a Nefermaat e a sua moglie Atet. Le iscrizioni ci informano che egli fu “Sacerdote di Min”, Profeta di Bastet e Shesmetet”, visir e “primogenito del re Snefru”. Nefermaat, dichiara di aver inventato un metodo di pittura “che nessuno può cancellare”. In sostanza, si incidevano i contorni delle figure nella parete calcarea. Questi venivano riempiti con una resina che avrebbe dovuto assicurare la presa degli impasti di colore. In realtà, gli impasti una volta disseccati, si sono staccati e ciò deve essere avvenuto in breve tempo, dal momento che la tecnica fu ben presto abbandonata. Le celeberrime oche, hanno sempre destato meraviglia per l’equilibrio della composizione, il gioco dei colori e la raffinata cura dei particolari (si osservi il dettaglio del piumaggio).

Si possono distinguere tre generi di questi uccelli: alle estremità, in posa diversa per movimentare la scena, ma perfettamente simmetrica per mantenerne la stabilità, osserviamo due Anser fabalis, centralmente a sinistra una coppia di Anser albifrons, riconoscibili, come suggerisce il nome, per il contorno bianco dove il becco si inserisce nella fronte dell’animale, e infine al centro a destra due Branta ruficollis caratterizzate dalle macchie rosse sul petto e vicino l’occhio.


Ed eccoci alla trattazione dell’ipotesi del prof. Francesco Tiradritti, che nel 2015, pose in dubbio l’autenticità del reperto. Per brevità schematizzo i punti salienti dell’intervista in cui vengono sottolineate quelle che sarebbero le “prove” a sostegno. (Ma chi fosse interessato può facilmente trovare in rete l’intero articolo).

  1. Le oche alle due estremità “Anser fabalis” e le due dal petto rosso “Branta ruficollis” non risultano attestate in altre opere d’arte egizia.
  2. Le oche alle estremità sono più grandi rispetto a quelle centrali.
  3. Le Anser albifrons (quelle con il contorno bianco intorno al becco) e le Branta ruficollis sono specie diffuse a latitudini più elevate.
  4. Il tipo di stesura è possibile solo con l’uso di pennelli moderni.
  5. Albert Daninos nel suo resoconto afferma che il dipinto fu staccato dalla parete dal milanese Luigi Vassalli ma non viene da lui menzionato nei suoi rapporti. Probabilmente, essendo anche pittore, fu lui a dipingerlo o ridipingerlo
  6. In un frammento di intonaco anch’esso proveniente dalla cappella di Atet, compaiono una coppia di geroglifici, un cestino ed un avvoltoio, corrispondenti alle lettere A e K (o G) che sembrerebbero indicare un monogramma. Vassalli aveva sposato in seconde nozze una tale Angiola Gagliati ed ecco che il dipinto potrebbe essere spiegato come un tributo di Vassalli alla sua sposa.

Ora veniamo brevemente a ciò che ci dicono in concreto le fonti disponibili e, per questo, mi avvalgo della trattazione dell’argomento fatta dal prof. Maurizio Damiano nel suo volume Antico Egitto (sezione L’Antico Regno dalla IV alla VI Dinastia) edito da Electa. Allego anche la ricostruzione della decorazione della parete nord dell’ingresso ingresso in mattoni crudi da cui provengono diversi frammenti, tra cui anche le famose oche in oggetto.

La mastaba di Nefermaat e Atet fu documentata nei diari di scavo sin da XIX secolo; prima da Mariette nel 1871 e, successivamente, nel 1891 da Petrie, che la studiarono sul posto. Lo stesso Petrie staccò i dipinti su richiesta di Gaston Maspero nel 1910 e furono portati al Museo del Cairo e in altri Musei. In particolare i frammenti dei musei inglesi e americani sono stati oggetto di serissime analisi che ne confermano la datazione, ove mai ce ne fosse stato bisogno, data la documentazione relativa alla scoperta in situ.

Ora, se osserviamo la ricostruzione dell’intera parete salta immediatamente all’occhio come la scena rappresentata sia perfettamente coerente sia dal punto di vista stilistico, sia da quello artistico, formale e strutturale. Oltretutto è anche visibile uno dei due frammenti conservati al British, da me postati in precedenza, in cui è lampante, nella colorazione e nei dettagli del piumaggio dell’anatra la perfetta analogia con le oche dipinte più in basso. (Consiglio, a tal proposito di visitare la pagina Facebook del prof. Damiano, ove tale ricostruzione è a colori e quindi di più facile e immediata lettura).Quando sono venuto a conoscenza delle ipotesi ventilate circa la falsità di questo prezioso reperto, non nascondo di esserne stato profondamente turbato: hanno esercitato su di me un fascino prepotente e vederne messa in dubbio l’autenticità mi ha dato molto da pensare, pertanto concludo, per quello che possono valere, con le mie impressioni circa le ipotesi di Tiradritti.

