Come abbiamo detto in precedenza il regno di Amenhotep III fu un periodo di prosperità e di pace quale il popolo egizio non aveva mai conosciuto prima. Dalla Nubia e dall’Asia affluivano i migliori prodotti e beni preziosi. I rapporti tenuti con la Grecia e Micene erano ottimi ed anche con essi venivano importati ed esportati vari prodotti di artigianato e generi alimentari.
Numerosi dignitari contribuivano ad inviare al palazzo reale i loro prodotti, di molti di questi dignitari se ne conosce il nome che compare sulle loro statue e nelle tombe, in modo particolare quelli che sono stati impressi sui sigilli delle anfore contenenti cibarie, vino, birra da essi prodotta.
Grande interesse veniva dimostrato dal sovrano verso il proprio tempio funerario ma anche verso gli altri templi della capitale come di Karnak e Luxor; in un testo a lui dedicato compaiono lunghe epigrafi che elencano le sue elargizioni in oro e pietre dure da lui offerte per adornare i templi, si tratta di cifre veramente incredibili.
Particolarmente ingenti erano i doni che Amenhotep III elargiva al tempio di Amon-Ra il cui clero diventava sempre più ricco, e non solo doni ma anche titoli, il sacerdote di Amon, Ptahmose, fu il primo a riunire alla sua autorità sacerdotale anche quella di visir.
La ricchezza del clero era tale da creare potere e quel potere i sacerdoti lo usavano per interferire anche negli affari di stato cosa che era mal sopportata dalla corte. Certo non immaginavano la tempesta che si sarebbe abbattuta di li a poco sulle loro certezze sconvolgendo le antiche credenze ed i loro più cari ideali. La religione egizia, quale si tramandava da quasi duemila anni, scaturiva dall’insieme di numerosi culti tribali in origine indipendenti.
Ciascuna città, se non addirittura villaggio, aveva il suo dio protettore, spesso erano feticci il più delle volte in forma di animale, alcuni di questi acquisirono maggior prestigio di altri, vedi Bastet di Bubasti, la dea cobra Edjo di Buto, Thoth come ibis di Ermopoli e molti altri. Con l’unificazione l’Egitto si trovò a dover far fronte a questo problema che risolse elevando alcune divinità ad un rango superiore senza però abolire quelle di rango inferiore. Non solo ma, rappresentando gli stessi dei ora sotto una forma ora con un altro aspetto, riuscì a fondere le varie credenze senza abolirne alcuna.
Gli stessi dei sono rappresentati con aspetti che variano in funzione di un luogo o di un rituale, Thoth è di regola un uomo con la testa da ibis, ma viene anche rappresentato come cinocefalo o come la Luna; Khepri compare come uno scarafaggio con il corpo umano ma viene anche rappresentato come semplice scarafaggio, Hathor, la dea vacca di Dendera, era la stessa Hathor adorata a Menfi in forma di sicomoro, gli esempi potrebbero continuare a lungo.
Se poi pensiamo al dio sole Ra lo vediamo rappresentato come un uomo con la testa di falco ed il disco solare sul capo. Ra è forse la principale divinità dell’antico Egitto identificato con il sole di mezzogiorno egli governava il mondo intero, la terra, il cielo e l’oltretomba, abitualmente era accostato ad Horus, da cui ebbe origine il dio Ra-Horakhti che vuol dire “Ra (che è) Horus dei due orizzonti”. Lo troviamo più tardi associato anche al dio Amon a formare il dio Amon-Ra. Un altro aspetto fondamentale del dio Ra è quello di Aton che in precedenza era solo un’altra forma di Ra.
Ancorché quando parliamo del dio Aton subito lo leghiamo indissolubilmente alla figura del faraone Amenhotep IV (Akhenaton) non dobbiamo trascurare il fatto che il culto di Aton era già assurto a maggior livello ben prima. Il termine “Aton” lo troviamo già in uso almeno dal Primo Periodo Intermedio e seguirà nel Medio Regno dove una delle prime volte che viene citato è nei Testi dei sarcofagi.
Un riferimento ancora più esplicito è contenuto nella Storia di Sinuhe dove si racconta che alla sua morte il re Ammenemes I si unisce al sole:
<<………Egli salì al cielo e si unì col disco solare, e le membra del dio si fusero in colui che lo aveva creato………>>.
In questo caso il termine itn non si riferisce al sole come Ra bensì proprio con la parola “Aton”. Il disco solare che lo rappresenta. Più esplicita e comprensibile è invece la frase che contiene l’epiteto spesso usato per indicare “l’Aton vivente”:
<<……..Signore di tutto ciò che il disco circonda……..>>;
in questo caso itn, tradotto con “disco” è chiaramente riferito al corpo celeste.
Quella che chiamiamo “rivoluzione religiosa”, attribuendola esclusivamente ad Akhenaton col quale vedrà la reale introduzione, iniziò con Thutmose IV il quale forse rimase talmente colpito dal suo sogno, fatto mentre riposava sotto la testa della Sfinge, nel quale gli comparve Ra-Horemakhet (Harmakis). In seguito si diffuse ancor più con Amenhotep III, probabilmente condizionato dall’influenza asiatica che si era fatta maggiormente sentire in Egitto durante il suo regno.
Ed è proprio Amenhotep III che, inizia un percorso di lento ma inesorabile allontanamento della casa reale e di tutta la corte dall’enorme potere acquisito nel tempo dal clero di Amon di Karnak pur continuando con le sue elargizioni. Col tempo Amenhotep III iniziava a soffrire il prepotente affermarsi dei sacerdoti del dio Amon insofferenti al loro ruolo strettamente religioso.
Un primo segnale lo da trasferendo la residenza reale nella nuova reggia costruita a Malqata, località nei pressi di Tebe il cui antico nome era “Per-Hay” (Casa della Gioia), il palazzo era chiamato “palazzo dell’Aton abbagliante”.
Esaminando attentamente le iscrizioni coeve di Amenhotep III notiamo che l’uso del termine è assai più frequente del solito, cosa che ci porta a vedere in ciò un’anticipazione di quello che succederà di li a poco. Un curioso particolare che si allaccia a quanto sopra è il fatto che la barca usata dalla regina Tiye sul lago che il sovrano fece costruire per lei (di cui abbiamo parlato in precedenza), era chiamata “l’Aton risplende”. In una tomba della necropoli di Tebe, risalente al regno di Amenhotep III, troviamo che l’occupante vantava il titolo di “Maggiordomo della Dimora dell’Aton”; con questo pare più che giustificato pensare che l’Aton fosse già adorato a Tebe prima di Akhenaton.
Un’altra testimonianza la troviamo nella stele di Suti e Hor dove è inciso un inno solare che esprime un pluralismo di credenze, di cui alcune del tutto innovative, che precorrono gli inni all’Aton di epoca successiva. Poi arriverà Amenhotep IV (Akhenaton).
Fonti e bibliografia:
Enrichetta Leospo e Mario Tosi “l potere del re il predominio del dio”, Ananke, 2005
Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Ala Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
Sergio Donadoni, “Tebe”, Milano, Electa, 1999
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Torino, Ananke, 2005
Cyril Aldred, “Akhenaton il faraone del sole”, Grandi tascabili economici Newton, 1996
John Wilson, “Egitto, I Propilei” volume I, Arnoldo Mondadori, Milano, 1967
Agnès Cabrol, “Amenhotep III le magnifique”, ed. Le Rocher, 2000
A. Piankoff e E. Hornung, “Das Grab Amenophis’ III im Westtal der Könige”, 1961 William L. Moran, “Le lettere di Amarna”, Johns Hopkins University Press, 1992
Maya raffigurato davanti ad un tavolo d’offerte in un pannello dell’ingresso
UNA CARRIERA STREPITOSA
Prendo spunto dal post recentemente pubblicato da Grazia Musso per approfondire la figura di Maya, uno dei personaggi più potenti alla corte di Tutankhamon e dei suoi successori e per mostrarvi le immagini della sua tomba, alcune delle quali da me scattate in occasione de mio viaggio in Egitto nello scorso mese di giugno.
Figlio di Weret, cantante di Amon e del dignitario Iuy, probabilmente crebbe alla corte di Amenhotep III ed iniziò la sua carriera con Akhenaton: egli era, forse, quel funzionario amarniano chiamato May che divenne così importante da ottenere il privilegio di costruirsi una tomba nella necropoli della nuova città voluta dal suo re, la TA 14.
Maya ritratto nelle camere ipogee della tomba mentre rende omaggio agli dei
Fu tuttavia durante il regno di Tutankhamon che raggiunse i vertici del potere, in quanto insieme ad Horemheb e ad Ay governò di fatto l’Egitto come componente di un Consiglio di reggenza reso necessario dalla giovanissima età del sovrano; risale a questo periodo la costruzione a Sakkara della sua tomba definitiva, che sorge accanto a quella di Horemheb.
Egli contribuì a rinsaldare il potere centrale e l’ordine interno messi in pericolo dall’incapacità e dal disinteresse di Akhenaton per i suoi doveri di sovrano e ripristinò il culto dei vecchi dei restaurandone i templi a spese dello Stato, mentre Horemheb rinforzava il prestigio internazionale dell’Egitto ed il dominio nel Vicino Oriente conducendo diverse campagne militari nei confronti dei vassalli asiatici in rivolta.
Maya raffigurato con dimensioni doppie del normale sullo stipite del portone d’ingresso del complesso funerario mentre rende omaggio ai quattro figli di Horus e ad Osiride (non visibile)
Alla morte di Tutankhamon, Maya ne organizzò il funerale, ed ebbe l’onore di depositare nella sua tomba due ushabti ed un modellino rappresentante un catafalco sul quale giace il sovrano mummificato, protetto dalla dea Iside che lo copre con le sue ali.
Probabilmente continuò a ricoprire la sua carica anche sotto Ay ed Horemheb.
Sono documentati in suo favore trentanove titoli di corte (alcuni dei quali onorari), diciotto amministrativi, tre varianti del titolo di scriba, sei relativi alla costruzione di opere ed otto religiosi.
Frammento di una scena che raffigurava Maya, la cui importanza è testimoniata dal grande numero di “oro del valore” che portava al collo e che il sovrano conferiva ai dignitari meritevoli.
I più importanti erano quelli di Sorvegliante del Tesoro, Scriba Reale, Portatore di ventaglio alla destra del re, Sorvegliante dei lavori nel Luogo dell’Eternità (Valle dei Re), Guardiano dei Segreti del Palazzo, Preferito del Re, Preferito di Horus (il Re) nel suo palazzo, Chi fa ciò che piace a sua maestà, Capo della festa di Amon a Karnak.
La moglie Meryt raffigurata con dimensioni doppie del normale sullo stipite del portone d’ingresso della tomba
Egli morì attorno al 1310 a. C., nel corso dell’anno 9 del regno di Horemheb, a circa cinquant’anni di età, almeno da quanto si desume dai suoi resti ossei trovati nella tomba.
Non avendo avuto eredi maschi (nella tomba risultano raffigurate solo due figlie, una chiamata Mayamen – menzionata nella scena – l’altra di nome Tjaou-en-maya, nominata in una stele ora al Rijksmuseum di Leiden), le sue esequie furono officiate dal fratellastro Nahuher, primo figlio di Henuntiunu, seconda moglie di suo padre.
LA TOMBA
La tomba di Maya, già in parte riportata alla luce da Lepsius e poi abbandonata e scomparsa sotto la sabbia, è stata nuovamente rintracciata nel 1986 a Sakkara, e poi scavata e restaurata tra il 1987 ed il 1999 da una spedizione congiunta della Egypt Exploration Society (EES) e del National Museum of Antiquities di Leiden, che già era entrato in possesso delle tre bellissime statue del tesoriere e di sua moglie Meryt (una di Maya, una di Meryt ed una della coppia), i cui piedistalli sono ancora visibili nella cosiddetta “camera delle statue” e nel cortile esterno.
Il complesso funerario sorge a sud della strada processionale di Unas, in uno dei quattro settori principali della necropoli utilizzata dai funzionari del Nuovo Regno che prestavano servizio a Menfi, città che con la restaurazione post amarniana era tornata ad essere la capitale dell’Egitto.
Pianta dell’area della necropoli del Nuovo Regno a Sakkara ove sorge la tomba di Maya e Meryt (in alto, in colore blu).
Esso è lungo quasi 44 metri e largo 16,5 metri ed è costruito secondo i canoni tipici dell’architettura funeraria menfita sviluppatasi con Thutmosis IV e Amenhotep III e rimasti in auge fino alla XX dinastia: la struttura della tomba doveva consentire al defunto di unirsi alla divinità solare e di partecipare ai suoi eterni cicli di vita e di rinascita, ma anche di tornare sulla terra per rendere omaggio agli dei.
Veduta prospettica delle tombe di Maya e di Horemheb, tra le quali è stata successivamente inserita quella di Tia, sorella di Ramses II
Per questo a Sakkara le tombe del Nuovo Regno hanno un orientamento est – ovest, recano iscrizioni di inni solari sulle pareti o su stele e prevedono sia camere sepolcrali ipogee che una sovrastruttura del tutto simile ad un piccolo tempio “a cannocchiale”, le cui pareti vanno gradatamente restringendosi fino alle cappelle destinate al culto del defunto, corrispondenti al sancta sanctorum; come i templi solari dell’Antico regno, inoltre, avevano una piramide in miniatura posta sul tetto o dietro la cappella centrale.
Talvolta esse avevano anche una cappella per il culto di una divinità, di solito Osiride, Hathor, o il toro Apis.
Per meglio comprendere la struttura del complesso, guardate le fotografie delle piantine che ho allegato, con l’indicazione dei vari ambienti.
Pianta della tomba di Maya: a destra, sul lato est, si nota il pilone, in mattoni crudi nel quale si apre un portale rivestito di lastre di calcare finemente decorate che immette nel primo cortile pavimentato con mattoni, il quale conserva sul lato occidentale una fila di colonne papiriformi. Segue la grande sala delle statue (l’ambiente al centro), fiancheggiata da due magazzini, attraverso la quale si entra nel cortile interno lastricato e circondato da un colonnato sul quale ad ovest si affacciano tre cappelle per le offerte costruite con mattoni crudi e con il pavimento in terra battuta. Dal cortile interno si accede alla parte sotterranea originale, che si estende all’esterno del perimetro della costruzione superiore, mentre nel cortile esterno si apre la scaletta individuata in pianta da un rettangolino, che permette di raggiungere gli ambienti decorati, ricostruiti nel corso del restauro.
Gli stipiti delle porte, gli architravi e le pareti del cortile interno erano ricoperte di lastre in calcare scolpite con scene a carattere religioso e con le immagini di Maya che attende ai suoi compiti istituzionali.
Molti rilievi furono asportati dai monaci copti del monastero di Apa Jeremias e si trovano ora al Museo del Cairo; altri furono rimossi da Lepsius che, come si è visto, li portò a Berlino dove finirono distrutti nel corso della seconda guerra mondiale; altri visitatori del XIX secolo completarono la spoliazione.
Un pozzo verticale scavato nella roccia dava l’accesso ai due piani ove avevano sede le camere sepolcrali; per facilitare il restauro e la visita degli unici tre ambienti sotterranei decorati, che si trovavano ben 22 metri sotto il livello del suolo, gli archeologi rimossero i rilievi intatti e le centinaia di frammenti rimasti e li ricomposero in un ambiente costituito da tre stanze unite da corti corridoi appositamente scavato sotto la superficie del cortile esterno della tomba ed accessibile grazie ad una piccola scala.
Sul lato est del complesso funerario di Maya si trova la facciata, che ha l’aspetto di uno spesso ed alto pilone templare costituito di mattoni crudi legati da malta, nel quale si apre il portale che conduce al cortile esterno, e che è costituito da un ampio ed alto passaggio rivestito di lastre di calcare finemente decorate.
Il pilone d’ingresso come appare oggi; i due stipiti recano rilievi di Maya davanti alle offerte, e sono stati protetti con un’intelaiatura in legno dotata di una porta chiusa con un lucchetto, che il custode apre per gli occasionali visitatori (la tomba è piuttosto fuori mano e non è compresa nei giri turistici ordinari). Sopra questi rilievi ci sono pannelli esplicativi del complesso funerario
Gli stipiti del portale d’ingresso, oggi protetti da un’anta in legno chiusa con un lucchetto che viene aperta dal custode ai rari visitatori, rappresentano Maya assiso ai cui piedi sono state poste innumerevoli offerte.
Il passaggio presenta due registri: su quello superiore (di grandezza doppia del reale) è raffigurato da un lato Maya giustificato che si riunisce alla moglie ed alla matrigna defunte prima di lui e dall’altro che rende omaggio ad Osiride ed ai quattro Figli di Horus insieme a Merit.
Particolare della scena della parete interna sinistra del portale che raffigura Maya che rende omaggio ad Osiride ed ai quattro figli di Horus (qui non visibili). Dietro di lui era rappresentata anche sua moglie, ma del rilievo sopravvive ora solo una mano in posizione di preghiera.
Immagine di Osiride sulla parete sinistra dell’ingresso al complesso tombale.
Nei registri inferiori di destra e di sinistra, di dimensioni ridotte ma di fattura delicatissima, sono raffigurati due cortei di portatori di offerte, alcuni indicati per nome, forse in virtù del ruolo prestigioso rivestito nell’amministrazione statale: uno di loro è un fratello di Maya, un altro è lo scriba del tesoro Sennefer, un terzo è il segretario del defunto Ptahmose.
Il primo dei pannelli che raffigurano il corteo dei portatori di offerte. Qui si nota il cumulo di offerte per Maya.
Portatori di offerte (guanti e collari d’oro) sul registro inferiore posto sulla parete destra dell’ingresso
Il secondo e parte del terzo pannello raffiguranti i portatori di offerte nel secondo registro della parete interna sinistra dell’ingresso
Parte del terzo ed il quarto pannello raffigurante i portatori di offerte sul registro inferiore della parete interna sinistra dell’ingresso.
La porta di uscita del passaggio presenta l’architrave sovrastata da una modanatura a gola egizia ricollocata nella sua posizione originaria dopo che un terremoto aveva fatto crollare tutta la struttura, decorata con due scene speculari: Maya e Merit inginocchiati in adorazione davanti ad Anubi in forma di sciacallo disteso su un santuario, sopra il quale appare un occhio Udjat.
L’architrave del portale d’ingresso che si affaccia sul cortile esterno.
Le scene speculari dell’architrave interna che raffigurano Maya e Merit che rendono omaggio ad Anubi.
LA SOVRASTRUTTURA
Attraverso il passaggio nel pilone si entra nel cosiddetto “cortile esterno” pavimentato con mattoni, dove è stato scavato l’ambiente nel quale sono state spostate le pareti decorate delle stanze sotterranee.
Superato il pilone d’ingresso, ci si trova qui, nel cortile esterno, e si ha la vista dei successivi ambienti della sovrastruttura della tomba.
Sul lato occidentale rimane traccia di una fila di colonne che in passato creavano un portico sotto il quale si trovava, probabilmente, la statua di Maya e Merit oggi custodita a Leida.
Da qui un breve corridoio dà ingresso alla “sala delle statue” in mattoni crudi, in origine intonacata e dipinta e fiancheggiata da due magazzini caratterizzati da una volta a botte; essa ospitava le statue singole dei due coniugi anch’esse in mostra a Leida ed introduceva al “cortile interno” lastricato, un tempo circondato da dodici colonne delle quali restano solo le basi, al centro del quale è situata l’apertura (ora risigillata) che conduce alla parte ipogea della tomba.
Superata la spoglia sala delle statue, si accede al cortile interno; la foto è stata scattata proprio uscendo dalla sala delle statue per dirigersi verso il fondo della struttura e le tre cappelle.
Uno dei frammenti rimasti in loco raffigura una scimmietta domestica, che sta sotto la sedia di Merit.
Sul lato ovest del cortile, in linea con l’ingresso, si affacciano tre cappelle di culto costruite in mattoni e con il pavimento in terra battuta, oggi non accessibili al pubblico e completamente spoglie.
Prefiche nel corteo funebre di Maya. Questo rilievo è custodito al Royal Ontario Museum di Toronto.
Maya. Non so dove sia attualmente custodito questo frammento
Della ricca decorazione di quest’area sopravvive oggi solo la fascia più vicina al terreno che reca ancora dei testi e la parte inferiore delle scene, che raffiguravano il corteo funebre di Maya, il dignitario al lavoro e una celebrazione in onore di Hathor.
Lo scriba di Maya, chiamato Ranefer, porta offerte al suo superiore defunto insieme alla sua famiglia.
Come si è detto i preziosi blocchi vennero in parte staccati da Lepsius e portata a Berlino dove andarono quasi tutti distrutti nei bombardamenti della seconda guerra mondiale; altri si trovano dispersi in svariati musei del mondo: al Cairo, a Leida, ad Amburgo, a Rochester (NY), a Francoforte, a Toronto ed a Baltimora.
Altri offerenti nel corteo portano un toro, mentre altri ne stanno macellando due.
LA SOTTOSTRUTTURA DIPINTA – LA SALA H
Come si è già affermato, la tomba ha ben due piani di stanze sotterranee, solo tre delle quali, le uniche dipinte ed indicate nella piantina già pubblicata con le lettere H, K ed O, sono oggi visitabili perchè trasferite in un ambiente appositamente scavato per garantire la piena sicurezza dei turisti ed accessibile tramite una botola a livello del terreno ed una ripida scaletta.
L’ingresso alla parte sotterranea della tomba, nel cortile esterno: qui inizia la scaletta
La lastra di calcare che chiudeva l’ingresso alla parte sotterranea della tomba, spessa ben sette centimetri, è stata restaurata e poi collocata nel piccolo passaggio (altezza 1.59 m; larghezza 1m) tra gli ambienti K e O. Foto di Silvia Vitrò
La decorazione, parte incompleta, parte deteriorata, rappresenta i defunti Maya e Merit che rendono omaggio agli dei: questa iconografia era entrata in uso con Amenhotep III ed aveva sostituito la raffigurazione delle scene di vita quotidiana di moda nella prima metà della XVIII dinastia.
