LE CONCHIGLIE NELL'ANTICO EGITTO

LE CONCHIGLIE DI OSTRICA DEL MEDIO REGNO

Decorazioni militari o uso funerario?

Non sono sopravvissuti fino a noi reperti realizzati con le conchiglie o ispirati ad esse risalenti all’Antico regno, se si eccettua la conchiglia che ho pubblicato come locandina di questa minirubrica; per contro ne abbiamo parecchi risalenti al Medio Regno.

Riprendo qui, approfondendolo, l’argomento delle conchiglie d’ostrica del Medio Regno con inciso il cartiglio di Senwosret o Kheperkara già introdotto da Francesco Alba, Grazia Musso e Dave Robbins.

Questi particolari pendenti, come ci ha a suo tempo spiegato Francesco, “sono stati realizzati da una conchiglia comunemente detta meleagrina, il cui nome scientifico è Pinctada margaritifera. Si tratta di un mollusco bivalve appartenente alla famiglia Pteridae che vive nei mari caldi dell’Indo-Pacifico”..

Dal guscio lucidato fino al suo strato interno di madreperla iridescente gli Egizi ricavavano pendenti della misura di circa 10 x 10 cm. dotati di due fori nella parte superiore in modo da poterli infilare ed appendere al collo; ne sono stati rinvenuti una cinquantina di esemplari recanti incisi al centro della superficie esterna convessa i nomi Senwosret o Kheperkara.

CONCHIGLIA CON IL CARTIGLIO DI SENWOSRET CUSTODITA AL MUSEO ARCHEOLOGICO DI FIRENZE A QUESTO LINK:
https://upload.wikimedia.org/…/Amulet_shell_Senusret_I….
AUTORE: Khruner, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Lo studio di queste conchiglie fu avviato nel 1932 da Herbert E. Winlock, che ne esaminò ventotto ed ipotizzò che fossero onorificenze conferite ai soldati che si erano particolarmente distinti per il proprio valore in battaglia, oppure che contraddistinguessero gli appartenenti ad un battaglione prestigioso costituito dal sovrano e sciolto alla sua morte, oppure i membri della sua guardia del corpo.

Le conclusioni di Winlock, che attribuisce gli oggetti al primo Medio Regno, muovono dall’analisi del famoso pendente del Metropolitan Museum of Art di New York.

FOTO N. 1 – LA CONCHIGLIA DEL MET DI NEW YORK con inciso il cartiglio di Senwosret I, XII dinastia – da Gebelein (Krokodilopolis).
Dimensioni: L. 10 × H. 10 cm – Numero di adesione: 23.2.76a
In origine le macchie di balsamo dovevano essere molto più ampie, perché l’interno della conchiglia reca numerosi graffi, probabilmente provocati per toglierle con uno strumento appuntito.
http://metmuseum.org/art/collection/search/556016

L’oggetto è ben conservato, pur avendo lievi scheggiature sul lato destro e nella parte superiore e reca inciso il cartiglio con il nome del trono di Senwosret I (Kheperkara) i cui geroglifici hanno tratti distintivi particolari, identici a quelli trovati su altri pendenti analoghi: la barretta orizzontale alla base del cartiglio ha al centro quattro lineette verticali ed il segno ka con i pugni chiusi ad anello ha due trattini verticali al centro del segno orizzontale.
L’oggetto fu venduto a Winlock nel 1923 da Sayed Melettam, un commerciante di antichità di Luxor che rifornì il MET per vent’anni; nell’occasione egli gli vendette anche un parabraccio di pelle nera che gli arcieri allacciavano all’interno dell’avambraccio per proteggerlo dalla corda dell’arco e dell’estremità della freccia quando veniva scoccata (FOTO N. 2).

FOTO N. 2 – IL PARABRACCIO IN PELLE DI GEBELEIN VENDUTO CON LA CONCHIGLIA DEL MET – XII DINASTIA?
Dimensioni: L. 2,7 × L. 7,9 × P. 6 cm- Numero di adesione: 23.2.76b
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/556018

Melettam riferì che i due oggetti erano stati rinvenuti sul braccio di una mummia di sesso indeterminato portata alla luce a Gebelein, e sembrava verosimile che così fosse, in quanto un pendente analogo era già stato trovato nella medesima località da E. Schiaparelli nel 1911 ed è ora conservato al Museo Egizio di Torino (FOTO N. 3).
Sulla conchiglia inoltre vi erano macchie che Winlock ritenne lasciate dal parabraccio e che lo portarono ad ipotizzare che il proprietario della conchiglia fosse un soldato e più precisamente un arciere.