  1. Il fatto che le due specie non siano attestate in altre opere d’arte egizia, a mio parere vuol dire ben poco. Non credo sia questo l’unico caso di unicità, né si può escludere che magari in futuro verranno riportate alla luce reperti simili. Del resto è come se si volesse affermare, tanto per fare un esempio, che siccome di Cheope è conosciuta un’unica statuetta alta poco più di un soldo di cacio, si tratti di un falso, oppure che l’esistenza del faraone sia quanto meno da mettere in dubbio.
  2. la differenza di proporzioni delle due oche all’estremità può essere spiegata (come afferma, del resto, lo stesso Tiradritti), con l’intento di dare stabilità e profondità alla composizione, ma anche, aggiungo, semplicemente con il fatto che quella specie avesse delle dimensioni maggiori. Non dimentichiamo che gli egizi erano attentissimi osservatori.
  3. Le due specie al centro potrebbero benissimo non essere più presenti oggi in Egitto, ma al tempo si. Altrimenti le scene di caccia all’ippopotamo, la rappresentazioni di coccodrilli, antilopi, dovrebbero portare alle stesse conclusioni, visto che non sono più presenti.
  4. La stesura possibile solo con pennelli moderni, mi lascia esterrefatto. Gli egizi ci hanno lasciato capolavori, come ad esempio la splendida statua di Chefren lavorata nella durissima diorite, giusto per dirne una, figuriamoci se un pennello poteva costituire un ostacolo insormontabile alla stesura particolare dei colori.
  5. Il fatto che il dipinto sia stato consegnato da Luigi Vassalli contraddice clamorosamente che sia stato staccato da Flinders Petrie, nel 1910. In altra parte dell’articolo rilasciato da Tiradritti, si afferma che il dipinto fu staccato subito dalla parete e, forse, ridipinto dallo stesso Vassalli . Ora, questo “subito” deve essere stato poco dopo la scavo di Mariette, avvenuto come abbiamo detto nel 1871, essendo il Vassalli (che tra l’altro era anche pittore), morto nel 1887. L’incongruenza mi pare fin troppo evidente. E ammesso e non concesso, come sarebbe stato possibile non notare una manipolazione così recente? Oltretutto avrebbe dipinto lui un capolavoro e per quanto mi son sforzato di cercare non ho trovato alcuna opera memorabile a lui ascrivibile.
  6. La dedica alla moglie Angiola Gagliati, poi mi sembra proprio la classica ciliegina sulla torta, che neanche credo sia il caso di essere presa in considerazione.

Sono ben consapevole che potrebbe sembrare presuntuoso contraddire le conclusioni di uno studioso: niente di tutto ciò. Vi assicuro che non ho alcun titolo per arrogarmi un simile onere, ma credo sia legittimo porsi delle domande anche se si è un soltanto un umile e semplice appassionato.

P.S. Un ringraziamento speciale al Prof. Maurizio Damiano, che è già intervenuto gentilmente sulla prima parte del mio post, e mi ha fornito le dritte giuste affinché potessi affrontare con sufficiente serenità un argomento così delicato.

Fonti:

  • Maurizio Damiano , Antico Egitto . 2001 by Electa, Milano Edmond Editori Associati.
  • Per l’intervista al Prof. Tiradritti, Il giornale dell’Arte, ricerca effettuata in rete
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LA “MASTABAT EL FARA’UN”

A cura di Piero Cargnino

Continuando nella successione dinastica a questo punto ci si aspetterebbe di trovare la piramide di Shepseskaf, figliastro di Menkaura, suo successore anche se non erede legittimo, invece no. Se Menkaura si fece costruire una piramide più piccola delle precedenti, Shapseskaf non se la fece proprio costruire. Non è da escludere che Shapseskaf abbia regnato in una situazione turbolenta, le fonti storiche non ci dicono molto sull’oscura fine della IV dinastia.