Secondo uno stile affermatosi nelle tombe di Deir el Medinah, le immagini ed i testi sono dipinti su di uno sfondo bianco in giallo dorato, che garantisce ai defunti la vita nell’Aldilà in quanto rappresenta l’oro, materiale incorruttibile dal quale gli Egizi ritenevano fossero costituiti il sole e la carne degli dei; i particolari ed i contorni delle immagini erano rifiniti in nero e rosso ed i gioielli e le parrucche in blu, ma questi colori ora sono quasi del tutto scomparsi.
Per non appesantire troppo il post illustrerò qui la sola sala H: per praticità di lettura, ho inserito la spiegazione delle singole pareti nella didascalia delle immagini.
Le panoramiche sono tratte mediante screenshot dal file relativo alla visita virtuale della tomba inserito nella parte seconda dei post su Maya; le fotografie sono tratte in parte da internet (indicherò l’autore nella didascalia, qualora sia noto), in parte sono state scattate da mia figlia Silvia Vitrò.
La parete nord della cosiddetta “anticamera” o “sala H”, la prima stanza che si incontra scendendo dalla scaletta: raffigura i coniugi che rendono omaggio ad Osiride ed a Nephtis, davanti ai quali vi è un tavolo di offerte. Foto di Silvia Vitrò
Parete sud della sala H: qui si trovava l’ingresso decorato che conduceva ad un annesso non iscritto, oggi chiuso ed intonacato di bianco. Sopravvivono sui lati lunghi dell’apertura due colonne di geroglifici con lodi ad Osiride ed a Sokar. Nell’immagine l’architrave, che presenta due immagini del dio sciacallo sopra un’edicola, due occhi udjat, un anello shen. Foto di Silvia Vitrò
A destra dell’apertura intonacata posta sulla parete sud della sala H si trovano le immagini di Nut e di Osiride, ai quali Maya e Merit, disegnati sull’adiacente parete ovest, rendono omaggio. Parete ovest con le figure di Maya e Merit in atteggiamento di omaggio nei confronti di Osiride e Nut posti sulla parete sud.
LA SALA K DEDICATA A MAYA
Questa è la stanza con i rilievi più curati.
La PARETE SUD in particolare è la più bella dell’intera tomba.
Guardando da sinistra si notano Maya e Merit con le braccia alzate in adorazione davanti ad Osiride assiso sull’antico sedile cubico; dietro di lui Nut che tiene in mano un ankh ed Iside e Nephtys che reggono uno scettro; davanti ad Osiride è posto un tavolo ricco di offerte.
PARETE SUD: Guardando da sinistra a destra si notano Maya e Merit con le braccia alzate in adorazione davanti ad Osiride assiso sull’antico sedile cubico; dietro di lui Nut che tiene in mano un ankh ed Iside e Nephthys che reggono uno scettro; davanti ad Osiride è posto un tavolo ricco di offerte.
PARTICOLARE DELLA PARETE SUD: i due coniugi
La PARETE OVEST reca a destra un inno a Osiride in tredici colonne; al centro l’architrave dell’originario passaggio alla camera O, decorata con due rappresentazioni di Anubi, sormontate da due occhi wadjet e divise da un segno shen.
La PARETE OVEST reca a destra un inno a Osiride in tredici colonne; al centro l’architrave dell’originario passaggio alla camera O, ora chiuso, decorata con due rappresentazioni di Anubi, sormontate da due occhi wadjet e divise da un segno shen. La parte sinistra della parete mostra una rappresentazione di Merit che deve essere tuttavia riferita alla scena ritratta sulla parete nord.
La parte sinistra della parete mostra una rappresentazione di Merit che completa la scena ritratta sulla parete nord.
L’apertura che conduce alla stanza O in origine era stata sigillata con un blocco di calcare, costituito da tre lastre sovrapposte spesse 7 cm, che fu distrutto dai saccheggiatori per penetrare nella tomba; attualmente è stato restaurato e collocato nel piccolo passaggio tra gli ambienti H e K.
IL BLOCCO DI CALCARE che in origine sigillava l’apertura della stanza O restaurato e posto nel piccolo corridoio tra gli ambienti K e O. Esso raffigura in alto a sinistra il falco Sokar sulla sommità di una cappella, sovrastato da due occhi Wadjet. Sotto di lui Osiride assiso sul suo trono, con i quattro figli di Horus (piccolissimi) in piedi su di un loto posto di fronte a lui. Maya e Merit li fronteggiano in atteggiamento di adorazione.
Esso raffigura in alto a sinistra il falco Sokar sulla sommità di una cappella, sovrastato da due occhi Wadjet; sotto di lui Osiride assiso sul suo trono, con i quattro figli di Horus (piccolissimi) in piedi su di un loto posto di fronte a lui. Maya e Merit li fronteggiano in atteggiamento di adorazione.
La PARETE NORD si suddivide in tre parti:
Maya in adorazione davanti a Geb.
la coppia in adorazione di Sokar ieracocefalo con la corona Atef ed Anubi dalla testa canina (che si trova sulla parete adiacente).
tra le due scene il muro di chiusura dell’annesso M, sul quale sono rappresentate Iside e Nephtys; l’architrave è decorato ancora una volta con due immagini di Anubi.
PARETE NORD: a destra Maya in adorazione davanti a Osiride; a sinistra Merit in adorazione di Upuaut, che insieme a Maya si trova sulla parete adiacente; al centro il muro che chiude l’annesso M, sul quale sono rappresentate Iside e Nephthys; l’architrave è decorata con due immagini di Anubi.
PARTICOLARE DELLA PARETE NORD: Maya in adorazione di Osiride
PARETE NORD: La coppia in adorazione di Sokar e di Upuaut (quest’ultimo sulla parete adiacente, a sinistra), Iside e Nephtys, e la coppia in adorazione di Geb (Merit si trova sulla destra, sulla parete adiacente)
LA PARETE EST presenta sulla destra l’immagine di Anubi, che, come già detto, completa la scena della parete nord; al centro si trova l’apertura che mette in comunicazione con la stanza successiva, a sinistra è stata raffigurata la solita scena di Anubi che prega sulla mummia del defunto, assistito da Iside e Nephtys.
Il registro centrale del pannello di sinistra della PARETE EST; Anubi pronuncia formule magiche sulla mummia di Maya: Testo, da Osirisnet: “Parole pronunciate da Anubi, che è bendato, quando pone le mani sulla mummia il cui volto è grazioso come quello di un Dio (?): I tuoi occhi ti appartengono. Il tuo occhio destro è la barca diurna, il tuo occhio sinistro è la barca notturna, Oh Osiride, vero scriba reale, che ama, Supervisore del Tesoro del Signore delle Due Terre, Maya, giustificato con il Grande Dio che è negli Inferi. “L’Osiride, scriba reale, il Supervisore di il Tesoro, Maya, giustificato”
LA SALA O
La decorazione di questo ambiente non è particolarmente curata e riproduce le scene già proposte nella sala K.
La PARETE SUD infatti è quasi identica a quella della Sala precedente, cos’ come la PARETE OVEST, decorata con d alcuni testi abbreviati ed un’immagine tratti dal capitolo 151A del Libro dei Morti; la PARETE NORD si divide in tre parti: a destra Maya in adorazione davanti a Osiride; a sinistra Merit in adorazione davanti ad Anubi cinocefalo (che accanto a Maya si trova sulla parete adiacente); al centro il blocco di calcare che chiude l’ingresso all’Annesso P con la raffigurazione di Iside e Nephtys ed un’architrave appena schizzata con l’immagine speculare di due Anubi, adagiati su due tombe o due edicole e con i consueti epiteti.
La PARETE SUD con Maya e Merit in adorazione davanti ad Osiride ed alle tre dee
Maya e Merit adorano Osiride e le tre dee.
La PARETE EST reca come si è detto la continuazione della scena che si estende sulla parete nord. Maya si trova di fronte ad Anubi cinocefalo, in piedi: accanto a lui è incisa la sua preghiera al dio: “…Possa tu concedere (la capacità) di entrare e lasciare la necropoli, giustificato da Osiride, lo scriba reale, il sorvegliante del tesoro, Maya”.
PARETE EST: Maya in adorazione di Anubi cinocefalo. Foto di Silvia Vitrò.
Merit è sulla parete adiacente e implora: …Sono venuta a te, Anubi, che esisterai per sempre, affinché tu mi conceda di essere tra i tuoi lodati che sono al tuo seguito. Possa io essere convocata per nome, possa io essere ritrovata nel giorno di Ro-setau. Che le offerte (cioè la formula dell’offerta) siano recitate per me davanti a te come per tutti i tuoi lodati. Per il Ka (della) cantante di Amon, la Signora della casa, Merit, giustificata nella necropoli, venerata in pace” (Testi da Osirisnet).
Particolare dei due coniugi che rendono omaggio alle divinità.
Sulla parete nella quale si trova l’apertura che mette in comunicazione la sala K e la sala O, si trovano due pannelli: su quello di destra vi è una rappresentazione di Upuaut che completa la scena adiacente sulla parete nord, su quello opposto i consueti tre registri con la rappresentazione di Anubi che recita formule magiche sulla mummia di Maya e che in forma di sciacallo veglia davanti ad una tomba.
Particolare delle tre dee.
FONTI DEL TESTO E DELLE IMMAGINI
MARTIN THORNDIKE G., La tomba di Maya e Meryt. I rilievi, le iscrizioni e il commento”, memorie di scavo EES 99, Egypt Exploration Society, 2012
Alla morte di Thutmosi IV sale al trono delle Due Terre suo figlio, Amenhotep III, figlio di Mutemuia, concubina o sposa secondaria di Thutmosi IV. In una iscrizione conservata al British Museum, Mutemuia viene citata come:
<<……Colei che adempie al suo ruolo con l’aroma del suo profumo, la Grande sposa del re, la sua diletta, colei che ciò che chiede è subito eseguito, Signora dell’Alto e del Basso Egitto, “Madre del Dio”…….>>,
ossia come colei che ha dato alla luce il principe già incoronato faraone.
Secondo l’egittologa inglese Christine el-Mahdy, poiché in iscrizioni precedenti non viene citata come “Madre del Dio”, in quanto concubina non poteva neppure essere la “Grande sposa Reale” di Thutmosi IV per cui pare legittimo pensare che i suoi titoli di prestigio “Grande sposa reale“, “Madre del re” e “Sposa del re” gli furono assegnati solo quando il figlio salì al potere, come infatti compare su di un’altra iscrizione successiva:
<<……Bellissimo è il solo pensiero di lei. Essa colma di gioia le Due Terre, “Sposa del Dio”, “Grande sposa reale”……..>>.
Per quanto riguarda Amenhotep III non aspettiamoci di vedere un nuovo faraone guerriero, non si hanno notizie di azioni militari di rilievo durante tutto il suo regno, regno che fu un periodo di prosperità e splendore artistico senza precedenti.
Con Amenhotep III finalmente l’Egitto raggiunse l’apogeo del potere, il prestigio internazionale è riconosciuto da tutti i paesi confinanti, il popolo gode di una relativa ricchezza e l’arte esprime tutta la sua raffinatezza; si può tranquillamente dire che questo fu uno dei periodi più sereni e fecondi dell’intera storia egizia.
Come già fece la regina Hatshepsut, anche Amenhotep III volle sfoggiare una sua origine divina, nella stanza detta “Camera della nascita” del tempio di Luxor fece rappresentare il mito della sua nascita divina, la “ierogamia”, il rapporto sessuale tra una divinità, Amon, e una mortale, la propria madre, Mutemuia, rapporto dal quale (ovviamente) nasce lui.
Con la Grande sposa Reale, Tiye, ebbe sei figli, quattro femmine e due maschi: Thutmosi, principe ereditario ma premorto, Amenhotep IV (Akhenaton), e le principesse Baketaton, Sitamon, Henuttaneb, Iside e Nebetah.
La regina Tiye rivestì una notevole influenza a corte e partecipò alla gestione del potere sia come sposa di Amenhotep III, del quale fu importante consigliera e confidente, che durante il regno del figlio Akhenaton cosa che la fece ricordare come una regina saggia, intelligente e forte. La sua importanza nella gestione del potere era riconosciuta da tutti i dignitari, anche quelli stranieri, al punto che persino i re di altri paesi erano disposti a trattare con lei o tramite lei.
È la prima Grande Sposa Reale il cui nome compare su atti ufficiali, l’egittologo australiano David O’Connor scrive in merito: “……nessuna regina precedente apparve mai in posizione tanto prominente nella vita del marito…..”.
Nella statuaria compare sempre accanto al marito, sia nelle tombe che nei rilievi che sulle stele. Come abbiamo detto alla morte di Amenhotep III continuò a svolgere lo stesso ruolo con il figlio Akhenaton, lo evidenziano alcune Lettere di Amarna, in modo particolare nella lettera EA26, dove il re Mitanni rimembra direttamente con lei le buone relazioni che lo legavano al defunto Amenhotep III ed esprime il desiderio che la cosa continui con il nuovo faraone Akhenaton.
Oltre alla Grande sposa Reale, Tiye, Amenhotep III ebbe numerose mogli straniere, fra queste: Gilukhipa, figlia del re Mitanni Shuttarna, Tadukhipa, figlia del re Tushratta anch’egli Mitanni, oltre alle figlie di due re di Babilonia, una figlia del re di Arzawa ed una del governante di Ammia (Siria).
Alcuni studiosi sostengono che Amenhotep III potrebbe aver avuto, tra gli altri, un terzo figlio maschio da una sposa secondaria, Smenkhara che succederà al fratello Amenhotep IV (Akhenaton), secondo altre interpretazioni Smenkhara sarebbe invece figlio dello stesso Akhenaton.
Una curiosità di questo periodo è l’affermarsi di un’usanza particolare, per celebrare gli avvenimenti degni di nota si iniziò ad inciderli in geroglifico sul retro di scarabei dove compaiono sempre i nomi del re e della regina oltre a quelli dei loro famigliari. Uno di questi parla dell’uccisione, da parte del sovrano, di 102 feroci leoni in dieci anni; su di un altro della costruzione di un lago artificiale per lo svago della regina, vengono citate la misure del lago che fanno supporre trattarsi del lago Birket Habu, a sud di Medinet Habu.
Degno di nota è uno scarabeo che ci fornisce, quasi involontariamente notizie circa i confini dell’Egitto all’epoca, si tratta dello “Scarabeo del Matrimonio” (nome forse non del tutto appropriato) nel quale è citata la regina Tiye ed i suoi genitori seguiti dalle parole:
<<……..ella è la moglie di un re vittorioso il cui confine meridionale è a Karoy e il settentrionale a Nahrin……>>.
Forse Karoy si trovava oltre Napata e quindi apparteneva alla giurisdizione del vicerè, in quanto a Nahrin, (territorio dei Mitanni) forse era più un’aspirazione del re che non la realtà. Comunque l’amicizia tra Amenhotep III ed il principe Mitanni è confermata su un altro scarabeo che riporta l’anno 10 è riportato:
<<……un miracolo recato a sua maestà………la figlia di Sutarna, principe dei Mitanni, Gilukhipa, accompagnata da 317 donne del suo Harem…….>>.
Per quanto riguarda le imprese militari di Amenhotep III sappiamo che nel quinto anno di regno scoppiò una rivolta in Nubia, nel distretto di Ibhe, dove si trovava una cava di pietre utilizzate per la piramide del re Merenre della VI dinastia. La rivolta venne sedata dall’esercito egiziano al comando del vicerè Mermose e si risolse con la cattura di un migliaio di prigionieri. La campagna è descritta in tre roboanti iscrizioni rupestri sulle rocce della prima cateratta nelle quali si parla che
<<……..il forte braccio di Amenhotep catturò il nemico…….>>.
Si nutrono forti dubbi che il sovrano vi abbia partecipato direttamente, su di una stele conservata al British Museum l’avvenimento viene raccontato con maggiore sobrietà. Comunque nella provincia nubiana Amenhotep III dette sfoggio della sua grandezza con la costruzione di templi imponenti, a Sedeinga fece costruire un tempio in nome della moglie Tiye dove essa divenne oggetto di culto, il tempio si chiamava Hat-Tiye (La casa di Tiye).
Un secondo tempio venne fatto costruire a Soleb, a nord della terza cateratta, è il monumento faraonico più importante dell’attuale Sudan. Era dedicato al dio Amon-Ra di Karnak e all’”immagine vivente” di Amenhotep III, Nebmaatra, signore della Nubia, identificato con il dio lunare Khonsu Neferhotep, pare che l’architetto fosse Amenhotep figlio di Hapu.
Questo tempio ha fatto impazzire numerosi studiosi in quanto, su una colonna del tempio, compare un’iscrizione molto particolare, l’iscrizione farebbe riferimento al dio degli ebrei dove il nome compare in geroglifico come
<<……..Yehweh della terra degli Shasu……>>.
Inutile dire che su questo fatto ci sono due correnti di pensiero, secondo alcuni gli Shasu sarebbero una tribù nomade che nulla ha a che vedere con Israele, altri affermano che fossero si una tribù nomade ma che da essa ebbero origine gli ebrei, per quanto ci riguarda lasciamoli dibattere. Piuttosto va notato che la costruzione di questo tempio a Soleb mette in risalto il desidero del faraone di rendere “solare” il culto della religione corrente, identificando la sua persona con l’aspetto creatore del dio solare viene messo in risalto l’intento di favorire la fertilità e quindi l’ordine universale. Questo nuovo programma teologico sfocerà poi nella religione voluta da Akhenaton che vede il dio Ra-Harakhti nel disco solare Aton.
Abbiamo accennato ad un personaggio che merita una maggiore attenzione, si tratta di Amenhotep figlio di Hapu, di umili origini, i genitori erano contadini nella città di Atribi, odierna Benha sul Delta del Nilo. Divenne sacerdote del culto di Thot e scriba reale per gli affari militari, forse fu anche un comandante dell’esercito, ragione che lo portò ad essere notato dallo stesso Amenhotep III che lo nominò intendente al fianco di sua figlia Satamon.
La sua fu una carriera molto brillante, oltre a rivestire il ruolo di scriba reale divenne anche capo delle reclute e in seguito “capo di tutti i lavori del Re”. Come capo architetto fu anche supervisore alla costruzione del grande “Tempio di milioni di anni” di Amenhotep III, nella necropoli di Tebe di fronte all’odierna Luxor, sulla riva occidentale del Nilo.
Qui si incontrano due enormi statue di pietra, dall’aspetto abbastanza inquietante, che si ergono isolate nella pianura circostante osservando, dall’alto dei loro 18 metri, da millenni il lento scorrere del Grande Fiume. Sono le statue gemelle di Amenhotep III che facevano parte del Complesso Funerario. Il faraone è rappresentato assiso con le mani sulle ginocchia e lo sguardo rivolto ad est, verso il sole nascente, sulla parte anteriore del trono, a fianco delle sue gambe, due statue più piccole, che rappresentano la moglie Tiye e la madre Mutemuia, sono scolpite su un lato del trono a fianco delle sue gambe. Sui pannelli laterali è rappresentato il dio Nilo Hapy.
Sono i famosi “Colossi di Memmone” il cui nome gli fu assegnato dai greci che le associarono all’eroe mitologico Memmone, un re etiope, figlio di Eos dea dell’aurora, che corse in aiuto di Troia, in guerra con gli Achei, e morì per mano di Achille. I colossi svolgevano la funzione di guardiani dell’entrata del “Tempio di milioni di anni” di Amenhotep III che al suo tempo era il più grande ed opulento nell’intero Egitto, persino il tempio di Karnak, all’epoca di Amenhotep III, era più piccolo. Della sua imponenza oggi rimane ben poco oltre ai due colossi, costruito sul bordo della pianura alluvionale, non ha resistito all’erosione che ne ha minato le fondamenta.
Ma queste statue hanno una particolarità che le rese famose fin dall’antichità. Nel 27 a.C. un terremoto causò la parziale distruzione di uno dei Colossi: la parte superiore crollò, mentre quella inferiore riportò delle crepe. Un’antica leggenda racconta che dopo la rottura, ogni mattina all’alba, dalla metà inferiore della statua spezzata, proveniva uno strano suono. Si pensa che il fenomeno fosse causato dall’aumento della temperatura che, facendo evaporare la rugiada, produceva un suono simile ad un canto o una musica.
Il primo riferimento alla statua che cantava ci giunge dallo storico e geografo greco Strabone, che affermò di avere udito la musica durante un viaggio effettuato nel 20 a.C.. Altri viaggiatori, come il greco Pausania e i romani Tacito e Giovenale, descrissero il fenomeno, tanto che alla statua furono attribuiti poteri oracolari. La fama della statua che canta si sparse rapidamente ed arrivarono migliaia di visitatori tra cui diversi imperatori romani. Sulle statue sono inoltre leggibili oltre 90 graffiti di persone che avevano sentito cantare la statua. Lucio Flavio Filostrato nella sua opera, “Vita di Apollonio di Tiana” cita il canto della statua come il saluto dell’eroe Memmone alla madre Eos, dea dell’aurora. Tra i graffiti di persone importanti ce n’è uno di Giulia Balbilla, poetessa greca antica che si era recata in Egitto con la corte dell’imperatore Adriano e di sua moglie Vibia Sabina.
Intorno al 199 d.C. l’imperatore romano Settimio Severo, per ingraziarsi l’oracolo, ordinò il restauro delle statue. Da allora le statue non emisero più alcun suono.
Tornando agli affari interni del regno non va trascurato il fatto che l’apparente periodo di pace nella regione medio orientale portò l’Egitto ad una certa rilassatezza nel controllo del territorio ed in realtà ad una progressiva riduzione dell’influenza egiziana a vantaggio degli imperi orientali in particolare di quello Ittita. Sul fronte orientale si riscontra però un’intensa attività diplomatica di Amenhotep III nei confronti dei sovrani Assiri, Mitanni, Ittiti e di Babilonia documentata nelle “Lettere di Amarna”.
In una di queste lettere si evince che, mentre in Egitto giungevano spesso figlie di re stranieri date in spose al faraone, la cosa non era ricambiata, nella Lettera di Amarna EA 4 il re di Babilonia lamenta che:
<<…….Da tempo immemore, nessuna figlia del re d’Egit[to] viene data in sposa ad alcuno [straniero]…….>>.
