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MASCHERA MASCHILE

Gesso dipinto, altezza cm 32, larghezza cm 27,5
Provenienza ignota – Epoca Romana ( metà II secolo d. C.)
Museo Egizio del Cairo – CG 33158

La maschera in gesso da apporre sulla mummia non è che l’evoluzione di quelle realizzate in cartonnage, o in oro per i sovrani, in epoca faraonica.

Il volto è incorniciato da una barba piena e riccia, come i capelli, gli occhi sono inseriti e realizzati in materiale opaco.

È da notare la trasformazione della tradizionale parrucca in una specie di sciarpa che fascia la testa del defunto e presenta sulla nuca la raffigurazione del disco solare.; le bande laterali scendono ai lati del collo simulando l’effetto dell’acconciatura, traducendola così in un motivo decorativo ormai lontano dalla funzione originaria.

Fonte e fotografia

I Tesori dell’Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo -fotografie Araldo De Luca – Maria Sole Croce -National Geographic ,- Edizioni White Star

II Periodo Intermedio, XVII Dinastia

TETISHERI

“MADRE DEL NUOVO REGNO”

Vissuta nel corso della Diciassettesima Dinastia, Tetisheri (Teti “la piccola”) fu sposa di Senakhtenra Ta’o I (1500 a.C.) a Tebe e madre di Seqenenra Ta’o II, caduto sul campo di battaglia combattendo contro gli Hyksos, e della regina Ahhotep.

Fu ava (e probabilmente reggente nei primi anni del regno) del re Ahmose, il quale, dopo la morte di suo fratello Kamose, portò a compimento ciò che suo padre aveva iniziato e il suo trionfo sugli odiati invasori asiatici stanziati nel Delta annunciò l’inizio del Nuovo Regno e dell’epoca d’oro della Diciottesima Dinastia (1550-1070 a.C.), con la sua lunga lista di nomi illustri.

Di origini non nobili, Tetisheri era figlia di un giudice di nome Tjenna e di sua moglie Neferu. Alla morte di Ta’o I, installò suo figlio e sua figlia sul trono e promosse gli sforzi bellici finalizzati a cacciare gli Hyksos.

Mantenne la sua leadership nel palazzo di Deir el-Ballas, a nord di Tebe, e visse fino a vedere l’Egitto liberato dagli Asiatici e riunificato, raggiungendo l’inconsueta età di 70 anni.

La regina Tetisheri fu venerata dalle generazioni successive per la sua potente influenza nelle fortune della dinastia e della nazione.

Decreti furono emessi da Ahmose (1550-1525 a.C.) al riguardo del suo servizio alla nazione.

A circa 600 metri dalla sua piramide in Abido, Ahmose eresse un complesso funerario a lei dedicato. All’interno del cenotafio fu collocata una stele in calcare (attualmente al Museo del Cairo – CG 34002) raffigurante la regina che indossa il caratteristico copricapo-avvoltoio e suo nipote nell’atto di presentarle delle offerte. Il testo sotto la lunetta descrive come Ahmose avesse pianificato di costruire queste strutture per la sua antenata nei pressi del suo stesso complesso funerario, dotandole altresì di numerose proprietà terriere e schiere di sacerdoti che le avrebbero assicurato la continuità dei riti funerari.

“Mai i re del passato avevano fatto una cosa simile per le loro madri” – La stele di Ahmose (secondo la trascrizione di K. Sethe)

P.S.: Una statua della regina Tetisheri si trova al British Museum ma attualmente si ritiene che si tratti di un falso realizzato molto tempo dopo la sua morte. Nella raffigurazione Tetisheri indossa il copricapo-avvoltoio riservato alle madri reali degli eredi al trono. I suoi resti mummificati furono scoperti in un sarcofago databile al regno di Ramses I (Diciannovesima Dinastia), indizio di una sua probabile risepoltura nel corso della Ventunesima Dinastia.

Riferimenti

  • MJ Nederhof, Tetisheri, Stela of Ahmose honouring. Transcription of the stela of king Ahmose honouring Tetisheri, following the transcription of Sethe (K. Sethe. Urkunden der 18. Dynastie, Volume I. Hinrichs, Leipzig, 1927), number 7 (pp. 26-29). 2014
  • S. Hague, Ahmose: “Let my people go.” Nile Magazine #13 April-May 2018
  • MR Bunson, Encyclopedia of Ancient Egypt. Revised Edition. Facts On File, Inc. 2002

Mai cosa simile fu fatta, Periodo Romano

IL FAYYUM

È una vasta oasi egiziana generata dal canale del Bahr Yusuf che si getta in una depressione che arriva a 45 m. sotto il livello del mare, creando i il Lago Quarum, l’antico Morris,, dalle acque salate.

