Saqqara, ritrovata nel 1877 Calcare dipinto, Altezza cm 35, Larghezza cm 25 Epoca Tolemaica (fine del III secolo a. C.) Museo Egizio del Cairo – CG 27537
Questa stele proviene da un complesso di edifici religiosi sorti nel tardo periodo dinastico presso le catacombe dei tori Api a Saqqara.
L’oggetto ritrovato nelle vicinanze delle costruzioni destinate all’accoglienza dei pellegrini; la forma di piccolo tempio greco era utilizzata comunemente per le stele funerarie, ma in questo caso l’iscrizione è la presenza di fori sul retro ne suggeriscono la funzione di insegna.
Il testo greco, tracciato in nero si 5 righe, riporta le parole di un cretese che afferma di interpretare i sogni.
Probabilmente questo indovino era a disposizione dei devoti che dormivano fra le mura del tempio in attesa dei sogni inviati dal dio.
Al di sotto della scritta è raffigurato il toro Api davanti a un altare posto su un basamento.
La struttura che incornicia l’insegna è realizzata in alto rilievo: la base è costituita da quattro gradini che sembrano condurre alla scena dipinta, i lati hanno la forma di due pilastri alla cui sommità sono inserite due figure femminili, nude, in posizione frontale con le braccia incrociate; il tetto triangolare, frontone , è ornato da motivi decorativi a palmetta sul vertice e agli estremi.
Fonte e fotografia
I Tesori dell’antico Egitto nella collezione del Museo Egizio del Cairo – Daniela Comand – Fotografia Arnaldo De Luca – National Geographic – Edizioni White Star.
Planimetria dell’area in cui insistono le tombe TT189, TT190, TT191, TT192, TT193, TT194-TT195-TT196-TT364-TT406
Biografia
Unica nota biografica ricavabile il nome della moglie Wetnefert[5].
La tomba
L’ingresso a TT195 si apre nell’angolo sud-est del vasto cortile su cui insistono altre tombe (vedi planimetria d’insieme[6]) e, più esattamente, a sud del lungo corridoio su cui pure si aprono gli accessi alle tombe TT194 e TT189[7].
TT195 è planimetricamente strutturata con un corridoio di accesso che immette in una sala rettangolare da cui un secondo corridoio dà accesso a una seconda sala rettangolare; da questa un cunicolo porta alla camera funeraria in cui si apre un accesso (non praticabile) verso la TT196. Nel corridoio di accesso (1/nero in planimetria), il defunto inginocchiato dinanzi a Ra-Horakhti e Osiride, nonché un inno a Ra e il defunto e la moglie seduti; nella stessa scena un prete in offertorio al defunto e alla moglie.
Sulle pareti della camera rettangolare: su tre registri sovrapposti (2) il defunto e la moglie dinanzi a Ptah-Sokar-Osiride e un prete in offertorio dinanzi ai coniugi; poco oltre si apre un cunicolo che, verosimilmente, doveva essere parte di un ampliamento, mai realizzato, della TT195; sulla parete (3) i resti di dipinti tra cui un’arpista e il defunto in offertorio a una dea.
Sulla stessa parete (4), su tre registri, il defunto in offertorio a Ra-Horakhti e Maat e il defunto e la moglie dinanzi a Osiride, Iside e Nephtys; proseguendo (7) i resti di una scena di offertorio del defunto e la moglie al dio Atum e poco oltre (6) il defunto inginocchiato dinanzi a Iside e ai quattro Figli di Horo; segue (5) scena del defunto con la Dea dell’Occidente (Mertseger).
Da questa sala si accede ad una seconda non rilevante ai fini delle immagini parietali; da qui un cunicolo con doppia curva conduce alla camera funeraria, anch’essa malridotta a priva di decorazioni parietali, in cui si apre un passaggio verso la limitrofa TT196[8].
Fonti
Porter e Moss 1927, p. 301.
Gardiner e Weigall 1913
Donadoni 1999, p. 115.
Gardiner e Weigall 1913, p. 34
Porter e Moss 1927, p. 301.
Gardiner e Weigall 1913, pp. 34-35
Gardiner e Weigall 1913, p. 35
[1]La prima numerazione delle tombe, dalla n.ro 1 alla 253, risale al 1913 con l’edizione del “Topographical Catalogue of the Private Tombs of Thebes” di Alan Gardiner e Arthur Weigall. Le tombe erano numerate in ordine di scoperta e non geografico; ugualmente in ordine cronologico di scoperta sono le tombe dalla 253 in poi.
[2]Nella sua epoca di utilizzo, l’area era nota come “Quella di fronte al suo Signore” (con riferimento alla riva orientale, dove si trovavano le strutture dei Palazzi di residenza dei re e i templi dei principali dei) o, più semplicemente, “Occidente di Tebe”.
[3]le Tombe dei Nobili, benché raggruppate in un’unica area, sono di fatto distribuite su più necropoli distinte.
[4]Le note, sovente di inquadramento topografico della tomba, sono tratte dal “Topographical Catalogue” di Gardiner e Weigall, ed. 1913 e fanno perciò riferimento alla situazione del’epoca.
[5] Porter e Moss 1927, p. 301, confermata in edizione del 1970.
[6] La numerazione dei locali e delle pareti segue quella di Porter e Moss 1927, p. 296.
[7] Poichè sull’area insistono tre differenti tombe (TT196 e TT407), i riferimenti sono stati riportati in differente colore. Per la TT195 seguire la numerazione nera.
[8] Porter e Moss 1927, confermata nell’edizione del 1970, p. 301.
Belzoni come apparirà nel frontespizio del suo libro “Narrative of the Operations and Recent Discoveries Within the Pyramids, Temples, Tombs and Excavations in Egypt and Nubia” che pubblicherà nel 1820
Giambatta dal seminario al “giovane Memnone”
Quando Napoleone invade l’Italia nel 1796, un diciottenne padovano grande e grosso, probabilmente spaventato all’idea di essere arruolato nell’esercito napoleonico, decide di seguire il suo spirito avventuroso e inizia a viaggiare in Europa.
All’anagrafe padovana risulta Giambatta Antonio Bolzòn, è “un barbiere, figlio di barbieri”. È andato a Roma dove ha studiato idraulica, poi è entrato in seminario per diventare frate cappuccino forse a seguito di una delusione amorosa (tale Angelica Catelani diventata poi cantante lirica; ah, le donne…) e all’arrivo di Napoleone, scappa. Vive di espedienti, un po’ imbroglione ed un po’ imbonitore. Per motivi che non sappiamo, va proprio a Parigi dove per un periodo vende immagini sacre, pare ancora vestito da frate. Torna a Padova, poi va ad Amsterdam e in Germania incontra un gruppo di saltimbanchi dove si esibisce un uomo forzuto nel numero della piramide umana, quasi un destino. Il tragitto europeo di Giambatta appare un po’ strano, ma pare coincida stranamente con le esibizioni liriche di Angelina Catalani…
Il giovanotto rimane folgorato dalla vita del circo e si improvvisa a sua volta “uomo forzuto” – d’altra parte è alto quasi due metri e pesa un centinaio di chili – mettendo su con suo fratello un piccolo spettacolino itinerante. A Londra viene ingaggiato dal Sadler’s Wells Theatre come “Golia italiano” e poi “Sansone Patagonico” esibendosi a sua volta nel numero della piramide umana.