Secondo alcuni fu l’ultimo faraone della IV dinastia, ma nella versione di Sesto Africano, Manetone ne cita ancora uno, Thampththis, forma grecizzata del nome Djedefptah, il Canone Reale di Torino, come accennato in altro articolo, è molto lacunoso sulla fine della IV dinastia anche se, dopo Menkaura, lascia effettivamente spazio per altri due sovrani. In un periodo in cui avere la piramide come sepolcro reale era ormai divenuta una tradizione ben consolidata, Shepseskaf scelse di rompere con la tradizione e di tornare alla mastaba. Ma non si accontentò di una qualsiasi, bensì una mastaba di inedite proporzioni, (lunga 99,60 metri, larga 74,40 metri ed alta circa 18 metri), che, nonostante i fianchi inclinati, ricorda un enorme sarcofago dell’epoca. Non solo ma Shapseskaf scelse per la sua sepoltura un luogo diverso da quello dei suoi diretti predecessori optando per un ritorno a Saqqara. Non è chiaro il motivo per cui non scelse la piana di Giza, dove peraltro non c’era più spazio sufficiente per la costruzione di un nuovo grande complesso sepolcrale. Sono state avanzate numerose ipotesi, secondo una di queste potrebbe essere che Shapseskaf, non sentendosi sufficientemente legittimato alla successione, nonostante avesse sposato Khenkaus, figlia di Djedefhor, figlio di Cheope, abbia scelto di tornare alle origini della IV dinastia, un luogo all’epoca sperduto a sud di Saqqara, ma vicino alle piramidi del fondatore della dinastia, Snefru a Dashur, la cava di pietra per la costruzione si trovava a ovest della Piramide Rossa. Un’altra ragione potrebbe essere una scelta di carattere politico-religioso.

Durante la IV dinastia il potere del clero solare eliopolitano del dio Ra, aveva raggiunto un livello tale da riuscire ad influenzare il faraone sulla scelta del tipo di sepolcro da adottare. L’egittologo Gustave Jéquier, individuò un’ulteriore prova della volontà di Shepseskaf di accentuare la rottura col clero solare, per tornare all’antico sepolcro del periodo thinita, sta nel nome del sovrano che risulta privo della parte fondamentale “Ra”. Voi direte, “ma il nome glielo imposero i genitori”, a questo punto ci sono due possibilità, o il padre, Menkaura, voleva già dare un segnale ai sacerdoti eliopolitani o, come spesso accadeva, fu lo stesso Shapseskaf a mutare il proprio nome. Inutile dire che Jéquier si attirò le ire di altri archeologi in particolar modo dello svizzero Herbert Ricke il quale asserisce che solo l’obelisco assume il ruolo di simbolo solare, mai la piramide. Contrario fu anche Hans-Wolfgang Muller che sosteneva che la mastaba rappresentava la trasposizione in pietra di una capanna di stuoie.

Singolare è anche il fatto che nei dintorni della Mastabat el-Fara’un non sono state trovate tombe di famigliari o di dignitari di corte, questo pone un’altra domanda sulle circostanze, ancora da chiarire, in cui fu eretta la tomba. Stadelmann, rifacendosi a Ricke e Muller, avanzò una sua ipotesi, (rimasta però priva di conferma), forse Shapseskaf intendeva farsi costruire una vera piramide ma, essendo ancora impegnato ad ultimare il complesso del padre Micerino, fu costretto a ricorrere a questa soluzione onde non rischiare di rimanere privo di una tomba. Per iniziare una piramide si rendeva necessario ultimare i lavori a Giza per poi trasferire la complessa macchina tecnica ed economico-amministrativa nel nuovo cantiere di Saqqara. La soluzione fu quella di iniziare una costruzione provvisoria del tipo mastaba, che richiedeva minor tempo ed impiego di risorse, salvo poi, ultimati i lavori a Giza, procedere alla sopraelevazione della mastaba per trasformarla in piramide. L’adozione di questa soluzione provvisoria potrebbe però anche essere, come già detto, espressione della grave crisi che caratterizzò la fine della IV dinastia.

Il regno di Shapseskaf durò solo poco più di quattro anni per cui la soluzione provvisoria diventò definitiva. Ma veniamo alla sua tomba reale conosciuta come “Mastabat el-Fara’un”, “La panca del Faraone”. Descritta per la prima volta da John Perrin a metà del XIX secolo. Nel 1858 Auguste Mariette effettuò una prima indagine sulle parti ipogee della struttura alla quale seguì uno scavo più approfondito di Gustave Jéquier che fu anche il primo ad assegnare la struttura a Shepseskaf in seguito alla scoperta di un frammento di una stele in cui compariva il nome del faraone. In precedenza si pensava che la tomba fosse appartenuta all’ultimo faraone della V dinastia, Unas. Da alcuni resti di testi, trovati su dei blocchi di rivestimento, si apprende che, intorno al 1250 a.C., il principe Khaemwaset figlio di Ramesse II, gran sacerdote di Ptah a Menfi, fece eseguire lavori di restauro alla Mastabat el-Fara’un. Secondo alcuni egittologi la mastaba parrebbe essere stata costruita in due tempi con la precisa volontà di dargli la forma di un santuario di tipo Buto, ovvero con una forma a volta con estremità dritte; Karl Lepsius la definì “un sarcofago gigante”. La mastaba è costruita con enormi blocchi di calcare ed in origine doveva essere rivestita con bianco calcare di Tura molto più fine, l’ultimo corso in fondo, oggi scomparso, era di granito rosa.