FOTO N. 3 – LA CONCHIGLIA TROVATA DA SCHIAPARELLI A GEBELEIN, CON IL CARTIGLIO DI KHEPERKARA, ORA AL MUSEO EGIZIO DI TORINO (N. INV. S. 14130)

Tale convinzione venne rafforzata dal ritrovamento di altre conchiglie con il cartiglio di Senwosret che sembravano riferibili all’ambiente militare perchè nel corredo funerario al quale appartenevano erano presenti anche armi.
Due di esse furono rinvenute a Qubbet el-Hawa: la prima è oggi custodita al Nubian Museum di Aswan (N. d’inv. JdE 36398 – FOTO N. 4) e si trovava sul petto di una mummia che aveva tra le bende anche un pugnale di bronzo, un filo di perle di agata rossa e un filo di grandi perle di porcellana verdastra; la seconda è stata trovata insieme a frecce con punta di selce in una tomba la cui ubicazione è oggi perduta a causa del rapporto di scavo molto vago.

FOTO N. 4 – CONCHIGLIA CON IL CARTIGLIO DI SENWOSRET TROVATA A QUBBET EL-HAWA OGGI CUSTODITA AL NUBIAN MUSEUM DI ASWAN (N. INV. JdE 36398)

Un altro pendente identico è stato rinvenuto a Deir el-Rifa insieme ad un filo di perline in maiolica a forma di mosca, insetto che forse già nel Medio Regno simboleggiava il coraggio in battaglia ed era una decorazione riservata ai militari (FOTO N. 5).

FOTO N. 5 – CONCHIGLIA DI EL RIFA, RINVENUTA CON LA COLLANA COSTITUITA DA TANTE PERLINE DI MAIOLICA A FORMA DI MOSCA, XII DINASTIADimensioni: H. 9,5 cm; larghezza 9,3 cm; Museo di Manchester, Università di ManchesterNumero di adesione: SL.3.2015.29.5

L’interpretazione di Winlock è stata messa in dubbio da altri egittologi i quali ritengono in primo luogo che le conchiglie iscritte risalgano ad un’epoca successiva alla morte di Senwosret e siano da interpretare come una forma di venerazione postuma riservata al sovrano divinizzato, che si sarebbe protratta fino alla XX dinastia.

CONCHIGLIA CON IL CARTIGLIO DI SENWOSRET CUSTODITA ALL’ASHMOLEAN MUSEUM DI OXFORD a questo link: https://www.ancient-egypt.co.uk/ashmolean/index_7.htm

Essi infatti osservano che solo nel Tardo Medio Regno il segno k3 di Kheperkara è documentato con le mani ad anello come sulla conchiglia del MET; inoltre il ritrovamento di conchiglie iscritte insieme ad una bacchetta apotropaica (a Lisht e a Qubbet el_Hawa), ad un pugnale (Aswan) e ad un ushabti (Sheikh Farag), entrati a far parte dei corredi funerari solo a cavallo tra la XII e la XIII dinastia, induce a collocare in quel periodo anche i gusci.

UNA BACCHETTA APOTROPAICA https://upload.wikimedia.org/…/Apotropaic_Wand_-_Middle… Museo Metropolitano d’Arte di New York, CC0, via Wikimedia Commons

Questi studiosi inoltre propendono per escludere l’uso militare dei pendenti in quanto ritengono probabile che appartenessero a donne, in quanto si trovavano talvolta insieme a conchiglie di ciprea (delle quali parlerò in un prossimo post), indossate come amuleti a protezione della fertilità, ed erano anche dipinte come monili al collo di statuette femminili del tardo Medio Regno e nelle scene parietali delle tombe.

Essi aggiungono che non è neppure certo che i titolari di tali oggetti fossero soldati, in quanto pugnali e frecce sono stati attestati con valenza religiosa e rituale anche in sepolture femminili del tardo Medio Regno: ipotizzò a suo tempo Gaston Maspero che queste armi venissero poste nel sarcofago dei defunti affinchè potessero servirsene contro i nemici mostruosi che popolavano l’altro mondo.

In particolare nei corredi funerari di Senebtisi, forse figlia del visir Senwosret, di Ita e Khenmet (o Khnumit) figlie di Amenemhat II e della principessa Nubhetepti-kheredi figlia di Amenemhat III o di un imprecisato re della XIII dinastia sono stati rinvenuti dei pugnali; la tomba di quest’ultima ritrovata intatta, inoltre, conteneva anche otto frecce, una mazza, bastoni, scettri e molte altre insegne reali.