Il Sadler’s Wells Theater in una locandina del primo ‘800. Fu qui che il giovane Bolzon divenne famoso nella Londra dell’epoca. La cosa in qualche modo lo danneggiò al suo ritorno dall’Egitto perché molte persone con cui venne in contatto lo ricordavano come saltimbanco e non degno di fiducia.
In effetti, i rappresentanti del British Museum non erano propensi a dare eccessivo credito al “Golia Italiano”, alias “Sansone Patagonico” come qui illustrato…
La prima piramide di Belzoni fu…lui stesso, spesso con dei volontari che sceglieva dal pubblico, come vediamo in questa locandina.
Cambia il suo nome in Giovan Battista Belzoni perché suona più italiano ed esotico rispetto a Bolzòn, che a Londra viene sempre anglicizzato in “Bòlson”. Arrotonda vendendo giocattoli ad acqua di sua invenzione; nel frattempo conosce Sarah Bane o Bannes, una ragazza molto emancipata per i suoi tempi e che diventerà sua moglie. Con lei dopo qualche anno si sposta verso il Portogallo, poi a Malta ed infine, nel 1815, ad Alessandria d’Egitto.
E a Londra sposa Sarah Banne o Bannes (la grafia non è certa). Nei carteggi non appare esattamente un amore romantico, ma piuttosto un affetto con enorme rispetto reciproco
È riuscito a strappare l’invito a presentare al viceré Mohammad Ali un congegno idraulico per l’irrigazione (una “machina” di cui null’altro sappiamo) ma la dimostrazione davanti al viceré non è convincente. Naturalmente nelle sue memorie scrive che non è colpa sua, ma che “fui fornito di legno cattivo, e di ferro altrettanto cattivo”.
Il Cairo nel 1815, disegno originale di Henry Salt che, come abbiamo visto anche con la Sfinge, era un bravo disegnatore
Il giovanotto di Padova è sul lastrico, ma per una fortunata coincidenza incontra il console inglese Henry Salt (ricordate? Quello che finanzierà il primo disseppellimento della Sfinge) che affida all’uomo forzuto l’incarico di risalire il Nilo e recuperare a Tebe una testa in granito di Ramses II (all’epoca nota come “il Giovane Memnone”) del peso di sette tonnellate e di trasportarla al Cairo per spedirla in Inghilterra.
Henry Salt nel 1815, appena prima di trasferirsi in Egitto
E Giobatta, o meglio Giovan Battista Belzoni, da saltimbanco si trasforma nel primo archeologo importante nella storia delle scoperte egizie.
Con un sistema di rulli di legno, che lui stesso ci tramanda in un disegno, riesce nell’intento di trasportare il busto di Ramses fino ad Alessandria, da dove proseguirà per il British Museum (dove tuttora risiede). Il successo in questa impresa gli vale un importante contratto con Salt.
La prima impresa di Belzoni: il recupero del “Giovane Memnone” nel disegno dello stesso Belzoni. Magari involontariamente, ma ricorda in maniera impressionante le ricostruzioni del trasporto di blocchi, colossi ed obelischi all’epoca dei Faraoni
Il Giovane Memnone, alias Usermaatra Setepenre Ramses Meriamon, accoglie tuttora i visitatori della Sala Egizia del British Museum. Perenne memento di un’era di pionieri, magari non sempre “legali” ma che attraversavano un mondo allora sconosciuto
Dal 1816 al 1819 viaggia per tutto l’Egitto, finanziato dal console inglese in una sorta di “corsa” alle antichità egizie. È convinto da Salt di lavorare direttamente per la Corona Inglese, in realtà non è proprio così e lo imparerà a sue spese.
La sua carriera di archeologo non è proprio tranquilla, si racconta che assalito dai beduini ne abbia afferrato uno per le caviglie ed usato come clava per allontanare gli altri. È un periodo senza regole, in cui moltissimi reperti lasciano l’Egitto in modo più o meno legale, molto spesso senza che le autorità locali se ne interessino minimamente. In più si aggiunge una rivalità tra francesi ed inglesi che influenzerà la vita di tutti gli archeologi dell’epoca. I francesi hanno perso la guerra, e sono a stento tollerati sul Nilo, ma sono stati i primi ad affrontare scientificamente l’Egitto e credono di vantare una sorta di primogenitura. Gli inglesi hanno vinto, ma la loro supponenza ed il loro superiority complex li rende odiosi ed odiati dal mondo arabo, che non vede l’ora di spillare i loro soldi.
Ed in mezzo ci finisce lui, Belzoni, e sarà la sua gioia e la sua croce.
Cosa se ne fa il tuo Re di una pietra?
Belzoni non è un francese, eppure utilizza sistemi simili per “registrare” ciò che fa. Non è un inglese, eppure lo appoggiano perché ottiene risultati. Forse non è neanche più italiano, ma la creatività rimane un suo tratto distintivo. E poi è un imbonitore nato, e gli verrà utilissimo. Capisce la mentalità dei nativi. Dove gli altri europei seguono le regole e la burocrazia, lui usa il “bakshish”, la piccola somma in regalo, per prendere scorciatoie. Noi oggi la considereremmo “corruzione”, all’epoca un’usanza imprescindibile.
A cominciare dal recupero del “Giovane Memnone” mette sempre in risalto il fatto che non cerca tesori, oro o gioielli, ma sculture “da mandare al Re, in Inghilterra”. Una cosa tanto strana da far dire al viceré Mohammad Ali: “Ma cosa se ne fa il tuo Re di una pietra?” sottintendendo una certa stupidità dei suoi interlocutori. Ma almeno Belzoni riesce a scivolare tra gli ostacoli.
Visita una prima volta la Valle dei Re (all’epoca “Valle delle Porte”) per “raccogliere” un regalo di Drovetti nella magnifica tomba di Ramses III (che vedremo separatamente) e si accorge che le guide assoldate sul posto gli hanno tenuta nascosta un’altra entrata alla tomba – lo scopre perdendosi dopo che un suo collaboratore è caduto in uno dei pozzi della tomba – da cui rafforzerà la sua diffidenza nei confronti degli arabi, che definisce con termini irripetibili nei suoi scritti.
Ma il suo “vero” progetto è un altro. Nel 1813 Johann Ludwig Burckhardt, un esploratore svizzero, mentre ammirava il Tempio Minore di Abu Simbel, quello dedicato a Nefertari e che era già accessibile, è praticamente inciampato nelle teste dei quattro colossi di Ramses II del Tempio Maggiore che emergono a fatica dalla sabbia. Burckhardt è attonito davanti alle dimensioni delle statue e di quello che ci può essere sotto la sabbia, ma è un’impresa troppo grande per lui.
Johann Ludwig Burckhardt. È famoso soprattutto per aver scoperto la città di Petra, la capitale dei Nabatei, in Giordania
Ci ha provato Costantino Drovetti a liberarle, ma è stato allegramente truffato dal capovillaggio locale e alleggerito di 300 piastre, una piccola fortuna per l’epoca. È una sfida irresistibile per Giambatta, che parte quindi per “Ybsambul”, dove arriva nel settembre 1816.