In epoca egizia vi erano vaste paludi con una lussureggiante vegetazione e con abbondante e variegata fauna che ne facevano, ancora in epoca storica, un’ottima zona di caccia, privilegiata dai faraoni.

Il nome Fayyum viene dall’espressione usata dagli antichi Egizi per descrivere ” la regione del mare” (ossia il lago) pa tesh en pa iam.

In copto pa – iam divenne Phiom, “Il lago”, da cui deriva Fayyum ; un altro nome utilizzato dagli antichi Egizi fu To-She, il “Paese del Lago”.

La divinità principale del Fayyum era il dio-coccodrillo Sobek, che fu venerato sotto molte forme e molti nomi, specie in Epoca Tolemaica e Romana.

Nel Medio Regno i faraoni della XII Dinastia intrapresero una colossale opera di bonifica dell’oasi.

In Epoca Tolemaica la superficie coltivabile aumentò ulteriormente e si moltiplicarono fiorenti cittadine o villaggi agricoli, le cosiddette komai.

Tolomeo II vi insedio’, in posizione privilegiata, veterani e Greci del Delta, che introdusse la coltura della vite.

L’area prospero’ per secoli, finché, a causa dell”abbandono amministrativo in cui si dibatteva l’ Egitto del III secolo d. C., il lago, mal alimentato, si ridusse alle odierne dimensioni.

Le città furono i gran parte abbandonate, e le sabbie divennero padrone di molti campi.

La regione è ricca di siti archeologici.

Nell’area settentrionale del Fayyum si trovano gli importanti siti preistorici noti come ” Kom K” e “KomW”, dove lavorò Caton Thompson.

Assieme ai siti scavati nell’area di Qars El Sagghah dalla missione di Cracovia e, sul vicino altopiano, da Wendorf, essi hanno permesso di far luce sulla vita degli antichi abitanti della zona che alla fine del Paolitico è nel Neolitico crearono delle culture proprie, chiamate Qaruniano ( 8100 a. C. circa), Fayyumiano, Moeriano ( V e IV Millennio a. C.).

Fonte : Dizionario Enciclopedico dell’antico Egitto è delle città Nubiane – Maurizio Damiano – Appia – Mondadori.

Fotografie:

  • Piero Cargnino
  • Massimo Limoncelli edizioni Phaidon

I ritratti del Fayyum.

Sull’argomento vedi anche:

La serie di dipinti noti come ” ritratti del Fayyum”, dalla zona di maggiore diffusione del genere è un ricco corpus di volti dipinti su legno, risalenti all’epoca imperiale, che venivano inseriti all’altezza del viso, tra le bende delle mummie o sui sudari di lino che le ricoprivano.

Le usanze religiose e funerarie di tale pratica sono radicate nella lunga tradizione del sarcofago antropomorfo ma riflettono lo stile romano per la ritrattistica e il realismo iconografico.

A partire da Tiberio (14-37 d. C.), la produzione dei ritratti si affermerà finito alla fine del IV secolo d. C. come l’espressione artistica migliore della cultura egizio-romana.

Le tecniche pittoriche sono essenzialmente due: la tempera, che usa pigmenti mescolati con un collante solubile in acqua, e l’encausto, che invece prevede l’applicazione del colore emulsionato con cera fusa e calda.

Accanto ai ritratti dipinti su legno, continua la produzione delle maschere da mummia in cartonnage sviluppata nell’ Epoca Tolemaica ; il genere tendeva a con formarsi a tipologie convenzionali e prive dei tratti individualizzanti , ma dall’inizio dell’ Epoca Romana si ripetono nuove soluzioni tecniche e stilistiche, usando nuovi materiali, come il gesso.

Dall’ Epoca Romana, i due sessi sono differenziati dalle parrucche, gioielli e dai tratti somatici, la testa a volte è rialzata rispetto al busto, i volti sono generalmente quelli dei nuovi coloni, dei centurioni e delle loro famiglie.

Nella scala sociale, i romani erano l’élite , la minoranza privilegiata e facoltosa rispetto alla maggioranza dei nativi e agli Elleni, cosi erano definiti tutti i non – Egizi residenti in Egitto.