Vi sono per contro indizi che suggeriscono l’uso funerario quanto meno della conchiglia del MET, che sarebbe stata inglobata nelle bende e posta non sul braccio della mummia ma sul petto: le macchie scure che si trovano su entrambi i suoi lati (e non su uno solo come affermato da Winlock) sembrano essere state lasciate dai balsami utilizzati nella fasciatura del cadavere, tant’è che lungo i bordi posteriori dell’oggetto sono visibili minuscoli frammenti di lino bruno scuro e sulla macchia della superficie interna è percepibile l’impronta della stoffa.

CONCHIGLIA CON IL CARTIGLIO DI SENWOSRET CUSTODITA AL MUSEO D’ISRAELE A GERUSALEMME – n. INV. IMJ 76.19.198 – FOTOGRAFIA DI DAVE ROBBINS

Potrete trovare informazioni sulle bacchette apotropaiche sul nostro sito al seguente link: https://laciviltaegizia.org/…/le-bacchette-apotropaiche/

FONTI:

OUDA MEKAWY A. M., Egyptian Middle Kingdom Oyster Shells with Royal Names: Function, Chronology and Gender Issues, in BIFAO 119 (2019), a questo link: https://doi.org/10.4000/bifao.1342

Ulteriori informazioni si trovano ai link indicati nelle didascalie delle singole foto, che contengono anche i dovuti crediti; ove non siano indicati, le immagini sono state tratte dall’articolo del prof. OUDA MEKAWI.

Sul pugnale di Senebtisi:
https://www.metmuseum.org/art/collection/search/546863

Sul pugnale della principessa Ita:
https://laciviltaegizia.org/2022/12/15/il-pugnale-della-principessa-ita/

GRILLOT M., https://egyptophile.blogspot.com/…/le-poignard-de-la…

LINK AL POST DI FRANCESCO ALBA https://www.facebook.com/groups/449981545805222/permalink/1237407907062578/?app=fbl:

LINK AL POST DI MEDITERRANEO ANTICO CONDIVISO DA GRAZIA MUSSO https://www.facebook.com/…/pfbid029sjdQscRqgjAcPxRmJciB…

LINK AL POST DI DAVE ROBBINS https://www.facebook.com/photo/?fbid=10110320540860217…ch/557211

C'era una volta l'Egitto, Età Tarda

IL FARAONE NEPHERITES I

Di Piero Cargnino

Il faraone Amirteo, unico rappresentante della XXVIII dinastia, finalmente un egizio, non ebbe però molta fortuna. Le congiure ormai erano di casa il tutte le famiglie reali, volete che l’Egitto fosse da meno?

Nel 399 a.C. ci pensò il principe di Mendes, Nefaaud, con un colpo di stato defraudò e poi uccise Amirteo, si proclamò “Re dell’Alto e Basso Egitto” ed assunse una titolatura reale tipica dei sovrani della XXVI dinastia. Cambiò il suo nome in Nepherites (I suoi Grandi sono prosperi), fondando così la XXIX dinastia e fissando la sua capitale a Mendes. Conosciamo questi avvenimenti in quanto sono riportati in un documento aramaico (il papiro Brooklin 13).

Sempre contrario all’impero persiano, accettò di allearsi con Agesilao II di Sparta al quale, sempre secondo la “Cronaca Demotica”, mise a disposizione 500.000 staia di grano oltre all’equipaggiamento per cento triremi, fu convenuto che la flotta spartana dovesse andare a prendersi il generoso sussidio a Rodi. Prima però che gli spartani raggiungessero l’isola l’ammiraglio ateniese Conone, al servizio di Artaserse II, conquistò l’isola e confiscò tutta la merce.

Nepherites I non fu certo un grande costruttore, forse fece costruire un tempio al dio Thot a Mendes dove è stato rinvenuto parecchio materiale litico. Una sua statua è stata rinvenuta a Buto mentre dal Serapeo di Saqqara proviene una placca in faience che cita il suo nome.

Dalla suddetta Cronaca Demotica si rileva che Nepherite I regnò sei anni, cosa che confermano anche gli epitomatori di Manetone; su di una benda di mummia viene citato il suo 4º anno di regno che è la data più alta fornita da reperti archeologici.

Nepherites I morì nel 339 a.C. e la sua tomba, con i resti di un sarcofago in granito nero e del corredo funerario, venne rinvenuta durante gli scavi del gruppo di ricerca delle Università di Toronto e di Washington nel 1992-93.