Forse la ragione stava nel fatto che, secondo la tradizione egizia, chi avesse sposato una figlia del faraone avrebbe acquisito il diritto alla successione al trono d’Egitto, o forse si trattava semplicemente di affermare la superiorità dell’Egitto sugli altri regni. Abbiamo accennato più volte alle “Lettere di Amarna” vediamo di che si tratta.
Nel 1887 una contadina egiziana mentre stava raccogliendo del sabakh, una sorta di concime, tra le rovine di el-Amarna rinvenne per caso un gran numero di tavolette di creta che recavano incisioni incomprensibili apparentemente prive di alcun valore. Queste furono vendute per un’inezia sul mercato clandestino dove vennero acquistate da istituzioni museali mondiali e mercanti d’arte, ma in seguito più nessuno ne parlò e delle tavolette e del luogo di ritrovamento se ne persero le tracce. Delle tavolette si tornò a parlare in occasione della comparsa sui mercati clandestini di analoghi reperti, esaminate meglio si scoprì dunque il loro valore, si scatenò quindi una corsa alla loro ricerca, numerose campagne di scavo vennero organizzate da varie istituzioni, tra queste la campagna più importante venne condotta, nel 1891-1892, dagli egittologi inglesi William Mattheuw Flinder Petrie e John Pendlebury.
Le Lettere di Amarna costituiscono oggi un insieme di 380 reperti (oltre alle centinaia andate perdute o distrutte) oggi purtroppo sono sparse in diversi musei nel mondo ma soprattutto al British Museum di Londra, al Museo Egizio del Cairo ed al Museo dell’Asia Anteriore di Berlino. Le Lettere sono redatte in in lingua accadica, la più antica lingua semitica mai attestata, di origine semitica orientale parlata principalmente in Mesopotamia dagli Assiri e Babilonesi, il nome deriva dalla città di Akkad, ancora oggi non rintracciata con certezza e utilizza i caratteri cuneiformi. Tutte le tavolette (lettere) facevano parte dell’archivio di stato del faraone Akhenaton quando questi spostò la capitale da Tebe ad Akhetaton (Amarna).
Tratteremo ancora l’argomento quando parleremo del faraone “eretico”. A proposito di lui, non è certo che suo padre lo abbia nominato coreggente; su una Lettera di Amarna (EA 27) il re dei Mitanni Tushratta esprime rammarico per per il fatto che Akhenaton non gli avrebbe inviato le statue d’oro promesse dal padre in dote al momento del matrimonio di Amenhotep III con sua figlia Tadukhipa. Ora, poiché la lettera è datata all’anno 2 del regno di Akhenaton, si deduce che, se coreggenza c’è stata, non sarebbe durata più di un anno o due.
Sul terzo pilone del Complesso templare di Karnak, quello di Amenhotep III, in un rilievo molto danneggiato a causa della “damnatio memoriae” cui fu sottoposto Akhenaton, compaiono padre e figlio su una barca sacra, per quanto possibile si legge:
<<……..comandò a suo figlio di apparire, ricco di magnificenza…….io regno con il suo assenso, mi unisco alla sua forza, prendo possesso del suo potere……sono il figlio che farà il bene per colui che lo ha generato…….>>.
Secondo la notizia diffusa dal Ministero Egiziano delle Antichità i recenti ritrovamenti nella tomba del visir Amenhotep-Huy, dove compaiono i cartigli di Amenhotep III e di Akhenaton incisi uno accanto all’altro, confermerebbero che ci sia stata una coreggenza di almeno otto anni. L’egittologo Peter Dorman ha respinto ogni ipotesi di coreggenza fra i due faraoni, basandosi sui rinvenimenti della tomba di Kheruef. Altra disputa che lasciamo agli egittologi.
Come è naturale che sia anche i faraoni invecchiano e si ammalano, proprio in alcune scene dalla tomba tebana di Kheruef, Maggiordomo della “Grande sposa reale” Tiye, il sovrano viene rappresentato “indebolito e visibilmente sofferente”, cosa analoga è riscontrabile in una statuetta in serpentite, conservata al Metropolitan Museum of Art di New York, dove Amenhotep III è riprodotto con abiti voluminosi e un ventre prominente.
L’esame della mummia del faraone rivelerà poi che questi era obeso e soffriva di artrite senza trascurare la pessima dentatura profondamente cariata. Ma dopo 38 o 39 anni di regno giunse per lui il momento di incamminarsi verso i “Campi di Iaru” e, forse secondo l’antica credenza, unirsi agli dei diventando una stella imperitura.
Amenhotep III fu un buon sovrano, forse anche amato ma certamente stimato tanto dai sudditi quanto dai sovrani stranieri che espressero il loro rammarico per la sua morte. Il re Tushratta scrisse:
<<……Quando venni a sapere che mio fratello Nimmureya (storpiatura mitanni di Nebmaatra) aveva adempiuto al suo destino, quel giorno mi sedetti e piansi. Quel giorno non toccai cibo né acqua…….>>.
Alla sua dipartita l’Egitto era una grande potenza, la sua influenza raggiungeva quasi l’intero oriente allora conosciuto così come nella Nubia a sud, rispettato e temuto da tutte le nazioni confinanti. Il guaio allora (come oggi) non era tanto la politica ma la religione, il clero di Amon con la sua influenza e le sterminate proprietà che gli garantivano una potenza era in grado di condizionare le decisioni dei regnanti, cosa che causerà la rivoluzione di Akhenaton.
Amenhotep III il “Magnifico”, uno dei più grandi sovrani del Nuovo Regno, venne sepolto nella tomba che si era fatto costruire in una valle attigua alla Valle dei Re, la “Valle dell’Ovest” (in arabo “Biban el-Gurud” porta delle scimmie) e denominata WV22 (West Valley22) ma viene anche chiamata KV22 (King Valley22). Nel seguito vedremo che anche la sua mummia venne pietosamente trasportata nella tomba KV35 di Amenhotep II per preservarla dai saccheggi.
La tomba, aperta ed accessibile, era già nota perché visitata dall’esploratore inglese William George Browne ma venne ufficialmente “scoperta” dagli studiosi francesi R. E. Devilliers du Terrage e J. B. Prosper Jollois, che si erano recati in Egitto al seguito di Napoleone e, nel 1799 avevano seguito il generale Dasaix fino a Tebe. Delillers e Jollois eseguirono rilievi epigrafici e ne tracciarono la mappatura, ulteriori rilievi vennero eseguiti nel 1828 da Ippolito Rossellini e nel 1844 da Richard Lepsius, nel 1898 si interessò alla tomba anche Victor Loret e nel 1915 Haward Carter che rinvenne cinque depositi di fondazione.
Nel 1959 Hornung e Piankoff eseguirono una rilevazione fotografica, dal 1989 gli studi sulla KV22 sono stati affidati in concessione alla Waseda University giapponese. Champollion visitò la tomba nel 1829 rilevando che alcune pareti erano ricoperte da pitture di straordinaria finezza, sono pitture e geroglifici stilizzati che ricordano lo ieratico.
Vediamo ora come si presenta la tomba seguendo sulla planimetria. La grande tomba si insinua nella roccia per 86 metri seguendo un percorso che presenta due cambiamenti di direzione ad angolo retto. L’ingresso si apre su di una scala (a) che immette in un corridoio in pendenza (b) in fondo al quale si trova un’altra scala (c) ed un altro corridoio (d) che termina in un pozzo verticale (e), profondo quasi 5 metri, sul fondo del pozzo si apre un piccolo locale (e1).
Superato il pozzo si accede ad una camera con due pilastri (f), sul lato sinistro della parete di fondo tramite una scala si accede ad un breve corridoio (g) e tramite un’altra scala (h) si accede all’anticamera (i), le cui pareti, come quelle del pozzo presentano “scene reali”, figure di divinità quali Osiride, Anubi, Hathor, Nut e Amentit insieme al sovrano ed al suo ka.
Proseguendo si apre la grande camera funeraria a sei pilastri (j) che si presenta su due livelli nella quale si trova il sarcofago di Amenhotep III.
Le pareti della camera funeraria sono interamente ricoperte dai testi del “Libro dell’Amduat”, mentre sui sei pilastri è rappresentato il re in presenza di alcune divinità. Tutte le decorazioni sono pesantemente danneggiate e difficilmente leggibili. Anche qui intorno alla camera funeraria si trovano diversi annessi di cui i due più grandi, con il soffitto sorretto da un pilastro, si suppone che avessero la funzione di ulteriori camere funerarie, forse una di esse era per la regina Sanamon e l’altra per la regina Tiye.
Purtroppo oltre ai danni arrecati dal tempo si aggiungono i danni provocati dai visitatori che agli inizi del novecento rubarono e asportarono alcune parti delle pitture parietali, la cosa è particolarmente visibile nella parete sud del pozzo dove è raffigurata la dea Nut che riceve il re seguito da un personaggio che porta sul capo il segno del ka, com’è chiaramente visibile, il capo del faraone è stato completamente asportato.
Terrage e Jollois che visitarono la tomba nel 1799 riuscirono a percorrere solo un breve tratto a causa dei detriti che ostruivano il passaggio, in seguito la tomba venne visitata da molte persone al punto che al suo interno non venne più rinvenuto nessun reperto originale salvo alcuni frammenti di scarsa importanza rinvenuti durante gli scavi di Carter.
I resti della mummia di Amenhotep III vennero rimossi in passato e, dopo un precario restauro, furono trasferiti nella tomba di Amenhotep II, la KV35; quando venne rinvenuta da Loret nel 1898 si trovava in pessime condizioni, dall’etichetta che la contraddistingueva si poté risalire all’epoca del restauro corrispondente all’anno dodicesimo del faraone Smendes della XXI dinastia
Fonti e bibliografia:
Enrichetta Leospo e Mario Tosi “ll potere del re il predominio del dio”, Ananke, 2005
Cimmino, Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Ala Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino 1997
John Wilson, “Egitto, I Propilei” volume I, Arnoldo Mondadori, Milano, 1967
Agnès Cabrol, “Amenhotep III le magnifique”, ed. Le Rocher, 2000
Cyril Aldred, “Akhenaton il faraone del sole”, Grandi tascabili economici Newton, 1996
A. Piankoff e E. Hornung, “Das Grab Amenophis’ III im Westtal der Könige”, 1961
G. W. Bowersock, “The Miracle of Memnon”, American Society of Papyrologists, 1984 André e Étienne Bernand, “Les Inscriptions grecques et latines du colosse de Memnon”, Parigi, Bibliothèque d’étude de l’Institut français d’archéologie orientale, 31, diffusion Picard, 1969
Menkheperura Thutmosi IV, era il figlio di una sposa secondaria, o concubina, di Amenhotep II, Tiaa. Alla sua ascesa al trono, forse per sottolinearne maggiormente il diritto (anche se non era il caso), onorerà la propria madre assegnandogli il titolo di “Grande Sposa Reale” e “Sposa del Dio”.
Si pensa che abbia regnato per una decina di anni, Manetone, questa volta degno di fede, gli assegna nove anni e 8 mesi di regno. Al contrario del padre Amenhotep II, le sue vicende coniugali ci sono note, ebbe due “Grandi Spose Reali”, Nefertari e la propria sorella Iaret. Sarà il destino ma anche il suo successore, Amenhotep III fu figlio di una sposa inizialmente secondaria, Mutemuia, principessa Mitanni figlia del re Artatama I, assurta poi a grandi onori quando suo figlio, Amenhotep III “Il Magnifico” divenne faraone, sarà quindi la nonna di Akhenaton e (forse) bisnonna di Tutankhamon (?). Il suo nome significa “Mut è nella barca divina”.
Per quanto riguarda le imprese militari di Thutmosi IV sappiamo solo di alcune spedizioni atte a sedare le continue insurrezioni in Siria alimentate dagli irrequieti Ittiti che premevano sempre più su quel fronte. Pare che il suo regno sia stato abbastanza tranquillo anche perché scarseggiano le notizie storiche degne di nota, sappiamo di una breve campagna di Thutmosi IV, nel suo ottavo anno di regno, per sedare una rivolta in Nubia.
Questo periodo di relativa pace favorì lo sviluppo di un’intensa attività di costruzione ed abbellimento delle tombe da parte delle figure più eminenti della corte, le cui tombe, dette “Tombe dei Nobili”, abbondano di splendide pitture. Non va dimenticato che si usa comprendere nella categoria dei “Nobili” anche le tombe delle necropoli degli operai, in particolare quella di Deir el-Medina, dove le maestranze che realizzavano le sepolture reali, non peccavano certo di modestia nel costruirsi le loro tombe.
Uno di questi era Kenamun, allattato dalla stessa balia che aveva nutrito il faraone Amenofi II, da lui nominato amministratore del cantiere navale di Peru-nufe, era un personaggio molto influente a corte, anche se poi cadde probabilmente in disgrazia, come dimostra l’avvenuta distruzione nella sua tomba, del suo nome e della sua figura. Mi scuso per la breve divagazione su questo personaggio ma penso sia interessante seguirne la storia. Nella sua tomba, ricca di decorazioni sono rappresentati i beni più belli, prodotti nel suo laboratorio, che offriva ogni anno al faraone, statue, vasi, scudi, cocchi e mobili disegnati con grande raffinatezza. Nelle iscrizioni si parla del “cocchio che Sua Maestà gli diede come segno del suo favore”, Kenamun lo volle portare con se nella vita eterna.
La spedizione di Champollion e Ippolito Rossellini, giovane professore pisano, del 1828, che oltre a riportare in patria disegni e riproduzioni di testi geroglifici, portò anche un “bottino” di settentasei casse di reperti tra i quali si trovava, smontato il cocchio di Kenamun che oggi è possibile ammirare nelle sale del Museo Egizio di Firenze. Anche la storia della mummia di Kenamun è piena di fascino e mistero, giunta in Toscana nel 1829 sparì e non venne più ritrovata finché nel 2013, inspiegabilmente ed in modo del tutto casuale venne rinvenuta nel Museo di Storia Naturale di Calci, (piccolo comune in provincia di Pisa) sotto le spoglie di uno scheletro.
In quanto anche Thutmosi IV era figlio di una sposa secondaria, come fu poi consuetudine per i faraoni del Nuovo Regno, ritenne che fosse necessario legittimare la sua successione al padre ed a tal fine fece in modo che a confermarne la successione fossero addirittura gli dei. Fece scolpire un grande stele dove è riportato un suo sogno che avrebbe fatto da ragazzo. Si tratta della famosa “Stele del Sogno” risalente al suo primo anno di regno, una stele alta 114 cm., alta 40 cm e spessa 70 cm. che ancora oggi troneggia tra le zampe della Sfinge.
Nella scena riportata nella lunetta superiore è rappresentato il faraone intento a portare offerte alla Grande Sfinge. E qui, a mio parere si trova un enigma affrontato da pochi studiosi (ho fatto fatica a trovare fonti spesso giudicate fasulle), nella scena il faraone si trova di fronte alla Sfinge che volge la schiena ad un’altra Sfinge di fronte alla quale è rappresentato un altro (o lui stesso) sempre officiante. Perché le sfingi sono due? Forse alle spalle della Grande Sfinge ce n’era una seconda oggi distrutta o ancora sepolta?
Non voglio attirarmi le ire degli egittologi quindi proseguiamo con la stele. Su di essa Thutmosi IV racconta che quando era ancora giovinetto si trovava a caccia nei pressi della Grande Sfinge, ad un certo punto, preso dal sonno si coricò sotto la testa della Sfinge per fare un sonnellino ristoratore. Va precisato che in quel periodo la Sfinge si trovava quasi interamente sommersa dalla sabbia fino al collo. In sogno gli apparve Harmachis, il dio solare impersonante la sovranità, il dio della Sfinge il quale promise a Thutmosi il trono delle Due Terre se avesse fatto liberare il corpo della statua dalle sabbie che la ricoprivano. Nel testo della stele il dio “Harmachis-Khepri-Ra- Atum” afferma:
<<…….Guardami figlio mio, Tuthmosi; sono io tuo padre Harmakis-Khepri-Ra-Atum. Io ti assegnerò la mia regalità sulla terra dei viventi: tu porterai la Corona bianca e la Corona rossa sul trono di Geb……….>>.
Sicuramente Thutmosi IV fece liberare la Sfinge dalla sabbia e, guarda caso, si ritrovò faraone.
LA TOMBA KV43
Ma Thutmosi IV non si limitò a dissotterrare la Sfinge dalla sabbia, volle dimostrare che proprio ad Harmachis (la Sfinge) doveva il suo diritto a regnare, fece inoltre costruire un muro perimetrale per difenderla dall’insabbiamento che l’aveva frequentemente colpita, così da ridurne gli effetti.
Tra le notevoli opere edilizie di questo faraone ricordiamo il grande obelisco, di Thutmosi III, che giaceva incompiuto da quarantadue anni, lo fece innalzare a Karnak, con i suoi 32,18 metri di altezza era l’obelisco monolitico più alto del mondo (anticipo subito gli oppositori, il più alto sarebbe stato quello incompiuto che si trova ancora ad Assuan fatto costruire dalla regina Hatshepsut o dallo stesso Thutmosi III). Oggi l’obelisco non è più in Egitto, i romani, come molti altri obelischi se lo portarono a Roma per volere dell’imperatore Costanzo II nel 357 d.C., dove venne eretto nell’area del Circo Massimo, oggi fa bella mostra di se in Piazza San Giovanni in Laterano dove fu fatto innalzare nel 1588 per volere del Papa Sisto V.
Dicevamo che l’attività edilizia di Thutmosi IV sia stata assai notevole, molti sono i monumenti da esso fatti costruire, tre di questi risalgono al suo primo anno di regno, uno al quarto, forse uno al quinto, uno al sesto, due al settimo e uno all’ottavo. Per altri due monumenti, da alcuni datati al diciannovesimo e ventesimo anno di regno, non è stata accettata tale datazione. La ragione è che secondo una più corretta lettura dei nomi riportati si evince che si riferiscano a Menkheperre (Thutmosi III) e non a Menkheperure (Thutmosi IV).
Sempre a Karnak Thutmosi IV fece costruire una cappella di alabastro con sala peristilio destinata alle persone “che non avevano diritto di accesso al tempio principale di Karnak”, era il “Luogo dell’orecchio” per il dio Amon, dove il dio poteva ascoltare le preghiere del popolo. La cappella, ricostruita dalla missione francese Centre Franco-Egyptien D’etude des Temple de Karnak è oggi inserita nel Museo all’aperto di Karnak.
E’ importante tenere in considerazione, per quando parleremo dei successivi faraoni Amenhotep III e. soprattutto Amenhotep IV (Akhenaton), il fatto che già con Thutmosi IV prendono corpo idee e proposte religiose dal contenuto spirituale e sociale profondamente innovativo che si ripercuotono anche sul piano estetico la cui realizzazione si verificherà sotto il regno del faraone Akhenaton.
Aton, ovvero il “disco solare”, quasi sicuramente una speculazione teologica dei sacerdoti di Eliopoli che rivaleggiavano con quelli di Tebe, adoratori principalmente del dio Amon, era considerato come una manifestazione visibile del dio Ra-Horakhti (Ra che è Horus dei due Orizzonti). Il suo culto entrò nell’uso comune già durante il regno di Thutmosi IV (nonno di Akhenaton) condizionato in ciò dalla presunta visione in sogno di Ra-Horemakhet (Harmakis) che gli chiese di dissotterrare la Sfinge dalla sabbia. Forse il faraone rimase colpito dal fatto che proprio Harmakis gli si fosse presentato, o forse per contrastare il grande potere che aveva assunto il clero di Amon, nella famiglia reale si iniziò a dedicare maggiore attenzione al culto del dio Aton.
Su di uno scarabeo, risalente al regno di Thutmose IV, Aton viene rappresentato come divinità distinta mentre conduce il faraone alla vittoria in battaglia. Il culto di Aton si affermerà poi in seguito con il faraone Amenhotep IV (Akenhaton).
Thutmosi IV non visse a lungo, l’anatomista Grafton Elliot Smith, che per primo esaminò il corpo, dedusse che il sovrano morì intorno ai 25-28 anni; il corpo si presentava lungo un metro e 64 centimetri ma l’evidenza che i piedi furono rotti post mortem, fa ovviamente pensare che il sovrano fosse in realtà più alto. Le analisi effettuate hanno permesso di stabilire che il faraone non godeva di ottima salute inoltre presentava un logoramento fisico che si dovette manifestare nei mesi precedenti la sua morte.
La mummia si presentava con gli avanbracci incrociati sul petto, destro sopra sinistro, portava i capelli di colore bruno scuro lunghi circa 16 cm ed aveva i lobi delle orecchie forati. Elliot Smith rilevò un particolare curioso, la testa di Thutmosi IV si presentava con una leggera connotazione femminile ed una forte somiglianza con Amenhotep II. Recenti studi comparativi, eseguiti da un chirurgo dell’Imperial College di Londra, hanno permesso di stabilire che Thutmose IV, e come lui altri faraoni della XVIII dinastia morti prematuramente, soffrivano con molta probabilità di un tipo di epilessia del lobo temporale in via ereditaria presente nella famiglia reale.
Alla sua morte fu sepolto nella Valle dei Re nella tomba KV43, ma come per molti altri faraoni, la sua mummia venne in seguito traslata nella tomba di Amenhotep II KV35 durante la XXI dinastia perché ritenuta più sicura dalle predazioni, qui venne rinvenuta da Victor Loret nel 1898. La tomba KV43, scoperta da Howard Carter nel 1903 presenta la struttura tipica delle tombe della XVIII dinastia. (seguire la planimetria della tomba).
L’ingresso presenta una scalinata (A) molto ripida che immette in un corridoio (B), anch’esso ripido in fondo al quale seguono una seconda scala (C) ed un secondo corridoio (D), parimenti inclinati. Il corridoio termina in un pozzo verticale (E) profondo più di 5 metri, dal fondo del pozzo si accede ad una camera (Ea) che sconfina in parte al di sotto di una camera (F) con due pilastri.