Abu Simbel è il capolavoro dell’imbonitore Belzoni. Prima inganna il capovillaggio locale dicendo che è “alla ricerca dei suoi lontani antenati, per capire se provenissero proprio da lì” per non destare sospetti di saccheggio (la barba e l’abbigliamento arabo lo aiutano), poi truffa clamorosamente i lavoranti sul valore della paga che gli sta offrendo. Si è infatti messo d’accordo con il capitano della nave che lo ha accompagnato, ormeggiata nei pressi, che garantisce ai locali un “cambio” piastre/mais molto favorevole. Peccato che salperà molto prima che l’inganno venga scoperto…
Abu Simbel, operai al lavoro per liberare l’ingresso del Tempio Maggiore
Non contento, promette di dividere a metà l’oro trovato sotto la sabbia, ma le “pietre” sarebbero state tutte per gli inglesi. In meno di due settimane libera le quattro statue colossali e ne “firma” una come testimonianza di dove è arrivato. Non sarà l’ultima volta.
La “firma” di Belzoni ad Abu Simbel. Guardiamola bene, ci “servirà” più avanti
La strada è aperta, ma servirà una seconda “missione” di Belzoni per penetrare finalmente nel Tempio Maggiore. Il 1° agosto 1817, dopo una sorta di sciopero degli operai e l’abbandono dei lavori per il ramadan, un piccolo manipolo di europei capitanati dal padovano entra nel tempio. Belzoni nota le scene di battaglia ritratte; sono riferite a Kadesh ma, non potendo leggere i geroglifici, Belzoni scambia gli Ittiti per Etiopi.
Forse Belzoni non sarà stato il miglior disegnatore mai stato in Egitto, però i suoi disegni sono evocativi di situazioni, emozioni, scoperte. Qui il Tempio Maggiore finalmente liberato dalla sabbia.
Un archeologo moderno, di fronte ad una scoperta simile, camminerebbe sul Nilo per la gioia. Ma per un cacciatore di tesori come Belzoni la delusione è cocente: la spedizione riporta a valle solo due sfingi a testa di falco ed un paio di statue.
Di oro non se ne parla, gioielli nemmeno. Il colpo potrebbe essere fatale per l’esploratore, che invece si ricongiunge con Sarah, che lo aspettava a Philae, e riparte per la Valle dei Re.
La “riscoperta” dell’Antico Egitto sta per fare un altro, colossale balzo in avanti.
LA “TOMBA DI PSAMMIS”
La tomba di Seti I, oggi
Completata l’impresa di accedere al Tempio Maggiore di Abu Simbel, Belzoni “punta” la Valle dei Re (all’epoca ancora “Valle delle Porte”) per rifarsi del magro bottino racimolato fino a quel momento.
Torna quindi nella Valle e organizza delle vere e proprie squadre di lavoro molto più moderne della sua epoca. Osserva attentamente il terreno e cerca “delle anomalie”, come faranno tanti suoi colleghi nei decenni a venire. Il successo sarà straordinario.
Dal 9 al 18 ottobre 1817 trova ben quattro ingressi in pochi giorni, due nello stesso giorno e penetra in diverse tombe, almeno sette od otto (c’è un po’ di confusione tra alcune di esse mancando la traduzione dei geroglifici).
La posizione delle tombe scoperte od esplorate da Belzoni nel 1817, tavola di Belzoni
Chiama una tomba il “Mausoleo di Hapi” intesa come divinità della fertilità perché vi aveva trovato la mummia di un toro. Era invece la Tomba di Ramses I, il fondatore della XIX Dinastia
Il 16 ottobre punta la sua attenzione su sito che apparentemente non dovrebbe promettere nulla di buono, uno strato argilloso soggetto ad allagamenti. Lo definirà “un giorno fortunato… probabilmente uno dei migliori della mia vita”. Il 17 trovano una pietra tagliata dall’uomo, il 18 entrano nella tomba di Seti I, una delle più belle della Valle.
Alla scoperta della tomba di Psammis, Belzoni guida i suoi uomini
Belzoni (che, senza uno Champollion a correggerlo, pensa di essere entrato nella tomba di “Psammis”, Psammetico I) scrive della sua gioia penetrando “primo fra tutti in un monumento ch’era perduto per gli uomini, e che da me veniva allora ritrovato così ben conservato che si sarebbe potuto credere fosse stato finito poco prima della nostra entrata”.
L’interno della tomba di “Psammis”, disegno originale di Belzoni
Una “ricostruzione” della tomba di Seti I basata sui disegni di Belzoni
La sala sepolcrale di Seti I, disegno originale di Belzoni
Seti I al cospetto di Osiride, disegno originale di Belzoni
Nekhbet, disegno di Belzoni
Hathor con Seti I, disegno di Belzoni (a sinistra) e il rilievo originale, oggi al Louvre (N 124; B 7; Champollion n°1)
Una curiosità: qualche “incertezza” nella copia delle decorazioni della tomba da parte di Belzoni…
Il sarcofago in alabastro traslucido, tanto sottile da vedere la luce di un lume in trasparenza, sarà oggetto di lunghe dispute in Inghilterra che vedremo a parte, perché merita un discorso separato. Il suo coperchio è a pezzi, frantumato dagli antichi tombaroli. Il British Museum ne ospita alcuni frammenti, altri hanno viaggiato con la vasca del sarcofago, molti sono andati perduti per sempre, purtroppo.
L’interno del sarcofago in alabastro di Seti I. Ne riparleremo più avanti
Il frammento più grande del coperchio del sarcofago di Seti I al British Museum (EA29948) con l’ala di una delle dee protettrici della salma del faraone. Foto Osama Shukir Muhammed Ami
Nel frattempo la moglie Sarah, tanto per non annoiarsi, si traveste da uomo e visita Gerusalemme e la sua moschea, forse la prima donna nella storia a farlo. Se l’avessero scoperta sarebbe stata messa a morte senza esitazione. Bel peperino anche lei.
Giambatta, messo in allarme da certe voci su Henry Salt e da una lettera nel frattempo pervenutagli, pensa bene di rendere immediatamente pubblica la scoperta della tomba.
Belzoni ha infatti un grande merito: scrive – e disegna – più che può. Arriverà a pubblicare un volume sui suoi viaggi (compreso un capitolo scritto dalla moglie sugli usi delle donne in Egitto) che, tradotto anche in francese e in italiano avrà un enorme successo e che avrà un grande impatto sugli archeologi delle generazioni future, compreso un certo Howard Carter. Il volume è figlio dell’epoca: oggi verrebbe definito impreciso e razzista (“mai fidarsi di un arabo” ricorre abbastanza spesso e, riferendosi ai templi di Karnak e Luxor: “è una vergogna che tali edifici siano abitati dagli sporchi Arabi e dalle loro vacche”) ma è affascinante perché Belzoni è sinceramente colpito dalla civiltà che si presenta davanti a lui e altrettanto sinceramente disgustato degli “eredi” di quella civiltà.
Ma il tempo delle pubblicazioni è ancora lontano; in quel momento conta la gara, la competizione per i reperti più belli. E la corsa sta per tornare sulla Piana di Giza, proprio dietro alla Sfinge..