Osservando una pratica in uso in tutte le province romane, si facevano ritrarre secondo le mode correnti nella capitale dell’ Impero: dai monili alle acconciature, dal taglio della barba alla foggia dei vestiti, ogni dettaglio può contribuire a datare questi dipinti.

Non è chiaro se i ritratti fossero eseguiti in vita o dopo il decesso; la prima ipotesi è difficilmente sostenibile nel caso di bambini o adolescenti, e anche gli esami radiologici hanno rilevato sostanziali concordanza tra l’ età del defunto e il suo ritratto.

Dai segni di cornice individuati su alcuni pannelli si ritiene che i dipinti, al momento della morte della persona, fossero portati in processione e restassero poi appesi nelle case, come lari domestici.

Si suppone che anche le mummie seguissero la stessa sorte, esposte in apposite ” camere degli antenati” prima della sepoltura.

Sono noti anche modelli di sarcofago ad armadio, con ante apribili per consentire la visione completa della mummia.

Dei ritratti esistono anche varianti regionali, nello stile e nel profilo superiore dei pannelli : arcuato, tagliato agli angoli o seguendo la linea delle spalle, a seconda della tradizione locale di Hauara, er-Rubayat e Antinoopoli, per fare un esempio.

Attualmente, il numero dei ritratti del Fayyum ha superato il migliaio, tra pannelli interi e frammenti, e le ultime scoperte a el-Hibe, presso Tebe, e a el-Alanein, sul Mediterraneo, confermano la capillare diffusione di un genere artistico praticato con chiara aderenza alla realtà fisica da anonimi ” fotografi” ante litteram della tarda antichità.

Fonte e fotografie

I Tesori dell’ Antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Maria Sole Croce – fotografie di Araldo De Luca – National Geographic – Edizioni White Star

Foto dal Web

Kemet Djedu

STELE CON SETHY I

STELE CON SETHY I E UN VISIR
ADORANTI AMENHOTEP I E AHMOSE NEFERTARI

Il Museo Egizio di Torino custodisce questa stele; per il Museo si tratta del reperto catalogato al numero 1466, mentre precedentemente portava il codice CGT 50090.

La stele fu probabilmente repertata dai collaboratori di Drovetti che la inglobò nella sua collezione. È datata alla XIX dinastia sotto il regno di Ramesse II.
È stata prodotta in calcare e ha dimensioni: altezza 75,5 cm, larghezza 56 cm e spessore 14 cm.

La stele è caratterizzata da un’unica scena nella quale si vede a destra il re Sethy I e un visir in atto di adorazione di una coppia di sovrani predecessori della XVIII dinastia. Essi sono Amenhotep I e la madre, la regina Ahmose Nefertari, sposa di Ahmose I entrambi genitori appunto di Amenhotep I.

La stele è particolare perché il suo stato di conservazione la definisce positivamente ma si nota che alcune iscrizioni in alto sono mancanti. Si comprende allora che l’arrotondamento della centina avvenne in una fase seguente a quella realizzativa. Non si capisce il motivo di questa seconda lavorazione anche perché, appunto, l’arrotondamento ha eliminato delle iscrizioni importanti.

Come al solito ho aggiunto la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno ancora studiati. Per chi volesse intraprendere questa stupenda ginnastica intellettuale non posso che consigliare:

Dizionario egizio – italiano 12000 lemmi in geroglifico (primo volume):

https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-12-egizio…/

Dizionario egizio – italiano 12000 lemmi in geroglifico (secondo volume):

https://ilmiolibro.kataweb.it/…/dizionario-22-egizio…/
Grammatica primo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-i-alla…/

Grammatica secondo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-ii-alla…/

Grammatica terzo livello: https://ilmiolibro.kataweb.it/…/guida-pratica-iii-alla…/

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MASCHERA DI MUMMIA [2]

Cartonnage, gesso e oro
Periodo romano ( 20 a. C., Circa – 70 d. C.)
Hawa, Medio Egitto
Scotland National Museum – A 1911.275

Maschera funeraria, in cartonnage, dipinta di rosso, blu, verde rosa

Il volto è dipinto oro, la parrucca, tripartita è decorata, come il pettorale, con immagini di divinità

Fonte

https://www.nms.ac.uk/…/colletion…/mummy-mask/300044

Www.nms.ac.uk

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MASCHERA DI MUMMIA

Periodo romano (60 – 70 d. C.), dal Medio Egitto, Meir
Cartonnage, gesso, vernice, fibre vegetali
Dimensioni: larghezza 63 cm, altezza 53 cm
Metropolitan Museum of Art 19.2.6

Sembra che le maschere di gesso fossero particolarmente apprezzate nel Medio Egitto.