Stranamente le pareti del pozzo sono decorate con scene dove alcune divinità porgono al faraone l’ankh, il segno della vita mentre il soffitto è blu ricoperto di stelle. L’accesso alla camera successiva era murato con decorazioni. Alcuni studiosi pensano che il tutto starebbe ad indicare la volontà di ingannare i profanatori, cosa che però si rivelò priva di effetto. Dall’interno della camera con due pilastri (F) una scala conduce ad un corridoio (G) al termine del quale una seconda scala (H) conduce ad una piccola anticamera (I) e, dopo un breve corridoio, si entra nella camera funeraria (J) sostenuta da sei pilastri. Anche questa è conformata su due livelli, dopo gli ultimi due pilastri una breve scaletta porta al livello inferiore dove si trova il magnifico sarcofago in granito rosso di Thutmose IV.
Anche qui si aprono sui due lati più lunghi quattro annessi per il corredo funerario, due erano chiusi con porte di legno che furono asportate con gran parte degli oggetti di valore. La camera non presenta alcuna decorazione salvo un fregio Khekeru, due piccole nicchie fanno supporre che avrebbero dovuto contenere i “mattoni magici” necessari alla protezione del defunto. Un testo in ieratico sulla parete dell’anticamera cita l’entità dei furti subiti e le operazioni di ripristino. La tomba fu più volte restaurata finché non si decise di traslare la mummia del sovrano.
In uno degli annessi venne rinvenuta la mummia di un bambino sconosciuto, secondo Haward Carter la tomba doveva contenere almeno tre persone, il figlio del re, Amenhemet, il cui corpo ribendato è stato rinvenuto nella cachette di Deir el-Bahari (DB320), forse la figlia, Tentamun ed il bambino citato sopra.
In realtà Amenhotep non avrebbe dovuto succedere al padre Thutmosi III in quanto era il figlio di una sposa minore, la principessa Merira Hatshepsut (da non confondere con la grande regina), il trono spettava di diritto al figlio della Grande Sposa Reale Satiah, Amenemhat, che però premorì al padre, così come la madre.
Suo educatore ed istruttore fu l’alto dignitario di nome Min, che tra i tanti riconoscimenti vantava anche il titolo di governatore di Tjeny (Thinis) e delle Oasi.
In un primo tempo Amenhotep ricoprì l’incarico di sovraintendente all’importazione del legname per i cantieri navali di Peru-Nefer. Venne in seguito associato in coreggenza dal padre rimanendovi per due anni e quattro mesi finché, alla morte di Thutmosi III, nel 1425 a.C., salì al trono come Amenhotep II.
Regnò per circa 26 anni attorniandosi di una corte sfarzosa e segnando un’epoca storica straordinariamente ricca grazie alle sue doti di buon amministratore del regno. Secondo le testimonianze che ci sono pervenute, Amenhotep II era pure un bell’uomo, ovunque la sua figura appare con maestosa imponenza, le fonti ci parlano di un faraone atletico, esperto arciere, il tiro con l’arco era importante per un sovrano che partecipava alla guerra (su questo esistono molte leggende), si racconta che Amenhotep II abbia dato molte dimostrazioni pubbliche della sua abilità.
In un caso rappresentato in modo spettacolare, il faraone, guidando il suo carro alla massima velocità, avrebbe scagliato numerose frecce che colpirono quattro bersagli di rame distanti circa trentacinque piedi l’uno dall’altro attraversandoli completamente. Furono molte le altre dimostrazioni della sua abilità come arciere nell’intento di dimostrare al suo esercito la differenza tra un buon arco e un cattivo arco. L’iscrizione che riporta queste sue performance specifica che nessuno, tranne lui, era abbastanza forte da tirare il suo arco.
Fu anche un abile timoniere di battelli e guidatore di carri. Forse erano solo esagerazioni ma nessuno lo avrebbe contraddetto quando queste affermazioni fossero state incise nella pietra. Le sue imprese resero comunque portentoso anche il suo fisico tanto che la sua mummia sembra gigantesca se messa a confronto con le altre mummie reali.
In politica estera accentuò la spinta imperialistica del padre e lo volle dimostrare adottando lo stesso nome Horo, Ka-nekhet user pehet (Toro possente, grande nella forza). Cenni sulle imprese di Amenhotep II si trovano nella “Stele della Sfinge” e su altre ad Amada, Karnak e Menfi.
Anch’egli grande guerriero, nei primi anni di regno intraprese alcune campagne militari in modo particolare in Asia nelle regioni della Siria e di Canaan; sedò pericolose rivolte interne portando l’Egitto a vivere un periodo di pace e benessere dal quale ne trassero profitto anche i suoi successori. Durante il suo terzo anno di regno si trovò a dover fronteggiare un attacco da parte dei Mitanni presso l’Oronte, in Siria. Fonti coeve riportano che la sua forza era tale per cui riuscì ad abbattere contemporaneamente sette nemici che poi fece esporre come trofei appesi alla prora della sua nave.
Agli inizi del suo settimo anno di regno dovette salire nuovamente in Siria, nello stato vassallo di Naharina, per sedare un’altra rivolta dei Mitanni, su di una stele ritrovata a Menfi viene riportata la sua vittoria senza però citare battaglie importanti. La stele riporta inoltre che il dominio egizio era riconosciuto dai re locali su quasi tutta la Siria e la Palestina. Fu ancora nel suo nono anno di regno che il faraone dovette tornare in Palestina per sedare una rivolta ma a quanto ci è dato a sapere non si spinse oltre il lago di Tiberiade. Come tutti i faraoni prima e dopo di lui Amenhotep II non lesinò nell’esagerare l’impresa, sarebbe tornato vittorioso con oltre 100.000 tra schiavi e prigionieri.
Nonostante queste affermazioni un po’ propagandistiche pare che l’Egitto e i Mitanni abbiano raggiunto una pace duratura. I testi antichi citano che da allora in Egitto giunsero emissari dei re di Mitanni, degli Ittiti e di Babilonia portando tributi per il faraone. Va detto che dopo il nono anno di regno di Amenhotep II non si trovano più cenni su queste regioni, gli studiosi sono propensi a ritenere che il trionfalismo egizio, in questo caso, sia un po’ fuori luogo e che le guarnigioni poste da Thutmosi III nella zona di Naharina siano state ritirate.
Dopo alcune puntate a sud per ripristinare l’ordine anche a Napata e in Nubia, non si hanno più notizie di guerre ed a quanto pare l’Egitto visse in pace fino al regno di Akhenaton.
In questo periodo di pace Amenhotep II si concentrò sull’attività costruttiva dedicandosi al completamento dei templi iniziati dal padre oltre che a realizzarne di nuovi; fece costruire un porto a Peru-Nefer (Avaris) dove possedeva una residenza. Con Amenhotep II l’impero egizio raggiunse il più alto grado di prosperità, l’amministrazione dello stato era in abili mani e questo favorì anche i rapporti e gli scambi commerciali con i paesi confinanti, cosa che agevolava non poco la circolazione di persone, beni ed innovazioni.
Non meno importante fu l’influenza che questo cambiamento ebbe sull’arte, particolarmente sulla statuaria che si è conservata fino ad oggi (circa un centinaio di statue) nelle quali è possibile notare delle novità stilistiche rispetto ai canoni precedenti. Le statue lo riproducono con espressioni più serene, occhi grandi ed una particolare attenzione viene posta ad evidenziare il suo fisico possente, spalle larghe e muscoli evidenziati che esaltano la sua prestanza fisica della quale ne doveva essere assai fiero.
Come abbiamo detto Amenhotep II regnò circa 26 anni e morì intorno all’età di 44 anni. Il nome della sua “Grande Sposa Reale” non ci è pervenuto come neppure di quelle minori, secondo gli studiosi Amenhotep II, memore dell’importanza assunta dalla “divina sposa di Amon”, la regina Hatshepsut, scelse di ridimensionare il ruolo delle donne nell’ambito dalla casa reale, non solo ma, se come si ritiene, fu lui a rivestire il ruolo di fautore della “damnatio memoriae” della regina, se ne capiscono le ragioni. Si conosce solo il nome di una sua sposa secondaria, Tiaa, che fu la madre del suo successore, Thutmosi IV.
Alla sua morte, Amenhotep II, venne sepolto nella tomba (KV35) che Victor Loret scoprirà nel marzo 1898 nella Valle dei Re. Come già fatto in precedenza per la tomba di Thutmosi III (KV34), correttamente Loret documentò meticolosamente ogni ritrovamento nel suo diario di scavo.
La tomba rispecchia la classica architettura delle tombe della XVIII dinastia. (Seguite la cartina nella figura sopra), l’ingresso avviene tramite una scala (a) che porta ad un corridoio in pendenza (b), segue una seconda scala (c) ed un nuovo corridoio (d) attraverso il quale si raggiunge un pozzo verticale (e), in fondo al pozzo si trova una camera (e1), al suo interno si trovava un corpo femminile forse quello della regina Meryet-Ra Hatshepsut.
Non è chiara la funzione del pozzo, che peraltro lo si trova in molte altre tombe, alcuni egittologi suggeriscono che questi pozzi svolgessero una doppia funzione, la prima, pratica, era quella di raccogliere l’acqua delle piogge evitando così che allagasse la camera del sarcofago, la seconda avrebbe avuto una funzione rituale evocando il mondo sotterraneo e la tomba di Osiride.
In un vano adiacente al pozzo Victor Loret rinvenne due crani e resti di ossa che, in relazione alla primitiva destinazione della tomba ritenne di attribuire alla madre di Amenhotep II, la regina Meryet-Ra Hatshepsut moglie di Thutmose III, e a Ubensenu, figlio dello stesso Amenhotep II. Oltre il pozzo si entra nell’anticamera, una sala con due pilastri centrali del tutto priva di decorazioni (f), sul fondo della stanza, sopra una barca poggiata contro la parete si trovava un corpo con il petto squarciato e un grande foro sul cranio. In seguito Loret appurò che il corpo apparteneva al faraone Sethnakht ed il suo sarcofago si trovava in quella che egli chiamò la n. 4.
Da qui si scende una scala e dopo un breve corridoio (g) si entra nella camera funeraria (h) rettangolare sostenuta da sei pilastri, la camera si presenta su due livelli; il soffitto della camera è colorato di blu con stelle a cinque punte di colore giallo a simboleggiare la volta celeste. Ai lati della camera si trovano quattro locali (che vedremo più sotto).
All’interno della camera sepolcrale, nel livello inferiore si trova il sarcofago di Amenhotep II in quarzite gialla dipinta di rosso che conteneva ancora la mummia del faraone intatta con attorno al collo una ghirlanda di mimosa (fu il primo re egizio scoperto all’interno della sua tomba). Si è potuto accertare con sicurezza che si trattava realmente della mummia di Amenhotep II grazie ad una semplice annotazione con il suo nome iscritta sul sarcofago in cartonnage che la conteneva.
Victor Loret decise di lasciare la mummia dove l’aveva trovata ma la sua umana pietà non fu ricompensata. Nel 1902 la tomba venne trovata dalla famiglia di Abd el-Rasoul, tombaroli di professione, che la violarono depredando tutto ciò che gli riuscì prima di essere scoperti, purtroppo con l’intento di rubare gioielli e amuleti nascosti tra le bende, causarono parecchi danni ai bendaggi della mummia, in modo particolare alle gambe dove, in seguito Gaston Maspero, Direttore del Service des Antiquites, trovò l’impronta dei gioielli e amuleti rubati sulla resina che ricopriva il corpo. Venne quindi deciso di trasferire la mummia al Museo del Cairo.
Il sarcofago si presenta come quello di Thutmosi III, alle due estremità sono raffigurate le dee Iside e Nefti mentre sui lati compaiono due occhi udjat con Anubi in forma umana e testa di sciacallo, ed i quattro figli di Horo, che garantivano la protezione del defunto, sul coperchio è rappresentata la dea del cielo Nut.
I sei pilastri della camera funeraria sono decorati con fregi kheker che incorniciano il faraone mentre compie riti davanti a vari dei tra i quali Osiride, Anubi e Horus. Le pareti della camera funeraria, che non presenta più la forma di un cartiglio, sono decorate non in rilievo ma solo dipinte con alcuni testi dell’Amduat in ieratico, le scritte sono in verticale e le illustrazioni sono in forma stilizzata.
All’interno dell’anticamera vennero rinvenuti numerosi oggetti del corredo funerario di cui la maggior parte era rotta o spezzata a causa del vandalismo dei ladri, numerose erano le statue di legno di cui una, che raffigurava il sovrano, presentava un piccolo scomparto contenente un papiro con testi del Libro delle Caverne. Tra le varie cose vi era un contenitore di ushabty ed i resti di un letto funerario del tutto simile a quelli che verranno rinvenuti parecchi anni dopo nella tomba di Tutankhamon. Loret rinvenne anche alcuni modelli di barche di legno che avrebbero permesso al faraone il suo viaggio nell’Aldilà, trovò inoltre numerosi frammenti di mobilio funerario, modelli di barche e navi, vasi in faience e vetro, altri vasi a forma di ankh ed alcuni vasetti porta cosmetici. Ancorché ripetutamente depredata fin dall’antichità, vennero trovati, sparsi per tutta la tomba, oltre 2000 oggetti o parti di essi.
Come abbiamo detto sopra, ai lati della camera funeraria si trovavano quattro locali, due su ciascuna delle pareti più lunghe (h1, h2. h3. h4), uno di essi si presentava parzialmente murato e sul muro era stata incisa una data, “anno tredicesimo” riferito ad un probabile sovrano sepolto in seguito, secondo alcuni si tratterebbe del faraone Smendes della XXI dinastia. Furono proprio questi locali che fecero della KV35 una delle più importanti della Valle dei Re. Ciò che apparve al di la del muro che chiudeva il locale h2 lasciò esterefatti Loret ed i suoi collaboratori. Apparve subito evidente che la KV35 era stata utilizzata come deposito per le mummie reali per salvarle dai profanatori ladri di tombe, stessa cosa come per la cachette di Deir el-Bahari (DB320).
All’interno del deposito h2 erano state sistemate le mummie reali di otto faraoni e di una regina. Contenuti in sarcofagi di fortuna, molto danneggiati, si trovavano i corpi accuratamente ribendati di: Thutmosi IV, Amenhotep III, Sethy II, Merenptah, Siptah, Ramses IV, Ramses V, Ramses VI oltre ad un corpo di donna che venne identificato come appartenente alla regina Tausert.
L’identificazione delle mummie con i suddetti sovrani è un po’ arbitraria a causa della poca affidabilità delle etichette in legno appese ad alcune mummie ed al fatto che, nonostante sui sarcofagi molto malridotti comparissero dei nomi, manca la certezza che sarcofago e mummia coincidano, un esempio, quella che è stata catalogata come la mummia di Amenhotep III si trovava nel sarcofago intestato a Ramses III ma il coperchio era quello di Sethy II. Va inoltre considerato che le mummie sono state accuratamente ribendate ma utilizzando bende di recupero che recavano intestazioni di personaggi diversi.
Nel locale h1 si trovavano tre corpi sbendati, uno di un bambino di circa 9-11 anni con il capo raso e la classica treccia di capelli neri che pendeva sulla tempia destra, il secondo era un corpo femminile, parzialmente coperto da uno spesso velo e con lunghi capelli neri, gli venne assegnato il nome di Elder Lady per distinguerla dal terzo corpo che fu chiamato Younger Lady in quanto apparteneva ad una donna più giovane il cui volto era completamente sfigurato. Tutti e tre i corpi presentavano un foro sul cranio ed il petto sfondato. Infine nel locale h3 si trovavano i resti molto malridotti di un corpo femminile ed uno maschile completamente sbendati.
Fonti e bibliografia:
Mauro Reali, “Amenofi II, chi era costui? Un grande!”, La Ricerca, Loescher Editore, 2017
Christian Jacq, “La Valle dei Re”, trad. di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
Alberto Sillotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
Erik Hornung, “La Valle dei Re”, trad. di Umberto Gandinidi, Torino, Einaudi, 2004
Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, n. 1, Roma, Aracne, 2005
Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara 2000
Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Christian Jacq, “L’Egitto dei grandi faraoni”, Arnoldo Mondadori, Milano 1999
Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle Divinità dell’Antico Egitto” – Vol. II, Ananke, 2005
Nicolas Grimal, Storia dell’Antico Egitto, Laterza, Bari 2007 Tiziana Giuliani, “Amenhotep II: una scoperta straordinaria”, Mediterraneo Antico, 2018
Prima di proseguire con la storia dell’antico Egitto proviamo a dare un’occhiata alla situazione esistente nel vicino oriente antico dopo che le campagne del faraone guerriero Thutmosi III ne avevano sovvertito non poco la geografia politica.
Dopo la cacciata degli Hyksos con Ahmose, abbiamo assistito ad una ripresa significativa della politica egiziana da parte dei sovrani della XVIII dinastia. Forti dell’esperienza acquisita, i sovrani egizi che seguiranno cercheranno di spegnere le velleità dei popoli confinanti così da rendere più sicuri i loro confini, spinti in ciò dalla chiara intenzione di lavare l’onta subita con l’occupazione straniera.
Dapprima con Thutmosi I e Thutmosi II si afferma la vocazione imperialista dell’Egitto che caratterizzerà gran parte del Nuovo Regno. Con Thutmosi III l’Egitto si spinge molto a est, supera la Palestina e raggiunge la Siria. All’epoca delle campagne militari di Thutmosi III, il Nuovo Regno egizio, quello che possiamo a ragione chiamare l’Impero Egizio, sovrasta i popoli del vicino oriente.
A nord, nella sperduta Anatolia, sono insediati gli Ittiti un antico popolo indoeuropeo che abitava la parte centrale dell’Asia Minore con capitale Hattusa.
Nel nord della Mesopotamia si trovava il regno di Mitanni che si estendeva fino ai confini con la Siria, raggiunse il massimo splendore sul finire del Tardo Bronzo, i suoi abitanti erano gli Urriti e la capitale del regno era Wassukanni (oggi Tell Fekheriye). L’esercito hurrita possedeva armi in ferro e combatteva su carri da guerra. Dopo una guerra combattuta contro Thutmosi III il regno Mitanni cercò la pace con l’Egitto e fu stretta con esso un’alleanza.
All’apice della sua potenza agli inizi del XIV sec. a.C. le relazioni con l’Egitto erano talmente amichevoli che il re Mitanni Shuttarna II mandò suo figlia Kilu-Hepa in sposa al faraone Amenhotep III. In seguito nella capitale Wassukanni scoppiò una lotta per il potere i cui pretendenti erano appoggiati da Ittiti e Assiri. Sconfitti dall’esercito Ittita di Suppiluliuma prima, poi dal figlio Piyassili di Karkemish, il regno di Mitanni passò sotto il dominio ittita per poi essere conquistato, meno di un secolo dopo, dagli Assiri che lo incorporarono nel loro regno con il nome di Hanigalbat.
Confinante con Mitanni si estendeva la Siria, citata nelle sue Storie da Erodoto come la terra che andava dal fiume Halys fino al monte Casio. Secondo alcuni corrisponderebbe grosso modo alla località indicata nella Bibbia come Aram. A partire dall’VIII sec. a.C. cadde sotto il dominio degli assiri.
A sud-est sorgeva la Babilonia cassita e il regno di Elam, questi ultimi coprivano l’intera valle dei due fiumi, il Tigri e l’Eufrate, la Mesopotamia. In questo quadro si potrebbe inserire la vicenda biblica della costituzione dello stato di Israele, forse ad opera di Giosuè anche se non proprio come racconta la Bibbia.
Come abbiamo visto la Palestina era saldamente in mano egiziana quindi pensare che l’occupazione da parte degli israeliti, appena usciti dall’Egitto, sprovveduti militarmente e magari anche male armati, sia avvenuta tramite una conquista militare è decisamente improbabile. Secondo gli studiosi l’insediamento degli israeliti in Palestina può solo essersi verificato in modo graduale e non violento. Secondo una teoria, che personalmente mi lascia molti dubbi, gli israeliti sarebbero gli Habiru, termine accadico babilonese usato in tutto il medio Oriente per indicare gruppi nomadi descritti come ribelli, fuorilegge, razziatori, talvolta impiegati come mercenari o asserviti. Non un popolo vero e proprio ma miscellanea di individui che vivevano ai margini della società, in genere per sfuggire ai creditori o ad un destino di asservimento.
Ma chi erano gli Habiru e da dove venivano? Dalla lettura di alcune Lettere di Amarna si apprende che in epoche precedenti si erano consolidati molti correttivi per venire incontro a chi era caduto in disgrazia per svariate ragioni in gran parte provocate dal progressivo indebitamento dei contadini i quali venendosi a trovare in condizioni disperate erano costretti ad impegnare oggetti, terre e persino familiari in cambio di grano finché ad un certo punto si trovavano nell’impossibilità di sostenere il debito.
Nella media età del bronzo, in tutta l’area siro-mesopotamica, era uso, da parte dei sovrani, concedere una sorta di correttivi sociali e giuridici coi quali si proibiva la cessione della terra a elementi esterni alla famiglia. A chi si trovava comunque in condizioni disperate i sovrani erano soliti emettere editti di remissione dei debiti, o il perdono per i reati meno gravi, liberando così i contadini asserviti. Questo tutelò il popolo fino ad un certo punto quando verso la metà del secondo millennio a.C. non presero piede iniziative private per mezzo delle quali si riusciva ad ovviare alle leggi, oggi lo definiremmo con l’espressione “fatta la legge trovato l’inganno”. L’applicazione di questi correttivi venne così a cessare pertanto chi non riusciva più a far fronte ai propri debiti e, magari per tale ragione era incappato in reati minori, incorreva in severe sanzioni per cui all’individuo non restava molto da scegliere, l’asservimento o la fuga in altri paesi. Questo fece si che i vari regni siglassero accordi che prevedevano “l’estradizione”. Gli stati confinanti si impegnavano ad applicare una reciproca consegna dei latitanti per cui, ai malcapitati, non rimaneva che la fuga tra le montagne o nelle steppe desertiche. Col tempo si formarono dei clan di questi individui che praticavano il nomadismo spesso sfociando nel brigantaggio. Costoro vennero chiamati Habiru. Da questo termine, per assonanza con l’etonimo “ibri” alcuni vorrebbero intravvedere la parola “ebrei”. Ebbi già modo di dire in precedenza che fidarsi di una presunta assonanza tra nomi oggetto di traduzioni spesso azzardate, se non addirittura imprecise, sarebbe da evitare.