“E le tue piramidi si sono arrese a me, mi costruirò una mastaba migliore” – disse Shepseskaf e andò dalla necropoli della sua famiglia a Giza a sud. Bene, visto che ci siete, proviamo ad entrare in questa strana e misteriosa mastaba. L’ingresso alla zona ipogea si trova sul lato settentrionale più corto. Scendiamo quindi in un corridoio scavato nella roccia sottostante e rivestito in granito rosa che si presenta con una pendenza di 23°30′ e lo percorriamo però solo per 16,3 metri dove, a causa di un crollo si interrompe, ma noi proseguiremo virtualmente. In origine era lungo 20,75 metri. Al termine della discesa il corridoio diventa orizzontale e subito presenta un piccolo vestibolo, (forse solo una nicchia), lunga 2,67 metri e alta 2 metri. Proseguendo si incontra uno sbarramento con tre macigni di calcare a caduta ancora ancorati al soffitto, il passaggio, le cui pareti ed il soffitto sono anch’essi rivestiti in granito, è largo 1,1 metri e l’altezza si riduce a 1,27 metri. Dopo le saracinesche, l’altezza del passaggio aumenta nuovamente, a causa del pavimento molto irregolare, probabilmente mai finito. Dopo alcuni metri il soffitto si abbassa riducendo l’altezza a 1,2 metri e finalmente, dopo una lunghezza totale di 19,46 metri, il passaggio orizzontale raggiunge infine l’anticamera. L’anticamera, come la successiva camera funeraria sono orientate nella direzione est-ovest, è lunga 8,31 metri, con una larghezza di 3,05 metri e un’altezza di 5,55 metri. Il tetto è formato da una capriata di blocchi di granito rosa. Tramite un passaggio di 1,20 x 1,11 x 1,54 metri, con una pendenza di 10°30′ si accede alla camera funeraria vera e propria. Lunga 7,79 metri, larga 3,85 metri e alta 4,9 metri, ha anch’essa un tetto in granito rosa a capriata nella parte superiore per scaricare il peso sovrastante, ma presenta però un soffitto lievemente arcuato ad imitazione di una volta a botte, (come nella piramide di Micerino). Sia l’anticamera che la camera funeraria sono entrambe rivestite in granito lasciato allo stato grezzo, non levigato.

Nella camera sono stati rinvenuti numerosi frammenti, riconducibili ad un sarcofago, in grovacca o basalto, insufficienti ad immaginarne la forma. Dall’anticamera, nell’angolo sud-est, si apre un altro passaggio lungo 10,62 metri, largo 1,14 metri e alto circa 2,3 metri sul cui lato est si trovano quattro piccole nicchie, un’altra si trova sul lato ovest, immediatamente di fronte alla quarta nicchia del lato opposto. Le nicchie orientali sono lunghe circa 2,27 metri con una larghezza di soli 80 centimetri e 1,4 metri di altezza, la nicchia occidentale è lunga 2,65 metri e larga 1,16 metri. Con tutta probabilità, anche se molto piccole, dovevano servire come depositi. Bene, adesso ripercorriamo i corridoi e torniamo all’aperto e diamo un’occhiata anche intorno alla mastaba. Due muri di mattoni crudi la circondano, il più interno si trova a una decina di metri dalla mastaba e la avvolge su tutti i lati con uno spessore di 2 metri. Il secondo la circonda ad una distanza di circa 48 metri. Un piccolo tempio funerario si trovava sul lato est ma di esso rimangono solo le fondamenta e pochi resti delle mura. Questa è la “Mastaba el-Fara’un, per visitarla, e per visitare alcuni dei monumenti di quest’area, non è sempre facile; per accedere alla zona di Saqqara sud occorre disporre di un permesso speciale che deve essere richiesto all’organizzazione delle antichità egiziane. Si raccomanda un fuoristrada e una buona guida. Mastabat el-Fara’un si trova sul bordo meridionale del sud di Saqqara, vicino alla piramide di Pepy II e al nord-ovest delle piramidi del Medio Regno in una parte piuttosto remota del deserto.

Fonti e bibliografia:

  • Gustave Jéquier, “Storia della civiltà egizia”, Ferrieres Decoopman, 2018
  • Franco Cimmino, “Storia della civiltà egizia”, Ferrieres Decoopman, 2018
  • Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’antico Egitto”, Fratelli Melita Editori
  • Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi
  • Miroslav Verner, “Il mistero delle piramidi”, Newton & Compton 1997)