Si sviluppano ovviamente dalle tradizioni egizie, ma le apparenze potevano essere fortemente individualizzate e la moda romana di acconciature, abiti e gioielli veniva seguita a vari livelli.

Questa maschera è molto simile ad un gruppo di Meir e quasi certamente proviene da quel sito.

La donna è come se fosse distesa sulla sua bara.

Indossa una lunga parrucca in stile egizio fatta di fibre vegetali, una tunica rosso intenso con clavi ( strisce) nere e gioielli che includono una lunula ( pendente a nezzaluna{ e braccialetti di serpente.

Sul bordo inferiore della tunica ci sono due fori che servivano per attaccare la maschera alla mummia.

La parte posteriore della testa è quindi rappresenta appoggiata su un supporto decorato.

Sopra la sua testa c’è una ghirlanda dorata che circonda uno scarabeo che rappresenta il sole che appare all’alba, metafora della rinascita.

Gli interstizi e l’area circostante sono riempiti da un fondo a motivi complessi, con i lati riempiti da un registro di nodi tyet e pilastri djed, simboli di Iside e Osiride.

Intorno al bordo della maschera corre un registro principe incentrato sul dio Osiride, fonte del potere rigenerativo affiancato da Iside e Nefti.

Alla destra di Osiride e delle due dee ci sono Horus, Amon, Thoth e Ra.

A sinistra ci sono Anubi, Tefnut, Hathor e Seshat.

Questi dei servono come testimoni della ressurezione del defunto.

Fonte

https://www.metmuseum.org/art/collection/search/547257

www.metmuseum.org

Necropoli tebane

TT220 – TOMBA DI KHAEMTERI

Planimetria schematica della tomba TT220[1] [2]

Epoca:                                  Periodo Ramesside

Titolare

TitolareTitoloNecropoli[3]Dinastia/PeriodoNote[4]
KhaemteriServo del Luogo della Verità[5] a ovest di TebeDeir el-MedinaXIX-XX dinastiaa nord della TT1; tre tombe collegate

Biografia

Khaemteri, fu figlio di Amennakht, titolare della TT218, e Iymway. Nebmaat (TT219) fu suo fratello. La moglie si chiamava Nefert(em)satet[6]; dai rilievi non è possibile appurare se la coppia avesse figli[7].

La tomba

La tomba TT220 fa parte di un complesso unico con le adiacenti TT218 e TT219 rispettivamente del padre Amennakht e del fratello Nebmaat. Si tratta di tre distinte cappelle esterne cui fa riscontro un unico appartamento funerario sotterraneo cui si accede da un pozzo che si trova nel cortile antistante le tre sepolture, e segnatamente a breve distanza dall’ingresso della TT218. Nella cappella superiore (1 nero in planimetria[8]) solo uno schizzo di Osiride seduto; sulla parete di fondo una stele (2), non più esistente, a destra della quale si trova uno schizzo del dio Ptah. La cappella è sovrastata dai resti di una piramide.

Dal cortile antistante si accede, tramite un pozzo all’appartamento funerario sotterraneo che presenta ancora una parte comune (numerazione in rosso in planimetria) con una prima anticamera da cui si accede a una seconda anticamera che consente l’accesso alle tre camere funerarie connesse alle tombe TT218 (numerazione in rosso), TT219 (numerazione in blu) e TT220 (numerazione in nero). Nella rampa di scale che dà accesso alla prima anticamera (4 rosso) resti della barca di Ra adorata dal defunto (Amennakht) rappresentato inginocchiato ad entrambi i lati con due Anubi/sciacallo; su due registri (5 rosso) la barca di Ra con Hathor e alcuni babbuini in adorazione; parenti trainano il sarcofago seguiti da preti di Ra; (6 rosso) il defunto con un inno a Ra. Nella prima anticamera, (7 rosso) il defunto accucciato sotto una palma beve da un laghetto mentre la moglie è in adorazione degli dei riportati nella scena della parete della adiacente parete (9) Thot, Geb, Horus, Nut, Shu, Khepri e il defunto inginocchiato con la famiglia con un inno a Ra; poco discosto, la moglie accucciata sotto una palma beve da un laghetto mentre la figlia (di cui non è indicato il nome) è in adorazione di divinità della scena successiva (8 rosso) Ptah, Thot, Selkis, Neith, Nut, Nephtys e Iside; sono inoltre rappresentati il defunto e la moglie, inginocchiati, con due bambini e un inno a Ra. Sull’architrave della scala che immette nella seconda anticamera (10 rosso), Osiride seduto con la personificazione dei un pilastro djed dinanzi alle colline, a un falco e a Nut che abbraccia il disco solare; ai lati il defunto con il figlio Khaemteri (TT220) inginocchiati, e il defunto con il figlio Nebmaat (TT219), tutti in adorazione di Ra.