Nonostante tutto gli studiosi sono propensi a vedere una citazione a “Israele” nella traduzione della stele di Merenptah, tredicesimo figlio di Ramses II e della sua sposa Isinofret, dove tra le nazioni sconfitte compare il nome di “Ysir” che viene identificato con Israele. Ma di questo parleremo in seguito.
Fonti e bibliografia:
Marco Liverani, “Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele”, Roma-Bari, Laterza, 2003
Sabatino Moscati, “Antichi imperi d’Oriente”, Newton & Compton, Roma 1978
Hatshepsut è morta. Ma in lontananza già, rimbomba l’eco delle armi. L’ora di Thutmosi III è arrivata.
Dopo 22 anni di coreggenza con la matrigna, l’indole guerriera che quel ragazzo aveva saputo frenare, accettando di ricoprire un ruolo di secondo piano per un tempo così lungo, ora può esprimersi in tutta la sua potenza. Certamente la sua tacita sottomissione ad Hatshepsut era anche la naturale conseguenza del fatto che la regina godeva di un relativo appoggio del potente clero tebano di Amon. Il suo fu un ruolo di secondo piano che però seppe gestire con grande intelligenza ed abilità.
Durante tutto il periodo di coreggenza, all’ombra del faraone donna, cresceva un uomo scaltro ed abile. Thutmosi III si dedicò principalmente alle questioni militari gettando le basi delle operazioni che avrebbe poi condotto a termine negli anni seguenti. Il sovrano guerriero fu uno dei maggiori faraoni egizi, mise in atto e realizzò le tendenze imperialistiche alle quali i suoi predecessori già avevano mirato.
Fu un grande condottiero e stratega, non si contano le sue campagne militari che spaziano dalla Siria alla Nubia alla Palestina e su fino al fiume Eufrate. Il già citato scrittore ed egittologo Christian Jacq lo definisce il “Napoleone Egiziano”.
Molto prestante fisicamente, come viene rappresentato nelle iscrizioni pervenuteci, possedeva una straordinaria forza fisica che esprimeva scagliando con il suo arco una freccia che colpiva un bersaglio di metallo spesso un palmo e lo trapassava da parte a parte (!). Come ho più volte raccomandato la storia egizia, raccontata dai contemporanei, e non solo, va presa con le molle in quanto essa viene descritta in forma molto enfatizzata, spesso adulatoria e poco veritiera, (ma noi facciamo finta di niente).
La storia delle imprese di Thutmosi III però la possiamo solo apprendere, con il dovuto discernimento, dalle iscrizioni che sono giunte fino a noi, sulle pareti del deambulatorio del santuario di Amon a Karnak dove, seppure in parte danneggiate sono descritte le sue numerose campagne militari.
Altre informazioni sono reperibili sulla stele scoperta a Gebel Barkal antica Napata, e sulla stele di Armantis, 10 km a sud di Luxor.
Le spedizioni che videro partecipe Thutmosi III, dapprima in età giovanile, sicuramente come subalterno di qualche generale esperto, poi personalmente come condottiero, nell’area medio orientale, furono 14 (ma in realtà forse 18, avvenute sotto la coreggenza di Hatshepsut).
Salito al trono, Thutmosi III rivolse subito la sua attenzione all’area siro-palestinese teso a ripristinare la sovranità egizia imposta da Thutmosi I ai popoli di quel territorio che cercavano di liberarsi dal dominio egizio. La furia del re guerriero si abbatté dapprima su Megiddo e, poi più su dove avvenne una delle varie distruzioni di Kadesh. Un’altra spedizione portò Thutmosi III ancora verso la Palestina dove espugnò la città di Gaza, che si era da poco ribellata.
Una di queste campagne, lascia adito a molti dubbi circa il suo svolgimento, questo a causa della tendenza, già menzionata, degli egizi a magnificare e ed esaltare oltre ogni limite il sovrano in carica. Questa fu l’ottava, la meglio documentata negli “Annali” (purtroppo mancanti di una parte consistente), dove l’esercito di Thutmosi III giunse all’Eufrate, lo oltrepassò per scontrarsi con i Mitanni, nome col quale venivano chiamati gli Urriti che avevano conquistato l’Anatolia e parte del nord della Siria sconfiggendo il regno di Hammurabi.
Altre campagne furono dedicate a pacificare la regione ed a combattere i beduini della penisola del Sinai che rendevano poco sicure le piste carovaniere. Thutmosi III però non era solo guerriero ma anche astuto, i territori dell’area siro-palestinese non vennero inglobati direttamente sotto il controllo della corona egizia ma lasciati al governo di una massa di piccoli principi locali tributari dell’Egitto. Questi principi dei paesi sconfitti venivano portati in ostaggio a Tebe presso il palazzo del faraone, qui venivano istruiti ed addestrati. Solo quando dimostravano di aver appreso e fatte proprie le usanze e tradizioni egizie, e dimostrato la loro fedeltà al faraone, venivano riportati nei loro paesi di origine dove avrebbero regnato come vassalli del sovrano delle Due Terre. La stessa strategia fu adottata dai romani 1500 anni più tardi.
L’errore, forse quello che con il tempo si rivelerà il più grande, fatto da Thutmosi III con l’intento forse di ottenere un sempre maggiore appoggio, fu quello di aumentare ancora di più il potere economico del clero tebano di Amon a Karnak, al quale fece enormi donazioni delle prede di guerra, frutto delle numerose campagne militari, assegnando agli stessi tre regioni asiatiche. Questo fu l’errore politico più grave perché, come vedremo in seguito, sarà la causa principale della fine del Nuovo Regno.
Thutmosi III intraprese anche un’intensa attività nella costruzione di edifici e monumenti (e, come usanza, ne usurpò anche alcuni dei sovrani precedenti). Nel tempio di Karnak realizzò la sua opera forse più bella, la “Sala delle Feste” nella quale si trovano la “Sala degli antenati” ed il “Giardino Botanico”.
Questo consiste in un rilievo sulle pareti di una sala del tempio giubilare del faraone, dedicata al dio Amon, nel complesso templare di Karnak e raffigura particolari della fauna e della flora presenti in quel tempo nell’impero egizio. Sono inoltre raffigurati animali e piante che Thutmosi III aveva portato della Siria.
Sua “Grande Sposa Reale” fu Sanath che però morì giovane senza donargli eredi. Il suo posto fu preso dalla seconda moglie, Merira-Hatshepsut, (da non confondere con il faraone donna), che sarà la madre di Amenhotep II oltre che della principessa Merytamon. Ebbe numerose altre mogli tra cui diverse principesse siriane.
Il suo regno durò ben 53 anni durante i quali celebrò per tre volte la festa Sed e cambiò diverse volte il complesso dei nomi e degli attributi reali, soprattutto il nome di Horo che divenne sempre più una manifestazione della sua potenza. Molti egittologi propendono per il fatto che durante gli ultimi anni di regno Thutmosi III si associò in coreggenza il figlio Amenhotep II. La durata della coreggenza col padre si può dedurre dal fatto che, secondo alcune iscrizioni, Amenhotep II venne incoronato due anni e quattro mesi prima della morte del padre. Thutmosi III fece costruire la sua tomba nella Valle dei Re che viene identificata con la sigla KV34 (King Valley 34).
LA TOMBA
Thutmosi III fece costruire la sua tomba nella Valle dei Re, un’area situata nei pressi di Waset, (l’antica Tebe). In egiziano “Ta-sekhet-ma’at” (il Grande Campo), ormai divenuta la necropoli reale per i sovrani del Nuovo Regno a partire dalla XVIII dinastia, lo rimarrà per oltre 500 anni, dal 1552 al 1069 a.C.
Il grande egittologo Howard Carter, a proposito della Valle ebbe a dire:
<< La Valle delle tombe dei re: basta il nome a evocare uno scenario romantico, e fra tutte le meraviglie d’Egitto non una, io credo, è capace di stimolare maggiormente la fantasia >>.
In una ripida parete a 30 metri dal suolo, nell’antico letto di una cascata, Thutmosi III scelse di costruire la sua dimora eterna. Fu scoperta nel 1898 dall’Ispettore egiziano della Valle Hosni, (anche se in seguito la scoperta venne attribuita a Victor Loret, direttore del Service des Antiquités).
La tomba presenta la classica struttura delle tombe della XVIII dinastia. L’accesso alla stessa si presentava assai arduo vista l’altezza dal suolo, pochi ardimentosi erano in grado di raggiungerla, tra questi i soliti tombaroli che la raggiunsero penetrandovi all’interno per compiere le loro ruberie, purtroppo fecero anche considerevoli danni alle suppellettili funerarie e, forse, anche alla mummia. In tempi recenti è stata costruita una ripida scala che permette ai visitatori di raggiungere l’ingresso della tomba che viene identificata con la sigla KV34 (King Valley 34).
Quello che Victor Loret rinvenne al suo interno si rivelò di scarsa importanza e molto danneggiato. Piccole statue di Thutmosi III e di divinità lignee, alcuni pezzi di modelli di barche oltre a vasellame e ossa di babbuino e di un toro. Gli annessi alla camera funeraria si presentavano completamente svuotati. Come detto, l’accesso avviene tramite una scala che immette in un corridoio in pendenza, da qui si accede ad una camera di forma irregolare, non rifinita dalla quale, attraverso un’altra scala, si entra in un corridoio sempre in pendenza in fondo al quale si trova un pozzo di 5 x 4 metri profondo 6 metri superato il quale, e superata una parete costruita successivamente alla sepoltura, si presenta l’anticamera di forma irregolare con due pilastri centrali.
In un angolo della stessa parte un’altra scala per mezzo della quale si accede alla camera funeraria vera e propria di forma rettangolare. Al centro della camera si ergono anche qui due pilastri mentre sulle pareti più lunghe sono stati ricavati quattro piccoli annessi per contenere il corredo funerario. Interessante evidenziare un particolare che la rende unica nel suo genere, la camera funeraria presenta gli spigoli arrotondati che fanno pensare vagamente ad un cartiglio dove il sarcofago con la mummia sostituisce il nome del faraone che sarebbe in esso iscritto. Secondo lo studioso John Lewis Romer al momento della sepoltura la tomba non era ancora ultimata, cosa che sarebbe avvenuta in nove diverse fasi successive. Mentre le pareti dei corridoi non sono decorate, quelle delle stanze sono state intonacate e dipinte. Il soffitto del pozzo, come le pareti, si presenta decorato con stelle gialle su sfondo blu.
Le pareti dell’anticamera sono completamente ricoperte dai capitoli del Libro dell’Amduat con 765 figure di divinità su 741 riquadri. Anche le pareti della camera funeraria riportano i capitoli dell’Amduat a colori nero e rosso su sfondo giallino, la scrittura è lo ieratico.
I pilastri della camera funeraria sono decorati con le “Litanie di Ra”, un pilastro presenta su una faccia una scena che vede Thutmosi III che si allatta da un albero di sicomoro seguito da due mogli e dalle figlie.
Tutte le immagini sono diverse dal solito modo di rappresentare degli egiziani ma sono stilizzate. Secondo Romer si tratterebbe di bozzetti predisposti per una futura rifinitura a completamento che però non avvenne mai. I quattro piccoli annessi della camera funeraria non sono decorati. In uno di essi furono rinvenuti resti umani riferiti a sepolture abusive risalenti alla XXVI dinastia.
Il sarcofago di Thutmosi III, in quarzite rosa, si presentava danneggiato, vuoto con il coperchio spezzato, le pareti decorate in altorilievo con testi del Libro dell’Amduat.
Come già accennato in precedenza, la sua mummia, particolarmente danneggiata (la testa era staccata e le gambe spezzate), fu rinvenuta tempo prima, come molte altre, nella cachette di Deir el-Bahari (DB320) dove venne riposta per preservarla dai saccheggiatori. L’umana pietà dei sacerdoti che curarono la raccolta di oltre 50 mummie per riporle nella cachette, si rivelò ancor più umana, visto lo stato in cui trovarono la mummia di Thutmosi III, la ricomposero rifacendo le fasciature.
Così era finito il re guerriero, grande in vita ma dissacrato da morto. Io però preferisco alzare gli occhi al cielo e pensare che una di quei miliardi di stelle che brillano lassù, è quella di Thutmosi III.
KARNAK
A partire da Sesostri I della XII dinastia, che ne iniziò la costruzione, fino ad arrivare alla XXX dinastia, ogni Faraone andò a costruire nel grande complesso templare di Karnak, talvolta a nuovo altre volte usurpando le costruzioni esistenti spacciandole per sue o, peggio, abbattendo le esistenti per utilizzare il materiale per costruire la propria. Durante i 1600 anni della sua esistenza il tempio di Karnak ha subito un continuo sovrapporsi di strutture successive, ampliamenti, ristrutturazioni e rimaneggiamenti tali da presentarsi oggi come un enorme complesso templare che misura oltre 400 x 600 metri con una superficie complessiva di circa 250.000 metri quadri.
Anche Thutmosi III ha lasciato traccia del suo passaggio. Proprio di fronte al quarto pilone fece costruire un edificio sacro che era una delle sei stazioni intermedie nel quale era contenuta la “barca sacra di Amon” in occasione delle processioni che si effettuavano durante alcune feste alla presenza del sovrano.
Durante le processioni i sacerdoti prelevavano la barca sacra di Amon e la trasportavano a spalle depositando la stessa in tutte le cappelle che componevano le stazioni del tragitto. Nel tempo delle celebrazioni della “Bella Festa della Valle” la barca raggiungeva i templi della riva occidentale del Nilo. Durante la “Festa di Opet” veniva portata fino al tempio di Luxor. Le cappelle si presentavano spoglie perché troppo piccole per contenere eventuali statue o ex voto, si trovava solo un naos dove i sacerdoti portavano vasi per le purificazioni e le aspersioni di rito. Compito del faraone era quello di rompere i sigilli per l’ingresso alla cappella e, a celebrazione conclusa, sigillare nuovamente la porta.
La cappella in calcite per la Barca Sacra di Amon venne fatta costruire da Thutmosi III in occasione della sua festa giubilare. Il sacello verrà in seguito smantellato e riutilizzato come materiale di riempimento del III pilone. Grazie al ritrovamento, tra il 1914 e il 1954, dei vari resti sparsi un po’ ovunque nel complesso templare di Amon è stato possibile ricostruire la cappella. Nell’autunno 2016 grazie al lavoro del “Centre Franco-Egyptien d’Etude des Temples de Karnak” (CFEETK) sono stati completati i lavori ed oggi la cappella ricostruita si trova presso l’Open Air Museum di Karnak, il museo all’aperto del famoso complesso templare di Luxor ed è ora aperta ai visitatori del Museo.
Altra costruzione di grande interesse di Thutmose III nel complesso templare di Karnak è il “Giardino botanico”, un grande rilievo dove è raffigurata la fauna e la flora presente all’epoca del massimo splendore dell’Egitto. Il rilievo copre la parete di una sala prossima al tempio giubilare di Thutmosi III nel recinto sacro di Amon, si tratta di un ciclo composto da scene pastorali della più raffinata arte egizia dove viene rappresentata una grande quantità animali rari e stupende specie botaniche che il faraone aveva riportato dalle sue campagne militari. Molte specie sono state ritenute talmente strane da essere oggetto di studi per appurare di cosa in effetti si tratta.
Ci si chiede quale fosse lo scopo di tali rappresentazioni, alcuni ipotizzano che si volesse indicare la potenza del dio Amon che, in quanto dio universale, il suo creato superava i confini della valle del Nilo per estendersi ovunque nel mondo.
Nel “Cortile del Medio Regno”, detto il “Tempio di Milioni di anni”, Thutmosi III si fece inoltre costruire lo “Akh-Menu” (luminoso di monumenti) altrimenti detto “Sala delle feste” che si svolgevano in occasione della ricorrenza del giubileo (Heb-Sed) del faraone, e altre feste tra cui la “Festa di Opet”.
Accanto alla Sala delle feste si trova la cosiddetta “Sala degli Antenati” dove in un grande fregio, che ornava la parete, compariva la “Lista regale di Karnak” voluta dal sovrano per legittimare, se ancora ce n’era bisogno, la sua regalità. Thutmosi III è raffigurato mentre porge offerte a 61 suoi antenati con i loro rispettivi nomi. Purtroppo la lista non è di grande aiuto agli egittologi in quanto non rispetta l’ordine cronologico. Le lastre delle pareti furono trafugate nel 1843 da Emile Prisse d’Avennes e attualmente sono conservate al Museo del Louvre.
ELLESJIA
Altra costruzione degna di nota è il Tempio rupestre di Ellesjia fatto scavare nella montagna nubiana da Thutmosi III nell’area compresa tra la prima e la seconda cateratta del Nilo, a circa 225 chilometri a sud di Assuan presso Qasr Ibrim. Il tempio, il più antico tempio rupestre della Nubia, era dedicato a Horus di Miam, alla dea Satet ed alla stesso faraone. Non è un’impresa “faraonica” ma un semplice tempio rupestre, molto bello, anche se penso che molti non lo conoscano e soprattutto non sanno che si trova qui in Italia, ricostruito in originale al Museo Egizio di Torino.
La storia di questo sconosciuto tempio ha inizio negli anni ’60, in quel tempo il governo egiziano decise la costruzione della diga di Assuan, voluta dall’allora presidente egiziano Gamal Abdel Nasser. La diga avrebbe in seguito causato la formazione dell’attuale lago Nasser che si estende dalla parte meridionale dell’Egitto ed arriva fino al Sudan.
Il grande lago che si sarebbe formato avrebbe sommerso gran parte dei templi presenti nell’area interessata. L’Unesco organizzò un consorzio internazionale al quale parteciparono molte nazioni tra cui l’Italia che impiegò ingegneri, tecnici e operai italiani della Impregilo, vennero impiegati anche operai, cavatori di marmo, che arrivarono dalle montagne di Carrara. Grazie all’impegno di tutti si arrivò a tagliare, smontare, spostare e ricostruire più in alto i templi che ancora oggi i visitatori possono ammirare.
Nel 1965 l’allora Direttore del Museo Egizio di Torino, Silvio Curto, grazie all’ausilio di vari sostenitori e finanziatori, tra cui Gianbattista Farina (Pininfarina), l’Unione Industriale, la Cassa di Risparmio di Torino, il Collegio dei Costruttori, la ditta Martini e Rossi, la Società Reale Mutua di Assicurazioni, con la collaborazione dell’ing. Celeste Rinaldi e Vito Maragioglio, organizzò una campagna per il salvataggio del sito di Ellesjia che sarebbe stato sommerso dalle acque del lago. Nell’anno successivo il monumento fu generosamente donato dall’Egitto all’Italia e venne assegnato al Museo Egizio di Torino. Subito si mossero, non senza incontrare varie difficoltà di carattere tecnico ma soprattutto burocratico finchè finalmente nel 1965 si giunse all’apertura del cantiere ed all’esecuzione del lavoro che venne eseguito con l’utilizzo di seghe a mano lavorando 24 ore su 24.
Gli operai tagliarono alla perfezione la roccia in 66 blocchi mediamente di un metro cubo e del peso di circa una tonnellata ciascuno senza rovinare i rilievi. Caricati i blocchi sulle chiatte dopo soli cinque giorni il Nilo iniziò a salire e a sommergere l’intero sito. Finalmente dopo i vari trasporti via terra e via mare il carico arrivò a Torino il 24 aprile 1967. Allego alcune foto del Museo Egizio di Torino gentilmente fornitemi dall’amico Giacomo Franco Lovera per anni fotografo presso il Museo Egizio e, mi si permetta, del compianto Prof. Silvio Curto.
Per coloro che fossero interessati ad approfondire circa il tempio di Ellesjia rimando agli interessanti articoli scritti dall’amico Paolo Bondielli (Storico, studioso della Civiltà Egizia e del Vicino Oriente Antico) su “Mediterraneo Antico”, sito web https://www.egittologia.net.
LA PRESA DELLA CITTA’ DI JOPPA
Grazie al fatto che in età ramesside si diffuse tra gli scribi l’interesse per quello che fu la loro storia passata, molti di essi si dedicarono a ricopiare testi prodotti in epoche precedenti che poi venivano utilizzati come testi nelle scuole per scribi. << Si tratta di racconti vecchi di millenni, ma ancora piacevoli, che venivano di certo ricopiati nelle scuole, ma anche, mi piace pensarlo, raccontati dai genitori e dai nonni ai loro figli e ai loro nipoti >> (Alberto Elli.). Molti di questi papiri sono giunti fino a noi e sono conservati nei più famosi musei del mondo, spesso si tratta di vecchi papiri che venivano ricuperati nelle scuole per essere riutilizzati e si presentano scritti sulle due facciate.
Uno di questi è il famoso “Papiro Harris 500”, oggi conservato al British Museum (ct. 10060). Il papiro risale alla XIX-XX dinastia, 1292-1077 a.C. circa, ed in esso sono contenuti diversi racconti di epoche precedenti oltre a liriche d’amore e al “Canto dell’arpista dalla tomba del re Antef”; è lungo 142,5 cm. e alto 19,5 cm., una parte di esso è andata perduta. In uno di questi racconti si parla di una battaglia risalente al regno di Thutmosi III, “La presa della città di Joppa”. Forse una battaglia mai combattuta, scritta solo per esaltare la memoria del “Faraone guerriero”.
La stesura del papiro avvenne probabilmente all’epoca di Seti I o di Ramesse II e riproduce un precedente papiro risalente ad almeno 150 anni prima. L’epopea del faraone guerriero era diventata così leggendaria per i posteri dell’epoca ramesside da essere considerata materia letteraria.