Violare la piramide di Chefren
Belzoni vedeva l’Europa come la salvezza dei reperti che scopriva (“la statua sembrava sorridermi al pensiero di andare in Europa” aveva scritto del busto di Ramses) un obiettivo da raggiungere a qualsiasi costo, anche distruggendone altri, considerati arbitrariamente meno importanti. È un’epoca di antiquari, più che di archeologi. E i danni furono notevoli.
Danni ne fa anche Belzoni, e tanti. Per prelevare il busto di Ramses, Belzoni non si è minimamente preoccupato di abbattere due colonne del Ramesseum che sbarrano la strada ai suoi rulli di legno, gli è caduto un obelisco nel Nilo (ma è riuscito a ripescarlo), ha usato l’ariete per entrare nelle tombe ma almeno non ha utilizzato la dinamite per entrare nella piramide di Chefren (come faranno gli inglesi con quella di Micerino-
Confessa candidamente di essersi addormentato sopra alcune mummie e di averle distrutte con il suo peso. Ma conta la corsa, arrivare primi.
E nel novembre del 1817 Belzoni, ormai già in rotta con Salt, torna al Cairo, dove trova una nuova corsa che lo aspetta. Per migliaia di anni, infatti, sull’onda di quanto aveva scritto Erodoto, la piramide di Chefren era stata creduta priva di camere o corridoi interni – una sorta di sasso pieno nel deserto. Salt e Caviglia, per giunta, ci si erano spaccati la testa per quattro mesi sulla facciata nord senza cavare un ragno dal buco.
Belzoni studia per qualche giorno la piramide di Chefren, studia anche l’ingresso di quella di Cheope e, convinto di poterci almeno provare, riparte con gli inganni. Ottiene i permessi per “qualche piccolo rilievo intorno alla piramide”, promette agli operai una percentuale sulle visite dei turisti e inizia a scavare. Trova il tempio funerario di Chefren e per primo ipotizza che piramide, tempio e Sfinge siano una sorta di struttura unica, costruiti contemporaneamente.
Il primo tentativo va “quasi” a vuoto; trovano uno dei cunicoli usati dai tombaroli per entrare nel corridoio principale, ma il cunicolo è impraticabile. Belzoni, allora, si arma di corda per misurare l’ingresso della piramide di Cheope, lavora di proporzioni e indica su quella di Chefren dove scavare esattamente. Bingo.
Belzoni entra nella Piramide di Chefren nel disegno da lui stesso preparato
Trovato l’ingresso, Belzoni percorre 37 metri di corridoio ma si scontra con un macigno posto dagli antichi costruttori a bloccare l’accesso. Rimuoverlo costa un mese di lavoro, ma finalmente il 2 marzo 1818 il padovano pensa di entrare per primo dopo millenni nella camera sepolcrale. O meglio, per secondo o terzo, perché prima bisogna allargare il passaggio, vista la mole dell’ex uomo forzuto del circo…
Nei cunicoli della Piramide
Ma poco importa; Erodoto è stato smentito. Anni dopo, venne per questo onorato in Inghilterra con una medaglia commemorativa, che riproduce però la piramide sbagliata. Beata ignoranza, in ogni epoca.
Finalmente l’ingresso nella camera sepolcrale della Piramide, sempre nei disegni dello stesso Belzoni
La camera sepolcrale come appare oggi
Dopo lo sgomento per non aver visto un sarcofago, lo trova praticamente incassato nel pavimento di pietra, dove numerosi fori testimoniano i tentativi di antichi predoni di trovare un tesoro nascosto.
Il sarcofago in granito incassato nel pavimento della camera sepolcrale
Tra le scritte indecifrabili sui muri della camera sepolcrale, una in arabo indica che tale Mohammed Ahmed vi era giunto nel XII secolo.
Un’altra cocente delusione per Belzoni, che lascia una scritta enorme nella camera, quasi a voler cancellare tutti i suoi “predecessori”. E, per giunta, nessun reperto. Solo un mucchietto di ossa nel sarcofago, di dubbia provenienza. Belzoni vorrebbe riprovare con la piramide di Micerino; indovina dov’è l’apertura ma il suo tempo a Giza è scaduto. È arrivato Salt al Cairo, ed inizia il tempo dei litigi.
Per non lasciare dubbi su chi fosse entrato “per primo” nella Piramide di Chefren
Il console francese Drovetti, geloso delle sue scoperte ed ormai suo nemico, cerca addirittura di distruggere alcuni reperti inviati da Belzoni al Cairo.
Tra i pirati, solo un pirata può sopravvivere. Non andrà altrettanto bene in Europa.
Il ritorno a Londra
Belzoni era sinceramente convinto di lavorare per il British Museum, e di conseguenza per il governo britannico. Dopo tre lunghi e fruttuosissimi anni, scopre invece di essere sempre stato alle dipendenze di Salt, e non la prende benissimo.
Eppure Salt aveva avvisato Belzoni. Così scrive nel 1817 a Beechey, un funzionario del consolato inglese assegnato al seguito di Belzoni, subito dopo l’apertura della tomba di Sethi I: “Dovete essere avvertiti del fatto che né lei né il signor Belzoni siete attualmente ingaggiati in missioni ufficiali; al contrario, siete due viaggiatori che stanno mettendo assieme una collezione ed avete diritto alla copertura che spetta a qualsiasi cittadino britannico […] io sostengo tutte le spese e colleziono a titolo personale, anche voi potete essere considerate persone che agiscono a quel titolo”. Belzoni non sa o fa finta di non sapere? Forse non lo sapremo mai.
Belzoni litiga una prima volta in Egitto, anche perché scopre che Drovetti e Salt si sono finalmente alleati per spartirsi i principali siti di Tebe e Luxor.
Senza un nuovo contratto con Salt, parte alla volta del Mar Rosso dove scopre l’ubicazione della città di Berenice, importante porto in epoca romana, e tenta di trovare l’oasi di Siwa, la sede dell’oracolo di Amon di Alessandro Magno – mancandola di un niente.
Terminati i denari, torna a Londra dove si iniziano a sistemare i tesori che ha inviato.
È rimasto l’imbonitore di sempre: sfoggia la sua lunga barba, l’abbigliamento orientaleggiante; viene definito dai racconti dell’epoca “il più arabo degli europei” e fa di tutto per propagandare le sue scoperte.
Dona anche due statue di Sekhmet, la dea leonessa assetata di sangue, a Padova dove, anche sotto l’impero austro-ungarico si ricordano di essere italiani e ci mettono nove mesi a sdoganarle con tanto di perizie e controperizie sul valore effettivo. Viene chiamato a stimarle anche un cavapietre, che le valuta “cinquanta lire l’una” perché “è pietra assai comune”. Ma non è finita: l’analisi archeologica viene affidata ad un numismatico, tale Meneghelli, che di Egitto non sa nulla, mette insieme la figura umana e la testa di leonessa e dichiara che si tratti di Iside nelle forme zodiacali di Leone e Vergine. A posto così.
Le due statue di Sekhmet a Padova: valore 50 lire l’una…
Venezia non è da meno: rifiuta l’acquisto di tre mummie egizie, praticamente già concluso, perché “Le mummie d’Egitto non sono un articolo assolutamente richiesto per gabinetti di Storia naturale delle università (…) ma si conservano in alcuni dei medesimi piuttosto per ornamento”.