Fonti e bibliografia:

  • Franco Cimmino, “Dizionario delle dinastie faraoniche”, Bompiani, Milano , 2003
  • Edda Bresciani, “L’Antico Egitto”, De Agostini, Novara 2000
  • Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario”, Einaudi, Torino, 2012
  • Federico Arborio Mella, “L’Egitto dei faraoni”, Milano, Mursia, 1976
  • Jurgen von Beckerath, “Chronologie des Pharaonischen Agypten”, Ed. Zabern, 1997
Piccola Guida Turistica

LA STATUARIA

MUSEO NAZIONALE DELLA CIVILTA’ EGIZIANA

Comincio col proporvi una carrellata delle statue più significative esposte al museo.
Le foto sono state scattate da mia figlia Silvia Vitrò.

Hapi lo Scriba, supervisore del tempio di Amon-Ra a Karnak – da Karnak – arenaria – regno di Seti I / Ramses II.

Thutmosis III – da Karnak – granito nero- XVIII dinastia. Thutmosis III fu uno dei più grandi re guerrieri dell’Antico Egitto e un condottiero dotato di genio militare unico. Le sue battaglie campali e le operazioni di guerra da lui compiute fecero dell’Egitto una grande potenza nel mondo antico. Egli creò un grande impero che si estendeva dall’Eufrate a nord fino alla Quinta cataratta a sud. Inoltre commissionò molti progetti architettonici ed eresse templi nel Delta, a Menfi, a Karnak e ad Assuan. Didascalia del museo.

Il re Merenptah e la dea Mut – XIX dinastia – granito rosso.
E’ una delle tre statue di Merenptah recentemente rinvenute a sud di Mit Rahina, l’antica città di Menfi. La statua mostra il re stante insieme a Mut, la dea di Tebe, patrona del potere reale e consorte di Amon Ra, il re degli dei.

Sfinge di epoca tolemaica – calcare – non si sa chi rappresenti – da Kom Ombo. Come è noto, piccole sfingi venivano collocate davanti ai templi a fini protettivi.

Sfinge di Amenemhat III – XII dinastia – da Hawara – granito nero.
La Sfinge simboleggia il re in trono ed il dio Shu, che controlla i confini dell’universo ed era spesso raffigurato come un leone accucciato. Questa è una delle Sfingi di Amenemhat III che fiancheggiavano la strada processionale di fronte al grande tempio di Hawara. Didascalia del museo

Statua di Pen-Menkh, alto dignitario e governatore di Dendera, capitale del VI nomo dell’Alto Egitto, arenaria granitica, 1′ sec. a. C.. Pen-Menkh era contemporaneo di Cleopatra VII e quindi visse nel travagliato periodo della conquista dell’Egitto da parte dei Romani. Egli fu anche delegato reale e sacerdote di Hathor e di Horus.
Questa statua si colloca temporalmente alla fine dell’età ellenistica, ed è un esempio significativo dell’intervenuta fusione tra i canoni artistici egizi (evidenti nel corpo della statua ed in particolare nelle braccia), e quelli greci, che caratterizzano maggiormente la testa.

FONTE: https://mainlymuseums.com/…/the-national-museum-of…/
Fotografia di Merja Attia, a questo link: https://www.flickr.com/…/52772129441/in/photostream/ 

Paser porta una tavola d’offerte con una testa di ariete, simbolo del dio Amon Ra, signore di Karnak. Statua in granito nero rinvenuta nella cachette del tempio di Karnak (CG 42156 / JE 37388). Paser visse durante i regni di Seti I e Ramses II e rivestì un ruolo di grande prestigio conquistando i titoli di “unico compagno del re”, “supervisore del palazzo reale”, “governatore di Tebe” e “delegato per la ricezione dei tributi” dai popoli stranieri sottomessi. Ramses II gli conferì i titoli di “giudice”, di “portatore del sigillo” e di “vicerè di Nubia”, dove curò la costruzione del tempio di Abu Simbel; fu altresì elevato al rango di “sommo sacerdote di Amon” e di “supervisore del tempio di Karnak” (e delle sue immense ricchezze). Egli morì nel 25′ anno di regno di Ramses II e fu sepolto nella TT106 a Sheikh el Gurna; ebbe l’onore di essere rappresentato in un grande numero di statue, molte delle quali giunte fino a noi. Fotografia di Merja Attia a questo link:
https://www.flickr.com/photos/130870_040871/52588560719 

Questa statuetta di prigioniero inginocchiato è esposta nel museo accanto ad altre due, ed mi ha parecchio incuriosita, perchè non avevo mai visto prima simili reperti.
Gli Egizi amavano raffigurare i nemici sconfitti, che venivano dipinti sulle suole dei sandali del re, sui suoi poggiapiedi, sul pavimento della sala del trono, per evidenziare la sua predestinazione ad essere il padrone del mondo e per intimidire le delegazioni dei governanti stranieri che venivano a rendergli omaggio.
Queste statuette risalgono alla XIX dinastia, potevano essere realizzate con vari materiali e venivano utilizzate nell’ambito di rituali che si svolgevano nei templi perché gli dei proteggessero il Sovrano e la terra d’Egitto dai loro nemici.
Le statuette venivano iscritte con incantesimi, quindi venivano legate con corde e bruciate, simboleggiando la supremazia del Faraone, destinato ad essere vittorioso nelle sue campagne militari.