All’epoca in cui venne trovato, come per molti altri papiri, venne considerato un racconto di fantasia il cui personaggio, il generale Djehuty, non trovava alcun riscontro nella realtà. Fu solo nel 1824 che Bernardino Drovetti trovò la tomba di Djehuty a Saqqara, la tomba era intatta ma poiché a quei tempi non si faceva molto caso a proteggere i ritrovamenti, dopo breve fu saccheggiata e depredata. Quando tempo dopo vennero effettuate ricerche si scoprì che il corredo era stato disperso in vari musei in tutto il mondo. Purtroppo la mancata integrità e l’assenza di parte di esso rese la sua valenza storica irrimediabilmente perduta.
Grazie al Papiro Harris, anche se in parte deteriorato, possiamo conoscere gli eventi che caratterizzarono una delle imprese militari di Thutmosi III. La storia parla di come il generale Djehuty riuscì a conquistare la città palestinese di Joppa, l’impresa, per come si svolse, pare precedere la vicenda del “cavallo di Troia” raccontata da Omero nell’Iliade.
Seguiamo ora il racconto con particolare riferimento al testo tradotto dall’originale in geroglifico dal prof. Alberto Elli sul sito di Mediterraneo Antico. La parte iniziale del racconto è purtroppo andata persa, risultano leggibili solo alcune parole.
<<…….20 mariana (dall’accadico mariannu, soldati siriani) ……come posti in cesti…….Djehuty là……le truppe del Faraone…….i loro visi……. >>.
Djehuty invita il principe di Joppa ad una festa nel suo accampamento fuori dalla città. La festa si protrae per oltre un’ora durante la quale gli invitati mangiano e bevono a sazietà,
<<……. ora, dopo un’ora essi erano ubriachi…….>>.
Astutamente il generale egiziano Djehuty propone al principe di Joppa di fargli visitare la sua città:
<<…….con mia moglie e i miei figli nella (?) tua propria città………>>, e chiede inoltre che vengano rifocillati i suoi cavalli: <<……….fa’ che i mariana facciano entrare i cavalli e che si dia loro del foraggio……..>>, il principe acconsente: <<……… si ricoverarono i cavalli e si diede loro del foraggio……..>>.
Il principe di Joppa chiede a Djehuty di mostrargli la grande mazza del re Menkheperra (Thurmosi III):
<<………come dura il Ka del re Menkheperra, essa è oggi in tuo possesso; (fa una cosa) bella (?) e portamela!……..>>.
Djehuty fece portare la mazza e la mostrò al principe di Joppa, poi lo afferrò per la veste e stando ritto di fronte a lui disse:
<< Ecco la mazza del re Menkheperra, il leone selvaggio, figlio di Sekhmet, al quale Amon, suo padre, ha concesso la sua potenza……..>>,
sollevò la sua mano e colpì sulla tempia con la mazza il principe che cadde a terra. Quindi lo legò ad un piolo (“lo pose ai ceppi”), fermandogli i piedi con catene di rame. A questo punto mise in atto il suo piano che consisteva nell’introdurre di nascosto dentro le mura della città alcuni suoi soldati in modo che poi questi potessero aprire le porte al resto dell’esercito.
<<…….fece portare i duecento cesti che aveva fatto fare e vi fece entrare duecento soldati; si riempirono le loro braccia di corde e pioli e (poi) li si sigillò con un sigillo……>>.
Vennero radunati 500 (o 400), uomini robusti per trasportare i 200 cesti e ad essi furono impartiti gli ordini su come agire:
<<……..quando entrerete nella città, aprirete ai vostri compagni, catturerete tutta la gente che è in città e la porrete immediatamente in catene!…….>>.
Venne quindi detto all’auriga del principe di Joppa di recarsi dalla moglie ad annunciare che il dio Sutekh, aveva battuto e catturato Djehuty con sua moglie e i suoi figli rendendoli schiavi. Riguardo ai 200 cesti essi rappresentavano la prima parte del tributo. Così l’auriga si recò in città dicendo: << Abbiamo catturato Djehuty! >>. Non appena gli uomini furono entrati in città scattò la trappola:
<< …….Vennero aperti i sigilli (delle porte) della città davanti ai soldati ed essi entrarono in città. (Poi) essi aprirono ai loro compagni e questi si impadronirono della città, dai giovani agli anziani, e li misero immediatamente in catene e ai pioli…….. >>.
Presa la città, prima di andare a dormire, Djehuty inviò un messaggero a Thutmosi III in Egitto dicendo:
<< ……..Che il tuo cuore sia felice! Amon, il tuo buon padre, ti ha consegnato il principe di Joppa, insieme con tutta la sua gente ed ugualmente la sua città. Fa’ venire degli uomini per portarli via come prigionieri, così che tu possa riempire la casa del padre tuo Amon-Ra, re degli dei, con schiavi e schiave……..>>.
Djehuty, che guidò le sue truppe nella conquista della città di Joppa ricevette numerose decorazioni da Thutmosi III tra cui un anello ed una coppa d’oro, oggi conservata al Museo del Louvre, Pertanto il racconto, anche se in tono leggendario, rivela un fondamento di realtà.
<<…….È venuto felicemente (alla fine), per ordine dello scriba dalle abili dita, lo scriba dell’esercito……..>>.
Il generale Djehuty però non è stato una figura immaginaria. Nell’inverno del 1824, Bernardino Drovetti trovò la sua tomba (TT11) completamente intatta a Saqqara. Drovetti dopo averla scoperta la lasciò senza studiarla così la maggior parte degli oggetti in essa contenuti vennero rubati e venduti a vari musei o collezioni private ed oggi sono dispersi senza più la possibilità di essere attribuiti con certezza alla tomba di Djehuty quando non portano il suo nome.
Di realmente attribuibile a Djehuty sono: un solido d’oro e una boccia d’argento custoditi al Louvre, quattro vasi canopi che si trovano a Firenze, lo scarabeo del cuore e un braccialetto d’oro che si trovano al Rijksmuseum di Amsterdam.
Nulla si sa del sarcofago e della mummia di Djehuty sebbene fossero brevemente menzionati da Drovetti.
Fonti e bibliografia:
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Christian Jacq, “La Valle dei Re”, (traduzione di Elena Dal Pra), Mondadori, 1998
Alberto Siliotti, “La Valle dei Re”, White Star, 2004
Alessandro Roccati, “L’area tebana, Quaderni di Egittologia”, Aracne, 2005
Web, Storie di Storia.com, “Thutmosi III: il faraone successore di Hatshepsut”, Giampiero Lovelli, 2016
Tiziana Giuliani, “Completato il restauro della cappella della barca sacra di Thutmose III”, da Mediterraneo Antico, 2016
Paolo Bondielli, “Il Museo Egizio e il Tempio di Ellesija”, da Mediterraneo Antico, 2021
Gianpiero Lovelli, “Thutmose III : il faraone successore di Hatshepsut”, Storie di Storia, 2016
Edda Bresciani, L’Antico Egitto, De Agostini, Novara 2000
Franco Cimmino, Dizionario delle dinastie faraoniche, Bompiani, Milano 2003
Christian Jacq, L’Egitto dei grandi faraoni, Arnoldo Mondadori, Milano 1999
Gianpiero Lovelli, Rerum antiquarum et byzantiarum fragmenta, Libellula, Tricase 2016
Nicolas Grimal, Storia dell’Antico Egitto, Laterza, Bari 2007
Silvio Curto, “Il Tempio di Ellesjia”, Scala,
Mario Tosi, “Dizionario Enciclopedico delle Divinità dell’Antico Egitto” – Vol. II, Ananke
L’uomo più importante del regno di Hatshepsut, Senenmut, il suo braccio destro, colui che fu l’artefice della scalata al potere di Hatshepsut, l’architetto che gli costruì il suo maestoso tempio funerario (il suo amante, forse), chi era costui?
Senenmut, un uomo della strada, (come si suol dire), figlio di un certo Ramose e di Hatnefer (detta anche simpaticamente Titutiu), non proveniva dall’entourage della nobiltà egizia. Originario dell’Alto Egitto, nei pressi della prima cateratta del Nilo, giunse ad Ermonthis a seguito della sua famiglia dove si stabilì.
Ancora giovane partecipò alle prime campagne militari dove si dimostrò molto valoroso, in segno di riconoscimento venne insignito del bracciale “menefert”, (colui che rende belli).
Ormai inseritosi a pieno titolo nella corte faraonica, Senenmut e Hapuseneb, alla morte di Thutmosi II, appoggiarono incondizionatamente l’ascesa al trono di Hatshepsut, prima come reggente poi come sovrano a pieno titolo.
Hatshepsut espresse la sua riconoscenza verso i due e non lesinò nel concedere loro incarichi prestigiosi. Entrato quindi nelle grazie della regina, nonché della madre di lei, la Grande Sposa reale Ahmose, la quale gli fece dono di una zona nel Gebel Silsila ricca di cave di arenaria, Senenmut si trasferì a Tebe dove iniziò una favolosa carriera a corte.
Ricoprì numerosi ruoli, fra questi fu architetto reale, capo di stato e consigliere personale della regina Hatshepsut, (secondo voci di corridoio fu anche qualcosa di più per lei ma sul gossip dell’antico Egitto non mi soffermerei), nonché tutore della figlia primogenita Neferura.
Il suo nome, Senenmut, secondo alcuni assunto forse in un secondo tempo, significa “fratello della madre”, praticamente zio della piccola Neferura. La cosa però non trova alcuna conferma. Non si contano i titoli che poteva vantare, tra questi: “Responsabile della duplice Casa dell’Oro, del Giardino, dei campi e delle greggi di Amon”, “Sacerdote della Barca Sacra di Amon (l’Userhat)”, “Intendente della figlia reale Neferura”.
E, come se questo non bastasse, fece pure scrivere su alcuni ostraka trovati nel suo sepolcro a Sheikh Abdel Qurna:
<< Sono un nobile, amato dal mio Signore e sono entrato nelle grazie del Signore dei due Paesi, (Thutmosi II), egli mi ha fatto diventare grande amministratore della sua casa e giudice del paese tutto intero. Sono stato al di sopra dei più grandi, direttore dei direttori dei lavori. Ho agito, in questo paese, sotto il suo comando, fino al momento in cui la morte non è giunta davanti a lui. Ora io vivo sotto l’autorità della Signora dei due paesi, Hatshepsut Maatkare, che viva eternamente. >>.
Come abbiamo già avuto modo di dire, oltre a farlo gli storici, spesso ci si incensava da se stessi. Numerose sono le statue che lo ritraggono, (oltre venti), ritrovate in eccellenti condizioni, alcune delle quali scolpite con la tecnica della statua cubo, una di queste, che si trova all’Aegyptistiches Museum di Berlino, lo presenta mentre abbraccia la piccola Neferura sua pupilla.
Sul retro di una statua piccolina, dove Senenmut porta in braccio Neferura, viene citato un passo del Libro dei Morti:
<< Sono io colui che uscito dai flutti del fiume ebbe in dono l’Api (l’inondazione) per cui anche il Nilo è in mio potere >>.
(Certamente non peccava di modestia).
Ma non doveva neppure peccare di nepotismo, le sue due sorelle ed i suoi tre fratelli pare non abbiano tratto alcun beneficio dal potere accumulato da Senenmut.
Come architetto reale progettò e costruì l’imponente tempio della regina a Deir el-Bahari. A tal fine si ispirò al vicino tempio di Mentuhotep II senza però edificare la piramide sovrastante ma distruggendo la cappella di Amenhotep I per far posto alla prima terrazza.
Senenmut costruì la sua tomba poco distante dal tempio di Hatshepsut. Conosciuta oggi con la sigla TT353 si tratta di un piccolo sepolcro in cui sono rappresentate le sue straordinarie conoscenze nel campo dell’astronomia che ancora oggi stupiscono chiunque dovesse entrarvi.
Ho detto dovesse, perché la tomba è chiusa al pubblico ed è sotto chiave. Alcuni affermano che gli studiosi non sono favorevoli a commentare questa tomba perché ciò che vi è rappresentato sembrerebbe contraddire le loro interpretazioni della genesi d’Egitto.
Quando venne scoperta per la prima volta il soffitto della tomba presentava uno strato di intonaco che ricopriva i disegni ivi presenti. Questi non sono dipinti ma scolpiti, forse dallo stesso Senenmut, che, secondo quanto affermano alcuni studiosi, ricoprendoli con intonaco voleva preservarli per i posteri ai quali intendeva trasmettere le sue innegabili conoscenze nel campo dell’astronomia e non solo.
Sulla parte inferiore della volta è rappresentato il calendario egizio, dodici cerchi, (12 mesi di 30 giorni ciascuno), suddivisi in tre gruppi, (le tre stagioni egizie). Ciascun cerchio è ulteriormente suddiviso in ventiquattro spicchi, (secondo alcuni ciascuno spicchio rappresenterebbe le 24 ore di un giorno). Nella parte superiore è raffigurata una porzione di cielo che molti interpretano come segue:
<< Vi sono quattro barche: quelle più piccole, a sinistra, raffigurano i pianeti Giove e Saturno; le più grandi sono la dea Iside, che astronomicamente simboleggia la stella Sirio, e il dio Osiride, al quale era attribuita l’omonima costellazione, quella che per noi si chiama oggi “Costellazione di Orione”. In particolare, l’architetto ha voluto evidenziare un elemento preciso di tale costellazione: la Cintura, appunto >>. (Articolo Web del 2013 Scritto da Staff Videomisteri).
La Cintura di Orione, un piccolo insieme di stelle riprodotto fedelmente, due stelle allineate ed una disassata, come le tre piramidi di Giza (!). La stella centrale è racchiusa da tre linee che si chiudono a forma di goccia, simbolo che nella cultura mesopotamica rappresenta l’acqua. Alcuni studiosi vorrebbero vedere in ciò un’indicazione che ci direbbe che in quel punto dell’universo esiste acqua.
A questo punto ci si chiede: come poteva Senenmut possedere tali conoscenze? E possedendole perché avrebbe dovuto ritenerle così importanti? In una iscrizione l’architetto afferma:
<< Avendo percorso tutti gli scritti dei saggi, non ignoro nulla di quel che è successo a partire dal primo giorno >>.
Che cosa voleva dire? Sappiamo che Senenmut venne iniziato alla “Casa di Vita” di Karnak, dove erano pochi coloro ai quali era permesso accedere per apprendere le culture ancestrali e religiose gelosamente custodite e tenute segrete dai sacerdoti di Amon. Oggi nessuno è in grado di avanzare supposizioni su ciò che si custodiva nella “Casa della Vita” ne di quali misteri erano a conoscenza gli iniziati. A questo punto preferisco non addentrarmi oltre in questo discorso in quanto le mie competenze e conoscenze non mi permettono di approvare o contraddire nessuna delle teorie che sono state avanzate e non credo che questa sia la sede più adatta per esporre commenti personali.
Come abbiamo detto, pare che Senenmut non fosse un grande nepotista e non si distinse molto nell’elargire onori o ricchezze ai famigliari ma non lesinò certo nei suoi riguardi. Se prendiamo per buono ciò che lui stesso afferma ci troviamo di fronte all’uomo più potente d’Egitto dopo il faraone. Certamente doveva avere mano libera in molti campi, nonostante Hatshepsut fosse una regina autoritaria. Non c’è dubbio che il suo rapporto con la sovrana doveva essere molto stretto tanto da permettergli di disporre anche di risorse reali per soddisfare la sua ambizione.
La sua tomba, la TT353, che abbiamo già trattato, si presenta come uno scrigno misterioso dove egli volle racchiudere le sue conoscenze che, forse, non rivelò neppure alla sua regina. Fu forse un modo per esaltare il suo nome ai posteri, visto che solo ai faraoni era riservata la possibilità di una memoria imperitura. Ma neppure questo per lui era sufficiente, non potendo aspirare ad un suo tempio vero e proprio, vuoi che si facesse mancare qualcosa di altamente simbolico, magari un piccolo cenotafio? No, non se lo fece mancare.
Scelse allo scopo una zona situata nella necropoli tebana, sulla sponda ovest del Nilo presso l’antica Uaset, (Tebe), li si trovavano, secondo le antiche credenze egizie, i “Campi della Duat”, l’aldilà egizio. Nota fin dal Primo Periodo Intermedio come “Quella di fronte al suo Signore”, (o “Occidente di Tebe”), proprio di fronte alla riva orientale del grande fiume dove erano situati i palazzi reali ed i templi degli dei. In seguito all’utilizzo della Valle dei Re e della Valle delle Regine per le sepolture reali, la zona di Sheikh Abd el-Qurna venne prescelta per la sepoltura di nobili, funzionari e artigiani che operavano a Corte.
Qui, dove si trovano numerose “Tombe dei Nobili”, Senenmut fece erigere il suo secondo sepolcro, poco più che una cappella che risulta non essere mai stata usata come sepoltura. Un cenotafio, a se stesso consacrato, identificato con la sigla TT71, dove in un’iscrizione si autodefinisce “Governatore di tutti gli uffici della dea”.
La tomba si presenta oggi con le pareti molto danneggiate dove si scorgono dipinti ormai quasi illeggibili. John Gardiner e Robert Hay ne ricopiarono alcuni dei più danneggiati, ma fu solo nel 1906 che l’egittologo Kurt Sethe provvide ad una rilevazione completa. Su una delle pareti è rappresentato uno dei fratelli di Senenmut, Minhotep con le vesti da sacerdote “wab”.
All’interno venne rinvenuta una magnifica statua cubo di Senenmut con la sua pupilla Neferure che, secondo Lepsius, proverrebbe dalla nicchia che si trova sul fondo del corridoio, la statua è oggi conservata al Neues Museum di Berlino, mentre frammenti di un sarcofago in quarzite recante il nome di Senenmut, sono stati rinvenuti da Herbert Winlock intorno al 1930 ed oggi si trovano al Metropolitan Museum di New York. Sono inoltre presenti alcune pitture, purtroppo anch’esse danneggiate, che rappresentano scene di offerte dove sei portatori sembrano essere Egei in quanto ricordano quelli di Knossos.
Sulla facciata della TT71 è presente una nicchia in cui, scavata e scolpita nella stessa roccia della collina, si trova un’altra statua cubo solo abbozzata di Senenmut e della principessa Nefrure.
Della fine di Senenmut non si sa nulla, secondo alcuni studiosi ad un certo punto sarebbe caduto in disgrazia in quanto di lui non si hanno più tracce, secondo altri sarebbe invece sopravvissuto alla morte di Hatshepsut ma anche qui siamo nel vago per cui si possono solo avanzare ipotesi prive di fondamento.
L’uomo più potente del regno di Hatshepsut, il suo consigliere e, forse, amante, improvvisamente scompare nel nulla (forse morì, o forse no), intorno al ventesimo anno di regno della regina. L’enigma della repentina scomparsa di Senenmut ha costituito per decenni un grattacapo per gli studiosi i quali hanno formulato decine di ipotesi fino ad immaginare trame ed intrighi a corte con tanto di omicidi.
Quello che possiamo dire è che molto probabilmente cadde anche lui nella strana “damnatio memoriae” in cui incorse Hatshepsut, forse ad opera di Thutmosi III o, più verosimilmente, di suo figlio Amenhotep II, e questo a causa della sua indiscutibile fedeltà alla regina. Ma forse, almeno per quanto riguarda Senenmut, non fu opera loro.
La troppa vicinanza dell’architetto con la regina Hatshepsut non era sicuramente ben vista dai sacerdoti di Amon i quali forse temevano che Senenmut si confidasse con la sovrana e ad essa rivelasse ciò che aveva appreso durante la sua iniziazione nella “Casa di Vita” di Karnak che doveva rimanere un segreto inviolabile. Questo porterebbe a ritenere che il clero tebano abbia rivestito un ruolo di prim’ordine nel condannare alla “damnatio memoriae” il faraone donna Hatshepsut e, come ovvia conseguenza si accanirono anche contro Senenmut.
Molte rappresentazioni della regina e dell’architetto vennero scalpellate dalle pareti del tempio di Deir el-Bahari. Ma, forse perché non era del tutto voluto neppure dal clero di Amon, in quanto Hatshepsut era la “Grande sposa reale di Ahnose”, nonché (Henemetamon-Hatshepsut, “Amata da Amon-Prima tra le Nobili Dame”, o forse perché il lavoro degli scalpellini fu condizionato da una sorta di riverenza nei confronti della regina che non odiavano per cui si limitarono alle parti più in evidenza, in ogni caso il faraone donna ed il suo architetto non scomparvero mai del tutto dalla storia egizia e sono giunti fino a noi. Dove effettivamente sia stato sepolto Senenmut nessuno lo sa con certezza.
Poiché nella famosa cachette di Deir el-Behari, DB320, sono presenti numerose mummie maschili alle quali non è stato possibile assegnare un nome, si potrebbe ragionevolmente ipotizzare che una di esse sia quella di Senenmut
Fonti e bibliografia:
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Alessandro Roccati, “L’area tebana”, Quaderni di Egittologia, Roma, Aracne, 2005
Alberto Sillotti, “La Valle dei Re”, Vercelli, White Star, 2004
Sergio Donadoni, “Le grandi scoperte dell’archeologia”, Istituto Geografico De Agostin, 1993
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, vol. II, Ananke, 2012
Alan Gardiner, “Egypt of Pharaohs”, Oxford University Press, 1961
Margaret Bunson, “Enciclopedia dell’Antico Egitto”, F.lli Melita editori, La Spezia, 1995 Kent R. Weeks, “I tesori di Luxor e della Valle dei Re”, Edizioni White Star, 2005
Hatshepsut, la regina con la barba, il suo nome significa “La prima tra le nobili”. Gli egizi la conoscevano comunemente tramite il praenomen Maatkara. Nei suoi monumenti compare con il nome intero Henemetamon-Hatshepsut, ma questa regina sorprese anche gli studiosi che scoprirono l’esistenza di questo faraone-donna con il nome iscritto al maschile Hatshepsu o, in certe grafie Hashepsu, rappresentato come un uomo, con la barba posticcia come tutti i faraoni. La regina compare indistintamente come maschio e come femmina quasi a volersi appropriare del concetto di dualità che aveva molta presa nella mentalità egizia.