Mentre inizia una lunga vicenda legale legata al sarcofago in alabastro di Seti I, Belzoni si inventa la prima mostra egizia della storia al Bullock’s Museum, proprietà di un altro eccentrico lord affascinato dall’Antico Egitto.
Il Bullock’s Museum, dove venne allestita l’Egyptian Hall di Belzoni nel 1821
Ricostruisce due sale della tomba di Seti, aggiunge alcuni reperti, tra cui due mummie, un diorama della tomba completa e uno in sezione della piramide di Chefren con tutte le sale ed i corridoi interni, e prepara un catalogo della mostra stessa con ben 45 illustrazioni. Una “exhibition” che non ha nulla da invidiare a quelle moderne, che portano in giro per il mondo, ad esempio, le copie dei reperti di Tutankhamon o di Ramses, e lontana anni luce dalla fredda esposizione dei musei convenzionali.
La mostra sulla tomba di Sethi I al Bullock’s Museum in un’illustrazione dell’epoca.
La mostra ha un successo enorme (duemila persone il giorno dell’inaugurazione!), tanto da essere replicata con ancora più successo a Parigi – dove la traduzione e le illustrazioni per il catalogo vengono fatte da tale “L. Hubert”, al secolo (pare) Jean Francois Champollion…
Ma in Patria le polemiche divampano. Henry Salt ha stilato un vero e proprio listino prezzi dei reperti egizi, di cui rivendica la proprietà. Belzoni non vuole cedere il sarcofago in alabastro per meno di 4,000 sterline, gliene offrono la metà e Salt ne rivendica la proprietà. In attesa di dirimere la questione, il sarcofago viene portato a Villa Soane, dimora di un eccentrico lord (che ha pagato duemila sterline direttamente a Salt), dove rimarrà fino ad oggi in condizioni di conservazione disastrose.
Belzoni si rifà mettendo all’asta gli oggetti della mostra; il solo diorama della tomba gli frutta quasi 500 sterline, uno sproposito per l’epoca.
Pubblica i resoconti dei suoi viaggi: un altro successo editoriale, tradotto subito in francese (sembra sempre con l’aiuto di “L. Hubert”) ma quasi clandestino in Italia. Un’altra delusione, di cui emergono tracce dalla sua corrispondenza con i familiari rimasti a Padova. Sarah ne scrive un capitolo aggiunto, in cui descrive la vita delle donne in Egitto come “sottomessa e molto lontana dalle abitudini europee”.
Una delle illustrazioni originali dei racconti di viaggio di Belzoni, raffigurante il “Panorama delle rovine del Grande Tempio di Carnac, scoperto da G. Belzoni”. Quasi tutte le illustrazioni erano di Alessandro Ricci, un medico “prestato” all’egittologia che accompagnerà anche Champollion e Rosellini qualche anno dopo
Eterno viaggiatore, Belzoni morirà alla fine del 1823 in viaggio verso il Niger, probabilmente di dissenteria, mentre andava a caccia di nuove scoperte verso la mitica Timbuktu.
La raccolta era cominciata, ora bisognava conservare e comprendere.
L’ultima firma di Belzoni
Mr. and Mrs. Belzoni
Dopo la morte di Belzoni la moglie Sarah è persa. Senza Giobatta vive in miseria; la notizia si sparge e viene prima fatta una petizione per assicurarle una piccola pensione (che avrà successo ma solo dopo molti anni, il nome di Belzoni risuona ancora a Londra ma non più come prima), poi una raccolta fondi.
Linsey Baxter nei panni di Sarah Belzoni in un docu-film della BBC
Si organizza una cena di beneficenza a suo favore a casa dello stesso Sir Soane. E qui succede qualcosa di strano.
Sulla parte superiore del sarcofago in alabastro di Seti I, ancora oggi è infatti possibile leggere la scritta “DIS.ED BY G. BELZONI” (“discovered by G. Belzoni”, scoperto da G. Belzoni).
La scritta sul sarcofago con la “N” rovesciata
Niente di straordinario, come abbiamo visto aveva “firmato” molte scoperte.
Però…
Però quando il sarcofago viene proposto al British Museum e poi acquistato da Soane, della scritta non c’è menzione.
Certo, potrebbe essere una svista, però…
Però qui la “N” è rovesciata, è sbagliata.
Impensabile l’abbia scritta lui, però…
Però a Philae c’è un’altra N rovesciata, nella “firma” di sua moglie Sarah Bane sul muro del tempio di Philae.
E quindi?
È estremamente probabile che Sarah, dopo la morte del marito, abbia approfittato di un momento di solitudine a casa Soane (forse proprio durante quella cena organizzata per raccogliere dei fondi per lei) per eternare anche su quell’oggetto i meriti del marito, che tanto aveva combattuto per trovarlo, estrarlo e portarlo in Inghilterra per poi vederselo portar via sulla base di cavilli legali.
Mi piace immaginarla in quella sala, illuminata dalle candele che dovevano fare scena, mentre incide con il primo oggetto appuntito trovato il suo marchio, il marchio di suo marito, “Mr. B”, come amava chiamarlo.
Una rivendicazione? Un atto d’amore?
Un eterno ricordo
Dedicato a tutti i legami così forti da infrangere il tempo
La nota descrittiva del sarcofago al Soane Museum. Cari Inglesi, scrivete pure “there is no known reason for this”, io una ragione meravigliosa riesco a vederla.
Sarah e Giovanni nel fumetto dedicato a Belzoni dalla Bonelli
Sarah Bannes Belzoni a 80 anni
La tomba di Sarah al Mont à L’Abbé Old Cemetery di St Helier, Bailiwick of Jersey
Riferimenti
Webster D, Giovanni Belzoni: Strongman Archaeologist, 1990
Belzoni GB, Narrative of the recent discoveries in Egypt and Nubia, 1835
De Andrade-Eggers, Discovering Ancient Egypt In Modernity: The Contribution Of An Antiquarian, Giovanni Belzoni. Herodoto, 2016
Zatterin M. Il gigante del Nilo, 2002
Sevadio G, L’italiano più famoso del mondo, Bompiani 2018
La stele funeraria oggetto della nostra analisi è un manufatto proveniente da Deir el Medina ritrovato durante gli scavi di Ernesto Schiaparelli del 1909.
Essa è datata all’inizio della XVIII dinastia. La stele è realizzata in calcare bianco ed è dimensionata per 28 cm in altezza e 19,5 cm di larghezza.
Le figure sono ricavate in rilievo mentre le iscrizioni geroglifiche sono incavate. I colori sono quelli consueti e canonici: la donna è presentata in giallo per indicare una pelle chiara. Infatti, volendo darne gli attributi di nobiltà, ella è attiva in casa al riparo dal sole. Gli uomini sono invece dipinti in rosso per denotare una carnagione scura. Essi lavorano all’esterno della casa e quindi subiscono i raggi solari che ne scuriscono la carnagione. Gli abiti sono dipinti di bianco per suggerire il materiale di lino con cui sono realizzati.
La stele è custodita presso il Museo Egizio di Torino con il numero di catalogo 50005 (supplemento 9492). È in ottimo stato di conservazione mancando soltanto una piccola parte dello spigolo inferiore destro. La sua forma è piuttosto consueta e comune: ha una centina arcuata che idealizza la divisione in due parti. Nella sezione superiore c’è l’immagine dei defunti e la scena offertoria. Sotto ci sono le iscrizioni relative alle offerte funerarie.