FONTI:
https://ivypanda.com/…/captives-statuettes-of-ancient…/, sulla base della seguente bibliografia:
Ikram, Salima. Antico Egitto: un’introduzione. L’Università americana del Cairo Press, 2009.
Silverman, David P. Antico Egitto. Stampa dell’Università di Oxford, 2003

Statua in arenaria di Akhenaton, dal grande tempio di Aton da lui edificato a Karnak nei primi cinque anni del suo regno, prima di trasferirsi a Akhetaton e di abbandonare il nome di Amenhotep IV. Il tempio, denominato Gem-pa-Aton (Incontro con Aton), misurava 130 m x 200 m, era orientato a est e comprendeva un lungo cortile circondato da portici e decorato con statue del faraone alte fino a 5 m., una delle quali è proprio questa al NMEC.
Esso fu demolito dai suoi successori, che vollero cancellare il sovrano eretico dalla storia, e oggi ne restano solo poche tracce in loco oltre a 600.000 piccoli cubi in calcare incisi e dipinti chiamati talatat, che furono utilizzati come mattoni da costruzione al posto dei grandi blocchi di pietra.
I talatat sono sopravvissuti fino a noi perchè furono riutilizzati da Horemheb per il riempimento del II e del IX Pilone di Karnak, da Ramses II per la realizzazione della Sala Ipostila, del Pilone e di alcune costruzioni esterne al Tempio di Luxor; da Nectanebo I e dai Tolomei per edificare i loro monumenti in diverse zone dell’Egitto.
A differenza di quanto avveniva nel passato, quando i sovrani venivano sempre idealmente rappresentati come giovani, prestanti e bellicosi, in questo periodo Akhenaton si fece raffigurare in modo realistico, quasi grottesco: nelle statue provenienti dal Gem-pa-Aton e quindi anche in questa ha il ventre sporgente, i fianchi larghi, il seno quasi femminile e un viso scarno ed allungato, con labbra carnose ed occhi a mandorla.
Essa è esposta al museo appoggiata al muro, come doveva essere nella realtà, e di fianco sono stati affissi due pannelli recanti l’Inno ad Aton, la cui redazione è attribuita allo stesso sovrano, che loda il sole come fonte di vita per tutte le creature viventi.
FONTI: https://egittophilia.freeforumzone.com/…/discussione.aspx

Il Dio Khonsu con le fattezze di Tutankhamon, statua in granito rinvenuta a Karnak; per maggiori informazioni guardate sul nostro sito ai seguenti link:https://laciviltaegizia.org/2020/12/26/statua-di-khonsu-con-i-tratti-di-tutankhamon/ e https://laciviltaegizia.org/2022/05/07/khonsu-o-khonshu-chi-era-costui/

Rilievo su granito raffigurante Ramses III (XX Dinastia) che offre una statuetta della dea Maat, che rappresenta l’ordine cosmico e la giustizia. L’immagine del re che offre la Maat simboleggia il suo buon governo.

Statua cubo che rappresenta Senenmut con Neferura, figlia di Hatshepsut, della quale fu precettore. Maggiori informazioni su Senenmut si trovano ai seguenti link del nostro sito: https://laciviltaegizia.org/2021/01/02/senenmut-il-grande-architetto/

Piccola Guida Turistica

IL MUSEO NAZIONALE DELLA CIVILTA’ EGIZIANA

Oggi è una giornata di quasi relax, dedicata al Museo della Civiltà egiziana, che non abbiamo mai visto; il moderno edificio che lo ospita sorge a Fustat, che oggi fa parte del centro storico del Cairo e in passato, quando era una città indipendente, fu la prima capitale islamica dell’Egitto dopo la conquista degli arabi avvenuta nel 641 d.C..

Esso è stato progettato nel 2002 dall’architetto egiziano El Ghazzali Kosseiba, mentre gli spazi espositivi sono opera dell’architetto giapponese Arata Isozaki; è stato ufficialmente inaugurato il 3 aprile  2021 dal presidente Al-Sisi dopo la traslazione solenne delle mummie di 18 faraoni e 4 regine dal Museo di Piazza Tahrir, nel corso dell’evento noto come “parata d’oro dei Faraoni”.