Figlia di Thutmosi I e della sua Grande Sposa Reale Ahmose, viene considerata a tutti gli effetti la quinta sovrana della XVIII dinastia. Ancora in tenera età (12 anni) andò sposa al fratellastro Thutmosi II, figlio della sposa secondaria di Thutmosi I Mutnofret per rafforzare la sua pretesa al trono.
Alla morte del padre Hatshepsut, che portava anche il titolo eccelso di “Divina Sposa di Amon”, portatrice del sangue della venerata regina Ahmose Nefertari (nonna o bisnonna, a quel tempo già deificata), avrebbe avuto tutti i diritti per succedere al trono visto che i suoi fratelli erano morti. Pare, ma non è certo, che suo padre, Thutmosi I l’avesse designata a succedergli. Certamente l’ambizione di Hatshepsut era quella ma le cose non andarono secondo la sua volontà, al trono salì Thutmose II, di sangue reale solo da parte di padre che rafforzò questa sua posizione sposando la sorellastra ancora troppo piccola per potersi imporre. Hatshepsut dovette accontentarsi di diventare “Grande sposa reale”, sicuramente accettò quella posizione a malinquore tanto doveva essere il suo orgoglio.
Forse anche a causa di problemi di salute, di cui doveva soffrire, Thutmosi II non fu certo un grande nell’amministrazione del potere tanto che la forte personalità di Hatshepsut gli permise di attorniarsi di una cerchia di sostenitori abili e potenti come Hapuseneb e soprattutto di Senenmut.
Senenmut fu architetto, capo di Stato e diretto consigliere della regina Hatshepsut, il suo nome tradotto letteralmente significa “fratello della madre” in quanto tutore della principessa Neferura, figlia di Thutmosi II e di Hatshepsut, ma di lui parleremo più approfonditamente in seguito.
Thutmosi II morì intorno ai 25-30 anni, il terzo giorno del primo mese di Shemu dopo un breve regno (forse 3 anni) lasciando i suoi due figli, la principessa Neferura e il figlio maschio Thutmosi avuto dalla seconda moglie Iside. Trovandosi entrambi in tenerissima età si aprì una crisi per la successione che troviamo descritta sul muro della cappella del funzionario Ineni:
<<………[Thutmosi II] uscì verso il cielo e si unì agli dei. Il figlio [Thutmosi III] si levò al suo posto a Re dei Due Paesi. Egli governò sul trono di colui che lo aveva generato………La “Sposa del dio” Hatshepsut dirigeva gli affari del Paese secondo la propria volontà. L’Egitto con il capo abbassato lavorava per lei……..>>.
Erede legittimo al trono Thutmosi III, “Menkheperra Thutmose”, doveva avere all’incirca tre anni. Forte dell’appoggio dei suoi numerosi sostenitori, primo fra tutti l’architetto Senenmut, Hatshepsut assunse di fatto la reggenza sebbene la cosa fosse anomala, anche se si era già verificato varie volte in passato, era però la prima volta che una regina assumeva la reggenza senza essere la madre del re.
Hatshepsut esercitò la reggenza per i primi anni di regno di Thutmosi III poi, il suo orgoglio e la brama di potere la portarono ad intentare una rivoluzione strisciante destinata a cambiare in modo radicale la società tradizionale egizia.
Iniziò esautorando il potentissimo funzionario Ineni che molta parte aveva avuto nell’ascesa al potere di Thutmosi II. Al suo posto coprì di onori e incarichi prestigiosi i suoi fedeli sostenitori, Senenmut e Hapuseneb.
Hapuseneb fu un grande politico, Visir e Sommo sacerdote di Amon, seppe imporsi in modo rilevante durante l’ascesa al potere di Hatshepsut.
Dapprima si cercò di dimostrare a tutti che Thutmosi I, prima di morire, l’avesse nominata a tutti gli effetti sua diretta discendente permettendogli in tal modo di rivendicare il diritto di salire al trono. Ma, come se ciò non bastasse, si cominciò a far circolare una leggenda sulla nascita di Hatshepsut che la stessa regina fece raffigurare in un ciclo di pitture e testi, ancora presenti sulle pareti del suo maestoso tempio a Deir el-Bahari a testimonianza del proprio diritto al trono.
Le sculture a bassorilievo del tempio di Hatshepsut raccontano la storia della nascita divina di un faraone donna, il primo del suo genere. Come nella rappresentazione di un dramma le scene si susseguono rappresentando il concepimento e la nascita divina della regina. Il testo è molto lungo, io ne riporto alcuni brani significativi. Nella prima scena il dio Amon, assiso in trono, attorniato da dodici dei, esprime la sua volontà:
<<……..Desidero la compagna [Ahmose] che egli [Thutmosi I] ama, colei che sarà la madre autentica del re dell’Alto e Basso Egitto, Maatkara, che viva, Hatshepsut Unita ad Amon…….Io le darò tutte le pianure e tutte le montagne……..farò che siano dati dei grandissimi Nili alla sua epoca……..e colui che bestemmierà impiegando il nome di Sua Maestà, farò che muoia sul campo…….>>.
A questo punto Amon manda il dio ibis, Thot sulla terra il quale torna a riferire:
<<…….Questa giovane donna di cui mi hai parlato……….il suo nome è Ahmose. Essa è bella più di qualunque altra donna che sia nel Paese, va e prendila…….>>.
Dunque Amon scende sulla terra con le sembianze del faraone Thutmose I, si introduce nella stanza della regina e giace con lei, nelle immagini non è rappresentato l’amplesso ma il testo è molto esplicito, evoca un’accesa sensualità che la regina Ahmose non sa trattenere non appena riconosce che si tratta del dio Amon:
<<………Allora Amon, il dio eccellente signore del Trono delle Due Terre, si trasformò e prese l’aspetto di Sua Maestà [Thutmosi I]……..la trovò che dormiva nella bellezza del suo palazzo……..l’amore di Amon penetrò il suo corpo…….Quanto è grande la tua potenza……..quando la tua rugiada ha penetrato tutta la mia carne……..>>.
Quindi Amon chiama il dio vasaio Khnum e gli ordina di modellare sul suo tornio il corpo e l’anima (ka) di Hatshepsut ed il dio Khnum precisa:
<<………Le sue forme saranno più esaltanti di quelle degli dei, nel suo splendore di re dell’Alto e Basso Egitto……..>>.
Nelle scene che seguono si nota una stranezza, sia il corpo che l’anima di Hatshepsut hanno entrambe i genitali maschili. A questo proposito l’egittologa francese Christiane Desroches Noblecourt suggerisce che sia il corpo che l’anima non rappresenterebbero la persona di Hatshepsut ma la sua funzione regia con il suo ka, il concetto stesso di “faraone”.
Ma torniamo all’ascesa al trono della regina, innanzitutto va detto che ancora prima di assumere il potere regale aveva già provveduto a farsi costruire una tomba. Per questo scelse lo Wadi Sikket Taqa el-Zaide, che si trova ad ovest della Valle dei Re, dove Howard Carter la scoprì nel 1916; oggi è contrassegnata dalla sigla WA D. Racconta Carter:
“Era mezzanotte quando arrivammo sul luogo e la guida mi indicò una fune che penzolava nel vuoto lungo la faccia della rupe. Ci mettemmo in ascolto e sentimmo i ladri che stavano operando proprio in quel momento…….quando raggiunsi il fondo ci furono un paio di momenti di tensione. Diedi loro l’alternativa di sloggiare per mezzo della mia fune, o restare dov’erano senza alcuna fune e quelli, capita l’antifona, fuggirono” (Howard Carter).
Nella tomba Carter rinvenne pure un sarcofago in quarzite gialla, che oggi si trova al Museo Egizio del Cairo, sul sarcofago si trova l’iscrizione:
“La principessa ereditaria, grande di favori e di grazia, Signora di tutte le terre, figlia del re, sorella del re, la Grande Sposa e Signora delle Due Terre Hatshesput”.
Dopo la sua ascesa al trono però Hatshesput decise che le dimensioni di questa sepoltura non si addicevano a un faraone, la tomba venne così abbandonata e non se ne seppe più nulla fino al suo ritrovamento. Pensando quindi ad un complesso molto più maestoso, pur essendo donna, non scelse come luogo per la sua sepoltura la Valle delle Regine, ma per rimarcare la sua posizione di faraone si rivolse alla Valle dei Re e scelse la tomba KV20 (forse la più antica di tutta la Valle), già occupata da suo padre Thutmosi I. Fece ingrandire la tomba dotandola di una nuova camera sepolcrale in modo che potesse contenere una doppia sepoltura, la sua mummia e quella del padre che fece deporre in un nuovo sarcofago originariamente destinato a lei. Pare che, al momento della sua morte, in un primo momento sia stata effettivamente inumata accanto a Thutmose I nella KV20.
Dopo aver “silurato ” Ineni abbiamo visto che il pensiero predominante di Hatshesput era quello di farsi accettare come faraone donna, cosa che appariva almeno insolita dai più. Con i suoi accoliti e grazie ad un’abilità straordinaria, Hatshepsut, figlia di Amon e da lui stesso designata a regnare, non incontrò ostacoli. Il periodo in cui ciò avvenne è ancora oggetto di dibattito tra gli studiosi, alcuni sostengono che la cosa si verificò nei primi due anni di regno, secondo altri sarebbe avvenuta al settimo anno. Tale fu per molto tempo l’immaginario collettivo nei riguardi della regina Hatshepsut che ne nacque una leggenda popolare che intendeva identificare la regina con la principessa Bithia, colei che trovò Mosè che galleggiava nella cesta di vimini sul Nilo. Inutile dire che il tutto è stato largamente smentito sia dagli egittologi che dagli stessi studiosi della Bibbia.
Con il piccolo Thutmosi III nell’ombra, la “regina” si dedicò subito agli affari di stato proseguendo nella politica iniziata dai suoi predecessori, era necessario ripristinare i rapporti con i paesi confinanti che più avevano risentito degli sconvolgimenti avvenuti durante il periodo degli Hyksos. Più ancora che con la guerra occorreva ristabilire i contatti e riaffermare l’influenza egizia sui vari popoli. Hatshepsut si dimostrò fin da subito una sovrana pacifica, si dedicò maggiormente ad impiegare risorse nella costruzione di edifici più che nella conquista di nuovi territori; non fu comunque una sovrana imbelle trascurando le sorti del regno che aveva ereditato, per la difesa dei suoi confini si operò particolarmente nel dissuadere i vicini più bellicosi, allo scopo intraprese almeno sei campagne militari nei suoi ventidue anni di regno.
Come sempre in passato alla morte di un faraone i nubiani assalivano i confini meridionali dell’Egitto e le fortezze quasi per verificare le reazioni del nuovo faraone. Hatshepsut reagì subito con forza recandosi personalmente a condurre il contrattacco e, con spavaldo orgoglio lo fece descrivere nelle pareti del suo tempio a Deir el-Bahari.
<<……Un massacro fu fatto fra loro, essendo sconosciuto il numero dei morti, furono loro tagliate le mani…….Tutti i Paesi stranieri parlarono allora con la rabbia nel cuore……I nemici complottavano nelle loro vallate……I cavalli sulle montagne…….il loro numero non fu noto……..Ella ha distrutto il Paese del Sud, tutti i Paesi sono sotto i suoi sandali……come era stato fatto da suo padre il re dell’Alto e Basso Egitto Akheperkara…….>>.
Spiccano dai rilievi nel suo tempio funerario di Deir el-Bahari le rappresentazioni della campagna che intraprese intorno al nono anno di regno. Questa fu diretta al Paese di Punt, forse la Somalia ed era composta da cinque navi della “lunghezza di 70 piedi”. Le navi tornarono cariche di tesori, mirra e numerosi alberi d’incenso che la regina fece piantare nel cortile del suo tempio funerario.
Da un rilievo del tempio emerge quello che sarà stato il racconto dei componenti della spedizione circa la descrizione della Regina di Punt la Regina Ati. Questa viene rappresentata in modo grottesco e particolarmente corpulenta al punto tale che la cosa ha suscitato numerosi interrogativi. Oltre a quattro pieghe di grasso sul ventre e i grossi seni flaccidi, questa donna di statura normale è deformata da enormi cuscinetti che le invadono le braccia e le cosce e debordano sulle ginocchia, risparmiando relativamente le estremità. Il suo aspetto è sgradevole, indossa un vestito giallo, bracciali, cavigliere, ed una collana di perline alternate e un catenina le gira attorno alla gola. I suoi capelli, come quelli di sua figlia, sono legati con una fascia sulla fronte.
Maspero suggerisce che la Princessa Ati possa aver sofferto di elefantiasi; Mariette è invece dell’opinione che gli artisti Egiziani non abbiano rappresentato solo la moglie di un capo, bensì il tipo di donna più ammirato dalla razza somala. È, infatti, opinione di molti studiosi che Ati sia un esempio del più alto tipo di bellezza femminile per il popolo di Punt, ciò in accordo con il gusto dei nativi di certe parti dell’Africa Centrale. Forse la regina di Punt soffriva di qualche malattia tipo iperlordosi o ipotiroidismo con mixedema o simili oppure è stata rappresentata volutamente in modo grottesco per esaltare maggiormente la differenza di bellezza con quella di Hatshepsut.
Restando sul piano militare la regina Hatshepsut non fu certo da meno di molti suoi predecessori e tanto meno di suoi successori. Preso atto che a tutti gli effetti gli egiziani erano rimasti privi di una guida sicura data la giovane età del faraone designato, alcune tribù provenienti dalla Siria e dalla Palestina ne approfittarono per creare problemi alle frontiere egizie compiendo escursioni e scorribande.
Certo non avevano fatto i conti esatti, dietro Thutmosi III c’era Hatshepsut che non ci mise molto a farsi riconoscere. Non si sa il periodo preciso in cui ciò avvenne ma sicuramente fu nei primi anni di regno della sovrana. Senza muoversi dalla sua capitale la sovrana ordinò quella che da molti viene considerata la sua seconda campagna militare, anche se in effetti dovette essere la prima di guerra, che in breve rimise le cose a posto. In un secondo tempo l’irrequietezza dei nubiani, forse spinti dalle stesse ragioni degli asiatici, li indusse sconsideratamente ad attaccare la frontiera meridionale dell’Egitto intorno al dodicesimo anno di regno della regina (ca. 1466 a.C.) ma la fermezza ed abilità di Hatshepsut li fronteggiò e li represse ferocemente.
Non paghi forse di quella sconfitta, i nubiani si riorganizzarono e ci riprovarono otto anni dopo, ma gli egizi, questa volta pare che lo stesso Thutmosi III, ormai poco più che ventenne, abbia guidato personalmente le truppe egizie, riscossero una nuova grande vittoria. Poiché i nubiani nelle loro scorribande godettero dell’appoggio degli abitanti del paese di Mau, nella Nubia meridionale, fu ancora il giovane principe Thutmosi III ad invaderli e sconfiggerli; di questa campagna esiste una citazione che parla di una caccia al rinoceronte che Thutmosi III intraprese durante gli scontri.
Fu poi nell’ultimissima parte del regno di Hatshepsut che Thutmosi III, ormai pienamente entrato nel ruolo che lo vedrà grande re-guerriero, agì prontamente riscuotendo enorme successo. Con il suo esercito invase la Palestina ed espugnò la città di Gaza che si era ribellata ristabilendo il potere egizio su quelle terre.
Hatshepsut, ormai anziana non aveva più voce in capitolo, il suo ruolo ormai era solo più meramente rappresentativo, il potere era a pieno titolo nelle mani del nipote Thutmosi III che aveva assunto una posizione dominante all’interno della casa reale.
Per quanto concerne l’attività costruttiva, Hatshepsut può essere definita a pieno titolo una tra le più prolifiche della storia egizia, fece costruire centinaia di edifici, sia nell’Alto che nel Basso Egitto, maestosi edifici così numerosi da superare tutti quelli costruiti dai suoi predecessori per tutto il Medio Regno. Sono molti gli edifici che i suoi successori tentarono di attribuirsi la paternità, spesso in modo grossolano e del tutto evidente.
La sovrana, forse anche dietro suggerimento di Senenmut, maggiordomo reale, primo consigliere della regina e, pare, anche il suo amante, andò a ripescare l’illustre architetto Ineni, che aveva messo in disparte all’inizio del suo regno assegnandogli numerosi incarichi riguardo alle costruzioni. La produzione di statue reali assunse proporzioni ineguagliabili, il grande numero di quelle giunte fino a noi è tale che quasi ogni museo di antichità egizie ne possiede almeno una.
A New York il Metropolitan Museum of Art ha istituito al suo interno una apposita sala, la “Hatshepsut Room” dove sono contenuti solo reperti della regina.
A Karnak Hatshepsut seguì la tradizione dei grandi faraoni facendo costruire opere di abbellimento del grande Complesso Templare; riportò alla sua originale bellezza il Recinto di Mut, dedicato alla dea Grande Sposa di Amon. Il Recinto aveva subito gravi danni in seguito alle devastazioni del periodo degli Hyksos.
Famosi per la loro imponenza i due obelischi che la regina fece erigere all’entrata del tempio di Karnak dopo il quarto pilone. Uno dei due è ancora in piedi ed è il più alto obelisco presente in Egitto, 29,26 metri, il gemello è crollato spezzandosi in due parti. Il più alto al mondo è l’obelisco Lateranense a Roma che raggiunge, senza il piedistallo, 32,18 metri.
Un’altra importante costruzione è la cosiddetta “Cappella Rossa” di Karnak, destinata a contenere il tabernacolo della barca sacra di Amon. E’ rivestita in pietra intagliata e decorata da scene che raccontano momenti di vita della regina.
La Cappella era lunga 18 metri e larga 6, le mura erano alte 5,5 metri terminando con modanatura a gola egizia, la parte inferiore era in diorite nera mentre quella superiore in quarzite rossa che gli valse il nome di Cappella Rossa. All’interno del recinto aveva due cortili aperti, al centro del primo si trovava una vasca che doveva contenere probabilmente la barca sacra, al centro del secondo si trovavano due piedistalli di pietra.
Probabilmente si trovava nella corte centrale, secondo alcuni tra i due obelischi, ma la cosa non è certa.
Forse Hatshepsut non riuscì a completarlo, cosa che fece poi Thutmosi III, pena poi farlo smantellare in un secondo tempo (forse a causa della “damnatio memoriae” in cui era caduta la regina). I blocchi vennero in parte riutilizzati per il santuario di Amon ed i restanti riutilizzati per altri lavori tra cui le fondazioni del nono pilone del tempio di Ptah.
Fortunatamente per gli archeologi, Amenhotep III ne usò molti come riempimento del terzo pilone per cui si sono conservati praticamente integri. Questi furono usati nel 1997 quando venne decisa la ricostruzione parziale della Cappella Rossa che oggi fa bella mostra di se nel museo all’aperto di Karnak e misura 15 metri per 6.
Adesso che abbiamo imparato a conoscerla non ci stupiamo di certo se apprendiamo che alla bella regina due obelischi non bastavano, soprattutto come dimensioni. In occasione del sedicesimo anniversario della sua ascesa al trono decise di farsi un regalo, ordinò che gli venissero scolpiti due obelischi che avrebbero dovuto superare in altezza tutti quelli esistenti. La sua ambizione venne purtroppo frenata da un inconveniente che si verificò a lavoro quasi finito. L’obelisco più grande, che avrebbe misurato 41,75 metri di altezza con una base di 4,2 x 4,2 metri, ed un peso di circa 1.200 tonnellate, ad un certo punto si crepò, una lunga fenditura perpendicolare all’asse verticale dell’obelisco, che parte dalla cima e scende per parecchi metri vanificò tutto il lavoro fino ad allora svolto. Abbandonato nella cava che si trova due kilometri a sud di Assuan, il cosiddetto “Obelisco incompiuto di Assuan” è rimasto li, nella cava di granito rosa, per oltre 3.500 anni ad attirare migliaia di turisti che ogni anno vanno a visitarlo. Tutta l’area è stata dichiarata dal governo egiziano “Museo all’aperto”.
Oltre che ai turisti l’obelisco incompiuto è servito agli studiosi per capire la metodologia utilizzata per la creazione degli antichi obelischi (pare).
Hatshepsut si preoccupò anche di onorare la dea Pakhet, una forma sincretica di Bastet e Sekhmet, due divinità della guerra, entrambe di forma leonina, una per l’Alto Egitto l’altra per il Basso Egitto. Venerata principalmente nelle zone di confine tra nord e sud, presso Minya (Beni Hasan), dove, per la loro somiglianza, le due dee si univano per assumere una forma unica, era la dea venerata nel XVI nomo dell’Alto Egitto.
Pakhet rappresentava la furia distruttrice del sole, nei “Testi dei sarcofagi” e veniva rappresentata come colei che va a scovare le prede nel buio della notte. Fu proprio a Beni Hasan, nei pressi di una necropoli contenente 39 antiche tombe del Medio Regno, nel territorio del nomo di Oryx il cui governatore era Hebenu, che Hatshepsut fece costruire in una grotta sotterranea un tempio rupestre dedicato alla dea Pakhet, ammirato per secoli venne nominato “Speos Artemidos” (Grotta di Artemide) durante il periodo tolemaico.
Dopo la morte di Hatshepsut il tempio subì delle modifiche sempre nell’intento di cancellare il più possibile la memoria della regina, Seti I della XIX dinastia fece addirittura asportare alcune decorazioni che impiegò nella sua tomba.
Ma per soddisfare la sua ambizione di apparire sempre più grande poteva Hatshepsut essere da meno dei suoi più grandi predecessori che si erano costruiti un tempio funerario? Certo che no.
Alla costruzione del suo magnifico tempio funerario ci pensò Senenmut, il suo inseparabile cancelliere, architetto reale e forse amante che, con ogni probabilità, progettò il tempio. Venne scelta come località Deir el-Bahari dove già esisteva il tempio di Mentuhotep che venne preso a modello pur differenziandosi per molti aspetti. Il tempio di Hatshepsut, altrimenti detto “Djeser-Djeseru” (Sublime dei sublimi o Meraviglia delle meraviglie o Santo dei Santi) si trova sulla sommità di varie terrazze, un tempo giardini lussureggianti, costruite a ridosso della scarpata rocciosa che costituisce il limite della Valle del Nilo e che forma uno scenario alle spalle del complesso. Il tempio rappresenta una innovazione architettonica che crea un punto di fusione tra quella egizia e quella classica, anticipando di oltre un millennio quella che possiamo ammirare nel Partenone di Atene.