Subito sotto la centina è raffigurato il nodo šn che è un simbolo magico di protezione, lo stesso nel quale sono inscritti il Quarto e il Quinto Protocollo Reale del sovrano. Il nodo è inserito tra due grandi occhi wḏȜt anch’essi dal forte potere protettivo. Tutti questi simboli li si ritrova spesso negli amuleti egizi.
La rappresentazione riporta il defunto Mekimontu e la sposa sua Nubemueskhet seduti accanto uno all’altra. Nella prospettiva egizia sembrano uno dietro l’altro. Davanti ad essi c’è un tavolo delle offerte colmo di pani, dolci e cibarie varie. Anche qui c’è da considerare la prospettiva canonica egizia. La prima fila di prodotti è raffigurata in piano. Tutti gli altri elementi sono raffigurati in pianta dando un’idea di un mucchio elevato. Sul tavolo delle offerte il comandatario della stele sta versando una libagione in onore del fratello defunto.
Il Museo non ha potuto riportare ulteriori dettagli relativi alla genealogia del defunto e della sua sposa.
Come al solito ho messo la codifica IPA per far leggere i geroglifici a chi non li ha ancora studiati.
“Soldati, dall’alto di queste piramidi quaranta secoli vi guardano.”
Napoleone Bonaparte – 21 luglio 1789 – discorso ai soldati dell’armata di Egitto prima della vittoriosa battaglia delle Piramidi contro i Mamelucchi
Il primo giorno di visite è interamente dedicato a Giza, uno scrigno di meraviglie all’interno del quale non brillano solo le piramidi e la Sfinge, anche se senza dubbio sono i monumenti di maggiore impatto.
Davanti alla sfinge
La famiglia reale e la nobiltà egizia infatti costruivano le proprie mastabe accanto alla tomba del sovrano, e molte di esse sono di incredibile bellezza; inoltre nei dintorni sorgono i resti del villaggio dove vivevano gli operai specializzati che lavoravano all’ultima dimora del re, e la necropoli vicina a quella dell’èlite nella quale essi avevano l’onore di essere inumati.
La Sfinge e la piramide di Chefren
La mattina conosciamo Monalisa Karam, la guida che Ahmed, già impegnato in un altro tour, aveva scelto su misura per noi e che ora si è iscritta al nostro gruppo Facebook: è rimasta con noi per tre giorni, dimostrandosi molto cordiale, bravissima ed aggiornata anche in merito agli scavi più recenti.
Il mio programma prevede l’accesso a tutte le mastabe disponibili (in passato avevo ne avevo viste solo un paio) ed altresì la visita al villaggio ed alla necropoli degli operai e ad una zona vicino alla Sfinge ove avevo letto essere venute alla luce nuove vestigia: la sera prima, tuttavia, Ahmed mi aveva avvertita: “Siamo in Egitto…. non si sa mai se un sito è aperto o no…” ed infatti tutti i siti di mio principale interesse sono “chiusi per lavori”.
Primo piano della Sfinge
Un po’ delusi, facciamo il giro canonico del sito seguendo tuttavia sentieri alternativi e poco battuti che la nostra Monalisa conosce e percorre a passo di carica ed entriamo nella piramide di Micerino (le altre le avevamo gia viste in passato) e nella mastaba del funzionario Seshemnefer IV (VI dinastia), purtroppo spogliata di quasi tutti i suoi rilievi che ora fanno bella mostra di sé al Roemer und Pelizaeus Museum di Hildesheim.
L’incontrollato espandersi del Cairo ha fatto sì che la città arrivasse proprio a ridosso dell’altopiano di Giza, ferito da strade asfaltate che lo attraversano per facilitarne la visita, violato da turisti vocianti che non rispettano la sacralità del luogo, insozzato da incivili che buttano a terra i loro rifiuti che un’amministrazione distratta non si preoccupa di far rimuovere.
Particolare della connessione degli enormi massi che compongono il tempo a valle di Chefren.
Ma se ci si sposta nel deserto a piedi o a cavallo, col cammello o in carrozza, lasciandosi alle spalle le costruzioni moderne e trovando la giusta concentrazione, allora si entra nel giusto mood: il Cairo scompare alla vista e il sito piramidale appare come era stato concepito dai suoi costruttori, una silenziosa e solenne città dei morti lontana dal centro abitato, tra dune di sabbia gialla e rovente, raggiungibile solo da mesti cortei di persone piangenti che portavano a sepoltura i propri cari o che ivi si recavano per deporre le loro offerte.
Il corridoio che unisce il tempio a valle alla rampa processionale che conduce alla piramide di Chefren.
Fin dall’antichità l’imponenza delle piramidi lascia chiunque senza fiato: “Quello che si prova non è solo l’ammirazione che scaturisce dalla visione di un capolavoro dell’arte, ma è un’impressione profonda. L’effetto sta nella grandiosità e semplicità delle forme, nel contrasto e nella sproporzione tra la statura dell’uomo e l’immensità dell’opera che è uscita dalla sua mano” (Edme-François Jomard, Description de l’Égypte, vol. V, 1809).
Quello che a me emoziona maggiormente, tuttavia, è la loro eternità: un antico proverbio egiziano, infatti, recita: ““l’uomo teme il tempo, ma il tempo teme le piramidi”.
Quello che resta della rampa processionale della piramide di Chefren; sulla destra, qui non visibile, l’avallamento nel quale si trova la sfinge.
In effetti sono state mute testimoni delle imprese dei protagonisti della storia, che ora non sono che polvere; hanno assistito al sorgere e al tramontare di imperi; hanno ricevuto l’omaggio di potenti del mondo dei quali si è persa perfino la memoria… ma loro sono ancora lì, che ci guardano come avevano guardato i Faraoni, Cambise, Alessandro Magno, Cleopatra, Augusto, Napoleone…. altere ed indifferenti alle vicende umane che si svolgono alla loro ombra e capaci di rimanere impenetrabili per millenni.
Il lato B della Sfinge con la sua coda gigante
Qui trovate alcune delle nostre fotografie relative alla piana di Giza; nei prossimi post vi mostrerò l’interno della piramide di Micerino e la mastaba di Seshemnefer IV e per quel poco che non è nascosto alla vista, la necropoli degli operai che lavorarono alle piramidi.
Provenienza sconosciuta Bronzo con oro e argento lavorati al niello Altezza 6,5 cm – Museo Civico di Bologna.
Questa statuetta è una offerta ed è del tutto realistica nella forma, il mantello di pelliccia è rappresentato con uno schema stilizzato che ricorda penne sovrapposte.
Tale abbigliamento si vede talvolta sull’abbigliamento di divinità antropomorfi.
Il Babbuino era una delle manifestazioni del dio Thoth, la divinità locale di Ermopoli Magna ( El-Asmunein), ma adorato dovunque come dio della sapienza, della scrittura e della medicina.
Fonte
Egitto 4000 anni di arte – Jaromir Malek Edizioni Phaidon
<<……Ma di tutto bisogna scorgere la fine, dove una cosa vada a terminare. Perché certo molti ai quali Egli aveva fatto intravedere la felicità, sconvolse un Dio dalle radici……>>. (Erodoto).