La collezione permanente, che comprende numerosi capolavori prelevati da altri musei egiziani, si estende su di una superficie di 25.000 metri quadrati ed è divisa in due aree separate, nelle quali i reperti sono esposti secondo criteri differenti.

Nella prima zona i reperti sono esposti con un criterio cronologico, in base all’epoca: arcaica, faraonica, greco-romana, copta, medievale, islamica, moderna e contemporanea; la seconda, invece, è organizzata in modo tematico, con bacheche dedicate agli  Albori della civiltà, al Nilo, agli Scritti ed al pensiero, allo Stato ed alla società, alla Cultura dei materiali, alle Credenze ed al pensiero; al piano inferiore è stata allestita la suggestiva Galleria delle mummie reali.

L’esposizione si trova in un grande e luminoso open space con display a muro che proiettano filmati esplicativi e bacheche di cristallo, nelle quali i vari oggetti sono ben visibili grazie a supporti in plexiglass; purtroppo mancano le didascalie esplicative di molti reperti.

Certamente questo museo non è paragonabile a quello di piazza Tahrir per ricchezza e magnificenza, tuttavia l’ho trovato molto interessante: le sue ridotte dimensioni consentono di visitarlo con calma e di farsi un’idea chiara dell’evoluzione della civiltà egizia nel corso dei millenni: è una specie di “bigino”, utilissimo per chi in seguito visiterà i siti archeologici. 

La scelta dei manufatti, poi, è stata compiuta in modo oculato: non “fondi di magazzino”, ma pezzi significativi e pregevoli, che nell’immensità del vecchio museo egizio potevano sfuggire allo sguardo  del turista medio e che qui invece trovano degna valorizzazione. 

Mia figlia ed io abbiamo scattato innumerevoli fotografie, approfittando del fatto che non vi era una grande folla; nei prossimi post ve le mostrerò, e visto che alcuni reperti sono già stati esaminati nel nostro gruppo, vi darò i riferimenti per accedere ad informazioni più dettagliate.

Al piano inferiore del museo sorge la Royal Mummies Hall che espone le mummie reali meglio conservate (mancano, ad esempio, quelle di Amenhotep III e della KV55 completamente scheletrizzate, mentre quella di Ahmose I e di Ramses I sono rimaste al museo di Luxor); tutta l’area, con pareti e pavimenti neri, è illuminata con una morbida luce soffusa che crea un’atmosfera sacrale; quasi ogni sovrano ha uno spazio espositivo individuale, talvolta leggermente  abbassato rispetto al piano del pavimento per simulare la tomba, nel quale è stato collocato anche il sarcofago.

Pannelli esplicativi forniscono le informazioni essenziali per contestualizzare ogni mummia e per garantire il rispetto e la dignità di coloro che prima ancora di essere grandi del passato sono stati esseri umani è assolutamente vietato scattare fotografie ed i sorveglianti fanno sì che  venga mantenuto il silenzio.

A me queste mummie suscitano una grande deferenza, e trovo emozionante vedere con i miei occhi i tratti somatici di questi personaggi che hanno fatto la storia (nel fornito negozio del museo ho acquistato un bel libro su di loro ed un altro di Aidan Dodson sulle dinastie egizie); peraltro so che molti ritengono che si debba rispettare il sonno eterno dei Faraoni, evitando di mostrarne al pubblico i resti mortali come se fossero oggetti.   

Non v’è dubbio, tuttavia, che grazie all’esposizione i sovrani del passato sono ancora oggi destinatari degli omaggi dei moltissimi visitatori, sopravvivono nella memoria collettiva continuamente rinnovata ed in fondo raggiungono l’eternità alla quale avevano anelato.

https://it.wikipedia.org/wiki/Museo_nazionale_della_Civilt%C3%A0_egiziana

Piccola Guida Turistica

IL VILLAGGIO E LA NECROPOLI DEI COSTRUTTORI DELLE PIRAMIDI

Il villaggio dei costruttori delle piramidi – dal web

Transitando lungo la strada, nella zona a sud-est della Sfinge, vediamo, purtroppo solo da lontano, l’area del villaggio e della necropoli dei costruttori delle piramidi, inaccessibile al pubblico e così come le mastabe mai inserita nei programmi di visita dei tour operators.

Riesco a fotografare un gruppo di tombe e mi devo accontentare di documentarmi sul sito, il cui valore storico ed archeologico è immenso, in quanto il suo ritrovamento ha costituito una prova incontrovertibile del fatto che le piramidi sono frutto dell’ingegno e della fatica dell’uomo, e non l’eredità di esseri superdotati giunti dallo spazio in epoche remotissime.