Si tratta di uno dei maggiori esempi di architettura funeraria del Nuovo Regno dove la sublime grandezza del faraone si affianca a quella degli dei che lo accompagneranno nella sua vita ultraterrena. Viene abbandonata quella forma di grandezza megalitica fine a se stessa dell’Antico Regno per creare un luogo dove il culto possa trovare il massimo spazio. Il tempio si sviluppa su tre livelli di terrazze che raggiungono un’altezza totale di 35 metri. Ogni livello è sorretto da una doppia fila di colonne quadrate tranne l’angolo nordoccidentale della seconda terrazza dove è situata la cappella con colonne protodoriche; ciascuna terrazza è raggiungibile attraverso ampie rampe che in origine ospitavano giardini con piante esotiche provenienti dalla terra di Punt, in particolare mirra e alberi d’incenso dai quali si ricavava il franchincenso, o olibano, per i rituali.
Come abbiamo già accennato in precedenza, all’interno del tempio si trova il ciclo di bassorilievi che raccontano la storia della nascita divina della regina per opera del dio Amon; inoltre è ampiamente rappresentata la spedizione nel paese di Punt. Due statue di Osiride oltre a molte altre che rappresentavano la regina in diverse pose, in piedi, in ginocchio o seduta, si trovavano all’interno del tempio dove abbondavano gli ornamenti e le sculture.
Tutto ciò venne in parte fatto distruggere dal suo figliastro e successore Thutmosi III nell’ambito della “damnatio memoriae” alla morte di Hatshepsut. Cosa si può ancora aggiungere, abbiamo parlato di una grande donna, principessa e regina di un popolo che valorizzava le donne fino al punto di accettare di esserne governato. Di una donna che voleva essere uomo pur essendo più grande di molti uomini che la precedettero e gli successero. Fu un grande faraone, più grande e più potente di Nefertiti e Cleopatra, ma alla sua morte fu colpita dalla “damnatio memoriae”, con tanto di cancellazione del suo nome dai monumenti e manomissione delle statue che la ritraevano.
A questo proposito occorre aggiungere che la cancellazione delle immagini e dei nomi di Hatshepsut non fu così immediato e totale come ci si aspetterebbe da una vera damnatio memoriae, se così fosse stato oggi non avremmo una così ricca iconografia della regina. Nulla prova che Thutmosi III volle mai una cancellazione totale del ricordo di Hatshespsut, se così fosse stato, in quanto comandante supremo dell’esercito nominato proprio dalla stessa Hatshepsut, sicura della fedeltà del nipote, cosa gli avrebbe impedito di ordire un colpo di Stato ed impadronirsi del trono di suo padre?. Hatshepsut fu una grande donna e soprattutto un grande faraone anche senza la barba finta.
Purtroppo anche le grandi figure ad un certo punto muoiono, e così morì anche Hatshepsut. Come e quando sia morta non è ben chiaro, alcuni fanno risalire la sua morte intorno al suo 22º anno di regno. Questo viene dedotto dalle iscrizioni presenti su di una stele dove compaiono insieme la regina con il nipote Thutmose III, la stele è datata il “ventiduesimo anno, il decimo giorno del mese di peret” e risale al 1458 a.C. circa, fu rinvenuta ad Ermonti e dal 1819 è conservata nel Museo Gregoriano Egizio in Vaticano.
Si ritiene che la stele celebri l’ascesa al trono di Thutmosi III e che a proclamarlo sia proprio Hatshepsut ormai troppo vecchia (e malata?) per continuare a regnare personalmente. Sulla stele compare Thutmosi III che indossa la corona bianca khedyet dell’Alto Egitto, porta la barba posticcia e veste il corto gonnellino detto shendit dal quale penzola la classica coda di toro. Davanti a lui, per rimarcare la sua posizione di maggior rilievo, compare il Faraone Hatshepsut nell’atto di porgere delle offerte al Dio, nelle mani stringe due vasi globulari. Non porta la barba posticcia ma veste lo shendit da uomo con la coda di toro e indossa la corona azzurra khepresh del Basso Egitto. Lei è la Grande Sposa Reale, la sposa principale del faraone Thutmosi II. Nel testo, Hatshepsut, esaltando il nipote, afferma tra l’altro:
<<……..Quando lanciava frecce contro un bersaglio di rame, tutti i pali si spezzavano come canne……..Io dico ad alta voce ciò che ha fatto e non vi è nè bugia nè menzogna alla presenza di tutto quanto il suo esercito. Non vi è là una parola di esagerazione…….>>.
Come abbiamo visto in precedenza, dopo essersi fatta costruire una prima tomba, quando era ancora “Grande sposa reale” di Thutmosi II, decise che questa non era degna di accogliere una donna del suo lignaggio ed iniziò ad ingrandire ed ampliare, dotandola di due camere sepolcrali, la tomba originariamente creata per suo padre Thutmosi I, la KV20, dove in effetti potrebbe essere stata sepolta.
Non si sa per quale ragione, forse per prevenire i frequenti saccheggi di tombe, Thutmosi III ad un certo punto decise di far spostare la mummia di Thutmosi I in una nuova tomba, la KV38 dotandola di un nuovo corredo funerario.
A questo punto è possibile che Hatshepsut sia stata spostata nella tomba KV60 che in origine era la tomba del nobile Maherpera che molti egittologi suppongono che si trattasse di un figlio di Hatshepsut e del suo amante Senenmut. Nella tomba si trovava già la mummia della nutrice della regina, Sitra. Scavata prima da Carter nel 1903, venne successivamente rivisitata da Ayrton nel 1906 il quale rinvenne all’interno due mummie, all’interno di un sarcofago si trovava la mummia di Sitra che venne asportata, accanto un’altra mummia, sempre femminile, che venne lasciato in loco. All’epoca né Carter né Ayrton mapparono la tomba che venne dimenticata. Verrà ritrovata solo nel 1990 grazie agli scavi di Donald P, Ryan.
Nel 1966 alcuni studiosi, esaminando i diari di scavo dei due predecessori, ipotizzarono che la seconda mummia fosse quella di Hatshepsut; come vedremo più avanti sarà solo nel 2006 che Zahi Hawass, grazie ad un dente, riuscirà a dimostrare che si tratta proprio di Hatshepsut (?). Se le analisi del DNA e le prove con il dente di Zahi Hawass, di cui parleremo più avanti, fossero corrette allora potremo ipotizzare le probabili cause della morte della regina.
La mummia è quella di una donna sulla cinquantina, veneranda età per il periodo, obesa, con i capelli ramati e alta intorno al metro e sessanta, pare che la regina soffrisse di diabete, di artrite e possedesse una pessima dentatura, cosa molto diffusa in quel tempo in Egitto a causa della quantità di fine sabbia contenuta nella farina per fare il pane. Era pure affetta da un cancro alle ossa ormai diffuso in tutto il corpo. Si presentava con la postura di mummificazione tipica dei membri della famiglia reale.
Ora torniamo alla KV20 dove con ogni probabilità venne collocata la sua mummia, Durante la sua esplorazione del 1903, Howard Carter rinvenne alcuni oggetti appartenuti ad Hatshepsut ma altri provenienti dal suo corredo funebre vennero trovati sparsi in vari altri posti, la testiera di un letto (in un primo tempo scambiata per un trono, un gioco da tavolo, senet con pedine in diaspro rosso recanti i suoi titoli regali, un anello con sigillo e un ushabti rotto con parte del suo nome. Ma la cosa più importante per Zahi Hawass fu il ritrovamento, nella cachette di Deir el-Bahari, di un contenitore per vasi canopi in avorio sul quale spicca il nome di Hatshepsut con al suo interno un fegato (o milza) mummificato oltre ad un dente, molare con parte della radice.
Nella primavera del 2007 Zahi Hawass fece trasportare la mummia al Museo egizio del Cairo per analizzarla. Subito venne constatato che alla mummia mancava un dente. Venne allora preso il molare trovato nello scrigno canopico di Deir el-Bahari e confrontato con la parte della radice che si trova ancora nella mascella della mummia, apparve subito evidente che la due parti combaciavano perfettamente. A questo punto il caso è risolto, la mummia è realmente quella della regina Hatshepsut.
In una conferenza stampa presso il Museo Egizio del Cairo, il ministro della Cultura egiziano Farouk Hosni e il segretario generale del Consiglio Superiore per le Antichità Zahi Hawass hanno affermato:
<< L’identificazione certa della mummia è stata possibile grazie al matrimonio tra tecnologia, scienza e archeologia >>.
E se lo dice Zahi Hawass…………(mi si perdoni lo scetticismo). Si pensa che il tumore osseo che la uccise sia da attribuire all’uso prolungato di una pomata di cui la regina faceva uso per lenire i dolori causati da una malattia cronica della pelle. (Prof. Helmut Wiedenfeld, dell’Istituto Farmaceutico dell’Università di Bonn
LA DAMNATIO MEMORIAE
La Grande ed ingombrante regina è morta, ora le Due Terre sono sotto la ferrea mano del faraone guerriero Thutmosi III.
Secondo alcuni il nuovo faraone, nipote della regina defunta, dopo aver condiviso con lei il trono per vent’anni, essere stato nominato comandante dell’esercito ed aver combattuto e vinto parecchie battaglie, decise di vendicarsi della zia-matrigna, e quindi avrebbe dato vita ad una censura della sovrana con un qualcosa di simile alla “damnatio memoriae” tipica dell’antica Roma.
Riflettiamo, un simile comportamento si sarebbe adattato all’immagine di uno dei più grandi faraoni-guerrieri della storia Egizia quale Thutmosi III? Così la pensarono i primi egittologi ma poi, approfondendo gli studi emerse innanzitutto che la graduale cancellazione di Hatshepsut da alcuni monumenti e da alcune cronache faraoniche ebbe inizio verso la fine del regno di Thutmosi III estendendosi maggiormente durante il regno del suo successore, e figlio, Amenofi II.
Va notato inoltre che la cancellazione della memoria della regina si è verificata in un modo assai strano, sporadico e per lo più in un ordine piuttosto casuale, spesso si nota che la cancellazione è incompleta, solo le figure più visibili e accessibili furono rimosse. Mentre notiamo che nel tempio di Deir el-Bahari vennero distrutte, o sfigurate, molte statue che poi furono sepolte in un pozzo, altrove rimangono intatti i contesti e le sagome della regina come quelle dei geroglifici dei suoi nomi che rimangono ben interpretabili. D’altra parte se la distruzione avesse assunto veramente la forma di una “damnatio memoriae” non avremmo una così ricca iconografia della regina.
Thutmosi III molto probabilmente tollerò questi cambiamenti per non scontrarsi col figlio Amenofi II, anche se personalmente non avvertì mai la necessità di un simile cambiamento né tanto meno di una cancellazione totale del ricordo di Hatshespsut, anche perché, quando la cosa si verificò, si trovava già in età avanzata e non più in grado di opporsi.
A sua difesa nulla prova che Thutmosi III provasse odio o risentimento nei confronti della sua matrigna, tutt’altro. Se così fosse, nella sua posizione di comandante supremo dell’esercito, nominato dalla stessa Hatshepsut, che non era certo una sprovveduta e quindi non nutriva dubbi circa la fedeltà del nipote, avrebbe certamente potuto con estrema facilità ordire un colpo di stato, deporre la regina ed impadronirsi del trono che fu del proprio padre.
Così ha scritto l’egittologo canadese Donald Redford:
<<…….Qua e là, nei più profondi recessi dei santuari o della tomba, dove nessun occhio plebeo avrebbe potuto vedere, le immagini e le iscrizioni della regina furono lasciate intatte […] nessun occhio volgare le avrebbe più guardate di nuovo, così da mantenere il calore e il timore di una presenza divina……..>>.
Alcuni fanno osservare che, secondo la tradizione della maggior parte dei faraoni, Thutmosi III avrebbe semplicemente distrutto alcune costruzioni di Hatshepsut per ricavare risorse per la costruzione della sua tomba, personalmente sono convinto che un grande faraone quale era Thutmosi III non avrebbe mai fatto una cosa simile.
Vediamo ora la teoria secondo la quale Amenofi II, che regnò come coreggente durante gli ultimi anni di regno del padre, è ritenuto il vero promotore della cancellazione di Hatshepsut nell’ultimo periodo della vita del vecchio (e malato) Thutmose III.
Secondo l’egittologo Franco Cimmino Amenofi II:
<<……….Non ebbe né gli interessi culturali né la diplomazia né la grande visione politica del padre; impetuoso, collerico e sprezzante […]……….>>.
In quanto figlio di una sposa secondaria e non della “Grande sposa reale” si potrebbe pensare che non avesse la completa certezza del proprio diritto a regnare, quale che fosse lo scopo di eliminare il ricordo di Hatshepsut è del tutto sconosciuto, ma di lui parleremo in seguito.
La studiosa Joyce Tyldesley ipotizza che Thutmose III c’entri nella strana “damnatio memoriae” di Hatshepsut solo per aver voluto, senza rancore, relegare la regina al semplice ruolo istituzionale di reggente e non di faraone così da sottolineare la sua successione da Thutmose II senza interferenza. (personalmente non condivido).
Al di la delle motivazioni e dal mandante la martellatura del nome di Hatshepsut creò non pochi problemi agli egittologi ottocenteschi che si trovarono ad interpretare i testi sulle pareti del tempio di Deir el-Bahari, questi non avevano senso in quanto termini femminili descrivevano la storia di un faraone dalle apparenze maschili, lo stesso Champollion si sentì confuso di fronte a tale discrepanza:
<<………Fui piuttosto sorpreso di vedere, qui come in altri punti del tempio, il celebre Moeris [Thutmose III], adornato di tutte le insegne della regalità, cedere il passo a quest’Amenenthe [Hatshepsut], il cui nome noi cercheremmo invano nelle liste regali; fui ancora più attonito nello scoprire, leggendo le iscrizioni, che, ogni volta che si riferivano a questo re con la barba e il solito abito dei faraoni, nomi e verbi erano al femminile, come se si trattasse di una regina. Notai la medesima peculiarità anche altrove……..>>.
Concludiamo dunque la storia di questa regina che fu l’unica donna nella storia dell’antico Egitto ad essere rappresentata sia come donna che come uomo, inclusi abiti maschili e barba finta
Fonti e bibliografia:
Franco Cimmino,”Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Edda Bresciani, “Sulle rive del Nilo”, Laterza, Bari, 2000
Emma Brunner, (a cura di), “Favole e miti dell’antico Egitto”, Mondolibri, Milano, 2003
Sergio Donadoni e AA.VV., “Le grandi scoperte dell’archeologia”, De Agostini, Novara 1993
Mario Tosi, “Dizionario enciclopedico delle divinità dell’antico Egitto”, Ananke, 2006
Alan Gardiner, “Egypt of Pharaohs”, Oxford University Press, 1961
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Einaudi, Torino, 1971
John A. Wilson, “Egitto, I Propilei”, Arnoldo Mondadori, Milano, 1967
Elvira D’Amicone, “Nefer: la donna dell’Antico Egitto”, Federico Motta Editore, Milano 2007
Gay Robins, “Women in Ancient Egypt”, Harvard University Press, 1993 Giorgio Leonardi, “Hatshepsut. “Sole femmina che brilli come il disco solare”, in “Le signore dei signori della storia”, a cura di A. Laserra, Milano, FrancoAngeli, 2013
Poiché figlio di una sposa secondaria di Thutmosi I, Mutnafret, Thutmosi II, Aakheperenra (“Grande è l’immagine di Ra.”), diventò erede al trono solo dopo la morte prematura dei suoi fratelli maggiori Amenmose e Wadjmose. Per rafforzare ancor più i suoi diritti a salire sul trono sposò la sorella Hatshepsut, sempre figlia di Thutmosi I ma della Grande Sposa Reale Ahmose, ciò conferiva ad Hatshepsut una più piena regalità rafforzando così la posizione di Thutmosi II.
Gli storici stimarono che Hatshepsut avesse circa 12 anni quando divenne regina d’Egitto. Dal matrimonio con Hatshepsut nacque la principessa Neferura mentre dalla seconda moglie Iside nacque Thutmosi che gli succederà al trono sposando, forse, la propria sorella Neferura.
Gli epitomatori di Manetone riportano che lo storico greco lo chiamò Chebron e gli attribuì 18 anni di regno, durata contestata da alcuni che gliene attribuiscono invece solo 3.
Ancorché fosse ancora in tenera età quando salì al trono, Thutmosi II mise presto in evidenza il carattere proprio dei Thutmosi, nel suo primo anno di regno scoppiò una rivolta in Nubia, nella terra di Kush; non potendo partecipare direttamente per la giovane età, inviò una spedizione militare a reprimere la ribellione sotto il comando del vicerè Seni, questo è attestato da un’iscrizione rupestre a Sehel, a sud di Assuan.
Grazie sempre alle pitture che compaiono nella tomba dell’ufficiale Ahmose Pennekhebet (già più volte citato in precedenza, la cui autobiografia costituisce una fonte molto importante per seguire la storia d’Egitto da Ahmose I fino a Thutmosi III) apprendiamo che fu ordinata anche una spedizione militare in Palestina per combattere i nomadi Shasu. A lui vengono attribuite costruzioni a Semna e Kumma oltre che ad Elefantina.
Thutmosi II contribuì all’abbellimento del tempio dinastico di Karnak dove fece costruire una coppia di obelischi che furono poi rizzati da Hatshepsut al centro del cortile dove sono state trovate le fondamenta nelle sottostrutture del terzo pilone. Questi obelischi vennero in seguito abbattuti da Amenhotep III.
Thutmosi II morì intorno ai trent’anni e non si conosce il luogo dove fu sepolto anche se in un primo momento gli venne attribuita la tomba KV42, nella Valle dei Re. In seguito però Howard Carter, che nel 1921 scoprì il deposito di fondazione, la assegnò alla regina Hatshepsut-Meryet-Ra, moglie di Thutmosi III.
La mummia di Thutmosi II venne rinvenuta nel 1881 nella famosa cachette di Deir el-Bahari (DB320). Va detto che in seguito a recenti studi pare emergere un’incongruenza tra quella che dovrebbe essere l’età del faraone e la datazione che è stata riscontrata dalle analisi effettuate sulla mummia. Fu Maspero che nel 1886 provvide a sbendare la mummia rilevando subito una certa somiglianza del viso di Thutmosi II con quello di suo padre Thutmosi I. Come per molte altre, la mummia risultava brutalmente danneggiata dai razziatori alla ricerca di gioielli e amuleti. Presentava il braccio sinistro rotto e l’avambraccio separato di netto, il braccio destro era stato tranciato al gomito, la restante parte del corpo si presentava squarciata da colpi d’ascia e la gamba destra era mozzata.
Dalle analisi effettuate sulla mummia emerge che Thutmosi II morì probabilmente di una malattia, il corpo si presentava molto deperito e ricoperto di chiazze e cicatrici.
Nel 2015, nel corso di scavi nella zona orientale del canale di Suez, è stato scoperto un edificio residenziale che si potrebbe attribuire a Thutmosi II, si pensa possa trattarsi di una stazione di rifornimento per le campagne militari del faraone lungo la “Strada di Horus”.
Sarebbe una delle tre costruite a Tell el-Habua, nei pressi di Qantara, le altre due sarebbero successive e si riferirebbero a Seti I e Ramses II, lo si rileva dal ritrovamento in zona di sigilli reali su vasi di ceramica. Recentemente la missione dell’Istituto di Archeologia dell’Università di Varsavia, sotto la guida del prof. Andrzej Niwiński, che stava scavando nei pressi del tempio di Hatshepsut rinvenne una cassa in pietra calcarea di 40 cm circa per lato e un involucro di lino nella fossa scavata.
Al suo interno vennero rinvenuti tre fagotti di lino. In uno venne trovato lo scheletro di un’oca, in un altro un uovo sempre di oca e nel terzo una scatoletta di legno contenente un uovo forse di ibis, tutti avvolti nel lino.
Poco lontano, sempre avvolto nel tessuto, all’interno, in una scatola di legno si trovava un cofanetto in faience dove era riportato il nome di Thutmosi II, “Aakheperenra” in geroglifico.
Secondo il prof. Niwiński la tomba sarebbe da attribuire al consorte di Hatshepsut, quindi a Thutmosi II. Per non trascurare nessuna ipotesi voglio riportare anche quella avanzata da alcuni storici e ripresa nel suo libro “Storia biblica: Antico Testamento” da Alfred Edesheim, secondo i quali Thutmosi II sarebbe il Faraone dell’Esodo. Ciò sarebbe dedotto dalla breve durata del suo regno e dall’improvviso crollo. Altro indizio che secondo Edesheim proverebbe la sua teoria sarebbe riconducibile al fatto che il corpo sfasciato del faraone presentava chiazze e cicatrici che potrebbero ricondursi ad una delle piaghe che hanno travolto il popolo egizio poco prima dell’esodo. Personalmente non concordo ma era doveroso riportare anche questa ipotesi.
Un’ultima notizia riguarda una statua trovata nell’ottavo edificio del Tempio di Karnak durante un importante lavoro di restauro insieme al Tempio di Luxor e a El Kebbash Road, il viale delle sfingi che collega i due templi. Il Consiglio Supremo delle Antichità ha confermato che verrà restaurata anche la statua di Thutmosi II.
Fonti e bibliografia:
Cimmino Franco, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano 2003
Alan Gardiner, “La civiltà egizia”, Oxford University Press 1961 (Einaudi, Torino 1997)
Alessandro Roccati, “L’area tebana, Quaderni di Egittologia”, n. 1, Roma, Aracne, 2005
Tiziana Giuliani, “Vicini al ritrovamento della tomba di Thutmose II?”, da Mediterraneo Antico, 2020
Christian Jacq, “La Valle dei Re”, trad. di Elena Dal Pra, Milano, Mondadori, 1998
Mattia Mancini, articolo del 5 marzo 2015 su Djrd Medu