Una delle fonti alle quali attingiamo spesso sono le “Storie” di Erodoto di Alicarnasso; a questo punto penso che meriti la nostra attenzione. Cicerone, non a caso, lo definì il “Padre della storia”. Erodoto in certi casi è poco affidabile ma per troppo zelo; egli si pone in una prospettiva storica, utilizzando l’inchiesta e diffidando degli incerti resoconti dei suoi predecessori, magari poi completando le notizie secondo il suo istinto. Erodoto ci presenta le sue storie, spesso solo miti o folclore, così come gli vengono raccontate; è poi la gente che ama ripeterli ricamando particolari e finali alternativi, adattandoli alle epoche e rendendoli così realmente vivi.
Nelle sue “Storie” Erodoto lascia spesso al lettore la scelta di accettare o respingere una determinata notizia, ritenendola incredibile. Nel suo secondo libro delle “Storie” Erodoto inserisce questa prefazione:
<< Presti fede ai racconti degli Egiziani chi ritiene credibili queste notizie. Io mi son proposto, per tutta la mia storia, di scrivere per sentito dire tutto ciò che si dice. >>.
Pertanto, visto che abbiamo appena parlato del faraone Amasis, ritengo giusto ricordare anche il racconto che Erodoto, per primo, propose, seguito poi da Strabone e da molti altri; si tratta della “fiaba, mito o leggenda” di Rodopis, considerata il più antico archetipo letterario di Cenerentola.
Presente in numerose tradizioni popolari, dall’Europa all’America fino in Cina, la fiaba di Cenerentola ci compare in oltre trecento varianti ed è ormai entrata a far parte dell’eredità culturale di molti popoli. Tra le numerose versioni ricordiamo quella di Gianbattista Basile, (La gatta Cenerentola, scritta in napoletano), che precede quelle di Charles Perrault e dei fratelli Grimm, fino ad arrivare al film di Walt Disney del 1950. Forse però non tutti sapete la provenienza di questa stupenda storia, l’Antico Egitto.
Erodoto racconta l’avvenimento forse per ridimensionare la fama di Rodopis, che doveva essere grande in quanto circolava voce che potesse aver fatto costruire a sue spese la piramide di Micerino (Herodotus dixit).
Di lei ci racconta che fu una schiava greca, compagna di schiavitù dello scrittore di favole Esopo. La giovane donna giunse in Egitto al seguito di Carasso di Mitilene (mercante di vino greco in Egitto e fratello della poetessa Saffo). Ne parla anche Claudio Eliano, filosofo e scrittore romano in lingua greca nella sua opera “Storie varie”, il quale non fece altro che riprendere una leggenda raccontata dal geografo greco Strabone (I sec. a.C.), quella di una schiava greca divenuta moglie del Faraone Amasis (XXVI dinastia egizia, circa 550 a.C.).
Secondo alcune versioni della fiaba Rodopis non era una modesta schiava, bensì una cortigiana di successo. Nel mio racconto seguo il tradizionale Erodoto.
Rodopis “guance di rosa”, era una bellissima schiava di un nobile egiziano che passava molto del suo tempo a dormire e pertanto completamente ignaro dei maltrattamenti che Rodopis era costretta a subire dalle altre schiave. Queste si prendevano gioco del fatto che era straniera e della sua carnagione chiara, sottoponendola, di conseguenza, a continui ordini e comandi vessatori. Rodopis amava molto il ballo ed un giorno il suo padrone la sorprese a danzare da sola con grande abilità, estasiato le fece dono di un paio di pantofole d’oro rosso con il risultato, a sua insaputa, di inasprire ancor più il comportamento delle altre schiave nei confronti di Rodopis. Un giorno il faraone Amasis invitò il popolo d’Egitto ad un’imponente celebrazione da lui offerta nella città di Menfi. Le altre schiave ostacolarono la partecipazione di Rodopis, ingiungendole di portare a termine una lunga lista di ingrati lavori domestici. Mestamente Rodopis si recò dunque al fiume a fare il bucato lasciando le sue pantofole nuove esposte ad asciugare al sole, ma impietosito dalla tristezza della fanciulla, il dio Horus prese le sembianze di un falco, si lanciò in picchiata e le rubò una pantofola. Horus volò fino a Menfi e lasciò cadere la pantofola in grembo al faraone Amasis che, stupito, interpretò l’evento come un segno del dio. Decretò quindi che tutte le fanciulle del regno dovevano provare la pantofola perché lui avrebbe sposato quella che fosse riuscita a calzarla. La ricerca del faraone fu lunga e purtroppo vana fino a che non giunse alla casa di Rodopis. La schiava, vista arrivare l’imbarcazione reale, fece di tutto per nascondersi ma invano. Quando la vide il faraone le ingiunse di provare la calzatura. Questa scivolò facilmente nel suo piede, allora ella trasse fuori l’altra ed il faraone, con grande gioia, la portò con sé per sposarla. (e vissero felici e contenti).
Secondo alcuni studiosi, il faraone Amasis sposò effettivamente una schiava greca di nome Rodopis, facendo di lei la Grande Sposa Reale. Secondo altri, pur non arrivando al punto di sposarla gli riservò ugualmente una vita particolarmente agiata. Secondo altri ancora:
<<…….Presti fede ai racconti degli Egiziani chi ritiene credibili queste notizie……..>>.
Fonti e bibliografia:
Erodoto, in “Dizionario di storia”, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2010
Erodoto, su “Sapere.it”, Istituto Geografico De Agostini, Novara
Claudio Eliano, “Storie varie”, Adelphi, 1996
Aldo Troisi, “Favole e racconti dell’Egitto faraonico”, Xenia editori, 1991
Toby Wilkinson, “L’antico Egitto. Storia di un impero millenario” Einaudi, Torino, 2012
Gaetano De Sanctis, “Erodoto”, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1932
Il frammento al British Museum (Inv. EA58, “D” nei disegni originali più sotto). Foto: British Museum
La barba della Sfinge
Durante i suoi scavi del 1817 per liberare la Sfinge, Caviglia recuperò diversi frammenti della barba cerimoniale che adornava il mento della Sfinge. Non è tuttavia chiaro se la barba facesse parte della struttura originale della Grande Sfinge oppure se sia stata un’aggiunta successiva, magari proprio di Tuthmosis IV nella sua impresa descritta nella Stele del Sogno (vedi: https://laciviltaegizia.org/2020/12/31/la-stele-del-sogno-2/). Secondo alcuni studiosi, infatti, la “caduta” di una barba integrata dal principio avrebbe danneggiato il mento della Sfinge, che però non mostra segni di questo danno. Da notare però che la roccia della barba è congrua con gli strati corrispondenti al collo ed al petto della Sfinge.
I frammenti, disegnati da Henry Salt ma pubblicati solo nel 1837 nelle Operations Carryed on at the Pyramids of Gizeh in 1837 (Vol 3) sono ora divisi tra il British Museum a Londra ed il Museo Egizio del Cairo.
I frammenti della barba nel disegno originale di Salt
Da questi frammenti Mark Lehner ha tentato una ricostruzione della barba stessa, che sarebbe stata in origine lunga tra i 6 e gli 8 metri, collegata al petto della Sfinge da una lastra piatta di sostegno ed appoggiata ad una struttura sottostante in posizione simile a quella della “Stele del Sogno”.