Parete occidentale della TT220. Foto Brian Yare, Mercia Egyptology Society

A destra della seconda anticamera si apre l’accesso alla camera funeraria di Khaemteri costituita da una sola sala rettangolare: (3 nero) resti di testi; poco oltre (4) Anubi/sciacallo sovrasta il defunto, rappresentato come Osiride, e Iside dinanzi ad una tavola di cibi e la personificazione di un pilastro djed che versa acqua da anfore. Su altra parete (5) una vacca sacra nei pressi di un laghetto con un falco; segue (6) Anubi/sciacallo sovrasta la mummia del defunto deposta su un catafalco con i vasi canopi e gli strumenti per la Cerimonia di apertura della bocca. Sulla parete più lunga (7), solo o resti della parte inferiore di scene di banchetto funebre[9].

Fonti

  1. Gardiner e Weigall 1913
  2. Donadoni 1999,  p. 115.
  3. Gardiner e Weigall 1913, p. 36
  4. Gardiner e Weigall 1913, pp. 36-37
  5. Gardiner e Weigall 1913, p. 37

Foto tratte da : http://www.deirelmedina.com/lenka/Newtombsopen.html


[1]      La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.

[2]      Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.

[3]      le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.

[4]      Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.

[5]      Set-Maat = “Luogo della Verità” era uno dei nomi con cui era noto il villaggio operaio di Deir el-Medina. Il villaggio era anche noto come Pa-demi, ovvero, semplicemente, “il villaggio”.

[6]      Trattandosi di tre distinte sepolture in planimetria i locali sono stati differenziati con diversi colori dei riferimenti: rosso per la TT218; blu per la TT219 e nero per la TT220.

[7]      Porter e Moss 1927,  p. 315.

[8]      La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 318.

[9]      Porter e Moss 1927,  p. 322.

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RITRATTO DI ALESSANDRO SEVERO

Marmo bianco, altezza cm 23
Luxor – Epoca Romana / Regno di Alessandro Severo (222-235 d. C.)
Museo Egizio del Cairo – CG 27480

I sovrani tolemaici si presentavano agli egizi in qualità di faraoni, per cui le loro raffigurazioni erano frequentemente realizzate secondo gli antichi canoni iconografici, i ritratti imperiali in atteggiamenti e costumi tradizionali invece sono piuttosto rari.

Gli imperatori romani promossero la divulgazione, in Egitto e negli altri Paesi sottomessi, di effigi in puro stile classico.

La ritrattistica ufficiale, che nasce dall’ esigenza di diffondere un”immagine ideale, si distingue per un accentuato verismo.

Questa testa è di marmo bianco, un materiale che gli egizi usavano raramente.

Tramite i confronti con le raffigurazioni sulle monete, il personaggio ritratto è stato identificato con Alessandro Severo.

Le piccole ciocche di capelli e la corta barba sono scolpite accuratamente, la bocca è atteggiata in un impercettibile sorriso.

Il collo in stucco è frutto di un maldestro tentativo di restauro.

Alessandro Severo regnò dal 222 al 235 d. C., venne ucciso sul fronte germanico durante una rivolta militare.

Fonte e fotografia

I Tesori dell” Antico Egitto nella Collezione del Museo Egizio del Cairo – Daniela Comand – foto di Araldo De Luca – National Geographic – Edizioni White Star

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IL SARCOFAGO DI PETAMENOFI

Legno di sicomoro, 110 x 40 x 42 cm
Epoca romana, Regno dell’imperatore Adriano
Museo Egizio di Torino – Collezione Drovetti C. 2230

È certamente commovente la sepoltura di questo bambino, morto all’età di soli quattro anni, nel 125 d. C.

Il sarcofago, contenente la mummia del piccolo Petamenofi, fu rinvenuto da Antonio Lebolo, collaboratore di Drovetti, all’interno di una tomba della necropoli tebana.

Il corpo imbalsamato del bambino è stato avvolto in un raffinato intreccio di bende disposte a losanga, secondo l’usanza di epoca greco-romana, e ornato con una ghirlanda di foglie dorate intorno alla testa, segno tangibile dell’affetto familiare.