La necropoli dei sorveglianti – foto mia

Esso non ha nulla della magnificenza dei monumenti destinati ai sovrani ed all’élite ma offre uno spaccato molto significativo della vita delle persone comuni dell’epoca, il cui ricordo è sopravvissuto allo scorrere dei secoli per aver partecipato alle più grandi imprese architettoniche del loro tempo e per aver condiviso con il sovrano la sacralità del luogo di sepoltura.

In merito al villaggio, si veda sul nostro sito il bel post di Ivo Prezioso a questo link https://laciviltaegizia.org/…/lorganizzazione-dei…/.

Quanto alla necropoli, vi offro brevi cenni: essa ospitava gli abitanti del villaggio, ossia gli artigiani specializzati e gli operai che nel corso della IV dinastia offrivano stabilmente la loro opera nel cantiere delle piramidi ed i loro supervisori (erano quindi esclusi i lavoratori “stagionali”, verosimilmente contadini che lavoravano a tempo determinato per il periodo della piena del Nilo, quando i campi non potevano essere coltivati).

La necropoli dei sorveglianti – foto mia

La necropoli sorge lungo un pendio; la parte inferiore contiene circa seicento tombe per gli operai che trasportavano i blocchi di pietra (i cui scheletri portano i segni di tale lavoro massacrante) ed una sessantina più grandi, forse destinate ai sorveglianti; sono semplici fosse rettangolari scavate nella roccia della misura di m. 1 x 0,5 nella quale i defunti venivano deposti senza mummificazione e coperti o con piccole cupole, o con mastabe in miniatura dotate di cortiletti e false porte in pietra o stele sulle quali sono incisi i nomi e i titoli del defunto, o con tetti a due falde oppure organizzate in alveari.

Talvolta in una nicchia rettangolare pertinente ad una piccola mastaba di mattoni di fango (un minuscolo serdab?) si trovano figurine di pietra che rappresentano una famiglia di lavoratori o un componente di essa intento alle sue quotidiane occupazioni: una donna che macina il grano, un vasaio, un macellaio, un birraio od un fornaio.

Nella parte superiore della necropoli si trova un’area con quarantatre altre tombe più grandi e più elaborate, destinate ai dirigenti come il “sorvegliante del lato della piramide”, il “direttore dei disegnatori”, il “sorvegliante della muratura”, il “direttore dei lavoratori” e l'”ispettore degli artigiani”, il “direttore dell’opera del re”.

Alcune sono completamente scavate nella roccia, altre sono abbellite da una facciata in pietra, altre ancora hanno l’aspetto di una mastaba costruita in calcare e mattoni di fango ed impreziosita con scarti dei materiali pregiati recuperati nel cantiere (granito, diorite, basalto).

In ragione del più elevato status sociale dei defunti in esse inumati, i manufatti, le statue, le false porte dipinte ed i testi sono di qualità superiore rispetto a quelli delle sepolture rinvenute più in basso.

La necropoli dei sorveglianti – foto mia

A questo link troverete un bel filmato in italiano sul villaggio e sulle tombe dei costruttori delle piramidi, pubblicato su Youtube dal nostro amico Ahmed Galal.

https://www.google.com/search…

FONTI

https://djedmedu.wordpress.com/…/giza-aperte-al…/

https://djedmedu.wordpress.com/tag/villaggio-degli-operai/

https://www.pyramid-of-giza.com/it/necropoli-giza/

https://ilfattostorico.com/2010/01/11/nuove-tombe-a-giza/

Autentici falsi

LA MUMMIA DI SETHY I

Alcuni di voi sanno che non amo pubblicare le foto delle mummie perché suscitano una curiosità spesso morbosa, ma farò un’eccezione per la rubrica AUTENTICI FALSI.

Oggi vi mostrerò la mummia di Sety I , per esteso Seti-Merenptah (sty mry-n-ptḥ), traducibile come “Uomo di Seth-amato da Ptah”.

Si tratta di un esempio straordinario dell’arte della mummificazione, tale da rendere la mummia di Sety una delle migliori mai realizzate.

Il volto bello, elegante, regale ed austero del sovrano colpisce chiunque lo guardi.

Sety I morì intorno a 45 anni, un’età già abbastanza avanzata per gli egizi, per cause sconosciute.

La mummia fu scoperta nel 1881, nel nascondiglio delle mummie reali a Deir el-Bahari, e identificata grazie al nome inscritto sul coperchio del sarcofago. Fu sbendata da Gaston Maspero il 9 giugno 1886.

In rete circola da tempo la foto di una mummia che viene presentata come quella di Sety I. Si tratta invece di una riproduzione eseguita per la mostra “National Geographic, Treasures of the Earth” visibile al Children’s Museum di Indianapolis.