Il disegno di Lehner che mostra la ricostruzione dei due principali frammenti (A+B) e (a sinistra) quello che rimane con il danno alla testa del Faraone raffigurato
I frammenti del Cairo mostrano sulla porzione che faceva parte della parte piatta di supporto un Faraone raffigurato mentre fa un’offerta; i geroglifici che sono sopravvissuti vengono tradotti da Mark Lehner come ” vita e protezione intorno e dietro di lui “. La testa del faraone peraltro è andata persa; il frammento ha subito dei danni anche al Museo…
La ricostruzione effettuata da Lehner della barba della Sfinge con inseriti i frammenti descritti da Salt
Il naso della Sfinge
Per decenni il povero Napoleone venne accusato di aver sfregiato la Sfinge bombardandola e privandola del naso, probabilmente sulla base del disegno di Diderot che la raffigura con naso ed ureo. Ma i disegni antecedenti, come abbiamo visto, mostrano già la Sfinge priva del suo naso.
Un’immagine della Sfinge nel 1780, chiaramente mostrata senza naso. Da: The Antiquities, Natural History, Ruins and other Curiosities of Egypt, Nubia and Thebes (1780) di Frederik Louis Norden.
Sappiamo invece per certo che i Mamelucchi la presero per bersaglio delle loro esercitazioni con i cannoni, ma fortunatamente la pessima mira portò a danni solo sul corpo
Il naso potrebbe essere già stato danneggiato dall’invasione araba del VII secolo o, più probabilmente, dalla furia iconoclasta di un sufi, tale Muhammad Sa’im al-Dahr, che nel 1378 avrebbe scalpellato il naso per punire dei contadini del luogo che offrivano doni alla Sfinge chiedendo prosperità in un periodo di carestia.
Comunque sia andata, anche senza il suo naso lo sguardo ieratico della Sfinge rimane uno dei simboli più noti dell’Antico Egitto.
Naturalmente, tutti quelli che hanno letto o visto “Asterix e Cleopatra” sanno benissimo chi ha rotto il naso della Sfinge…
Riferimenti:
Lehner, Mark Edward. “Archaeology of an image: the Great Sphinx of Giza.” (No Title) (1991).
Wahby WS Restoring And Preserving Egypt’s Sphinx. 2005
Hawass Z et al. The Great Sphinx of Giza: Who built it, and Why? Archaeological Institute of America, 47:30-41, 1994
Vyse, Richard William Howard, and Richard William Howard Howard-Vyse. Operations Carried on at the Pyramids of Gizeh in 1837. Vol. 2. Cambridge University Press, 2014.
Soggetto statua di Ramesse II seduto tra il dio Amon-Ra e la dea Mut. Materiale granito rosa con geroglifici incisi. Datazione Nuovo Regno, XIX dinastia, regno di Ramesse II (1279-1213 a.C.). Ubicazione Karnak, tempio di Amon. Origine Collezione Drovetti (1824). Catalogo 767 Collocazione Museo Egizio di Torino, Sala II, B 07 Dimensioni altezza 1,74 metri, larghezza 1,12 metri
Il lavoro che qui presento è un “Laboratorio Rapido” che ho preparato per i miei allievi di Filologia Egizia. Lo condivido con voi pensando di fare cosa gradita.
La statua di cui ci vogliamo occupare è identificata come Triade tebana perché rappresenta la coppia divina Amon-Ra con la sua sposa Mut. Queste due divinità avevano un importantissimo tempio a Karnak, sulla riva orientale del Nilo. In prossimità di esso sorgeva l’antica capitale della XVIII dinastia, Tebe. Queste due divinità erano anche una coppia di sposi.
Le tre figure si stringono tutte insieme in un abbraccio che trascende il gesto familiare per indicare l’accordo esistente tra il potere terreno del faraone e quelle soprannaturale delle divinità.
Il gruppo ha un suo equilibrio di forme che è dato dal ritmo delle gestualità e dai tratti sorridenti e composti delle tre figure.
È uno dei pezzi più famosi del Museo Egizio di Torino. Sicuramente uno dei più fotografati dai visitatori.
Come al solito ho messo la codifica IPA per far leggere i geroglifici anche a coloro che non li hanno (ancora studiati).
Due piccole mummie della collezione egizia dei Musei Vaticani hanno incuriosito gli studiosi per decenni. Spesso chiamate “pseudo-mummie” per il loro aspetto insolito, si riteneva che fossero antiche e che contenessero i resti di bambini piccoli o di animali. Alessia Amenta, curatrice e direttrice del Vatican Mummy Project, condivide recenti analisi scientifiche che rivelano una nuova interpretazione di questi curiosi oggetti.
I ricercatori dei Musei Vaticani a Roma stavano studiando le nove presunte mummie dell’antico Egitto a corpo intero della collezione, quando hanno scoperto che due delle mummie non sono affatto antiche ma dei falsi probabilmente creati nel 1800. Ciò potrebbe essere piuttosto imbarazzante, se i manufatti egiziani fraudolenti non fossero relativamente comuni e spesso difficili da individuare.
Le due mummie in questione sono piccole – entrambe lunghe meno di mezzo metro, e una volta si credeva contenessero resti di bambini o forse di falchi. Ma una serie di esami che utilizzano tecnologie avanzate tra cui raggi X, scansioni TAC 3D, scansioni TC, test del DNA e datazione al carbonio hanno dimostrato che le ossa all’ interno degli involucri appartengono a un uomo e una donna e risalgono effettivamente al Medioevo. Un’altra storia dimostra che si tratta di falsi: gli scienziati hanno scoperto anche un “chiodo moderno” tra le ossa, riferisce il Catholic News Service .
I risultati dei test sulle due mummie o “ mummiette ”, come le chiama il dottor Amenta, esaminate nel corso del 2014, sono stati resi pubblici il 22 gennaio dal professor Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, e dai dott. Amenta, Santamaria e Morresi, nel corso di un coinvolgente convegno dal titolo “Un caso di mummia-mania: l’indagine scientifica [scienza forense] risolve un enigma”. La provenienza di entrambe queste ” mummiette ” lunghe circa 60 cm , che furono probabilmente donate alla fine del XIX secolo da un collezionista privato, non è stata finora trovata nei registri del Museo. Fino a un anno fa, a causa delle dimensioni e del peso ridotto, si credeva fossero mummie di bambini o animali, forse falchi. “Potrebbero anche essere state le cosiddette ‘pseudo-mummie’, cioè un fascio di bende e altri materiali, a volte anche poche ossa”, mi ha spiegato Amenta, “che venivano usate nell’antichità per sostituire un corpo mancante o incompleto di una persona cara morta. Per gli antichi egizi la trasfigurazione e la “divinizzazione” dei defunti era essenziale. Doveva essere designata una forma fisica per poter mandare il defunto “in un’altra dimensione” dopo la morte”. Invece tutti i dati scientifici hanno rivelato che queste “ mummiette ” sono dei falsi ottocenteschi.
La datazione al radiocarbonio ha confermato che le loro bende erano effettivamente antiche, risalenti al c. 2000 a.C., ma trattate con una resina che si trova solo in Europa. Inoltre, la datazione al radiocarbonio di una delle ossa che fuoriescono dalle bende di una delle “mummiette ” ha confermato che essa risaliva al Medioevo.