Mummia del piccolo Petamenofi

La mummia è poi stata deposta all’interno di un sarcofago di legno chiaro, scarno e semplice.

La sua forma è tipica del periodo, com una copertura arcata caratterizzata da quattro piastrine angolari.

La decorazione esterna è costituita solamente da uacrizioni che documentano il clima colturale ibrido in cui visse Petamenofi : oltre la colonna di geroglifici disposta nel centro del coperchio, ancora legata alla tradizione egizia, vi è un’annotazione in greco, scritta su uno dei suoi lati brevi, che riporta la precisa età del bambino.

Il fondo interno della cassa mostra invece la raffigurazione della dea del cielo Nut, secondo canoni estranei all’iconografia egizia: la figura è in un’anomalia posizione frontale che stilisticamente, ricorda la produzione artistica dei primi secoli dopo Cristo.

L’arte egizia è stata contraddistinta da raffigurazioni bidimensionali in cui il volti delle figure sono ritratti di profilo, mentre il busto è visto frontalmente. L’ immagine della dea Nut si allontana drasticamente da questo modello di tradizione millenaria, sperimentando una composizione del tutto nuova a livello iconografico e stilistico che, proprio in quanto tale, non si può più definire “egizia”.

Le due piccole immagini poste ai lati di Nut rappresentano le dee Iside e Nefti, strettamente connesse con il destino post-mortem di ogni defunto e quindi effigiate molto spesso sulle pareti dei sarcofagi. A differenza di quanto visto per la figura di Nut, in questo caso lo schema compositivo risente ancora dei legami con l’iconografia egizia tradizionale. Iside e Nefti, sorelle del dio Osiride , sono disegnate in modo identico, senza elementi distintivi, con un braccio sollevato in segno di lutto. Le dee prendono parte al dolore per la scomparsa di Petamenofi, identificato con Osiride, che dopo la morte è divenuto dio dell’ oltretomba

Fonte: I grandi musei : Il Museo Egizio di Torino – Silvia Einaudi – Electa

Foto: Museo Egizio di Torino

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I SARCOFAGI DELLE NECROPOLI ALESSANDRINE

Maschera di mummia in cartonnage, epoca Tolemaica
Collezione privata

All’epoca della dominazione anche i culti funerari subirono delle trasformazioni, sopratutto quelli greci.

Infatti trovarono nella cultura egizia quella prospettiva di vita eterna e di resurrezione che non esisteva nella loro, e se ne appropiarono molto presto.

Il culto funerario continua a essere quello che la cultura egizia ha elaborato nei secoli, con gli stessi simboli legati alla rinascita, come lo scarabeo alato o il pilastro djed, molto frequenti nelle sepolture e nei sarcofagi, e gli stessi rituali.

Sarcofago del sacerdote Hornedjitef
Da Assasif ( Tebe)
Foto: British Museum, Londra

Le necropoli di epoca alessandrina hanno restituito bellissimi sarcofagi, in pietra o più frequentemente in legno dipinto, che sono la derivazione di quelli dell’ Epoca Tarda : sono antropomorfi e si caratterizzano per l’espressività del volto spesso dipinto in oro oppure ricoperto con lamina d’oro.

Viene elaborata una nuova tecnica per diminuire i costi di realizzazione e rendere accessibile a un numero maggiore di persone la sepoltura secondo il rito egizio.

Sarcofago ligneo, Epoca Tolemaica

Conosciuta come cartonnage, tale tecnica consisteva nel realizzare il sarcofago e le maschere funerarie, sovrapponendo più strati di strisce di papiro bagnate che poi venivano struccate e dipinte.

Per realizzare il cartonnage venivano spesso reimpiegati rotoli di papiro che contenevano testi scritti…

Anche la maschera funeraria evolve in direzione della ritrattistica, esprimendo una più marcata espressività attraverso i grandi occhi dipinti.

Maschera funeraria, Epoca Tolemaica
Palazzi Vaticani, Museo Gregoriano Egizio, Roma

Non c’è realismo nei colori, poiché la scelta dell’oro per le maschere e i sarcofagi è dovuta a motivi simbolici, ed è legata ai concetti di rinascita e purezza, espressi da questo materiale.

Nei sarcofagi di epoca greco – romana prendono posto ben presto amuleti, per garantire un sonno sereno e protezione al defunto, a tale scopo diviene fondamentale la rete, già in uso nel Nuovo Regno, realizzata in perline e decorata con simboli della rinascita.

Fonte e fotografie