Il museo specifica in maniera chiara che si tratta di una riproduzione, ma molti, alcuni inconsapevolmente, altri volontariamente, continuano a spacciarla come reale.

Molti di voi riconosceranno sicuramente la foto della “falsa mummia” perché è apparsa a più riprese in rete.

Se volete verificare voi stessi, entrate in questo link e potrete visitare il museo, davvero carino!

https://my.matterport.com/show/?m=KAza518ZUap&brand=0&back=1

Nelle immagini del post troverete la foto dell’allestimento del museo.

La morale è sempre la stessa: la ricerca si deve basare su fonti certe, incrociando i dati in nostro possesso e non si deve mai fermare alla prima impressione.

Mai cosa simile fu fatta, Periodo Romano

BUSTO FEMMINILE

Marmo, altezza cm 61
Kom Abu Billo ( Therenuthis)
Epoca Romana ( 140-150.d. C.)
Museo Egizio del Cairo – JE 44672

Questo busto proviene D Kom Abu Bilo, l’ antica Therenuthis, una località del Delta in cui sono stati ritrovati i resti di un tempio dedicato a Hathor e un’ ampia necropoli con sepolture che vanno dall’ Antico Regno all” Epoca Romana.

Raffigura una donna non più giovane, il naso è sottile e allungato, il mento è solcato da una profonda ruga.

L’elegante acconciatura, a trecce e boccoli, è stata accuratamente scolpita, indica che si tratta di una persona altolocata.

È stata proposta una identificazione con la madre di Marco Aurelio, ma in mancanza di dati certi non è possibile un’ identificazione certa.

Fonte e fotografia

I Tesori dell’ Antico Egitto nella Collezione del Museo Egizio del Cairo – Daniela Comand – fotografie Araldo De Luca – National Geographic – Edizioni White Staral Geographic ,- Edizioni White Star

Mai cosa simile fu fatta, Periodo Romano

STATUA-CUBO IN LEGNO

Legno, altezza cm 18,5
Saqqara, scavi di W. Emery ( 1964-1967)
Periodo Greco-Romano
Museo Egizio del Cairo – JE 91118

Questa piccola scultura lignea raffigura un uomo seduto a terra con le gambe ripiegate contro il petto, dal blocco massiccio del corpo emerge la testa.

Quest’opera singolare appartiene alla tipologia della statua-cubo, attestata, con alcune varianti, dal Medio Regno fino all’Epoca Tarda.

I personaggi ritratti in questa posizione sono solitamente funzionari di medio rango e le iscrizioni geroglifiche incise sui basamenti, sul pilastro dorsale e sulle ginocchia ne specificano titoli e mansioni.

A partire dal periodo ramesside si diffonde l’usanza di scolpire una piccola statua di divinità sulla parte frontale.

In questo caso, si tratta della raffigurazione di Ptah, il dio della città di Menfi che era venerato come creatore del mondo e patrono degli artigiani.

Il dio è raffigurato nella sua caratteristica iconografia, vicina ai canoni stilistici della statuaria arcaica: il corpo, sommariamente scolpito, appare avvolto in una guaina da cui escono solo le mani e la testa.

Fonte e fotografia

I Tesori dell’Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Daniela Comand – fotografia Araldo De Luca -National Geographic – Edizioni White Star

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STATUA-CUBO IN LEGNO

Legno, altezza cm 18,5
Saqqara, scavi di W. Emery ( 1964-1967)
Periodo Greco-Romano
Museo Egizio del Cairo – JE 91118

Questa piccola scultura lignea raffigura un uomo seduto a terra con le gambe ripiegate contro il petto, dal blocco massiccio del corpo emerge la testa.

Quest’opera singolare appartiene alla tipologia della statua-cubo, attestata, con alcune varianti, dal Medio Regno fino all’Epoca Tarda.

I personaggi ritratti in questa posizione sono solitamente funzionari di medio rango e le iscrizioni geroglifiche incise sui basamenti, sul pilastro dorsale e sulle ginocchia ne specificano titoli e mansioni.

A partire dal periodo ramesside si diffonde l’usanza di scolpire una piccola statua di divinità sulla parte frontale.

In questo caso, si tratta della raffigurazione di Ptah, il dio della città di Menfi che era venerato come creatore del mondo e patrono degli artigiani.

Il dio è raffigurato nella sua caratteristica iconografia, vicina ai canoni stilistici della statuaria arcaica: il corpo, sommariamente scolpito, appare avvolto in una guaina da cui escono solo le mani e la testa.

Fonte e fotografia

I Tesori dell’Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Daniela Comand – fotografia Araldo De Luca -National Geographic – Edizioni White Star